Bombe strabiche

Oddio, ci siamo persi 36 missili. Non si sa dove siano andati a finire. Se qualcuno li ritrovasse è pregato di avvisare la Casa Bianca; l’indirizzo lo trovate su Google (lì c’è tutto). La notizia di questi giorni è che Donald Trump ha deciso di punire la Siria per l’uso di bombe chimiche. Così dalle navi che stazionano nel Mediterraneo sono stati lanciati 59 missili Tomahawk sull’aeroporto dal quale si dice siano partiti gli aerei che hanno usato quelle le bombe. Ma diverse fonti ufficiali, siriane, russe e pure USA, dicono che di quei missili solo 23 sono arrivati a segno (“Solo 23 missili USA a bersaglio“). E gli altri 36? Mistero, hanno sbagliato strada e si sono persi.  Così, dopo le bombe intelligenti, abbiamo i missili cretini.

Ora, la cosa buffa è che proprio la mattina dopo l’attacco, si poteva leggere sui quotidiani che i missili Tomahawk sono micidiali, perché oltre alla lunga gittata (2.500 Km.), possono essere controllati e guidati tramite radar e sistemi satellitari, garantendo una precisione massima sull’obiettivo, con un margine di errore di appena 5 metri. L’altro aspetto curioso è che nell’aeroporto bombardato c’erano solo 6 Mig fermi per riparazioni e manutenzione. Ma allora, visto che gli USA conoscevano benissimo la situazione (dalle rilevazioni satellitari), e vista l’estrema precisione dei missili, perché lanciarne 59? Bastava lanciarne una decina e colpire con precisione gli aerei, uno per uno, la torre di controllo e la stazione radar. Avrebbero anche risparmiato un bel po’ di soldini, visto che ogni missile costa quasi 2 milioni di dollari. Allora, dove sono finiti gli altri 36 missili? Misteri della tecnologia moderna. O erano difettosi, oppure  chi doveva guidarli era strabico.

 

Ma poi, siamo davvero sicuri che quelle bombe chimiche siano state lanciate dalla Siria? Non saranno come le armi chimiche di Saddam che sono servite per giustificare l’invasione dell’Iraq, ma non sono state trovate perché non esistevano? Sull’attendibilità dell’informazione e le bufale spacciate per notizie, specie in materia di operazioni militari, vedi alcuni post sulla Libia, taroccamenti, Hillary Clinton e varie: “Libia e mozzarelle di buffale”.

P.S.

A proposito di bufale o quasi. Piccolo esempio di come si può alterare il senso di una notizia. Non è una vera e propria bufala; è molto peggio, perché inculca subdolamente una mezza verità apparentemente positiva per nascondere l’altra mezza verità scomoda. Dopo annunci di manovrine per recuperare fondi (come ci chiede l’Europa) e smentite categoriche, oggi la notizia è che quei soldi li troveranno, come sempre, aumentando le tasse su benzina e tabacchi. Che fantasia questi governanti! Così saprebbe governare anche lo scemo del villaggio. E dire che ogni volta che appare in TV il nostro ballista toscano, premier ombra, continua a dire che non aumenteranno le tasse. Ma del resto, da uno che scriveva “#enricostaisereno” e dopo un mese gli toglie la poltrona da sotto il culo, ci si può fidare?

Per preparare il terreno l’Ansa, invece che parlare di aumento delle tasse, la butta sulla necessità di risparmiare sulle spese mediche causate dal fumo. Come sono sensibili; si preoccupano della nostra salute. E così a gennaio scorso annunciava il possibile aumento col titolo a lato, quasi come una necessità da accogliere con grande gioia perché ci fa risparmiare miliardi.

Ed ecco, invece, il titolo che oggi si legge sul Corriere on line:

Invece che dire che aumentano le tasse, dice che “aumentano le entrate“. E messa così sembra anche una buona notizia perché lo Stato incassa più denaro da usare per utilità pubblica. E quella è la mezza verità positiva. Ma passa in secondo piano la mezza verità negativa; ovvero il fatto che quelle maggiori entrate le pagano i cittadini, non cadono dal cielo. Potete scommettere che se al governo ci fosse Berlusconi, avrebbero titolato “Aumentano le tasse sul tabacco“. Ma se al governo ci sono gli amici, allora cambia la musica. Il più importante quotidiano nazionale e la maggiore agenzia giornalistica, pur di compiacere il Palazzo, invece che dire chiaramente che aumentano le tasse, l’Ansa dice che risparmiamo sulle spese mediche, ed il Corriere dice che aumentano le entrate dello Stato. Anzi, per evitare perfino di nominare le tasse, le chiama “rimodulazione delle accise“; roba da inserire in sottofondo le classiche risate registrate delle sitcom. Ecco un esempio facile facile di come la stampa manipola una qualunque notizia anche semplicemente nel modo di presentarla. Ma voi credete ancora a quello che scrivono i giornali o passano in televisione? Sveglia gente, sveglia.

 

 

I bulli della stampa

La vittoria di Donald Trump proprio non gli va giù. Ne faranno una malattia. Poverini, questi democratici ed i loro giullari mediatici bisogna capirli; godono solo quando vincono i loro idoli, altrimenti è una sciagura e la democrazia è in pericolo. Dicevo nel precedente post “Stampa libera e il ballo di Trump” che fino ad oggi la quasi totalità della stampa italiana è stata impegnata per 8 anni ad esaltare in ogni modo Barack Obama e che, da oggi in poi, avremmo assistito ad un cambio di atteggiamento (citavo in particolare il Corriere). Dalle sviolinate ad Obama passeremo all’attacco costante a Trump: “prepariamoci al cambio di registro ed a leggere anni di peste e corna contro Trump“, ho scritto. Non mi sbagliavo. E non dobbiamo nemmeno aspettare tanto per avere la conferma.

Ecco la conferma già ieri. Il solito Corriere riporta in Home due articoli che chiariscono bene quale sarà la posizione del quotidiano per i prossimi anni nei confronti di Trump e della first lady. Dice che la first lady, durante la cerimonia era “disperata“. Addirittura? E perché mai avrebbe dovuto essere disperata nel giorno dell’insediamento e della consacrazione della vittoria del marito? Lo sanno solo quelli del Corriere. Tutti gli occhi, ed i teleobiettivi, puntati su lei, su Donald e sul piccolo Barron, per cercare di trovare una sfasatura, una gaffe, un pretesto qualunque per sputtanarli. C’era perfino un box ieri in cui si faceva osservare che Trump aveva detto qualcosa a Melania durante la cerimonia e che lei aveva cambiato espressione, diventando seria.  Cosa avrà mai detto di così preoccupante alla moglie? Le avrà chiesto se si era ricordata di chiudere il gas prima di uscire di casa? Mistero, forse ce lo sveleranno nei prossimi giorni con uno scoop  esplosivo. Ma qui già esuliamo dalla cronaca, siamo in perfetto stile gossip da Novella 2000.

Si sono accaniti perfino sul piccolo Barron di dieci anni, dicendo che durante la cerimonia era annoiato, che sembrava impacciato, che è timido, che faceva le smorfie, sbadigliava. Non hanno detto che si metteva le dita nel naso e che scoreggiava, ma poco ci manca. Katie Rich, autrice del popolare programma della NBC Saturday Night Live, ha ironizzato pesantemente sull’atteggiamento del ragazzo durante la cerimonia d’insediamento, sul suo sguardo assente, e su Twitter ha scritto: “Barron sarà il primo a fare una strage a scuola pur studiando a casa“. Poi si è scusata per questa frase ed altre, ma la cattiveria del commento resta lì, evidente. Tanto è vero che è stata licenziata, giustamente. E non è la sola ad aver usato toni poco simpatici sia nei confronti del piccolo Barron che dei genitori. Specialmente su internet si è abusato di commenti ironici e insulti. Tanto che perfino Chelsea Clinton, che da tredicenne alla Casa Bianca dovette subire le stesse attenzioni non sempre discrete della stampa,  è intervenuta per dire che bisogna evitare di coinvolgerlo in servizi mediatici: “Barron Trump ha il diritto che tutti i bimbi devono avere: quello di essere un bambino.”.  Cosa avrebbe dovuto fare un bambino di dieci anni, immerso in una cerimonia pallosissima come quella dell’insediamento del presidente per rendersi simpatico agli acuti osservatori di stampa e TV? Anche questo ce lo diranno al prossimo scoop.

Ecco un altro articolone, ancora sul Corriere di ieri, che sbeffeggia Melania sulla quale si fanno addirittura delle parodie degne di un musical di Broadway. Cosa dovremo aspettarci nel futuro? Di tutto e di più, come la RAI. Ma temo che questo sarà il tono dominante della stampa italiana su tutto ciò che riguarda il presidente Trump, la first lady Melania, il piccolo Barron ed il resto della famiglia. Ancora ieri Josh Whedon, regista di Avengers, ha definito Ivanka, figlia di Donald, “una cagna pechinese“. Molto fine, vero? Non ricordo apprezzamenti di questo tono su Michelle Obama. Anzi a lei riconoscevano fascino, bellezza, eleganza, stile. Tanto da ricevere diversi riconoscimenti, premi e copertine di riviste importanti,  compresa una recente copertina di Vogue. Punti di vista. Il Nuovo mondo è così “nuovo” che ha dei criteri  estetici primitivi, devono ancora affinarli. Diamogli tempo. E poi i gusti son gusti; anche quelli barbari.  Per tacere della nuova linea politica che, se Trump mantiene le promesse (e pare proprio che lo faccia), stravolgerebbe otto anni di  politica obamiana. Il che sta già facendo saltare i nervi agli oppositori e creando qualche leggero fastidio epatico a personaggi illustri come il finanziere Soros o Papa Bergoglio che lo ha paragonato a Hitler con presagi di sventura per l’umanità. Ciò che continua a sorprendermi, nonostante ormai sappia benissimo come gira il mondo e non abbia speranze o possibilità di cambiarne il senso di rotazione, è la totale mancanza di coerenza, di razionalità, di logica, di onestà intellettuale che pervade, alimenta e determina la storia dell’umanità. Non mi interessa tanto difendere Trump, quanto osservare la reazione nevrotica degli avversari davanti alla sconfitta.

E’ lo stesso tipo di atteggiamento che ho sempre avuto nei confronti della sinistra  e della loro battaglia contro  Berlusconi.  Non si è mai visto tanto accanimento politico, mediatico, giudiziario, nei confronti di una persona, usando metodi e sistemi al limite del lecito e del legale; e forse anche oltre il limite. Nemmeno con i peggiori boss mafiosi. Useranno gli stessi metodi con Trump. Questa non è informazione, non è lotta politica; è qualcosa di molto simile al bullismo, al mobbing, alla diffamazione e calunnia a mezzo stampa, all’intimidazione, alla minaccia, alla persecuzione, ai mezzi in uso nei peggiori regimi totalitari per distruggere gli oppositori. Ma questa propaganda e militanza politica mascherata da normale cronaca è una truffa ancora più pericolosa e subdola, perché mostrandosi come innocua attività di informazione, cultura, spettacolo, intrattenimento, inganna  il cittadino che, non avvertendo il pericolo, abbassa la guardia e si trova impreparato a difendersi.

Questi sono i sistemi di lotta di una certa parte politica che una volta era identificata nel PCI e nei gruppi di estrema sinistra; oggi, dopo varie mutazioni e cambi di bandiera, di stemmi, di segretari, di inni, sono diventati liberal, progressisti e, dopo decenni di lotta al capitalismo, all’America ed al suo imperialismo, vanno a depositare corone di fiori sulla tomba di J. F. Kennedy, di colpo cambiano colore come i camaleonti, invece che Bandiera rossa cantano Over the rainbow e diventano tutti democratici.  Hanno il cambiamento facile. Periodicamente, per sopravvivere, cambiano pelle; come i serpenti. Ma questi ibridi cattocomunisti non perdono il vecchio imprinting;  ritengono sempre  di essere la parte migliore della società, di essere i soli onesti, duri e puri, con le mani pulite, di poter dettare le regole della politica e della morale e di essere  l’unica forza politica legittimata a governare. Se vincono loro è una grande vittoria democratica del popolo; se vincono gli avversari è un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Mi sa che i democratici made in USA somigliano molto a quelli di casa nostra. In quanto dotati della saggezza di serie, di altri optional esclusivi e detentori della verità rivelata, non accettano sconfitte. E quando perdono usano tutti i mezzi possibili per screditare, sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari sotto il profilo politico, umano e morale. E’ esattamente quello che faranno nei confronti di Trump nei prossimi anni.

Stampa libera e il ballo di Trump

La stampa ama rivendicare la propria libertà ed indipendenza. Ne fa motivo di orgoglio, di onestà, di rispetto della deontologia professionale e garanzia di imparzialità. Sotto il titolo di varie testate nazionali campeggia la dicitura “quotidiano indipendente“. Il guaio è che non specificano mai da cosa e da chi siano indipendenti. Così possono essere indipendenti da alcuni interessi, ma non da altri. C’è sempre una dipendenza, voluta o meno, consapevole o meno; dall’editore, dal direttore responsabile, dall’area o gruppo politico di riferimento, dagli inserzionisti, dalle preferenze dei lettori.  In realtà l’unica libertà che si può riconoscere alla stampa è quella di stabilire le regole, i criteri ed i limiti (quando ci sono) della propria faziosità.

Prendiamo per esempio il più diffuso ed autorevole quotidiano nazionale, il Corriere della sera, versione on line. Sulla presunta e sbandierata indipendenza ed imparzialità del Corrierone ci si potrebbe scrivere un libro. Basterebbe ricordare la presa di posizione a favore del voto a Prodi sbattuta in prima pagina dall’allora direttore Paolo Mieli (ex sessantottino militante in Potere operaio; tanto per ricordare chi è e da dove proviene). Anche l’attuale direttore del Corriere, Luciano Fontana, cresciuto nella FGCI e per 11 anni giornalista all’Unità, viene da quella sinistra in cui sono maturati molte grandi firme del giornalismo  di casa nostra. E siccome quelle giovanili sono esperienze che, specie se allevati a pane e Marx, ti segnano per tutta la vita, quando questa gente parla di indipendenza e imparzialità, bisogna sapere che intendono qualcosa di diverso dal significato del termine per la gente comune.

In questi anni di presidenza Obama il nostro Corrierone nazionale è stato una specie di succursale dell’ufficio stampa della Casa Bianca (Obama fan club). Sulle sue pagine è stato un unico, continuo, lungo elogio di Barack Obama e della sua presidenza, una stucchevole sviolinata durata 8 anni (Obama incanta il Corriere). Non passava giorno che in Home non ci fosse qualche articolo, foto e video dedicati alla Obama family (hanno dedicato diversi articoli perfino al cane Bo, il first Dog) che esaltasse le gesta del presidente, della first lady Michelle e perfino delle figlie Malia e Sasha (Titoli e leccate).

Tutto, qualunque cosa facessero, diventava pretesto per imbastire un articolo che esaltava la grande statura politica di Barack e le stupende qualità di Michelle: la bellezza, la disponibilità, la frangetta, la vicinanza alla gente, il carisma, la  bravura nel coltivare patate e cetrioli nell’orticello della Casa Bianca, la speciale Dieta Obama, i riconoscimenti della stampa per l’eleganza (incredibile, ma vero; hanno avuto il coraggio di assegnarle un premio per l’eleganza), il suo impegno nella campagna contro l’obesità (anche se il cibo preferito di Barack era il junk food, hamburger e patatine). Insomma, poco mancava che Barack, dopo aver ricevuto un Nobel per la pace sulla fiducia, fosse nominato anche santo subito, ancora in vita, e la first lady Michelle venisse consacrata come icona di bellezza.

Poi succede che Trump vince le elezioni battendo la favorita Hillary Clinton (sostenuta dalla quasi totalità dei media americani; e nostrani) e diventa presidente degli USA, suscitando proteste, cortei, scontri, stilisti che si rifiutano di vestire Melania, cantanti che rifiutano di cantare all’insediamento, dive hollywoodiane in lacrime e scene da Day after. I democratici di casa nostra ammutoliscono, cadono in depressione e finiscono in terapia di gruppo presso un noto psicoterapeuta per superare il trauma.  Cerimonia solenne di insediamento in diretta e poi gran ballo. Si balla sì, ma  cambia la musica.

Quella dell’insediamento di Obama era una musica allegra, gioiosa, di gran festa. Questa, a sentire il tono del resoconto dell’inviata speciale RAI Giovanna Botteri, sembra triste, lugubre, premonitrice di sciagure; come se avessero eseguito la Marcia funebre di Chopin. Cambia la musica anche per il nostro Corrierone nazionale; dalle dolci e delicate sviolinate obamiane si passa al rumore di ferraglia arrugginita, peti, rutti, grugniti e pernacchie. Ecco nel box in alto come il “quotidiano libero ed indipendente” riferisce il ballo: quello di Donald e Melania è “legnoso“, quello di Barack e Michelle è un “romantico lento“. Che carini e teneri i fidanzatini Obamini, sembrano appena usciti dal Tempo delle mele. Ma, vista l’età e la passione per la coltivazione di ortaggi, questi sono da Tempo di broccoli e patate.

Qualunque commento è superfluo, parlano le immagini e la didascalia. Una faziosità da fare schifo. Ed è solo l’inizio, perché dopo 8 anni di sviolinate per Obama, prepariamoci al cambio di registro ed a leggere anni di peste e corna contro Trump. Ma c’è ancora qualcuno che crede alla favoletta della stampa libera e indipendente?

Vedi

Obama the One

Tutti matti per Obama

– Obama e le minoranze 

Obama e il lacrimatoio di bronzo

Come acqua fresca

 

 

Trump ha vinto: allarmi

Nessuno se lo aspettava, ma Donald Trump ha vinto. E scatta l’allarme. Siccome tutti i mass media era schierati sfacciatamente a favore di Clinton, ora sono tutti in lutto. Anzi, prevedono per il futuro cataclismi, terremoti, alluvioni, uragani e pestilenze. In TV si vedono solo facce tristi, deluse, amareggiate, depresse, scoraggiate, frustrate, e alti suonano i lamenti delle prefiche di regime. Tutto perché la democrazia è bella, ma solo se vince la sinistra. Se vince  la destra la democrazia è in pericolo.  Ritornello già sentito in passato. Ogni volta che si registra una vittoria o un’avanzata dei partiti conservatori e di destra scatta l’allarme rosso. Come mai se vincono i partiti di sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, ma se vincono gli avversari conservatori di destra, è un gravissimo pericolo per la libertà e la democrazia? La democrazia può essere solo di sinistra? Per certi osservatori sembrerebbe proprio di sì. Ma c’è scritto questo nella Costituzione più bella del mondo? No, c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, di qualunque colore sia. Ma per qualcuno non è proprio così. Bene, la vittoria di Trump in USA è l’ennesima conferma che per certa sinistra la democrazia è bella solo se vincono loro; altrimenti è un pericolo. Già in passato ho scritto spesso su questa strana interpretazione del concetto di libertà, di democrazia e di rispetto della volontà popolare; sembrano concetti chiarissimi che tutti accettano e rispettano, ma non è così. Allora tanto vale riprendere dei post già scritti in passato in diverse occasioni: il succo è sempre lo stesso.

Francia, vince la destra; allarmi. (7 dicembre 2015)

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa, che avevo pubblicato su un altro forum, in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da poco e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora.

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e magari ottiene consensi, apriti cielo, scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo. Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia oppure ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

 

Trump, Clinton: il bug del sistema democratico

Hillary o Donald? Comunque vada siamo fregati. E’ ancora un mistero, anche per gli analisti più autorevoli, capire come sia stato possibile che questi due personaggi siano arrivati a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti. Ma ormai la frittata è fatta; arrangiatevi. E’ la dimostrazione di quello che sostengo da tempo: la democrazia contiene in sé un “bug di sistema” che, in nome di principi astratti, può degenerare e consentire qualunque aberrazione e nefandezza. La democrazia è una truffa ideologica e culturale: gli ingenui ci credono, i furbi la sfruttano. Un solo esempio. Chiedetevi come mai per fare il bidello, l’usciere, la colf o il lavapiatti, si devono superare preselezioni, selezioni, esami, colloqui o, come minimo, presentare delle buone referenze. Per entrare in Parlamento, invece, non è necessario nessun requisito, perché chiedere un qualunque attestato accademico, professionale o di capacità ed esperienza, sarebbe discriminante; perché, dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali, con parità di diritti e tutti sono elettori attivi e passivi. In teoria anche lo scemo del villaggio può diventare ministro: lo garantisce la Costituzione. Quella che qualcuno definisce “la più bella del mondo“. Figuriamoci le altre. Un principio così idiota non lo si trova nemmeno nel Manuale delle giovani marmotte. Ma le menti illuminate dicono che questo è uno dei principi fondanti della democrazia. Tutti, ma proprio tutti, possono andare in parlamento. Ecco perché siamo governati da mediocri e incapaci (quando va bene), o da furfanti corrotti (più spesso). E’ l’effetto di quel “Bug“. E’ il sistema che è marcio. La politica non è la soluzione: è il problema.

Ma vi sembra normale un paese e una democrazia in cui diventano presidenti degli USA due componenti della stessa famiglia? Prima Bush padre e Bush figlio, ora Clinton marito e Clinton moglie. E poi passeranno lo scettro presidenziale ai figli e nipoti? Dopo Hillary si candiderà Michelle Obama o la figlia Malia? E poi Chelsea, la figlia dei Clinton o l’ultimo rampollo della dinastia Kennedy? In USA hanno la presidenza ereditaria? Questi sono quelli che esportano la democrazia nel mondo a forza di bombe e complotti; e magari, appena eletti presidenti, si prendono anche il Nobel per la pace sulla fiducia. E nel frattempo, fra un complotto e l’altro, tanto per ammazzare il tempo (qualcosa devono ammazzare, altrimenti vanno in crisi di astinenza), qualcuno si fa fare le pompette; no, i pompucci… i pompelli…i pompicini, insomma quelli (è un diminutivo di pompa, ma non mi viene la parola giusta), dalla stagista sotto la scrivania dello studio ovale. La stessa scrivania sotto la quale Kennedy lasciava giocare il piccolo John John. Bill Clinton, invece ci faceva giocare Monica e pare che entrambi si divertissero molto. Ma vi sembra possibile che questi due personaggi siano il meglio che potessero proporre per guidare la politica, l’economia, i rapporti geopolitici degli Stati Uniti e del mondo occidentale e condizionare la vita dell’intero pianeta? Su più di 300 milioni di americani non si poteva scegliere niente di meglio e più serio? Bisogna concludere che se in USA questo è il meglio a disposizione, sono messi molto, ma molto male. Oppure, che la democrazia qualche piccolo “bug” di sistema lo abbia e che bisognerebbe correggerlo per evitare in futuro guai anche peggiori.

Dalle immagini che abbiamo visto in questo periodo, si ricava l’idea che in America la campagna elettorale sia organizzata come i grandi concerti rock di una volta; qualcuno su un palco e migliaia di fan in delirio che applaudono  in estasi davanti ai loro idoli: il tutto regolato da una precisa e rigorosa regia. Ma è molto più dispendiosa. Girano milioni di dollari raccolti in maniera più o meno chiara e regolare tramite comitati, fondazioni o donazioni di potenti lobby economiche che versano somme ingenti, contando sul rientro di benefici, in caso di vincita del loro candidato. E’ evidente che, qualora questi candidati vengano eletti, la loro linea politica sia in parte condizionata proprio dagli interessi economici di questi finanziatori. Ma non lo ammetteranno mai. Le grandi battaglie politiche, gli scontri fra candidati, gli slogan, nascondono enormi interessi economici. E’ un gioco  sporco fatto sulla pelle dei cittadini che giudicano più sull’immagine mediatica del candidato che non sulle vere e reali sue capacità e proposte. La politica vera, l’ideologia, i programmi, i principi morali contano quanto il Giornalino delle Giovani marmotte.

Negli USA (ma anche noi stiamo imparando presto) la politica è un genere di consumo, un prodotto industriale, da confezionare e vendere con gli stessi sistemi di comunicazione e pubblicitari che si usano per vendere auto o detersivi: il nostro piazzista di Palazzo Chigi, con le sue slides e “Venghino siori, venghino…”, ne è un esempio lampante. Non per niente se ne occupano specialisti della comunicazione; ed alla Casa Bianca c’è a disposizione del presidente un intero staff, composto da una settantina di persone, il cui unico compito è quello di occuparsi dell’immagine pubblica del presidente. Anche la politica è sempre più, non una questione di ideologia e di programmi, ma un prodotto mediatico. Ed il dramma è che i mass media sono una truffa. Sono il più importante mezzo di distrazione di massa, di mistificazione, di manipolazione della realtà e delle menti. Nulla di ciò che mostrano i media è ciò che sembra: tutto sembra ciò che vogliono farci credere che sia.

Criticare il sistema democratico, tuttavia,  non significa auspicare un regime totalitario. Basterebbe apportare qualche piccola variazione, introdurre diversi metodi di scelta dei rappresentati del popolo, prevedere il possesso di alcuni requisiti indispensabili per accedere alla politica. Il principio della completa uguaglianza dei cittadini è un falso ideologico. “Uno vale uno2, così come ribadito anche recentemente da Grillo e dal suo movimento, è uno dei concetti più stupidi partoriti dalla mente umana. Chi accetta la democrazia come “il meno peggio“, come diceva Churchill, dovrebbe anche spiegare perché l’umanità, dopo millenni di evoluzione, dovrebbe accontentarsi del “meno peggio“, invece che cercare “il meglio“. Così pure,  chi pensa che la democrazia operi naturalmente un processo di selezione dei candidati attraverso il voto, e che i politici siano legittimati a governare perché votati ed eletti liberamente dal popolo, dovrebbero informarsi meglio sui sistemi di condizionamento del voto, sulla formazione dell’opinione pubblica, sulla creazione e gestione del consenso, sulla manipolazione e l’uso strumentale dell’informazione e sul potere dei persuasori occulti. Poi ne riparliamo. Diceva Herbert Marcuse, autore di “L’uomo a una dimensione”, testo cult e bibbia dei movimenti giovanili di protesta degli anni ’60: “La libera scelta dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“.  Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

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La politica è un bluff, legale

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Darwin e la democrazia

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L’idiota e la democrazia

Terapia democratica

Democrazia, voto e rappresentanza popolare

Democrazia in coma profondo

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Fantozzi e la democrazia

TeleGay 4

E’ partita lunedì la nuova edizione del TG4 delle ore 19 condotta da Alessandro Cecchi Paone. Ho la netta sensazione che finirà per suscitare molte polemiche. Cecchi Paone, dopo aver apertamente dichiarato molti anni fa di essere omosessuale, è diventato il testimonial più in vista della causa gay e tutti se lo contendono. Negli ultimi tempi sembrava avere il dono dell’ubiquità. Mattino, pomeriggio, sera, in qualche canale TV lo si vedeva come opinionista tuttologo, a discutere di tutto, polemizzare e, soprattutto, difendere tutto ciò che direttamente o indirettamente giova alla causa gay, trans, lesbo, e varie campagne laiciste. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, non per le sue capacità e conoscenze enciclopediche, ma perché è gay e, come tale,  è un personaggio che crea polemiche, contrapposizioni e suscita curiosità morbosa (in questo senso se la gioca a pari merito con Luxuria). E’ pensabile che uno così apertamente schierato, possa poi essere imparziale e fare informazione obiettiva? No, non è pensabile e non è possibile. Questa è la prima considerazione che lascia molti dubbi sulla sua attendibilità come conduttore di un telegiornale e sulla scelta operata dall’azienda.

La seconda considerazione arriva dopo aver visto le prime due edizioni del suo TG4. Lunedì ha fatto almeno due affermazioni che hanno confermato tutte le mie perplessità. Durante un servizio sullo scandalo delle trivelle in Basilicata, in collegamento esterno con un inviato in Basilicata, si è espresso chiaramente a favore delle trivellazioni perché, secondo lui, portano occupazione e ricchezza alla Regione, in contrasto con le affermazioni di chi esprimeva qualche perplessità sui reali benefici.  E per giustificare la sua posizione favorevole all’innovazione, la tecnologia ed il progresso,  ha chiuso affermando che lui è da sempre favorevole alla Tav ed all’alta velocità (non c’entra niente con il servizio, ma serve a dimostrare che lui ci tiene a far sapere qual è la sua opinione sugli argomenti che tratta). Ma un conduttore di un telegiornale è lì per riportare le notizie, non per esprimere la sua opinione personale su fatti, eventi e personaggi. Avete mai sentito un conduttore di un qualunque TG, anche regionale, anche di Tele Pompu libera, schierarsi chiaramente e apertamente durante il TG a favore o contro la Tav, o su uno dei tanti argomenti di attualità? No, non si è mai sentito. Il conduttore deve riferire le notizie ed i fatti, non commentarle secondo i suoi gusti personali. Questo atteggiamento, più da commentatore e “opinionista” che da giornalista, è quello che assumono (sbagliando anch’essi) quasi tutti i conduttori di talk show; ma non i giornalisti che conducono un telegiornale.

Oggi apre con un servizio sulle primarie americane parlando di Donald Trump e del fatto che è molto contestato, non solo dagli avversari democratici, ma anche da quelli repubblicani, per le sue affermazioni spesso esagerate, arroganti, minacciose, sopra le righe; cosa che scatena polemiche ed accuse di machisno, intolleranza e razzismo. La bella e giovane moglie di Trump, l’ex modella Melania, ha deciso di partecipare più attivamente alla campagna elettorale del marito, difendendolo dalle accuse e descrivendolo come una persona che, in privato, è tranquillo e diverso da come appare in pubblico e nei comizi. E Cecchi Paone riferisce la notizia dicendo che questa donna scende in campo per difendere Trump che “ogni volta che apre bocca fa guai“. Una affermazione come questa  basta e avanza per capire quale sarà la linea editoriale del TG di Cecchi Paone, uno che in quanto ad autostima non è secondo a nessuno. Sarà il suo TG personalizzato: il mondo visto da PaVone. Mancano solo le didascalie per classificare i fatti in “Buono – No buono” e la lavagnetta, come si faceva a scuola, per segnare  ogni giorno i nomi dei personaggi “Buoni e cattivi“.

Vi risulta, per ripetere quanto già detto prima, che qualche conduttore di TG, nel corso del telegiornale, abbia mai commentato le notizie esprimendo un giudizio personale sui fatti di cronaca o sulle dichiarazioni di un capo di Stato estero o di un semplice esponente di rilievo della politica nazionale e internazionale? Che abbia detto di essere d’accordo o meno con le dichiarazioni di Bush, Obama, Clinton, Berlusconi, Prodi, Napolitano, Renzi o Papa Bergoglio? No, non si è mai visto. Non commentano nemmeno le sciocchezze di Belen Rodríguez o di Pupo, perché un giornalista deve riferire i fatti, non commentarli (cosa che in molti dimenticano spesso e volentieri.) E’ talmente fuori dalle regole del giornalismo che non è neppure immaginabile. Cecchi Paone è il primo conduttore di un TG a farlo; manda in onda un servizio su un personaggio politico USA, Trump, e su di lui esprime un suo giudizio personale, contravvenendo in tal modo al codice deontologico del giornalismo. Chiunque avesse fatto una cosa simile alla RAI, almeno fino a qualche anno fa, non avrebbe finito neppure la puntata del TG; lo avrebbero buttato fuori a calci nel culo subito, al momento, nel giro di 10 secondi. Ma forse oggi le regole sono cambiate ed al TG4 hanno particolari norme deontologiche.

Per intenderci, non significa che un giornalista non possa esprimere la sua opinione su fatti e personaggi, ma che deve farlo a tempo e luogo e negli spazi opportuni. Può farlo come ospite in un programma, non può farlo se conduce un telegiornale. Montanelli insisteva spesso sulla necessità di tenere ben separati i fatti dai commenti. Ecco perché anche nella carta stampata ci sono gli articoli che riferiscono i fatti di cronaca e ci sono gli editoriali che esprimono il parere dell’editorialista sui fatti. Anche se ultimamente questo confine è sempre più labile e molti cronisti sembrano convinti che il compito del giornalista sia quello di commentare i fatti, invece che limitarsi a riferire cosa è successo, dove, quando e perché. Oggi sono tutti editorialisti “Grandi firme”, anche l’apprendista aspirante cronista precario in prova che scrive dieci righe dieci sulla partitella fra scapoli e ammogliati sul Corrierino della parrocchia di Trescagheras.

Bene, Cecchi Paone, tanto per capire dove andrà a parare e quale sarà il tenore del suo TG, lo dice chiaramente  fin dalla presentazione del nuovo TG; non semplicemente notizie, ma commenti ed approfondimenti (secondo il suo punto di vista; non lo dice chiaramente, ma lo si capisce). Altro che imparzialità dell’informazione, altro che separare i fatti dai commenti. E poi dicevano che Emilio Fede era troppo fazioso e apertamente a favore di Berlusconi. Magari lo era, ma non si sarebbe mai sognato di dire, mandando un servizio su Romano Prodi che “Ogni volta che Prodi parla fa danni“. Magari lo pensava, o lo lasciava intendere con smorfie e atteggiamenti molto espressivi, ma non lo diceva. In confronto a Cecchi PaVone il buon Emilio Fede era il massimo dell’obiettività. E siamo solo all’inizio.

Se queste sono le premesse, temo che questo nuovo TeleGay4 sarà inguardabile. Forse pensano di recuperare ascolti contando sul richiamo dei gusti sessuali del conduttore. Pensano di farne il TG ufficiale di gay, lesbo e trans? Ma allora, le previsioni del tempo le affideranno a Luxuria? Oppure a Malgioglio? E all’interno ci sarà una rubrichetta riservata “Arcigay News“? Non so con quale logica abbiano operato questa scelta, ma temo che abbiano commesso un grosso errore di valutazione. E mi sembra strano che il direttore Mario Giordano abbia accettato una scelta simile. Il difetto peggiore di questo TG gay, credo che sia proprio l’evidente e dichiarata faziosità del conduttore. Il che è un pessimo biglietto da visita. Non avevamo certo bisogno di qualcuno che fornisca il suo particolare punto di vista personale sui fatti del mondo. Ne abbiamo già abbastanza, anche troppi. Per quanto mi riguarda questo Tg4, edizione Gay friendly, potrebbero anche cancellarlo dal telecomando.