Cucù, Renzi non c’è più

Le promesse del Bomba appena eletto nel 2014, a confronto con Cetto La Qualunque: chi offre di più?

 

Il bomba a Palazzo (17 febbraio 2014)

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

Smemorati e ipocrisia di Stato

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre un post di cinque anni fa “Foibe e amnesie” (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo.

Foibe e amnesie (10 febbraio 2011)

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

–  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

–  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

–  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

–  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

–  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

–  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che anche i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini.

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

 

Giorgio double face

Non molto tempo fa il Presidente Napolitano, invocando il diritto alla segretezza delle comunicazioni (le sue) e appellandosi alla Corte costituzionale, sollevando un “conflitto di attribuzione” nei confronti della Procura di Palermo, chiese ed ottenne che venissero distrutte le registrazioni delle conversazioni telefoniche intercorse con Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca della presunta trattativa Stato-mafia (Distrutte le conversazioni Napolitano-Mancino). La telenovela su quelle telefonate la si può leggere qui “Mancino-Napolitano: un anno di romanzo Quirinale“. Forse quelle conversazioni erano del tutto insignificanti ai fini dell’inchiesta, ma il dubbio resta.   Ma se erano insignificanti perché tenerle segrete e poi distruggerle?  Magari   avrebbero potuto rivelare aspetti sconosciuti di quella trattativa e contribuire a fare chiarezza su quella oscura vicenda e, forse, anche sugli eventi che portarono alla morte dei giudici Falcone e Borsellino.

Ma potrebbe esserci anche un’altra pista da seguire. Quelle intercettazioni sulle utenze di Mancino sono state fatte per alcuni mesi a partire da novembre 2011, in piena crisi di governo, dimissioni di Berlusconi e nascita del governo tecnico di Monti. Un periodo denso di dubbi e di interrogativi che si pongono con insistenza anche a seguito delle ultime rivelazioni fatte dal libro di Alan Friedman, “Ammazziamo il giaguaro“, dalle interviste a Monti, De Benedetti e Prodi, dalle affermazioni di Zapatero e dalle ultime affermazioni di Tim Geithner il quale rivela come gli USA ricevettero pressioni da parte europea per far cadere il governo Berlusconi. In tutta questa faccenda viene tirato in ballo, per la sua diretta responsabilità in questo ipotizzato complotto, proprio il presidente Napolitano. Ma il nostro Presidente nega tutto e, invece che fornire prove concrete della sua estraneità (nonostante le dichiarazioni inequivocabili di Prodi, De Benedetti e dello stesso Monti che lo smentiscono e confermano l’ipotesi di Friedman), si limita a smentire genericamente. “Complotto? Solo fumo…”, dice. Troppo facile, Presidente, troppo facile uscirsene con una vaga smentita. Davvero sicuro che sia tutto fumo e non ci sia anche un po’ di arrosto?

E se in quelle conversazioni fra Napolitano e Mancino si accennasse anche a quella “invenzione” del Quirinale, che solleva molti dubbi sul rispetto della Costituzione, che portò alla nomina di Monti a senatore a vita e, subito dopo, a palazzo Chigi? Allora, quelle conversazioni sarebbero, forse, insignificanti per l’inchiesta Stato-mafia, ma sarebbero illuminanti su quella specie di golpe istituzionale che fu l’incarico a Mario Monti. E’ solo un’ipotesi, ma neanche tanto balzana (Vedi “Il contenuto delle telefonate fra Napolitano e Mancino“). Ma il presidente Napolitano fece distruggere quelle conversazioni. Non sapremo mai cosa ci fosse in quelle registrazioni; né che riguardino Berlusconi, né che riguardino la trattativa Stato-mafia.

Ma il nostro Presidente è molto riservato e schivo (!), non gradisce rendere pubbliche le sue conversazioni private, gli incontri, le telefonate e la corrispondenza. Del resto, è più che legittimo tutelare la privacy dei cittadini. A meno che non si tratti di Berlusconi; allora la tutela della privacy è temporaneamente abolita e si può pubblicare tutto, conversazioni, battute, incontri, fatti personali, dieta, confidenze fatte in privato ad amici, fotografie,  resoconti più o meno attendibili di cene e festicciole private e perfino (anzi, soprattutto) le abitudini sessuali. Ma Napolitano no; bisogna garantire la privacy.

Di recente i magistrati di Palermo, ancora nell’ambito della stessa inchiesta sopra citata,  hanno chiesto di sentire il Presidente Napolitano, citandolo come teste in merito ad una lettera ricevuta dal consigliere giuridico Loris D’Ambrosio. Niente di strano, una semplice testimonianza. Qualunque cittadino normale, di fronte ad una richiesta simile, sarebbe tenuto a presentarsi in tribunale per testimoniare. Ma non Napolitano il quale, essendo restio, come abbiamo detto, a parlare dei suoi fatti privati, declina sdegnosamente il cortese invito dei magistrati palermitani e, invece che rispondere alle eventuali domande, si limita a spedire una semplice  letterina con la quale dichiara di non avere niente di particolarmente interessante da rivelare (Vedi “Napolitano scrive ai giudici di Palermo“). Dice: “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire“.

Ora, nel caso vi arrivasse una lettera con la quale siete invitati a comparire in tribunale per testimoniare, considerato che “La legge è uguale per tutti“, visto l’esempio autorevole che viene dall’alto, fate come Napolitano; rispondete con una letterina in cui declinate l’invito perché…non avete niente di interessante da dire. Così, come cantava Iannacci…per vedere l’effetto che fa!

Questa premessa ci fornisce degli esempi lampanti di quale sia l’atteggiamento di Napolitano nei confronti dei processi sulla trattativa Stato-mafia e su altri misteri del Colle. Non si può dire che sia il massimo della collaborazione, della chiarezza e della trasparenza. Prima fa distruggere delle registrazioni di conversazioni telefoniche e poi, con nonchalance, invece che andare a testimoniare in tribunale, invia una letterina in cui dice che non ha niente da dire.  In quanto al complotto, poi, niente di speciale; solo fumo! Bene, questa premessa era necessaria per  interpretare una delle quotidiane esternazioni del nostro Presidente, puntualmente riprese e diffuse dai media.

Napolitano e la mafia

Ecco cosa ha detto oggi Napolitano (Fare chiarezza sulla morte di Falcone e Borsellino), in occasione della ricorrenza della strage di Capaci, in un messaggio inviato al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta, Sergio Lari: “Mi auguro che i processi in corso possano accertare compiutamente ragioni e responsabilità di fatti di così devastante portata, sgombrando il campo da ogni aspetto rimasto oscuro.”. I “processi in corso” che dovrebbero accertare le responsabilità, sono esattamente quelli di cui parliamo in premessa. Ecco, quelli che dovrebbero “sgombrare il campo da ogni aspetto rimasto oscuro“. Per fare dichiarazioni come quella riportata, dopo aver fatto distruggere delle registrazioni di cui non si conoscerà mai  il contenuto (lasciando molti dubbi sulla loro rilevanza ai fini del processo) ed aver declinato l’invito a testimoniare, bisogna avere la faccia come… una bella faccia da presidente.

Vedi

Eurocomplotti

Colpo di Stato

Napolitano denunciato per tradimento

Re Giorgio, il vero pericolo

Ammazziamo il gattopardo

Napolitano e la cresta

I misteri del Colle

L’intervista

Ne sentivamo proprio la necessità urgente. I grandi vecchi della politica e del giornalismo faccia a faccia. Eugenio Scalfari intervista Giorgio Napolitano. Più invecchiano e più sono convinti che senza di loro il mondo si fermi. Ne era convinto anche quell’altro grande vecchio, Enzo Biagi, che ormai, alla veneranda età di 87 anni, doveva essere accompagnato nel suo studio in Galleria, a Milano, su sedia a rotelle e con l’ascensore. Ma non demordeva. Così ebbe la sua rubrichetta in televisione, su RAI 3, dove continuava a fare interviste. Forse lo reggevano con una speciale impalcatura, per tenerlo dritto davanti alla telecamera, ma lui, stoicamente, con lo sguardo quasi perso nel vuoto, aveva l’aria di chi sente l’imprescindibile dovere di sacrificarsi per l’umanità; perché l’intervista è fondamentale per il progresso umano e come le faceva lui le interviste non le faceva nessuno. O almeno, forse, lui ne era convinto.

Si sbagliava, ovviamene. Il mondo continua a girare, le interviste si fanno ancora ed oggi un altro grande vecchio, novantenne,  anche lui convinto che come le fa lui le interviste non le fa nessuno, invece che godersi il meritato riposo, si sacrifica per il bene dell’umanità e, dando fondo alle poche energie residue, dopo l’enorme sforzo intellettuale che lo portò a scoprire che “L’uomo è come una mosca“, affronta un’altra fatica improba; intervista Giorgio Napolitano. In realtà più che un’intervista è una lunga ed amichevole conversazione fra “vecchietti” che rievocano avvenimenti della giovinezza per arrivare, poi, ai giorni nostri. Il video compare su Repubblica e l’intervista viene ripresa da tutti i media: “La mia vita, da comunista a Presidente”.

Meno male che si ricorda di essere stato comunista. Non come Veltroni che, dopo una vita passata nel PCI, PDS, DS, PD, ricoprendo tutti gli incarichi possibili, dichiarò “Non sono mai stato comunista”. Napolitano era comunista. Così comunista che approvò l’invasione dei carri armati russi a Budapest perché, secondo lui, la protesta popolare contro il regime comunista era un “pericolo per la democrazia“. Poi ebbe qualche piccolo ripensamento ed una piccola crisi di coscienza e divenne esponente di spicco di quelli che chiamavano  “Miglioristi“, termine che lascia intendere chissà quale linea politica distante o in contrasto con l’ortodossia del PCI. Invece no, “Miglioristi” sì, ma sempre comunisti erano.

E’ giusto intervistare Napolitano. Si hanno pochissime notizie di lui. Non si vede mai sulla stampa o nei TG, qualche notizia o servizio che lo riguardi. E’ così schivo, riservato, discreto, restio a rilasciare dichiarazioni e commenti, quasi timido.  Lo si vede raramente in televisione, appare in pubblico due o tre volte all’anno, solo in occasione di cerimonie ufficiali o quando, a reti unificate in TV, saluta gli italiani con il consueto messaggio di fine anno. Poi scompare nella sua modesta dimora che fu del Re e dei Papi, con 1200 stanze, arredi ed opere d’arte di inestimabile valore, cortili, giardini, scuderie, 2000 dipendenti (che ci costa circa 240 milioni di euro all’anno). Perché mai dovrebbe abbandonare la sua reggia per andare a trovare  regnanti e potenti della Terra?   Perché mai dovrebbe rilasciare dichiarazioni quotidiane su argomenti non di sua competenza? Ecco perché, a parte quelle occasioni ufficiali, il nostro Presidente preferisce non comparire e non invadere campi di competenza altrui. Preferisce defilarsi, ritirarsi nel suo angolino dorato. Cala il “silenzio Quirinale“. (Vedi Il galletto del Colle)

Più che giusto, quindi, che una volta tanto, vincendo la sua naturale ritrosia e riservatezza, rilasci un’intervista per raccontarci qualcosa della sua vita privata e riveli il suo pensiero sulla politica, l’attualità, l’economia, la nebbia in val padana, la corrente del Golfo, il banco di bassa pressione sull’Europa, le polveri sottili, i pollini primaverili e gli ingorghi stradali a Roncobilaccio. Ed è giusto che ad intervistare il grande vecchio della politica sia il grande vecchio del giornalismo. Fra vecchi ci si intende.

Che scoop ha fatto Scalfari! Fa un’intervista esclusiva per far parlare Napolitano che, tutti i santi giorni, immancabilmente, è sempre in prima pagina con dichiarazioni e commenti su tutto lo scibile umano. Ma Scalfari deve essere convinto di aver fatto qualcosa di speciale. Già, perché come le fa lui le interviste non le fa nessuno. Parla più l’intervistatore dell’intervistato. Scalfari usa il pretesto dell’intervista a Napolitano per esprimere il suo parere personale ed i suoi ricordi. Non è un’intervista, è un confronto di idee, ricordi, opinioni. Tanto per riuscire, ancora una volta, ad essere in primo piano, far notizia, comparire sui media, riaffermare la propria presenza nel mondo. Ma Scalfari è convinto di essere un grande intervistatore. Anche Napolitano, del resto, è convinto di avere l’obbligo morale di intervenire quotidianamente su tutti gli argomenti, anche quelli che esulano dalle sue competenze e prerogative. La gente, spesso, ha strane convinzioni. Specie quando invecchia.

La vecchiaia è una brutta malattia. O ti prende alle gambe o ti prende alla testa“, dice Luciano De Crescenzo.