Cucù, Renzi non c’è più

Le promesse del Bomba appena eletto nel 2014, a confronto con Cetto La Qualunque: chi offre di più?

 

Il bomba a Palazzo (17 febbraio 2014)

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

La sinistra scopre la doppia morale: miracolo.

La doppia morale della sinistra esiste davvero. Dopo lunga e attenta riflessione, approfondite ricerche e prove scientifiche,  lo ha scoperto la stessa sinistra. Quindi la cosa è certa.  La prova decisiva è data da quello che sta avvenendo in questi giorni a proposito dello scandalo del crac di alcune banche. In particolare per il salvataggio di Banca Etruria che coinvolge in prima persona sia il premier Renzi che la ministra Boschi.

Sul fanfarone toscano scrivo raramente perché è talmente inconsistente e grottesco che non merita attenzione. L’unica cosa che sorprende è come sia possibile che gli italiani diano ascolto a questo bulletto che è pieno solo di sé, di slogan, battute, promesse vane, autocelebrazione e megalomania. Questo è il mistero. Perfino Prodi era più credibile di questo ciarlatano imbonitore da fiera paesana: il che è tutto dire. L’altro mistero è l’improvvisa ascesa di una coorte di miracolati che arrivano a governare l’Italia senza particolari titoli, meriti, esperienza e capacità, se non l’appartenenza al cerchio magico della banda dei leopoldini. Ieri ha detto che “Lo sport è la risposta al terrorismo“.  Bene, basta saperlo: l’Isis ci mette le bombe sotto il culo e noi rispondiamo facendo jogging.

Oggi dice che “Sono lo psicologo dell’Italia” e lancia il suo grido di battaglia: “Che la forza sia con noi.”. Domani chissà quale sarà la battuta del giorno. Già, perché questo megalomane travestito da premier sta campando a forza di battute, slogan, slides, promesse, proclami ed autocelebrazione.  Bisognerebbe raccogliere le sue battute quotidiane e ricavarne un libro; per tramandare ai posteri la credibilità di questo personaggio grottesco che sembra uscito dal Miles gloriosus. Consola, però, il fatto che qualcosa comincia a muoversi anche a sinistra. Qualcuno apre gli occhi e, in un impeto di onestà che ritenevamo quasi impossibile, comincia a riconoscere e denunciare le nefandezze del bulletto di Palazzo Chigi e della sua corte dei miracoli, anzi dei miracolati, e scoprire finalmente quella “doppia morale” della sinistra che è la chiave di lettura della politica italiana. Se anche a sinistra cominciano a vedere le magagne di casa propria, significa che quelli che credevamo ciechi hanno riacquistato la vista. I ciechi vedono: miracolo.

Ora bisognerebbe parlare dello scandalo delle banche. Ma siccome da giorni tutti ne parlano, diamo per scontato che la gente sia informata. Come ho ribadito spesso e volentieri in passato, osservando certe iniziative molto discutibili della sinistra, concludevo che se certe cose le avesse fatte Berlusconi ci sarebbero state le rivolte di piazza. Ora dovrei ripetere le stesse cose a proposito di come il governo ha affrontato questo scandalo ed avevo intenzione di raccogliere e riportare le opinioni di diversi commentatori sulla posizione del premier e della sua bella ministra Boschi. Ma questo lavoro lo ha già fatto egregiamente un giornalista del Giornale.  Quindi, una volta tanto, non faccio altro che riportare l’intero pezzo (“Se l’avesse fatto Berlusconi“) con alcune dichiarazioni di autorevoli e noti giornalisti, intellettuali, politici, in merito alla “doppia morale” sinistra applicata all’affare banche, ma non solo.

“Se a sostituire chi non si allinea al pensiero della maggioranza del partito fosse stato il Cavaliere, cosa sarebbe successo? E se l’operazione che ha portato Renzi a Palazzo Chigi l’avesse fatta Berlusconi? Ci sarebbe stata una sommossa popolare. Ecco cosa. I girotondi avrebbero invaso l’Italia, il popolo viola o arancione avrebbe manifestato contro la deriva dittatoriale, orde di intellettuali di sinistra avrebbero scritto appelli e firmato petizioni in difesa della democrazia. E contro Renzi? Nulla, tutto apposto. Quel che era inaccettabile prima, è digeribile oggi.

In mancanza del Cavaliere, negli ultimi tempi, gli ossessionati da Berlusconi sono saliti su un altro cavallo di battaglia, questa volta in chiave anti-Renzi: «Se lo avesse detto o fatto Berlusconi saremmo scesi tutti in piazza a protestare». Ecco il mantra.Lo spunto è quello regalato domenica dal deputato M5S Alessandro Di Battista nell’intervista su Skytg24. Annunciando la mozione di sfiducia contro la ministra Maria Elena Boschi, chiede: «Cosa avrebbero detto gli intellettuali di sinistra contro Berlusconi se lui avesse salvato una banca con un decreto ad hoc nella quale avevano interessi i suoi parenti?».

Stessi toni quelli del collega Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai, intervenendo il 20 ottobre sulla riforma della tv di Stato, rivolgendosi al Pd: «Se questa legge l’avesse fatta Berlusconi, voi sareste tutti in piedi ad urlare che è stata una vigliaccata incredibile. Ci sarebbero stati i sindacati e il Parlamento circondato. Immaginate se Forza Italia avesse previsto un amministratore delegato con pieni poteri nominato dal governo. Apriti cielo, avreste fatto la guerra».

L’ex renziano della prima ora Pippo Civati sembra pensarla come Renato Brunetta dopo la fiducia messa da Renzi all’Italicum il 30 aprile 2015: «Se una cosa così l’avesse fatta Berlusconi, io sarei in girotondo permanente». Tra i grandi intellettuali e giornalisti maître à penser della sinistra cachemire e caviale spunta anche Roberto Saviano con la sua reprimenda: «La Leopolda è una riunione di vecchi arnesi affamati, resi più accettabili dalla giovane età e dall’essere venuti dopo Berlusconi, e il Pd un’accolita che difende i malversatori a scapito dei piccoli risparmiatori».

Le voci dei contrari sono rare e deboli ma ci sono e si levano contro le mosse del premier e parte di quella sinistra, renziana, che un tempo si sarebbe scagliata contro Berlusconi, e oggi invece plaude alla deriva personalistica di Renzi. Persino il fustigatore Marco Travaglio titola il 18 settembre 2015 sul Fatto quotidiano: «Minacce, ricatti, compravendite. Ma se lo facesse Berlusconi?». Manco a farlo apposta Carlo De Benedetti, editore del Gruppo Espresso, lo stesso giorno rilascia un’intervista al Foglio dove dichiara: «Da quando Berlusconi non è più presente come lo era un tempo la sinistra è rimasta letteralmente senza ideali».

L’ex premier Enrico Letta poi, per togliersi qualche macigno dalle scarpe, il 3 maggio afferma: «Non tollero la doppia morale. Se lo avesse fatto Berlusconi saremmo scesi tutti in piazza», riferendosi all’Italicum. Parlando del caso De Luca, il 19 maggio ribadisce il concetto: «Se Berlusconi avesse candidato a governatore della Campania una persona nelle condizioni di De Luca, il Pd sarebbe sceso in piazza». Il membro del cda Rai Carlo Freccero è della stessa idea: «Le cose che ha detto sui talk show può dirle dentro Palazzo Chigi, fuori no. Se l’avesse mai dette Berlusconi sarebbe successo di tutto», si sfoga su Repubblica il 23 settembre.

Il 17 febbraio Maurizio Landini della Fiom sottoscrive che «Renzi è peggio di Berlusconi. Almeno Berlusconi di fronte a manifestazioni e scioperi si confrontò e discusse coi sindacati...». E il senatore Corradino Mineo, minoranza Pd, il 29 settembre 2014 dice che «già Berlusconi aveva cercato di modificare l’articolo 18, ma con più garbo di Renzi». Persino un maestrino come Andrea Scanzi si domanda su Facebook «se Berlusconi avesse fatto certe castronerie come avrebbe reagito gran parte di quella informazione che invece adesso giustifica Renzi?».Forse le piazze sarebbero piene. Invece sono vuote. Perché non le ha fatte Berlusconi.”.  (Fabrizio Boschi – Il Giornale.it 15 dicembre 2015)

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Renzi, Fibonacci ed il bulgur

Grecia o non Grecia, vinca il Sì o vinca il No, gli italiani non hanno niente da temere, possono dormire sonni tranquilli: “Gli italiani non abbiano paura“. Lo dice il premier Matteo Renzi.

Forse, per restare fedele alla sua passione per i messaggini veloci, manderà questo tweet a tutti gli italiani: “#italianistatesereni“. Lo dice quello che circa un anno e mezzo fa, subito dopo essere stato eletto segretario del PD, mandò un tweet a Enrico Letta, rassicurandolo e garantendo il pieno appoggio del partito al governo: “enricostaisereno“, scrisse. Una settimana dopo lo sfiduciava in direzione Pd e lo sfrattava da Palazzo Chigi. Ecco, questo è il tipo, l’uomo coerente che mantiene le promesse e la parola data. Uno del quale ci si può fidare ciecamente perché, se fa una promessa, cascasse il mondo e costi quel che costi, la mantiene.

Verba volant, dicevano i latini. Ma oggi non volano solo le parole, volano anche gli scritti e le dichiarazioni firmate (specie se sono fatte tramite Twitter da ex lupetti boy scout).  Non ci si può fidare nemmeno dei media e dell’informazione ufficiale.  Bisogna prendere tutto con beneficio d’inventario, in attesa di verifica e conferma. Spesso si scoprono contraddizioni nello stesso sito, nella stessa pagina. Si usano con leggerezza parole, frasi, espressioni, senza curarsi che il loro uso sia corretto. Un esempio di questa spregiudicatezza linguistica lo constatiamo in uno spot pubblicitario che proprio in questi giorni passa in televisione.

La scena mostra una signora che, seduta nell’auto ferma al distributore di carburante, parla con qualcuno al telefonino e dice che   il gestore le sta consegnando un “codice“. “Il codice da Vinci o il codice di Fibonacci?”, risponde la voce fuori campo, pensando di essere spiritoso. Forse l’autore dello spot vuole essere originale, divertente, dare prova di erudizione usando citazioni letterarie e matematiche. Già, ma cos’è questo “codice di Fibonacci“? Qualunque ragazzino delle superiori lo sa (si presume e si spera). E’ una successione numerica nella quale ogni numero è dato dalla somma dei due numeri che lo precedono (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13 etc.). Già, ma questa si è sempre chiamata “Serie di Fibonacci“; serie, non codice. La si può chiamare anche successione o sequenza; ma non codice, perché il termine “codice” ha un diverso significato che poco o niente ha a che fare  con quella serie di numeri.

Allora che bisogno c’è di inventarsi una denominazione del tutto arbitraria? Perché si deve per forza dare prova di creatività anche quando è fuori luogo? Perché, senza una ragione plausibile, si  stravolge ciò che è consolidato nel tempo? Ecco un esempio di uso improprio del linguaggio. Ma ormai tutto è casual, anche l’informazione, e la mania di cambiamento, la distruzione di tutto ciò che rimanda al passato è diventato lo sport nazionale degli intellettuali in offerta speciale, dei “creativi” in libera uscita e dei parolai mediatici. Ma non c’è da sorprenderci. Ogni giorno, leggiamo e  sentiamo di più e di peggio. Un esempio del grado di cultura di personaggi pubblici (e purtroppo questo sembra essere il livello medio) lo troviamo qui: “L’onorevole ed il Pi greco“.

Vediamo un’altra curiosità di carattere gastronomico. Oggi le ricette di cucina vanno forte. In televisione, dalla mattina alla sera, i cuochi sono una presenza fissa.  E spazi dedicati alla gastronomia sono presenti su tutte le riviste e siti web di informazione.

Oggi, in bella evidenza nella Home del portale Tiscali, nella sezione   Lifestyle , troviamo questa ricetta:  “Tabbouleh“. Sembra il nome di una danza haitiana, ma è un’insalata, fresca, facile da preparare (dicono) ed esotica. Difficoltà “facile“, preparazione “10 minuti“, cottura “10 minuti“. Più facile di così non si può. Questa saprebbe farla anche Antonella Clerici. Ingredienti: prezzemolo, cipollotto, pomodorini, succo di limone, menta, olio extravergine di oliva e…due etti e mezzo di bulgur. Tutte cose che abbiamo sempre a disposizione. Chi è che non ha in casa una scorta di bulgur?  E una di quelle cose che non possono mancare in ogni cucina italiana: olio, aceto, sale, zucchero,  prezzemolo e…bulgur. Se momentaneamente siete sprovvisti di bulgur (può succedere), fatevi una classica insalatina mista all’italiana con quello che avete in casa e la  “Tabbouleh” (insieme a chi la propone) mandatela a quel paese (in Libano).  Ma la cosa curiosa è che questa strana ricetta esotica  è proposta dal sito…

Oplà “Piattoforte, cucinare italiano“. Un sito di cucina che, come dice il nome,  si propone la valorizzazione della cucina italiana e dei prodotti italiani e che, invece che parlarvi di lasagne, carbonara, fondua valdostana, risi e bisi e impepata di cozze, propone una ricetta libanese a base di bulgur, un oggetto  misterioso che fa pensare ad un canto popolare bulgaro. Questa è coerenza, ragazzi. Questa è oggi la rispondenza fra parole e fatti. Mi sa che questi, invece di farsi l’insalata libanese, la “libanese” (quella buona) se la fumano in dosi massicce.

I sardi sono ospitali

Sembra proprio che i sardi siano disposti a sopportare tutto e di più.  Non che gli italiani siano messi molto meglio, ma i sardi hanno qualcosa in più. Basta ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, un sardo su 4 è povero (il doppio della media nazionale), la disoccupazione è a livelli record, e che le province di Iglesias Carbonia e Medio Campidano sono le province più povere d’Italia. Ne parlavo qui “I sardi sono poveri“.

Ecco l’ultimo esempio di crisi infinita, riportato oggi da L’Unione sarda (Province: 300 interinali restano a casa): “La promessa era quella di trovare 600mila euro per prorogare i contratti fino al 31 dicembre, ma per ora né in Commissione né in Consiglio si è trovato l’accordo: da oggi rimarranno a casa circa 300 lavoratori interinali delle Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Ogliastra.”. Non entriamo nel merito dell’utilità di questi lavoratori interinali, sulle modalità di assunzione, sui compiti svolti e sulla loro effettiva utilità sociale; sarebbe un altro discorso lungo e complesso. Vediamoli semplicemente come “lavoratori” sardi che rischiano di perdere il posto di lavoro e lo stipendio. E confrontiamo il costo di questi lavoratori con i costi dell’accoglienza dei migranti in Sardegna.

Una bella notizia per quei 300 lavoratori, e le loro famiglie, che da un giorno all’altro restano senza lavoro e senza stipendio e che vanno ad aggiungersi alle  migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi. Ma, a quanto sembra, mancano i finanziamenti, siamo in crisi, bisogna ridurre la spesa pubblica, fare sacrifici. Insomma, quei 600.000 euro per garantire il lavoro di quei dipendenti non ci sono. Eppure non si direbbe che l’Italia sia così in crisi. Non siamo la Grecia; almeno fino ad oggi. L’operazione “Mare nostrum“, voluta da quel genio di Enrico Letta, costava (e costa ancora) 300.000 euro al giorno, solo di spese per tenere in mare uomini e navi per assicurare il servizio navetta gratuito Libia-Sicilia. Ora ha cambiato nome, ma il servizio navetta è lo stesso ed il costo pure (se non è addirittura aumentato). Con il costo di soli due giorni di “Mare nostrum” si pagherebbero gli stipendi di 300 lavoratori per sei mesi. Ma per fare i taxi di mare gratis per gli africani i soldi ci sono, per i sardi no.  Questione di priorità.

Come se non bastasse, proprio ieri è partita l’operazione della Marina militare per recuperare il barcone affondato al largo della costa libica ad aprile scorso (Vedi “Italia: azienda recuperi“). Non basta andare fin sulla costa libica per caricare i migranti vivi, ora andiamo a recuperare anche i morti. Ma quanto siamo umanitari e generosi! Non siamo tenuti a farlo, niente e nessuno ci obbliga ad andare a recuperare quel barcone col suo carico di morti. Nessuna norma, nessun accordo europeo o internazionale ci obbliga a farlo. Lo facciamo semplicemente perché il premier Renzi (che, in barba alla spending review, quando vuole lui i soldi li trova sempre; vedi gli 80 euro) vuole farsi bello agli occhi del mondo. L’operazione ci costerà, salvo imprevisti, circa 20 milioni di euro (circa 15 anni abbondanti di stipendio per quei 300 lavoratori). E lo fa, ovviamente, non di tasca propria (a sinistra sono specialisti nel fare beneficenza coi soldi degli altri), ma a spese degli italiani (e dei sardi poveri, disoccupati, cassintegrati e precari). Abbiamo 20 milioni di euro per recuperare barconi africani, carichi di morti africani, in acque africane, ma non abbiamo 600.000 euro per i lavoratori sardi. E’ ancora questione di priorità. Evidentemente tutto viene prima dei lavoratori sardi.

E già, vedendo questo spreco di denaro pubblico alla faccia di chi ha difficoltà a campare, ci sarebbe motivo per incazzarsi di brutto ed andare a Palazzo Chigi a rincorrere con i forconi il fanfarone  toscano che si fa bello con i soldi degli italiani e spreca milioni di euro per inutili operazioni umanitarie in Libia, invece che per aiutare gli italiani in difficoltà. Ma c’è di più. Proprio due giorni fa, a bordo della nave “Rio segura” della Guardia civil spagnola, sono sbarcati a Cagliari 450 migranti, fra i quali sono stati riscontrati 87 casi di scabbia. Ma non dobbiamo preoccuparci, nessun allarme. I buonisti (specie quelli che campano sull’accoglienza) dicono che la scabbia è facilmente curabile. Quindi tranquilli, correte pure ad abbracciare gli africani appena sbarcati, Anche se scoppiasse un’epidemia di scabbia non c’è pericolo; si cura facilmente. Contenti?  Gli ultimi arrivati si aggiungono ai 900 sbarcati giusto un mese fa (“Cagliari, in arrivo nave con 900 migranti“) e che si aggiungono ad altre migliaia di migranti già presenti nei centri di accoglienza dell’isola, in strutture private ed hotel 3 stelle con piscina. Ma non è un problema, i sardi sono ospitali, accolgono tutti;  aggiungi un posto a tavola…che c’è un migrante in più.

In occasione del precedente sbarco il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, accogliendo con grande soddisfazione i nuovi arrivati e convinto di parlare a nome di tutti i sardi e della loro proverbiale ospitalità, disse: “Siamo un’isola al centro del Mediterraneo, il Mediterraneo è il nostro mondo. Mentre qualcuno specula sulla paura per l’arrivo di 800 migranti in fuga dalla fame e dalla guerra. Io so invece che la Sardegna è una terra generosa che, nonostante i suoi molti problemi, è pronta a dare una mano a chi ne ha bisogno, quando ne ha bisogno.“.  Ecco, noi accogliamo tutti perché i sardi sono generosi. Magari sono disoccupati e poveri, ma si tolgono il pane dalla bocca per  aiutare i migranti africani. Prima pensiamo ai migranti, poi, se abbiamo tempo, voglia e avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

Siamo così ospitali che, mentre non si hanno 600.000 euro per garantire la sopravvivenza a 300 lavoratori, e loro famiglie, fino a dicembre, abbiamo 372.000 euro, e spiccioli,  da usare per il progetto “Beni benius” finalizzato a finanziare “Percorsi formativi per migranti, con particolare attenzione all’integrazione culturale, lavorativa e all’autoimpiego” (Vedi qui documento originale in formato Pdf).  E non basta, perché questo è solo uno dei tanti progetti “inventati” dalla fervida fantasia delle associazioni umanitarie sarde per intascare lauti contributi pubblici col pretesto delle iniziative umanitarie a favore dei migranti. Buzzi e le sue cooperative hanno fatto scuola.

Stranamente questi buonisti in servizio permanente non inventano nessun progetto per aiutare i disoccupati, cassintegrati, precari e poveri della Sardegna. Per i sardi non ci sono soldi; ci sono solo per gli africani. Ed i soldi non si trovano solo per accogliere i migranti, si trovano per altre iniziative utilissime per superare la crisi economica e garantire un lavoro ai sardi: progetti, manifestazioni varie, festival, attività imprenditoriali, eventi artistici e culturali, sagre paesane, gruppi folk, mostre d’arte, letture pubbliche di poesie, artisti di strada, cantanti, attori, ballerine, buffoni e ciarlatani. Ce n’è per tutti (Vedi qui: Regione Sardegna, finanziamenti). Ci sono soldi per tutti, eccetto per chi rischia di perdere il lavoro.

Ed ora facciamo un conticino facile facile. Dicevamo dell’arrivo di 450 migranti che, aggiunti ai 900 di fine maggio, fanno 1.350. Per facilitare il calcolo arrotondiamo a 1.500. Come ormai sanno anche i bambini, ogni migrante ci cosata 35 euro al giorno (ma per i minori il costo è superiore). Questo ci dicono, ma in realtà il costo totale è molto maggiore perché quei 35 euro coprono solo vitto, alloggio, pulizia e paghetta settimanale. A questo costo base vanno aggiunti altri oneri relativi al personale militare e civile impiegato per l’accoglienza, controlli sanitari e assistenza medica al momento dello sbarco e durante il soggiorno nelle varie strutture, ricoveri in ospedale, assistenza legale, sindacale e culturale, progetti specifici destinati all’integrazione (il sopra citato “Beni benius” è uno di questi). E’ tutto un mondo che gira attorno ai migranti e che ha un costo enorme per gli italiani. Ma anche questo è prioritario rispetto ai problemi dei sardi.

Ma i media fanno finta di ignorare questo business e si limitano a quantificare in 35 euro la spesa per ogni migrante. Ed a chi si lamenta per l’eccessivo ed insostenibile costo dell’accoglienza,  rispondono, con la sfacciataggine di chi fa il finto tonto, che quelli sono soldi della Comunità europea. Ma quei soldi vengono dai contributi che i paesi dell’Unione versano alla cassa comune europea. E l’Italia è uno dei maggiori contribuenti. Solo nel 20013 l’Italia ha versato nelle casse europee 15 miliardi di euro. A vario titolo (compresi i fondi per l’accoglienza migranti) ce ne sono statti restituiti solo 9 miliardi. Restiamo in credito di 6 miliardi. Quindi, a chi dice che il costo dell’immigrazione è pagato con fondi europei, bisogna ricordare che quelli sono, comunque, soldi nostri, degli italiani. Chiaro?

Un po’ di conti: l’affare migranti spiegato ai bambini.

Bene, allora facciamo il conticino della serva, di quelli che si facevano alle elementari. Problema: “Se arrivano 1.500 migranti ed ogni migrante ci costa 35 euro al giorno, quanto ci costano ogni giorno 1.500 migranti?”. Soluzione: “Ci costano 52.500 euro al giorno.”.

Secondo problemino facile facile: “Se 1.500 migranti ci costano 52.500 euro al giorno, quanto ci costano al mese?“. Soluzione: “Ci costano 52.500 x 30= 1.575.000 euro al mese“.

Terzo problemino: “Se 1.500 migranti ci costano 1.575.00 euro al mese, quanto ci costano in sei mesi?“. Soluzione: “Ci costano 1.575.000 x 6= 9.450.000 euro

Bene, ora ricordiamo che garantire il lavoro e lo stipendio a 300 lavoratori per 6 mesi costerebbe 600.000 euro. Vitto e alloggio per sei mesi a 1.500 migranti ci costa 9.450.000 euro.  Come mai ci sono quasi 10 milioni di euro per gli africani e non si trovano 600.000 euro per i sardi?  Questo è il vero problema.  Questa è la domanda che bisognerebbe porsi, al di là della retorica buonista e dell’ipocrisia di chi specula sull’immigrazione per guadagnare milioni dietro la facciata dell’opera umanitaria. Bisognerebbe chiederlo a Renzi, alla Boldrini, al Papa, a tutte le belle statuine e scimmiette ammaestrate che ogni giorno in televisione recitano la litania buonista e cercano di convincerci che accogliere tutti i disperati della terra è un nostro obbligo, per le norme internazionali, per solidarietà e perché lo dice la Costituzione e gli accordi europei. Balle. Quando le norme non sono più applicabili perché hanno un costo insostenibile e creano gravi pericoli per la sicurezza nazionale e per la stabilità sociale, quelle norme si cambiano, gli accordi si rivedono e la solidarietà viene momentaneamente sospesa. Non ci si può impiccare ad articoli della Costituzione o Carte dell’ONU, accordi di Dublino o ai messaggi del Papa. In condizioni normali accogliere profughi è giusto. In presenza di una invasione di migranti africani non si può applicare il diritto d’asilo a centinaia di migliaia di persone: è un suicidio.

Ma, dicono, al di là degli accordi, dobbiamo accogliere i migranti perché “scappano dalla fame, dalla guerra“. Questo è il mantra che ripetono quotidianamente giornali, telegiornali, opinionisti, politici e giullari di regime. Balle, ancora belle. Quelli che arrivano da paesi in guerra sono una minima parte degli stranieri che arrivano in Italia, via mare o via terra dall’est. Ai primi di maggio in Sardegna arrivò un carico di marocchini e senegalesi, salvati da una nave mercantile ed accompagnati a Cagliari. In Marocco e Senegal non ci sono guerre. Negli stessi giorni arrivò sulla costa di Teulada un barcone con venti migranti: tutti algerini. Nemmeno in Algeria ci sono guerre. E nemmeno fame. E noi accogliamo tutti, a spese nostre. Ecco perché poi non ci sono soldi per i sardi.

Ma quei “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti… di fame” dovrebbero chiedere spiegazioni al Presidente della Regione, Francesco Pigliaru, così entusiasta di accogliere gli africani in Sardegna; sono certo che troverebbe una spiegazione plausibile ed esauriente in linea con lo spirito umanitario della sinistra e con la proverbiale ospitalità sarda. Ma sono certo che quei 300 lavoratori interinali quella risposta non la capirebbero. Ma non succederà niente. Nessuno prenderà i forconi, nessuno oserà contestare l’accoglienza dei migranti. I sardi ancora una volta, resteranno senza lavoro, senza stipendio, senza futuro, ma saranno felicissimi di sopportare crisi, privazioni e perfino la fame, pur di non venir meno al dovere di ospitalità. Perché i sardi sono poveri, sono ospitali e, soprattutto, sono pazienti. Sono molto pazienti; troppo pazienti. Troppo…

Vedi

Adotta un immigrato

Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

I sardi sono poveri

Cose di Sardegna

Sardegna, meloni, tartufi ed auto blu

– Cagliari, la città più felice d’Italia

Tutto va ben, madama la marchesa (#sardistatesereni)

Sardi e cataclismi

Parassiti e culi

Morti, Presidenti e Papi

Democrazia in coma profondo

La democrazia è morta. Se non è ancora morta, è moribonda.  E se non è moribonda, comunque, sta molto male. Spesso ho sollevato qualche dubbio sul valore della democrazia; non solo sul principio che ne è alla base, ma soprattutto sulla sua attuazione pratica che, nella sua forma involutiva e decadente, ha ben poco a che fare con il concetto di governo del popolo. Ma ammettiamo pure che sia il miglior sistema possibile. Ammettiamo pure che l’Italia si regga su un sistema democratico. Bene, ma almeno applicatela questa democrazia, visto che ne decantate tanto le lodi. Sarebbe ancora accettabile se almeno i principi democratici trovassero attuazione pratica, così come dettato dalla Costituzione. Ma non è questo che accade. Vediamo una democrazia sbandierata solo a parole, ma tranquillamente disattesa nei fatti da una classe politica che sfrutta i meccanismi della rappresentatività per farsi eleggere in Parlamento e che poi si arroga il diritto di governare, non solo non rispettando il mandato dei cittadini, ma operando contro la stessa volontà popolare.

In questi ultimi anni, purtroppo, abbiamo continuamente prova di questa involuzione e regressione ad un sistema che se non è ancora totalitario poco ci manca, ma certo è più simile ad una oligarchia politica, economica e culturale, piuttosto che ad un sistema democratico.   L’Italia è in mano a pochi soggetti politici che scelgono, con criteri sconosciuti ai comuni mortali, i nominativi dei candidati da eleggere in Parlamento, scelgono le alleanze, gli accordi e la linea politica, senza alcun rispetto del mandato ricevuto dagli elettori, anzi operando “contro” la volontà popolare. L’esempio più eclatante è costituito dalle norme in materia fiscale. I cittadini non hanno certo mandato in Parlamento i loro rappresentanti perché aumentino le tasse già insostenibili o perché inventino nuove norme e adempimenti burocratici che avvolgono l’intero settore produttivo come una ragnatela mortale. Eppure i governi mantengono intatte quelle norme, anzi inventano sempre nuovi balzelli. E la volontà popolare? Non pervenuta. E la democrazia? Momentaneamente sospesa.

Un altro splendido esempio, purtroppo attuale e drammatico, è la assoluta incapacità (ma meglio sarebbe dire mancanza di volontà) di fermare o regolare i flussi migratori. Lo scorso anno, con la geniale invenzione della missione Mare nostrum, voluta da Enrico Letta, ne sono arrivati 170.000, più di quanti ne fossero arrivati complessivamente nei 3 o 4 anni precedenti. E gli sbarchi continuano senza interruzione. Solo negli ultimi 5 giorni ne sono arrivati, soccorsi dai mezzi della Marina, più di 4.000. E siamo a febbraio. Cosa succederà con l’arrivo della bella stagione? Quanti ne arriveranno quest’anno? Possiamo ancora accogliere altre centinaia di migliaia di immigrati? E chi pagherà le spese di soccorso in mare, di accoglienza, di vitto e alloggio? Chi garantirà loro l’assistenza sanitaria, un lavoro, una casa? Possono garantire e sostenere le spese gli italiani che già sono disperati per fabbriche e aziende che chiudono, per la disoccupazione e la povertà in crescita continua, per la crisi senza via d’uscita? L’Italia è già ridotta alla fame, ma continua ad importare affamati. Follia pura.

Anzi, cosa ancora più grave, non è solo follia, è lucida consapevolezza criminale, è volontà di favorire l’immigrazione considerandola, come viene spesso ripetuto, un dovere umanitario ed “una preziosa risorsa” per la nazione. Non solo non hanno alcuna intenzione di fermare l’immigrazione incontrollata, ma fanno di tutto per favorirla, agevolarla, incentivarla. Il varo di quel servizio taxi Libia-Italia, ad opera dei mezzi della Marina, voluto dall’ex premier Enrico Letta, è l’esempio lampante. Ma per incentivare ulteriormente gli arrivi hanno anche abrogato il  reato di immigrazione clandestina ed ora promettono (lo ha annunciato Renzi proprio nei giorni scorsi) di garantire la cittadinanza a tutti con lo ius soli. Stiamo facendo di tutto per attirare mezza Africa in Italia, manca solo il lancio di una campagna pubblicitaria, con volantini e spot in televisione, al motto di “Venite in Italia, c’è posto per tutti. E paghiamo noi“. Stanno favorendo l’invasione dell’Italia da parte di centinaia di migliaia di disperati senza arte, né parte, tutta gente che poi dovremo assistere a spese nostre. Questo stanno facendo, e lo fanno “contro la volontà degli italiani” che vedono ogni giorno aumentare il rischio sicurezza nelle città a causa di immigrati senza lavoro e senza dimora, che  per campare non hanno altra risorsa se non delinquere.

Stanno favorendo ed incentivando l’immigrazione contro la volontà degli italiani che devono sostenere costi elevatissimi, che pagano con tasse ormai insostenibili, per accogliere questi immigrati, assisterli, garantirgli vitto e alloggio in centri di permanenza o in hotel 3 stelle con piscina, dove hanno colazione, pranzo e cena garantiti, biancheria, abbigliamento, lavaggio, stiraggio, ricariche telefoniche, sigarette, paghetta settimanale e televisione con parabola per vedere il campionato di calcio africano, altrimenti protestano (non sono corbellerie messe a caso, sono tutte notizie prese dalla cronaca quotidiana e riportate dalla stampa). Il tutto alla faccia di milioni di precari, disoccupati, pensionati al minimo che campano con meno di 500 euro, mentre questi ci costano cifre intorno a 1.000 euro al mese. E se si tratta di minori la cifra è anche superiore. Se questa non è pura follia, cos’è?

Questo sfacelo viene consumato, lo ripeto,  contro la volontà del popolo. Questa non è più democrazia, è una truffa camuffata da ideali umanitari e col pretesto del rispetto degli accordi internazionali. Ma se gli accordi internazionali sono insostenibili, si cambiano, si abrogano le norme, si modificano. Una norma che garantisce l’asilo politico può essere valida per singoli casi, o piccoli gruppi o minoranze; non si può pretendere di applicarla alla migrazione di massa di milioni di persone. Questo non è asilo politico, non è accoglienza di profughi e perseguitati, non è opera umanitaria; l’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone si chiama “invasione“.

Eppure cercano di convincerci, con la continua manipolazione dei media e l’uso strumentale dell’informazione, che non abbiamo altra scelta, che è nostro dovere accogliere chiunque decida di venire a farsi assistere e mantenere in Italia a spese dei cittadini. E’ una truffa che frutta milioni di euro alle cooperative e associazione che si occupano di immigrati e Rom. Lo abbiamo scoperto di recente con lo scandalo di Roma capitale, quando è venuto alla luce il giro di affari milionario delle cooperative controllate da Buzzi, quello che diceva che con gli immigrati si guadagna più che con la droga. Ecco spiegata la grande carica umanitaria della sinistra: gestire il traffico di migranti, perché garantisce introiti milionari alle cooperative rosse  bianche e arcobaleno e, in prospettiva, quando concederanno la cittadinanza a tutti (ci stanno lavorando), creare un grande bacino di potenziali elettori di sinistra.

E quando sentite esponenti politici di sinistra, buonisti e terzomondisti, che affrontano il tema dell’emergenza immigrati, non illudetevi. Non stanno pensando di fermare gli sbarchi. No,  propongono di migliorare e potenziare l’operazione Mare nostrum per soccorrere prima e meglio i barconi. Propongono maggiori interventi sociali e chiedono nuovi finanziamenti, dal governo e dall’Unione europea (come se scendessero dal cielo, come la manna, ma sempre soldi nostri sono, anche se nessuno lo dice chiaramente), per migliorare e potenziare le strutture di accoglienza, garantire nuovi e migliori servizi ed approvare norme che favoriscano l’integrazione. Ovvero, dargli un’occupazione, scuole, assistenza, sanità, un lavoro, una casa; dove il lavoro e la casa per milioni di italiani sono ancora un sogno.  Questo hanno in mente, altro che fermare l’immigrazione. Follia pura, a spese degli italiani.

Questa non è opera umanitaria, non è rispetto degli accordi internazionali, è una truffa, è falso ideologico. Una truffa che sta costando molto cara agli italiani. Ed ancora di più ci costerà in futuro, con l’invasione in massa di africani e arabi, in gran parte musulmani, che hanno il preciso scopo di disgregare e destabilizzare la società. E’ una gigantesca truffa ai danni degli italiani compiuta da una classe politica incapace e corrotta, ormai moralmente delegittimata, che non è stata  nemmeno eletta, ma nominata dalle segreterie di partito, che non rappresenta più i cittadini e che continua a governare calpestando il principio fondamentale della democrazia, il rispetto della volontà popolare. Hanno tradito la democrazia, la Costituzione, l’Italia e gli italiani.

Ed il primo a tradire è stato Napolitano, quando prima ha nominato Monti senatore a vita, per poi affidargli l’incarico di formare il governo, senza che fosse stato eletto, né votato dal popolo. Poi, quando Bersani, vincitore delle elezioni e, quindi, premier indicato dal popolo, non è riuscito a formare un governo, Napolitano, invece che indire nuove elezioni,  ha incaricato Enrico Letta, in evidente dispregio dell’indicazione appena scaturita dal voto popolare. Ed infine, con decisione molto discutibile, dopo una riunione della direzione PD in cui il neo segretario Renzi sfiduciava Letta, ha dato l’incarico allo stesso Matteo Renzi, anch’egli non votato, non eletto e nemmeno candidato, forte solo di una vittoria alle primarie che lo ha portato alla segreteria del partito. Ma aveva vinto solo le primarie, non le elezioni politiche. Non è stato scelto dagli elettori, ma solo dai compagni di partito. Non è stato indicato come capo del governo dagli italiani, ma da Napolitano. E così, tomo tomo e cacchio cacchio, senza pagare pegno, senza passare per il via e senza vergogna, passa direttamente dall’ufficio di sindaco di Firenze alla poltrona di Palazzo Chigi. E la democrazia, la scelta diretta del candidato premier, il rispetto della volontà popolare? Per il momento tutto sospeso, accantonato, la via maestra della democrazia è momentaneamente interrotta per lavori in corso. Fino a nuove comunicazioni sulla percorribilità democratica.

Se questo non è tradimento dei principi della democrazia, cos’è? E questi governi, non voluti e non votati dal popolo stanno governando e si apprestano a fare riforme costituzionali in aperto contrasto con la volontà degli italiani e contro l’interesse nazionale. Stanno aprendo le porte dell’Italia al nuovo cavallo di Troia che è l’immigrazione incontrollata di chi ha già ripetutamente dichiarato guerra all’occidente, alla nostra cultura, alla nostra civiltà, di chi predica la jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Stanno consegnando le chiavi della città e dell’Italia al nemico che ci  invade; contro la volontà del popolo. Se questo non è tradire la democrazia, cos’è? Se questo non è alto tradimento della patria, cos’è? Una volta i traditori della patria finivano al muro. Oggi finiscono in televisione a vendere ideali di seconda mano, buonismo ipocrita ed interessato, a fare accoglienza e beneficienza con i soldi degli altri e piazzare  patacche di ogni genere,  come piccoli truffatori di periferia, rubagalline o ciarlatani da fiera paesana. E forse, dietro l’apparenza rassicurante ed ingannevole, lo sono davvero. Purtroppo per noi.

Laura non c’è

Laura Boldrini è rientrata in patria. Ebbene, lo confessiamo, se ne sentiva davvero la mancanza. Questa assenza la si percepiva nell’aria, nei discorsi della gente, nelle espressioni stupite di chi si sentiva orfano di una guida, nello sguardo di chi sperava di riaverla presto fra noi. E finalmente è tornata. Era in visita ufficiale in America. Stranamente la notizia appare su un quotidiano locale, l’Unione sarda (Laura Boldrini lascia gli Stati Uniti), ma non se ne trova traccia nei maggiori quotidiani. E’ un segreto di Stato, non si deve sapere? E’ meglio evitare che la gente mormori e si chieda quale sia l’utilità di quel viaggio? Misteri istituzionali.

Fatto sta che la nostra presidentessa della Camera era in viaggio negli USA. Guai a chiamarla al maschile “presidente“; si addolora, si rattrista, ne risente,  assume l’espressione tipica di un panda depresso, una lacrimuccia scorre sul viso e manda al macero quintali di carta intestata “Il presidente della Camera” e la sostituisce con “La presidentessa…”, tanto per risparmiare sulle spese in tempo di crisi. Ama viaggiare. Ecco perché è spesso assente dal suo scranno presidenziale. Lo riferiva proprio la settimana scorsa un articolo (Laura Boldrini assenteista) in cui si denunciava che alla Camera una volta su due lei è assente: “Dal 15 marzo a oggi, la terza carica dello Stato ha presieduto solo 120 sedute delle 225 che si sono svolte: poco più della metà.”.

Così, se qualcuno nei giorni scorsi avesse chiesto di lei a Montecitorio “C’è Laura Boldrini?”, qualche funzionario avrebbe risposto ” Laura non c’è…”. Ma come, si potrebbe obiettare, lei è la presidentessa della Camera, non dovrebbe essere sempre al suo posto di lavoro? Non necessariamente, in Italia nessuno fa quello che dovrebbe e sta dove dovrebbe stare. Specie se ricoprono incarichi istituzionali, hanno sempre qualche importantissimo impegno da assolvere lontano dal loro ufficio. E più l’incarico è alto, più impegni si hanno; se gli impegni sono in amene località o all’estero, ancora meglio.

Succede a Vendola, che dovrebbe stare nel suo ufficio di governatore della Puglia, e invece è sempre in TV o davanti a qualche telecamera, o dalle parti di Montecitorio o del Senato, oppure  ovunque ci sia un corteo o una manifestazione di protesta.  Succedeva a Renzi, che doveva stare nel suo ufficio di sindaco a Firenze, e invece era sempre in TV (anche lui, è una passione comune ai politici) o in giro per l’Italia a coltivare le relazioni pubbliche e tenere incontri elettorali in vista delle primarie, oppure impegnatissimo ad organizzare e controllare i lavori del convegno del PD alla Leopolda (ne avete più sentito parlare?), evento importantissimo per creare le basi del suo programma di governo (che fine hanno fatto le proposte avanzate in quel convegno?). Succede a Debora Serracchiani, che dovrebbe stare nel suo ufficio di governatrice del Friuli Venezia Giulia, e invece la vediamo ogni giorno in qualche salotto televisivo. Lo stesso vizietto di Formigoni, ex governatore della Lombardia, anche lui, durante il suo mandato più presente in televisione che negli uffici della Regione. Sarà un vizio dei governatori regionali?

Del resto anche il nostro Presidente Napolitano, nel frattempo, era in Svizzera per una visita ufficiale di due giorni. Come vediamo nella foto a lato, ci è andato con la Clio. Qualcuno, distratto, potrebbe pensare “Con la Clio? Ma come, con tante auto blu che ha il Quirinale, poteva andarci almeno con una Marcedes o una BMW“.  Evidentemente si tratta di un equivoco. Ma oggi gli equivoci sono di moda, vanno come il pane. Anzi, più sono equivoci e più hanno successo; quindi tutto normale. Cosa è andato a fare in Svizzera? Solite visite di Stato che i governanti amano scambiarsi, giusto per coltivare i rapporti di buon vicinato. Visto che c’era, ne ha approfittato per rimproverare gli svizzeri sull’esito del  recente voto contro l’immigrazione di massa (mica sono scemi come noi). Su questioni importanti, come l’immigrazione, gli svizzeri fanno i referendum e chiedono il parere dei cittadini, come dovrebbe essere in una democrazia che sia degna di questo nome.  Noi no, abbiamo uno strano concetto di democrazia e le scelte vengono fatte da un ristretto gruppo di oligarchi (spesso nemmeno eletti dal popolo, Renzi docet…) e ci vengono imposte dall’alto, alla faccia della democrazia e della volontà popolare.

Dice Napolitano che così la Svizzera si allontana dall’Europa, facendo finta di ignorare che se quella è la volontà popolare bisogna rispettarla; piaccia o non piaccia. Ma si sa, per certi ex/post comunisti camuffati da democratici la democrazia va bene solo se vincono loro e la libertà di pensiero va bene solo se sei d’accordo col capo: “Potete esprimere liberamente il vostro pensiero, purché siate d’accordo con me“, diceva Stalin.  (Napolitano dà lezioni di democrazia…agli svizzeri). Anche lui ha il vizio dei viaggi di rappresentanza. Forse è andato in Svizzera a fare scorta di emmenthal e cioccolato per rimpinguare le dispense del Quirinale. Ho sempre avuto un dubbio sul formaggio svizzero, quello con i buchi: ma i buchi si pagano o sono in omaggio? Mah, misteri caseari.

Sarà perché siamo un popolo di poeti, santi e navigatori, ma noi il viaggio lo abbiamo nel sangue. Ecco perché i nostri beneamati rappresentanti del popolo passano più tempo in viaggi all’estero (viaggi di lavoro, di rappresentanza, certo…) che al loro posto in Italia. Anche Enrico Letta, appena insediatosi a palazzo Chigi, invece di dedicarsi, come sarebbe stato opportuno,  a risolvere i gravissimi problemi dell’Italia, cominciò a viaggiare; da Berlino a San Pietroburgo, da Parigi a Washington, da Londra a Dubai. Lo stesso ha fatto Renzi. Appena insediato, nemmeno il tempo di provare la poltrona, ed il primo giorno da premier era già in viaggio per andare a visitare una scuola a Treviso. Il giorno dopo  era in visita ad un’altra scuola in Sicilia. E subito dopo anche lui ha cominciato il tour degli incontri ufficiali nelle capitali europee:  Hollande a Parigi,  Merkel a Berlino, Cameron a Londra. E’ andato a presentarsi ed a presentare il programma di riforme del suo governo per ottenere l’approvazione e la benedizione, con pacca sulle spalle di incoraggiamento, dei leader europei.

Ed infatti tutti si sono mostrati entusiasti delle sue proposte. La Merkel addirittura si è dichiarata affascinata dall’audacia delle riforme renziane. Ma il nostro sindaco d’assalto dice che non è andato col cappello in mano a chiedere il consenso e l’approvazione. Strano, eppure non ricordo che Cameron, Hollande, Zapatero, Sarkozy, la stessa Merkel, appena insediati, siano venuti a Roma per illustrare i loro programmi di governo per avere la nostra approvazione o almeno un parere.  Ma Renzi dice che non ha chiesto  il benestare dei leader europei. E Renzi è un uomo d’onore!

Ecco perché la nostra presidentessa si adegua. E se chiedete di lei alla Camera vi risponderanno “Laura non c’è, è andata via…“, come cantava Nek. E’ andata dove? In America, oggi si usa, ci vanno tutti, non si sa bene a fare cosa, ma tutti vanno al quel paese. O ci vanno, o ce li mandano. Il guaio è che poi tornano. Sembra che durante il soggiorno americano abbia avuto diversi incontri. Oltre a quelli istituzionali, ha incontrato tanti italiani (poteva incontrarli in Italia, ce ne sono 60 milioni), ha visitato Ellis Island, la porta d’ingresso all’America durante il periodo delle grandi migrazioni del primo Novecento, ha visitato il memoriale dell’11 settembre a Ground Zero dove, ricordando quella immane tragedia,  ha dichiarato che “persero la vita tremila persone provenienti da 90 Paesi diversi…“. Una sconvolgente rivelazione per gli americani che non sapevano di avere avuto tanti morti. Meno male che è andata la Boldrini a dirglielo.

Ma ha avuto anche degli incontri particolarmente fruttuosi  e ricchi di “buone prospettive per il futuro“. Per esempio, riprendiamo dal pezzo sul quotidiano citato: “E anche temi di carattere sociale sono stati al centro degli incontri. Con una tavola rotonda a Washington sulle sfide dell’era digitale, dai diritti delle donne sul web, alla lotta al cyberbullismo.”. Ecco, credo proprio che gli americani aspettassero con ansia i suggerimenti della nostra presidentessa in formato esportazione sulle sfide digitali, i diritti delle donne ed il cyberbullismo. Ora sapranno come regolarsi; i cyberbulli hanno le ore contate.

Fondamentale anche la sua visita “all’Henry Street Settlement, una organizzazione no profit in prima linea nella lotta alla povertà, che si occupa di dare sostegno a decine di migliaia di cittadini a basso reddito.”. In Italia abbiamo la povertà che dilaga ed i pensionati che vanno a racimolare qualcosa fra gli scarti dei mercati ortofrutticoli e  la Boldrini, visto che non riesce a risolvere il problema della povertà in Italia,  va ad occuparsi dei poveri di New York. Ma l’argomento principale della sua visita e dei suoi incontri, è stato il tema a lei tanto caro,  l’immigrazione. E ti pareva che non battesse sul chiodo fisso. Bisognerebbe ricordarle che il presidente della Camera ha il compito istituzionale di presiedere le sedute della Camera e di regolarne i lavori. E non di andare in giro per il mondo ad incontrare italiani all’estero e occuparsi di poveri e migranti. Del resto lei sulla questione della tutela degli immigrati e rifugiati, come portavoce del Commissariato ONU, ci ha campato per anni, con diversi incarichi per conto dell’ONU ed una lauta retribuzione (Boldrini, una vita da regina grazie agli immigrati).

Ecco perché incontrando gli imprenditori e le “eccellenze italiane” in USA ha dichiarato: “La migrazione, quando si tratta di inquadrarla in un contesto più ampio, è una grande opportunità, muoversi è un valore aggiunto, oggi con la globalizzazione si muovono le idee e si muovono gli esseri umani.“. Chiaro? Per lei anche gli imprenditori italiani, che investono grossi capitali e realizzano affari d’oro in USA, grazie alle loro capacità ed al business del Made in Italy, e che fanno la spola, su jet privati, fra i due continenti, sono dei…migranti. Magari sono arrivati a New York andando alla deriva su un vecchio barcone rimediato a Lampedusa. Questa donna è ferma ai primi del ‘900, a Santa Lucia luntana, a “Partono ‘e bastimente pe’ terre assaje luntane, cantano a buordo; so napulitane.”.

Questa donna è fuori dal mondo, fuori dalla realtà. Finché resta in Italia, pazienza, ormai la conosciamo e sappiamo come giudicare le sue esternazioni buoniste e terzomondiste: le accettiamo con paziente rassegnazione, come si fa con i bambini e con gli anziani che mostrano  i primi segni di alzheimer. Il guaio è che ora va anche all’estero a boldrinizzare il “Nuovo mondo“. Boldrini, Boldrini, fa bene a tornare subito in Italia, prima che ce la rimandino indietro, come si dice dalle nostre parti…a son’e corru! E ci chiedano anche i danni. “Laura non c’è…”, dicono i commessi alla Camera, “E’ in missione speciale in USA.”. Già, è andata a quel paese.  Il guaio è che poi torna; purtroppo.