Fine del mondo

Il catastrofismo va di moda. Non passa giorno che qualcuno non ci ricordi che la Terra è in pericolo e con essa anche l’umanità rischia l’estinzione. Le cause vanno dall’aumento di CO2, alla deforestazione, all’aumento della temperatura del pianeta, allo scioglimento dei ghiacci polari, inquinamento atmosferico, impatto con meteoriti vaganti, virus sconosciuti, guerra nucleare, etc. Il repertorio di cataclismi è vasto. Ma ogni tanto se ne aggiunge uno nuovo. Ecco l’ultima scoperta: “Molluschi; così i loro peti contribuiscono al riscaldamento globale“. Lo hanno accertato, dopo chissà quali approfonditi studi, gli scienziati delle università di Cardiff e Stoccolma (me cojoni). Questa ci mancava; i peti delle arselle!

Ecco cosa hanno accertato: “I due gas prodotti, che vengono emessi dai molluschi in forma di flatulenza a causa dei batteri presenti nel loro intestino, sono rispettivamente 28 e 265 volte più potenti della CO2. In soldoni, l’equivalente della quantità di gas prodotta da circa 20mila bovini.”.

Chiaro? Il mondo si estinguerà per colpa dei peti dei molluschi. Questa è quella che fanno passare per informazione e divulgazione scientifica. Immagino che, dopo questa sconvolgente notizia, il Parlamento europeo inventerà qualche nuova norma per limitare le scoregge delle arselle. E c’è ancora chi pensa che questo sia un mondo serio.

Suicidio per legge

Suicidarsi sì. ma con calma, piano, giorno per giorno, lentamente. Due giorni fa è comparsa questa notizia su L’Unione sarda: “I ragazzini sardi i più precoci; a 12 anni il primo spinello“.  Una volta tanto siamo primi in classifica. Ma non è il solo primato. Ecco l’ultimissima di oggi: “Redditi: i sardi tra i più poveri d’Italia“. E due; non solo poveri, ma anche drogati. Ma non basta, perché abbiamo anche il record delle due province più povere d’Italia (Iglesias-Carbonia e Medio Campidano) e pure quello della più alta disoccupazione generale e giovanile (che arriva al 60%). Insomma, non ci possiamo lamentare, facciamo la nostra bella figura in graduatoria. Così, forse perché abbiamo capito quale avvenire ci aspetta, cominciamo a drogarci fin da bambini. Chi ben comincia! Si parte con spinelli, roba leggera, poi si aggiunge alcol e roba più pesante, poi si passa a coca, e via in un crescendo di sballo sempre più forte, sempre più devastante.  Pare che i ragazzi sardi siano “tra i maggiori consumatori di stupefacenti in Italia”. Un bel primato di cui andare orgogliosi. Sì, i sardi sono precoci, cominciano ad ammazzarsi presto, ma lo fanno con calma, senza fretta. E’ una forma di eutanasia (oggi va di moda) lenta, graduale, dilazionata nel tempo. Una specie di suicidio a rate.

Ma non è che nel resto d’Italia stiano molto meglio. Ci sono diversi modi di suicidarsi. C’è chi lo fa con la droga e chi lo fa quasi inconsapevolmente con l’inquinamento dell’aria; purché sia contenuto entro i limiti di legge. Anche la morte deve rispettare le norme europee. Del resto, oggi a quanto pare il suicidio, più o meno assistito, va di moda. E’ solo una questione di modalità. C’è chi lo fa in un’unica soluzione in Svizzera e spende 10.000 euro, e chi fa un percorso più lungo (anche contro la propria volontà), cominciando a suicidarsi lentamente fin da appena nato quando va a passeggio sulle strade cittadine su una carrozzina che, per agevolare l’avvelenamento, è giusto all’altezza dei tubi di scappamento delle automobili. Così i tempi del decesso si allungano e si risparmia qualcosa sulle spese.

Una volta era normale sentire che in Val Padana c’era la nebbia. Ma non era preoccupante; poteva creare qualche problema alla circolazione, ma niente di più. Ma il tempo passa e anche le condizioni atmosferiche cambiano. Eh, signora mia, non c’è più la nebbia di una volta.  Oggi nella Val Padana non c’è più la nebbia, ormai da decenni ci sono le polveri sottili Pm 10, un concentrato di veleni micidiali, letali; un problema che interessa in particolare le grandi città (“Smog, l’Italia avvolta dalle polveri sottili: Pm 10 oltre 3 volte i limiti“). Ma ormai queste notizie non allarmano più nessuno, o quasi. A forza di sentire le rilevazioni quotidiane che indicano sempre più spesso livelli superiori a quelli normali, la gente non ci fa più caso, ci si fa l’abitudine, ci si abitua lentamente al veleno. E’ una forma di mitridatismo in versione 2.000. Mitridate, re del Ponto, lo ricordiamo tutti, per paura di essere avvelenato (cosa che ai suoi tempi era abbastanza probabile), assumeva ogni giorno piccole quantità di veleno, per abituarsi e così pensava di diventare immune.

Oggi la gente fa lo stesso; si avvelena giorno per giorno, a piccole dosi, sperando di farci l’abitudine e diventare immune dagli effetti del veleno. Specie nel periodo invernale i dati sulla concentrazione di Pm 10 nell’aria sono allarmanti; i limiti consentiti dalla legge vengono superati di molto (anche fino a 3 o 4 volte) e permangono per decine di giorni. Gli effetti magari non sono percepiti immediatamente, ma sono come un lento e graduale suicidio. E non hanno solo effetti sull’apparato respiratorio (quelli più facilmente riscontrabili). Interessano anche il cervello ed hanno effetti nocivi direttamente sui neuroni, modificando la funzionalità mentale. Ho accennato spesso a questo problema gravissimo che, però, sembra passare inosservato. Ne parlavo anche di recente, accennando alla follia dilagante che sembra non avere una causa specifica e che, invece, ha delle cause anche nell’inquinamento dell’aria (vedi: “Follia umana 1“).

Sì, ci stiamo avvelenando gradualmente, coscientemente (perché siamo coscienti dei danni provocati dall’inquinamento), ma al tempo stesso incoscientemente (perché dimostriamo una incoscienza inaccettabile e tragica di fronte al pericolo reale). Ma ciò che è più assurdo è che, pur sapendo che queste polveri sottili sono dannose, se ne fissa “per legge” il limite massimo in  50 microgrammi per metro cubo. Vuol dire che se sono al 49% non fanno male? Sono dannose, ci avvelenano, ma entro certi limiti sono “tollerate”. Come se ci dicessero che arsenico, cianuro e mercurio sono mortali, ma se ne prendiamo piccole dosi ogni giorno, è consentito dalla legge. L’importante è tenersi entro il limite. La cosa curiosa è che da decenni si combatte una battaglia contro i danni del fumo, anche quello passivo. Hanno proibito il fumo nei locali pubblici, negli uffici, nei parchi, addirittura in macchina. E sui pacchetti di sigarette compaiono avvisi allarmanti sui danni del fumo. Ma non vediamo nessun avviso o cartello di pericolo sulle marmitte delle automobili, sugli scarichi degli impianti industriali o sulle ciminiere delle fabbriche.

Ed infine, se è vero che le Pm 10 sono nocive perché, invece che eliminare le cause che le producono, si consente l’emissione e la concentrazione nell’aria entro quei limiti di legge? Significa che respirare ogni giorno per anni, fin dalla nascita, un’aria che contiene 49 microgrammi di Pm 10 (al di sotto del limite), non è nocivo? Se è entro i limiti di legge invece che avvelenarci fa bene alla salute, libera i polmoni, facilita la respirazione, è come fare delle sedute di aerosol con l’eucaliptolo? No, sono comunque dannosi, ci avvelenano lentamente, e la prolungata esposizione comporta danni irreversibili e riduce di molto la durata della vita. E’ un suicidio lento, ma sempre suicidio è.  Allora bisogna ricordare che incitare al suicidio, aiutarlo o favorirlo è reato (il caso di Marco Cappato, indagato per aver accompagnato ed aiutato DJ Fabo in Svizzera  è tragicamente attuale). Se ciò è vero, favorire e realizzare volontariamente le condizioni che comportano un grave rischio per la salute è ancora più grave di un semplice “aiuto” al suicidio. E’ una responsabilità nei confronti non solo di un singolo individuo, ma dell’intera collettività; una strage. Allora, perché tutti coloro che contribuiscono all’inquinamento atmosferico, che è una forma di suicidio lento, non vengono indagati ed incriminati?  Ovvio, perché sarebbe impossibile eliminare le cause; sconvolgerebbe l’intero sistema sociale ed economico. Quindi è più semplice fingere di rimediare, stabilire dei “limiti di legge”  e se ci si mantiene entro quei limiti non è reato; così possiamo continuare ad avvelenarci, ma legalmente. E’ un suicidio, ma “entro i limiti di legge“. Buffoni.

Follia 3 (futili motivi)

Perché il mondo sta impazzendo? Forse per le cause accennate nel post “Follia umana 1“, in cui si riportano i risultati di ricerche scientifiche che dimostrerebbero una stretta relazione causale fra inquinamento e alterazione delle funzioni cerebrali. Anche oggi i TG hanno riportato la notizia che il livello delle polveri sottili in diverse città continua da tempo a mantenersi su livelli molto superiori al limite massimo consentito; ma il problema continua da tempo ad essere oltre i limiti di guardia (Smog, Italia avvolta nelle polveri sottili: PM10 oltre 3 volte i limiti di legge). Ma poi ci distraggono con giochini scemi, fiction e Isole dei famosi (nel senso che hanno fame). Polveri a parte, i sintomi di questa follia collettiva sono diversi e tutti gravi e preoccupanti. Alcuni li abbiamo riportati nel post “Follia 2; mamme, figli e ombrelli“. Ne esistono altri che possiamo rilevare dalla lettura dei casi di cronaca nera riportati dai media. Ormai questi casi di violenza sono così frequenti che stiamo arrivando all’assuefazione. Quasi non ci sorprendono più. Li consideriamo piccoli incidenti in una realtà normale di gente normale, come incidenti stradali o sul lavoro, come infortuni domestici, come la tegola che sfortunatamente e per puro caso vi cade in testa. Così, quando si registra l’ennesimo caso di omicidio, sentiamo spesso la testimonianza di vicini di casa o conoscenti che descrivono l’assassino come una persona “normale”. O sono cambiati i pazzi, oppure è cambiato il concetto di normalità.

Ma allora, se sono persone normali, o almeno sembravano normali fino al giorno prima, cosa scatena la follia? Non sempre ci poniamo il problema e quando ce lo chiediamo, lo facciamo in maniera superficiale. Cerchiamo spesso la spiegazione più ovvia e scontata.  La nostra attenzione si ferma sulla causa apparente: screzi familiari o incompatibilità fra coniugi, liti e risse occasionali per insulti e offese subite in passato, vecchi rancori tra familiari, parenti, vicini di casa o soci in affari, gelosia e tradimenti, liti fra automobilisti, e mille altri “futili motivi per morire“. In realtà, però, quella non è la vera causa che scatena la violenza; è solo l’atto finale di uno stato di latente aggressività che magari ci si tiene dentro per anni. Così il pretesto che scatena la violenza è solo la goccia che fa traboccare il vaso, la scintilla che dà fuoco alle polveri. Ma la vera causa è lo stato mentale di sofferenza che cova e alimenta l’aggressività e consente e provoca lo scoccare della scintilla.

Se si riceve un’offesa o un’ingiustizia è naturale che si abbia una reazione d’ira più o meno forte. Se quella ingiustizia viene sanata non lascia traccia significativa nella memoria. Ma se non trova soddisfazione genera uno stato di tensione  che cresce nel tempo, assume forme di aggressività latente sempre più accentuata e scatta all’improvviso per dei pretesti banali che chiamiamo “futili motivi“. A parte casi molto evidenti di alterazione comportamentale, questa aggressività latente non viene percepita nella sua pericolosità.  E’ come una mina celata sotto la terra, come una bomba innescata di cui non ci rendiamo conto se non quando qualcuno fa scattare il congegno. Il guaio è che non sempre a far scattare quel congegno è il responsabile dell’offesa o dell’ingiustizia, colui che di fatto ha innescato la bomba. Spesso è un malcapitato sconosciuto che, per una pura e sfortunata coincidenza, un certo momento di un certo giorno si trova sul vostro cammino e vi offre il pretesto per scaricare la rabbia e l’aggressività repressa per anni. Ed ecco che quello che tutti hanno sempre visto come una persona normale può diventare di colpo all’improvviso un violento assassino.

Tuttavia la gravità della violenza non è commisurata all’offesa, l’insulto, la provocazione, il pretesto casuale del momento, ma è determinata dal tipo di reazione a quegli stimoli. A uguale stimolo non corrisponde uguale reazione. E ciascun individuo può avere reazioni diverse dagli altri. Un bel paesaggio è uguale per tutti coloro che lo ammirano; ma le reazioni di chi guarda sono tutte differenti e cambiano da individuo a individuo, secondo la personalità, la cultura, il gusto estetico. Lo stesso tipo di reazione avviene nei confronti di quei fattori scatenanti che riteniamo siano la causa della violenza. Allo stesso stimolo una persona calma reagisce con calma, una persona aggressiva reagisce con violenza. Questo è sotto gli occhi di tutti. Allora, se la vera causa della violenza non è l’atto provocatorio, l’offesa, ma è il tipo di reazione che segue all’offesa  vuol dire che la causa scatenante va ricercata nella mente umana, ovvero in quello stato mentale che è già predisposto ad avere reazioni violente anche a stimoli banali. La notizia a lato, riportata oggi dalla cronaca,  è solo l’ultima di una lunga serie di tragedie simili e  ne è l’ennesima conferma.

Tutti, anche le persone più calme e normali di questo mondo, di fronte ad una provocazione o un’ingiustizia possono avere reazioni anche piuttosto violente; ma sempre nei limiti della norma. Così anche la persona più educata, occasionalmente, può rispondere ad un insulto con un insulto, ad un pugno con un pugno, ma non si trascende. Se però  si fracassa la testa con un cric ad un automobilista, o lo si accoltella, solo perché ti ha sorpassato, non ti ha dato la precedenza o ti ruba il parcheggio, non è più normale; rientra nei casi di follia.

Ma quello stato mentale che determina il tipo di reazione non è una specie di dotazione di seria, fissa, immutabile; è invece facilmente influenzabile e modificabile da diversi fattori. Mentre però accettiamo facilmente il fatto che un trauma possa modificare la funzionalità cerebrale, non altrettanto facilmente siamo disposti ad accettare il fatto che il cervello possa subire dei condizionamenti di tipo culturale. O meglio, lo accettiamo come naturale e scontato solo se l’effetto è quello positivo conseguente allo studio, l’istruzione e l’affinamento del gusto estetico. Ovvero, riconosciamo che l’istruzione e la cultura migliorano il nostro livello intellettuale. Quindi la cultura agisce sulla mente e ne provoca una mutazione che influisce sul comportamento.  Se questo è vero, bisogna però anche tener presente che l’effetto dipende dal contenuto di ciò che leggiamo, vediamo o ascoltiamo. Leggere la Divina Commedia non è come leggere il Mein Kampf di Hitler. Ascoltare una sonata di Mozart non è come sentire il rumore assordante di un martello pneumatico. Ammirare un prato fiorito con in sottofondo le note di una barcarola, non è come vedere raccapriccianti immagini splatter con schizzi di sangue e corpi fatti a brandelli. Le informazioni, gli stimoli, i messaggi esterni che percepiamo ed assimiliamo generano nella mente reazioni diverse che possono essere piacevoli e infondere serenità o terrificanti e generare paure e incubi; quindi, positive o negative.

Ma allora perché riconosciamo facilmente che un messaggio positivo abbia effetti positivi  e troviamo difficile riconoscere che un messaggio negativo abbia o possa avere effetti negativi? Perché la persuasione occulta della pubblicità funziona così bene sulla nostra mente tanto da indurci ad acquistare quel tale prodotto reclamizzato, e non dovrebbe funzionare altrettanto bene se ci martellano quotidianamente con scene di violenza? Eppure entrambi i messaggi funzionano nello stesso identico modo. Ma noi non ce ne rendiamo conto, oppure fingiamo di non saperlo. (continua)

 

Futili motivi per morire

Si può morire per una mancata precedenza? Evidentemente sì. E, purtroppo, non è nemmeno il primo caso. E’ solo l’ultima pazzia in ordine di tempo: “Mamma uccisa perché non ha dato la precedenza“. E’ successo domenica scorsa a Independence nel Missouri. Una donna, ad un incrocio non ha rispettato la precedenza rischiando di provocare un incidente. Non c’è nemmeno stato l’incidente, ha solo rischiato di provocarlo. Per questo il conducente dell’altra auto è sceso ed ha sparato un colpo di pistola che ha colpito mortalmente la donna.

Oggi si muore così, senza una ragione valida. Ci si ammazza per una precedenza, un parcheggio, uno sguardo non gradito, una parola di troppo; per “futili motivi”, dicono le cronache. Ma non è niente di grave, quasi non fa più notizia, sta diventando normale. Si può morire per malattia, per un incidente stradale o sul lavoro, per le bombe e le cannonate, per un naufragio, per un terremoto o un uragano, oppure si può  morire “per futili motivi”. Esci a fare una passeggiata in auto con i bambini, ti distrai un attimo, sfiori l’incidente e qualcuno ti spara addosso. Fine della passeggiata. Perché? Perché ci sono troppi pazzi in circolazione. Stiamo diventando una società di aspiranti assassini che hanno accumulato tanta aggressività repressa che, se non sono proprio pazzi, sono sulla buona strada per diventarlo. E’ solo questione di tempo e di trovare l’occasione giusta; basta un niente, bastano “futili motivi” per scatenare la follia. Lo ripeto da anni. Forse a causa dell’inquinamento, dei veleni che assorbiamo con gli alimenti, o della nefasta influenza dei media che ogni giorno ci scaricano addosso tonnellate di violenza, il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto.

Nessuno ci fa caso perché siamo distratti, impegnati a seguire un maleodorante e nefasto Blob televisivo, o seguire le avventure amorose dei Vip, l’ultimo reality, le passerelle di politici, opinionisti e intellettuali della domenica,  o l’ultimo caso di morti ammazzati con servizio esclusivo dell’inviato sul luogo del delitto, con intervista ai passanti e dolore dei familiari in primo piano. Stiamo scivolando verso il baratro morale, il precoce degrado mentale e l’atrofia cerebrale per mancato uso dell’organo. Ma non lo sappiamo. Anzi, siamo convinti che quello che facciamo ogni giorno sia normale, anzi sia l’unico modo possibile di vivere perché “Così fan tutte“. Basta leggere ciò che passa in rete per capire che la gente pensa ad altro, a divertirsi, a scambiarsi pettegolezzi da cortile, ad inventarsi maschere ed avatar da proporre sui social, a immedesimarsi nella realtà virtuale, ad imitare idoli e modelli proposti dal mondo dello spettacolo, a  scoprire chi scopa con chi, a cantare e ballare mentre la nave affonda; come sul Titanic.

Eppure abbiamo stuoli di psicologi, sociologi, psichiatri, scienziati, che studiano la psiche umana e dovrebbero non solo spiegarci le ragioni della follia dilagante, ma anche trovare i rimedi. Invece, al massimo, si occupano di problemi affettivi e sentimentali, di crisi adolescenziali, di problemi della coppia, di amori e tradimenti, di narcisismo, di depressione, di come superare lo stress della vita quotidiana e il dramma esistenziale. Curano i sintomi della malattia, invece che la causa.  Ma nessuno si chiede cosa sta succedendo all’uomo. Ci preoccupiamo di salvare il panda, di tutelare orsi e foche, leoni ed elefanti, e nessuno si rende conto che la specie più a rischio è quella umana che finirà per autodistruggersi. Ma forse è meglio così; sfiorire piano piano, giorno dopo giorno, senza rendercene conto, appassire lentamente e poi, di colpo all’improvviso, cadere a terra, morti: “Come d’autunno sugli alberi le foglie”. Del resto gli idioti non hanno problemi. La persona più felice di questa terra sembra proprio lo scemo del villaggio: sereno, tranquillo, ride ed è felice come un bambino col suo giocattolo nuovo; perché è idiota, ma non sa di esserlo.

Vedi: “Ballando mentre la nave affonda” (2007)

Bambini al sole

Il sole ha effetti benefici sul nostro corpo, ma bisogna stare attenti a non esagerare; altrimenti sono guai seri. Ecco due notiziette che confermano i pericoli di una lunga esposizione alla luce ed al calore solare. Ma purtroppo non parliamo di prendere il sole su una spiaggia o proteggersi con le creme solari.  Sono notizie tragiche. Una è di oggi, l’altra di due giorni fa. E sono solo le ultime di una lunga serie di notizie simili concluse in tragedia. In verità, più che con gli effetti del sole, hanno a che vedere con la stupidità e la follia umana.

La prima, di mercoledì 22 giugno: “Tragedia in Israele“. Il solito padre distratto, a Beer Sheva, in pieno deserto del Neghev (dove le temperature raggiungono normalmente i 40°), lascia in auto i bambini, uno di 3 anni, l’altro di appena 18 mesi e va a scuola ad insegnare. Ultimamente c’è troppa gente distratta. Scordarsi in auto l’ombrello è un conto, scordarsi un bambino di 18 mesi sotto il sole è segno di follia pura. Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Tutti si preoccupano della salute del pianeta, di salvare il panda e le foreste, ma nessuno si preoccupa della salute mentale degli abitanti del pianeta. Errore tragico. E le notizie di questa follia dilagante le troviamo ogni giorno nella cronaca; sono quelle notizie che fanno scalpore per un giorno, ma poi vengono presto dimenticate e sostituite con le ultime follie di giornata. Così la gente non si rende conto di un fenomeno preoccupante che meriterebbe ben maggiore attenzione.

Seconda notizia, di oggi: “Scorda la figlia in auto sotto il sole“. Questa volta il padre distratto è a Melissa, Texas. Lascia in auto la bambina di 6 mesi e quando, dopo ore, si ricorda della piccola, torna e la trova esanime: forse era ancora viva e si poteva ancora salvare. E cosa fa? Come si rianima una bambina moribonda per il caldo? Ovvio, con la “terapia d’urto“: la mette in frigorifero. Vi sembra che questa sia gente normale? Ecco l’ennesima conferma di quello che ripeto da anni; la gente sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Qualcuno pensa che sia una battuta, ma non lo è. Solo qualche decennio fa, una persona che avesse fatto una cosa simile sarebbe finito in manicomio. Non da noi, perché grazie alla legge Basaglia abbiamo chiuso i manicomi col risultato che i matti sono tutti in libera circolazione.

Oggi, però, lasciare una bambina di 6 mesi in auto per delle ore sembra quasi normale; semplice dimenticanza momentanea. Succede, no? I casi simili ormai sono quasi all’ordine del giorno. Padri e madri che lasciano i bambini, spesso di pochi mesi, in auto sotto il sole e vanno al lavoro o a fare la spesa, o vanno a giocare al Bingo o alle slot machine, oppure a ballare o in palestra. E ancora genitori che dimenticano i bambini all’autogrill e se ne ricordano solo  quando arrivano a casa o li lasciano andare da soli nel bosco. Oppure, è notizia recente, lasciano un bambino di 2 anni a passeggio da solo ai bordi di una laguna infestata da coccodrilli con questo risultato: “Florida, bimbo trascinato via e ucciso da alligatore vicino a Disney World“. Abbiamo letto di tutto in questi anni. E’ normale? No, è segno di follia in forma epidemica.

Questa follia non si manifesta solo in questi casi di abbandono dei bambini. E’ un fenomeno che possiamo riscontrare  in tutte le manifestazioni di vita sociale. Vi sembra, giusto per fare un esempio pratico, che nel mondo della politica o dello spettacolo (specie in televisione) circoli gente proprio normale normale? Ho molti dubbi. Solo che non ci facciamo caso e quelli che sono segni inequivocabili di follia incipiente li scambiamo per bizzarrie, simpatiche curiosità o normali comportamenti umani. Ma non lo sono; sono qualcosa di  ben  più pericoloso. E’ in atto un’alterazione delle facoltà mentali degli esseri umani; ma è un processo lento e progressivo, quindi il fenomeno non viene percepito. Le cause sono varie, l’inquinamento del pianeta, i veleni che assorbiamo quotidianamente attraverso l’aria, l’acqua, gli alimenti adulterati o trattati con additivi dannosi, lo stress esistenziale, l’eccessivo carico di informazioni, la tecnologia,  sempre più avanzata ed in continuo aggiornamento, alla  quale non riusciamo a stare appresso e che crea inconsciamente stati ansiosi e senso di inadeguatezza perché cambiano continuamenti i riferimenti della vita quotidiana nel lavoro, nella famiglia e perfino nelle relazioni sociali.  Questo eccessivo carico di stimoli esterni, unito ai danni causati da fattori ambientali nocivi,  giorno per giorno, lentamente, in maniera quasi impercettibile, altera la struttura cerebrale e ne compromette le facoltà. Il risultato è che, senza che ce ne rendiamo conto, stiamo impazzendo. Punto.

Vi sembra che stia esagerando? Allora leggete questo articolo apparso giusto un anno fa sul Corriere: “Lo smog fa male al cervello“.

Facce e facciacce

Certe persone non dovrebbero uscire di casa. Se solo avessero un minimo senso estetico dovrebbero farsi un esame di coscienza e, quando al mattino si guardano allo specchio, per onestà e rispetto per il prossimo, dovrebbero decidere di non uscire di casa ed evitare di mostrarsi in pubblico. Come minimo, per evitare traumi psichici, dovrebbe esserne vietata la vista ai minori ed alle persone particolarmente sensibili, come si fa per i film o per spettacoli riservati agli adulti in cui compaiono scene violente o porno. Esistono dei parametri che, per garantire la salute pubblica, pongono un limite al livello dello smog, all’inquinamento acustico, alla concentrazione delle polveri sottili nell’aria, agli additivi e coloranti presenti negli alimenti, alla presenza di elementi potenzialmente pericolosi  nell’acqua e nella composizione di vari prodotti in commercio. Allo stesso modo dovrebbero esistere dei parametri minimi di livello estetico per poter condurre una normale vita sociale, e soprattutto quando, a vario titolo e in diversi campi, si diventa personaggi pubblici. Superati quei limiti dovrebbero applicarsi delle sanzioni o, nei casi più gravi, l’interdizione dai pubblici uffici, o almeno forti limitazioni alle relazioni ed alla vita pubblica.

Lombroso mi fa un baffo. Lo ammetto, è una proposta esagerata, volutamente troppo esagerata, “lombrosiana“. Però serve almeno a sollevare il dubbio che l’aspetto fisico, l’apparenza, la tanto vituperata e screditata fisiognomica, qualche importanza nelle relazioni sociali possa averla; perché ce l’ha, eccome se ce l’ha. Forse la fisiognomica non può stabilire dalla faccia se un individuo è o non è un potenziale criminale, ma di sicuro è dalla faccia che capiamo subito se una persona ci è simpatica e ci ispira fiducia. Anche se non vogliamo ammetterlo. Ma oggi l’uguaglianza è il principio cardine della democrazia, e si condanna qualunque minimo accenno di possibile discriminazione in base al sesso, età, etnia, religione, appartenenza politica, colore della pelle e qualunque altro motivo possa determinare una valutazione negativa di una persona. In questa situazione anche solo il pensare di valutare le persone in base all’aspetto estetico sarebbe follia.

In ogni caso, i personaggi pubblici nostrani che vediamo quotidianamente su stampa, web, televisione, non corrono alcun rischio, sono tutti esteticamente inattaccabili, anzi simboli e modelli di bellezza classica, simpatia ed acuto ingegno. Per esempio questi personaggi nelle foto, Ivan Scalfarotto ed Emanuele Fiano, parlamentari ed esponenti di primo piano del Partito democratico, non avrebbero niente da temere. L’aspetto deciso ed autorevole, i lineamenti delicati, fini, armoniosi, quasi aristocratici del volto, lo sguardo particolarmente sveglio, la fronte spaziosa, sono tutte caratteristiche che indicano forte personalità, ispirano istintiva simpatia a prima vista e denotano una grande e brillante intelligenza.

Ma non sempre è così. E bisognerebbe tenerne conto perché, specie quando si svolge un ruolo pubblico, l’aspetto fisico ha la sua importanza; conta la faccia. Anni fa, la giornalista Maria Latella intervistò l’allora presidente dell’ANM Luca Palamara e, in collegamento telefonico,  Francesco Cossiga.  Il Presidente Cossiga, che evidentemente non aveva grande stima e simpatia per Palamara (ed ancora meno per l’associazione che rappresentava), cominciò col dire “Questo magistrato la faccia da intelligente non ce l’ha assolutamente…”. E continuò su questo tono paragonando il cognome del magistrato con quello di una nota marca di tonno: “Come si chiama, Palamara, come il tonno...”. E, rivolto alla giornalista che si mostrava sorpresa per il giudizio poco lusinghiero, aggiunge:  “Io ho fatto politica per cinquant’anni e vuole che non riconosca uno dalla faccia?”. Poco dopo conferma il suo giudizio: “Io con uno che ha quella faccia, che ha detto quella serie di cazzate, non parlo.”. In quanto alla ANM, ecco il suo giudizio: “Quella associazione sovversiva e di stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati“. Non c’è che dire, il picconatore non le mandava a dire.

Forse Lombroso esagerava nelle sue conclusioni; non si può identificare un delinquente misurando la lunghezza del naso o la conformazione del cranio. Ma, se non siamo ipocriti, dobbiamo riconoscere che è dall’aspetto fisico, dai lineamenti del volto, dall’espressione, dai gesti, dal portamento, dal tono e timbro di voce, dallo sguardo, dal sorriso, dall’insieme di questi segnali corporali, che riceviamo la prima impressione di una persona e, istintivamente, la valutiamo. Forse ci si può sbagliare, ma molte volte la prima impressione è quella giusta. Cossiga aveva imparato a fidarsi della prima impressione e riconoscere le persone dalla faccia. Gli italiani no, purtroppo.

Carne, tumori e insetti fritti

Sta facendo scalpore la notizia che la carne rossa è cancerogena. Lo dice l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’ Oms, scatenando polemiche e commenti di opposto tenore. Periodicamente si lanciano allarmi di ogni tipo, dal riscaldamento globale alla deforestazione, dall’inquinamento ambientale alla nocività di alimenti e bevande. A dar retta agli esperti siamo così in pericolo, minacciati da veleni di ogni tipo,  che è già una fortuna essere ancora vivi. L’ultimo allarme è questo: “Carni rosse e lavorate causano il cancro.”.

Molte delle notizie che vengono sparate ogni giorno in prima pagina, spesso in maniera allarmistica, servono solo a riempire le pagine, come ho ripetuto spesso a proposito dell’informazione.  Ieri, per fare un esempio di falso allarme, ci hanno comunicato che una stella cometa ci sta cadendo addosso e potrebbe colpirci anche subito. Ecco il titolo catastrofico: “Scoperta la cometa dell’Apocalisse: potrebbe colpirci anche adesso.”. Così allarmante che si è presi dal panico e si corre alla finestra con la paura di vederla cadere in giardino. Poi si legge il pezzo e si scopre che il pericolo c’è (niente di nuovo), ma l’evento è previsto fra circa 15 milioni di anni. Ecco, questa è la linea editoriale che ormai domina la stampa e l’informazione in genere: sparare in prima pagina titoloni ad effetto per attirare l’attenzione dei lettori ed incrementare il numero delle visite che poi, al momento di stipulare i contratti pubblicitari, hanno il loro peso. La serietà è un optional., ed il rispetto per i lettori anche.

Le notizie che riguardano la salute dei cittadini sono sempre di grande richiamo. Ecco perché quest’ultima denuncia dell’Oms sulla pericolosità del consumo di carne suscita reazioni contrastanti. Visti i frequenti allarmi sull’effetto cancerogeno di molti alimenti, comincio a pensare che la vera causa dell’incremento dei casi di tumori vari, siano altre e ben più pericolose. Ma evitano di dirlo chiaramente, per difendere chissà quali segreti e interessi economici (ormai niente è ciò che sembra, specie sulla stampa: diffidare è d’obbligo), e sviano l’attenzione mettendo sotto accusa altri fattori e prodotti di largo consumo come alimenti e bevande. Magari sbaglio, ma il sospetto è forte.

Il recente scandalo delle emissioni truccate delle auto Volkswagen dovrebbe essere ben più allarmante del mangiare una salsiccia; specie per milioni di persone che vivono in quelle specie di camere a gas che sono diventate le metropoli. Perché tanto clamore per una piccola differenza nelle emissioni di gas di scarico? Non sarà che i dati che ci propinano sulla pericolosità di queste emissioni delle auto siano inattendibili ed i gas di scarico siano  molto più pericolosi di quanto lascino intendere? Studi scientifici hanno dimostrato che le polveri sottili, lo smog e gli scarichi auto non solo procurano affezioni broncopolmonari, ma alterano addirittura i neuroni cerebrali (Lo smog danneggia il cervello). Il che significa che, giorno per giorno e senza rendercene conto, stiamo impazzendo (come ripeto da anni e come ci conferma la cronaca quotidiana, visti i continui casi di persone che per “futili motivi” si ammazzano; proprio ieri un ragazzo di 18 anni è stato accoltellato a morte per un debito di 10 euro. Vi sembra normale?).  Allora sarà più pericoloso mangiare una braciola di maiale, oppure essere immersi ogni giorno in una specie di ciminiera a respirare veleni che ci stanno mandando in pappa il cervello? Aspettiamo risposta dall’Oms.

Il vero pericolo è l’inquinamento globale a causa del quale tutti gli alimenti sono inquinati; la carne, il pesce, frutta e verdura, perfino l’acqua, l’aria ed i mari, a causa degli scarichi fognari, rifiuti tossici e scarti di lavorazione industriale riversati direttamente in mare, o lungo i fiumi diventati cloache a cielo aperto. Qualche anno fa Greenpeace lanciò l’allarme sulla presenza di mercurio e piombo nel pesce del Tirreno (sogliole al mercurio): non credo che ultimamente la situazione sia migliorata; è molto probabile che sia peggiorata. Un altro articolo riferiva dei risultati di esami di campioni di acqua marina del Mediterraneo, da cui risulta che il Mare nostrum è una specie di “Zuppa di plastica tossica“. Sull’inquinamento terrestre è meglio tacere, ormai siamo a livelli irrimediabili: la Terra dei fuochi in Campania è solo un esempio, quello che ha suscitato più scalpore e denunce, ma ormai le terre dei fuochi sono sparse su tutta la penisola e solo di una parte si conosce l’esistenza. E tutto ciò che cresce, si alimenta e vive in un territorio inquinato è a sua volta inquinato; siano prodotti vegetali o siano animali di cui ci nutriamo.  Aggiungete l’inquinamento atmosferico e quello elettromagnetico ed il quadro è completo; da Day after.

Ma è meglio non dare troppo spazio al pericolo derivante da questo inquinamento globale. Basta dare piccoli segnali, denunce saltuarie, fare qualche titolo sulla stampa, qualche dichiarazione del politico di turno, giusto per riempire i giornali, mettere insieme quattro opinionisti ed esperti in uno dei tanti inutili talk show o realizzare qualche servizio televisivo.  Così facciamo finta di occuparci del problema, ma senza esagerare, altrimenti si manda in crisi l’intero sistema produttivo e commerciale. Mercurio e piombo nei pesci possono mandare in crisi l’intero comparto della pesca. L’inquinamento della campagna mette in crisi l’agricoltura. L’uso di ormoni e antibiotici usati per accelerare la crescita degli animali, mette in crisi gli allevatori. La reale tossicità dei veleni scaricati dalle auto metterebbe in crisi le aziende automobilistiche. Se si decidesse di  vietare tutto ciò che è dannoso per la salute umana o per la salvaguardia dell’ambiente, si bloccherebbe di colpo gran parte dell’intera produzione industriale; sarebbe una catastrofe economica. Allora denunciare sì, ma con calma, senza sollevare troppi polveroni. Un giorno ce la prendiamo con le sogliole al mercurio, il giorno dopo con gli scarichi delle auto, poi con i vitelli allevati con gli ormoni, poi con le piogge acide e la deforestazione, infine con l’olio di palma e le merendine, e così via; intanto le notizie si dimenticano presto e sembra che l’unico pericolo per l’uomo sia quello della denuncia del giorno, il resto è già dimenticato. La settimana scorsa sotto accusa era l’olio di palma, oggi il pericolo è la carne cancerogena; domani chissà.

Di recente il Parlamento europeo, accogliendo il suggerimento della FAO e dell’ONU,  ha finanziato una campagna pubblicitaria per convincere la gente a mangiare meno carne e sostituirla con insetti, vermi e larve;  alimenti sani, altamente proteici, basso costo di produzione e minor impatto ambientale, rispetto alla quantità di mangimi  e acqua occorrente per l’allevamento animale (Insetti, il cibo del futuro). Per divulgare l’entomofagia i cervelloni di Bruxelles hanno stabilito di erogare 3 milioni di euro ad ogni Paese che si impegni a diffondere e sostenere l’utilizzo degli insetti per uso alimentare (milioni di euro per farci mangiare ragni). Se tutti aderiscono, e non c’è motivo di dubitarne, 3 milioni per 27 paesi vuol più di 80 milioni di euro; per farci mangiare insetti.  Adesso è chiaro perché ultimamente su stampa e televisione si parla sempre più spesso di insetti e del loro utilizzo alimentare. Poi c’è ancora gente convinta che quelli del Parlamento europeo siano persone normali.

La giustificazione di questa iniziativa bislacca è collegata all’annoso problema della fame nel mondo. Dicono gli esperti ONU che noi, in Occidente, consumiamo troppa carne, mentre nel terzo mondo soffrono di carenze alimentari, proprio a causa del nostro eccessivo consumo di risorse. Questa strana relazione di causa/effetto fra il nostro benessere e la scarsità di risorse dei paesi poveri è tutta da dimostrare, ma è un’invenzione che fa comodo a tutte le associazioni che  campano sulla vera o presunta attività di intervento umanitario a favore del terzo mondo. Se si ha qualche dubbio in proposito, sarebbe il caso di leggere attentamente questo articolo: “Insetti, Fao, Onu e sprechi“.

Non sarà che anche questa sparata dell’Oms sulla pericolosità del consumo di carne è funzionale a quella campagna insettivora? Inculcandoci la paura che la carne sia cancerogena, vogliono convincerci a rinunciare alla salsiccia per mangiare fritto misto di grilli e spiedini di cavallette. Così si raggiunge un equilibrio dei consumi alimentari fra occidente ricco e paesi poveri; noi mangiamo più insetti ed i poveri del terzo mondo ogni tanto possono farsi una braciola, che evidentemente è cancerogena solo per noi, a loro fa bene (sono stranezze degli esperti ONU).  Resta il sospetto che ci sia qualcosa di poco chiaro in queste campagne a favore del terzo mondo, specie quando vogliono convincerci a mangiare insetti per dare le bistecche ai poveri. E tanto per cambiare ho l’impressione che dietro questa novità alimentare ci siano già aziende specializzate che hanno scoperto un nuovo business (Insetti, partono i primi allevamenti); guarda caso tra i primi interessati alla novità c’è la Coop, chissà perché. Sì, c’è qualcosa che non mi convince. Sarò troppo diffidente, ma il dubbio me lo tengo.

Vedi:Nouvelle cuisine” (maggio 2014)

Il panda diesel

Certi titoli di stampa sono fuorvianti. Talvolta lo sono perché subdolamente vogliono trasmettere un messaggio volutamente confuso  e ingannevole; altre volte,  semplicemente per creare un forte richiamo che attiri l’attenzione del lettore, lo incuriosisca e lo stimoli a leggere l’articolo.

Prendiamo, per esempio, questo titolo comparso due giorni fa nella Home Tiscali: “Dagli escrementi del panda il biocarburante del futuro“. Il significato sembra chiarissimo: ricavare un nuovo tipo di carburante dagli escrementi. Bella scoperta in tempi di ricerca di nuove fonti energetiche e di necessità di limitare le emissioni nocive  causate dai combustibili in uso derivati dal petrolio. Il recente scandalo delle emissioni truccate della Volkswagen ne è la prova. Una bella notizia, dunque. Ma sorge subito un primo dubbio. I panda sono notoriamente una specie a rischio estinzione. Anzi, sono diventati il simbolo stesso del WWF e della campagna ambientalista tesa alla salvaguardia dell’ambiente naturale, delle sue diversità e delle specie minacciate di estinzione. Ma se devono produrre grandi quantità di escrementi per ottenere un carburante che sostituisca il petrolio,  quanti panda occorrono e, soprattutto, quanta cacca devono fare ogni giorno?

Un bel dilemma. Non basta, però, il dubbio sulla fattibilità di questo progetto; se ne devono valutare anche tutte le implicazioni pratiche. Si può immaginare che, per limitare al massimo le spese di produzione e distribuzione del nuovo carburante, e l’inquinamento prodotto da grandi fabbriche dove lavorare gli escrementi, si possa inventare un sistema che elimini tutti i passaggi inutili ed ottenga il carburante direttamente alla fonte; dal panda all’automobile, dal produttore al consumatore. Ovvero, sistemare  dentro ogni automobile un panda che mangi in continuazione (il bambù può essere sistemato in un contenitore sul tettuccio, al posto del portabagagli), e faccia la cacca , subito lavorata con speciali apparecchiature sistemate nel vano posteriore e produca immediatamente la fonte energetica per il motore. La tenera bestiola potrebbe essere sistemata in apposito spazio, al posto del solito pupazzo incollato al vetro o al cagnolino che dondola la testa. Mettiamo un bel panda vivo; è più simpatico,  ci tiene compagnia, intrattiene i bambini, facciamo felici quelli del WWF e produce pure il carburante bio. Che si vuole di più?

Ovvio che anche i panda, per adeguarsi alle varie tipologie di auto,  saranno forniti in diverse versioni. Secondo il carburante ottenuto dai loro escrementi (determinato dalla qualità del bambù consumato), ci saranno i panda a benzina, quelli diesel, quelli a kerosene, e pure quelli a gas. E secondo la grandezza del panda e la loro capacità produttiva, ci saranno i piccoli panda da utilitaria, quelli da media o grossa cilindrata, quelli da fuoristrada; e pure quelli da corsa, i modelli di panda sprint da formula uno.  Immaginiamo la Ferrari con il suo pandino speciale da corsa in bella evidenza a fianco al pilota. Il più soddisfatto sarebbe Marchionne perché, grazie alla fortissima pubblicità gratuita, vedrebbe incrementare moltissimo la vendita del suo ultimo modello di Panda, pubblicizzata con lo slogan “L’unica Panda col panda“. Oppure si inventerebbe la “Panda da favola“,  col classico finale: “E così il panda e la Panda vissero a lungo felici e contenti“.

Ma tutti cercherebbero di sfruttare le potenzialità pubblicitarie del panda. Dal “Metti un panda nel motore“, a “Superpanda maggiore, il bambù con gli ottani“: una festa della creatività.  Il guaio è che, in tempi di alterazione dei dati forniti dalle case costruttrici, anche i panda installati nelle auto potrebbero essere falsificati e produrre più emissioni inquinanti di quanto dichiarato dalle case automobilistiche e consentito dalle norme CE; specialmente i “panda diesel“, notoriamente più inquinanti dei panda a benzina.  Col risultato che un bel giorno potremmo leggere il seguente titolo: “La Volkswagen richiama 10.000 panda modello euro5: cagano meno del previsto e  inquinano più di quanto dichiarato.”. Un bel guaio, no?

In realtà non succederà niente di tutto questo perché quel titolo, come dicevo, è fuorviante. Leggendo l’articolo si scopre che il carburante non viene prodotto dagli escrementi dal panda, ma viene ottenuto dalla lavorazione degli scarti di bambù, mais e biomasse, utilizzando i microrganismi presenti nello stomaco del panda. Ciò che stanno studiando i ricercatori non è, quindi, la cacca del panda, ma i microrganismi che rendono digeribile il bambù. Ma, ovviamente, parlare di microrganismi è troppo scientifico e non è un richiamo abbastanza forte. Mentre incuriosisce maggiormente il fatto che si possa ricavare carburante direttamente dagli escrementi. Ed ecco che si inventano il titolo sulla cacca dei panda. Classico esempio di informazione scatologica.

Ritorno al passato

Abbiamo passato decenni, a partire dagli anni ’60, a fare terra bruciata di tutto ciò che ci era stato tramandato da secoli di progresso. Un totale delirio di rinnovamento e di stravolgimento delle regole sociali, delle usanze, dei costumi, dello stile di vita. Un attacco devastante ai principi ed ai simboli della civiltà. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, abbiamo cambiato, stravolto, annullato tutto ciò che aveva un legame col passato: la nostra cultura, le tradizioni, le arti ed i mestieri, il lavoro manuale, l’attaccamento alla terra, il rispetto per la natura, la semplicità del vivere quotidiano nelle campagne, la cultura contadina, l’apprezzamento per i valori essenziali della vita, il rispetto per gli anziani e per l’antica saggezza, il cibo semplice e naturale, la sobrietà, l’educazione, il pudore, la decenza, l’amore per la bellezza della natura. Tutto abbiamo distrutto, dimenticato, cancellato dalla nostra società, in nome del progressismo, del modernismo, dello sviluppo economico, della produttività, della massima libertà di comportamento senza limiti e regole, del relativismo morale, del pensiero debole, della ricerca scriteriata di un mondo basato sul profitto, l’edonismo più sfrenato e sul cinico egoismo. Un mondo in cui l’etica è morta, la verità è ciò che fa comodo, il bene è ciò che conviene e la bellezza è ciò che piace. Un mondo in cui  vige una sola  regola: il raggiungimento del piacere e del  tornaconto personale.

Per decenni abbiamo inquinato e avvelenato la terra con pesticidi, diserbanti, scarichi urbani e industriali, montagne di rifiuti e prodotti tossici. Con la stessa incoscienza abbiamo avvelenato le nostre anime usando in maniera spregiudicata e criminale  il devastante potenziale dei mezzi d’informazione per diffondere quotidianamente messaggi negativi, esaltare la violenza in tutte le sue forme e la totale libertà sessuale giustificando qualunque forma di depravazione e perversione, innalzare nuovi totem tecnologici e fomentare conflitti al fine di praticare sacrifici umani per placare l’ira di  nuovi mostri assetati di sangue. Abbiamo sostituito i prati verdi con l’erba sintetica ed il seno materno con protesi di silicone. Abbiamo sostituito i boschi con le pale eoliche e foreste urbane di antenne trasmittenti e riceventi. Ora, a disastro compiuto, si cerca di recuperare modelli di vita, borghi antichi abbandonati, paesaggi bucolici, antiche ricette gastronomiche, odori e sapori dimenticati, vecchie tradizioni, costumi del passato, oggetti sopravvissuti allo scempio, l’artigianato, il lavoro manuale, i valori perduti. Abbiamo fatto terra bruciata della nostra cultura e di tutto ciò che ci era stato tramandato dal passato, da secoli di storia.  Ed ora rovistiamo nella cenere per recuperare qualche traccia di ciò che è perduto per sempre. Troppo tardi lo abbiamo capito. Il senno di poi è la dimostrazione più evidente della stupidità umana.

Vedi: “Il cappellino di Lianne

Solo e pensoso

Sembra l’inizio di un famoso sonetto del Petrarca “Solo e pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti...”. Invece è il titolo del solito box dedicato oggi dal Corriere al nuovo fenomeno italico, Matteo Renzi. Si vede che, dopo la serie di osannanti articoli dei giorni scorsi (Stampa di regime),  oggi i redattori addetti alla santificazione quotidiana del “Bomba” si sono svegliati con l’afflato poetico.

Si tratta di una serie di foto che lo ritraggono mentre va alla sede del PD a Roma. In realtà, come si vede nel servizio (vedi foto), non è né solo, né pensoso. Telefona, saluta i passanti, si mette in posa per la foto ricordo, entra in un negozio di camicie, saluta gli automobilisti. Insomma è esattamente quello che il Corriere vuol mostrare: un apprendista stregone…pardon, premier,  alla mano, umile, simpatico, democratico, senza scorta (“mi difende la gente“, dice) uno che si confonde con la gente comune, uno “de noantri“. Ma quanto è bravo Renzi. Ma quanto è democratico Renzi. Ma quanto è simpatico Renzi. Così facciamo la marketta quotidiana (anche al Corriere tengono famiglia). Ma non basta. Per esaltare ancor più l’immagine del giovane talento della politica nostrana il Corriere, ormai completamente votato alla causa del “lupetto” rignanese (già fra i boy scout aveva aspirazioni da leader; era il capo branco), pubblica anche un altro box in Home  riportando un fotomontaggio che compare sul NYT in cui il nostro Lupetto nazionale viene rappresentato nei panni del “Ragazzo con canestro di frutta” di Caravaggio. Insomma, il nostro “Bomba” è già un’opera d’arte. Per assegnargli il Nobel si stanno preparando. Chissà cosa si inventeranno domani, per fare la marketta del giorno, i solerti redattori del Corrierino dei lupetti. Non ci resta che aspettare a domani per scoprire le creazioni quotidiane della fervida mente dei cronisti di regime.

Ma lasciamo perdere le sciocchezze finto-cronaca e parliamo di cose serie: Papa Francesco. Solo due giorni fa, affacciato al balcone, ancora una volta, rivolgendo il pensiero agli scontri di Kiev, ha lanciato un appello alla pace. L’invito forse non è arrivato a destinazione, o si è smarrito lungo strada. Fatto è che a Kiev avantieri si contavano una ventina di morti, ma dopo l’appello del Papa, oggi i morti sono già un centinaio. L’ho già detto in passato e questa è l’ennesima conferma: non sarà che questi appelli del Papa alla pace portano sfiga e più auspica la pace e più morti ci sono? Certo che il dubbio resta.

Oggi, invece, ancora Papa Francesco ne ha detta un’altra, tanto per consolare i cristiani e ricordare che il Signore ci ama. E più ci ama, più mette alla prova la nostra fede con la sofferenza e le malattie. Più malattie ci arrivano, più è grande la vicinanza e la benevolenza del Signore. Ed i cristiani, che più soffrono e più gioiscono (vedi “Corvi e colombe“), si sentono tanto più amati quanto più devono sopportare malattie, guai, privazioni, dolore e tragedie. Contenti loro! Così oggi il Papa ha detto: “Il malato è un dono per la comunità” (ANSA).

Più malati ci sono e più il dono è grande. Così gli abitanti della “Terra dei fuochi“, che contano migliaia di malati e morti per tumore, devono sentirsi dei privilegiati: è un segno della benevolenza del Signore. Ed i camorristi che hanno avvelenato il territorio con i rifiuti tossici sono dei messaggeri del Signore, perché sono gli artefici,  i realizzatori del dono celeste. Se non ci fossero i camorristi non ci sarebbe  l’inquinamento, non ci sarebbero malati di cancro e, quindi, non  ci sarebbe il “dono” del Signore. Sì, le malattie sono un dono per la comunità. Più morti ci sono e più grande è il dono; lo dice il Papa. Per tutti i morti di cancro, dunque, ringraziate il Signore. E un po’ anche i camorristi…