Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

Vignette sismiche

E’ satira

Satira da morire

Satira libera: dipende…

Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

Vauro e gli imam pedofili

C’è poco da ridere

Si può ridere dei musulmani?

Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)

Parigi, day after bis

Come scrivevo due giorni fa nel post “Parigi e le stalle chiuse“,  da due giorni non si parla d’altro che della strage di Parigi. Praticamente i canali televisivi trasmettono, mattina pomeriggio e sera.,  lo stesso talk show a reti quasi unificate, e si ha l’impressione che gli ospiti (più o meno sempre le stesse facce che saltano da uno studio all’altro) praticamente bivacchino negli studi televisivi. E se ne sentono di tutti i colori. Analizzare i loro discorsi sarebbe lungo e noioso, visto che si ripetono come messaggi da segreteria telefonica. Ormai fanno più pena che rabbia. Ma ciò che lascia stupiti è il fatto che queste tragiche circostanze diano la possibilità a chiunque di esprimersi e di dire le sciocchezze più mastodontiche (e spesso autentiche cazzate madornali, tanto per usare un eufemismo), condite con una buona dose di ipocrisia e rispettose della disciplina di partito, di sagrestia o di moschea, e che tutto sia giustificato dal pluralismo e dalla libertà di espressione. Allora mi viene in mente un post di gennaio scorso, subito dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Tanto vale riproporlo per intero, senza cambiare una virgola, perché si adatta perfettamente, purtroppo, anche a questo secondo  “day after” parigino. Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris“, non è cambiato quasi niente: cambia  solo lo slogan ed i nomi dei morti. Ma la Francia e l’Europa, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione. Dopo ogni tragedia, come la strage di Charlie Hebdo o l’esplosione di violenza devastatrice nelle banlieue parigine,  si fanno dichiarazioni di circostanza, cortei, fiaccolate, solita passerella di autorità che esprimono solidarietà e posano per la foto di gruppo, e poi tutto procede come prima. Lo ricordava anche di recente, il 26 ottobre scorso, quasi come un tragico presagio di ciò che stava per succedere, questo articolo del Corriere.it: “Francia, le banlieue 10 anni dopo la crisi: non è cambiato niente.“.

Voltaire e l’islam (19 gennaio 2015)

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

 

Parigi e le stalle chiuse

Parigi sotto attacco, almeno 130 morti. Il presidente Hollande dichiara lo stato di emergenza e chiude le frontiere.

Dice che chiude le frontiere per evitare l’ingresso di terroristi. Se non si trattasse di una tragedia, quest’uomo farebbe quasi tenerezza, per l’ingenuità, l’incoscienza, l’irresponsabilità, l’inconsapevolezza che lo anima; qualità che si possono scusare in un bambino, non in un capo di Stato. Chiude le frontiere per evitare che entrino terroristi? Hollande, guardi che i terroristi sono già entrati, ce li ha già in casa. Doveva chiuderle prima le frontiere.  Doveva pensarci prima, lei e tutta la schiera di governanti euroidioti che da decenni, sotto la bandiera ipocrita della solidarietà e dell’operazione umanitaria, sta favorendo l’invasione dell’Europa da parte di disperati afro/arabo/asiatici in gran parte musulmani che covano odio, rancore e volontà di rivalsa e vendetta nei confronti dell’Europa e dei cristiani. Lepanto è un’onta da lavare col sangue. Ma il Papa dice che sono nostri fratelli e che dobbiamo accogliere tutti. Anzi, i vescovi ed i preti dicono di accoglierli direttamente in casa nostra. Come dire “Adotta un terrorista“. Poi, quando gli scoppia la bomba sotto il culo, fingono sorpresa e tentano maldestramente di correre ai ripari. Da noi si dice “Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati“. Hollande chiude le frontiere quando i terroristi sono già entrati. Geniale, ecco perché lui è presidente e voi no. Ed ecco perché l’Europa è destinata a soccombere al jihad, alla guerra santa; perché siamo in mano a gentaglia simile, che vuole adattare il mondo alla propria ideologia nefasta, allo scellerato buonismo masochista, e si accorge del danno quando è ormai tardi per rimediare.

Intanto, come di consueto in simili circostanze drammatiche, parte la passerella di dichiarazioni ufficiali di solidarietà e vicinanza alla popolazione parigina colpita dall’attacco terrorista. Dopo “Je suis Charlie“, ora il motto è “Je suis Paris“. A gridarlo sono gli stessi terzomondisti che sostengono l’immigrazione e l’accoglienza senza limiti e controlli, continuano a sognare l’integrazione (che è già ampiamente fallita ovunque, ma questi fingono di non saperlo) e che, grazie ai loro residuati ideologici di un socialismo storicamente fallimentare, sono responsabili della progressiva islamizzazione dell’Europa.  Mai che gli venga in mente di gridare l’unico motto che gli si addice: “Je suis idiot“.

Il presidente Obama, appena ha avuto notizia della strage, ha dichiarato: “E’ un attacco non solo al popolo francese ma a tutta l’umanità e ai valori che condividiamo. I valori di liberté, egalité e fraternité non sono solo condivisi dal popolo francese, ma anche da noi.”. Che parole toccanti, che originalità, che profondità di pensiero. Solo i grandi presidenti, specie se americani, possono fare dichiarazioni così dense di significato. Anche Hillary Clinton si è affrettata a commentare: “Le notizie che giungono da Parigi sono strazianti. Prego per la città e le famiglie delle vittime.”. Ha fatto bene a precisarlo, perché la gente comune magari pensava che la notizia della strage fosse rassicurante e di buon auspicio: no, è straziante; lo dice la Clinton. Ma i  parigini possono dormire sonni tranquilli perché Hillary Clinton prega per loro.

Anche i servizi segreti americani, quelli che  parlavano di armi chimiche inesistenti di Saddam (con cui giustificarono l’intervento in Iraq, del quale si pagano ancora le conseguenze) e che di recente hanno riconosciuto di aver sbagliato tutto sulla strategia militare per combattere l’Isis, hanno rilasciato la loro bella dichiarazione sugli attentati a Parigi: “Appaiono chiaramente come una serie di attacchi coordinati.”. Ma va, “Cosa mi dici maaiii…”, direbbe Topo Gigio. Roba da non credere, tutti avrebbero pensato che tre attacchi a Parigi, avvenuti contemporaneamente, fossero del tutto casuali. Invece erano “coordinati“, lo dicono i servizi per la sicurezza USA.

E non finisce qui, perché tra oggi e domani assisteremo alla solita rassegna di dichiarazioni di circostanza banali, scontate, di facciata ed un po’ ipocrite, sentite mille volte. Bisognerebbe raccoglierle e stamparle in un opuscolo (magari esiste davvero) a disposizione di capi di Sato, commentatori, opinionisti, intellettuali: da tenere sempre a portata di mano, buone per ogni occasione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni.

Ma non è che l’inizio, il bello deve ancora venire. Lo dice l’Isis, e quelli mica scherzano, non hanno un grande senso dell’umorismo. “Ora tocca a Roma“, dicono. Ma sono certo che il ministro Alfano, quello che continua a sciorinare dati Istat per dire che i reati stanno diminuendo (e magari ci crede davvero), ci dirà che è tutto sotto controllo, che non ci sono pericoli per l’Italia (è quello che ripete ogni volta che qualcuno lancia l’allarme su possibili azioni terroristiche sul territorio nazionale e sulla presenza di terroristi fra gli immigrati). E poi, per male che vada, se proprio dovesse esserci un attacco, dichiariamo lo stato di emergenza e, se necessario, chiudiamo anche le frontiere.  In ogni caso, in previsione di un possibile attentato in casa nostra (è solo questione di tempo) è bene cominciare a pensare qualche bella frase ad effetto da pronunciare con aria afflitta davanti alle telecamere e da rilanciare sui media. Potrebbero andar bene, per esempio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso“, o “Del senno di poi son piene le fosse“, o…beh, lasciamo spazio alla fantasia, quella non ci manca.

Voltaire e l’islam

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Priorità

Siamo sull’orlo del baratro“, dicono in coro i commentatori; imprenditori, sindacati, politici. E’ un ritornello che, purtroppo, sentiamo da anni. Accusavano Berlusconi di essere responsabile della crisi, del calo della borsa e della crescita impazzita dello spread. Di Pietro in Parlamento lo definì “Criminale” indicandolo come responsabile unico della crisi. Fatto fuori Berlusconi è arrivato il tecnico Monti, a capo di un governo di “esperti” che avrebbero dovuto risolvere tutti i problemi. E siccome la situazione non migliorava di molto si dovette riconoscere che la crisi aveva radici complesse, riguardava tutto l’Occidente e non era in relazione con il governo Berlusconi (lo dissero diversi osservatori politici e lo stesso Monti). Tanto è vero che, dopo più di un anno, i vari commentatori continuavano a dire che “Siamo sull’orlo del baratro“.

Chiuso ingloriosamente il capitolo del tecnico  Monti (egli stesso riconobbe che le misure adottate non solo non ebbero efficacia per risolvere la crisi, ma addirittura aggravarono la recessione), le elezioni ci hanno regalato un Parlamento bloccato, in stallo. Che fine hanno fatto ed a cosa sono servite le lunghe consultazioni di Bersani che, non essendo in grado di formare un governo,  giusto per prendere tempo, ha ascoltato tutte le “parti sociali“, compresi i boy scout e le Giovani marmotte? A niente, solo fumo. A cosa è servita, subito dopo,  la nomina da parte di Napolitano, di un comitato di “saggi” che dovevano individuare i punti più importanti da affrontare con urgenza? A niente, solo fumo. Ma Napolitano disse che, comunque, il loro lavoro sarebbe stato utilissimo per chi fosse andato al governo. Vi risulta che Letta ne abbia preso visione o lo abbia preso come spunto per le urgenze da affrontare? Per niente. L’unica cosa urgente è stata una gita con ritiro spirituale in una ex abbazia “per fare spogliatoio“. Ed il lavoro dei saggi a cosa è servito? A niente, solo fumo. I nostri politici ormai comunicano come i pellerossa americani, con “segnali di fumo“.

Così ancora oggi, a tre mesi dalle elezioni,  con un nuovo governo di larghe intese e dopo un ritiro bucolico in un pensatoio a 5 stelle, forse lo spogliatoio è migliorato, ma nessuno ha la più pallida idea di come affrontare la crisi e si continua a prendere tempo, sperando in un intervento divino, trincerandosi dietro dichiarazioni generiche sulla necessità di rilanciare l’economia. Siamo sempre “sull’orlo del baratro“. Lo ha ribadito pochi giorni fa anche Squinzi all’assemblea di Confindustria. Anche il premier Letta, presente ai lavori, si è associato all’analisi pessimistica degli imprenditori, senza riuscire a formulare uno straccio di proposta reale, concreta e fattibile per affrontare la crisi. Forse dovrà convocare di nuovo l’intera compagine governativa e portarli di nuovo in ritiro spirituale nell’antica abbazia per migliorare ancora lo “spogliatoio“. Chissà che, complice l’atmosfera monastica, qualcuno non abbia le visioni mistiche e trovi una buona idea.

Ed in questa situazione tragica di cui ancora non si vede la fine, cosa fa il governo? Quali sono le priorità? Eccone una proposta dall’on. Boldrini, quella che andò a portare il proprio sostegno ai parenti delle tre persone suicidatesi a Civitanova Marche per la disperazione causata da problemi economici e scoprì che non pensava che in Italia ci fossero quei livelli di povertà (!) Comprendiamo, era troppo impegnata, come portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, ad occuparsi degli immigrati. Non aveva tempo per occuparsi degli italiani. Ecco la proposta…

La gente continua a suicidarsi per la disperazione e la Boldrini pensa alle leggi contro l’omofobia. Siamo sull’orlo del baratro e questi pensano all’omofobia, alla cittadinanza agli stranieri, a dare la casa agli zingari ed alle unioni gay. I sinistri non si smentiscono mai. Anche in Francia, che non se la passa meglio dell’Italia, mentre la gente chiede interventi sul lavoro, il socialista Hollande che fa? Nonostante le proteste di piazza, fa una bella legge per garantire il matrimonio fra omosessuali.  Risultato? Pochi giorni fa lo scrittore e storico Venner, quasi ottantenne, si è suicidato a Notre Dame per protesta contro le unioni gay. Intanto continuano le proteste ed i cortei contro la legge. Ma Hollande non sente ragioni. La volontà popolare e le proteste di piazza hanno valore solo quando sono organizzate dalla sinistra. Altrimenti non contano.  Evidentemente, anche per Hollande le nozze gay sono una “priorità“.

Un altro esempio della fantasia socialista l’abbiamo avuto in Spagna con il governo del socialista Zapatero, quello che invece di preoccuparsi di problemi seri (la crisi spagnola, grazie alle scelte scellerate dei socialisti stava portando la Spagna ad una situazione simile alla Grecia), pensava a tutelare i gay, i trans (è una loro fissazione) e proponeva di estendere i “diritti umani” ai primati. (La Spagna ed il pene superfluoZapatero e le scimmie La Spagna si masturbaEl gobierno sombra)

Questa gente ha in mente una strana idea di società che stentiamo a riconoscere (Mamme, babbi e bebè). E stanno facendo di tutto per stravolgere secoli e secoli di usi, costumi, tradizioni, cultura, tutto ciò su cui è fondata la civiltà occidentale. Vagheggiano una società multietnica, multiculturale, priva di identità nazionale,  priva di valori e riferimenti precisi, una specie di grande blob in movimento che tutto assorbe, omologa, metabolizza e trasforma in maleodoranti escrementi; una specie di ammucchiata generale in cui tutti i ghiribizzi sessuali diventano “diritti umani” e l’unico riferimento sarà una morale da suburra.

Ora abbiamo capito quali sono le priorità del governo: gay, lesbiche, trans, zingari e immigrati.  Dovremo abituarci e cominciare a modificare i nostri principi etici ed i criteri estetici. Vietato criticare gay, trans, zingari, neri e assimilati. Puoi dire che Berlusconi è mafioso, criminale, serpente a sonagli, cancro della politica. Tutto è concesso; è libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Ma con una riserva, la libertà di espressione è sospesa se si riferisce alle “categorie protette“; omosessuali, neri, trans, immigrati  e zingari. Così tu, allo stadio, puoi urlare tutti gli insulti possibili a calciatori ed arbitro. Ma se fai “Buuu…” a Balotelli è razzismo, la società paga una multa e chi fa Buuu rischia la galera. Non puoi nemmeno dire semplicemente che Balotelli non ti è simpatico, che i neri non ti piacciono perché esteticamente preferisci i caratteri somatici europei, che forse gli immigrati stanno creando qualche problema di sicurezza e che bisognerebbe limitare e regolamentare il flusso di migrazione, che preferisci le relazioni normali a quelle gay e che Luxuria non è propriamente una bellezza; sarebbe razzismo, xenofobia, omofobia, transfobia, sarebbe un reato.

Questo è ciò che stanno proponendo. Queste sono le loro “priorità“. Questo è il loro ideale di società civile.  Questo è il messaggio culturale che stanno diffondendo da molto tempo attraverso i media, l’arte, il cinema, lo spettacolo, la canzone, la letteratura, la televisione. Non è un caso che al festival del cinema di Cannes abbia vinto un film, “La vita d’Adele“,  che racconta una storia di amore lesbo. Stanno imponendo questi canoni etici ed estetici come valori normali, come esemplari modelli da imitare ed apprezzare. Guai ad esprimere giudizi poco simpatici o, peggio ancora,  dire che non vi piacciono Vendola, Aldo Busi, Malgioglio o Cecchi Paone.  Sarebbe reato di omofobia, si rischia una multa salata o, addirittura, la galera. Alla faccia dell’art. 21. La gente si suicida per la disperazione causata dalla crisi economica, dal fallimento delle aziende e dalla mancanza di lavoro e la Boldrini pensa all’omofobia. Complimenti!

Mamme, babbi e bebè

Le belle famiglie moderne: due mamme, tre papà, otto nonni e uno stuolo di zie, cugini e fratelli sparsi che non sanno nemmeno, finché qualcuno non organizza una bella riunione di famiglia, di essere parenti. Le chiamano “famiglie allargate“. Che bello quando si riuniscono tutti per il pranzo di Natale. Si perde un po’ di tempo all’inizio per le presentazioni, visto che non si conoscono fra loro, ma poi è tutta una festa generale. Se poi si fa un po’ di confusione con le parentele, pazienza. Ma vuoi mettere la soddisfazione di essere una famiglia moderna, progressista, aperta?

Magari c’è il fratello gay, la cugina lesbica, lo zio trans, ma c’è posto per tutti: aggiungi un posto a tavola. Magari il posto a tavola è per la nuova “compagna” di mamma (che ha scoperto di essere lesbica), così il pargoletto avrà due mamme. E forse un altro posto è riservato al nuovo “compagno” di papà, che nel frattempo è diventato gay, e porta a casa la nuova “mamma” che però ha i baffi. Che importa, tempi moderni, l’imperativo categorico è “cambiamento“, basta con regole e regolette del passato. Buttiamo tutto nella spazzatura, tradizioni, morale, usi e costumi, distruggiamo il passato. Sembra questa la soluzione per tutti i guai. Ma ne siamo davvero sicuri? Ci conviene davvero cambiare il mondo? Vedi “Il Papa mi copia il blog”.

Questa mania del cambiamento ad ogni costo mi ricorda una frase di Raffaele Morelli, quello che una volta stazionava in permanenza in TV (ora, per fortuna, sembra scomparso)  sempre pronto a dispensare saggezza in pillole o supposte. Quello che dovrebbe essere psicologo, psicanalista, psichiatra, psicoterapista o psicoqualcosa che non ho mai capito. Disse in televisione: “I giovani hanno il compito di distruggere i valori della generazione precedente. Se non fanno questo hanno fallito”. Forse la prima cosa da fare, invece, per avere una società decente, sarebbe quella di distruggere la gente come Morelli. Ne parlavo anni fa nel post ” Come vivere felici con 5 euro“.

Stiamo cambiando così rapidamente che facciamo fatica a seguire i tempi e adeguarci.  Basta seguire le notizie di cronaca ed ogni giorno se ne scopre una nuova. In Francia, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti hanno abolito, addirittura, anche i termini “Mamma e papà“.  Sarebbe imbarazzante, qualora si abbiano due mamme o due papà. Chi è la mamma e chi è il papà? Difficile stabilirlo, se la mamma ha barba e baffi ed il papà porta il reggiseno.

Per ovviare a questo imbarazzante dilemma i Paesi progressisti, che più progressisti non si può, si sono già adeguati ai tempi.  Negli USA, grazie al “progressista” Obama, è già in vigore la legge che  elimina nei documenti ufficiali i termini “padre e madre“. La Spagna dell’allora premier socialista Zapatero, per non sembrare meno progressista di Obama,  si è subito adeguata. Non c’è da meravigliarsi, sotto il governo del “calzolaio” socialista, si era così aperti alle innovazioni che si volevano estendere i diritti umani alle scimmie (Zapatero e le scimmie), per consentire l’arruolamento dei trans nell’esercito si stabiliva che per essere considerati maschi arruolabili non è necessario avere il pene (La Spagna ed il pene superfluo) e nelle scuole della Catalogna venivano distribuiti opuscoli per spiegare ai ragazzi tutti i segreti della masturbazione. Una specie di Kamasutra del “Fai da te” (vedi “La Spagna si masturba“).

Così, per non essere secondi a nessuno, anche in  Francia gli illuminati progressisti socialisti di Hollande hanno deciso di abolire i vecchi ed anacronistici “padre e madre“:  si chiameranno “Genitore Uno e Genitore Due“. Olè! In Svezia, invece, hanno fatto ancora di più e meglio: hanno abolito addirittura anche le differenze fra maschietti e femminucce. Si chiamano con pronomi “Neutri“, hanno abolito i classici colori rosa e blu, hanno inventato giocattoli unisex ed abolito le favole che possono creare problemi sull’identificazione sessuale : “Egalia, l’asilo infantile che ha abolito maschi e femmine“.  Sembrano battute, barzellette,, le solite leggende metropolitane. Invece, purtroppo, è tutto drammaticamente vero.

Queste innovazioni, che sconvolgono le vecchie tradizioni consolidate da secoli, partorite dalle fervide menti dei progressisti d’assalto, hanno conseguenze anche nella vita sociale,  nelle relazioni interpersonali e nelle strutture pubbliche; per esempio la scuola e gli asili. Succede così che in una scuola materna di Roma ci sia un bambino che ha “due mamme“. Già, perché accontentarsi di una sola mamma quando se ne possono avere due?  Specie in tempo di crisi, una mamma di scorta fa sempre comodo. Viva l’abbondanza. E succede che domani sia la festa del papà.

Oh, perbacco, e adesso che si fa? Ovvio che il bambino con due mamme si troverà in imbarazzo perché lui un papà non ce l’ha e non può festeggiarlo. No problem, notoriamente noi italiani siamo dotati di una grande fantasia, siamo maestri nell’arte di arrangiarsi e risolvere i problemi e, quando ci troviamo di fronte ad ostacoli ed imprevisti, sfoderiamo la nostra rinomata creatività “che tutto il mondo ci invidia“ (così si dice) e diamo prova del più puro genio italico.

Arriva la festa del papà e c’è un bambino che il papà non ce l’ha? Ecco la soluzione: “Il bambino ha due mamme: l’asilo annulla la festa del papà“. Semplice, aboliamo la festa. Geniale, vero? E adesso cosa si potrebbe dire di questa ultima trovata dei nostri “progressisti” del piffero? Niente, si resta senza parole. E’ davvero questo il mondo che vogliamo? Questo è progresso? E’ progresso chiamare la mamma “Genitore Due“?  E’ progresso affittare un utero, come ha fatto Elton John, e farsi fare su ordinazione (questo è, come se ordinasse una credenza al mobiliere) due bambini e farli crescere fra due “babbi” o  due “Genitore Uno e Due“?

Ma poi, nel caso di coppie gay o lesbiche, come si riconosce il Genitore Uno dal Genitore Due? Si applicano una targhetta o portano un ciondolo al collo con l’indicazione? E se la coppia si allargasse (oggi, in tempi di famiglia allargata, tutto è possibile) e i genitori diventassero tre? Aggiungiamo ancora un posto a tavola per il “Genitore Tre“? Povero bambino, dovrà imparare presto l’aritmetica se vuole chiamare per numero il genitore giusto, perché rischia di fare confusione con tutti quei numeri genitoriali. A questo punto dovremmo essere sinceri e smetterla di giocare a fare i piccoli rivoluzionari per il gusto di sembrare moderni ed al passo coi tempi.  Siamo davvero così rincoglioniti o facciamo solo finta di esserlo per non turbare la sensibilità di un bambino senza papà, ma con due mamme?

Perché una società deve necessariamente adeguare i propri principi alle esigenze di una esigua minoranza, invece che a quelle della maggioranza? Ma in democrazia non è sempre valido il concetto che sia la maggioranza a decidere? E’ un cardine del sistema democratico. E allora perché in certi casi non è più valido? Oppure è valido solo quando ci fa comodo?  Oppure i nostri progressisti del cavolo sono una lobby così potente che riescono a condizionare l’intera società? Perché dobbiamo abolire la festa del papà perché c’è un bambino che ha due mamme, invece che una mamma ed un papà, come tutti gli altri? Perché dobbiamo smettere di fare il presepe e cantare i canti di Natale?  Perché dobbiamo abolire il Natale e sostituirlo con una generica “Festa d’inverno” e sostituire (come ha deliberato il Parlamento europeo) il classico “Buon Natale” con un generico “Auguri di stagione“?

Se festeggiare il Natale gli dà tanto fastidio (ma quanto sono sensibili!), possono restare a casa loro (non mi risulta che li abbiamo obbligati noi a venire in Italia) e festeggiare Maometto, Budda, Manitù e fare la danza della pioggia intorno al Totem. Per non urtare la sensibilità di immigrati che non sono cristiani, stiamo distruggendo principi e tradizioni.  Stiamo rinnegando le nostre radici e la nostra cultura millenaria. Ci stiamo rendendo ridicoli.

Perché dobbiamo cambiare le leggi naturali che regolano il mondo da millenni per consentire a Vendola di sposare in chiesa il suo amato Eddy e di considerare questa unione una “famiglia” normale? E’ davvero normale che sia la società ad adeguarsi alle paturnie sessuali di pochi? E’ come colorare di nero un intero gregge di pecore bianche per evitare che l’unica pecora nera del gregge si senta a disagio e diversa. Eppure è proprio questo che stiamo facendo. E’ proprio questo che stiamo diventando: un gregge di pecoroni bianchi che si adeguano ai ghiribizzi dell’unica pecora nera.

Con questa mania del cambiamento e della distruzione di tutto ciò che consideriamo vecchio e superato dai tempi finiremo per distruggere noi stessi, la società e l’umanità.  Diventeremo noi stessi degli automi inutili da rottamare o gettare dalla finestra, come si fa con gli oggetti rotti ed inservibili a Capodanno. Non saremo più persone umane, ma più verosimilmente somiglieremo a delle merdacce fantozziane. Rifiuti umani, da gettare nella spazzatura. L’unica consolazione è che, essendo materia organica, siamo riciclabili. Diventeremo compost per concimare fiori, piante e prati verdi. Almeno saremo di qualche utilità al pianeta.

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