Insulti e par condicio

Più si avvicina la fatidica data del 4 dicembre, quando si voterà per il referendum, e più si accende la battaglia mediatica per il Si o il NO. Gli interventi in televisione dovrebbero essere regolati da norme che garantiscano la famosa “par condicio” ai due schieramenti. Ma, come succede sempre in Italia, le norme e le leggi sono elastiche: per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano.  Così vediamo Renzi (e la sua compagnia di giro con pagliacci e scimmiette ammaestrate) che imperversa su tutti i canali, praticamente lo vediamo a reti unificate; ha il dono dell’ubiquità, come padre Pio. Manca solo che presenti anche le previsioni del tempo, “Viaggiare informati” e l’oroscopo del giorno. Eppure sono proprio questi “Tipi sinistri”, come li chiamava Pansa, che quando era al governo Berlusconi si lamentavano per l’eccessivo presenza del premier in TV. Poi, andando a verificare, si scopriva che i più presenti erano proprio loro. Come successe nel 2006 quando il Corriere, proprio per far luce sulla polemica delle presenze in TV, pubblicò i dati ufficiali dai quali risultava che in testa alla classifica delle presenze c’era Bertinotti di Rifondazione comunista (42 presenze), seguito da Pecoraro Scanio dei Verdi (40 presenze) e da Piero Fassino dei DS (33 presenze); Berlusconi era solo all’ottavo posto insieme a D’Alema, entrambi con 10 presenze. Dimostrazione pratica del livello stratosferico della malafede e dell’ipocrisia che regna a sinistra. Guardate qui: “Politici in TV“.

La presidente della Camera Boldrini, in occasione della giornata mondiale per la difesa delle donne, ha pubblicato una raccolta di insulti che le vengono rivolti in rete dai cittadini, denunciandoli come gravissimi insulti sessisti e come una forma di violenza verbale contro le donne (Ecco chi mi insulta). Sono in gran parte insulti a sfondo sessuale e Boldrini li ha pubblicati proprio per denunciarne la gravità. Dice: “Ho deciso di farlo perché chi si esprime in modo così squallido e sconcio deve essere noto e deve assumersene la responsabilità.”. Giusto, un conto è la libertà di espressione, altro è l’insulto gratuito e volgare. Però, c’è un però. Non ricordo che Boldrini (o altre donnine dall’indignazione facile) si sia indignata quando Sabina Guzzanti, in occasione di un Girotondo a Piazza Navona, urlò dal palco che Mara Carfagna era diventata ministra perché “succhiava l’uccello a Berlusconi“, o quando insulti simili venivano rivolti a donne del centrodestra.

Normale. A sinistra hanno l’indignazione facile, ma a senso unico. Se Guzzanti allude a servizietti orali in stile Lewinski  è satira; se danno della “pompinara” alla Boldrini è un gravissimo insulto volgare e sessista.  Anche la par condicio la applicano in maniera elastica. A sinistra hanno una visione  double face della realtà; così cambiano visione secondo le circostanze e la convenienza. E’ una caratteristica che ho evidenziato spesso.  Mi viene in mente un post di dieci anni fa: “Gad Lerner e San Faustino“. Calza a pennello, anche perché il nostro ineffabile Lerner sta per tornare in TV, sulla RAI, con un nuovo programma “Islam, Italia” sulla cui imparzialità nutro molti e seri dubbi. Anzi, conoscendo la sfacciata faziosità del nostro ex Lotta continua, immagino che sarà un grande spot a favore dell’islam, dell’accoglienza, dell’integrazione e della società multietnica,  perfettamente omologato al pensiero unico politicamente corretto (ma pagato da tutti gli italiani). Lo riporto, a dimostrazione del fatto  che non solo questo della doppia morale è un vecchio vizio della sinistra, ma che non è cambiato niente fino ad oggi.

Gad Lerner e San Faustino (31 marzo 2006)

Ultima puntata di “L’Infedele” dedicata a Fausto Bertinotti (unico ospite “politico”; senza avversari, senza contradditorio e alla faccia della “Par condicio“). Il tema della serata è un ipotetico “Processo” a Bertinotti. Conoscendo Gad Lerner si può già immaginare, anche senza aver visto la trasmissione, quanto sarà duro questo “processo”. Ciò che continua a sorprendermi in gente come Gad Lerner e simili guru dell’informazione (ma il discorso si potrebbe estendere anche ad altri esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura) è constatare come essi siano, o mostrino di essere, del tutto convinti che i telespettatori siano tutti degli idioti o comunque…essi siano più “furbi” degli altri. Sembra incredibile, ma ne sembrano proprio convinti.

Ne sembra convinto anche Fabio Fazio quando annuncia Cornacchione che presenta Berlusconi come un matto che crede di essere Napoleone. O come quando ospita Gianni Minà che si esibisce in una vera e propria apologia di Che Guevara. Ne è convinta Serena Dandini, la conduttrice di quel programma “Parla con me“, quando con perenne sorrisino fintamente ingenuo ironizza su coloro che la accusano di invitare solo ospiti “comunisti“. Ne è convinto perfino Dario Vergassola, ancora a “Parla con me”, quando chiede ironicamente “E’ meglio un nano in giardino o un nano a palazzo Chigi?”. E ancora “E’ peggio il Mòse di Venezia o il Mosè di Arcore?”. O quando ironizza sulle liste di centro destra notando che hanno lasciato fuori qualche illustre esponente per far posto a Pippo Franco. Ovviamente accompagnando la frase con un tono di voce ed una espressione che significa che Pippo Franco è una specie di imbecillotto qualunque indegno di essere candidato. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe fare lo stesso con la parte avversa e chiedersi come mai Bertinotti ha lasciato fuori Ferrando, che rappresenta il 40% del partito, per far posto a Vladimir Luxuria.

Ma si sa, i comici sono fuori dalla par condicio, anche se, stranamente, continuano a fare satira solo ed escusivamente contro una certa parte. Ma non sono solo i comici a fare eccezione. Anche il programma di Lucia Annunziata fa eccezione. O almeno questa è l’opinione di Pierluigi Battista (autorevole vice direttore del Corriere) il quale, di recente a proposito delle polemiche successive all’intervista di Annunziata a Berlusconi, ha affermato che ci sono trasmissioni elettorali, dove i candidati possono illustrare i loro programmi di partito, ma quella di Lucia Annunziata non è una trasmissione elettorale, è una “rubrica giornalistica“. Ah, beh, allora. Abbiamo capito, anche lei è esente da par condicio. Come era esente “Rockpolitick” di Celentano che per quattro puntate, costate circa 20 miliardi a carico dei cittadini, è stato un enorme spot elettorale anti Berlusconi; ma quello è spettacolo, non è mica una trasmissione politica. Quindi è esente da par condicio e da censure perché guai a porre limiti alla satira.

E’ esente dalla par condicio anche la stampa. E così un quotidiano che si vanta di essere “indipendente” e che è il più importante d’Italia, il Corriere della sera, può tranquillamente schierarsi invitando i lettori a votare per il centro sinistra. E meno male che è “indipendente”! E’ fuori dalla par condico, ovviamente, anche il cinema. E così Nanni Moretti può permettersi di far uscire il suo “Caimano” contro Berlusconi ad appena 20 giorni dalle elezioni. Lo stesso possono fare Cremonini/Deaglio con un altro film su Berlusconi, ancora in piena campagna elettorale. Ma mica vorremo imporre limiti al cinema, quando mai. E poi, il fatto che escano in piena campagna elettorale è solo un caso, è, per restare in ambito cinematografico, come i riferimenti a persone e fatti della vita reale “puramente casuale“.

E’ curioso constatare come tutto ciò che gioca a favore della sinistra, per qualche strano motivo, sia sempre al di fuori delle regole. Davvero curioso e degno di una attenta analisi socio/culturale/antropologica. A patto, ovviamente, che tale analisi risulti utile e favorevole alla sinistra. Altrimenti non è il caso, zitti e Mosca! A quanto pare l’unico che in Italia deve stare attento a tutto ciò che dice e fa è Emilio Fede ed il suo TG4. Riceve critiche, contestazioni, denunce e multe per non osservanza della par condicio. Gli contestano i servizi, gli contano i secondi dedicati a questo o quel politico,il modo di porgere le notizie, perfino le fotografie che mostra e infine anche le espressioni facciali. E’ l’unico in Italia al quale controllano anche le pause. Neanche fosse Celentano! Tutti gli altri sono esclusi; per qualche strano motivo hanno sempre una giustificazione per eludere la par condicio.

Per esempio, Gad Lerner. Nel giro di una ventina di giorni è riuscito a fare due trasmissioni che sono due capolavori di propaganda. La prima dedicata a Rossana Rossanda, una specie di glorificazione della Rossanda, della sua militanza comunista e del “Manifesto“. La seconda, giusto avantieri, una puntata che, dietro il titolo paraculistico di “processo” si è dimostrata quello che era e che voleva essere: una glorificazione di Fausto Bertinotti, della sua militanza comunista (pura combinazione) e del suo impegno politico. Mancavano solo l’altarino, i ceri, gli ex voto e l’aureola. Il resto c’era tutto, compreso il gran sacerdote officiante: Lerner. Alla faccia della par condicio. E degli italiani che ci credono.

Vedi:

– “La semantica sinistra di Gad Lerner“.

– “I coglioni sono due“.

– “La morale è un optional

– “Sessantotto, ma non li dimostra

– “Politici in TV

– “Doppia morale e meticciato

La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

La morale è un optional

In politica la morale è un optional; si può avere o non avere. Anzi, meglio averne due, una di scorta. La doppia morale fa sempre comodo, è come la legge: per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Storia vecchia, non fa più nemmeno notizia. Specialisti in questa sottile arte della morale double face è la sinistra; è una conseguenza della presunta superiorità morale. Siccome sono “superiori” moralmente, anche quando fanno le peggiori porcherie ( e ne fanno a iosa, come e più degli avversari), il partito deve sempre restarne fuori, pulito; chi sbaglia lo fa per responsabilità personale e non tocca il partito che resta sempre pulito. Al contrario se qualche avversario commette reati è perché è il suo partito che è corrotto. L’esempio più tragico fu quello dei brigatisti rossi, che erano rossi, erano comunisti, ma il PCI non c’entrava nulla; erano “compagni che sbagliano“.  Quella curiosa interpretazione delle responsabilità del partito, che deve sempre restare fuori,  non è cambiata nel tempo; è sempre quella, ferma ai “compagni che sbagliano“.

Altro clamoroso esempio di questa doppia morale e dell’estranietà del partito alle malefatte dei suoi dirigenti lo si ebbe in occasione dell’inchiesta “Mani pulite” che, di fatto, decapitò l’intera classe politica dirigente italiana, coinvolgendo tutti i partiti: tutti meno uno, il PCI. In quel caso, il principio applicato dai magistrati e che portò in tribunale decine e decine di dirigenti politici (alcuni finirono direttamente in carcere e qualcuno ci morì) era quello che i dirigenti “non possono non sapere” quello che succede all’interno del partito; specie in merito a finanziamenti illeciti. Così inguaiarono Craxi, Forlani e tutti gli altri. Tutti, eccetto i dirigenti del PCI. Il partito comunista non solo riceveva finanziamenti illeciti come tutti, ma da decenni era abbondantemente finanziato da Mosca (cosa che era risaputa).  In tempi di guerra fredda e di cortina di ferro ricevere finanziamenti da una potenza ostile non era solo finanziamento illecito, ma poteva configurarsi come intelligenza col nemico ed alto tradimento. Ma niente di questo fu contestato al PCI.

Anche quando si scoprì l’esistenza di “fondi neri” in Svizzera, riconducibili al PCI, il compagno Greganti si accollò tutta la responsabilità, escludendo qualunque coinvolgimento del partito e dei dirigenti, dichiarando che si trattava  di un suo conto personale. Ed il bello è che gli credettero (o finsero di credergli). Come credettero anche a chi disse che non sapeva nulla di qualcuno che entrò nella sede romana del PCI, in Via delle Botteghe Oscure, con una valigetta piena di 150 milioni di lire. Era provato che c’era stato un versamento di denaro, ma non si trovava materialmente colui che lo aveva ricevuto. Inspiegabilmente, nel momento della consegna della valigetta, in ufficio non c’era nessuno: forse erano tutti al bar o erano distratti, o dormivano. Ergo, il denaro è stato consegnato, ma nessuno lo ha preso. Sono i bizzarri paradossi giuridici all’italiana. E, stranamente, il principio che il capo “Non poteva non sapere“, in questo caso non si applica. Curioso, vero? Forse anche la magistratura ha una morale ballerina; forse hanno addirittura due codici diversi e separati da usare secondo i casi e le circostanze. Questo è l’andazzo della politica, della magistratura, della sinistra e Così è se vi pare; e anche se non vi pare.

Certo, anche a destra non scherzano, ma a sinistra è proprio una caratteristica innata; forse la doppia morale te la danno con la tessera. Ti iscrivi al PD e ti danno la tessera, il distintivo, la bandierina, il manualetto “La doppia morale: istruzioni per l’uso“, e l’attestato di scienza enciclopedica  infusa che ti autorizza a partecipare a tutti i salotti televisivi e discutere con autorevolezza di tutto lo scibile umano; avendo sempre, ben inteso, la verità in tasca. Le ultime elezioni ne danno ancora una volta la conferma, anche se non abbiamo bisogno di ulteriori prove.

Il PD si è lamentato con Giannini, conduttore di Ballarò, perché, a loro dire, ha mostrato dei cartelli con i risultati elettorali, dai quali risultava un forte calo di voti, che sarebbero fuorvianti: “Il PD all’attacco di Ballarò. Cartelli sul voto fuorvianti – Ballarò dimostra (numeri alla mano) il flop elettorale di Renzi. IL PD accusa “E’ fazioso”. E chiama in causa la Bignardi “Chiarisca la violazione”. Il PD ha perso una vagonata di voti, è vero, ma non si può dire; e se lo dici sei fazioso e fuorviante. Ora, la faziosità dei programmi televisivi è risaputa, come pure che quasi tutti i conduttori sono di sinistra e quindi la loro faziosità è ben individuata, scontata, a senso unico; basta saperlo. Fra tanti programmi faziosi, uno dei più faziosi era proprio Ballarò, condotto da Floris; come del resto è sempre stata, ed è tuttora,  faziosa tutta RAI3, da sempre feudo del PCI, PDS, DS, PD. Allora, lamentarsi va bene, denunciare la faziosità di programmi e di conduttori anche, ma dovrebbe esserci un limite, perché se all’improvviso, dopo anni di faziosità sinistra di quel programma, e di tanti altri,  qualcuno si sveglia per accusare Ballarò di faziosità si passa il limite della vergogna.

E’ solo l’ennesima dimostrazione pratica della doppia morale sinistra. Finché la faziosità è a loro favore (come lo è da decenni), la chiamano informazione, giornalismo, inchiesta, o intrattenimento, spettacolo, satira. Se però non gli è favorevole, allora scatta l’allarme; non è informazione corretta, è fuorviante. Non ricordo proteste quando per anni ed anni, su tutti i canali, i “cartelli fuorvianti” erano quelli di Floris, Santoro, Gad Lerner, TeleKabul. Non sento proteste nemmeno per quelli attuali di Iacona, Formigli, Greco e l’allegra brigata dei conduttori militanti, addetti stampa del partito mascherati da opinionisti o giornalisti, giullari e pennivendoli di regime che affollano ogni giorno ed a tutte le ore i salotti televisivi. E nemmeno per le interviste su tutti i canali a Renzi (da Annunziata a D’Urso, Fazio, Del Debbio, Vespa, Gruber), sempre solo e senza contradditorio. E non sento proteste nemmeno per l’atteggiamento sempre aggressivo nei confronti del centrodestra, di Salvini in particolare (fino a raggiungere il vero e proprio insulto) su quasi tutti i talk show, politici e non politici, e programmi vari di militanza politica mascherata da intrattenimento o satira (Crozza e Fazio-Littizzetto fanno scuola; ma per anni in TV hanno imperversato Dandini, Guzzanti e programmi come “Parla con me“, autentico spot militante di sinistra mascherato da satira. Ma nessuno ha mai denunciato la loro faziosità: quella è satira). Ricordiamo ancora “Rockpolitic” di Celentano, un autentico grande spot elettorale a favore della sinistra e di Prodi (si era in prossimità di elezioni). Ma non ricordo lamentele ed accuse di faziosità: quello era spettacolo. I sinistri sono così; se la faziosità è a loro favore è sempre giustificata, la chiamano spettacolo, informazione o satira. Se è sfavorevole, è grave faziosità ed informazione fuorviante. La morale degli ex/post comunisti travestiti da democratici mi ricorda una battuta di Woody Allen sui politici: “L’etica dei politici è una tacca sotto quella dei pedofili.”.

Il mercato dei voti a Napoli

Ricordiamo ancora le scene di rom, cinesi e immigrati di varia provenienza, in fila per votare alle primarie del PD a Napoli, Milano, Roma. E ricordiamo anche che alcuni hanno dichiarato tranquillamente che per andare a votare ricevevano dei soldi. Ma trattandosi di primarie del PD tutto finisce a tarallucci e vino; niente di grave, sono casi isolati e non intaccano l’immagine del partito che è sempre quello dei duri e puri, persone perbene che hanno le mani pulite (rubano come e più degli altri, ma usano i guanti). Bene. La cosa, però, si è ripetuta anche alle ultime elezioni a Napoli (ma non è detto che non avvenga anche in altre città); ci sono testimonianze e video che lo dimostrano. Ma anche in questo caso tentano di minimizzare. Si tratta di candidati nelle liste PD che “comprano” i voti. Ma come sempre finisce che li considerano casi isolati e la responsabilità è personale; il partito deve sempre restare fuori. Sono del PD, ma il Pd non c’entra. Anzi, fanno di più; diventano le vittime, perché questi episodi gettano una luce poco simpatica sul partito che viene danneggiato, quindi…il PD è “parte lesa“.  E non gli scappa nemmeno da ridere. Lo ha dichiarato serenamente al TG,  la vice presidente del PD, Debora (senza la H) Serracchiani: “Il PD è parte lesa“. La foto a lato la mostra in tutto il suo splendore, naturale, senza trucco né inganno. Molto diversa da come appare, carina e sorridente, doverosamente truccata in Tv. E’ l’emblema delle due facce del PD: una pulita, buona rasserenante, perbene, moralmente integra, come si presenta agli elettori; l’altra, senza trucco, al naturale, com’è nella realtà.

Se le porcate le fanno gli avversari è perché sono tutti corrotti, se le fanno loro sono vittime, sono “parte lesa“.   Le magagne del centrodestra sono sempre fatti gravissimi, quelle del PD sono sciocchezze, quisquilie, pinzillacchere, casi isolati, la responsabilità è personale, il PD è pulito, candido e innocente come un angioletto. Da ridere; questa non è politica, è cabaret. Intanto, però, la procura, poco propensa a vedere il lato comico della questione, ha già aperto un’inchiesta; vedremo chi riderà per ultimo. Anche Marrazzo, allora governatore del Lazio, venne scoperto a fare i festini a base di coca con una trans brasiliana. Ma per Santoro e tutta la claque sinistra, non era l’imputato, era la vittima di un complotto; sotto processo erano i carabinieri che l’avevano scoperto. Anche Marrazzo era vittima, era  “parte lesa”. A sinistra ragionano così. Ma guai a farglielo notare; si alterano, si adombrano, si offendono e magari vi accusano di strumentalizzare i fatti per scopi elettorali. Per questa gente dall’ipocrisia congenita e la doppia morale in dotazione di serie, vale sempre un famoso titolo di Cuore:Hanno la faccia come il culo“.

 

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Sessantotto, ma non li dimostra

Tre giorni fa, nel post “Studenti d’Italia“, parlavo degli effetti dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70, degli ideali rivoluzionari, della rabbia giovanile e dell’utopia di cambiare il mondo. Il mondo è rimasto più o meno com’era (anzi, forse, è addirittura peggiorato; basta pensare alle centinaia di vittime degli anni di piombo), i rivoluzionari si sono imborghesiti, hanno pian piano scordato gli slogan e gli ideali, i sogni sono “morti all’alba” e le tante domande sono ancora sospese nell’aria; la risposta a quelle domande, ancora oggi, “soffia nel vento“, come cantava Dylan nel 1963.  Intanto Dylan è diventato miliardario, i poveri continuano ad essere poveri, centinaia di migliaia di giovani sono morti in Vietnam ed in tutti i conflitti che da allora continuano a portare morte e distruzione nel mondo, chi aveva il potere continua a tenerselo stretto, i media continuano a plagiare le menti, i giovani continuano a commettere errori di cui si renderanno conto solo invecchiando, le mille domande  restano inascoltate e le risposte continuano a volare nel vento, inafferrabili. Si dovrebbe imparare dall’esperienza passata, ma, per un destino atroce e beffardo, ogni nuova generazione deve ripetere gli stessi errori e compierne di nuovi,  deve imparare a proprie spese, sulla propria pelle, spesso tragicamente.

 E come è andata a finire tanta rabbia giovanile, tanta voglia di cambiare il mondo? E’ andata a finire che è stato il mondo a cambiare loro. Così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, molti di quei ragazzi del ’68, che urlavano contro il potere, la ricchezza, i padroni, l’America, gli agi, la borghesia, la scuola, si sono adeguati, adattati, hanno rinunciato alle utopie rivoluzionarie. I più hanno trovato un modesto lavoro in fabbrica o in ufficio. I più fortunati (o più furbi)  si sono sistemati benissimo nei vari campi lavorativi, dalla politica al giornalismo, dal commercio all’insegnamento o nel mondo dello spettacolo. Già, quelli che contestavano gli insegnanti, li minacciavano e distruggevano le aule scolastiche, oggi, incredibilmente, siedono in cattedra, dirigono giornali, siedono in Parlamento, fanno i tribuni in televisione pagati a suon di milioni. Hanno fatto carriera; tutti sistemati.

Sono nomi ormai famosi di politici, giornalisti, scrittori, conduttori televisivi, direttori di prestigiosi quotidiani: Gad Lerner, Michele Santoro, Paolo Mieli, Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Massimo Cacciari, Renato Mannheimer, Giampiero Mughini, Ritanna Armeni, Toni Capuozzo,  Erri De Luca, Carlo Panella, Vincenzo Gallo (Vincino), Ferruccio De Bortoli, Sergio Cofferati, Gino Strada, ed altri più o meno noti.

Molti di questi rivoluzionari della domenica hanno abbandonato l’eskimo per il loden, ed oggi stanno in pantofole a godersi la meritata pensione. Oppure sono ancora in piena attività politica o professionale:  sono scrittori e intellettuali di successo, autorevoli firme giornalistiche o, addirittura, direttori di storiche testate, di organi di stampa della borghesia, come Mieli e De Bortoli, o celebri e celebrati conduttori televisivi, come Gad Lerner e Santoro.  Uno per tutti,  Mario Capanna,   il leader più noto e arrabbiato del Movimento studentesco sessantottino,  che ha fatto carriera politica ed è entrato in Parlamento (mentre i sessantottini che lo seguivano,  se gli è andata bene, si sono sistemati in banca, in uffici pubblici, a scuola, o sono finiti in fabbrica; perché questa è la fine di tutte le rivoluzioni, qualcuno sale al potere e gli altri crepano). Oggi, grazie ai benefici da ex parlamentare,  gode di una pensione di 5.000 euro al mese (alla faccia dei sessantottini di allora e degli italiani che, dopo una vita di duro lavoro, prendono pensioni minime da fame). E siccome qualcuno gli contestava questi benefici (a lui, come a molti altri) che contrastano con la sua storia di lotte contro i privilegi, tempo fa è andato in televisione, all’Arena di Giletti,  a difendere appassionatamente la legittimità della sua “rendita” (“Il curioso caso di Mario Capanna; da leader studentesco a difensore dei vitalizi“) .

Ecco perché, vedendo le immagini di questi cortei studenteschi, sentire i soliti slogan, vedere i soliti striscioni, viene tristezza. Sono convinti di essere migliori del resto della società e di lottare per ideali giusti e sacrosanti, per una giusta causa. Devono dare sfogo alla carica contestatrice che è fisiologica nei giovani. E si aggrappano al primo vessillo che qualcuno gli mette in mano, che molto spesso è una bandiera rossa. Si illudono di cambiare il mondo e non sanno che sarà il mondo a cambiare loro. Non immaginano che finiranno tutti come i loro padri, ex sessantottini che oggi sono in pensione, che si indispettiscono (come Capanna) se qualcuno gli fa notare l’incoerenza con le loro lotte giovanili. Non sanno, però, che non avranno la fortuna dei padri, non avranno le stesse possibilità, né le stesse opportunità di lavoro,  e nemmeno la stessa pensione.

No, questi sono già fregati in partenza. Ma non lo sanno e impiegheranno molti anni a capirlo. Ecco perché fanno tristezza; perché hanno la possibilità di capire il mondo guardando il passato, e di evitare di commettere gli stessi errori, ma non lo fanno. La storia si ripete continuamente, ma l’uomo non impara mai dal passato, non fa tesoro dell’esperienza, deve sbagliare di nuovo, sempre, sulla propria pelle. Certo, sventolare una bandiera rossa fa sempre il suo bell’effetto cromatico, ma quante fregature e tragedie ci sono dietro quelle bandiere color sangue. Ma quei ragazzi non lo sanno ancora. E’ il tragico destino dell’umanità; bisogna invecchiare per capire gli errori giovanili. E quando ormai pensi di averlo capito non ti serve a niente, perché stai per crepare.

Album di famiglia di alcuni dei sessantottini di successo.

Servire il popolo: Angelo Arvati, Marco Bellocchio, Pierangelo Bertoli, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Fulvio Abbate, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Michele Santoro, Linda Lanzillotta, Nicola Latorre.

Potere operaio: Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Toni Negri, Oreste Scalzone, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Ritanna Armeni, Francesco “Pancho” Pardi, Lanfranco Pace, Gaetano Pecorella.

Lotta continua: Adriano Sofri, Luigi Manconi, Gad Lerner, Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Enrico Deaglio, Erri De Luca, Gianfranco Micciché, Vincenzo Gallo (Vincino), Carlo Panella, Francesco Pigliaru, Marco Rizzo, Giorgio Pietrostefani,  Mauro Rostagno, Marco Boato, Guido Viale.

Movimento studentesco: Mario Capanna, Sergio Cofferati, Alfonso Gianni, Gino Strada, Giuseppe Liverani.

Movimento lavoratori per il socialismo: Gianni Barbacetto, Stefano Boeri, Tito Boeri, Michele Cucuzza, Sergio Cusani, Nando Dalla Chiesa, Ferruccio De Bortoli, Paolo Gentiloni, Claudio Pagliara, Salvatore Toscano, Luca Cafiero.

 

L’asparago col trucco

Ovvero; come fare pubblicità facendo finta di parlare di asparagi. Ieri nella home page del Corriere.it c’era un box in bella evidenza con la foto di asparagi.

Bella immagine, vero? Asparagi di stagione, uova, burro, una spolverata di parmigiano. Mmm…fanno venire l’acquolina in bocca ed il desiderio di assaporarne la morbidezza ed il sapore delicato e inconfondibile.  Si può immaginare che l’articolo parli della bontà e delle proprietà dell’asparago.  O forse ci svela delle nuove ricette per cucinarli ed esaltarne il gusto.  Ma leggendo il pezzo (10 dritte per il mese degli asparagi), si ha la sorpresa di constatare che tutto il lungo articolo sembra solo un pretesto per inserire il nome di una ventina di ristoranti e trattorie, con tanto di link che rimanda ai siti dei locali consigliati. Insomma, vera e propria pubblicità (e nemmeno tanto occulta). Gratuita o in cambio di qualcosa? Misteri ortofrutticoli…

Del resto i quotidiani non sono nuovi a queste forme di pubblicità camuffata da pezzi redazionali. Sembrano innocenti articoli che parlano della bellezza di paesi esotici, di vacanze in località da sogno, di buona cucina, di prodotti caratteristici, di specialità locali. In pratica, però, hanno tutta l’aria di comunicati pubblicitari confezionati da aziende di soggiorno, agenzie turistiche o cooperative agricole o artigianali. E la TV non è certo da meno della carta stampata. Avete mai visto una puntata di “Alle falde del Kilimangiaro” di Licia Colo? O quel programma che va in onda il sabato pomeriggio, “Easy driver“, non ricordo in quale rete RAI, che col pretesto di visitare amene località della penisola, prova  su strada gli ultimissimi modelli di automobili, decantandone le qualità, le prestazioni, gli interni, le rifiniture ed il prezzo? Se quella non è pubblicità, cos’è?

Per non dire che me la prendo sempre col Corriere, ecco un altro perfetto esempio di questo tipo di pubblicità mascherata apparsa qualche tempo fa sul Messaggero di Roma. E’ un articolo dedicato all’amatriciana ed alla sagra che si svolge ad Amatrice. Niente di strano; anzi è del tutto normale dedicare un articolo a questa specialità laziale ed al paese che le dà il nome. La cosa strana è che, all’interno del pezzo, trovano il modo ed il pretesto per inserire il nome di alcuni ristoranti con tanto di indirizzo e perfino del numero di telefono. Ecco il pezzo: “Viva l’amatriciana, il piatto pop della cucina romana”.

P.S.

Domanda: dove si possono acquistare gli asparagi a Milano? Ovvio, penserete voi, in tutti i negozi di frutta e verdura. No, sbagliato, il Corriere vi “consiglia” dove trovare gli asparagi migliori (come se tutti gli altri rivenditori vendessero schifezze). O al mercatino di piazza Ferdinando Martini, oppure, uno a caso…al centro Eataly Smeraldo, appena aperto a Milano. Eataly, Eataly…non è quella catena di centri commerciali di prodotti alimentari di Oscar Farinetti, uno dei sostenitori e finanziatori di Matteo Renzi?  Certo che è lui. Ma guarda che combinazione, che caso. Eccheccasoooo…

Qualcuno potrebbe accusarmi di pignoleria, o di prendermela in particolare nei confronti di certi soggetti (nel caso, il Corriere, il Messaggero, la RAI o Eataly). Ma avete mai visto che un quotidiano nazionale o un TG RAI di prima serata, dedichi un servizio all’apertura di un nuovo centro commerciale? No, non succede mai. Succede, invece (ed è successo) per “Eataly” di Farinetti. E’ successo per l’apertura del centro Eataly  a Roma e, di recente, per l’apertura a Milano. Col pretesto che Eataly contribuisce a valorizzare i prodotti nostrani e l’eccellenza del Made in Italy, gli sono stati dedicati ampi spazi sulla stampa ed in televisione. In pratica, tutta pubblicità gratuita.

Curioso, perché altri marchi commerciali, come Esselunga di Caprotti, non solo non godono di questo trattamento di favore da parte dei media, ma, al contrario, spesso devono combattere anni per poter aprire un centro commerciale (specie se fa concorrenza alla COOP).  Ecco un esempio pratico: “Esselunga e l’ingorgo burocratico; venti ispettori per trenta operai“. Sono trascorsi 13 anni dal momento della proposta di aprire un superstore a Novara alla concessione dell’autorizzazione e l’inizio dei lavori (cominciati a fine 2012). Tempi lunghi? Niente in confronto ai tempi per aprire un centro a Firenze. Caprotti l’aspetta da 40 anni: “Dal ’70 aspettiamo l’autorizzazione”. 

Ma Caprotti non è Farinetti e, soprattutto, non gravita in area sinistra. Ecco perché, forse, ha tentato invano di aprire un centro a Roma: “Siamo un’azienda di qui, una multiprovinciale che neppure riesce ad insediarsi a Genova o a Modena, per non dire di Roma ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco del quale si può dire soltanto che è un po’ «opinionated», afferma Caprotti. E ancora: “…facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali“.

Qualche anno fa Caprotti scrisse un libro “Falce e carrello” per denunciare tutti gli ostacoli incontrati nella sua attività, la posizione dominante della COOP e l’ostruzionismo delle amministrazioni delle regioni rosse all’apertura di centri Esselunga. Com’è finita? E’ stato condannato dal tribunale di Milano per concorrenza sleale (perché col suo libro recava danno all’immagine della COOP) ed ha dovuto pagare un risarcimento di 300.000 euro alla COOP (Vedi “Io e la COOP“).  Il suo libro è stato ritirato dal commercio, col divieto di ristampa (una censura che  nemmeno durante il fascismo). La COOP è come l’alta tensione; chi tocca muore. (Vedi “COOP sarà lei…”).

Ma evidentemente anche le difficoltà burocratiche non sono uguali per tutti. Nemmeno i maiali di Orwell erano tutti uguali. C’è chi trova tutto facile; e gli fanno pure i servizi in televisione e sulla stampa. Solo perché sono più bravi di altri, perché sono fortunati o perché stanno dalla parte giusta? Misteri burocratici. Intanto, giusto per avere un’idea, si può dare uno sguardo ai siti sotto elencati.

Eataly inaugura a Roma. Il primo di una serie di articoli del Corriere (e di altre testate) dedicati all’Eataly di Roma, specificando il giorno dell’inaugurazione, l’ubicazione e gli orari di apertura.  “In equilibrio tra business e poesia…”, titola il pezzo. Ecco, tutti gli altri sono solo banalissimi centri commerciali, ma Eataly di Farinetti è “poesia“, un’opera d’arte. Qui ci vorrebbero le risate in sottofondo. Ma, purtroppo, c’è poco da ridere, è una cosa seria.

Eataly Milano, quanto costa farci la spesa . Articolo apparso su Vanity Fair, la rivista prediletta dei radical chic nostrani, i comunisti al cashmere, i rivoluzionari da terrazza romana alla “Grande bellezza“, quelli col cuore (e gli ideali) a sinistra ed il portafoglio a destra; ecco, quelli. Basta dire che ci scrive Gad Lerner; ho detto tutto. Se prima ci è venuto da ridere per la definizione di “poesia” dell’Eataly romano, leggendo questo articolo ci si scompiscia dalle risate. Se lo avesse scritto l’ufficio stampa di Farinetti non avrebbe saputo fare di meglio. E’ tutto un elogio sperticato, una lode, un’esaltazione, una glorificazione dell’Eataly di Milano, dei locali, dei prodotti esposti, della cucina e del prezzo. Sarà un articolo onesto, oppure c’è il sospetto che sia una smaccata operazione di marketing ad opera di giornalisti compiacenti? Buona la seconda.

La Guida Espresso inserisce il ristorante Alice. La “Guida dei ristoranti d’Italia” viene pubblicata dal gruppo editoriale Espresso-Repubblica di Carlo De Benedetti (tessera numero 1 del PD). La Guida 2014 è stata presentata ad ottobre 2013 a Firenze, alla Leopolda (ricordate l’evento di cui si parlava per giorni e giorni su stampa e TV?), con l’introduzione di…Matteo Renzi (ma guarda che combinazione!).   Vedi qui “Guida ristoranti Espresso“. Nella guida compare anche il ristorante “Alice” che si trova all’interno del centro Eataly di Milano. Piccolo particolare; l’Eataly di Milano (e, quindi, il ristorante Alice) è stato inaugurato solo di recente, il 18 marzo 2014 (Eataly, inaugurazione e 5 giorni di festa). Ovvero, 5 mesi dopo la pubblicazione della Guida. Ma allora come faceva L’Espresso a visitare, giudicare e assegnare il punteggio ad un ristorante che non c’era ancora? Mistero (forse se ne occuperà Giacobbo in una puntata speciale di “Voyager“). Ma quando ci sono in ballo gli amichetti, i compagnucci della parrocchietta, i finanziatori elettorali, gli editori di sinistra e i giornalisti compiacenti, tutto è possibile; anche recensire un ristorante che non esiste.

Nella Guida Espresso il ristorante che non c’è. Altro articolo che critica la Guida Espresso per lo strano caso del ristorante che non c’è.

Così va il mondo, fra asparagi di stagione, ristoranti fantasma, media compiacenti ed amicizie giuste. E poi c’è ancora chi crede alla stampa libera, ai proclami politici ed a quelli che “Noi siamo persone perbene…abbiamo le mani pulite…“. Questi se la suonano e se la cantano. E sotto sotto fanno affari, alla faccia dell’ideologia e di chi ci crede.

Il patron Farinetti all’inaugurazione di Eataly Smeraldo di Milano

Tiscali e la par condicio

Anche oggi nella mia casella di posta c’è una sorpresa. Non è la solita donnina mezzo nuda. C’è anche quella, immancabile (Sesso: dose quotidiana), la bellona del giorno, della quale non ricordo il nome, che annuncia con grande soddisfazione ed orgoglio che lei a letto “ama fare scintille“. Bene, ora che lo sappiamo, ne siamo felici per il suo partner, ma non ce ne può fregar di meno! Ma la sorpresa è un’altra. C’è un banner che rimanda al blog di Oliviero Beha e che riporta un articolo che esalta Ingroia e la sua salita/discesa in politica. “E’ l’uomo giusto per la nuova resistenza“, dice Beha che definisce il pm di Palermo come magistrato senza macchia e senza paura…”. Come gli antichi cavalieri delle favole. Gli manca solo la spada,  l’elmo dorato con le piume di struzzo, lo scudo, il cavallo bianco e la Tavola rotonda. Ma col tempo il nostro novello Ivanhoe, versione 2000, si farà.

Due notazioni. La prima riguarda Beha il quale, qualche tempo fa, nella sua rubrichetta sul portale Tiscali,  si lamentava del fatto che la televisione non gli desse abbastanza spazio. Non è chiaro a che titolo Beha rivendicasse il suo spazio in TV e perché lui debba avere dello spazio ed altri mille giornalisti, invece, non debbano averlo. Mi ricorda Santoro il quale, ospite da Celentano a Rockpolitik, rivendicava a gran voce “Voglio il mio microfono“. Al che viene spontaneo chiedersi perché Santoro debba avere, quasi per diritto divino, il suo microfono e tantissimi suoi colleghi no. Ma, come ho ripetuto spesso, a proposito di questo curioso doppiopesismo della sinistra, si potrebbe dire, parafrasando Pascal, che la sinistra ha una strana logica che la logica non conosce.

Sarà vero che Beha non ha lo spazio e la visibilità che gli competono? Se non ricordo male, ha o aveva una sua rubrica in radio. Ha o aveva uno spazio in televisione su RAI3. Di recente quello spazietto si è allargato ed è diventato un programma tutto suo, al mattino, sempre su RAI3. Scrive sui quotidiani, ha un suo blog, ha una rubrica fissa sul portale Tiscali e chissà cos’altro ancora che mi sfugge. Ma si sa, quando si ha tanto da dire lo spazio non basta mai. L’importante, però, è lamentarsi ed assumere sempre l’atteggiamento della vittima (Santoro docet). E siccome Beha ha tantissimo da dire e si tratta di pensieri cruciali per il futuro dell’umanità, ecco che, nel caso ti fosse sfuggito il suo blog, ti fanno arrivare i suoi messaggi direttamente nella tua casella di posta. Olè.

La seconda riflessione riguarda il patron Tiscali, Renato Soru, nonché editore de L’Unità. Uomo di punta della sinistra isolana, già Governatore della Sardegna e quasi candidato PD alle prossime elezioni. Dico “quasi“, perché dopo un primo annuncio che lo dava per candidato sicuro, a seguito delle recenti vicissitudini, le dure proteste e la ribellione del PD sardo nei confronti della direzione nazionale in merito alle candidature al Parlamento (cosa di cui non c’è il minimo accenno nella stampa nazionale), non si hanno più notizie certe. Bene, immagino che Soru, in qualità di esponente del PD, sia un sostenitore della par condicio, uno di quelli che magari sbraitano contro l’eccessiva presenza in TV di Berlusconi, uno di quelli che, appena Silvio appare in TV,  si appellano alla Commissione di vigilanza per controllare, cronometro alla mano, quanto tempo occupi il Cavaliere.

A proposito, qualcuno ha controllato, subito dopo l’uscita di Fini dal PDL, quanto tempo passava un tale “Bocchino” in TV? Lo si vedeva ovunque, a reti unificate, a qualunque ora del giorno, dal mattino, al pomeriggio, alla sera; Tutto Bocchino, minuto per minuto. Sembrava possedere il dono dell’ubiquità, come padre Pio. Magari, per non perdere tempo, dormiva in uno stanzino della RAI. Qualcuno, allora, ha protestato? E’ intervenuta la Commissione di vigilanza? No, perché siccome sparava a zero su Berlusconi, era funzionale alla causa, la “buona causa” della sinistra, s’intende. Di recente, in occasione delle Primarie del PD, abbiamo assistito ad una presenza continua di Bersani, Renzi & C. in tutte le reti ed ovunque ci fosse un microfono ed una poltrona. Qualcuno ha protestato? La Commissione di vigilanza è intervenuta? No. Anche questo dilagare televisivo, col pretesto delle primarie, era funzionale alla causa ed ha fatto guadagnare qualche punto nei sondaggi al PD. Quindi…tutto va ben, madama la marchesa. Compagni, zitti e Mosca!

Eppure, ancora oggi, il ritornello della sinistra è che Berlusconi sia troppo presente in TV. A pensarci bene, nell’ultimo anno, Berlusconi, a parte i servizi dei telegiornali,  non ha partecipato a nessuno dei talk show politici. Non lo abbiamo visto a Ballarò di Floris, né ad Annozero di Santoro, né a L’Infedele di Gad Lerner (Oh,Lerner. Vedi “La semantica sinistra di Gad Lerner”), né ad Omnibus, né ad Otto e mezzo della Gruber, né in alcuna di quelle passerelle per politici momentaneamente sfaccendati. Passano più tempo in televisione che in Parlamento.  Abbiamo visto, invece, sempre e solo le solite facce di rappresentanza mediatica (strano che, come per i calciatori, non abbiano ancora fatto le “Figurine Panini” dei politici); quelle facce che preferiscono la telecamera alla Camera e si sentono più a loro agio davanti ai microfoni televisivi, piuttosto che a quelli del Parlamento.

Ma appena Berlusconi decide di mostrarsi in TV, apriti cielo, scatta l’allarme generale e perfino la Commissione di vigilanza, che dormiva beatamente, improvvisamente si sveglia e comincia a cronometrare gli interventi in TV. Miracolo, quella Commissione non interviene mai; forse dormono o sono in ferie, o magari sono in missione speciale  all’estero, per studiare come funziona la Vigilanza nel Burkina Faso. Hanno mai verificato, per esempio, la par condicio e la presenza dei politici in quella specie di TG3 allungato che è RAI News24, appendice informativa di RAI3 (da sempre controllata dal PCI-PDS-DS-PD) e diretto fino a pochi giorni fa da Corradino Mineo che, guarda caso, si è candidato con il PD? Ne dubito. Insomma, sono assenti. Ma se riappare Berlusconi, allora sono di punto in bianco svegli come grilli in una notte d’estate.

A proposito di presenze mediatiche, anni fa ci fu la solita levata di scudi, proteste ed accuse contro Berlusconi per la sua presenza in TV. I quotidiani erano scatenati, l’ineffabile Gad Lerner dedicò addirittura una puntata speciale alla eccessiva presenza mediatica di Berlusconi. Anche allora tutta la sinistra compatta, come sono al solito in occasione di battaglie decisive, si scagliò contro l’odiato Cavaliere. Bene, successe allora che il Corriere della sera fece un’indagine e pubblicò i dati delle presenze dei vari politici in TV. E quale fu il risultato? La risposta, sorprendente,  è in questo post del 2006: “Politici in TV“.

Ma torniamo al messaggio di Beha. Mi viene da ridere a pensare cosa sarebbe successo se, invece di un pezzo di Beha, nella casella di posta, fosse stato inviato un pezzo di Sallusti o Feltri, o un articolo di Ferrara, di Facci, di Porro. O un articolo di Mario Sechi che promuove l’Agenda  Monti. Apriti cielo, si sarebbe scatenata ancora una volta la santa crociata contro la destra che occupa tutti gli spazi e controlla l’informazione. Avrebbero richiesto a gran voce l’intervento degli organi di vigilanza e proposto chissà quali sanzioni pecuniarie o, forse, anche corporali, a base di frustate nella pubblica piazza.

Per fortuna questo non succede, e non può succedere, perché Tiscali è del patron Soru il quale è in prima linea, come esponente della sinistra, nel rispettare tutte le opinioni e garantire a tutti pari opportunità, par condicio e spazio al pluralismo. Ecco perché sono convinto che, nei prossimi giorni, per garantire questo pluralismo, dopo l’articolo di Beha a favore di Ingroia, troveremo nella casella di posta, altri articoli a favore di Bersani, Casini, Berlusconi, Vendola e perfino, per le pari opportunità uomo/donna, messaggi propagandistici a favore delle liste e dei movimenti di Cicciolina e Flavia Vento. Ne sono certo.

Nota

Ecco un buon esempio di cosa intende la sinistra per pluralismo e par condicio: “Gad Lerner e San Faustino”.

Ed ecco un altro esempio del classico doppiopesismo sinistro in questo vecchio post del 2006: “I coglioni sono due“.

Scalfari e la mosca

Ho appena seguito, su La7, la puntata di Otto e mezzo dedicata ad un tema sempre attuale “Religione e politica“. Unico ospite in studio l’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. L’argomento trattato prende spunto proprio da un editoriale nel quale Scalfari  chiede espressamente alla senatrice Binetti di rivelare se abbia avuto delle comunicazioni telefoniche con un alto prelato che avrebbe condizionato il suo voto negativo al Senato.

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