La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Orrore siberiano e dintorni

Ricordare la Shoah ed i crimini nazisti va bene. Ma perché nessuno si ricorda dei crimini comunisti? Eppure dai documenti storici risulta che anche in Russia gli ebrei siano stati perseguitati. Basta andare su Google e cercare “Persecuzione ebraica in Russia” e non avrete che l’imbarazzo della scelta, fra 150.000 voci. E magari scoprite con sorpresa che l’antisemitismo, i pogrom e le persecuzioni degli ebrei erano ben presenti in Russia fin dall’800, molto, ma molto prima  che in Germania si inventassero le leggi razziali, quando Hitler non era ancora nato. E non solo gli ebrei. E non solo in Russia; i laogai cinesi, campi di rieducazione attraverso il lavoro, non sono certo più confortevoli dei gulag. Che differenza c’è fra i lager tedeschi, i gulag russi ed i laogai cinesi? Eppure  i comunisti, russi o cinesi non fa molta differenza, in quanto a stragi ed orrori, non hanno niente da invidiare ai nazisti. Vedi: “Il lavoro rende liberi; anche in Cina“. E ancora “Laogai? Ssss, zitti e Mosca!” e “La Cina è vicina“, e “Bambini bolliti“.

Stranamente quando si cerca di accennare ai crimini di parte comunista, scatta un’amnesia generale. Come è successo per le foibe; per decenni è stato proibito parlarne (“Foibe e amnesie“). Era così proibito che qualche anno fa il Presidente Napolitano, in occasione della commemorazione delle vittime delle foibe, riuscì a tenere un lungo discorso senza mai pronunciare la parolina proibita “comunismo“. Un capolavoro. Ecco come ne parlavo nel 2007 “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E qui “Foibe, profughi e smemorati“. E ancora qui “Ricordi e amnesie” in cui dico che “Ci sono ricordi da “ricordare” e ricordi da scordare. Sì, anche i ricordi non sono tutti uguali; ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli di prima scelta e quelli di scarto. Insomma, parafrasando il famoso motto da “La fattoria degli animali”, si può affermare che “Tutti i ricordi sono uguali, ma alcuni ricordi sono più uguali di altri”.”.

Sembra proprio che quando si parla di foibe si verifichi una strana epidemia di amnesia collettiva; specie a sinistra (chissà perché). Ma da quelle parti è normale avere una visione “sinistra” della storia. Pensate che il presidente Napolitano, dopo essere riuscito a non citare il comunismo parlando delle foibe, riuscì in un’impresa ancora più disperata, quasi eroica. Riuscì a tenere un discorso in occasione della ricorrenza del ventennale della caduta del muro di Berlino, parlando non del comunismo, ma citando fascismo e nazismo. Il massimo dell’impudenza. Ovviamente, gli dedicai un post “Napolitano, il muro e le amnesie“. Già, forse sarà un segno di senescenza, ma troppe amnesie sono preoccupanti. Ecco cosa disse: “L’evento della caduta del Muro di Berlino, di cui oggi si celebra l’anniversario, è una data che al pari di quella del 9 maggio 1945 ha segnato uno spartiacque nella storia europea e mondiale del XX secolo.”. E fin qui ci siamo, niente da eccepire. Ma ecco come continua: ““…si aprì allora la strada nella Germania Est, ma il cambiamento era già iniziato in Polonia e in tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale, in direzione dell’affermazione dei diritti di libertà, che erano già stati sanciti, subito dopo la seconda guerra mondiale, in particolare con l’adozione della Costituzione a Roma e a Bonn, nei Paesi in cui erano stati sconfitti il nazismo e il fascismo.”.

Et voilà, geniale. Anche qui riesce, invece che parlare dell’obbrobrio di un muro costruito dai comunisti, a rigirare la frittata e parlare dei paesi che hanno sconfitto fascismo e nazismo. E accomuna tutti quei paesi, compresa l’URSS, nell’affermazione dei “diritti di libertà“, dimenticando (solita ricorrente amnesia) che quel muro non era proprio una dimostrazione di grande “libertà”, come non lo era l’invasione dei carri armati russi in Ungheria (invasione che lui giustificò come intervento a difesa della democrazia) o a Praga. Un capolavoro di retorica da far invidia a Marcantonio e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare. Ecco perché si diventa Presidenti; mica tutti riescono a fare queste giravolte, bisogna essere molto bravi per riuscirci.

Ma per rendersi conto che Hitler non era l’unico criminale in circolazione e che Stalin non era certo un benefattore dell’umanità, basta ricordare un altro episodio non solo taciuto per molto tempo, ma addirittura falsificato storicamente dai russi fino agli anni ’90. Si tratta della “Strage di Katyn  Per tanto tempo i russi attribuirono ai tedeschi la responsabilità della strage. In realtà, come venne alla luce da documenti riservati, fu Stalin ad ordinare l’esecuzione, nella foresta di Katyn nel 1940,  di oltre 20.000 detenuti polacchi, militari e civili, di cui circa un terzo erano ufficiali, fucilati insieme a mogli e figli. E’ solo un esempio di come la storia venga scritta spesso ad uso e consumo dei vincitori.

Ma torniamo ai gulag. Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori,  più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici.  Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth,  nel libro “L’isola dei cannibali“. Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

Di questi orrori riferivano alcuni articoli già in occasione dell’uscita del libro. Vedi “L’umanità divorata nell’isola dei cannibali” del 2007. E d ancora un anno prima “In un libro choc le infamie del comunismo“. E tante altre testimonianze si possono trovare in rete (Come l’URSS si inventò l’isola dei cannibali). Perché di questi orrori nessuno ne parla? Perché nessuno li ricorda? Che strane amnesie! Per attuare il comunismo non si esitava a eliminare fisicamente gli oppositori, rinchiuderli in carcere o  in manicomio,  o deportare gli indesiderati nei gulag siberiani, con metodi e sistemi che nulla avevano da invidiare alla pulizia etnica nazista contro gli ebrei ed al progetto della “Soluzione finale“. Ma il comunismo fece molte più vittime dei 6 milioni di ebrei morti nei lager; secondo le stime si va da 20 a 50 milioni di morti. Del resto, non si scopre niente di nuovo. Gli orrori dei gulag erano stati già ampiamente denunciati e descritti da Aleksandr Solženicyn nel suo libro “L’arcipelago gulag“. Ma sembrerebbe che nessuno lo abbia letto, oppure l’hanno dimenticato.

Allora, perché si parla sempre dei crimini nazisti e nessuno ricorda quelli comunisti? Perché si commemorano i 6 milioni di ebrei morti e non i 50 milioni di russi morti? I russi morti valgono meno degli ebrei morti? Perché sui crimini comunisti c’è sempre questa specie di barriera protettiva, un silenzio complice, una sorta di omertà culturale che impedisce di ricordare e commemorare anche le vittime staliniste?  I morti nei gulag sono meno morti di quelli dei lager? Perché sui media, specie in televisione, ci sono sempre ospiti, esperti, intellettuali, scrittori, politici, opinionisti, che ci ricordano un giorno sì e l’altro pure i crimini nazisti e quasi mai si vede qualcuno che ci parli di Stalin e delle delizie dei suoi villaggi vacanze siberiani?

Sul canale 54 “RAI storia” ogni giorno, dico ogni santo giorno c’è un programma su fascismo o sul nazismo. Da anni, anzi decenni,  su RAI 3 vanno in onda questi stessi programmi, visti e rivisti, ma sempre riproposti. Cambia il titolo, l’argomento, i personaggi presi in considerazione, ma si parla sempre di fascismo e nazismo. Per la RAI tutta la storia si limita a quel ventennio. Perché non si vedono mai programmi sulle delizie del regime sovietico o cinese? Perché nei programmi dei paladini della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione, vediamo sempre le stesse facce, gli stessi “autorevoli” opinionisti di regime e raramente vediamo e sentiamo voci dissonanti? Perché i programmi di storia vengono sempre presentati o commentati da Giovanni Minoli o da Paolo Mieli? Certo, il giorno della memoria è giustamente dedicato al ricordo delle vittime del nazismo. Forse sarebbe il caso di dedicare anche una giornata al ricordo delle vittime del comunismo. Oppure non si può perché non sarebbe politicamente corretto? Oppure facciamo finta di non saperlo o di non ricordarlo? Ma non è un controsenso avere delle amnesie nel giorno della memoria? Visto che questi vuoti di memoria sono così frequenti, la cosa è preoccupante. Troppe amnesie,  forse è meglio farsi vedere da uno specialista e curarsi.

L’uomo forte ed il leader

Ieri mattina era il titolo di apertura dell’agenzia Ansa, del Corriere e di altri quotidiani. Ovvero, la notizia più importante della giornata. Eccola: “Vendola a Roma ha paura di uscire la sera da solo“. Oh, poverino, allora si faccia accompagnare, così è tranquillo. Dice Nichi: ”Questo clima mi impone di limitare gli spazi della mia vita privata. Sono costretto a gestire ogni mossa con molta prudenza. Se a Roma di sera mi viene voglia di fare due passi da solo, rinuncio”.

Beh, Vendola dovrebbe consolarsi, non è il solo, è in buona compagnia. Ci sono milioni di italiani che hanno paura di uscire di casa la sera. Ed in molti casi hanno paura anche di giorno. Lo chieda alle donne stuprate in strada, ai cittadini che ogni giorno subiscono scippi, furti, rapine. Lo chieda a chi quotidianamente, sotto casa, deve fare lo slalom fra spacciatori, drogati e prostitute. Lo chieda a quelle persone anziane che non solo hanno paura di uscire a passeggio la sera, ma non sono sicure nemmeno in casa propria e vengono aggredite e, spesso, anche uccise per rubare quattro soldi. Sì, Vendola, è in buona compagnia, grazie alla politica scellerata di una sinistra che ha aperto le porte dell’Italia a milioni di disperati che arrivano qui da mezzo mondo e, visto che non hanno né arte, né parte, finiscono per delinquere e riempire le patrie galere (a spese nostre). E questa invasione la chiamano accoglienza e predicano tolleranza, integrazione e rispetto dei diritti umani. E guai a protestare perché si viene subito accusati di xenofobia e razzismo e l’ONU ci bacchetta. Questa è l’Italia che state costruendo voi, lei Vendola ed i suoi amici di sinistra. Quindi, se ha paura di uscire la sera da solo a Roma, faccia una bella cosa; stia a casa e zitto. E si faccia un bell’esame di coscienza.

Ora, a parte il fatto che se ha paura ad uscire da solo può sempre farsi accompagnare, cosa ci fa Vendola a Roma? Ma non è governatore della Puglia? Non è pagato dai cittadini per fare il governatore? Perché, invece che passeggiare a Roma, non passeggia a Bari?  Perché è sempre in giro per l’Italia, sempre presente in tutti i salotti televisivi ed in tutte le piazze dove ci sia una manifestazione o una protesta, e ovunque ci siano elezioni amministrative per sostenere i propri candidati? Ma quando lavora?

L’altra considerazione riguarda queste sue esternazioni, in piena campagna elettorale. Invece che parlare di programmi, continua a parlarci della sua vita privata, a ricordarci che lui è gay, è innamorato del suo Eddy, vuole sposarsi in chiesa ed ha paura ad uscire da solo a Roma. E chi se ne frega non ce lo mettiamo? Non sarà che sfrutta a scopi elettorali questa sua sessualità estrosa per guadagnare qualche voto in più da gay, lesbo, trans e sessoconfusi vari?

Intanto, però, di questa ultima sparata vendoliana non si sa niente di più. Non chiarisce quale sia questo “Clima” che lo intimidisce, né se ci siano stati episodi reali in cui ha dovuto affrontare situazioni pericolose o spiacevoli. Non lo dice, lo lascia intendere, ma non riporta fatti reali. E se la prende con Roma, tanto per lanciare un’accusa generica ad Alemanno. Vuol dire che le altre città sono più sicure? Vuol dire che Bari è un’isola felice, un nuovo Eden? Vuol dire che nei viali periferici e semibui di Bari si può tranquillamente andare a passeggio la notte, come se si trovasse nei giardini vaticani? Significa che quando è andato a Milano per sostenere Pisapia, poteva tranquillamente uscire a passeggio alle due di notte in periferia, da solo, senza correre alcun rischio? Vendola, Vendola, ma che Nicchiate dice?

A Roma negli anni di Alemanno ho visto lo sdoganamento dei piccoli gruppi dediti all’igiene del mondo”, dice ancora, alludendo a Casa Pound. Dimentica di dire che negli ultimi 60 anni l’Italia ha assistito allo “sdoganamento” di estremisti di sinistra di ogni genere. Quelli sì dediti alla propaganda della rivoluzione con tutti i mezzi  per realizzare l’igiene del mondo. Perché lo sdoganamento di Casa Pound è male e lo sdoganamento del comunismo rivoluzionario è bene? Perché Casa Pound no e quei covi di estremisti che sono i centri sociali sì? Perché Marx sì e Pound no?

E ancora: “”il fatto che io sia insultato da fascisti e nazisti di vari network non e’ neanche oggetto di rammarico”. Ha ragione Nichi, non sta bene insultare le persone. A proposito, ma allora perché, giusto due giorni fa, ha definito Berlusconi “Vanna Marchi e mago Otelma“? O forse questi titoli sono dei complimenti? “Com’è umano lei…”, direbbe Fantozzi. Oppure, secondo la più affermata logica sinistra, anche gli insulti sono da interpretare? Oppure solo la sinistra ha l’insulto libero?  Certo, da quelle parti sono così sensibili, umani, rispettosi, non si sognerebbero mai di offendere o insultare qualcuno. Al massimo lanciano in testa un cavalletto fotografico o un modellino del Duomo, ma mai offendere. Giusto? Beh, ma se questi gesti di “simpatia” sono attuati contro Berlusconi vanno benissimo. Ma guai ad usare qualche appellativo poco simpatico nei confronti del caro Nichi, sono insulti fascisti. Basta saperlo.

A proposito di rispetto per la persona e di buoni sentimenti, visto che queste dichiarazioni le ha rilasciate al quotidiano Il Fatto, tanto per restare in casa, chieda al caro Travaglio cosa scrisse quando quel pazzo, a Milano, lanciò il famoso modellino del Duomo in faccia a Berlusconi. Lo ricorda? Rispondendo a chi stigmatizzava la campagna di odio di certa stampa che poteva portare ad episodi di vera e propria violenza, scrisse, chiaro e tondo, che lui rivendicava il suo diritto ad odiare Berlusconi e perfino ad augurarne la morte. Che bravo, che sensibile, che rispetto per le persone. Anche per il nostro Marco si potrebbe dire “Com’è umano lei…”. Che curiosi principi morali hanno da quelle parti; odiare qualcuno ed augurarne la morte è lecito, ma anche solo chiamare “frocio” un gay è un inaccettabile insulto fascista. Il calciatore Cassano per aver usato quel termine durante una conferenza stampa, ha dovuto pagare una multa, inflitta dalla Federazione, di diecimila euro. Dire frocio è un insulto, incitare all’odio verso Berlusconi è libertà di parola e di pensiero. A sinistra la “licenza di odio” contro gli avversari  te la consegnano insieme alla tessera del partito.

Forse ricorda anche una puntata del programma di Gad Lerner che in quella occasione chiese all’ospite in studio, il solito esperto intellettuale di regime, cosa pensasse dell’aggressione a Berlusconi. E cosa disse il nostro illuminato ospite? Disse che i personaggi che hanno grande notorietà e carisma provocano grandi entusiasmi, ma anche  reazioni forti. Quindi, lanciare un modellino del Duomo in faccia è una normale reazione che può succedere e che bisogna aspettarsi. Insomma, tradotto in parole povere: Berlusconi se l’è cercata! Chiaro?

Ma, naturalmente, guai a rivolgersi a Vendola con termini meno che gentili e di apprezzamento. Potrebbe risentirsi, poverino, è un’anima sensibile. Come i musulmani che per due vignette su Maometto attaccano ambasciate, bruciano chiese ed ammazzano i cristiani. Anche loro sono molto sensibili. Strano che la sensibilità stia sempre da una parte, mentre agli altri si può dire di tutto e di più. Di Pietro, in Parlamento, definì Berlusconi “Serpente a sonagli“. Anche questo è un complimento? Si potrebbe scrivere un libro sugli insulti ed offese rivolte a Berlusconi ed agli altri esponenti del centrodestra. Ma quelli sono normali, sono consentiti, sono dialettica politica, sono espressioni della libertà di stampa. O, per male che vada, sono “Satira“.  E se si fa satira, è risaputo, tutto è concesso, perché la satira deve essere libera e contro il potere. Non sempre (Vedi “Satira libera; dipende…” e ancora “Si può ridere dei musulmani?“)

Ma c’è ancora qualcosa, in merito a questa importantissima notizia, che è degna di nota. Riguarda le reazioni riportate dai vari organi e siti d’informazione. Ecco cosa scriveva, ieri,  uno dei tanti commentatori, riferito al nostro Nichi orecchinato: ” La sua è una vita condizionata dal fatto di essere un politico di grande livello...”. E poco dopo: “L’uomo forte della coalizione di Centrosinistra …”. Uomo forte? Politico di “Alto livello”? Breve pausa per consentire qualche risata ad hoc.

Bene, il direttore del Fatto, Padellaro, ha lanciato, a sostegno del nostro Nichi, offeso da ipotetici pericoli nelle sue passeggiate romane, un appello “… oggi ha chiesto a tutti i leader politici di esprimere, con un coming out comune, la solidarietà a Nichi Vendola“. E chi ha risposto fra i “leader politici”? Bersani, Monti, Casini, Berlusconi, Fini? No, ha risposto l’inviato speciale di Santoro, ora candidato con Ingroia, quello col baffone stile Airbag: Sandro Ruotolo. “Anch’io sono gay“, ha dichiarato provocatoriamente. E’ evidente che Ruotolo è convinto di essere un leader politico (!?). Altra breve pausa di ilarità.

Da queste ultime osservazioni dobbiamo dedurre che: 1) Nichi Vendola è un “Uomo forte“. 2) Sandro Ruotolo è un leader politico. Ora breve pausa, non di buon umore, ma di riflessione. Sì, perché dopo queste definizioni si resta molto perplessi e spiazzati. Ruotolo, di punto in bianco, è diventato un leader politico? Vendola è un “Uomo forte”? Non può essere. Questa non è informazione; è satira!

N.B.

Non inserisco le foto di Vendola e Ruotolo per non rovinare l’estetica della pagina.

Dal fascio allo sfascio

Dopo le recenti defezioni di alcuni senatori del FLI, il gruppo finiano oggi scompare definitivamente dagli atti ufficiali del Senato. Puf…FLI non c’è più! Anche alla Camera si annnciano defezioni e si rischia di scendere sotto il numero minimo di 20 deputati, che farebbe chiudere il gruppo. Aria di trasloco per i futuristi, La nuova parola d’ordine sembra essere non più “Fare futuro“, ma “Fare le valigie“.

E’ la fine di un progetto politico, che di politico non aveva nulla, nato solo per mettere in difficoltà Berlusconi ed il Governo. La peggiore rappresentazione delle classiche manovre di palazzo da prima Repubblica. Ma è, soprattutto, la rappresentazione di come un uomo, dopo decenni di militanza politica, avviato a diventare il successore naturale di Berlusconi, possa essere tanto masochista da rovinarsi con le proprie mani. E Fini lo ha fatto. Semplicemente per ripicca nei confronti di Berlusconi. Lui che era il delfino di Almirante, nostalgico del fascio littorio. Lui che decretò un rinnovamento con la svolta di Fiuggi. Lui che, insieme a Berlusconi costituì quel PDL che raccolse il consenso della maggioranza degli italiani, vincendo le politiche e le regionali a man bassa ed avviato a governare in tutta tranquillità per i prossimi anni.

Ma Fini è riuscito a buttare tutto all’aria, creando un partito che già nel giorno della sua nascita è riuscito a dividersi tra falchi e colombe (Adotta un finiano). E che ora rischia di scomparire definitivamente. Un bel successo, non c’è che dire, una carriera folgorante. Da Fiuggi al fuggi fuggi, da Montecitorio a Montecarlo, dalla destra politica alla politica maldestra, dal fascio allo sfascio. Parafrasando una vecchia battuta di W. Allen, si potrebbe dire: il FLI al senato è morto e anche alla Camera non sta molto bene. Auguri Fini, e coraggio, nella vita non c’è solo la politica, si possono fare tante cose con grande soddisfazione. E facendo meno danni.

Vieni via con me…

Concludono, Cric e Croc, con un lungo elenco di “Vado via perché…”. Tranquilli, non c’è bisogno di giustificarvi o di farla tanto lunga elencando motivazioni fasulle. L’importante è che andiate via. Qualunque ragione è valida. Ma una ragione, cari Fazio e Saviano, le sintetizza tutte: siete così faziosi, ipocriti, falsi e retorici che fate schifo! E lo fate in prima serata TV, a spese degli italiani. Vergognatevi…

Parlo della prima puntata di “Vieni via con me”. Il bello è che ci saranno altre tre puntate. E sono anche certo che avrà avuto un alto numero di spettatori. Domani i giornali metteranno in prima pagina titoloni annunciando il grande successo. Per completare degnamente la serata segue una puntata di “Correva l’anno” in cui, tanto per cambiare, si parla del ventennio fascista. Ma guarda tu che sorpresa e che novità. E si parla dell’organizzazione del tempo libero, una creazione del fascismo. Lo stesso Paolo Mieli, uomo di sinistra ed antifascista, in conclusione della puntata, afferma che la creazione dei Dopolavoro e tutte le attività collegate, contribuì a migliorare le condizioni dei lavoratori, mettendoli in condizione di godere di svaghi, passatempi e attività sportive e culturali che prima erano sconosciuti, specie nelle località di provincia, nelle campagne e nei piccoli centri. Una vera rivoluzione, così la chiama, come è stata poi la televisione. Ma in apertura della puntata si ribadisce che questa innovazione è voluta dal fascismo…per tenere occupata la gente ed evitare che si occupi di politica. In pratica, per “controllare” il popolo. Fate ancora più schifo di Fazio…

Ma due considerazioni su questa prima puntata di “Vieni via con me” bisogna pure farle. Tutto come previsto. Non bisognava essere dei maghi per prevedere che sarebbe stata l’ennesimo programma che, spacciandosi per intrattenimento e informazione, sarebbe stato un pretesto per attaccare Berlusconi ed il Governo in carica, ricorrendo a tutti i mezzi ormai collaudati da conduttori, comici ed ospiti “prestigiosi” scelti in funzione della tesi precostituita.

Il leit motiv della puntata è l’uso degli “elenchi” che ricordano molto quelli di Celentano in Rockpolitic in cui, a modo suo, divideva l’umanità in rock e lenti. Di qua i buoni, di là i cattivi, secondo i personalissimi criteri celentaneschi. Si comincia con una suora che elenca i motivi per cui è giusto costruire la moschea a Torino. Ecco, cominciamo bene. Poverina la nostra “sorella”, chissà se è informata di come trattano i cristiani, comprese suore e preti, nei paesi islamici. Dovrebbe informarsi, prima di impegnarsi tanto a favore delle moschee. Ma, si sa, i cristiani sono buoni, amano anche i loro carnefici ed hanno una fortissima predisposizione al martirio. Come gli islamici. Solo che gli islamici, quando scelgono di diventare martiri, sperano almeno di trovare nel loro paradiso 72 vergini che li aspettano. I cristiani nemmeno quello, perché sono casti e puri.

Ed ecco apparire il messia, il clou della serata, lui, Saviano. Con quella faccia un po’ così, quella espressione un po’ così, che… se lo incontri la notte in un vicolo al buio ti viene un infarto. Ed inizia il suo monologo, lento, ripetitivo, scontato, farcito di luoghi comuni e retorica in offerta speciale. E attacca il Giornale, la macchina del fango. Già, perché se il Giornale fa un’inchiesta per dimostrare le responsabilità di Fini nell’affare Montecarlo quello è fango. Se invece Repubblica, L’Unità e stampa collegata, spargono fango per mesi e mesi contro Berlusconi, rovistando nella sua vita privata, quelle sono “inchieste giornalistiche”. Mah, valli a capire questi intellettuali, hanno una logica tutta speciale. Ovviamente Saviano  può andare in TV, in prima serata, ed accusare il Giornale senza che nessuno possa ribattere alle accuse. Ma questa, per loro, si chiama informazione e libertà di espressione. Se qualcuno facesse lo stesso, parlando di Repubblica, lo accuserebbero di diffamazione, di abuso del mezzo pubblico, di mancanza di contradditorio, invocherebbero la par condicio ed il pluralismo.  E forse organizzerebbero una manifestazione in piazza del Popolo per condannare il tentativo di mettere il bavaglio all’informazione. Ma se lo fanno loro…è libertà di espressione!

Arriva l’altro ospite illustre, Nichi Vendola, il quale ci illumina su un argomento di fondamentale importanza per gli italiani; fa l’elenco di tutti gli appellativi usati, nelle varie regioni, per definire i gay. Beh, ora lo sappiamo. Non so se Vendola goda di particolari permessi o ferie, ma è strano che, essendo Governatore della Puglia, sia sempre in TV, intervistato, ospite nei vari salotti o sia presente a manifestazioni, cortei e scioperi. Lui c’è sempre. Ma non è pagato per fare il Governatore? E allora, quando è fuori sede è in ferie? E’ in permesso sindacale? Mistero. Si potrebbe pensare che è giusto, visto che è un Governatore. Ma allora bisognerebbe dedicare lo stesso spazio a tutti gli altri Governatori regionali. Li avete mai vistiin televisione, ospiti da Santoro, da Floris, nei TG, i governatori della Basilicata, della Sardegna, dell’Umbria, etc…? No, si vede solo lui, Vendola. Si dirà che, però, Vendola è leader di un partito. Ma allora bisognerebbe invitare ed intervistare anche tutti gli altri leader di partito; sono almeno una ventina, tutti piccoli, ma comunque sono dei partiti. Perchè non si vedono mai? Ancora mistero. Si dirà che, però, è vero che non tutti i governatori e leader di partito sono presenti, ma Vendola è gay e gli altri no!. Ah, ecco, ora ci siamo. Infatti è vero, i gay sono di casa in TV, insieme a trans ed escort: onnipresenti ovunque ci sia un salotto TV ed una sedia libera; Grillini, Malgioglio, Cecchi Paone, Alfonso Signorini, Busi, Luxuria, Platinette, D’Addario e, fra poco alla prima occasione, Ruby. Sono ospiti contesi da tutti i conduttori. Sì, deve essere questo il motivo. Oggi essere gay costituisce titolo preferenziale. Ma non tutti hanno successo, Per emergere ci vuole culo…pardon, fortuna!

Ma l’ospite più atteso è Roberto Benigni. E di cosa parlerà Benigni? Ovvio, di Berlusconi, per una mezzoretta buona. Come fece da Celentano. Cita tutto il repertorio possibile, da Ruby alle ville ad Antigua. Potrebbe andare avanti per due ore, purché parli di Berlusconi. Caro Benigni, alla fine cominci a stancare anche tu. Sarà anche bravo, ma qualche volta potrebbe anche cambiare repertorio. Sapete, anche l’aragosta è buona. Ma se vi offrono aragosta a pranzo, aragosta a cena, per un mese di seguito, alla fine vi viene voglia di un panino con mortadella.

Si continua con un ospite prestigioso, il direttore d’orchestra Claudio Abbado. Anche lui fa il suo elenco di motivi per cui è bene sostenere la cultura e la musica. Nessuno lo ha mai messo in dubbio. Ma diventa un pretesto per attaccare i ministri Bondi e Tremonti i quali non essendo presenti non possono ribattere, chiarire e contestare. Ma a Fazio tutto è concesso; è libertà di espressione. Tanto per non perdere l’abitudine. Saviano lo definisce “il più grande direttore del mondo“. Beh, non so a che titolo Saviano esprima questo giudizio e quali siano le sue competenze in campo musicale, ma sono certo che ci sono moltissimi direttori che non condividono il parere di Saviano. Ma Saviano è Saviano, quindi…ha sempre ragione. Forse ieri, mi è capitato di vedere l’inizio di un programma “E se domani” condotto da Alex Zanardi. Non so chi sia, ma se non sbaglio è stato un pilota automobilistico di formula 1. Bene, all’inizio della puntata introduce l’ospite, Massimo Cacciari, presentandolo come “il più grande filosofo italiano“.  Anche in questo caso resto perplesso per questa affermazione. Chissà cosa ne penserebbe Severino! Ma può succedere, quando cronisti di camorra parlano di direttori d’orchestra e piloti di formula 1 parlano di filosofia.

Conclude la puntata, finalmente, ancora Saviano con un lungo comizietto sull’unità d’Italia, che gli serve come spunto per attaccare la Lega e le sue posizioni federaliste che tendono a spaccare la nazione. Senza che nessuno possa, naturalmente, ribattere. Ma ormai siamo abituati, è lo stesso sistema usato da Fazio nell’altro suo progranmma, da Santoro, da Travaglio, dalla Gabanelli. Bisogna prendere per buono ciò che dicono. Ma i monologhi alla Saviano, attaccando certa stampa e certi partiti, ed esponendo la loro personale visione del mondo, non sono intrattenimento, né spettacolo, né informazione; sono veri e propri comizi e si chiama propaganda politica. Cosa che è del tutto lecita e consentita, ma nei luoghi, nei tempi e secondo le modalità previste dalla legge sulla propaganda politica. Non in televisione, in prima serata, a spese dei telespettatori e senza contradditorio. E’ questo piccolo dettaglio che vi sfugge.

La prima cosa che mi è passata per la mente, però, è che questi programmi sono una specie di evoluzione mediatica delle vecchie feste dell’Unità. Si organizza una serata mettendo insieme qualche tematica sociale, la musica, i comici, il comizio del compagno segretario, birra e salsiccia, bandiere, slogan e via…il popolo gode. Ecco, questa è una specie di festa dell’Unità fatta in televisione. E’ vero, non c’era la birra e mancava anche la salsiccia. In compenso c’era il culatello…

 

Dura la vita!

Vivere è sempre più difficile. Anche la tecnologia, che dovrebbe facilitarci l’esistenza, si rivela fonte di preoccupazioni, problemi per la salute e spesso anche di tragedie. Lo conferma questa notizia: “Maresciallo spara alla figlia e si uccide“. Sembra che la causa sia il fatto che la ragazza passava troppo tempo su “Facebook“. Appunto, la tecnologia è pericolosa!

Meglio lasciar perdere Facebook, il web, e pensare a cose più pratiche, magari preparare un bel pranzetto. Ottima idea, così si esce di casa, si fanno due passi, si va al vicino mercatino rionale e “Frosinone: rapita e stuprata mentre era al mercato“. La ragazza, 25 anni, è stata trascinata dentro un furgone e stuprata da due, o forse tre, extracomunitari di colore. Di che colore? Indovinate un po’. Beh, comunque fa piacere che questi immigrati apprezzino le ragazze italiane. Si vede che si stanno integrando.

Non si è più sicuri in nessun posto. Tanto vale rifugiarsi in quel luogo ancora sacro che è la chiesetta del borgo natio. Si fa una preghierina, magari ci si confessa e ci si sente in pace con Dio e con gli uomini. Poi scopri che “Vent’anni di confessioni e messe; non era prete“. Non era prete? E allora a chi avete raccontato i vostri segreti peccati? Boh! Eh, signora mia, non c’è più religione!

Già, stiamo impazzendo tutti. Continuo a ripeterlo da anni. Deve esserci una specie di virus sconosciuto che ci sta facendo perdere il ben dell’intelletto. Ed i media ci danno una grossa mano d’aiuto in questa corsa alla follia. Stiamo impazzendo, ma non ce ne rendiamo conto. Proprio perché i matti non si rendono conto di essere matti. Chi ha la pazienza di leggere il mio blog sa che ripeto spesso questa considerazione. Ma un bloggherino di provincia non fa testo. Per fortuna, o purtroppo, ogni tanto arrivano le conferme. Eccola, è un’intervista a Sandro Veronesi, autore di successo: “Siamo immersi nella follia: Ma non ce ne accorgiamo“. (Questa pagina non è più disponibile, scomparsa ogni traccia anche dal web. Chissà perché.)

Non c’è scampo. Per fortuna ci resta ancora la libertà di fare le nostre scelte e tentare di salvare il salvabile. Libertà? Sì, quella che, un giorno sì e l’altro pure, tutti rivedicano e reclamano, specie a sinistra; se vecchi comunisti tutti d’un pezzo e antifascisti ancora meglio. Infatti, ecco cosa dice un comunista duro e puro da sempre e antifascista, Andrea Camilleri: “Sotto il fascismo ero più libero dei giovani di oggi“.

Boh…dicevamo? Ah, già, dura la vita…

Libertà di stampa…( Per chi ??? )

Ogni volta che leggo l’espressione “Libertà di stampa” mi verrebbe da chiedere ” Di cosa stiamo parlando?”. Letteralmente dovrebbe significare che chiunque è, o dovrebbe essere, libero di stampare qualcosa; un giornale, un libro, una rivista o un semplice foglio d’informazione. Tale espressione viene comunemente usata per rivendicare il diritto della stampa a scrivere e pubblicare qualunque notizia, senza incorrere in limiti, divieti o censure. Il che equivale a dire che la libertà di stampa non riguarda tanto i cittadini e la loro libertà di espressione, ma, più propriamente, è la rivendicazione di un diritto corporativo dei giornalisti. Questo “diritto/privilegio” nacque, durante il ventennio fascista, con l’istituzione dell’Albo, per poter meglio controllare la stampa. Strano che, con tutti gli antifascisti circolanti, nessuno chieda l’abrogazione di questo “Ordine”.

Però i giornalisti sono così bravi a mascherare questo loro diritto che riescono a far passare un loro privilegio come un diritto di tutti i cittadini. Facciamo un esempio pratico. Sono in molti, anche nel mondo dei blog, coloro che amano scrivere ed avrebbero voglia di occuparsi di giornalismo. E molti sognano, forse, di scrivere su un giornale o di riuscire a creare un proprio foglio di informazione. Secondo la tanto sbandierata “libertà di stampa” non dovrebbero esserci problemi; tale libertà, diretta conseguenza della libertà di espressione garantita dalla Costituzione, è, o dovrebbe essere, garantita a tutti i cittadini, non solo ad una ristretta cerchia di privilegiati. Se esistessero delle limitazioni dovrebbero essere specificate. Allora si dovrebbe dire non “libertà di stampa”, ma “libertà di stampa per i giornalisti”. Ma questa specificazione non viene mai fatta. Allora significa che questa libertà è garantita a tutti? Vediamo.

Poniamo che viviate in un piccolo centro della nostra bella penisola, lontani dai grandi centri urbani e dalle possibilità che offre la metropoli. Vorreste creare un piccolo giornalino nel quale riportare notizie e curiosità di interesse locale. Avete la capacità di farlo, magari trovate anche i finanziamenti necessari e l’incoraggiamento generale. Potete farlo? No. Potete, al massimo, stampare un numero unico. Ma se la stampa ha una certa periodicità non potete più farlo. Questo è risaputo, tanto che anche qui vari blog riportano la dicitura che specifica che non trattasi di testata giornalistica aggiornata periodicamente. Perchè? Semplice, perchè per stampare un foglio periodico è necessario che lo stesso sia “firmato” da un direttore responsabile.

Potete assumere voi la responsabilità della firma? No. Per poter firmare la pubblicazione come direttore responsabile occorre essere iscritti all’albo dei giornalisti/pubblicisti. Potete iscrivervi liberamente a tale albo? No. Per poterlo fare occorre una dichiarazione che attesti che avete collaborato con una testata periodica scivendo almeno 40 articoli in due anni e che tale collaborazione sia stata retribuita. Ostacolo insormontabile. Qual è la testata periodica che vi assume come collaboratori e vi retribuisce regolarmente? E’ già molto se riuscite a farvi pubblicare qualche articoletto, sporadicamente, sul giornalino parrocchiale o su qualche foglio non periodico del tipo “esce quando può” e, naturalmente senza compenso. Quindi il vostro sogno di realizzare un vostro giornalino locale è destinato a restare solo un bel sogno. Ma allora, per tornare alla domanda iniziale, quando parliamo di libertà di stampa…di cosa stiamo parlando? Ah, saperlo!
Riferimenti: ( Torre di Babele)

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