Stampa libera e il ballo di Trump

La stampa ama rivendicare la propria libertà ed indipendenza. Ne fa motivo di orgoglio, di onestà, di rispetto della deontologia professionale e garanzia di imparzialità. Sotto il titolo di varie testate nazionali campeggia la dicitura “quotidiano indipendente“. Il guaio è che non specificano mai da cosa e da chi siano indipendenti. Così possono essere indipendenti da alcuni interessi, ma non da altri. C’è sempre una dipendenza, voluta o meno, consapevole o meno; dall’editore, dal direttore responsabile, dall’area o gruppo politico di riferimento, dagli inserzionisti, dalle preferenze dei lettori.  In realtà l’unica libertà che si può riconoscere alla stampa è quella di stabilire le regole, i criteri ed i limiti (quando ci sono) della propria faziosità.

Prendiamo per esempio il più diffuso ed autorevole quotidiano nazionale, il Corriere della sera, versione on line. Sulla presunta e sbandierata indipendenza ed imparzialità del Corrierone ci si potrebbe scrivere un libro. Basterebbe ricordare la presa di posizione a favore del voto a Prodi sbattuta in prima pagina dall’allora direttore Paolo Mieli (ex sessantottino militante in Potere operaio; tanto per ricordare chi è e da dove proviene). Anche l’attuale direttore del Corriere, Luciano Fontana, cresciuto nella FGCI e per 11 anni giornalista all’Unità, viene da quella sinistra in cui sono maturati molte grandi firme del giornalismo  di casa nostra. E siccome quelle giovanili sono esperienze che, specie se allevati a pane e Marx, ti segnano per tutta la vita, quando questa gente parla di indipendenza e imparzialità, bisogna sapere che intendono qualcosa di diverso dal significato del termine per la gente comune.

In questi anni di presidenza Obama il nostro Corrierone nazionale è stato una specie di succursale dell’ufficio stampa della Casa Bianca (Obama fan club). Sulle sue pagine è stato un unico, continuo, lungo elogio di Barack Obama e della sua presidenza, una stucchevole sviolinata durata 8 anni (Obama incanta il Corriere). Non passava giorno che in Home non ci fosse qualche articolo, foto e video dedicati alla Obama family (hanno dedicato diversi articoli perfino al cane Bo, il first Dog) che esaltasse le gesta del presidente, della first lady Michelle e perfino delle figlie Malia e Sasha (Titoli e leccate).

Tutto, qualunque cosa facessero, diventava pretesto per imbastire un articolo che esaltava la grande statura politica di Barack e le stupende qualità di Michelle: la bellezza, la disponibilità, la frangetta, la vicinanza alla gente, il carisma, la  bravura nel coltivare patate e cetrioli nell’orticello della Casa Bianca, la speciale Dieta Obama, i riconoscimenti della stampa per l’eleganza (incredibile, ma vero; hanno avuto il coraggio di assegnarle un premio per l’eleganza), il suo impegno nella campagna contro l’obesità (anche se il cibo preferito di Barack era il junk food, hamburger e patatine). Insomma, poco mancava che Barack, dopo aver ricevuto un Nobel per la pace sulla fiducia, fosse nominato anche santo subito, ancora in vita, e la first lady Michelle venisse consacrata come icona di bellezza.

Poi succede che Trump vince le elezioni battendo la favorita Hillary Clinton (sostenuta dalla quasi totalità dei media americani; e nostrani) e diventa presidente degli USA, suscitando proteste, cortei, scontri, stilisti che si rifiutano di vestire Melania, cantanti che rifiutano di cantare all’insediamento, dive hollywoodiane in lacrime e scene da Day after. I democratici di casa nostra ammutoliscono, cadono in depressione e finiscono in terapia di gruppo presso un noto psicoterapeuta per superare il trauma.  Cerimonia solenne di insediamento in diretta e poi gran ballo. Si balla sì, ma  cambia la musica.

Quella dell’insediamento di Obama era una musica allegra, gioiosa, di gran festa. Questa, a sentire il tono del resoconto dell’inviata speciale RAI Giovanna Botteri, sembra triste, lugubre, premonitrice di sciagure; come se avessero eseguito la Marcia funebre di Chopin. Cambia la musica anche per il nostro Corrierone nazionale; dalle dolci e delicate sviolinate obamiane si passa al rumore di ferraglia arrugginita, peti, rutti, grugniti e pernacchie. Ecco nel box in alto come il “quotidiano libero ed indipendente” riferisce il ballo: quello di Donald e Melania è “legnoso“, quello di Barack e Michelle è un “romantico lento“. Che carini e teneri i fidanzatini Obamini, sembrano appena usciti dal Tempo delle mele. Ma, vista l’età e la passione per la coltivazione di ortaggi, questi sono da Tempo di broccoli e patate.

Qualunque commento è superfluo, parlano le immagini e la didascalia. Una faziosità da fare schifo. Ed è solo l’inizio, perché dopo 8 anni di sviolinate per Obama, prepariamoci al cambio di registro ed a leggere anni di peste e corna contro Trump. Ma c’è ancora qualcuno che crede alla favoletta della stampa libera e indipendente?

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Obama the One

Tutti matti per Obama

– Obama e le minoranze 

Obama e il lacrimatoio di bronzo

Come acqua fresca

 

 

Trump, Clinton: il bug del sistema democratico

Hillary o Donald? Comunque vada siamo fregati. E’ ancora un mistero, anche per gli analisti più autorevoli, capire come sia stato possibile che questi due personaggi siano arrivati a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti. Ma ormai la frittata è fatta; arrangiatevi. E’ la dimostrazione di quello che sostengo da tempo: la democrazia contiene in sé un “bug di sistema” che, in nome di principi astratti, può degenerare e consentire qualunque aberrazione e nefandezza. La democrazia è una truffa ideologica e culturale: gli ingenui ci credono, i furbi la sfruttano. Un solo esempio. Chiedetevi come mai per fare il bidello, l’usciere, la colf o il lavapiatti, si devono superare preselezioni, selezioni, esami, colloqui o, come minimo, presentare delle buone referenze. Per entrare in Parlamento, invece, non è necessario nessun requisito, perché chiedere un qualunque attestato accademico, professionale o di capacità ed esperienza, sarebbe discriminante; perché, dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali, con parità di diritti e tutti sono elettori attivi e passivi. In teoria anche lo scemo del villaggio può diventare ministro: lo garantisce la Costituzione. Quella che qualcuno definisce “la più bella del mondo“. Figuriamoci le altre. Un principio così idiota non lo si trova nemmeno nel Manuale delle giovani marmotte. Ma le menti illuminate dicono che questo è uno dei principi fondanti della democrazia. Tutti, ma proprio tutti, possono andare in parlamento. Ecco perché siamo governati da mediocri e incapaci (quando va bene), o da furfanti corrotti (più spesso). E’ l’effetto di quel “Bug“. E’ il sistema che è marcio. La politica non è la soluzione: è il problema.

Ma vi sembra normale un paese e una democrazia in cui diventano presidenti degli USA due componenti della stessa famiglia? Prima Bush padre e Bush figlio, ora Clinton marito e Clinton moglie. E poi passeranno lo scettro presidenziale ai figli e nipoti? Dopo Hillary si candiderà Michelle Obama o la figlia Malia? E poi Chelsea, la figlia dei Clinton o l’ultimo rampollo della dinastia Kennedy? In USA hanno la presidenza ereditaria? Questi sono quelli che esportano la democrazia nel mondo a forza di bombe e complotti; e magari, appena eletti presidenti, si prendono anche il Nobel per la pace sulla fiducia. E nel frattempo, fra un complotto e l’altro, tanto per ammazzare il tempo (qualcosa devono ammazzare, altrimenti vanno in crisi di astinenza), qualcuno si fa fare le pompette; no, i pompucci… i pompelli…i pompicini, insomma quelli (è un diminutivo di pompa, ma non mi viene la parola giusta), dalla stagista sotto la scrivania dello studio ovale. La stessa scrivania sotto la quale Kennedy lasciava giocare il piccolo John John. Bill Clinton, invece ci faceva giocare Monica e pare che entrambi si divertissero molto. Ma vi sembra possibile che questi due personaggi siano il meglio che potessero proporre per guidare la politica, l’economia, i rapporti geopolitici degli Stati Uniti e del mondo occidentale e condizionare la vita dell’intero pianeta? Su più di 300 milioni di americani non si poteva scegliere niente di meglio e più serio? Bisogna concludere che se in USA questo è il meglio a disposizione, sono messi molto, ma molto male. Oppure, che la democrazia qualche piccolo “bug” di sistema lo abbia e che bisognerebbe correggerlo per evitare in futuro guai anche peggiori.

Dalle immagini che abbiamo visto in questo periodo, si ricava l’idea che in America la campagna elettorale sia organizzata come i grandi concerti rock di una volta; qualcuno su un palco e migliaia di fan in delirio che applaudono  in estasi davanti ai loro idoli: il tutto regolato da una precisa e rigorosa regia. Ma è molto più dispendiosa. Girano milioni di dollari raccolti in maniera più o meno chiara e regolare tramite comitati, fondazioni o donazioni di potenti lobby economiche che versano somme ingenti, contando sul rientro di benefici, in caso di vincita del loro candidato. E’ evidente che, qualora questi candidati vengano eletti, la loro linea politica sia in parte condizionata proprio dagli interessi economici di questi finanziatori. Ma non lo ammetteranno mai. Le grandi battaglie politiche, gli scontri fra candidati, gli slogan, nascondono enormi interessi economici. E’ un gioco  sporco fatto sulla pelle dei cittadini che giudicano più sull’immagine mediatica del candidato che non sulle vere e reali sue capacità e proposte. La politica vera, l’ideologia, i programmi, i principi morali contano quanto il Giornalino delle Giovani marmotte.

Negli USA (ma anche noi stiamo imparando presto) la politica è un genere di consumo, un prodotto industriale, da confezionare e vendere con gli stessi sistemi di comunicazione e pubblicitari che si usano per vendere auto o detersivi: il nostro piazzista di Palazzo Chigi, con le sue slides e “Venghino siori, venghino…”, ne è un esempio lampante. Non per niente se ne occupano specialisti della comunicazione; ed alla Casa Bianca c’è a disposizione del presidente un intero staff, composto da una settantina di persone, il cui unico compito è quello di occuparsi dell’immagine pubblica del presidente. Anche la politica è sempre più, non una questione di ideologia e di programmi, ma un prodotto mediatico. Ed il dramma è che i mass media sono una truffa. Sono il più importante mezzo di distrazione di massa, di mistificazione, di manipolazione della realtà e delle menti. Nulla di ciò che mostrano i media è ciò che sembra: tutto sembra ciò che vogliono farci credere che sia.

Criticare il sistema democratico, tuttavia,  non significa auspicare un regime totalitario. Basterebbe apportare qualche piccola variazione, introdurre diversi metodi di scelta dei rappresentati del popolo, prevedere il possesso di alcuni requisiti indispensabili per accedere alla politica. Il principio della completa uguaglianza dei cittadini è un falso ideologico. “Uno vale uno2, così come ribadito anche recentemente da Grillo e dal suo movimento, è uno dei concetti più stupidi partoriti dalla mente umana. Chi accetta la democrazia come “il meno peggio“, come diceva Churchill, dovrebbe anche spiegare perché l’umanità, dopo millenni di evoluzione, dovrebbe accontentarsi del “meno peggio“, invece che cercare “il meglio“. Così pure,  chi pensa che la democrazia operi naturalmente un processo di selezione dei candidati attraverso il voto, e che i politici siano legittimati a governare perché votati ed eletti liberamente dal popolo, dovrebbero informarsi meglio sui sistemi di condizionamento del voto, sulla formazione dell’opinione pubblica, sulla creazione e gestione del consenso, sulla manipolazione e l’uso strumentale dell’informazione e sul potere dei persuasori occulti. Poi ne riparliamo. Diceva Herbert Marcuse, autore di “L’uomo a una dimensione”, testo cult e bibbia dei movimenti giovanili di protesta degli anni ’60: “La libera scelta dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“.  Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

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La politica è un bluff, legale

Sei democratico? Quiz facile facile

Darwin e la democrazia

Democrazia e maggioranza

Lo strano concetto di maggioranza

Democrazia in supposte

Democrazia in pillole

L’idiota e la democrazia

Terapia democratica

Democrazia, voto e rappresentanza popolare

Democrazia in coma profondo

Democrazia e pentole

Fantozzi e la democrazia

Oh, la Clinton

Tutti matti per Hillary Clinton. I nostri media sono tutti schierati con lei. Così come fecero a suo tempo con Obama. Ormai in USA abbiamo i presidenti per dinastia. Dopo i Kennedy, un’intera famiglia ai più alti vertici del potere; non arrivò il secondo presidente solo perché il legittimo aspirante lo ammazzarono prima. Poi fu presidente Bush padre al quale seguì George Bush figlio. Visto che non c’è due senza tre, ci ha provato anche Busch nipote, candidandosi alle primarie del partito repubblicano. Gli è andata male, ma è ancora giovane, magari ci riprova alla prossima.

Venne poi il presidente Bill Clinton e, una volta chiuso il mandato, ecco la mogliettina Hillary candidarsi per prenderne il posto, visto che ormai era pratica della Casa Bianca e delle sue usanze. La prima volta le è andata buca, sconfitta alle primarie da Obama. Ma lei, tenace, battagliera e ambiziosa, non demorde. Si ricandida, dunque, e pare che questa volta abbia molte possibilità di diventare la prima donna presidente degli USA. La vediamo nella foto, durante un comizio elettorale, avendo alle spalle proprio il marito Bill e la figlia Chelsea. Così, come già avvenuto con i Bush, avremo due presidenti nella stessa famiglia. E poi a chi toccherà, alla figlia Chelsea o al nipotino? Oppure gli USA in questa foga di rinnovamento e rottura con gli stereotipi del passato, dopo un presidente nero, un presidente donna, avranno un presidente nero, trans e musulmano?

Ma cosa avranno di così particolare questi personaggi per poter contare due presidenti nella stessa casa, quella Bianca, ovvio. Sarà una questione genetica, o di particolari capacità professionali? Sarà un semplice coincidenza, un caso? Ecccheccasooo…direbbe Greggio. Ma lasciamo perdere questi misteri democratici. Nell’euforia clintoniana della nostra stampa, dimenticano che Hillary, in qualità di segretario di Stato,  è stata implicata in diversi fatti non proprio chiarissimi della politica estera USA degli ultimi anni. Per cominciare non è estranea neppure all’esplosione della cosiddetta “Primavera araba” che ha sconvolto gli equilibri politico/economici di Egitto, Tunisia e Libia e Siria dove ancora si combatte. Molte testimonianze sembrano confermare un intervento diretto della diplomazia e dei servizi segreti Usa nella preparazione ed organizzazione delle prime manifestazioni popolari che portarono agli sconti ed alla successiva destituzione dei capi egiziani, tunisini e libici, Gheddafi in testa. Tutti sconvolgimenti gravissimi di cui l’Italia sta pagando per prima ed in maniera più grave le conseguenze in termini economici e di immigrazione incontrollata dalla Libia.

In questo scenario non proprio gratificante per un presidente USA Obama insignito del premio Nobel per la pace (concesso sulla fiducia e come acconto sui futuri miglioramenti), quale è stato il ruolo di Hillary Clinton? Ce lo ricorda un bel pezzo di Matteo Carnieletto sul blog “Gli occhi della guerra” che riprende alcuni articoli comparsi di recente su New York Times e Washington post. Eccolo.

Il lato oscuro della Clinton

Da qualche settimana, Washington Post New York Times stanno raccontando, con dovizia di particolari, le “imprese” libiche della candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton. Ci sarebbe lei, infatti, dietro l’intervento in Libia del 2011. La notte del 14 marzo del 2011 non è una notte come tutte le altre. La Clinton è a Parigi. Tutto ormai è buio e l’aereo con a bordo Mahmoud Jibril, uno dei principali leader della rivolta libica, sembra non voler arrivare. È un incontro importante non solo per la storia americana, ma anche per quella mondiale. Una nuova guerra è alle porte. Jibril comprende che per convincere Obama a portare la guerra in Libia è necessario convincere la Clinton. Riuscirà nel suo intento e farà sprofondare la Libia nel caos, come nota anche il New York Times: “Oggi la Libia pone una minaccia sproporzionata alla sicurezza della regione, tanto da domandarsi se l’intervento, anziché scongiurare una catastrofe umanitaria, non abbia semplicemente contribuito a crearne una di diversa natura. Il saccheggio, durante l’intervento, dei vasti arsenali di armi del colonnello ha alimentato la guerra civile siriana, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai, e destabilizzato il Mali. Un crescente traffico di esseri umani ha indotto 250mila rifugiati a spingersi verso Nord e attraversare il Mediterraneo, e centinaia sono morti annegati”. A ciò deve essere aggiunto anche il dilagare dello Stato islamico in Libia.

Passa un mese e la Clinton e Jibril si incontrano nuovamente. Questa volta a Roma. Un incontro lunghissimo: oltre un’ora. Jibril spinge per l’intervento e dipinge un futuro radioso per la Libia: elezioni, libertà di stampa e di pensiero. La Clinton ne è entusiasta. Mai profezia fu più sbagliata. Il volto nuovo della Libia è tumefatto da mille ferite, proprio come quello del colonnello Gheddafi, brutalmente ucciso nell’ottobre del 2011. L’ira dei ribelli è tutta rivolta contro di lui: calci, pugni e botte. “Venimmo, vedemmo ed è morto”, queste le parole – secondo il New York Times, pronunciate dalla Clinton, che subito organizzò la sua marcia trionfale in Libia.

Ma nel curriculum della Clinton non c’è solamente la Libia. C’è anche l’Ucraina, come spiega bene Diana Johnstone in Hillary Clinton regina del Caos (Zambon Editore). Non tanto (o, meglio, non solo) nell’organizzazione delle proteste, quanto nel diffondere sentimenti anti-russi. Subito dopo la tragedia del volo 17 della Malaysian Airlines, Kiev accusa i filorussi di aver commesso il fatto. Non ci sono prove però. Né a favore né contro i russi. Ma subito la Clinton, come scrive la Johnstone, fornisce agli europei la linea da seguire: “Se vi sono prove che collegano la Russia a questo evento, ciò dovrebbe indurre gli europei a fare molto di più, su tre fronti. Primo, inasprire le loro sanzioni. Rendere molto chiaro che c’è un prezzo da pagare. Secondo, (…) trovare alternative a Gazprom. E terzo, fare di più, di concerto con noi, per aiutare gli ucraini”. Questo incidente viene usato come casus belli. Si rischia un conflitto mondiale.

Il 4 dicembre 2014, scrive la Johnstone nel suo libro, “la camera dei rappresentanti degli Stati Uniti approvò una risoluzione che condannava la Russia per un’immaginaria ‘aggressione armata contro alleati e partner degli Stati Uniti’ (…). Il testo fu approvato senza alcun dibattito da una maggioranza di ben 411 rappresentanti apparentemente indifferenti, che stavano lasciando l’aula in quel momento; solo dieci votarono contro. Con questa risoluzione si potrebbe giustificare una guerra contro la Russia di Vladimir Putin e, come scrive la Johnstone, “questa leggerezza dimostra che il problema rappresentato da Hillary Rodham Clinton va ben al di là di lei come individuo, e rivela la crisi profonda del sistema politico americano”. (Matteo Carnieletto)

Che dire, C’è da essere poco tranquilli sul nostro futuro, se siamo in mano a questa gente. Ma non c’erano dubbi che dietro l’esplosione della protesta usata come pretesto per le rivolte in Egitto e Tunisia e per l’attacco alla Libia, ci fossero Obama, Cameron e Sarkozy; una destabilizzazione dell’intera area che era funzionale agli interessi economici e politici nella zona di Inghilterra, Francia e USA. Lo confermavano già allora notizie sull’uso spregiudicato di false notizie attraverso i media (in particolare il canale televisivo Al Jazeera, TV del Qatar) che servirono a giustificare l’intervento rapido contro Gheddafi. Non abbiamo bisogno di rivelazioni tardive, era già tutto chiaro fin da allora.

Ecco cosa scrivevo a marzo 2011, a pochi giorni dai primi bombardamenti: “Libia e mozzarella

E ancora:

Mr. Obama e la Siria

Guerra mediatica

Libia e bufale

Libia, ribelli e banane

La faccia come il culo

Missione umanitaria

Bombe intelligenti

Lo scemo della Nato

 

La politica è una malattia

Grillo lascia (per il momento) la guida del Movimento 5 stelle. Torna a fare il comico in teatro, come terapia per combattere la schizofrenia del personaggio a metà fra comico e politico: “La politica è una malattia“, dice. Appunto, lo ha scoperto anche Grillo. Esattamente quello che sostengo da anni.

Psicopatologia del potere (2013)

 

 Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo. Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali“. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

 

Parigi e le stalle chiuse

Parigi sotto attacco, almeno 130 morti. Il presidente Hollande dichiara lo stato di emergenza e chiude le frontiere.

Dice che chiude le frontiere per evitare l’ingresso di terroristi. Se non si trattasse di una tragedia, quest’uomo farebbe quasi tenerezza, per l’ingenuità, l’incoscienza, l’irresponsabilità, l’inconsapevolezza che lo anima; qualità che si possono scusare in un bambino, non in un capo di Stato. Chiude le frontiere per evitare che entrino terroristi? Hollande, guardi che i terroristi sono già entrati, ce li ha già in casa. Doveva chiuderle prima le frontiere.  Doveva pensarci prima, lei e tutta la schiera di governanti euroidioti che da decenni, sotto la bandiera ipocrita della solidarietà e dell’operazione umanitaria, sta favorendo l’invasione dell’Europa da parte di disperati afro/arabo/asiatici in gran parte musulmani che covano odio, rancore e volontà di rivalsa e vendetta nei confronti dell’Europa e dei cristiani. Lepanto è un’onta da lavare col sangue. Ma il Papa dice che sono nostri fratelli e che dobbiamo accogliere tutti. Anzi, i vescovi ed i preti dicono di accoglierli direttamente in casa nostra. Come dire “Adotta un terrorista“. Poi, quando gli scoppia la bomba sotto il culo, fingono sorpresa e tentano maldestramente di correre ai ripari. Da noi si dice “Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati“. Hollande chiude le frontiere quando i terroristi sono già entrati. Geniale, ecco perché lui è presidente e voi no. Ed ecco perché l’Europa è destinata a soccombere al jihad, alla guerra santa; perché siamo in mano a gentaglia simile, che vuole adattare il mondo alla propria ideologia nefasta, allo scellerato buonismo masochista, e si accorge del danno quando è ormai tardi per rimediare.

Intanto, come di consueto in simili circostanze drammatiche, parte la passerella di dichiarazioni ufficiali di solidarietà e vicinanza alla popolazione parigina colpita dall’attacco terrorista. Dopo “Je suis Charlie“, ora il motto è “Je suis Paris“. A gridarlo sono gli stessi terzomondisti che sostengono l’immigrazione e l’accoglienza senza limiti e controlli, continuano a sognare l’integrazione (che è già ampiamente fallita ovunque, ma questi fingono di non saperlo) e che, grazie ai loro residuati ideologici di un socialismo storicamente fallimentare, sono responsabili della progressiva islamizzazione dell’Europa.  Mai che gli venga in mente di gridare l’unico motto che gli si addice: “Je suis idiot“.

Il presidente Obama, appena ha avuto notizia della strage, ha dichiarato: “E’ un attacco non solo al popolo francese ma a tutta l’umanità e ai valori che condividiamo. I valori di liberté, egalité e fraternité non sono solo condivisi dal popolo francese, ma anche da noi.”. Che parole toccanti, che originalità, che profondità di pensiero. Solo i grandi presidenti, specie se americani, possono fare dichiarazioni così dense di significato. Anche Hillary Clinton si è affrettata a commentare: “Le notizie che giungono da Parigi sono strazianti. Prego per la città e le famiglie delle vittime.”. Ha fatto bene a precisarlo, perché la gente comune magari pensava che la notizia della strage fosse rassicurante e di buon auspicio: no, è straziante; lo dice la Clinton. Ma i  parigini possono dormire sonni tranquilli perché Hillary Clinton prega per loro.

Anche i servizi segreti americani, quelli che  parlavano di armi chimiche inesistenti di Saddam (con cui giustificarono l’intervento in Iraq, del quale si pagano ancora le conseguenze) e che di recente hanno riconosciuto di aver sbagliato tutto sulla strategia militare per combattere l’Isis, hanno rilasciato la loro bella dichiarazione sugli attentati a Parigi: “Appaiono chiaramente come una serie di attacchi coordinati.”. Ma va, “Cosa mi dici maaiii…”, direbbe Topo Gigio. Roba da non credere, tutti avrebbero pensato che tre attacchi a Parigi, avvenuti contemporaneamente, fossero del tutto casuali. Invece erano “coordinati“, lo dicono i servizi per la sicurezza USA.

E non finisce qui, perché tra oggi e domani assisteremo alla solita rassegna di dichiarazioni di circostanza banali, scontate, di facciata ed un po’ ipocrite, sentite mille volte. Bisognerebbe raccoglierle e stamparle in un opuscolo (magari esiste davvero) a disposizione di capi di Sato, commentatori, opinionisti, intellettuali: da tenere sempre a portata di mano, buone per ogni occasione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni.

Ma non è che l’inizio, il bello deve ancora venire. Lo dice l’Isis, e quelli mica scherzano, non hanno un grande senso dell’umorismo. “Ora tocca a Roma“, dicono. Ma sono certo che il ministro Alfano, quello che continua a sciorinare dati Istat per dire che i reati stanno diminuendo (e magari ci crede davvero), ci dirà che è tutto sotto controllo, che non ci sono pericoli per l’Italia (è quello che ripete ogni volta che qualcuno lancia l’allarme su possibili azioni terroristiche sul territorio nazionale e sulla presenza di terroristi fra gli immigrati). E poi, per male che vada, se proprio dovesse esserci un attacco, dichiariamo lo stato di emergenza e, se necessario, chiudiamo anche le frontiere.  In ogni caso, in previsione di un possibile attentato in casa nostra (è solo questione di tempo) è bene cominciare a pensare qualche bella frase ad effetto da pronunciare con aria afflitta davanti alle telecamere e da rilanciare sui media. Potrebbero andar bene, per esempio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso“, o “Del senno di poi son piene le fosse“, o…beh, lasciamo spazio alla fantasia, quella non ci manca.

Libia e mozzarella

In questo conflitto libico ci sono tante di quelle bufale che si potrebbe avviare la produzione di ottima mozzarella; di bufale libiche, s’intende. Abbiamo sentito nei vari TG, ma viene riportato anche sulla stampa, che dall’inizio della rivolta ad oggi sarebbero 8.000 le vittime della repressione da parte di Gheddafi. E se lo dice la stampa deve essere vero. Ma siccome noi siamo poco propensi a credere a tutto ciò che riportano i media, andiamo a vedere cosa scriveva esattamente un mese fa un autorevole quotidiano, il Sole 24 ore.

Bufala 1. Ecco come Il Sole 24ore titolava con grande evidenza il giorno 23 febbraio scorso: “In Libia diecimila morti“.

Ohibò, se un mese fa c’erano diecimila morti ed oggi sono solo 8.000 significa una cosa sola: nell’ultimo mese in Libia 2.000 morti sono resuscitati. Miracolo!

Bufala 2. Già nei primi giorni della rivolta, l’emittente Al Jazeera, l’unica presente sul posto, parlava di mille morti. Domenica scorsa, nel programma pomeridiano di RAI1 L’Arena di Giletti, era ospite in studio il giornalista Pino Scaccia, rientrato da pochi giorni in Italia e che, proprio nei primi giorni della rivolta, si trovava sul posto. E che dice Scaccia? Dice che fin dall’inizio c’è stata una manipolazione delle notizie. Per esempio, i morti non erano mille, come annunciava Al Jazeera, ma solo 6, al massimo 8.

C’è una bella differenza fra 8 e mille. Ma l’esagerare le cifre delle vittime ha un effetto enorme sulla popolazione, contribuendo a far nascere e accrescere la reazione e la rivolta contro Gheddafi. Al Jazeera aveva interesse a forzare la rivolta ed ha volutamente esagerato il numero delle vittime? Non possiamo essere certi. Però sarà utile ricordare che l’emittente è stata fondata ed è di proprietà dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, il quale notoriamente nutre forti simpatie per il regime di Teheran. Sarà un caso che proprio l’Iran abbia affermato di recente di sostenere tutte le rivolte nei paesi arabi?

Bufala 3. Ancora nei primi giorni della rivolta, sempre Al Jazeera diffondeva un’altra allarmante notizia, ripresa da tutta la stampa internazionale, sulla presenza di grandi fosse comuni sulla spiaggia. Beh, erano giustificate, visti i “mille morti” in pochi giorni! Ma le immagini diffuse mostravano niente di più che normali fosse di un normalissimo cimitero, come hanno accertato e rivelato poi varie fonti ed inviati della stampa estera. Ecco una delle foto delle grandi fosse comuni

libia fosse comuni

Bufala 4. Sabato scorso un’altra foto (ed anche il video) finiva su tutti i media; quella di un caccia in fiamme che precipitava al suolo. Eccola…

bengasi aereo abbattuto2

Tutti riportavano la notizia dicendo che si trattava di un aereo governativo abbattuto dai ribelli a Bengasi. E tanto basta al presidente Obama per indignarsi ed affermare che questa era la prova evidente che Gheddafi aveva violato la No fly zone. Solo a fine mattinata l’agenzia France press, citando proprio fonti dei ribelli, rivelava, invece, che si trattava di un aereo dei ribelli abbattuto dalla contraerea di Gheddafi.  Quindi se qualcuno aveva violato la No fly zone non era Gheddafi, ma i ribelli.

Bufala 5. Ancora sabato mattina Hillary Clinton, per tranquillizzare gli americani contrari ad imbarcarsi in un altro conflitto sul fronte libico, dichiarava che l’America non avrebbe partecipato direttamente alle operazioni, ma si sarebbe limitata ad offrire un appoggio esterno all’intervento della coalizione. Insomma, niente intervento diretto, ma solo un supporto tecnico e logistico. Infatti, nel pomeriggio, a distanza di poche ore dalla dichiarazione, subito dopo i primi bombardamenti effettuati dai caccia francesi alle ore 17.45, giusto per cominciare a fornire un piccolo “supporto” esterno, prendono in mano il comando delle operazioni e lanciano 120 missili Tomahawk sulle postazioni libiche. A seguire, nella notte,  arrivano i caccia che sganciano una sessantina di bombe su vari obiettivi. E poiché si tratta solo di un piccolo supporto, arrivano perfino i caccia bombardieri Stealth, gli aerei invisibili ai radar, che lanciano un altro carico di bombe e poi tornano, dopo aver fornito il piccolo “supporto” tecnologico, nelle loro basi nel Missouri. Alla faccia del piccolo supporto! E se avessero deciso di intervenire direttamente cosa avrebbero fatto? Avrebbero rivoltato completamente l’intero deserto libico?

Bufala 6. Subito dopo l’inizio dei bombardamenti arrivano le prime reazioni negative. Russia, Cina, Lega araba e Unione africana esprimono forti riserve sulle modalità dell’attacco che considerano eccessivo e ben oltre quanto previsto dalla risoluzione ONU. Ma la coalizione rassicura tutti, anche quelli che vedono l’intervento come un attacco diretto a Gheddafi per eliminarlo fisicamente e consegnare la Libia ai ribelli. “Non diamo la caccia a Gheddafi“, si affannano a ripetere in coro. Infatti, già la domenica bombardano la sua casa bunker a Tripoli. Forse avevano paura che il bunker si alzasse in volo, violando la No fly zone, e volteggiando sul cielo di Tripoli spaventasse i civili. E siccome il leader libico, dopo il bombardamento, risulta ancora vivo e vegeto, dopo due giorni ripetono il bombardamento sulla stessa casa. Ma per carità, non dite che danno la caccia a Gheddafi. E’ solo un intervento umanitario per salvare la vita ai civili!

Bufala 7. Mai stati così veloci nel passare dalle parole ai fatti. Nel giro di 48 ore è stata approvata la risoluzione 1973 che stabilisce la No fly zone, Sarkozy convoca un vertice della “Coalizione dei volenterosi” a Parigi e, mentre la riunione è ancora in corso, i caccia francesi partono dalle loro basi e vanno a bombardare i blindati di Gheddafi. Senza nemmeno aspettare, come sarebbe stato logico, una riunione operativa dei vertici militari per concordare l’intervento. Così, per diversi giorni ognuno si fa la propria guerra, bombardando a caso, secondo i gusti del momento. Dice Napolitano che non siamo in guerra, siamo “nella Carta” ONU. Sì, è proprio una guerra alla carta, come in ristorante. Ognuno la fa come preferisce. Infatti, continuano a litigare perfino su chi debba assumere il comando.

Del resto, già dal nome “Coalizione dei volenterosi” si capiva che non era una cosa seria. Più che una coalizione di nazioni, sembra un gruppo speciale di Boy scout: i Volenterosi, quelli che montano la tenda, fanno legna, cucinano, etc…gli altri sono tutti sfaticati, svogliati e un po’ lavativi. I tedeschi, per esempio, che si sono tirati fuori, sono notoriamente tutti lavativi! Solitamente quando si adotta una risoluzione ONU si dà il tempo al paese interessato di adeguarsi per rispettare le imposizioni. E di solito si inviano osservatori ONU per verificare che quel paese rispetti la risoluzione. In questo caso no. Nonostante il governo libico da subito abbia chiesto l’invio di osservatori, e continui ancora a chiederlo, non è previsto nessun controllo. L’unica soluzione è bombardare, senza sentir ragioni o cercare una mediazione. Ma non si pensi che lo scopo è quello di eliminare Gheddafi e consegnare la Libia ai ribelli. No, è un intervento umanitario per salvare la vita ai civili! E poi, dice Napolitano, “Siamo nella Carta“.

Bufala 8. Ma perché tutta questa fretta e perché avviare un intervento militare in maniera così improvvisata, senza avere nemmno chiarito il coordinamento e la strategia? La risposta è quella che continuano a ripetere tutti i rappresentanti dei volenterosi, gli opinionisti del giorno dopo, politologi ed osservatori assortiti. Il motivo di tanta fretta è dovuta al fatto che Gheddafi, preparandosi ad attaccare Bengasi, aveva dichiarato che avrebbe sterminato tutti i ribelli.  Ecco il motivo, si tratta di una guerra preventiva alle intenzioni. Fondata e giustificata da una dichiarazione. Ma allora se si deve bombardare chiunque minacci di sterminare qualcuno, perché nessuno ha bombardato il Ruanda? Perché nessuno ha bombardato il Sudan che non si è limitato a dichiarazioni generiche, ma ha fatto un vero genocidio nel Darfur, sterminando 300.000 persone ed obbligando altri due milioni a fuggire nei paesi vicini? E perché, nonostante un giorno sì e l’altro pure Teheran continui a minacciare di sterminare gli ebrei e di cancellare Israele dalla carta geografica, nessuno va a bombardare l’Iran e la casa di Ahmadinejad?

Se basta una dichiarazione frettolosa e magari dettata dall’ira del momento per farsi bombardare, allora dobbiamo stare attenti. Per esempio, Umberto Bossi ha corso un bel rischio quando tempo fa disse che “Abbiamo i fucili pronti“. Per sua fortuna, forse, Sarkozy era momentaneamente distratto in dolci passatempi con Carlà, altrimenti, niente niente, avrebbe mandato i suoi caccia a bombardare la casa di Bossi a Gemonio. Così, come azione preventiva…

Bufala d’oro. Per quanto sopra esposto, a nostro insindacabile giudizio, riteniamo di dover assegnare alla stampa, agli osservatori e commentatori, all’ONU con annessi e connessi, ai “Volenterosi“, a Cip e Ciop, la banda Bassotti e alle giovani Marmotte, il primo premio speciale…La Bufala d’oro. 

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