La politica è una malattia

Grillo lascia (per il momento) la guida del Movimento 5 stelle. Torna a fare il comico in teatro, come terapia per combattere la schizofrenia del personaggio a metà fra comico e politico: “La politica è una malattia“, dice. Appunto, lo ha scoperto anche Grillo. Esattamente quello che sostengo da anni.

Psicopatologia del potere (2013)

 

 Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo. Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali“. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

 

Immigrazione, democrazia e volontà popolare

Il problema dell’immigrazione è uno dei più sentiti, sia per la gravità del fenomeno, sia per i costi insostenibili, sia per le conseguenze in termini di impatto sociale e di rischio per la sicurezza. In tutti i talk show se ne discute con posizioni contrapposte. Semplifichiamo. La destra è contraria all’immigrazione incontrollata e denuncia i pericoli derivanti da un flusso migratorio incontrollato e crescente.  La sinistra difende gli immigrati, sollecita interventi per  migliorare l’accoglienza, giustifica la missione Mare nostrum e non pone limiti all’immigrazione giustificando l’accoglienza con le norme vigenti, la Costituzione, gli accordi internazionali e la solidarietà. Se si dovesse scegliere politicamente con chi stare, la scelta sarebbe semplicissima. Se siate favorevoli all’arrivo degli immigrati sostenete la sinistra, altrimenti sostenete la destra. Ma una cosa è scontata in democrazia: chiunque vada al governo dovrebbe rispettare la volontà popolare.

Ne consegue che il governo, sia di destra o sia di sinistra,  dovrebbe rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini. Così, se la maggioranza degli italiani è favorevole all’accoglienza, il governo dovrebbe adottare tutti i provvedimenti necessari per attuare questa scelta popolare. In caso contrario dovrebbe  adottare misure opportune a bloccare o regolamentare il flusso migratorio.

Ma non è così semplice. Anzi, scegliere con chi stare è del tutto ininfluente. Il pensiero comune dominante, sposato dal PD e dalla sinistra, è quello di accogliere chiunque arrivi in Italia, giustificando l’accoglienza con il richiamo agli accordi sul diritto d’asilo e sull’aspetto umanitario della solidarietà nei confronti di gente che scappa da guerre e povertà. Questa visione del fenomeno è talmente diffusa e scontata che se non si è d’accordo con la visione della sinistra si viene automaticamente accusati di xenofobia, razzismo, intolleranza, discriminazione, islamofobia e pure di fascismo (che ci sta sempre bene e fa sempre effetto). In ogni dibattito televisivo c’è sempre il difensore d’ufficio degli immigrati e dei rom. Guai a sollevare qualche problema connesso alla loro presenza, scatta subito l’accusa di strumentalizzazione, di ricerca di consenso popolare, di voti e, immancabile, di populismo e demagogia. Insomma, sembra che non si possa dissentire dal pensiero unico imposto dalla sinistra. E se lo si fa si corrono grossi rischi.

Ora bisognerebbe chiedersi se questa posizione è condivisa o no dalla gente., se rispetta o no la volontà popolare, se rispetta il principio fondante della democrazia, il diritto della maggioranza a decidere la linea politica. Perché in democrazia il Parlamento ed il governo, in quanto rappresentativi dei cittadini, dovrebbero rispettare la volontà popolare e non imporre la propria volontà, anche contro quella dei cittadini. Fanno questo? No, in merito al problema dell’immigrazione, stanno operando “contro” la volontà del popolo. Ho scritto spesso di questa strana anomalia italiana che tutti sembrano ignorare. Ne parlavo già sei anni fa in un lungo post, riportando dei sondaggi che dimostravano, già allora, che la maggioranza (circa i 2/3) degli italiani è contro l’accoglienza incontrollata degli immigrati. Magari servirà a poco, ma forse è bene ricordare quei sondaggi, almeno per confrontarli con l’atteggiamento del governo e per chiedersi se la nostra sia ancora una democrazia o sia diventata qualcosa di diverso.  Ecco il post…

Democrazia e volontà popolare (13 maggio 2009)

In democrazia, si dice, il popolo è sovrano ed esercita il potere attraverso la libera elezione dei propri rappresentanti. I quali rappresentanti, è il caso di ricordarlo, in quanto eletti dal popolo dovrebbero rappresentarne le istanze ed attuarle nei modi previsti dalle norme vigenti. In parole povere, i rappresentanti eletti dal popolo devono, una volta in Parlamento ed al Governo, attuare la volontà popolare. La realtà ci dimostra che, invece, questo sacrosanto principio viene tranquillamente disatteso per le motivazioni più diverse. Non mi dilungherò sulle aberrazioni del sistema democratico. Voglio solo notare come ogni giorno, attraverso quel  classico “Gioco delle parti” pirandelliano che chiamano dialettica politica, abbiamo delle dimostrazioni di come questo principio sia continuamente rimesso in discussione a favore di più o meno chiare finalità che rispondono più alla logica dell’ideologia e della propaganda di partito che al rispetto del volere popolare.

Un esempio evidente è l’ormai quotidiana polemica sul problema dell’immigrazione, e sulle conseguenze per la sicurezza dei cittadini, sulla necessità di accogliere chiunque voglia arrivare in Italia, di garantire lavoro, casa, assistenza e diritti. Ogni giorno assistiamo sulla stampa, radio e TV, alla contrapposizione fra opposte fazioni. Normale dialettica? Libertà di espressione? Certo, ma…e la volontà popolare? Già, perché, come ho detto spesso in passato, tutti sembrano dimenticarsi, in questa questione fondamentale per il futuro dell’Italia, di chiedere il parere del popolo e, soprattutto, di tenerne conto. Eppure è quello che si dovrebbe fare in una democrazia reale. E se ciò non avviene significa che questa tanto decantata democrazia ha un qualche difetto, un bug, una falla, c’è qualcosa che non quadra.

Detto questo, vediamo di capire cosa vuole la gente in merito al problema immigrazione. Lo facciamo prendendo in esame alcuni sondaggi, fatti da grandi quotidiani nazionali e da istituti specializzati. Già tempo fa, in merito alle norme di sicurezza proposte dal Governo, si alzarono le barricate contro l’istituzione del reato di immigrazione clandestina. Ed ecco un primo sondaggio.

La risposta non lascia adito a dubbi o interpretazioni. Su quasi 16 mila votanti la schiacciante maggioranza, 85.7% è favorevole a considerare l’immigrazione clandestina un reato. Vediamone un altro sulla costruzione di moschee…

Anche in questo caso c’è ben poco da giocare sulle cifre. La volontà è chiarissima. Due terzi degli italiani non vogliono che si costruiscano liberamente le moschee. Eppure su questi argomenti le discussioni, le polemiche e le contrapposizioni continuano. Ed ancora la sinistra, le associazioni varie e la Chiesa vogliono convincerci che costruire moschee nelle nostre città è cosa buona e giusta. Ed il rispetto della volontà popolare? Mah, forse è un optional non necessariamente da rispettare. E veniamo a fatti recenti, le norme del decreto sicurezza proposte dal Governo. Ecco il risultato di un altro  sondaggio lanciato di recente dal Corriere.

No, per quasi il 70% dei lettori quelle norme non sono troppo dure. Che siano tutti fanatici sostenitori della Lega? Molto improbabile, visto che il Corriere non è propriamente il quotidiano di riferimento leghista. E sui “Respingimenti” dei barconi carichi di migranti, cosa che ha ancora provocato l’indignazione della sinistra e le solite accuse da parte dell’ONU? Strano, ma né il Corriere, né Repubblica, né L’Unità hanno lanciato dei sondaggi. Almeno fino a ieri notte. Il Corriere ne lancia uno sul futuro della Ferrari e Repubblica lancia un sondaggio su chi sostituirà Ranieri alla Juve. Beh, certo, questi sono argomenti molto più seri. Forse hanno paura di leggere i risultati. Vediamo, quindi, quelli disponibili. Questo è de La Stampa, aggiornato a ieri sera.

Favorevoli ai respingimenti 64%, contrari 35%. Ancora un dato inequivocabile. Vediamo il sondaggio del Messaggero…

Favorevoli 66.2%, contrari 33.3%. Chiarissimo. Vediamo anche un sondaggio lanciato due giorni fa nel forum della piattaforma Tiscali, quella di Soru, per intenderci, che non è propriamente un fanatico di Bossi e Maroni.

Beh, 3 su 4 sono favorevoli al respingimento. E allora? Mi pare che non ci siano dubbi sulla volontà popolare. Non vi basta ancora? Ok, allora vediamo un altro sondaggio presentato da Pagnoncelli, ieri sera, alla puntata di Ballarò. A meno che anche Floris, Pagnoncelli, Ballarò  e tutta RAI3 siano improvvisamente diventati leghisti o berlusconiani, almeno questi li prenderemo per buoni.  Ecco il primo cartello che riguarda la proposta di denuncia degli immigrati clandestini. Argomento caldissimo che ha fatto alzare la solite barricate sinistre e  della Chiesa, con la solita accusa di xenofobia e razzismo nei confronti di Berlusconi, del Governo e di chiunque sostenga la proposta. Ma la gente cosa ne pensa? Ecco il risultato…

Ma guarda guarda, quasi il 60% degli italiani è favorevole. E dire che, a seguire la  stampa di regime ed i “bravi conduttori” della TV, sembrerebbe che la maggioranza degli italiani siano indignati da questa proposta e pronti, nel caso fosse approvata, a non applicarla. Questione di coscienza, dicono. Ma allora questi dati sono fasulli? Oppure il 60% degli italiani sono xenofobi e razzisti? Oppure Floris ha truccato i risultati? Mah, vediamo l’altro sondaggio sui “Respingimenti”. Beh, almeno su questo avranno ragione i sinistri detentori della “superiorità morale” ed i buonisti? Vediamo…

Ahi, ahi, di male in peggio, qui addirittura cresce la percentuale, il 65% è favorevole ai provvedimenti di Maroni e del Governo. Beh, mi pare che questi sondaggi siano più che attendibili e rappresentativi dell’opinione della maggioranza degli italiani.

Ora, se è vero quanto dicevo in apertura sul rispetto della volontà popolare, a questo punto la domanda sarà anche impertinente, ma è del tutto logica e legittima: se questa è la volontà degli italiani, perché semplicemente non se ne prende atto e la si rispetta?  Ma allora perché, invece, la sinistra continua a lanciare anatemi e accuse di razzismo e xenofobia, di regime, di fascismo, di violazione delle norme internazionali? E la volontà popolare? Eppure anche Fassino ha detto che è del tutto legittimo il respingimento. D’Alema, addirittura, rivendica il merito di aver attuato per primo quelle norme al tempo degli sbarchi degli albanesi. Ma allora Franceschini, che è attualmente impegnato in una gita turistica in treno, perché continua ad accusare Maroni, Berlusconi ed il Governo di aver attuato dei provvedimenti ignobili, di mancanza di rispetto delle norme internazionali, di spregio dei diritti umani e bla bla bla? Beh, non c’è da meravigliarsi, è la solita doppia logica sinistra. Quello che fanno loro è sempre buono, giusto e sacrosanto. Se le stesse cose le fa Berlusconi è razzismo.

Eppure sono quelli che, dopo una lunga crisi esistenziale, da comunisti sono diventati PDS, poi DS, ora Democratici. Già, sono diventati gli strenui difensori della democrazia. Sì, proprio quella in cui il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra. E loro, da buoni democratici, la rispettano, quando vincono loro, perché allora si tratta di una grande vittoria della democrazia. Quando, però, vincono gli avversari, allora contrordine compagni, non è più democrazia, è regime. La volontà popolare non è più vangelo, anzi se il popolo sbaglia bisogna rieducarlo. E non gli scappa nemmeno da ridere. Ci sarebbe da stracciarsi le vesti, cambiare mestiere, politici e giornalisti al seguito, e vagare in pellegrinaggio col capo cosparso di cenere verso antichi santuari, in segno di penitenza. Ma non succede niente. Anzi, come se questi sondaggi fossero acqua fresca, Floris fa finta di niente, gli altri pure, e la puntata prosegue  chiacchierando di tutto, meno che della volontà popolare. Come volevasi dimostrare. Sì, ho la quasi certezza che quando si dice che in democrazia il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra, poi, dietro le quinte, si facciano delle grasse e sonore risate; risate sinistre.

Eclissi di sole

Domani potremo assistere ad una eclissi di sole. L’ultima volta che ne abbiamo vista una fu circa dieci anni fa.  Ecco che cosa scrivevo allora sulle reazioni delle diverse forze politiche. Oggi non cambierebbe di molto. Basta cambiare qualche nome; niente di nuovo sotto il sole.

Eclissi di sole (marzo 2006)

L’eclissi di sole, visibile anche in Italia, non ha mancato di suscitare reazioni contrastanti da parte delle due coalizioni politiche. La sinistra accusa il Governo di non aver fatto nulla per evitarla. Fassino attacca: “L’Italia è stata oscurata da un Governo incapace e fallimentare”.  Berlusconi ribatte assicurando di aver fatto tutto il possibile e specifica “L’Italia è nella media europea. L’eclissi è stata contenuta entro i limiti previsti dalla Commissione europea per le eclissi, si è tenuta al di sotto del 70% e comunque ha fatto meglio del Kenia, dove è stata del 100%”.  Bertinotti replica “La Groenlandia ha fatto meglio dell’Italia. Questo governo ha penalizzato le fasce più deboli ed i pensionati, togliendogli anche un po’ di sole”.

Di Pietro chiarisce che “L’Italia dei valori chiede che Berlusconi riferisca in Parlamento, che vengano accertate le responsabilità del Governo ed i colpevoli siano assicurati alla giustizia”. Pecoraro Scanio, leader del sole che ride, considera l’eclissi un gravissimo attentato alla democrazia ed un tentativo di scoraggiare l’uso dell’energia solare, e denuncia la destra che vuole sfruttare l’evento a scopi elettorali: “Hanno voluto oscurare il nostro simbolo”. Emma Bonino, rivendicando il laicismo dello Stato, stigmatizza l’eclissi come una inaccettabile interferenza clericale ed un tentativo della Chiesa di tornare all’oscurantismo. D’Alema accusa Berlusconi di non aver rispettato il contratto con gli italiani: “Aveva promesso più sole per tutti”. Rutelli è molto più esplicito e chiaro, e con la solita acutezza precisa che non ci sono più le eclissi di una volta e  Berlusconi dimentica che “Chist’è o paese do sole. E quando saremo noi al governo garantiremo eclissi controllate e finalizzate a garantire un’abbronzatura ai ceti più deboli”. E lascia i giornalisti cantando a squarciagola “O sole mio sta in front’a te…”.

Santoro, sentendo Rutelli cantare, ne approfitta per rivendicare “Voglio il mio microfono”. Giovanni Floris (quello di Ballarò), prima che Santoro gli freghi il microfono, si affretta a porre una domanda cruciale sulla eclissi: “Dove ha fallito il Governo?”. Il “Sole 24ore” esce in edizione straordinaria con un titolo a nove colonne: “Attentato alla libertà di stampa. Vogliono oscurarci”. Diliberto denuncia che l’eclissi è un complotto ordito dalla CIA e dal  Mossad israeliano per lasciare al buio gli amici palestinesi ed annuncia una manifestazione al grido di “Più sole alla Palestina”. Parisi e Castagnetti, non avendo capito bene di cosa si parla, accusano comunque il Governo e chiedono le dimissioni di un ministro, uno qualunque, a caso.

Prodi ribadisce che “Non ci saranno nuove tasse sulle eclissi”. Bertinotti insiste nel voler tassare le eclissi dei più ricchi. Mastella smentisce Bertinotti, affermando che questo non è nel programma concordato. Vladimir Luxuria smentisce Mastella affermando che anche i PACS non sono nel programma, ma si faranno comunque. Rosi Bindi fa notare che anche Vladimir Luxuria non era nel programma, eppure è in lista. Grillini smentisce Rosi Bindi facendo notare che Luxuria, come i PACS, era nel programma, ma sotto un altro nome.

Prodi invita a restare uniti e ribadisce che, se andrà al Governo, non ci saranno tasse sulle eclissi. Qualcuno tenta di smentire Prodi, altri smentiscono chi smentisce Prodi e mentre tutti si smentiscono a vicenda, il gruppo si allontana, seguito a distanza da Santoro che continua ad urlare “Voglio il mio microfono!”. E mentre Rutelli commenta con la solita profonda acutezza “Domani è un altro giorno…”, il sole lentamente si eclissa all’orizzonte.

 

Psicopatologia del potere

Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali”. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

E adesso, pover’uomo?

Bersani non c’è più, scomparso. Assente anche alla “chiama” a Montecitorio. Questa è l’immagine simbolo della irresistibile ascesa e della caduta di un leader per sbaglio.

Voleva essere lui a dettare i nomi dei candidati al Quirinale. Ha proposto Marini e mentre il centrodestra lo vota, i suoi vanno in ordine sparso e non lo votano.  Fuori uno. Rimedia con un candidato forte, padre fondatore dell’Ulivo: Romano Prodi. All’assemblea della direzione tutti acclamano la scelta e dichiarano di votare compatti per Prodi. Invece “tradiscono” in cento, bruciando anche la candidatura di Prodi. Gli stessi esponenti del PD e del centrosinistra, compreso SEL, ora dicono che il PD non è affidabile. E se lo dicono loro bisogna crederci.

Terremoto nel PD“, “Il PD è morto“, titolano i giornali. La prima a prendere atto della disfatta è Rosi Bindi, quella che era convinta di contare qualcosa all’interno del PD, che si dimette da Presidente del partito. A seguire si dimette anche Bersani dalla carica di segretario.  Ora è aperta la caccia ai traditori, ma il guaio è fatto. Il PD è allo sbando. Da due mesi, subito dopo le elezioni, ripetevano in coro che il loro programma era un “governo del cambiamento“. Volevano il cambiamento e sono stati di parola. Tanto per cominciare, cambiano presidente e segretario. Poi si vedrà.  Dopo Fassino, Veltroni, Franceschini, ecco Bersani, l’ultimo dei segretari in liquidazione. Nel PD cambiano segretari quasi stagionalmente. Hanno i segretari col cartellino di scadenza, come lo yogurt.

Il nostro smacchiatore di Bettola, alla fine non ha aspettato nemmeno il rottamatore Renzi; si è rottamato da solo. E adesso, pover’uomo? No problem, troverà di certo una buona sistemazione.

 

Bersani: li sbraniamo

Se qualcuno si azzarda ad insinuare una responsabilità del PD in merito all’affare MPS “Li sbraniamo“, dice Bersani. E lo fa usando, come al solito, quel tono di voce perentorio, stentoreo (che tanto piace e che rassicura  gli amici, sostenitori e simpatizzanti), che non lascia spazio a dubbi, interpretazioni e repliche; proprio di chi è convinto di avere la verità in tasca, innata, per concessione divina. Se lo dice lui è verità.

Una volta, per garantire l’assoluta attendibilità di una notizia, si usava l’espressione: “L’ha detto la radio“. Poi, col progresso tecnologico, si passò a “L’ha detto la televisione“. Oggi si potrebbe dire “L’ha detto Bersani“. Sì, al nostro uomo di Bettola (tutto un programma), quello che non passa il tempo a smacchiare giaguari, quello che si esprime per battute, metafore e similitudini, si potrebbe applicare quanto i discepoli di Pitagora usavano dire riferendo affermazioni del maestro “Egli stesso l’ha detto“, intendendo che, quindi, si trattava di assoluta verità. In tempi in cui regna il relativismo più sfrenato, l’unica eccezione è lui: se lo dice Bersani è verità assoluta. Ipse dixit!

In questi giorni di campagna elettorale, sta dando il meglio di sé per cercare di presentarsi come l’uomo nuovo, quello del cambiamento, quello che ha una missione speciale: salvare l’Italia. Quello che, essendo  scampato alla rottamazione viene già accreditato di poteri magici. Qualcuno sostiene che faccia anche miracoli. Si dice che al suo paese, Bettola, pronunciando strane formule davanti al distributore del padre, abbia trasformato la benzina in lambrusco. Altri hanno già preparato uno striscione “Bersani santo subito“.

E come apprendista beato (in attesa di santificazione) non accetta insinuazioni e critiche. Così alle contestazioni di Monti, invece che rispondere a tono, dice che “Monti ogni giorno ci trova un difetto“. Il che è un modo come un altro per non rispondere alle accuse. Ieri, in un convegno a Genova, ha riaffermato  che “La prossima legislatura dovrà essere caratterizzata dalle parole moralità e lavoro“. Senza approfondire troppo, per carità. Meglio accennare vagamente a moralità e lavoro, senza entrare nel merito e parlare di proposte concrete. Così ognuno ci vede quello che vuole e tutti sono soddisfatti.

Del resto il lavoro è un argomento complesso e pericoloso, specie se non hai le idee molto chiare su come affrontare la crisi economica. La morale, poi, è un argomento quasi tabù, da evitare accuratamente se non vuoi impelagarti in discussioni interminabili solo per stabilire cosa sia la morale e darne una definizione condivisibile da tutti.. Meglio evitare e restare sul vago. Però buttiamola lì, perché già appellarsi alla morale è quasi una garanzia di onestà. Loro hanno l’onestà preventiva, a priori. Si dà per scontato che siano onesti e brave persone. La loro è una onestà assiomatica. Un po’ come il premio Nobel per la pace assegnato ad Obama. Era stato appena eletto, ma gli venne assegnato il premio ancora prima che avesse fatto qualcosa. Una specie di acconto sui futuri miglioramenti. Prima gli conferiamo il premio, poi si vedrà.

Sono talmente onesti che loro sono sempre fuori da tutti gli scandali e scandaletti che li hanno sfiorati. Non sanno niente del “Tesoro di Dongo“, misteriosamente sparito, dopo essere stato preso in consegna dai partigiani rossi che arrestarono Mussolini mentre tentava la fuga. Non sanno niente delle vagonate di rubli che finanziavano il PCI, provenienti da Mosca, ovvero da una potenza che, in tempi di guerra fredda, era considerata una potenza ostile. In tempi di guerra vera sarebbero stati accusati di intelligenza col nemico ed alto tradimento. Ma in Italia per il quieto vivere, si chiudeva un occhio, anzi due. Compagni, zitti e Mosca!

In tempi di “Mani pulite” non sapevano niente del compagno Greganti, quello che aveva un conto molto consistente in Svizzera, ma dichiarò trattarsi di un conto personale, evitando di coinvolgere il partito. Non sapevano niente di una valigetta contenente 150 milioni, portata a mano nella sede di via Botteghe oscure, ma di cui non si scoprì chi avesse ricevuto i soldi. Né valeva, in quel caso, ciò che aveva portato in carcere altri esponenti di altri partiti, l’accusa che “Non poteva non sapere…”. Valeva per tutti, eccetto per il PCI. Non vale nemmeno per Bersani che sulla vicenda di tangenti, grandi appalti e finanziamento occulto al partito che vede imputato il suo stretto collaboratore, Filippo Penati, non sapeva nulla. Era all’oscuro di tutto, povero figliolo; non gli dicono mai niente.

Non sapevano nulla dell’acquisizione della banca Antonveneta, né di Fiorani, Consorte e della scalata alla Banca nazionale del lavoro. E se ti permetti di pubblicare la famosa telefonata di Fassino “Abbiamo una banca?” ti querelano e ti condannano a pagare i danni morali. Le intercettazioni di D’Alema, invece, non sono pubblicabili perché all’epoca dei fatti il nostro velista per caso era europarlamentare ed il parlamento europeo non concede l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni. In qualche modo ne escono sempre puliti; curioso, vero? Sì, perché in Italia, a quanto pare,  c’è una sola persona che si può intercettare tranquillamente: Berlusconi. E tutte le sue telefonate, anche quelle private, che nulla hanno a che vedere con inchieste in corso, vengono regolarmente pubblicate su tutti i giornali, compreso il Corriere delle giovani marmotte. Tutti gli altri sono coperti da segreto istruttorio e guai a chi svela qualche dettaglio. Se poi intercettano per caso il Presidente Napolitano, su questioni gravi come la trattativa Stato-mafia, allora scatta il conflitto di competenza e si chiede che le registrazioni vengano distrutte. Strano, ma vero.

Questi ex/post comunisti riciclati sono così: prendere o lasciare. E soprattutto non azzardatevi a sospettare niente di men che corretto sul partito. Loro sono sempre innocenti, puliti ed estranei a qualunque affare poco chiaro. Non sanno mai niente.  “Noi abbiamo le mani pulite” gridava Occhetto, mentre i magistrati milanesi facevano il lavoro sporco, inquisivano i maggiori esponenti dei partiti, facendo piazza pulita di tutta una classe politica, eccetto il PCI,  e preparando la strada alla vittoria della “gloriosa macchina da guerra” di Occhetto. “Noi siamo persone perbene“, gridava ancora Fassino, escludendo qualunque interesse e implicazione del partito sulla scalata alla BNL. Loro sono così, si autoassolvono. Si esaltano, si incensano, si ergono a modelli di onestà e perfezione morale. Lo ripetono ad ogni occasione, come un mantra. Così, a furia di sentirlo dire, entra nel cervello e si convincono davvero di essere diversi e migliori dagli altri; anzi, gli unici sulla piazza casti e puri come verginelle, senza macchia e senza paura, come antichi cavalieri. E’ un normalissimo processo mentale, si chiama “autosuggestione“.

Così, oggi, il nostro smacchiatore folle, dopo aver rilanciato il programma incentrato su “Lavoro e moralità“, dice che sui conti pubblici bisogna intervenire “con il badile” (!) E per essere ancora più chiaro(!?) sui costi della politica, afferma “Noi metteremo il cacciavite nella spesa pubblica“. Chiaro? Ecco la soluzione di tutti i problemi italici, dalle pensioni minime ai precari, dai cassintegrati alla chiusura delle aziende, dal debito pubblico alle spese della casta. Tutti si affannano per trovare il rimedio, ma solo lui ha la soluzione pronta e geniale: badile e cacciavite. Sfido io che poi i fedeli seguaci, incantati di fronte a tanta genialità, invocano “Bersani santo subito“. Ma se per salvare l’Italia bisogna intervenire con badile e cacciavite, perché hanno incaricato Mario Monti ed il suo governo di tecnici? Bersani, poteva svegliarsi prima. Bastava ingaggiare una decina di contadini e meccanici che, fra l’altro, ci sarebbero costati anche molto meno di Monti e i suoi discepoli. No?

Chiaro che davanti a queste dimostrazioni di genio italico non si possa nemmeno per sbaglio tentare una qualche critica o insinuazione su rapporti poco chiari sulla relazione fra il PD e la banca MPS, da sempre e notoriamente controllata dal PCI/PDS/DS/PD. Lo sanno tutti e, in questi giorni, tutti lo ripetono su stampa e TV. Vedasi, in proposito, un articolo che figura oggi sul Corriere firmato da Sergio Rizzo. E’ il classico segreto di Pulcinella, lo sanno tutti, ma se qualcuno si azzarda, dice Bersani, ad ipotizzare relazioni e responsabilità del PD “Li sbraniamo“. Mamma che paura.

Bene, allora caro Bersani, visto che lo sanno tutti e tutti lo ripetono e lo scrivono, non le resta che cominciare l’opera di sbranamento generale. Sbrani, sbrani pure a piacere. Mica vorrà rimangiarsi la parola. E no, questa è gente seria, onesta, perbene, hanno le mani pulite e quando fanno una promessa (o una minaccia), poi mantengono la parola data. Coraggio, Bersani, sbrani pure e…buon appetito.

Quelli che “Noi abbiamo le mani pulite…”

A proposito del tesoro di Dongo e dei moralisti rossi

Il 29 aprile 1957, alla Corte d’ Assise di Padova, cominciò il processo per scoprire la fine fatta dall’ oro di Dongo e per condannare i colpevoli e i mandanti dei delitti che ne erano stati la conseguenza. Fra gli imputati, i capi partigiani comunisti Fabio Vergani e Dante Gorreri, accusati di avere ordinato gli assassini e di avere consegnato la maggior parte del tesoro al Pci. Ma un giudice del processo si tolse la vita e siccome non verranno supplenti, la causa fu rimandata e da allora nessuno ne ha più  sentito parlare. In compenso Vergani e Gorreri vennero salvati col solito sistema di eleggerli deputati per più legislature, fino a prescrizione del crimine. E le autorizzazioni a procedere nei loro confronti richieste dalla magistratura furono sempre, come usa anche oggi, respinte dalle Camere.” (Silvio Bertoldi – Corriere della sera 14 settembre 1993)

Marxismo liberale

Sembra un ossimoro. Anzi lo è proprio. Eppure è esattamente quanto ha dichiarato Bersani ieri, ospite a Porta a porta. Rispondendo ad una domanda, ha affermato che “essendo liberale…” apprezza il riconoscimento del merito e del valore, aggiungendo che, però, occorre anche tutelare l’uguaglianza. Da qualche tempo questi ex/post comunisti pentiti, ma non troppo, usano farsi paladini della meritocrazia. Parola che solo fino a qualche anno fa, fra i comunisti non ancora pentiti, suonava come una vera bestemmia.

Poi hanno avuto una crisi esistenziale, hanno cambiato bandiera, stemma, segretari, canzoni (da Bandiera rossa a Over the Rainbow), fanno il tifo per Obama, fanno le primarie e, per miracolo, diventano “democratici e liberali“. Così trasformati, cambiano anche  abitudini e stile di vita. D’Alema si trasforma in lupo di mare e veleggia su una elegante barca, Ikarus,  da 18 metri, partecipando alle regate veliche (roba da ricchi, mica da proletari). Quelli che anni fa erano in piazza, un giorno sì e l’altro pure, a protestare contro la Nato e gli americani “brutti, sporchi e cattivi“, oggi parlano inglese, copiano gli slogan made in USA ,”I care“, e si sentono tutti Yankee: Veltroni acquista casa a New York, non nel Bronx o ad Harlem, ma nell’esclusivo quartiere per ricconi di Manhattan e Bersani vola in USA per portare una corona di fiori sulla tomba di J.F.Kennedy. Roba da farsi venire le convulsioni dal ridere.

Gli ex segretari di Rifondazione comunista, Bertinotti e Giordano, per riposarsi dopo decenni di lotta di classe e dure battaglie contro i padroni ed i ricchi borghesi, acquistano vecchi cascinali in Umbria, a Massa Martana, li fanno restaurare da prestigiosi architetti e ci ricavano delle ville con piscina e parco intorno, roba da ricchi borghesi (alla faccia dei proletari). Da comunisti mangiapreti diventano pii e devoti chierichetti (giusto per rimediare qualche voto in più, in occasione delle “Primarie“, fra i cattocomunisti confusi); Vendola ha dichiarato di avere come modello il defunto cardinale Martini (!) e Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!). Trasformazione completa che li rende irriconoscibili, come nuovi.  In verità, sotto sotto, sono quelli di sempre. Hanno solo cambiato pelle; come i serpenti!

E’ come se, dopo la caduta del muro di Berlino, avessero preso i comunisti sbandati ed in fuga in ordine sparso, li avessero sistemati dentro un enorme shaker, avessero agitato con forza a lungo e poi li avessero lasciati liberi. Sono rimasti storditi, confusi e non sanno più chi sono, chi erano, da dove vengono e dove vanno. E così esaltano la meritocrazia e si dichiarano liberali. Ho la sensazione che questi non sappiano di cosa parlano. Se lo sapessero capirebbero che è un concetto totalmente in contrasto con tutta la loro ideologia e che meritocrazia ed uguaglianza, così come libertà ed uguaglianza, sono concetti opposti, contrastanti ed inconciliabili.

E’ una contraddizione che si stanno portando appresso da anni, dai tempi della fusione con quella specie politica altrettanto stordita e confusa, i cattolici pentiti della ex Margherita, con i quali hanno consumato un matrimonio contro natura. Dissero, comunisti e cattolici, che avevano radici comuni e volevano le stesse cose (!). Più confusi di così non si può. Ecco casa scrivevo 5 anni fa, in occasione di quella fusione a freddo fra ex/post comunisti e cattolici in crisi esistenziale.

Marxisti liberali e gattopardi rosa. (14 settembre 2007)

Si dice che solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Il che non significa, però, che coloro che cambiano idea non possano essere, al tempo stesso, imbecilli, né che gli imbecilli debbano, necessariamente, non cambiare idea. E’ uno di quei luoghi comuni che apparentemente sembrano avere una loro saggezza di fondo, ma che vanno presi con le pinze; anzi, con le pinzette, perché talvolta quel pizzico di verità che contengono può essere, se usata male, vanificata del tutto.

Se si assume come verità il fatto che cambiare idea sia sintomo di intelligenza, allora bisogna concludere che coloro che cambiano spesso idea, che smentiscono alla sera ciò che dicono al mattino e che sono in perenne mutazione, siano molto intelligenti. Se ne deduce, allora, che nel centro sinistra, siano tutti intelligentoni, una succursale del Mensa. E che Prodi, ovviamente, sia un genio!

Va da sé che, in tal caso, visto che, da quando è stata inventata la matematica, 2+2 fa sempre 4, tutti i matematici che in millenni non hanno mai cambiato idea, siano dei perfetti idioti! N’est ce pas?

E veniamo al dunque. Ultimamente, nella sinistra storica, è tutto un rimescolio generale, un riassestamento, una continua evoluzione verso posizioni lontanissime da quelle di partenza. Cominciano a preoccuparsi di sostenere le aziende, l’artigianato, il commercio, la piccola e media industria, promuovono ed incentivano la produttività e la competitività nazionale ed estera, elogiano il libero mercato e favoriscono la concorrenza, costituiscono società quotate in borsa, si preoccupano della sicurezza dei cittadini, adottano drastiche misure per liberare i centri urbani da accattoni, prostitute, nomadi e lavavetri. Insomma, sono talmente cambiati che se un emigrato tornasse in Italia, dopo 20 anni, e sentisse parlare gli ex/post comunisti penserebbe che siano diventati tutti di destra.

Per avvalorare questo cambiamento stanno scendendo in campo, al fine di fornire una spiegazione scientifica del fenomeno, fior fiore di intellettuali, giornalisti ed illustri studiosi. Si organizzano convegni, si pubblicano studi e ricerche, si organizzano dibattiti, si sta mettendo in atto una portentosa macchina mediatica per convincere gli ancora dubbiosi ex compagni a “cambiare idea”, a rinnegare decenni di ideologia marxista per diventare come il baffetto velista D’Alema, il pezzo da novanta della sinistra, che, dopo anni ed anni di pane e Marx, considerando che anche vivere da borghesi benestanti non è poi disprezzabile, è diventato “liberal“.

Ed ecco che appare un libretto, di Alesina e Giavazzi, intitolato “Il liberismo è di sinistra” nel quale i due autori cercano di dimostrare che siccome il liberismo favorisce la crescita dell’economia e, quindi, della ricchezza, e che questa ricchezza comporta un miglioramento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori, significa che il liberismo comporta conseguenze positive per il proletariato. Ergo, il liberismo è di sinistra.

Il che è come affermare che l’erba favorisce l’attività mentale; perché nutre le vacche che producono il latte che viene trasformato in formaggio che si grattugia sugli spaghetti che ci forniscono carboidrati che, come tutti sanno, fornisce energia al cervello. Ergo, l’erba fa diventare intelligenti!

Il concetto è lo stesso; una cavolata. Ma gli autori ci scrivono un libro che venderà un sacco di copie che produrranno tanti soldoni in diritti d’autore e vai col liscio. Ma ecco che, ad avvalorare ulteriormente questa bizzarra tesi, arriva, fresco fresco di stampa, un altro libello “d’autore“: “Il  partito democratico per la rivoluzione liberale” di Michele Salvati.

La differenza fra i due libri, come riferisce oggi un articolo del Corriere.it, è che Salvati, contrariamente agli altri due giornalisti, è “dentro il partito democratico“. Così dentro che, già quattro anni fa scrisse un altro libro “Il partito democratico“, anticipando la svolta attuale dei DS. Così “dentro” che “…la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana“.

Ora, le sezioni dei DS sono le stesse sezioni dell’ex PCI dove ancora fanno bella mostra, come capita di vedere in alcuni servizi TV, le immagini dei “padri” del comunismo, da Marx a Lenin, a Gramsci, a Togliatti. Allora mi viene un po’ da sorridere pensando a cosa mai potranno pensare questi “padri gloriosi” sentendo i discorsi dei loro nipotini che sono diventati “liberali“.

Comunque la si rigiri è una bella contraddizione, un paradosso, un ossimoro politico. Ma ricordando la iniziale premessa, dovremmo riconoscere che, visto che cambiano idea, non sono imbecilli. Allora a cosa è dovuto questo brusco cambiamento di rotta?

Le ragioni sono diverse, ma sostanzialmente la ragione di fondo è che, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il disfacimento dell’impero sovietico, questi nipotini di Marx si sono trovati col sedere per terra. Non potevano continuare a farsi portatori e sostenitori di una ideologia che ormai era morta e sepolta ed il cui fallimento era sotto gli occhi di tutti. Correvano il rischio di scomparire e seguire la loro ideologia nella tomba. Allora bisognava trovare una soluzione che consentisse di non perdere il patrimonio di consensi e di voti. Anche perché, negli anni seguenti, in piena epoca di “mani pulite“, la magistratura stava facendo il “lavoro sporco“; stava facendo piazza pulita di tutta la nomenclatura politica della prima Repubblica, partiti e dirigenti compresi; escluso, guarda caso, proprio il PCI, perché loro, si sa, sono “Persone perbene” (se lo dicono da soli, ma ne sono convinti).

Non restava che raccogliere i frutti e predisporre quella “gioiosa macchina da guerra” che Occhetto vedeva lanciata inevitabilmente verso la vittoria e la conquista del potere. Poi la macchina si è inceppata ed è rimasta la ineludibile esigenza di cambiare faccia e di inventarsi una nuova identità. E sono cominciati i cambiamenti, da PCI a PDS e poi DS. Fra congressi, lacrime e dichiarazioni d’amore: “Quel simbolo (alludendo alla falce e martello) lo porteremo sempre nel cuore“, disse un D’Alema commosso dal palco del congresso che decretava la morte definitiva del vecchio PCI.

Ma è vero cambiamento? Oppure è solo un modo per presentarsi diversi e continuare a gestire il potere? Non metto in dubbio che qualche ripensamento sincero, all’interno dei DS, ci sia stato e ci sia tuttora. Del resto, se proprio non si hanno i paraocchi e la mente obnubilata da decenni di marxismo, è difficile continuare ad essere comunisti. Alcuni ci riescono, ma, sempre se dobbiamo prendere per buona l’affermazione iniziale, significa che, visto che non cambiano idea,  dovremmo considerarli almeno un po’ “imbecilli“. Beh, non si può accettare quella affermazione solo quando fa comodo.

In questo contesto nasce l’ulteriore svolta DS, la costituzione di un nuovo partito “democratico“, insieme ai cattocomunisti confusi della Margherita. Il diavolo e l’acqua santa. Ma loro dicono che le diversità arricchiscono la dialettica interna, che hanno un fine comune. Contenti loro!

Ma torniamo alle nuove idee liberiste e liberali. C’è un qualcosa di più che la necessità di adeguamento a idee più moderne. E’ qualcosa che non viene detto esplicitamente e pubblicamente. Forse se lo dicono fra loro, in quelle lunghe discussioni nelle ex sezioni PCI, ma resta un segreto perché fa parte della strategia interna del partito.

Eppure non ci vuole molto a capirlo. Basta ricordare il lungo discorso di Fassino all’ultimo congresso, quando si è deciso di andare avanti e di costituire ufficialmente il partito democratico. Lo si potrebbe prendere come esempio del classico discorso politico che dice tutto e niente, che vuole accontentare tutti, secondo la vecchia utopia di chi vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Come si costruisce un discoso politico d’effetto e che raggiunga il massimo del consenso? Semplice; si fa un lungo elenco di tutti i mali possibili della società, di tutti i possibili problemi delle varie categorie, li si espone con forza e passione, come se chi li pronuncia non dormisse la notte pensando alle soluzioni possibili, si lascia intendere che tutti i problemi esposti saranno affrontati e risolti, ma si evita accuratamente di proporre soluzioni precise, perché si corre il rischio di creare conflitti fra le varie categorie ed i gruppi di potere.

Non c’è bisogno, per esempio, che si dica chiaramente come si intende risolvere il problema del potere d’acquisto di stipendi e salari. Basta rimarcare con forza che “la gente non arriva a fine mese, che gli stipendi sono bassi, le pensioni ridicole…”. Ecco, basta e avanza, tutti sono d’accordo e applaudono al tribuno di turno. Non c’è bisogno di dire chiaramente come si combatte la disoccupazione ed il precariato. Basta urlare “Bisogna garantire la certezza del posto di lavoro. Dobbiamo garantire un futuro ai giovani…”. Basta e avanza, tutti soddisfatti e riapplauso. Perché questo è stato, stringi stringi, il lungo ed appassionato discorso di Fassino, con lacrimuccia finale che fa sempre effetto e la gente pensa “Come è bravo e sensibile…”.

Se poi si chiude il congresso con un classico “inno” storico della sinistra…Internazionale? Bandiera rossa? No, no…”Over the rainbow“. Beh, allora le lacrime si sprecano, baci e abbracci, commozione e pianto generale.  Più che un congresso di ex/post comunisti sembra una riunione delle dame della carità. Il discorso di Rutelli, al congresso della Margherita, è esattamente dello stesso tipo, una fotocopia di quello di Fassino (forse lo hanno preparato e concordato insieme). Veltroni, ora in tour propagandistico, sta applicando le stesse regole del bravo tribuno. Il suo motto, a proposito di tasse, “Pagare meno, pagare tutti“, aggiornamento del vecchio “Lavorare meno, lavorare tutti” (ma che fantasia!), è uno splendio esempio. Visto che c’era poteva anche annunciare di aver scoperto l’acqua calda. Qualcuno gli avrebbe creduto sulla parola.

Allora, cosa c’è dietro questo riformismo e trasformismo del vecchio PCI? Ce lo dice chiaro e tondo lo stesso Salvati. Ma, onestamente, lo avevamo già capito da soli: “…la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi“. Ecco cosa c’è. Non conta  tanto l’avere delle idee e programmi precisi nei quali credere e difenderli, costi quel che costi, conta trovare quelle  proposte giuste, anche se non ci si crede (basta far finta di crederci), che possano raccogliere consensi e voti per raggiungere il potere.

Tanto poi, una volta al governo, non è detto che si debbano rispettare i programmi. Qualche buon motivo per giustificare modifiche e cambiamenti lo si trova sempre. E’, dunque, un partito costruito a tavolino su misura per raccogliere consensi. Tutto il comntrario di ciò che i partiti politici, nel bene e nel male, sono stati fino ad oggi. Al diavolo l’ideologia, al diavolo i principi, al diavolo le cause giuste in cui credere e per le quali battersi, al diavolo i “padri nobili”, al diavolo anche i nonni, i cugini, i cognati, al diavolo tutti. Ciò che conta è che la gente li voti. Questo conta, mantenere il potere.

Alla faccia di chi crede ancora nella forza delle idee. Questo partito democratico è, né più, né meno, che una sapiente operazione di mercato, mercato politico e di voti, ma pur sempre operazione di mercato, costruita scientificamente a tavolino per conquistare quote di consenso. Come quando si lancia un nuovo detersivo; è sempre lo stesso, ma ve lo presentano in maniera nuova, vi dicono che “lava più bianco“, la gente ci crede e lo compra.

Allora questi nuovi “marxisti liberali” appaiono per quello che sono, i soliti gattopardi che fanno finta di cambiare tutto per lasciare tutto com’è. In questo caso, per mantenere il potere e le poltrone. Tant’è che con tutti questi cambiamenti e sconvolgimenti annunciati e le primarie farsa, chi resterà a capo del “nuovo” partito? Sempre loro, i Fassino, D’Alema, Veltroni, Rutelli e compagnia cantante. E non credo che si alimenteranno a pane e cicoria. Ma giusto per dare una parvenza di cambiamento hanno abbandonato i temi a loro tanto cari, la lotta di classe, il padronato che sfrutta i lavoratori e amenità simili. Sono diventati meno rossi, tutto qui. A forza di gustare le prelibatezze e le comodità del benessere economico, hanno cominciato a cambiare colore; da rosso fuoco a rosso sbiadito, rossiccio, rosa carico, rosato, rosa tenue, rosatino, rosa sbiadito…Si sono trasformati in una strana nuova specie animale: i gattopardi rosa!

Come se non bastasse, in merito ai cambi di rotta degli ex/post comunisti pentiti (o quasi), leggete questo illuminante post del 2007: “Lavavetri e comunisti bucolici“.

Bavagli e querele

Tutti contro il bavaglio. Anche Wikipedia  ha oscurato le pagine in italiano, coperte con un comunicato di protesta. Qualche giorno fa c’è stata la grande manifestazione di piazza contro il bavaglio e le norme ammazza blog. A ben guardare, però, le facce viste sembrano conosciute. Sono gli stessi che partecipano a tutti i cortei di protesta mascherati, di volta in volta, da studenti, operai, precari, cassintegrati, popolo viola o popolo della rete. Forse non hanno di meglio da fare, così ogni pretesto è buono per scendere in piazza e fare un po’ di baldoria. Cambia la protesta, le bandiere, gli striscioni, i cartelli e gli slogan, ma i protestanti sono sempre gli stessi. Per loro la protesta è un hobby, un passatempo come un altro. Tanto che se si facesse un corteo di protesta contro quelli che protestano, loro ci sarebbero, in prima fila.

Fa piacere, tuttavia, vedere con quanta passione difendono la libertà di pensiero, di espressione e di stampa, garantiti dall’art. 21 della Costituzione. Peccato che sia, però, una difesa con riserva. La libertà di stampa va benissimo quando si attacca quotidianamente Berlusconi, il governo, il centro destra ed i suoi esponenti. In quel caso tutto è lecito e consentito, accuse di ogni genere, sberleffi, calunnie, satira, dileggio, irrisione, offese e insulti a piacere. Lo garantisce l’art.21. Ma se per caso si usano gli stessi metodi contro la sinistra, i suoi esponenti ed i loro interessi, l’art.21 è temporaneamente sospeso. La libertà di stampa diventa macchina del fango e deve essere messa a tacere. Perché toccare la sinistra è come toccare i fili dell’alta tensione; non si muore, ma ti querelano. Vediamo alcuni esempi recenti.

Pierluigi Bersani, a Ballarò, temendo di dover rispondere di responsabilità in merito alle tangenti rosse del caso Penati, disse che se qualcuno aveva dei dubbi su di lui o sul partito, doveva dirlo chiaro e l’avrebbe querelato. Ha perfino minacciato di avviare una class action contro il Giornale perché accennava genericamente a “diversamente ladri“. Di recente Ornella Vanoni durante un concerto pubblico ha detto “Berlusconi è un ladro“. E non è successo niente, perché di Berlusconi si può dire di tutto e di più. Sugli avversari, invece, non si possono avere nemmeno deboli sospetti e dubbi: ti querelano. E una!

Qualche giorno fa, Massimo D’Alema, anche lui temendo eventuali implicazioni nell’inchiesta barese sulle tangenti nella sanità in cui sono coinvolti alcuni esponenti di area dalemiana, ha dichiarato che se qualcuno lo tira in ballo in merito all’inchiesta Tarantini lo querela. E due!

Nichi Vendola, parlando in pubblico e riferendosi ad Emilio Fede, lo ha definito “Vecchio rincoglionito”. Il giorno dopo Fede intervistato a Radio24, gli ha risposto chiamandolo Pendolo ed affermando che bisogna capirlo, davanti e dietro. Sembra un normale scambio di battute, ma non lo è. Già, perché secondo la ferrea logica sinistra, l’insulto di Vendola è libertà di espressione, ma la battuta di Fede è un gravissimo insulto omofobo. Tanto che Vendola ha annunciato la querela dicendo che la questione con Fede ed i responsabili della radio si sarebbe risolta in tribunale. E tre!

Una decina di giorni fa il quotidiano regionale L’Unione sarda riportava la notizia di una inchiesta della procura su Renato Soru per evasione fiscale. Diritto di cronaca? Giammai. Il giorno dopo Soru, ex governatore della Sardegna, patron di Tiscali, editore de L’Unità, paladino della sinistra e, come tale, strenuo difensore della libertà di stampa…ha querelato il quotidiano. E quattro!

Alcuni mesi fa il finiano Italo Bocchino ha querelato il Giornale, il direttore ed una trentina di redattori perché, a suo dire, parlavano male di lui. Il che gli procurava ansia, insonnia e stava dimagrendo. Sembra una barzelletta su cui sorridere, ma è vera. E cinque!

Qualche anno fa Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga, scrisse un libro “Falce e carrello” in cui denunciava lo strapotere delle Coop rosse che condizionavano il mercato della grande distribuzione. Immediata la denuncia delle Coop. Forse perché nel libro c’erano notizie false e accuse non dimostrate? No, perché quel libro era “Concorrenza sleale”. Così interviene subito il soccorso rosso delle toghe rosse e Caprotti viene condannato a risarcire 300.000 euro di danni. Non solo, viene stabilito l’immediato ritiro di tutte le copie del libro da librerie e punti vendita sul territorio nazionale ed il divieto di ristampa. Per ritrovare un esempio simile di censura, col divieto di stampa di un libro, forse bisogna risalire al ventennio fascista. E nessuno è sceso in piazza a difesa dell’art.21. E sei!

L’ultimissima di pochi giorni fa è che Vasco Rossi aveva denunciato il sito Nonciclopedia reo di averlo diffamato. Il sito, che fa il verso a Wikipedia e tratta i vari argomenti e personaggi in chiave ironica, ha rischiato la chiusura. Già, perché anche l’ironia e la satira vanno benissimo e devono essere libere, ma solo se sono contro Berlusconi. Altrimenti ti querelano. E sette!

Non c’è bisogno di fare grandi sforzi di fantasia per capire che l’applicazione dell’art. 21 è un po’ casual. A sinistra è un diritto garantito dalla Costituzione, a destra no. Già, perché bisogna sempre ricordarsi che a sinistra sono diversi, sono speciali. Sono quelli che, come diceva Occhetto ai tempi di Tangentopoli, “Noi abbiamo le mani pulite“, intendendo che, ovviamente, tutti gli altri avessero le mani sporche. Sono quelli che, come urlava Fassino dal palco ai tempi dell’affare scalata Unipol-BNL, “Noi siamo persone perbene“, intendendo, ovviamente, che gli altri siano tutti delinquenti, corrotti, mafiosi, camorristi e truffatori.

Eh sì, a sinistra sono tutti puri e innocenti come pargoletti. Ma allora di che avete paura? Tranquilli, per voi non ci sarà nessun bavaglio. Come si fa con i neonati perché non si sporchino mangiando la pappa, al massimo vi metteranno un bavaglino!

Berlusconi millanta

E’ lo scoop del giorno. La notiziona campeggia su tutti i quotidiani. Eccola: “I giudici vogliono indagare il premier“. Da non credere, non si era mai sentito che un giudice volesse indagare Berlusconi. Scherzi a parte, in questo folle e quotidiano accanimento persecutorio si sono superati tutti i limiti, si è raggiunta e superata perfino la soglia del ridicolo. Quando hanno arrestato Tarantini accusandolo di ricatto nei confronti di Berlusconi il mio primo pensiero è stato che fosse solo un trucco per tirare ancora in ballo il premier e trovare qualche nuovo appiglio per incastrarlo. Non mi ero sbagliato. In questo strano caso giudiziario c’è una persona arrestata, Tarantini, per ricatto. Ma curiosamente non esiste un ricattato, né una denuncia in tal senso. Ricorda molto da vicino l’affare Ruby in cui Berlusconi veniva indagato per concussione, ma non esisteva un concusso. 

Ma ormai quando si tratta di Berlusconi non c’è nemmeno bisogno che esista il reato, basta l’intenzione. Infatti, visto che nel caso Tarantini è difficile dimostrare il ricatto, allora ci si inventa una nuova accusa; Berlusconi avrebbe indotto Tarantini a mentire. Siamo in pieno processo alle intenzioni. E se non riusciranno a dimostrare che c’è stata l’induzione a mentire, diranno che, comunque, avrebbe potuto farlo e, se non lo ha fatto, almeno l’ha pensato. Perché l’importante è tenere sempre Berlusconi sotto accusa, anche quando le inchieste finiscono nel nulla. Caso esemplare quello dell’accusa per concussione per la famosa telefonata con Saccà. Visto che l’accusa è caduta e l’inchiesta è stata archiviata, i solerti magistrati se ne sono inventata un’altra. Visto che non possono indagarlo per concussione, per la stessa vicenda hanno aperto una nuova inchiesta accusandolo di abuso d’ufficio. Altro caso esemplare la vicenda della famosa telefonata, pubblicata dal Giornale, tra Fassino e Consorte in merito alla scalata Unipol alla BNL.  La vicenda sembrava chiusa con la condanna dell’editore e dell’allora direttore del quotidiano, Belpietro, a pagare un risarcimento di 50.000 euro a Fassino per danni morali. Ora, però, gli inquirenti chiedono che per quella vicenda sia indagato anche il premier per “Concorso morale“.

Su queste due vicende emblematiche si potrebbe fare qualche considerazione. Sarebbe interessante sapere se nella storia giudiziaria ci sia un altro caso di qualcuno arrestato per ricatto senza che esista il ricattato. L’altra curiosità riguarda il fatto che mentre si danno in pasto ai media migliaia di intercettazioni telefoniche private di Berlusconi, che poco o nulla hanno a che fare con l’inchiesta, ma servono solo a sputtanare il premier, se però il Giornale si permette di pubblicare una sola intercettazione che riguarda Fassino viene condannato a pagare i danni.

Viene in mente una frase che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vecchi telefilm di Parry Mason. Una frase che veniva detta ai testimoni che si apprestavano a deporre in tribunale: “Tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei“. In Italia quella frasetta non si usa, però la si applica alla perfezione. Tutto quello che Berlusconi fa, dice o pensa di dire e fare, viene immancabilmente usato per trovare qualche appiglio per incastrarlo.

Ora, se anche l’accusa di induzione a mentire  non andasse a buon fine, i nostri infaticabili custodi della Legge, troverebbero un altro appiglio,  hanno un asso nella manica. Fra le centomila intercettazioni fatte ce n’è una che inchioda definitivamente Berlusconi. Quella in cui, scherzando sulle sue performances amatorie, afferma di avere undici ragazze in fila dietro la porta. E conclude con una battuta: “Me ne sono fatte solo 8“. Ecco la prova schiacciante. Preso atto della esagerata esaltazione delle sue prestazioni sessuali, la procura aprirà una nuova inchiesta sul premier: Berlusconi indagato per millantato credito.