Pannella, Lincoln e la politica

Pannella da morto vale più che da vivo. Ma non è il solo, è una regola generale. Quando sei vivo sei un pezzo di merda. Ma appena crepi, di colpo diventi un grande, un genio, un benefattore dell’umanità, un santo.

Succede anche a quei pazzi assassini che fanno stragi in famiglia o ammazzano i vicini perché i panni gocciolano sul balcone, o per un parcheggio, un sorpasso, uno sguardo provocatorio, per una sigaretta o per pochi spiccioli. Il giorno dopo la strage c’è sempre qualcuno che li descrive come bravi ragazzi, grandi lavoratori, persone tranquille, normali. Meno male, figuriamoci cosa farebbero se fossero aggressivi e malvagi.  Succede anche ai politici, compreso Pannella. Da vivo gliene hanno detto e fatto di tutti i colori, ma oggi sono tutti in prima linea a decantarne le grandi doti politiche e umane; perfino il Vaticano contro cui Marco ed Emma scendevano in piazza, in prima fila con grandi cartelli “No Vat“, per contestare le ingerenze della Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato. Se dovessi indicare una caratteristica di questa nostra società, la prima che mi viene più spesso in mente è l’ipocrisia. Specie il mondo della politica, della comunicazione, dell’arte, della cultura, delle relazioni sociali, della morale ballerina che si applica secondo le circostanze, il mondo delle apparenze, delle convenzioni, del buonismo di facciata, dei discorsi di circostanza, delle rapporti familiari di facciata, specialmente tutta la società: un mondo falso che si fonda e si regge sull’ipocrisia.  

Molti anni fa, il 29 dicembre 1999, Pannella fece un annuncio a pagamento sul giornale Il Foglio, per fare gli auguri di buon anno 2000 alla classe politica. E come augurio pubblicò un brano di Abramo Lincoln, Il credo degli uomini liberi, risalente al 1854. Lo dedicava alla classe dirigente italiana di allora con queste parole: “Confrontino, lor signori, confrontino Berlusconi e D’ Alema, Fossa e Cofferati, ben più della metà dei 20 referendum liberali e liberisti sostenuti con 16 milioni di firme dagli elettori italiani con questo testo. Sarà loro facile constatare che erano stati letteralmente pre-visti e pre-scritti, sin dal 1854, da Abramo Lincoln.”.

Il credo degli uomini liberi

«Non si può arrivare alla prosperità scoraggiando l’impresa. Non si può rafforzare il debole indebolendo il più forte. Non si può aiutare chi è piccolo abbattendo chi è grande. Non si può aiutare il povero distruggendo il ricco. Non si possono aumentare le paghe rovinando i datori di lavoro. Non si può progredire serenamente spendendo più del guadagno. Non si può promuovere la fratellanza umana predicando l’odio di classe. Non si può instaurare la sicurezza sociale adoperando denaro imprestato. Non si può formare carattere e coraggio togliendo iniziativa e sicurezza. Non si può aiutare continuamente la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola». (Abramo Lincoln)

Sono passati 16 anni da allora. Vi risulta che abbiano apprezzato quell’augurio e fatto tesoro di quei saggi consigli? Non direi proprio; anzi. Bene, salvo qualche piccola ed insignificante variazione, il matrimonio contro natura fra cattolici e comunisti confluiti in un unico partito, il Partito democratico, dopo decenni di scontri e battaglie (“Abbiamo le stesse radici, vogliamo le stesse cose“, dissero), i voltafaccia ormai istituzionalizzati di molti politici sempre in crisi d’identità che cambiano casacca e partito secondo il vento e le convenienze,  e la comparsa del Movimento 5 stelle, la classe dirigente dell’Italia è sempre la stessa. Quella stessa classe dirigente che fino ad oggi se ne è fregata altamente di Pannella, di Abramo Lincoln e delle sue parole. La stessa (destra, sinistra, centro, ambidestri, comunisti pentiti e cattolici confusi) che oggi rende omaggio a  Pannella. Ennesima prova dell’ipocrisia elevata a sistema. Auguri.

Smemorati e ipocrisia di Stato

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre un post di cinque anni fa “Foibe e amnesie” (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo.

Foibe e amnesie (10 febbraio 2011)

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

–  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

–  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

–  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

–  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

–  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

–  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che anche i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini.

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

 

Nudi a confronto

Il nudo ormai dilaga. E’ diventato una moda, un segno dei tempi. Nudi ovunque, sulle riviste, al cinema, in rete, nei manifesti pubblicitari. E’ diventato perfino un segno di protesta. Il movimento delle Femen, per esempio, usa presentarsi a seno nudo in pubblico. Altre si fanno fotografare nude con i pretesti più vari, per protesta, per beneficienza, per sensibilizzare l’opinione pubblica su qualche tema particolare, per farsi notare o per finire sui rotocalchi. Ogni motivo è buono per mostrarsi nude.

Tanto nudismo dovrebbe ormai aver abituato il pubblico che, così vaccinato, non dovrebbe più scandalizzarsi. Invece, a quanto pare, i media ritengono che esista ancora un minimo senso del pudore e, quindi, evitano di mostrare i nudi integrali. E’ l’ipocrisia elevata a sistema. Non c’è sito d’informazione, anche i più seri, che non abbia in prima pagina la rassegna quotidiana dei migliori culetti femminili in circolazione. Ma guai a chiamarlo come lo si è sempre chiamato.  Te lo mettono sotto gli occhi ad ogni pagina web, lo vedi ovunque in televisione, ma…guai a chiamarlo “Culo“, non si può, bisogna chiamarlo “Lato B“. Una volta quando erano in voga i 45 giri in vinile, il “Lato B” era la facciata con la canzone meno bella. Oggi, che progresso, è invece la facciata più attraente, il culo!

Oggi anche i bambini, usando internet, vedono tette e culi a piacere, quando e dove vogliono. Imparano presto. Ma i nostri moralisti dell’informazione, pensano che la gente creda ancora ai bambini che nascono sotto i cavoli e temono di turbare la loro ingenuità. Così, quando devono proporre una foto di nudo usano l’accorgimento di nascondere le parti intime con macchie, quadratini neri, sfocature. Tanto con Photoshop si può fare tutto. In certi casi si arriva quasi al ridicolo, come quando si mostra un bel seno nudo e prosperoso con delle piccole crocette che coprono a malapena i capezzoli. Già, perché mostrare un seno prosperoso, abbondante e supersiliconato si può, purché non si veda il capezzolo (!?). Viene da ridere, eppure è proprio così. Altre volte, invece, si pubblicano delle foto in cui il nudo è chiaro, integrale, senza veli, in primo piano. E non parlo di riviste porno, ma di normali quotidiani a diffusione nazionale e dei loro siti in rete.

Allora viene spontaneo chiedersi come mai gli stessi quotidiani passano da una pudicizia perfino esagerata e ridicola all’uso del nudo integrale. Il pudore viaggia a giorni alterni? Vale per certi nudi e per altri no? Dipende dalla posa della modella? Dalla “location” (oggi si dice così) della ripresa? Qual è il criterio per stabilire se un nudo può essere mostrato integrale o no? Poi, capita che, per pura combinazione,  dei nudi diversi si trovino affiancati, casualmente, sulla stessa pagina dello stesso quotidiano, nello stesso giorno. Ed allora salta agli occhi anche dei lettori meno attenti che c’è qualche cosa di poco chiaro in quei criteri. Anzi, viene proprio il sospetto che ci sia una buona dose di ipocrisia. Ecco un esempio lampante che si vede oggi nella Home page del Giornale.

Le due immagini che richiamano i rispettivi servizi sono affiancate, esattamente come riprodotte sopra. Il primo servizio a sinistra riprende una ragazza che circola completamente nuda a New York. E le foto (vedi qui) la mostrano senza alcun cenno di manipolazione. La seconda immagine si riferisce, invece, ad un video in cui l’attrice Kathy Griffin si sottopone a quella specie di gioco di società che è diventato l’ice bucket challenge;  una secchiata d’acqua gelida in testa. In questo caso, Kathy, per sottoporsi al rito gelato, esce da una piscina, completamente nuda, ma è ritoccata in maniera che si vede molto sfuocata, come se indossasse un costume intero color carne (vedi qui il video) o più simile ad una bambola vivente.

Stesso giornale, stessa pagina, immagini fianco a fianco, due nudi a confronto; uno integrale, senza trucchi, l’altro sfumato. Perché? Ecco, ogni tanto sarebbe bene che spiegassero ai lettori queste differenze d’interpretazione, giusto per curiosità. Ammesso che abbiano una spiegazione plausibile.

A proposito, poi, dello sport del momento, la secchiata d’acqua gelida, pare che lo facciano per raccogliere fondi per lo studio della SLA.  Intanto l’ideatore della secchiata d’acqua in testa, per tragica ironia della sorte, dieci giorni fa  è morto annegato (Morto Corey Griffin, inventore della Ice Bucket Challenge) . E dopo due giorni un altro ragazzo, in Scozia, ha voluto esagerare e si è gettato direttamente in un laghetto ghiacciato; morto anche lui (Scozia, l’Ice bucket challenge fa la sua prima vittima). Mi sa che questa idea è nata male, sotto una cattiva stella. Forse è meglio trovare un’altra forma di finanziamento.

Ma che bisogno c’è di farsi i gavettoni (una volta si chiamavano così) gelati per raccogliere fondi? Non si poteva fare una semplice sottoscrizione o lanciare una campagna di raccolta fondi, come fanno tutti gli altri? No, oggi bisogna essere originali per forza, inventarsi qualcosa di nuovo, diverso, possibilmente che faccia notizia. E la gente oggi va matta per queste stronzate virali e globalizzate che, grazie ad internet, si diffondono in tempo reale in tutto il mondo. Se qualcuno ha una buona idea, seria, intelligente, nessuno gli presta attenzione. Ma se qualcuno, tanto per sentirsi vivo, fa una stronzata, potete scommettere che avrà milioni di seguaci. In questo caso, machiavellicamente, si potrebbe giustificare la secchiata con la bontà della causa. Ma non sempre la nobiltà del fine giustifica la stupidità del mezzo.

 

Colori misteriosi

La prima notizia curiosa del mattino è questa riportata nel box sotto.

Chi vuole approfondire la notizia clicca sul titolo,  legge l’articolo, guarda il video e magari scopre l’arcano. Ma se uno  non ha molto tempo a disposizione, si limita a dare uno sguardo veloce alla pagina, legge un po’ distratto  e si ferma al titolo, resta un forte dubbio. La cosa certa che si ricava dal titolo è che  a St. Louis la polizia ha ucciso un ragazzo di colore e che, per la delizia degli appassionati del genere,  c’è anche un video in cui si mostra la dinamica del fatto. Ma poiché non ci sono ulteriori precisazioni, si potrebbe pensare che a St. Louis i ragazzi abbiano l’abitudine di circolare dipinti di verde pisello, rosso pompeiano, ocra, blu di Prussia etc. Insomma, a St.Louis se ne vedono di tutti i colori. Ecco perché sorge il dubbio e viene spontaneo chiedersi “Ma di che colore è un ragazzo di colore?”. Boh, misteri cromatici!

Caro Papa ti scrivo (così mi distraggo un po’…)

Anche per Pasqua il Papa non ha mancato di distribuire benedizioni e saggi consigli. Tempo fa, a Lampedusa, davanti ai morti a causa del naufragio dei barconi che trasportavano i migranti, gridò “vergogna“. Ma non avendo specificato chi dovesse vergognarsi (era una vergogna globale “Urbi et Orbi) la gente non si è preoccupata più di tanto. Forse hanno pensato che a vergognarsi dovesse essere chi, invece di fermare gli sbarchi e la migrazione di massa su carrette del mare, li invoglia a venire in Italia promettendo accoglienza, assistenza, casa, lavoro, scuola, cittadinanza e cocktail di benvenuto (tanto pagano gli italiani, mica pagano di tasca propria i buonisti militanti).

Ed ecco il primo messaggio pasquale che viene ripetuto da anni come un mantra: combattere la fame nel mondo, causata dai nostri sprechi. La povertà del terzo mondo è causata dal nostro benessere (!).   Chiaro?  Che la povertà sia causata dal benessere dell’occidente è tutto da dimostrare, ma il concetto suona bene, piace ai buonisti e serve alla causa (lo ripete spesso anche don Ciotti). Così, a forza di sentirselo ripetere, la gente magari ci crede, se ne convince, prova un senso di colpa ed è più predisposto a donare aiuti vari al terzo mondo che, in gran parte, al terzo mondo non ci arrivano mai o solo in minima parte,  perché servono a  coprire le spese generali, di organizzazione e rappresentanza delle migliaia di associazioni che raccolgono fondi con la scusa di aiutare i poveri. In alcuni casi ben l’85% delle somme raccolte servono a coprire le spese di gestione e di lancio della campagne pubblicitarie per la raccolta stessa. Solo in Italia sono attive circa 300.000 (!?) associazioni di questo tipo.  (leggete qui: “No profit sotto accusa“). E ancora:  “Ecco dove finiscono gli aiuti per la lotta alla fame nel mondo”. Meglio sapere certe cose, perché essere buoni è un conto, ma essere fessi è un’altra storia.

Ieri, invece, dopo l’accoglienza degli immigrati e l’aiuto ai poveri del terzo mondo, ecco il nuovo messaggio: aiutare i disoccupati. Ora, capisco che il Papa deve fare il Papa ed il buonismo è il pane quotidiano, ma non bisogna esagerare. Eh, sì, Santità, perché vede, ormai gli italiani non sono, come suol dirsi, alla frutta: No, ormai sono già oltre, hanno preso anche caffè, sambuchina e amaro offerto dalla casa ed è arrivato il momento cruciale del conto. Ed il dramma è che gli italiani non sono più in grado di pagare quel conto sempre più salato. E’ vero, la disoccupazione è in aumento, così come la povertà, così come le aziende che continuano a chiudere, così come i pensionati che devono saltare i pasti non per fare dieta, ma perché devono campare con poche centinaia di euro e non riescono più nemmeno a comprarsi il pane o il latte.

Ha ragione, Santità, bisognerebbe rilanciare l’economia, primo per evitare che altre aziende chiudano e garantire, quindi, i posti di lavoro esistenti e poi per creare nuove opportunità di lavoro per i disoccupati di oggi e per i giovani che non vedono alcuna speranza nel futuro. Purtroppo la nostra classe politica campa di chiacchiere e promesse, ma nessuno ha uno straccio di idea per contrastare in maniera efficace la crisi.  Nessuno, dico nessuno, ha finora avanzato una sola idea pratica e realizzabile per combattere la crisi. Vivono alla giornata, si occupano di parità di genere, di legge elettorale, di vendite su E-Bay di auto usate, di rottamazione, di omofobia, di femminicidio, di creare nuovi gruppi e gruppetti politici, giusto per garantirsi poltrone e potere, di promuovere la propria immagine mediatica, di saltare da un salotto televisivo all’altro. Tutto fanno, meno che affrontare la crisi. L’ultima grande pensata è quella di dare 80 euro in più ai lavoratori e sembra che stiano rivoluzionando il Paese. Vede, Santità, aumentano lo stipendio a chi già lavora, invece che pensare ai disoccupati. Eppure, a sentir loro, sono convinti che sia un’idea geniale. Lo scemo del villaggio avrebbe fatto di meglio.

E poi, Santità. vede, c’è un altro piccolo problema. Lei dice che bisogna aiutare i disoccupati, ma chi li deve aiutare, con quali iniziative (che non ci sono) e con quali soldi (che, pure, non ci sono)? Purtroppo il debito pubblico aumenta (“debito pubblico record“, siamo al 132% del PIL). Ma non doveva diminuire grazie a tagli alla spesa pubblica promessi da Monti, da Letta e da Renzi?  Le casse dello Stato sono sempre più vuote. Anche perché, seguendo le Sue accorate esortazioni, nonostante siamo col culo per terra, siamo molto altruisti e continuiamo a finanziare missioni all’estero, diamo aiuti al terzo mondo, finanziamo progetti di ogni genere in Africa, Asia, America del sud (Vedi qui gli  incredibili progetti che finanziamo nel mondo: “Sprechi d’Italia“). Ed infine, sempre ascoltando i Suoi appelli all’accoglienza, stiamo dando asilo a tutti i disperati del mondo che arrivano in Italia come fosse il Paese di Bengodi. Lo ha detto Lei che dobbiamo accogliere i migranti e noi, da buoni cristiani, accogliamo tutti. E, naturalmente, ne paghiamo le spese.

Solo l’anno scorso ne sono sbarcati sulle nostre coste 43.000, ma quest’anno, visto che nei primi tre mesi ne sono sbarcati già 12.000 (4.000 sbarchi in 48 ore), la stagione sembra favorevole e si prevede che, come minimo, gli arrivi saranno raddoppiati rispetto all’anno scorso. E quelli che arrivano via mare sono solo una minima parte del totale degli immigrati. Ora, Santità, Lei sa quanto ci costa accogliere tutti questi immigrati? Pensi che, per evitare nuove disgrazie in mare, abbiamo avviato un’opera di monitoraggio continuo del Mediterraneo, in maniera da individuare subito alla partenza nuove imbarcazioni di migranti. L’abbiamo chiamata operazione “Mare nostrum” ed impegna mezzi aerei e navali della Marina militare e della guardia costiera che, 24 ore su 24, controllano il traffico nel Mediterraneo. Sa quanto ci costa? Lo ha rivelato di recente il ministro Alfano; ci costa 300.000 euro al giorno.

Questi disperati partono dalle coste libiche, sapendo già che, comunque, arriveranno subito le navi della Marina a caricarli e accompagnarli a Lampedusa o sulle coste siciliane. Funziona così; si imbarcano su gommoni a barche scassate e subito telefonano alla Capitaneria di porto di Palermo, segnalando che sono in pericolo (Loro hanno il numero diretto. Non lo sanno nemmeno i palermitani, ma questi partono dalla Libia ed hanno già memorizzato nei cellulari quel numero. Curioso, vero?). Così, in men che non si dica, “arrivano i nostri” e li accompagnano in Italia. Si spingono fino a 130 miglia a sud di Lampedusa per salvarli; praticamente in acque libiche. Tanto vale andare a prenderli direttamente dalla spiaggia.

E non basta, perché poi bisogna ospitarli, garantirgli vitto e alloggio, abbigliamento, biancheria, sigarette, ricariche telefoniche, controlli sanitari ed assistenza medica, trasporto con mezzi aerei o navali in altre località di permanenza. E poi donare un fondo di 500 euro a quelli che lasciano l’Italia per altri Paesi europei. Anche se poi, vedi la Germania, ce li rimandano indietro. Abbiamo addirittura costituito qualche anno fa, grazie al governo Prodi ed alla ministra della salute Livia Turco, un apposito ente pubblico, l’INMP, un curioso acronimo dietro il quale si cela, nientepopodimenoche… “Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà” (!). Ci costa 10 milioni di euro all’anno (Vedi “Cos’è l’INMP e quanto ci costa). Ma siccome ci preoccupiamo anche di evitare eventuali atteggiamenti di xenofobia e razzismo nei confronti degli immigrati, abbiamo costituito un altro ente ad hoc, l’UNAR (Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali). Anche questo importantissimo ed indispensabile organismo ci costa 2 milioni di euro all’anno. Come vede, Santità, siamo così impegnati ad occuparci dei migranti che non abbiamo tempo, e fondi, da dedicare ai disoccupati italiani.

E siccome questi immigrati, il più delle volte, non hanno né arte, né parte, in qualche modo devono campare; si arrangiano. Si occupano di tranquille attività come scippi, furti, rapine, truffe, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione. Insomma, in qualche modo devono pur campare. E quando li beccano finiscono in galera…a spese nostre. Ce ne sono nelle patrie galere circa 20.000, un terzo di tutti i detenuti. Ecco da dove nasce il sovraffollamento carcerario. E sa quanto costa ogni detenuto? Costa 3.500 euro al mese (tutto compreso, vitto, alloggio e spese generali carcerarie). Lo riferisce il sito dei Radicali italiani (Giustizia; quanto costa un detenuto in carcere?). Sono più di 40.000 euro all’anno. Moltiplichi per 20.000  e veda un po’ quanto ci costano i detenuti stranieri. (Vedi “Bollettino di guerra; preziose risorse“)

Santità, come vede, accogliere tutti questi migranti ci costa un sacco di soldi (Vedi “Immigrati e business“). Ma dobbiamo accoglierli perché altrimenti ci accusano di razzismo, di xenofobia e di non rispettare i diritti umani. Guai a tentare di opporci all’invasione di africani, asiatici e cinesi; ci ritroviamo addosso le accuse dell’ONU, dell’EU, della Boldrini, della Kyenge di tutte le anime belle della sinistra ipocrita, del  buonismo e del terzomondismo militante. Così noi accogliamo tutti e va a finire che per aiutare gli immigrati poi non ci avanzano soldi per aiutare i poveri, i disoccupati, i giovani, i disperati di casa nostra. Prima gli immigrati africani, poi, se avanza tempo e soldi, gli italiani. Quindi, Santità, visto che non abbiamo più soldi per aiutare tutti, si decida; dobbiamo aiutare i poveri del terzo mondo, gli immigrati o i disoccupati italiani? E non chiedeteci altri soldi; abbiamo già dato.

Vedi

I cristiani sono buoni

Immigrati; siamo al collasso

Immigrazione e Al Qaeda (il legame fra il traffico di migranti ed il terrorismo islamico)

Migrazione e ipocrisia

Ipocrisia di Stato

Immigrati e risorse

Crisi, risorse e genio italico

Integrazione flop

Sprechi umanitari (dove finiscono gli aiuti internazionali per la lotta alla fame)

Immigrati e business (quanto ci costa l’immigrazione e chi ci guadagna)

Morti e presidenti

Sardegna devastata dal ciclone. Morti, dispersi e danni incalcolabili. Ed ecco il titolo d’apertura dell’ANSA.

Sotto il titolo ci sono una serie di articoli “Speciali” sulla tragedia. E qual è la prima di queste notizie “speciali“? Ma è ovvio, la reazione del Presidente Napolitano: “Napolitano segue la situazione ed esprime solidarietà“.

Sembra che per i nostri media la cosa più importante non sia informarci sui  fatti che avvengono nel mondo, ma comunicarci la reazione di Napolitano. Il mondo ruota attorno a Napolitano. Parafrasando Protagora si potrebbe dire che “Napolitano è la misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“.

Le dichiarazioni di circostanza delle autorità sono sempre insopportabili, come dico spesso. A maggior ragione lo sono quando si riferiscono alle tragedie, ai morti, alla devastazione. Ancora di più sono insopportabili per me quando si riferiscono alla mia terra, la Sardegna.  Dovrebbero imparare a tacere di fronte alla morte. Ancora più insopportabile è l’ossessiva presenza mediatica del Presidente Napolitano che tutto vede, a tutto provvede, tutto commenta ed a tutti assicura la propria vicinanza e solidarietà. Tanto non costa nulla. Guarda caso questo eccessivo presenzialismo e protagonismo presidenziale è esattamente ciò che ho ripetuto per l’ennesima volta, proprio ieri, nel post “Tele Quirinale“.

Tempo fa Napolitano venne in Sardegna, in visita ufficiale. Ed in quella occasione espresse viva partecipazione per i gravi problemi dell’isola, promise il suo impegno per garantire una maggiore presenza dello Stato, auspicò interventi strutturali per creare lavoro e, ovviamente, espresse “solidarietà” verso i precari ed i disoccupati sardi, figli negletti di decenni di politica industriale fallimentare. Poi Napolitano tornò al Quirinale e in Sardegna tutto restò come prima.

Poi, di recente, è arrivato anche il Papa e, a parte stringere mani e baciare bambini e malati, dice più o meno le stesse cose di Napolitano. Ed anche il Papa, abbracciando i rappresentanti dei disoccupati del Sulcis, esprime la sua “solidarietà“. Poi il Papa è ripartito e la Sardegna è esattamente come prima. E la solidarietà? Non se ne ha notizia, scomparsa. Forse è andata a finire dove finiscono tutte le manifestazioni di commozione, cordoglio, vicinanza e solidarietà espresse, per puro dovere istituzionale, in tante altre occasioni tragiche; nel paese delle buone intenzioni, nel paese della solidarietà formale, nel paese dell’ipocrisia. Già, a quel paese!

Cosa significa che Napolitano “segue la situazione“? Che segue le notizie attraverso i media come facciamo tutti noi? Allora perché non si dice che anche Boicheddu Bruquittu di Trescagheras “segue la situazione” perché preoccupato per il suo gregge di pecore? Che significa dire che “esprime solidarietà“? Significa che si arma di pale, scope e secchio e va a ripulire le case invase dal fango? Significa che va negli ovili a raccogliere le carcasse delle pecore? Significa che  resuscita i morti?

Ogni volta che succede una tragedia simile, assistiamo alla solita sfilata di commozione e di “solidarietà“. Piangono tutti dopo le alluvioni, terremoti, nubifragi, frane, dighe che crollano, incendi e morti. Insopportabili. E dopo il pianto di circostanza ricominciano a sfilare nei salotti televisivi a blaterare del nulla, di femminicidio, di omofobia, di unioni di fatto, di riforme da fare che nessuno vuole fare, di IMU, Tasi, Tares, Trise, TUC, di accoglienza, di integrazione, di aiuti ai migranti, di integrazione degli stranieri, di multiculturalismo, di beghe personali di politici in cerca di poltrone, di partiti che si dividono, di alleanze che saltano, di primarie, di secondarie, di terziarie francescane, di nulla travestito da politica che spopola occupando tutti i palinsesti televisivi.

Insopportabile ipocrisia delle istituzioni. Ed il capofila è proprio lui, Napolitano, sempre in primo piano, sempre in evidenza, sempre pronto ad intervenire su tutti i temi nazionali ed esteri di politica, economia, cultura, sport, morale, televisione, volontariato, associazionismo reduci e boy scout, giardinaggio, allevamento di lombrichi, numismatica e filatelia. Abbiamo un Presidente tuttologo.

Come se venisse da un altro pianeta, quello dei puri di cuore, e fosse immune da tutte le patologie che ammorbano la politica.  Invece proviene da quasi 60 anni di politica, di vita parlamentare e, da buon comunista, è cresciuto a forza di pane e Marx. Qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Napolitano in particolare e con i politici in generale. E’ vero, ha ragione di pensarlo. Più passa il tempo e meno li sopporto. Almeno in circostanze tragiche e davanti alla morte, quando le parole non hanno senso, dovrebbero risparmiarci il festival dell’ipocrisia e dei formalismi di circostanza. Dovrebbero avere il buon gusto di tacere.

Ipocrisia di Stato

Fatta salva la pietà ed il rispetto per i morti, la giornata di ieri dovrebbe essere inserita in calendario e celebrata come la “Giornata dell’ipocrisia“. E’ stato un festival delle più scontate dichiarazioni ufficiali di circostanza. Una gara a chi si mostrava più toccato, commosso e addolorato. Il trionfo della retorica buonista.  L’apoteosi dei buoni sentimenti e del buonismo di facciata politicamente corretto. Un concentrato di ipocrisia istituzionale. Stampa e TV si sono esercitati, come sempre in occasione di simili tragedie, nell’arte dello sciacallaggio mediatico, fornendo immagini, commenti ed ampio resoconto del “Dolore di Stato“.

Dalla “Vergogna” del Papa al “Dolore” di Napolitano. Dalla “Tragedia immane” di Enrico Letta al “Faremo sentire la nostra voce” di Alfano. Dalla “Globalizzazione dell’indifferenza” di Laura Boldrini al “Dolore e sconcerto” di Emma Bonino. Tutti, politici e non, noti e meno noti,  alla ricerca disperata di un microfono e di una telecamera per esternare al mondo il proprio dolore in diretta TV su tutti i canali, compreso, ovviamente, il Canale di Sicilia; linea alla regia, non cambiate canale, restate con noi, pubblicità…

Dal minuto di silenzio alla Camera, con la Boldrini eternamente afflitta con l’aria da Maria addolorata,  che ne approfitta per fare il suo ennesimo pistolotto buonista, al coro generale di accuse all’Europa, giusto per nascondere l’incapacità e l’inettitudine di una classe politica che usa l’immigrazione in funzione del riscontro elettorale e, soprattutto, per nascondere la responsabilità morale dei terzomondisti di professione e di tutti coloro che, a vario titolo, favoriscono ed incoraggiano l’esodo dei disperati verso l’Italia.

Ma il Consiglio d’Europa, giusto due giorni fa ha bocciato l’Italia, ritenendo che “a causa di sistemi di intercettazione e di dissuasione inadeguati” non solo le misure adottate per regolare i flussi migratori sono “sbagliate e controproducenti“, ma addirittura incoraggiano e favoriscono gli arrivi, così che “l’Italia si è di fatto trasformata in una calamita per l’immigrazione” (!). Chiaro o bisogna farvi il disegnino?

Hanno fatto di tutto per favorire l’arrivo degli immigrati; leggi e norme permissive e promesse di accoglienza, assistenza, tolleranza, integrazione. Hanno perfino nominato ministra per l’integrazione una signora che viene dal Congo e promette a tutti gli stranieri lo ius soli, la cittadinanza, la libera circolazione degli immigrati, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina: “La terra è di tutti“, dice. Ma a casa sua, per il possesso del territorio o per dieci vacche si scannano ancora fra tribù rivali. Poi viene in Italia e dice che “La terra è di tutti” (!?).  Hanno fatto di tutto per illudere i disperati del mondo e convincerli a venire in Italia, la terra promessa, dove spesso sono addirittura privilegiati rispetto agli italiani. Un esempio per tutti, l’assegnazione degli alloggi popolari a Milano. Nella graduatoria degli aventi diritto più della metà sono stranieri (!).  Sfido io che affrontano qualunque rischio pur di arrivare nel paese di Bengodi.

Poi, quando succedono le tragedie, piangono e si stracciano le vesti. E’ un pianto generale, dalle alte cariche dello Stato agli opinionisti di professione, dalle illustri firme della stampa agli ospiti fissi in TV (sempre gli stessi, quelli che vanno bene per tutte le circostanze e commentano tutto con enciclopedica competenza; dal matrimonio di Belen Rodríguez alle tagliatelle di nonna Pina, dai tronisti della De Filippi ai morti di Lampedusa). E’ tutta una valle di lacrime, piangono tutti; anche i coccodrilli…

P.S.

Dice la ministra Kyenge che gli immigrati sono una “preziosa risorsa” per l’Italia. Vedi questo breve riepilogo delle buone azioni quotidiane di queste “preziose risorse“: “Bollettino di guerra (preziose risorse)

Arene e vecchie crocette

Facciamoci una Crocetta sopra, è meglio. Sono giorni di fervente attività politica. Non si sa come uscire dallo stallo che blocca la formazione di un governo. L’unica possibilità praticabile sembra essere un governo di minoranza PD (così lo chiamano), con Bersani premier,  sostenuto dal Mov. 5 stelle di Grillo. E’ l’unica soluzione per evitare a Bersani di dimettersi, dopo aver riconosciuto che “non ha vinto” le elezioni e per garantire un governo che duri almeno oltre il semestre bianco (durante il quale non si possono sciogliere le Camere), per poi andare a nuove elezioni con una nuova legge elettorale.

Tutti i commentatori, specie di sinistra e loro sostenitori, sulla stampa ed in TV sembrano sposare questa tesi e si fanno in quattro per dimostrare la fattibilità dell’accordo PD-M5S. Così, dopo aver snobbato per anni Grillo ed il suo movimento, improvvisamente lo esaltano come il rinnovatore della politica ed il salvatore della patria. Scoprono il suo blog e ne fanno il punto di riferimento della dialettica politica. Anche Napolitano, che solo di recente, dopo il successo dei grillini in Sicilia, disse che non sentiva nessun “Boom” e che l’unico Boom che ricorda è quello degli anni ’60, ora sembra essersi svegliato improvvisamente e deve riconoscerlo come soggetto politico di primo piano. Magari la prima cosa che fa al mattino è andare sul blog di Grillo e leggere le sue ultime dichiarazioni, tanto per regolarsi. Il blog di Grillo, di colpo, è diventato il più autorevole riferimento per Bersani, per i suoi eletti del PD e per tutti i commentatori politici. Più seguito dell’ANSA, del Corriere  e de L’Unità. In futuro, forse, il blog grillesco sostituirà anche la Gazzetta Ufficiale.

Anche autorevoli commentatori, politologi ed editorialisti di fama, si sforzano di trovare buone ragioni per favorire l’accordo PD-M5S. Questa è la posizione più diffusa (è quello che sentiamo in tutti i dibattiti televisivi), specie fra gli esponenti e sostenitori del PD, atterriti dall’ipotesi di non riuscire a formare un governo e, dopo aver perso le elezioni (lo dice Bersani) perdere anche la faccia. A sostegno di questa proposta riportano i numerosi messaggi lasciati sul blog di Grillo invitandolo a trovare un accordo col PD. Si dà per scontato, ovviamente, che questi messaggi siano di sostenitori di Grillo che siano favorevoli ad un governo PD-M5S. Ma ne siamo certi? Chi ha verificato l’autenticità di quei messaggi? E chi ci assicura che siano davvero grillini e non sostenitori del PD che si spacciano per grillini? Lo sanno questi acutissimi osservatori che perfino Bersani potrebbe inventarsi un nick (che so…Lo smacchiatore padano), lasciare un messaggio su quel blog e spacciarsi per grillino? Chi ci assicura che non sia una strategia precisa messa in atto dai furbissimi guru dello staff bersaniano, invitando migliaia di attivisti a lasciare messaggi di quel tipo sul blog? Non ci sarebbe niente di strano da parte di gente che riesce a truccare perfino le primarie, come successe a Napoli, facendo votare immigrati cinesi e pagandoli 10 euro. (Guarda il video).

L’ultimo assist a questa campagna pro Grillo viene dal prode Giletti, quello che conduce L’Arena su RAI1. Quello che tiene continuamente le braccia sollevate e allungate in alto, come uno spaventapasseri, e le agita come un vigile anni ’50, quando ancora non c’erano i semafori ed i vigili stavano in piedi su una pedana al centro dell’incrocio e, muovendo le braccia, davano segnali precisi agli automobilisti e regolavano il traffico. Quello che fa lo sdegnato quando la discussione si fa accesa ed invita tutti a lasciar parlare gli interlocutori senza interromperli. Quello che, invece, è il primo ad interrompere continuamente tutti, come se stare zitto per 30 secondi gli procuri chissà quale forma di insofferenza e di tormento psicofisico.

Quello che, però, interrompe chi vuole e quando vuole. Mentre, infatti, Crocetta e Puppato del PD possono tranquillamente esporre il loro pensiero senza essere interrotti, appena Giletti dà la parola alla Biancofiore del PDL o a Salvatore Tramontano, vice direttore del Giornale, dopo 5 secondi già interviene con battute, domandine, chiarimenti o perché deve mandare la pubblicità o un servizio   Insomma, il risultato è che Biancofiore non riesce mai a finire un discorso e Tramontano non riesce nemmeno ad iniziarlo. Ma il “pluralismo” è salvo. O almeno, quello che a sinistra si intende per pluralismo: tutti hanno diritto di parola, purché siano dei nostri. E se non sono dei nostri, per far finta di garantire il pluralismo, li invitiamo in studio, gli concediamo la parola, ma subito dopo li interrompiamo con qualche pretesto o con la pubblicità, così   li facciamo fessi e contenti.

Ecco, questo è Giletti. Quello che basta guardarlo, ascoltarlo e ti si materializza davanti agli occhi il concetto di ipocrisia, in carne ed ossa. Ecco, quello. Qualcuno potrebbe pensare che Giletti sia tendenzialmente di destra, vista la sua vicinanza alla Chiesa e la sua presenza in programmi di carattere religioso. Errore, al “Massimo” Giletti è cattocomunista. Del resto, se così non fosse, non avrebbe  assunto come “inviato speciale ai citofoni” quel residuato televisivo di RAI3, Andrea Rivera, che era uno dei punti di forza di “Parla con me“. di Serena Dandini.

Anche Giletti, per dare il proprio contributo a chi spinge per un accordo PD-M5S, ha avuto una bella “pensata“: invitare in studio Crocetta, presidente della regione Sicilia, quello che governa grazie proprio al sostegno del M5S. Così si dimostra chiaramente che sinistra e grillini possono tranquillamente governare insieme. Non poteva inventarsi una trovata migliore; geniale. Ipocrita, ma geniale. Beh, anche Giletti tiene famiglia.

Crocetta è quello di cui l’unica cosa originale che si possa dire è che è dichiaratamente gay, come Vendola. Oggi pare che essere gay costituisca titolo preferenziale, di merito, come una medaglia da appendere al petto. E specie in politica costituisce un valore aggiunto; fai carriera e puoi diventare anche governatore di una regione. Come ormai è quasi d’obbligo nei corridoi della politica, tutti condannano la vecchia politica, si battono per il rinnovamento e si presentano come “Il nuovo che avanza“. Il guaio è che a presentarsi come “Nuovi” sono i vecchi, sempre gli stessi.  Anche Crocetta si presenta come il “nuovo” (o poco usato), come l’antipolitica, quello puro e verginello (si fa per dire) che vuole rinnovare la politica. Lo guardi, lo ascolti e ti ricorda stranamente vecchie facce da prima Repubblica; alla Colombo, Forlani, De Mita, Spadolini, La Malfa, Rumor, Cossutta, Occhetto, Craxi. Da come gesticola e parla sembra una specie di incrocio fra Renato Zero e Cristiano Malgioglio. Ragazzi, se questo è il nuovo,  ridateci Andreotti!

Guerra e pace

Sono già 41 i soldati italiani morti nella “missione di pace” in Afghanistan. Però bisogna riconoscere che ultimamente abbiamo fatto passi da gigante. Una volta i soldati morivano in guerra, oggi muoiono in pace. E’ il progresso. Anche in Libia sono già morte migliaia di persone grazie alle bombe intelligenti della Nato. Ma anche quella non è guerra, è una “Missione umanitaria“. Ogni giorno sganciano tonnellate di bombe sulla testa di militari e civili, ma dicono di farlo per scopi umanitari. “Com’è umano lei…” direbbe Fantozzi. Tutto per cercare di far fuori Gheddafi. Così, quando e se riusciranno nell’impresa, potranno sempre dire che anche Gheddafi è morto in pace. Se ne deduce che oggi la pace è molto pericolosa: per la pace muore un sacco di gente. Figuriamoci se facessero la guerra…

Se Tolstoj dovesse scrivere oggi il suo romanzo dovrebbe cambiare titolo, perché non è più molto chiaro cosa sia la pace e cosa sia la guerra. Qualcosa, però, resta uguale ed immutabile nel tempo: l’idiozia e l’ipocrisia umana.

La faccia come il cu…

C’è un limite all’ipocrisia? Sembrerebbe di no, almeno in politica. Lo conferma questa breve flash news Ansa: “PARIGI, 4 MAG – Per la Francia l’obiettivo dell’ intervento militare della Nato in Libia “non è quello di uccidere Muammar Gheddafi“: lo ha detto il ministro degli Esteri francese Alain Juppé. L’obiettivo, ha detto, è di “indebolire l’apparato repressivo” del regime di Tripoli e di “fermare al più presto i raid della Nato” sulla Libia.”.

Fin dal primo giorno di intervento hanno bombardato ripetutamente la caserma bunker di Gheddafi, poi un’altra sua residenza, un edifico pubblico in cui teneva le riunioni, ed infine la casa del figlio Saif, in cui era presente anche il rais che, però è rimasto illeso. Insieme a Saif sono rimasti uccisi dalle bombe della Nato anche tre nipotini di Gheddafi, di 2 e 3 anni e uno di 4 mesi. Ne accennavo in “Bombe intelligenti” e ancora in “Missione umanitaria“.

Ma Juppé dice che non vogliono uccidere Gheddafi. Davanti a tanta sfacciata ipocrisia si può rispondere solo con un famoso titolo di Cuore…

cuore