ll pensiero corto

Ci sono vari tipi di pensiero. C’è il “pensiero debole” di Vattimo, c’è il “pensiero breve” dei 140 caratteri di Twitter, e c’è anche il “pensiero corto“, quello che non va oltre la punta del naso. Gli esempi di questo tipo di pensiero si sprecano. Uno dei casi più eclatanti, e che ogni giorno trova ampio spazio sulla stampa è quello di papa Bergoglio. Ha una curiosa predisposizione a sparare sentenze senza rendersi conto delle conseguenze di ciò che dice. Ne parlavo anche 3 giorni fa nel post “Il Papa è sereno” a proposito di una frase del Papa che dice di fare sua una abitudine degli italiani: per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo. Questo dice, senza rendersi conto che se tutti applicassero quel principio salterebbero in aria di colpo tutte le opere di carattere umanitario, assistenziale, di volontariato e solidarietà. Perché mai dovremmo rovinarci la vita, occupandoci di poveri, deboli, bambini africani e barboni? Un po’ di sano egoismo e menefreghismo e campiamo tranquilli; gli altri si arrangino.

Papa pedofiliMa dice anche altro. Per esempio, a proposito dello scandalo dei preti pedofili, dice: “Parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti di questo, non si potrà risolvere il problema. Quindi, attenzione a ricevere in formazione candidati alla vita religiosa senza accertarsi bene della loro adeguata maturità affettiva.”. Di recente, commentando l’ennesimo caso di pedofilia venuto a galla in Sardegna (don Pascal Manca) dicevo ironicamente che, visto che i casi di preti pedofili o dediti a varie pratiche sessuali sono in crescita, forse deve esserci un virus che si diffonde in seminari, chiese, canoniche e sagrestie. Oggi lo conferma il Papa: è una malattia. Che scoperta. Tutti pensavano che abusare sessualmente di bambini fosse pratica del tutto normale, “cosa buona e giusta”. Meno male che c’è il Papa ad informarci che, invece, è una malattia. In quanto alla “maturità affettiva”, magari ce l’hanno quando entrano in seminario; la perdono dopo proprio grazie alla convivenza forzata tra maschietti ed alla necessità di dare sfogo alle pulsioni sessuali che hanno tutti gli essere umani; compresi i preti. Pulsioni così forti che qualche prete (vedi don Andrea Contin a Padova) esagera ed organizza addirittura un giro di prostituzione in canonica a beneficio suo e di altri amici e preti “amanti del genere”. Per capire che non si tratta di casi isolati, basta prendere i dati riportati di recente dalla stampa, risultati dall’inchiesta della Royal Commission. Pare che solo in Australia negli ultimi decenni siano stati accertati 1880 religiosi coinvolti in più di 4.000 casi di abusi sessuali. Caro Papa Bergoglio, quello che diceva sui gay “Chi sono io per giudicare?”, vale anche per i preti pedofili e puttanieri?

Ora però, dopo l’ultima dichiarazione papale, si pone un problema. Se è vero che “la pedofilia è una malattia”, allora non è perseguibile secondo la dottrina della Chiesa. Non si è mai sentito che avere l’influenza o la scarlattina sia peccato. Nelle Tavole della legge c’è scritto “Non rubare, non ammazzare, non dire falsa testimonianza…”; ma non c’è scritto Non ammalarti”, altrimenti finirai allo spiedo arrostito a fuoco lento come un kebab. Allora se la pedofilia è una malattia e la malattia non è peccato, i pedofili possono stare tranquilli, non violano nessun comandamento. Non devono nemmeno pentirsi, confessarsi, né chiedere perdono; puri come angioletti. La cosa strana, però, è che, come tutti i maschietti sanno (l’incubo di tutti i ragazzini quando si andava a confessarsi: non bastava sapere che ti toccavi, volevano sapere anche “quante volte“), “toccarsi il pisellino” vuol dire finire all’infermo per l’eternità, perché  è un gravissimo peccato mortale. Se invece sono i preti a “toccare” i ragazzini, è malattia; quindi non è neppure peccato veniale. Che strana morale. No?

Purtroppo Bergoglio non è il solo cultore del “pensiero corto“, è in buona compagnia. La classe politica è piena di autorevoli rappresentanti della categoria, come anche l’ambiente culturale, quello dello spettacolo, dell’informazione e perfino della scienza. Tutta gente che ama più l’effetto retorico, l’estetica delle parole,  l’eleganza dell’aforisma, invece che il contenuto. Quindi si crogiolano nell’autocompiacimento e non si rendono conto che spesso le loro affermazioni portano, se applicate, a conclusioni aberranti. Uno dei casi più gravi, e drammaticamente attuale, di questo pensiero corto riguarda un articolo della nostra Costituzione “più bella del mondo“. L’art 10, che riguarda il diritto d’asilo, fra l’altro dice: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.“. Non parla di quelli che sono perseguitati nei loro paesi perché oppositori del governo o non rispettosi delle “loro leggi“, ma quelli che provengono da paesi in cui non sono riconosciute le libertà garantite dalle “Nostre leggi“, dalla  nostra Costituzione.  Facile immaginare lo spirito che ha portato alla stesura di questo articolo. Si era appena usciti da un ventennio fascista, quando il regime mandava al confino gli oppositori e gli antifascisti emigravano all’estero per sfuggire all’arresto o alle persecuzioni. Lo spirito è, dunque, quello di garantire ad eventuali perseguitati politici il diritto d’asilo.

Ma nessuno si è chiesto quali sarebbero state in futuro le conseguenze di questo principio, se applicato in condizioni estreme, non applicate a pochi casi di profughi, ma a migrazioni di massa. Eppure, se si vuole capire quali siano le conseguenze di un qualunque atto, legge, norma o regola sociale, bisogna ipotizzare la sua applicazione non in condizioni normali, ma in condizioni estreme. In poche parole, in base a questo articolo noi siamo tenuti ad accogliere tutti coloro che vivono in paesi nei quali non vige la “Nostra Costituzione“. Ovvero, più della metà della popolazione terrestre.  Per esempio tutti i paesi arabi musulmani in cui vige la legge coranica, Cina, Cuba, Cambogia, Corea del Nord e, se non fosse crollato il comunismo, tutti i paesi dell’Unione sovietica. Un po’ troppi per ospitarli tutti in Italia, non credete? Eppure questo dice l’art. 10. Ora, non prevedere queste conseguenze, non è ingenuità, non è nemmeno eccesso di solidarietà; è proprio idiozia. O, in termini più morbidi, “pensiero corto“, quello che vede solo l’immediato, il presente, che guarda solo dentro il proprio orticello e non prevede le possibili conseguenze in futuro.  E non è il solo esempio di “pensiero corto” nella nostra Costituzione.

Un altro illustre cultore del “pensiero corto” è il noto sociologo Francesco Alberoni. Una volta scriveva sul Corriere, poi è passato al Giornale, ma il suo stile è sempre lo stesso. Sono 40 anni che, con qualche piccola variazione sul tema, continua a rimuginare sugli stessi argomenti di Innamoramento e amore, il libro che molti anni fa gli diede grande notorietà e successo. Ricordo che cominciai a leggerlo, ma mi sembrava di leggere la posta del cuore della Contessa Clara. Chiusi il libro senza neppure finire di leggerlo. Se non sapete cosa sia la banalità, leggete Alberoni, lo capirete subito. Oggi ci ha deliziato con l’ultima sua fatica “Chi va con persone chiare impara ad essere geniale“. E per dimostrare che intende parlare proprio di geni e non di concorrenti dei talent show televisivi o degli Amici della De Filippi, unisce all’articolo questa foto di gruppo del 1927. Si tratta della foto di un congresso di fisici organizzato da Solvay a Bruxelles. Vi sono presenti le più belle menti scientifiche di quegli anni, da Bohr ad Heisenberg ed Einstein (lo si riconosce al centro della prima fila.

Dice Alberoni che la semplicità e chiarezza di pensiero “si raggiunge frequentando chi è chiaro“. Chiaro, chiarissimo; anzi per niente. La semplicità di pensiero, la chiarezza di idee, la genialità, così come il talento artistico, non si raggiunge. O si ha o non si ha, Ficcatevelo bene in testa una volta per tutte e piantatela con questa idea balzana che tutti possono diventare genietti “frequentando chi è chiaro” o esercitando la mente, magari con i giochini da Settimana enigmistica. Dice ancora Alberoni: “Spesso, dopo aver risolto un problema che ci appariva insolubile, abbiamo l’impressione che la soluzione fosse proprio sotto i nostri occhi.”. Già, ma “prima” di scoprire che la soluzione era sotto gli occhi, bisogna avere la capacità di risolvere il problema. E quella capacità o si ha o non si ha. Anche questo è un problema da risolvere. Ma stranamente nessuno vede, o non vuol vedere, la soluzione sotto gli occhi. Forse perché quella soluzione ci obbligherebbe a prendere atto dei nostri limiti e riconoscere la nostra incapacità e mancanza di talento. Meglio illudersi che con un po’ di impegno e “frequentando chi è chiaro” tutti possiamo diventare geni.

L’idea che si possano modificare le caratteristiche mentali individuali, il talento artistico e le predisposizioni intellettuali (che sono predeterminate geneticamente) con qualche trucchetto, l’esercizio o le “frequentazioni” giuste, è una delle più tragiche truffe culturali della storia del pensiero umano. Deriva dall’idea che gli uomini nascono tutti uguali (Vedi “Diritti e doveri“) come pupazzi di plastilina con una mente (una Tabula rasa, dice Locke) facilmente plasmabile con l’educazione, l’istruzione, o “frequentando chi è chiaro”. Una specie di apprendistato mentale da praticare andando a bottega dagli illuminati, dal guru del momento, o magari da un noto sociologo. A bottega si impara a fare il falegname, il meccanico, il gommista, non a diventare geni. In questa idea che si possa migliorare il proprio livello intellettivo o scoprire talenti nascosti (su questa sciocchezza ci campano in molti, scrivendo manualetti buoni per tutti gli usi),  c’è una piccola  parte di verità, ma è così piccola da essere insignificante. Se così fosse, tutti i familiari, amici, domestiche, compagni di lavoro e persone che per lungo tempo sono state a stretto contatto con artisti, scienziati, filosofi, scrittori, sarebbero diventati tutti geni. Vi risulta che la domestica di Verdi, a furia di sentire il maestro comporre, abbia scritto delle opere? Se è così ha ragione Alberoni. Altrimenti no; è solo un buon esempio di “pensiero corto“.

Ho parlato spesso di Alberoni e di quella strana categoria che passa sotto il nome di intellettuali. Ecco una serie di post.

Creativi si nasce, Alberoni si diventa

Diffidate degli intellettuali

Diffidare è d’obbligo

Creatività e movimento

Narcisismo intellettuale

Cazzate d’autore

Donne, uomini, erotismo ed altro(secondo Alberoni)

Alberoni e l’amore

Pensieri in offerta speciale, allegati alla rivista

Scalfari e la mosca(perfetto esempio di pensiero corto)

Morti a sorpresa

E’ morto Gian Luigi Rondi, critico cinematografico, ex direttore e presidente del festival cinematografico di Venezia, di quello di Roma, del premio David di Donatello, e chissà cos’altro.

L’ultima volta che mi è capitato di vederlo in Tv, anni fa, era ospite di Gigi Marzullo, in uno dei suoi programmi per chi soffre d’insonnia e, naturalmente, si parlava di cinema. Più che un essere vivente era un ectoplasma, sembrava quasi un miracolo che fosse ancora in circolazione. Ebbi il sospetto che per farlo stare dritto nella poltrona, fosse tenuto su con una qualche impalcatura invisibile. Mi ricordò Enzo Biagi (Vedi qui alcuni post su Enzo Biagi). Altri due personaggi di primo piano che sono sulla buona strada per emulare Biagi e Rondi e per la beatificazione in vita sono Eugenio Scalfari e Dario Fo. Sono quei personaggi che sono convinti del fatto che la loro presenza, ed i loro commenti, siano indispensabili per la sopravvivenza della specie umana che, in loro assenza, sia destinata alla completa estinzione. E ne sono tanto convinti che sono sempre lì, ovunque gli si conceda uno spazietto (in TV, sulla stampa, nei festival, convegni, dibattiti, premi, concorsi  e premiazioni), a sentenziare su tutto lo scibile umano. Allora la notizia, anzi la sorpresa, non è che Rondi sia morto, ma che fosse ancora vivo. Cinico? Sì, in questo mondo di pazzi essere cinici è l’unico modo per sopravvivere.

Renzi e schiene rotte

Renzi, il gelataio di Palazzo Chigi, non è andato al convegno di Cernobbio, appuntamento immancabile per il mondo dell’economia e della finanza. Dice che preferisce andare dove la gente si spacca la schiena.

Ma sarà vero?  Davvero Renzi vuole farci credere che lui snobba questi incontri ad alto livello per stare vicino a chi lavora, suda e “si spacca la schiena“? Quest’uomo ormai vive in un mondo tutto suo, se la suona e se la canta. Ed è pure convinto che le baggianate quotidiane che spara a ripetizione siano frutto della sua intelligenza superiore. Tutto per tenere viva ed alimentare l’immagine dell’uomo nuovo della politica che vuole rottamare il passato per creare un’Italia nuova governata da giovani rampanti. E’ così convinto della bontà della nuova concezione della politica, basata su slogan, promesse vaghe, battute, ironia sugli avversari, culto della propria immagine, che non si degna nemmeno di ascoltare quelli che gli rimproverano un eccesso di “annuncite” (come l’ha chiamata lui) alla quale non seguono i fatti.

Eppure le critiche più accese non vengono dalla parte avversaria, ma dal suo stesso schieramento e da quella stampa che è sempre stata schierata a favore del PD. Eugenio Scalfari lo attacca duramente e lo definisce “Pifferaio“. Lucia Annunziata, in un recente articolo su  Huffington post dal titolo emblematico “Ma Renzi è adatto a governare?”, lo demolisce completamente e conclude definendolo “ragazzino” inadatto a governare. In perfetta sintonia con la copertina dell’Economist che, proprio di recente,  lo ha raffigurato, sulla barca dell’Europa,  dietro Merkel e Holland, come un ragazzino col gelato. In risposta a questa vignetta, per dimostrare quanto il nostro premier per caso sia ironico e capace di ribattere alla satira inglese, ha fatto la sceneggiata del gelataio nel cortile di Palazzo Chigi. Se una cosa simile l’avesse fatta Berlusconi lo avrebbero sbeffeggiato per mesi su tutta la stampa internazionale. Ma se lo fa Renzi diventa una trovata simpatica, divertente e ironica. Punti di vista.

Anche all’interno del suo stesso partito le critiche al suo operato si sprecano. Appena ieri Rosy Bindi ha detto chiaro e tondo che  Renzi ha scelto alcune ministre  non per le loro capacità e competenze, ma “perché sono giovani e belle“.  Ancora pochi giorni fa, D’Alema, intervenendo alla festa dell’Unità, ha criticato duramente l’operato del governo, accusando Renzi di aver fatto delle promesse che poi non ha mantenuto: “Renzi: risultati insoddisfacenti“.

Ma il nostro sbruffoncello toscano fa finta di non sentire le critiche, né degli avversari, né degli amici di partito, tira dritto e, forte di una autostima che è talmente fuori misura da essere incalcolabile, va avanti a furia di battute. Il suo motto sembra essere “Una battuta al giorno toglie i problemi di torno“. Così, per evitare di andare a Cernobbio, si traveste da proletario, disdegna l’alta finanza e sta con chi si spacca la schiena. Dice lui. In realtà non è andato a Cernobbio perché avrebbe dovuto parlare di economia e fare proposte concrete (e non avrebbe saputo cosa dire) e per evitare domande spiacevoli ed imbarazzanti sui temi economici (e non avrebbe saputo cosa rispondere). Questa è la verità, altro che schiene spaccate (che lui non ha mai visto e non sa nemmeno cosa sia spaccarsi la schiena di lavoro).

Strano, perché fino ad oggi, più che vicino a chi si spacca la schiena  (non lo abbiamo visto nelle miniere del Sulcis, né nelle fabbriche del nord che chiudevano, né ai cancelli dell’Alcoa di Portovesme) lo abbiamo visto visitare scuole elementari e medie, dove gli alunni gli cantano canzoncine di elogio. Lo abbiamo visto presente ai convegni di Comunione e Liberazione, Lo abbiamo visto partecipare entusiasta al convegno dei Boy scout. Perché ai convegni di Boy scout sì ed a Cernobbio no? Da quando in qua i Boy scout rientrano fra le categorie di lavoratori che “si spaccano la schiena“?  Ma se anche fosse sincero, come mai, allora, invece che stare con chi lavora davvero tutti i santi giorni, se ne sta in Parlamento fra cialtroni incalliti, nullafacenti e sanguisughe che campano alle spalle degli italiani? O forse vuole farci credere che il Parlamento è un luogo di lavoro dove la gente “si spacca la schiena“? Renzi, Renzi, ma la smetta di dire sciocchezze, battute e slogan. E non faccia il “proletario” della domenica. Almeno per rispetto agli italiani che lavorano davvero. Mica come i buffoni della politica.

L’intervista

Ne sentivamo proprio la necessità urgente. I grandi vecchi della politica e del giornalismo faccia a faccia. Eugenio Scalfari intervista Giorgio Napolitano. Più invecchiano e più sono convinti che senza di loro il mondo si fermi. Ne era convinto anche quell’altro grande vecchio, Enzo Biagi, che ormai, alla veneranda età di 87 anni, doveva essere accompagnato nel suo studio in Galleria, a Milano, su sedia a rotelle e con l’ascensore. Ma non demordeva. Così ebbe la sua rubrichetta in televisione, su RAI 3, dove continuava a fare interviste. Forse lo reggevano con una speciale impalcatura, per tenerlo dritto davanti alla telecamera, ma lui, stoicamente, con lo sguardo quasi perso nel vuoto, aveva l’aria di chi sente l’imprescindibile dovere di sacrificarsi per l’umanità; perché l’intervista è fondamentale per il progresso umano e come le faceva lui le interviste non le faceva nessuno. O almeno, forse, lui ne era convinto.

Si sbagliava, ovviamene. Il mondo continua a girare, le interviste si fanno ancora ed oggi un altro grande vecchio, novantenne,  anche lui convinto che come le fa lui le interviste non le fa nessuno, invece che godersi il meritato riposo, si sacrifica per il bene dell’umanità e, dando fondo alle poche energie residue, dopo l’enorme sforzo intellettuale che lo portò a scoprire che “L’uomo è come una mosca“, affronta un’altra fatica improba; intervista Giorgio Napolitano. In realtà più che un’intervista è una lunga ed amichevole conversazione fra “vecchietti” che rievocano avvenimenti della giovinezza per arrivare, poi, ai giorni nostri. Il video compare su Repubblica e l’intervista viene ripresa da tutti i media: “La mia vita, da comunista a Presidente”.

Meno male che si ricorda di essere stato comunista. Non come Veltroni che, dopo una vita passata nel PCI, PDS, DS, PD, ricoprendo tutti gli incarichi possibili, dichiarò “Non sono mai stato comunista”. Napolitano era comunista. Così comunista che approvò l’invasione dei carri armati russi a Budapest perché, secondo lui, la protesta popolare contro il regime comunista era un “pericolo per la democrazia“. Poi ebbe qualche piccolo ripensamento ed una piccola crisi di coscienza e divenne esponente di spicco di quelli che chiamavano  “Miglioristi“, termine che lascia intendere chissà quale linea politica distante o in contrasto con l’ortodossia del PCI. Invece no, “Miglioristi” sì, ma sempre comunisti erano.

E’ giusto intervistare Napolitano. Si hanno pochissime notizie di lui. Non si vede mai sulla stampa o nei TG, qualche notizia o servizio che lo riguardi. E’ così schivo, riservato, discreto, restio a rilasciare dichiarazioni e commenti, quasi timido.  Lo si vede raramente in televisione, appare in pubblico due o tre volte all’anno, solo in occasione di cerimonie ufficiali o quando, a reti unificate in TV, saluta gli italiani con il consueto messaggio di fine anno. Poi scompare nella sua modesta dimora che fu del Re e dei Papi, con 1200 stanze, arredi ed opere d’arte di inestimabile valore, cortili, giardini, scuderie, 2000 dipendenti (che ci costa circa 240 milioni di euro all’anno). Perché mai dovrebbe abbandonare la sua reggia per andare a trovare  regnanti e potenti della Terra?   Perché mai dovrebbe rilasciare dichiarazioni quotidiane su argomenti non di sua competenza? Ecco perché, a parte quelle occasioni ufficiali, il nostro Presidente preferisce non comparire e non invadere campi di competenza altrui. Preferisce defilarsi, ritirarsi nel suo angolino dorato. Cala il “silenzio Quirinale“. (Vedi Il galletto del Colle)

Più che giusto, quindi, che una volta tanto, vincendo la sua naturale ritrosia e riservatezza, rilasci un’intervista per raccontarci qualcosa della sua vita privata e riveli il suo pensiero sulla politica, l’attualità, l’economia, la nebbia in val padana, la corrente del Golfo, il banco di bassa pressione sull’Europa, le polveri sottili, i pollini primaverili e gli ingorghi stradali a Roncobilaccio. Ed è giusto che ad intervistare il grande vecchio della politica sia il grande vecchio del giornalismo. Fra vecchi ci si intende.

Che scoop ha fatto Scalfari! Fa un’intervista esclusiva per far parlare Napolitano che, tutti i santi giorni, immancabilmente, è sempre in prima pagina con dichiarazioni e commenti su tutto lo scibile umano. Ma Scalfari deve essere convinto di aver fatto qualcosa di speciale. Già, perché come le fa lui le interviste non le fa nessuno. Parla più l’intervistatore dell’intervistato. Scalfari usa il pretesto dell’intervista a Napolitano per esprimere il suo parere personale ed i suoi ricordi. Non è un’intervista, è un confronto di idee, ricordi, opinioni. Tanto per riuscire, ancora una volta, ad essere in primo piano, far notizia, comparire sui media, riaffermare la propria presenza nel mondo. Ma Scalfari è convinto di essere un grande intervistatore. Anche Napolitano, del resto, è convinto di avere l’obbligo morale di intervenire quotidianamente su tutti gli argomenti, anche quelli che esulano dalle sue competenze e prerogative. La gente, spesso, ha strane convinzioni. Specie quando invecchia.

La vecchiaia è una brutta malattia. O ti prende alle gambe o ti prende alla testa“, dice Luciano De Crescenzo.

Satira monotematica

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello,  che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore?  Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele. Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere orribile. Spiegato il mistero.

Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella  banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito?

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre gli stessi. Li trovi dappertutto ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata.  Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio,  che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.

E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“…

L’idiota (ma Dostoevskij non c’entra)

Nonostante la veneranda età, invece che ritirarsi in salotto, coprirsi bene (gli spifferi possono essere fatali), sorseggiare una tisana e godersi il meritato riposo,  continua a dispensare  massime, pensieri, riflessioni, sentenze e giudizi etici ed estetici, peraltro non richiesti. Parlo di Eugenio Scalfari; ho detto tutto. Ecco l’ultimissima…

Non per contraddire il grande vecchio del giornalismo, ma bisognerebbe specificare che, almeno per dato statistico,  non tutti quelli che votano il PDL sono idioti e non tutti gli idioti votano PDL. Alcuni idioti possono anche astenersi dal votare. Altri idioti possono votare PD (ci sono, ci sono, se non lo sa si informi…). Altri ancora sono idioti anche se, opportunamente mascherati,  non sembrano esserlo. Altri idioti, grazie al sostegno mediatico, si spacciano per grandi pensatori, pontificano ogni giorno nei salotti televisivi ed a lungo andare si convincono di essere davvero dei geni. Altri idioti vengono pompati dalle case editrici che ne fanno degli intellettuali di primo piano per incrementare le vendite dei loro libri, pieni di elucubrazioni frutto di un pensiero molto debole.  Altri idioti si dedicano, spesso con successo, a professioni ed attività diverse. Alcuni fanno politica, altri hanno successo nel mondo dello spettacolo (attori, comici, cantanti) e qualche volta scrivono articoli che finiscono in prima pagina sui maggiori quotidiani.  Alcuni idioti, infine, invece che limitarsi a scrivere lettere al giornale, fanno direttamente i giornalisti e possono, addirittura, diventare illustri ed autorevoli direttori.  Sì, il mondo degli idioti è vasto e complesso.

In quanto agli asini volanti abbiamo illustri precedenti. Prodi prometteva di andare al governo per garantire la felicità agli italiani. La gente gli credeva e lo votava. Bersani prometteva di smacchiare i giaguari, la gente gli credeva e lo votava. Visto che Prodi per due volte ha vinto le elezioni, significa che quelli che lo hanno votato credevano agli asini volanti?

Brutta cosa la vecchiaia. Quando si invecchia si hanno due possibilità: o si diventa completamente arteriosclerotici, oppure si mantiene, compatibilmente con attacchi improvvisi di arteriosclerosi, un minimo di lucidità. In questo secondo caso,  specie se si ha la presunzione di avere la freschezza mentale di un ragazzo,  si verifica l’eventualità peggiore, perché si è convinti che ciò che è frutto di vaneggiamenti senili sia, invece, dovuto alla saggezza dell’età. Errore fatale.

A proposito di Scalfari e delle sue scalfarate, vedi…

Largo ai giovani

L’uomo è più stupido di quanto si pensi

Il pensiero e la materia

Scalfari e la mosca