Buffoni di Stato

I pagliacci del circo sono più seri. Hanno vinto le elezioni promettendo il regalo del reddito di cittadinanza. Ora non sanno dove trovare i soldi per pagarlo. Hanno cominciato proponendo di tagliare le pensioni d’oro. E va bene. Ma non bastava. Allora hanno pensato bene di ridurre tutte le pensioni a cominciare da quelle oltre gli 80.000 euro annui. E passi. Ma non bastava ancora. Allora hanno abbassato ripetutamente il tetto. Ora, dopo quotidiani ritocchi al ribasso, il tetto scende a 3.500 euro mensili; e forse scenderà ancora e finiranno per tassare anche le pensioni minime sociali della casalinga di Voghera (e perfino la paghetta settimanale di Pierino è a rischio). Poi hanno cominciato a distinguere fra calcolo retributivo e contributivo delle pensioni. Ma il reddito non ti spetta se hai una casa di proprietà, oppure se abiti con i genitori. Poi, forse, stabiliranno nuovi requisiti; saranno esclusi quelli con le orecchie a sventola, col naso adunco e quelli con la forfora. E se sei obeso nisba, perché spendi troppo in alimenti inutili e dannosi, invece che in “spese morali”, come l’acquisto della Critica della ragion pura di Kant o il Simposio di Platone. Peccato che Zelig sia chiuso.

reddito cittadinanza

Infine, ultimissime della sera (per il momento), sarà corrisposto in base a criteri geografici; sì ai padani, no ai terroni (o viceversa; dipende dal ritorno elettorale) a Sestri Levante Sì, a Sestri Ponente No (così, per simpatia; lo decidiamo noi). L’unica cosa seria di questo reddito di cittadinanza è che non è, come potrebbe sembrare, una barzelletta; è una porcata vera e propria fatta da buffoni che più che politici sembrano emuli della combriccola di Amici miei. Però non fanno ridere. Vergognatevi. Topo Gigio è più serio.

Ed ecco l’ultima idea per recuperare un po’ di soldi: “Vendere 50 miliardi di immobili pubblici“. Ora vogliono vendere quei pochi gioielli di famiglia che ancora ci sono rimasti. Ma vendere i gioielli di famiglia per ridurre il debito pubblico è una truffa che abbiamo già visto, e pagata cara (ed ancora la stiamo pagando) negli anni delle privatizzazioni. Infatti i gioielli sono stati regalati agli amici ed il debito, invece che diminuire, è cresciuto e continua a crescere. E non abbiamo più nemmeno i cari ricordi di famiglia. Vergognatevi. Buffoni.

Ci sei o ci fai?

La differenza fra chi è e chi finge di essere è sostanziale. Se si ha la predisposizione a riconoscere la differenza viene quasi spontaneo, altrimenti può essere molto difficile, specie oggi che i mistificatori sono professionisti specializzati con master. Mi viene in mente perché tempo fa sul canale RAI storia mi capitò di seguire una conversazione fra Renzo Arbore e Raffaele La Capria. Parlavano di Napoli, delle sue glorie e le sue disgrazie, di Posillipo e dei Quartieri spagnoli, di musica e canzoni e di miseria, di immagini oleografiche da cartolina e di problemi reali. Mi rimase impressa una considerazione di La Capria che distingueva tra i veri napoletani e quelli che “fanno i napoletani“, per adeguarsi all’immagine macchiettistica del napoletano. La ricordo perché conferma una mia vecchia impressione che provo spesso, ogni volta che vedo personaggi dello spettacolo di oggi che “fanno i napoletani“. Esempio: Totò e De Filippo erano napoletani veri;  Vincenzo Salemme e Alessandro Siani, giusto per citarne due a caso, “fanno i napoletani“. Così come quei comici che partecipavano al programma “Made in sud“, che parlano un linguaggio che capiscono solo a Scampia e dintorni, e invece che far ridere lasciano un senso di tristezza e angoscia e fanno rimpiangere i manicomi. Ah, Basaglia cos’hai fatto! La differenza è che Totò e de Filippo erano grandi interpreti ed erano veri, non giocavano a fare i napoletani, ne erano l’essenza, l’anima; gli altri fanno venire l’orticaria solo a sentirli per due minuti. Sono dei falsi, come le “vere borse finte” cinesi. Ma è risaputo, il mondo del cinema e della televisione, dello spettacolo in genere è costruito sulla falsa rappresentazione della realtà dove la regola è la finzione, come gli scenari dipinti a teatro o sul set cinematografico. Falsi come Tiberio Murgia che nel cinema era diventato l’icona, l’emblema,  il classico siciliano gelosissimo di tanti film anni ’60, ma non era siciliano, era sardo. Lo stesso Arbore passa come cultore ed ambasciatore nel mondo della musica napoletana (cosa che fa con passione e successo e gli va riconosciuto il merito), ma è di Foggia e nemmeno lui gioca a fare il napoletano. E l’elenco sarebbe lunghissimo.

Per puro caso facendo zapping alla ricerca di qualcosa di guardabile per 5 minuti di seguito senza farsi venire le crisi d’ansia e la tentazione di sfasciare il televisore, ieri sera  capito di nuovo su RAI storia dove stanno rimandando in onda proprio quella vecchia puntata di “Napoli signora” con Arbore e La Capria.  Così lo riguardo. Ascoltare una conversazione fra persone intelligenti è un godimento estetico sempre più raro in tempi di diffusione mediatica di mediocrità, pettegolezzi, liti da pollaio e beghe fra comari. Citano aneddoti e curiosità della Napoli di una volta, glorie musicali e letterarie, storie di canzoni e poesia e personaggi illustri, da Croce a Vico, a  Salvatore Di Giacomo del quale mi viene in mente quel capolavoro che è “Pianefforte ‘e notte“, che inevitabilmente richiama a sua volta un celebre classico della canzone “Voce ‘e notte“, scritta agli inizi del secolo scorso. La cerco su Youtube, la ascolto, la riascolto e istintivamente la paragono a ciò che si sente oggi.

Dico da tempo che la musica leggera è morta. Si tiene in piedi l’industria discografica solo perché ha interesse a sopravvivere. Ma sono decenni che tutti sembrano cantare la stessa lagna. Così oggi, appena vedo in TV qualcuno che sta per cantare cambio canale prima ancora di sapere cosa canterà: “a prescindere“, direbbe Totò. Il discorso sarebbe lungo, ma non vale la pena di dilungarsi. Sono cambiato io? No, è cambiata la musica. Peggio ancora quando per musicisti si intendono certi personaggi strampalati e pittoreschi (vedi un tale Bello Figo) che con la musica hanno poco a che fare. Ed ecco che torno al punto di partenza. Una volta c’erano musicisti e parolieri che facevano musica e producevano canzoni che ancora oggi, dopo un secolo, restano nella memoria di tutti. Oggi c’è gente che “fa finta di fare musica” e produce solo indistinti motivetti fatti in serie come pannolini e merendine. E per mascherare la totale assenza di estro creativo cercano di distrarre l’attenzione sfoggiando abbigliamenti bizzarri, fumi, luci ed effetti speciali. Ecco la differenza tra chi è e chi finge di essere. Tanto per confermare la mia idea sulla differenza fra chi “ci è” e chi “ci fa“, subito dopo Arbore-La Capria, parte un’altra intervista: Gianni Riotta intervista Roberto Saviano. Sembra fatto apposta per mostrare la differenza fra una conversazione intelligente e quella che pretende inutilmente di esserlo; come paragonare il caviale e le uova di lompo, l’arte e l’artigianato, Michelangelo e gli scalpellini, Platone e Fusaro, Caruso ed Il Volo. Chiaro che dopo un minuto avevo già cambiato canale.

E finisco su RAI1 dove è in corso un programma che stento a credere che sia sulla televisione italiana. Sono vecchie immagini d’epoca in bianco e nero e interviste a personaggi del cinema, dell’arte, filosofi, poeti, pittori. Una galleria di mostri sacri, cito quelli che ricordo: Fellini, Moravia, Italo Calvino, Pasolini, Prezzolini, Moravia, Pablo Neruda, Andy Warhol, Giorgio De Chirico, Ezra Pound, Charlie Chaplin, Ennio Flaiano, ed altri. Scopro alla fine che il programma è “Gli occhi cambiano” di Walter Veltroni. Da non credere, ma è vero. Ovviamente queste perle della cultura le mandano in onda in orari per nottambuli, mentre tutto il giorno ci propinano sciacquette e ochette starnazzanti, oroscopi, cuochi e tagliatelle di nonna Pina. Meriterebbe un post a parte. Forse lo farò; o forse no. Allora, per concludere, voglio dedicare questa interpretazione di Voce ‘e notte nell’esecuzione dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore e la voce di Eddy Napoli e di una stupenda Francesca Schiavo a tutti quei musicisti per caso che, inspiegabilmente, circolano a piede libero su tutti i canali, affinché vedano la differenza fra la musica vera e fingere di far musica. Ma dubito che Bello Figo lo capisca. Se questi musicanti per sbaglio non avessero il cervello fuso a forza di alcol e droga (sarà un caso che molti muoiano proprio per effetti devastanti di droga e alcol?), forse lo capirebbero e, vergognandosi, tornerebbero a lavorare nei campi. Ma ormai la decadenza mentale è irreversibile. Purtroppo per loro; e anche per noi che dobbiamo sopportarli.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Tempi moderni

Anche questo è un segno dei tempi. Una volta i registi erano Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini. Oggi si chiamano Rocco Papaleo, che sembra il nome di fantasia di un bracciante calabrese e Pif, che sembra l’acronimo dell’ultima tassa inventata dal governo Letta. Poi non lamentatevi se il mondo va a rotoli, come la carta igienica.

C’è un altro segno dei tempi, altrettanto preoccupante: i comici.  Una volta erano Petrolini, Totò, Macario, Rascel, Walter Chiari, Bramieri. Il loro compito era quello di divertire il pubblico. Oggi si chiamano Crozza, Littizzetto, Guzzanti, Luttazzi. E fanno militanza politica facendo finta di fare satira. Hanno una caratteristica in comune:  le due “Z” del nome. Le due Zeta sono un marchio di fabbrica, una garanzia, Infatti il loro umorismo fa venire in mente un’altra parola con due Zeta: è un umorismo del ca…

Ho appena seguito, su LA7, il pistolotto politico con pretese culturali di Dario Fo al V-Day di Grillo a Genova. Grillo, altro ex/post comico che non riuscendo più ad avere il successo di una volta come uomo di spettacolo, si traveste da tribuno della plebe. Dario Fo, quasi novantenne, vecchio giullare della sinistra, che specie in queste giornate gelide dovrebbe starsene a casa, al calduccio, con la coperta sulle ginocchia a godersi la meritata pensione e ripensare con nostalgia ai successi, veri o presunti, della giovinezza. Invece è sempre pronto a salire su un palco per rimasticare per l’ennesima volta i suoi monologhi triti e ritriti da militante di sinistra. Povero guitto, non riesce ad avere un ruolo politico come Grillo e non riesce più a far ridere. Né politico, né comico; è solo un vecchio patetico.