Migranti, foto e tarocchi

Le bufale in rete si sprecano. Sono così tante che quasi non fanno più notizia. Pochi giorni fa abbiamo appreso che il premio Pulitzer 2016 per la fotografia è stato vinto dall’agenzia Reuters e dal New York Times per  un servizio fotografico sui migranti che tentano di attraversare l’Europa.  Una  delle foto mostra un uomo ed una donna con un bambino tra le braccia, a terra sui binari di una stazione di confine in Ungheria, e dei poliziotti a lato che sembrano minacciarli con dei manganelli. Questo si lasciava intendere; che l’uomo cercasse di proteggere la donna a terra dalla violenza dei poliziotti. Ottima foto che serve a provocare sdegno e denuncia nei confronti di chi, con la violenza, cerca di impedire ai profughi “che scappano dalla guerra e dalla fame” di giungere in Europa. Poi, pochi giorni fa ecco la sorpresa.

La foto è vera, ma il messaggio che si lascia intendere è falso (La foto taroccata che vince il Pulitzer). Infatti non sono i poliziotti ad aver buttato a terra la donna, ma è stato lo stesso uomo a farlo. Lo si scopre grazie ad un video pubblicato da Euronews (Guarda qui il video) nel quale si vede l’uomo che scaraventa a terra la donna, gettandosi poi addosso e rischiando di far male a lei ed al bambino; i poliziotti intervengono per fermarlo. Non è la prima volta che si usano immagini tagliate, modificate o false per sostenere tesi di comodo. Oggi questa è l’informazione; un unico, grande, globale taroccamento.

Passano due giorni ed ecco un’altra scoperta. Questa volta ad opera del COISP, sindacato di polizia, che su Twitter pubblica un’altra foto che da tempo circola in rete e che fa discutere.  Anche in questo caso la foto è vera, ma il messaggio che se ne ricava lascia molti dubbi sull’attendibilità di questi servizi e sulla buona fede di chi li usa strumentalmente (Sui migranti ci prendono in giro).

 

La foto sembrerebbe, a prima vista, riprendere una scena già vista spesso; dei naufraghi che indossano i giubbini salvagente, in attesa di essere imbarcati sulle navi che li hanno soccorsi. Sarà così?. Ma allora quell’uomo in alto a destra nella foto perché sta in piedi sull’acqua e sembra toccare il fondo? Più che legittima la risposta prospettata: o quell’uomo è alto 7 metri e, quindi, tocca il fondo, oppure galleggia naturalmente sull’acqua per qualche miracoloso evento, oppure…oppure quella foto è stata scattata praticamente quasi a riva e quelli che usano queste foto per intenerire il cuore delle anime belle nostrane a favore dell’accoglienza degli immigrati ci prendono per il culo. Secondo me è buona la terza.

Niente di nuovo e sconvolgente. Che le foto che circolano sui media molto spesso siano taroccate lo sappiamo da tempo. Fin da quando si scoprì, dieci anni fa, che l’agenzia Reuters taroccava con Photoshop le foto del conflitto israelo-libanese per ingigantire gli effetti dei bombardamenti che non rispettavano nemmeno le scuole e gli asili, e dimostrare quanto fossero “cattivoni” gli israeliani che sparavano ai poveri Hezbollah che erano buoni, pacifici, disarmati e indifesi. Poi si scoprì che i polveroni e le nuvole di fumo che uscivano da quelle scuole non erano effetto delle bombe israeliane, ma erano causati dagli stessi hezbollah che si rifugiavano proprio nelle scuole che usavano come deposito di armi e da dove sparavano missili. Ma questo Reuters non lo mostrava. E, guarda caso, anche questa foto che ha vinto il Pulitzer 2016 è della Reuters. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio. Non è la prima volta che riporto notizie di taroccamenti mediatici, di bufale e di manipolazione delle notizie. Ma c’è ancora qualcuno che crede a quello che si vede e si legge sui  giornali, in rete, sui social network, in televisione, nei telegiornali di regime  omologati al pensiero unico?

Vedi

Bufale di giornata (2014)

E questa la chiamano informazione (2006)

Osservatori ONU e il guardiano della mucca. (2006)

Cosa osservano gli osservatori? (2006)

L’informazione “fai da te” (2006)

La pace impossibile (2006)

Vertice UE (e anche questa è fatta) (2006)

Tutto secondo copione (2006)

RAI: di tutto, di più…di peggio (2006)

Quiz libanese e “Leoton mission show” (2006)

Prodi ha una missione storica: andare a quel paese… (2006)

Stampa e amnesie (2006)

Dall’orgoglio alla vergogna il passo è breve (2006)

Passeggiate libanesi (2008)

L’equivicinanza secondo D’Alemhamas (2006)

D’Alema è preoccupato: gli altri, invece, sono incazzati (2006)

Amenità libanesi (2008)

Orgoglio e vergogna (2008)

Gaza vista dall’Ansa (2009)

Taroc News from Gaza (2011)

Il trucco c’è, e si vede (2013)

Razzismo, ebrei e censura.

Il razzismo sta diventando come il prezzemolo; lo mettono dappertutto. Basta uno sguardo infastidito verso l’ambulante troppo insistente o verso la centesima zingarella che ti chiede l’elemosina in strada, basta un accenno di protesta o semplice preoccupazione per la presenza sempre più numerosa di immigrati sul territorio, basta una semplice allusione a banane e oranghi, e sei marchiato a fuoco: razzista. Pochi giorni fa il solito Tavecchio è finito di nuovo in prima pagina perché avrebbe espresso un gravissimo insulto razzista verso gli ebrei: (Tavecchio nella bufera; insulti a ebrei e omosessuali).

Ecco la frase incriminata: “La sede della Lega Nazionale Dilettanti? Comprata da quell’ebreaccio di Anticoli.”. Ebreaccio è un insulto? Lo è per quella desinenza in “accio” che di solito ha un significato spregiativo? Quindi anche toscanaccio e romanaccio, termini usati normalmente senza alcun intento offensivo, sono insulti razzisti? Allora perché nessuno denuncia come razzista chi li usa? Ma allora “polpaccio” è un grave insulto ai cefalopodi? E brogliaccio, carpaccio, Ajaccio, poveraccio, ghiaccio, laccio, braccio, castagnaccio, pagliaccio, sono tutti insulti? Chiamare Boccaccio e Masaccio per nome era un’offesa?

Anche il grande Gino Bartali veniva chiamato non solo “toscanaccio” per le sue vena polemica, ma era soprannominato “Ginettaccio” (doppio insulto, quindi), e così lo chiamavano tutti anche sulla stampa (La Gazzetta dello sport: “Ginettaccio, l’uomo di ferro che spianava le montagne“). Era un gravissimo insulto razzista? E se così era perché  né Bartali, né altri, hanno mai denunciato la Gazzetta e tutti gli altri giornali che usavano quell’insulto razzista?  Ed il quartiere romano di Testaccio è un insulto alle teste di…? Sì, forse alle teste di certi giornalisti e moralisti di borgata.

A proposito di teste ecco un altro titolo, nello stesso quotidiano, nel quale compare proprio il termine “toscanacci“: “Una testa di legno, ma di buon senso.”. A rigore, se “ebreaccio” è un insulto agli ebrei, questo dovrebbe essere  un insulto ai toscani.  Ma nessuno ha accusato Mascheroni di insulto razzista per quell’articolo. Infatti, nell’uso comune del termine, non è un epiteto offensivo, anzi è un’espressione gergale usata bonariamente quasi con simpatia nei confronti della  gente toscana per indicare il loro spirito polemico e  la battuta sempre pronta, caustica, salace, arguta e spesso sarcastica. Tanto è vero che, mentre i media accusano Tavecchio per il suo “ebreaccio”, nessuno crocifigge Mascheroni o altri per l’uso di “toscanacci”.

Non sono questi gli insulti verso gli ebrei, e non sono nemmeno razzismo, che è tutt’altra cosa. Insulto agli ebrei è quello di chi brucia le bandiere di Israele durante i cortei “pacifisti”. Insulto è quello di chi, qualche anno fa, contestava ed organizzava la protesta in piazza contro la presenza di Israele al Salone del libro di Torino. Insulto è aver venduto gli ebrei in cambio dell’assicurazione da parte del terrorismo palestinese dell’OLP di Arafat che non ci sarebbero stati attentati in Italia (Vedi “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani” – “Vi abbiamo venduti” –  “Mani libere a noi palestinesi“, e “Cossiga, Moro e i misteri d’Italia“). Insulto è aver spedito in Libano la missione Unifil che parteggiava spudoratamente per Hezbollah a danno di Israele (vedi “Amenità libanesi“) Insulto è quello di chi, come la COOP, boicottava i prodotti israeliani, col pretesto che provenissero dai territori occupati dai coloni. Insulto è quello dell’Unione europea che, col pretesto di fornire aiuti per lo sviluppo di Gaza, versa miliardi di euro (450 milioni solo per il 2015) ad una organizzazione terroristica come Hamas,  che nel proprio statuto afferma esplicitamente di avere come fine la distruzione totale di Israele, che poi usa quei fondi per acquistare armi, esplosivi e razzi da lanciare verso Israele.

Insulto agli ebrei è quello di D’Alema il quale, arrivando in Israele in visita ufficiale come ministro degli esteri, a chi lo riceveva all’aeroporto salutandolo con “Benvenuto in Israele“, rispose correggendolo “In Palestina…”. Lo stesso D’Alema che non perde occasione per dichiarare la sua simpatia e vicinanza alla causa palestinese (vedi “Il baffetto velista ha strambato“). Insulto agli ebrei è ancora quello dello stesso D’Alema che, sempre in qualità di ministro degli esteri, volava in Libano e  dichiarava di essere orgoglioso di andare a passeggio a Beirut tenendosi a braccetto con i capi di Hezbollah e di andare a cena con loro, e subito dopo andava ad abbracciare i capi di Hamas a Gaza; tutta gente che ha come scopo dichiarato la distruzione di Israele. (vedi “L’equivicinanza secondo D’Alemhamas“)  Insulto agli ebrei è quello di Prodi, allora capo del governo, che al palazzo dell’Onu correva ad abbracciare affettuosamente Ahmadinejad, lo scravattato capo dell’Iran, il quale dichiarava un giorno sì e l’altro pure che avrebbe cambiato la carta geografica, facendo scomparire Israele dalla faccia della Terra. Insulto è la politica della sinistra italiana, sempre spudoratamente a favore della Palestina, contro Israele (vedi “Mi ricordo, sì, io mi ricordo“). Quelli sono i veri insulti, e non chiamare qualcuno ironicamente “ebreaccio”; quelli sono insulti che fanno davvero male agli ebrei ed all’intelligenza umana.

Ennesima dimostrazione (come sostengo da anni) del fatto che, specie sui mass media, i concetti di etica, estetica, giustizia, deontologia professionale, sono molto elastici e variano secondo le circostanze e la convenienza (di chi scrive). Ecco perché un’affermazione o una battuta che in altri tempi sarebbe stata del tutto normale e sarebbe passata inosservata, e sulla quale lo stesso Anticoli avrebbe sorriso, oggi diventa un insulto razzista. E ci si chiede perché “ebreaccio” sia un insulto e “toscanaccio” non lo sia. Perché? Semplice, è la quotidiana dimostrazione che esiste una doppia morale; quella ormai consolidata dei sinistri detentori della “superiorità morale” che hanno l’esclusiva di questa sorta di morale a tempo e che  la tirano fuori e la usano a loro piacimento e la applicano secondo la convenienza per condannare gli avversari, delegittimare chi  non la pensa come loro ed emarginare, bollando pretestuosamente con l’infamia del “razzista”, chi  non è allineato al pensiero unico dominante. E’ lo stesso principio caro a certa magistratura per cui la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Per questi ipocriti moralisti col timer, morale e giustizia diventano micidiali armi improprie da usare per demolire gli avversari.

Censura (attenzione, post scurrile)

Ora vediamo un altro esempio di criteri molto elastici, applicati alla censura dei commenti sui forum e quotidiani.

Di recente, commentando un pezzo sulla revoca delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e l’immediata reazione di 26 consiglieri che, dimettendosi, lo hanno mandato a casa, (Per Marino è finita: 26 consiglieri si dimettono) scrissi questo breve commento: “Avrebbe fatto meglio a mantenere le dimissioni. E’ stata proprio una sceneggiata ridicola che conferma la pochezza di quest’uomo. Come direbbero a Striscia citando la famosa espressione del direttore Fede. “Marino, che figura di merda!”.  Ma quando il commento viene pubblicato quel termine finale diventa “mxxxa“.  Non so dire con certezza se la correzione sia opera di un solerte censore, oppure di un correttore automatico che non gradisce certi termini e sostituisce alcune lettere con delle X o degli asterischi. I termini più censurati, oltre a merda, sono culo, stronzo e stronzate, cazzate, cazzo, fica, etc…

Non dico che il turpiloquio debba essere libero, e nemmeno che debba essere censurato. Dico che ancora una volta di applicano due pesi e due misure; è questo che è incomprensibile ed intollerabile. Ciò che lascia perplessi è che quei termini vengono usati tranquillamente in televisione, a tutte le ore del giorno, senza che nessuno intervenga o si scandalizzi. Per esempio, quella espressione ormai mitica di Emilio Fede, la sentiamo e risentiamo a Striscia la notizia, ogni volta che c’è qualche figuraccia da evidenziare; invariabilmente, a chiusura del servizio,  parte il video originale con l’esclamazione “Che figura di merda…”. Ormai è un classico, come la mitica  “La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca…” del ragionier Fantozzi..

Basta poi sentire il linguaggio di certi personaggi in televisione, con Maurizio Crozza in testa seguito da uno stuolo di comici, meno comici e personaggi assortiti anche tragici, e si sentono “cazzi e culi” volare come farfalle. Allora è ovvio chiedersi come mai certe parole si possono usare tranquillamente in televisione, davanti a milioni di spettatori, in prima serata, in fascia protetta e in orari di massimo ascolto, e se invece  vengono scritte in un commento che leggono in pochissimi, all’interno di un articolo di un quotidiano in rete, viene censurato. Perché? Non sto dicendo che il linguaggio scurrile sia o non sia consentito in pubblico. Mi chiedo solo perché si applica la solita doppia morale; questo è insopportabile. E’ il sintomo della completa confusione culturale e morale di una società che ha smarrito tutti i riferimenti e, in mancanza di criteri precisi, decide di volta in volta e secondo le circostanze, ciò che è o non è permesso, ciò che è o non è consentito e legittimo. E con lo stesso principio molto elastico decide anche ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, bene o male.  Abbiamo adottato una nuova morale; usa e getta, come la carta igienica.

Ma torniamo al commento censurato. Visto che la parola “merda” viene sostituita con le X, se ne deduce che sul Giornale, attentissimo a non usare termini scurrili, quella parolina non si possa usare. Giusto? No, sbagliato. Infatti, negli stessi giorni, leggendo la stessa prima pagina, bastava spostare lo sguardo sulla colonna laterale riservata ai blog dei giornalisti, per vedere in bella evidenza (è rimasto lì per almeno 15 giorni) questo titolo a lato in cui figura proprio la parolina proibita (vedi “Troppo merda, Caritas“).  Ed ecco che ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, ad un principio ballerino. Si può usare la parola “merda” sul Giornale? Dipende; i giornalisti sì, i lettori no.  Perché Enrico Galletti può scriverlo in prima pagina ed io non posso farlo in un commento? Perché? Come James Bond aveva la licenza di uccidere, Galletti ha una speciale “licenza di merda” negata ai comuni mortali?

Questa strana applicazione dei criteri di ciò che è corretto o non lo è, di ciò che si può o non si può dire o scrivere, è un dilemma che pongo da anni in rete ed al quale nessuno ancora ha risposto. Ed ogni volta che mi ritrovo di fronte a simili casi di morale ballerina e ipocrisia mediatica (il che, leggendo le notizie sui vari quotidiani, capita tutti i giorni) è come un pugno nello stomaco. Ne parlavo anche sei anni fa nel post “Si può dire culo?”. Sono le cose incomprensibili della vita; come i balletti di Don Lurio o gli occhiali neri a mezzanotte. Sono quelle incongruenze e contraddizioni di una strana morale elastica che si applica secondo criteri che non hanno alcuna spiegazione logica e razionale. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione di questa curiosa doppia morale. Perché Crozza può parlare tranquillamente di cazzi in prima serata TV e noi no?  Spiegatecelo, cazzo!

Vedi:

Si può dire culo?

Bavagli e querele

Satira libera: dipende

Cossiga e il tonno

Vedi qui altri post su “Censura, trucchi e inganni mediatici e morale ballerina“.

Shoah e buoni ideali

Domani si celebra la Giornata della memoria, in ricordo della shoah e delle vittime del nazismo. Sarà il  trionfo, come avviene da anni, di dichiarazioni di circostanza piene di buoni propositi, di condanna del nazismo e di appelli alla ragione, alla solidarietà, ai principi della tolleranza, al rispetto reciproco, alla democrazia, alla libertà, alla pace; tutto il repertorio della migliore retorica di circostanza. Siamo bravissimi, in queste occasioni, a condannare i soprusi, la guerra, le ideologie totalitarie, lo sterminio di innocenti. Ma spesso ci lasciamo trasportare da reazioni emotive, confidiamo nella ipotetica, e mai dimostrata, fondamentale bontà dell’essere umano  e pensiamo di combattere il male facendo appello ai buoni sentimenti. E’ l’effetto liberatorio che deriva dal trovarsi di fronte a crimini aberranti e dalla convinzione illusoria che siano atti lontanissimi dal comune sentire, frutto di menti malate, e che mai più si ripeteranno. Il messaggio rassicurante è che noi non commetteremmo mai simili atrocità; quindi i nazisti sono mostri criminali, un caso eccezionale ed unico nella storia dell’umanità (ma la storia dimostra il contrario), mentre noi siamo buoni, docili e mansueti come innocenti agnellini.

Un esempio di tale atteggiamento ingannevole è questa frase che mi è capitato, tempo fa,  di leggere  fra i commenti in un blog. Diceva, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una bella frase, condivisibile, dettata da una visione ottimistica e positiva del mondo. Ma è anche vera? No, non lo è affatto. Non è vera perché si dà per scontato che tutti gli uomini seguano una fede e perseguano grandi ideali umanitari e che questi siano sempre positivi e portatori di pace, solidarietà e amore universale. Ma anche il male è un ideale; distorto, aberrante, ma un ideale.

Anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo, ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza, determinazione  e cieca follia, sostenuto dalla “fede” dei suoi seguaci, perché i nazisti erano sicuri di essere dalla parte giusta e  di avere Dio dalla loro parte;  “Gott mit uns“, anche quando sterminavano il popolo eletto di quel Dio il quale, forse, in quella occasione era distratto. Anche i crociati combattevano per un ideale, la riconquista della Terra santa, ed erano convinti di lottare per una causa giusta, anzi santa; “Dio lo vuole“.  Ma anche gli ottomani combatterono per conquistare terre e genti, dalla Spagna alle porte di Vienna, perché dovevano diffondere la parola del profeta e “Allah era con loro”. Anche  i conquistadores spagnoli, che sterminarono le popolazioni indigene, lo facevano con la benedizione della Chiesa e dei frati al seguito, i quali non mancavano di benedire i morti, innalzare croci sui territori conquistati e convertire gli indigeni, volenti o nolenti, perché “Dio era con loro“. Anche i coloni americani che avanzavano verso ovest appropriandosi delle terre e sterminando i pellerossa, avevano Dio dalla loro parte. Lo cantava benissimo già Bob Dylan in un brano del 1964 “With God on our side” (Con Dio dalla nostra parte): “Il mio nome non conta e la mia età nemmeno, il paese da cui vengo è chiamato midwest, là sono cresciuto ed ho imparato a obbedire alle leggi e che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte. I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene, la cavalleria caricava e gli indiani cadevano, la cavalleria caricava e gli indiani morivano, perché il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.”.   

Così le guerre del passato erano sempre determinate da qualche “alto ideale“: poteva essere l’indipendenza dai dominatori, la presunta necessità di civilizzare popoli barbari, la necessità di allargare i propri confini, la ricerca della “quarta sponda”,  o il nuovo irrinunciabile “ideale” del terzo millennio, il sacro dovere di esportare la democrazia. Dietro le bombe ci sono sempre “alti ideali” e tutti hanno un Dio dalla loro parte; anche i cannibali del Borneo.  Forse anche gli atei, pur non credendoci, hanno un loro dio: il dio degli atei (che, non essendo abilitato ad esercitare, in quanto non esiste ufficialmente, si scrive minuscolo e non compare nella guida ufficiale degli dei riconosciuti).

Oggi, per non perdere le buone abitudini ed essere fedeli a qualche ideale, anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente combattono per una “giusta causa”: la conquista dell’occidente e la sottomissione dei “cani infedeli“. Ed anch’essi compiono stragi in nome di Dio gridando “Allah Akbar“. E stanno attuando il loro piano criminale con la violenza, le armi, il terrorismo, lo sterminio dei cristiani e la conquista di interi territori dove instaurare il califfato e la sharia.  Anche l’ex premier iraniano Ahmadinejad aveva un suo ideale e lo dichiarava continuamente in ogni occasione; cancellare Israele dalle carte geografiche. Anche i militanti di Hamas hanno un ideale, espresso molto chiaramente nel loro statuto e nel loro programma politico: distruggere Israele, cacciare gli ebrei dalle loro case e impadronirsi del loro territorio. Tutti combattono per un “ideale” ed hanno Dio dalla loro parte. Così Dio, invocato a destra e a manca,  sta con tutti, si distrae e si dimentica di stare con  il popolo eletto, quelli che dovrebbero essere i primi ad averlo dalla loro parte: gli ebrei.

La persecuzione degli ebrei non è finita con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Gli ebrei sono ancora oggi al centro di una campagna di odio razziale e sono bersaglio di attentati ovunque si trovino (le ultime vittime del terrorismo islamico sono i quattro morti nel negozio kosher a Parigi). Perfino Israele, che è l’ultimo rifugio dei sopravvissuti alla shoah e degli ebrei che vi sono arrivati provenienti da ogni angolo della terra, per vivere finalmente in pace nella terra dei Padri,  vede costantemente minacciata la propria esistenza; non solo dall’Iran, da Hezbollah e da Hamas, ma dall’opinione quasi unanime del mondo islamico.  Eppure i personaggi, le istituzioni, gli intellettuali, le nazioni che oggi commemorano la Shoah e la criminale violenza nazista contro gli ebrei, quelli che oggi depongono corone di fiori e tengono toccanti discorsi commemorativi, sono gli stessi che, passata la giornata della memoria, ricominceranno a sostenere i regimi islamici, a concludere lucrosi affari con loro, a tollerare, se non addirittura giustificare, l’antisemitismo mascherato da antisionismo in nome della libertà di espressione, aprire le porte all’invasione islamica dell’Europa, a rinnegare le proprie usanze e tradizioni per non urtare la sensibilità dei musulmani.

Ed infine, per dimostrare quanto siamo buoni e caritatevoli (ed “equidistanti”  o “equivicini” fra Israele, Hamas ed Hezbollah, come sosteneva  l’allora ministro degli esteri D’Alema, dichiarando di essere onorato di andare a cena con i capi di Hezbollah) continueranno a finanziare direttamente organizzazioni come Hamas, considerate terroristiche dalla comunità internazionale, con aiuti umanitari e milioni di euro versati dall’Europa a Gaza. Fondi che servono in gran parte a finanziare l’acquisto di armi, munizioni, missili e razzi da sparare contro Israele. Ma noi siamo fatti così, siamo umanitari, non facciamo differenza fra ebrei e tagliagole islamici, sono tutti figli di Dio. E giusto per non destare eccessiva preoccupazione o creare inutili allarmismi, i nostri media di solito usano tacere sugli attentati dei terroristi palestinesi e i razzi sparati verso i villaggi israeliani di confine. Ecco perché raramente le notizie di lanci di razzi verso Sderot trovavano spazio nella nostra stampa. Luoghi lontani, i botti dei razzi non arrivano alle tranquille, calde o fresche (secondo la stagione) ed insonorizzate redazioni romane o milanesi. Salvo svegliarsi improvvisamente, acuire la vista e l’udito e indignarsi appena c’è una qualche reazione israeliana. Allora ci si ricorda del medio oriente, si trova ampio spazio in prima pagina, si condanna l’aggressione,  si denuncia la risposta sempre “esagerata” di Israele, si contano le vittime civili (sono armati fino ai denti, ma risultano sempre civili), meglio se ci sono donne o bambini (fanno più notizia e servono alla causa palestinese) e si chiede l’intervento dell’ONU ed il cessate il fuoco.

Ma il 27 gennaio, nel “Giorno della memoria“, dimenticano di essere i finanziatori di Hamas, (quelli che vorrebbero portare a termine il lavoro iniziato da Hitler), e con una improvvisa e repentina metamorfosi da far invidia a Gregor Samsa, si trasformano in ferventi difensori del popolo ebraico. Manca solo che si appendano al collo, come si usa oggi, un bel cartello con la scritta “Siamo tutti ebrei“.  Ma fanno il percorso inverso a quello di Samsa.  Da insetti, blatte, scorpioni,  scarafaggi zecche, quali sono solitamente, assumono di colpo l’aspetto di uomini normali: vestono i panni della penitenza, assumono contrite espressioni, condannano la persecuzione degli ebrei, il razzismo, il nazismo, l’antisemitismo, sfilano in corteo sotto braccio con i pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, recitano un tardivo mea culpa, si addossano le responsabilità dei padri, si impegnano solennemente a riaffermare  “Never more“, lanciano in televisione qualche film intonato alla giornata, o qualche programma speciale con filo spinato, camere a gas, forni crematori, scheletriche parvenze umane,  fantasmi con la stella di David, SS in divisa di ordinanza e latrati di cani. Insomma, tutto il repertorio che, per l’occasione, recuperano dagli archivi polverosi dove poi quei documenti giaceranno per il resto dell’anno, per lasciare spazio a reality, fiction, talent, talk show, cuochi, comici, opinionisti tuttologi e  cialtroni assortiti. E così mettono a tacere la coscienza; per un giorno. Poi, passata la “festa“, ripetono la metamorfosi inversa, riacquistano le solite sembianze da coleotteri e affini, si scordano degli ebrei e…ricominciano ad amoreggiare con gli islamici, gli eredi di Arafat e gli arabi in genere; perché gli affari sono affari e “Tengo famiglia…”. Ipocriti, falsi, in malafede e vigliacchi. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, lo vincerebbero a mani basse.

Fusti e gusti misti

Il Presidente Obama si trova in Israele in visita ufficiale e, fra le tante bellezze del luogo, incontra anche una “bellezza tipica israeliana“:  miss Israele (Bellezze tipiche e polpette Ikea). Una volta i gusti erano semplici. I gelati, per esempio, avevano pochi gusti, sempre quelli; melone, pistacchio, crema, stracciatella, nocciola. Poi hanno cominciato ad inventare nuovi gusti e si usa mischiarli. Così nascono il nocciolone (fra nocciola e melone) e la pistacchiella (fra pistacchio e stracciatella). O, se preferite, la nocciolella e il pistacchione. Non capisci più quello che stai mangiando, ma oggi si usa così.

Va di moda il fritto misto, il multietnico, le contaminazioni e l’ibrido, il “vedo/non vedo“, il non ben definito, l’abbozzo. l’incompiuto, l’arte concettuale, il “luogo/non luogo“, il “vuoto/pieno” e le menti vuote, sempre. Se non si capisce bene di che genere sei finisci sui media, vai in TV, ti coccolano, hai fama, ricchezza, gloria e successo. Puoi fare l’opinionista nei salotti televisivi, l’ospite ricercato nei salotti radical chic. Puoi perfino diventare governatore.

Anche questi personaggi nella foto sono adeguati ai tempi. Lui è Presidente Usa, ma viene dal Kenia, lei è miss Israele, ma viene dall’Etiopia. Si vede che provengono da luoghi diversi e frequentano spiagge diverse; lei è leggermente più abbronzata. Sono accomunati dall’essere qualcosa di diverso da quello che ci si aspetterebbe. Forse per questo la miss fa un complimento ad Obama, come riportato nell’immagine del Corriere. Ovvio che se qualcuno dice qualcosa di carino e simpatico nei confronti di Obama, la notizia finisce subito in prima pagina sulla stampa. Le notizie negative e le critiche, invece, non compaiono mai. Ma questa è un’altra storia. Ecco la foto…

Un fusto? Una volta, negli anni ’50, ai tempi di “Poveri, ma belli“, poteva essere un complimento. Ma oggi il termine fusto in quel senso non si usa più.  Viene usato spesso, invece,  per indicare i contenitori di rifiuti tossici. Vedi, per esempio, questo titolo…

Non mi sembra, quindi,  un gran complimento chiamare Obama “fusto“. Potrebbe richiamare alla mente quelli che rilasciano sostanze giallastre. Ma questo sarebbe anche spiegabile. E’ noto, infatti, che il nostro Presidente Fusto ha una spiccata predilezione per il “Junk food“, il cibo spazzatura di cui gli americani usano abbondare. E’ golosissimo di hot dog, hamburger e patatine fritte, il tutto  affogato in salse di ogni genere. (Vedi “Obama e le armi“). Se, quindi, dal nostro “Fusto” fuoriuscisse una sostanza giallastra non ci sarebbe da temere: è solo maionese che cola.

A proposito. Cari redattori del Corriere, ancora non vi entra in testa l’uso delle particelle “Tra e Fra”? Alle scuole serali non è in programma? Avete studiato per corrispondenza e quella dispensa è andata perduta? Siete ancora alle prime armi e siete solo praticanti apprendisti allievi aspiranti cronisti in prova? Boh, misteri editoriali. Ecco il titolo di apertura di oggi.

Non si scrive “Incontro tra…”, è cacofonico. Si scrive “Incontro FRA…”. Chiaro? Recuperate quella dispensa perduta, siete ancora in tempo.

Gaza News

Gli americani hanno gli aerei invisibili, a Gaza hanno i razzi silenziosi. Lo dicevo giusto avantieri in “Taroc news from Gaza“. Non c’è altra spiegazione. Non fanno rumore, ecco perché nessuno se ne accorge e nessuno ne parla. E quando anche gli si dedicano due righe finiscono in quelle Flash news che scorrono veloci e dopo pochi minuti sono già scomparse.

Ieri, per fare un esempio fresco fresco, potevate leggere tutte le Home di tutti i siti di informazione, ma nessuno riportava la notizia del quotidiano bombardamento da Gaza verso Israele. Solo una striminzita Flash news ANSA di poche righe riportava il fatto. E poiché finiscono subito archiviate e sostituite da altre news, probabilmente nessuno l’ha letta. Eccola: “Gaza, missile colpisce area Ashdod“. Quanti l’hanno letta? Credo davvero pochissimi. Poche righe per dire che in una sola mattinata sono stati sparati da Gaza vesro Israele quattro razzi Grad.  E la cosa è all’ordine del giorno.

Come vi sentireste voi se ogni santo giorno doveste vivere con il pensiero che da un momento all’altro possa cadervi in testa un razzo e che questo continuo ed assillante pericolo va avanti da anni? E siamo sicuri che la cosa non ci riguardi? Credo che, invece, ci riguardi più di quanto immaginiamo. E lo scopriremo molto presto, quando, superati gli sconvolgimenti in atto nel nord Africa e in altri paesi come Somalia, Yemen, Bahrein, Siria, Giordania, nuovi equilibri verranno stabiliti nell’area mediterranea ed in medio oriente. Equilibri molto instabili mesi a dura prova dal fondamentalismo islamico che sposterà l’attenzione ancora una volta sull’obiettivo storico: Israele.

Proprio in questi giorni l’Iran ha dichiarato ufficialmente che sostiene e sosterrà tutte le rivolte nei paesi arabi. Così come sostiene da anni, con aiuti economici e forniture di armi, Hamas ed Hezbollah, punte avanzate del progetto iraniano che prevede la scomparsa di Israele dalla carta geografica. Un bel programmino pacifista che lascia immaginare un futuro di tutta tranquillità. Già, perché le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia, non sono che l’inizio di una lunga catena di stravolgimenti totali degli equilibri internazionali. Ed uno dei punti cruciali di questi traballanti equilibri è sempre uno: Israele.

Ecco perché quei razzi che quotidianamente cadono su Ashdod o Sderot dovrebbero preoccuparci. Ci ricordano che, nonostante tutti i paraventi possibili usati per nascondere la verità, esiste un unico progetto terroristico perseguito costantemente: la distruzione di Israele. E prima o poi si arriverà allo scontro finale. E ci coinvolgerà tutti, volenti o nolenti, distratti, pacifisti, buonisti. Già, perché nella battaglia finale moriranno anche i pacifisti. E’ dimostrato, infatti, che partecipare ad una marcia per la pace di Assisi non renda immuni dalle bombe.

P.S.

Leggo in questo momento un’altra Flash News Ansa che conferma quanto dicevo: “Barhein: Manama protesta con Beirut”. Motivo della protesta? Eccolo. “Il movimento sciita libanese Hezbollah ”e’ un’organizzazione terroristica” che sostiene ”gli agitatori” in Bahrein:lo ha detto stamani intervistato dalla tv panaraba al Arabiya il ministro degli esteri del Bahrein, lo sheikh Khaled al Khalifa,annunciando di aver inviato una protesta formale al governo di Beirut.Il ministro degli esteri di Manama ha esplicitamente accusato il movimento filo-iraniano di ”addestrare e organizzare” sciiti presenti in Bahrein ”con scopi sovversivi”.”

Ma guarda guarda, quando si dice le coincidenze…

Taroc News from Gaza

La manipolazione dell’informazione è uno dei problemi più seri in un mondo dominato dall’influenza crescente e assillante dei media. Con l’uso spregiudicato ed incontrollato dei media si condiziona l’opinione pubblica, si impongono modelli e stili di vita, consumi, scelte politiche e culturali, si creano o si distruggono idoli e leader, personaggi pubblici della cultura e dello spettacolo. E si possono anche scatenare guerre.

Non necessariamente manipolare l’informazione significa fornire notizie false. Il meccanismo è più sottile e subdolo. E non sempre è evidente ad una prima lettura. Del resto la comunicazione è ormai una scienza. Chi ne conosce le regole le sfrutta a suo piacimento. Chi non le conosce, la maggior parte del pubblico, ne subisce l’influenza, inconsciamente. Per fare un esempio facile, i pubblicitari conoscono le regole, i consumatori no. I pubblicitari  impongono le scelte, i consumatori le subiscono.

Purtroppo questo meccanismo non vale solo in pubblicità. Lo possiamo riscontrare ovunque, in qualunque settore, in TV, sulla stampa, si internet. Il fatto che non sempre ci facciamo caso, significa esattamente che l’applicazione dei trucchi della comunicazione è così perfezionata che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Ormai i manipolatori sono diventati bravissimi, sono come quegli illusionisti capaci di stupire il pubblico con effetti incredibili. La loro bravura consiste proprio nel far apparire come magia ciò che è frutto di esercizio e di trucchi. Così nell’informazione, come nella magia, il trucco c’è, ma non si vede.

Affronto spesso questo argomento perché lo ritengo fondamentale. Ed anche perché spesso proprio coloro che ogni giorno parlano e straparlano di libertà di stampa, di bavagli, di censure, di manipolazione, sono i primi a fare largo uso di tutti i trucchi possibili. Vediamo, giusto per fare degli esempi pratici ed attuali, una notizia che arriva dal medio oriente, da quella striscia di terra in continua tensione fra Israele e Gaza. Ecco il titolo che già ieri compariva sul Corriere

Corriere Gaza

Questa notizia compare in prima pagina, con tutta l’evidenza di un titolo chiarissimo: tank israeliano colpisce casa. Nel sottotitolo si specifica che l’attacco arriva in risposta al lancio di razzi. Ma si lascia il dubbio, espresso da quell’avverbio “Apparentemente“. Che significa apparentemente? Sì o no?.  Sembra una sciocchezza, ma se teniamo conto che molti non leggono poi l’articolo, ma si limitano a leggere i titoli, si capisce che quel “Apparentemente” non è casuale. E’ voluto, perché resta nella mente di chi legge il dubbio che, forse, l’attacco dei tank può essere ingiustificato e non in relazione a precedenti lanci di razzi. Eppure se si clicca e si legge la pagina, già nel nuovo titolo è detto chiaramente “Aperto il fuoco contro un’abitazione in risposta al lancio di razzi Qassam“.  Quindi è certo che l’attacco dei tank è una risposta al lancio di razzi. Ma allora perché nel titolo in prima pagina si aggiunge quel “Apparentemente“?

Ma c’è di peggio. C’è che il lancio di razzi da Gaza verso Israele non è mai cessato, non c’è tregua, è una continua pioggia di qassam, ma ultimamente di razzi Grad più precisi e potenti.  Eppure stranamente, queste notizie non finiscono mai in prima pagina. Le potete beccare al volo giusto fra le “Flash News“,  quelle notizie che scorrono in elenco sempre aggiornato, minuto per minuto; spesso sono comunicati di due o tre righe e, siccome vengono continuamente sostituite da nuove News, scompaiono presto. Quindi se le beccate al volo nel momento in cui passano nell’elenco bene, altrimenti si perdono in archivio.

Ecco un esempio di Flash News di oggi, ore 9.32: “Netanyahu convoca consultazione“.  Il premier israeliano ha convocato una riunione per valutare la grave situazione creatasi nel sud di Israele, costantemente sotto tiro di razzi e mortai palestinesi. La situazione, come suol dirsi, è seria, ma non grave! Infatti non finisce in prima pagina. Nella stessa breve nota è detto anche “Nel frattempo Beer Sheba, la principale citta’ del Neghev, e’ stata attaccata stamane per la seconda volta in poche ore con un razzo Grad sparato da Gaza.”. Beh, ma neanche questa è notizia da prima pagina.  Ecco, queste sono le flash news che spariscono subito. E solo se si seguono con attenzione si sa che quasi quotidianamente vengono effettuati lanci di razzi da Gaza verso Israele, ma al massimo, passano fra le brevi in un piccolo box di news che subito scompaiono.  Curioso, i razzi palestinesi devono essere silenziosi, perché nessuno se ne accorge, non fanno rumore. I tank israeliani, invece, quando sparano fanno un fracasso terribile. Ecco perché tutti lo sentono, si spaventano e la notizia finisce in prima pagina.

Questo è solo un esempio di quella subdola arte di manipolare le notizie. Posso dirlo? Fate schifo! Certo, si può dire in maniera più elegante, ma così è più chiaro; fate proprio schifo!!!

Politici: gli antenati.

Scoperti in Israele, Bassa Galilea, i resti di un banchetto antidiluviano. (ANSA) – ROMA, 30 AGO – Scoperti i resti del piu’ antico banchetto pubblico della storia: tartarughe e animali selvatici per i 35 convitati di 12 mila anni fa.

Insomma, un magna magna preistorico, una grande abbuffatta che segna l’inizio di tutte le abbuffate che sarebbero diventate di uso comune nella storia, fino ai giorni nostri. Da analisi ancora in corso sembrerebbe che i convitati siano gli antenati di tutti quelli che, successivamente nei secoli, hanno fatto parte di quella che oggi chiamiamo “Classe politica“.

Felicità imprevista.

La felicità può essere individuale o collettiva. Nel senso che si può parlare di felicità di gruppi di persone, di comunità ristrette, ma anche di popoli. Esistono popoli più felici di altri? Sembrerebbe di sì. Ce lo svela l’ennesimo sondaggio Gallup (vedi elenco) che esamina oltre 150 Paesi e stila una classifica della felicità nazionale. Ai primi posti ci sono i soliti Paesi nordici: Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia; niente di nuovo. L’Italia si piazza al 40° posto. Come dire, siamo felici, ma non troppo, senza esagerare, con moderazione. E ci è andata anche bene!

Ma la sorpresa è che all’ottavo posto, a pari merito con la Svizzera, c’è Israele. Come dire che vivere a Sderot, dove ogni giorno può arrivarti in testa un razzo di Hamas, è come vivere in una verde e tranquilla vallata svizzera, dove Heidi canta, ti salutano i monti e le caprette ti fanno ciao! Ora, se pensiamo alla storia del popolo d’Israele, non avrebbero nessun motivo per essere così felici. Dispersi per il mondo, perseguitati ovunque, ancora oggi minacciati dai popoli confinanti che ne vorrebbero la distruzione e dall’iraniano senza cravatta che ha promesso di farli scomparire dalla carta geografica. Ora, come facciano, viasta la situazione, ad essere tanto felici è un mistero. O sono incoscienti, o pazzi, oppure sono molto saggi. O forse, semplicemente, sono israeliani…

COOP sarà lei…

La COOP sei tu“, dice un noto spot pubblicitario. Alla luce della notizia di ieri, fornita dalla stampa, suona molto “Sinistro“, in tutti i sensi. Già ieri così titolava il Corriere.it: “Stop ai prodotti delle colonie israeliane“. Non è boicottaggio, come sostengono i dirigenti della COOP, con una buona dose di “sinistra” ironia. Già, a sinistra è tutto sinistro, anche l’umorismo.

Ma basta leggere l’articolo sopra linkato per capire che si tratta, in realtà, di un vero e proprio boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele, messo in atto per venire incontro alle richieste di organizzazioni (anch’esse sinistre, ovviamente) il cui scopo è quello di condurre una continua e costante guerra, con tutti i metodi e sistemi possibili, contro Israele. In questo caso, trattandosi di azioni che tendono a colpire l’aspetto del commercio, si può definirlo “Terrorismo economico“.

Si può rispondere solo in un modo, boicottando chi boicotta e non entrare più in un negozio COOP. Ecco perché quello spot suona, adesso, quasi come un’offesa. La COOP sei tu? No, grazie… COOP sarà lei…

COOP no grazie

“Se nella nostra regione i prezzi sono mediamente più alti che in altre zone, e Genova spesso si conquista il triste primato di “città più cara d’Italia”, il colpevole non è l’inflazione, il petrolio o la corsa interminabile del caro vita, ma un potentato economico che agisce in condizione di monopolio da Sarzana a Ventimiglia: Coop Liguria. La denuncia, documentata con nomi, cognomi e cifre, viene dal libro “Falce e carrello – Le mani sulla spesa degli italiani” di Bernardo Caprotti (Marsilio Editore).

Caprotti non è uno sconosciuto nel panorama industriale italiano. Infatti è il titolare dei supermercati Esselunga e il suo libro nasce più che altro come sfogo per raccontare a tutto il Paese di che cosa è capace la macchina bellica di Coop Italia che, come si domanda Geminello Alvi nella sua prefazione al volume, “con un fatturato di oltre 12 miliardi di euro, rientra ancora negli scopi di mutualismo che giustificano i privilegi fiscali, e non solo, di cui gode?”.
La domanda è pertinente, in quanto le Coop, espressione economico-finanziaria dell’ex Pci, poi dei Ds e oggi del Pd, approfittano del loro ridotto carico fiscale per estendersi a macchia d’olio in tutta Italia e, invece di fornire prezzi più bassi, in nome di quel solidarismo sociale che sta alla base della loro costituzione, fanno di tutto per consolidare un monopolio della distribuzione che si manifesta con un rialzo artificiale dei prezzi.

E l’esempio più eclatante di questo andazzo, ma guarda il caso, è proprio in Liguria. “All’inizio del 2006 – scrive Caprotti – avendo in programma l’apertura di un nostro negozio a La Spezia, abbiamo incaricato una qualificata società francese di rilevare lo stato del mercato in Liguria, raffrontato con altre piazze. Lo abbiamo fatto due volte. Il risultato è stato sorprendente. In quella regione il livello dei prezzi praticato dalla Coop è mediamente più alto (di una percentuale variabile tra l’8,2 ed il 20,2) che nelle altre piazze monitorate”.
Perché questo succede? Perché in Liguria le quote di presenza delle Coop sono addirittura superiori a quelle di Reggio Emilia: siamo al 48,10 per cento a Genova, al 51,35 per cento a Savona e al 52,89 per cento a La Spezia. Solo Imperia, area “bianca” da sempre, si salva con un semplice 10,4 per cento. In altre parole, più aumenta la presenza delle Coop sul territorio, più si alzano i prezzi. Alla faccia dello slogan commerciale: “La Coop sei tu, chi può darti di più?”.

Ma vediamo nel concreto come si muovono le Coop in Liguria, confrontando i prezzi degli articoli in comune tra gli Ipercoop liguri e quello di Sesto Fiorentino, in Toscana. Tutti, infatti, appartengono a Coop Italia, ma per qualche misteriosa ragione (che poi tanto misteriosa, come abbiamo visto, non è) in Liguria i prezzi vengono aumentati. I prezzi rilevati nella terza settimana del luglio 2006 rivelano infatti che, nella Coop di Genova Rivarolo, erano più cari del 18,8 per cento rispetto a quelli dell’Ipercoop di Sesto Fiorentino, del 14,4 per cento quelli dell’Ipercoop Aquilone, del 19 per cento quelli della Coop Sanremo, del 10,6 per cento quelli della Coop La Spezia. E sapete perché nello Spezzino i rincari sono meno accentuati? Perché lì la concorrenza è più organizzata, per cui la Coop è costretta ad abbassare le proprie pretese. Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che in una situazione di monopolio come quella ligure, il resto della distribuzione si uniforma ai prezzi del monopolista…

Ma quello che ha fatto uscire dai gangheri Caprotti è stata una vicenda del 1984 quando Esselunga acquistò a Rivarolo un immobile di proprietà della società Pastore & Baldazzi per aprirvi un supermercato. Non appena le Coop lo vennero a sapere, scoppiò il finimondo e, casualmente, il Comune si rifiutò di rilasciare i permessi a Esselunga. La faccenda è lunga e non voglio annoiarvi, ma in sintesi alla fine Esselunga si vide costretta a vendere il suo immobile alle Coop che, come per incanto, subito ottennero i permessi e vi aprirono un loro supermercato. Per ironia della sorte, in quell’occasione Esselunga si fece difendere (ma con scarso successo) da uno dei migliori civilisti di Genova, l’avvocato e professore Giuseppe Pericu.”. (Rino Di Stedano)

Quello che questo articolo non dice, pur chiudendo ironicamente col nome dell’illustre avvocato e professore Giuseppe Pericu, è un dubbio che salta subito alla mente. Forse non se ne accenna perché, rivolgendosi in particolare ai genovesi, si dà per scontato che tutti conoscano l’illustre professore e capiscano quella chiusura quasi sarcastica. Per chi, invece, non fosse molto informato, dirò che il Prof Giuseppe Pericu è stato, successivamente ai fatti relativi alla causa Esselunga-COOP, per dieci anni sindaco di Genova, dal 1997 al 2007, sostenuto dalla coalizione di centro sinistra guidata da quel partito “in divenire” che è il PCI/PDS/DS/PD di cui le COOP sono una diretta emanazione. Ma guarda tu certe volte le strane coincidenze… fra lo “Scarso successo” nel difendere una causa e la carriera politica! Ma no, sono solo malignità…

Sarà interessante, a proposito del libro “Falce e carrello” e sul perché la COOP, specie nelle “Regioni rosse” abbia il quasi monopolio della grande distribuzione, sentire cosa dice l’autore, Caprotti, ospite in una puntata di Otto e 1/2, in questo video: “Falce e carrello. Intervista a Caprotti

E le stelle stanno a guardare.

Ieri l’Iran ha lanciato due nuovi missili, Shahab 3  e Sejil, entrambi in grado di coprire una distanza di 2000 km. Hossein Salami, comandante delle forze aeree dei  guardiani della rivoluzione (pasdaran), ha dichiarato:"Con i nostri missili possiamo prendere di mira ogni luogo della regione". E quando i pasdaran parlano di "ogni luogo" intendono, in particolare, un luogo: Israele.

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