Uguali e diversi

Anche il Cern diventa femminista: “Presentazione sessista; il Cern sospende il ricercatore“. Ed ecco cosa si legge nell’articolo: “…la diversità fa parte del Cern ed è anche uno dei valori fondamentali alla base del nostro Codice di condotta e l’organizzazione è pienamente impegnata a promuovere la diversità e l’uguaglianza a tutti i livelli“. Pensavo che il Cern (Consiglio europeo per la ricerca nucleare) fosse un istituto serio, che si occupasse di ricerca, di fisica. Invece si occupa di sessismo, uguaglianza e diversità sessuale; come l’Arcigay. Magari in futuro si occuperà anche di cultura Lgbt ed applicheranno le teorie gender alla fisica ed alla possibilità che, nel nucleo atomico, protoni, neutroni  ed elettroni possano scegliere liberamente se avere una carica elettrica positiva, negativa o neutra. In compenso, forse, Luxuria terrà delle conferenze sulla fisica quantistica e le proprietà delle particelle subatomiche le quali pare che abbiano un’attività sessuale molto libera, creativa e sfuggente a qualunque classificazione spazio-temporale: impossibile stabilire nello stesso istante e luogo,  cosa fanno, dove lo fanno, quando lo fanno  e come lo fanno (lo dice la fisica).

scienza gender

Promuovere la diversità e l’uguaglianza a tutti i livelli“. Questa frase dimostra che ormai abbiamo raggiunto un grado di confusione mentale irreversibile. A forza di sostenere tutte le diversità possibili e, al tempo stesso, perseguire l’uguaglianza (concetti antitetici, contrapposti e inconciliabili, ma cardini del pensiero politicamente corretto) vi si sono intorcinati i neuroni; e adesso è quasi impossibile districarli. Nemmeno lo scemo del villaggio direbbe una simile castroneria. Ma se la dice il Cern c’è da preoccuparsi. Ecco uno dei tanti articoli dedicati a questa strana contraddizione che la sinistra continua a non capire o finge di non capire.

Diversamente uguali e ugualmente diversi (2013)

Sta andando in onda in questi giorni uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Uno dei soliti spot del governo per la serie “Pubblicità progresso“. Una decina di giorni fa il neo deputato Ivan Scalfarotto (chi era costui?) aveva protestato perché, a suo dire, la RAI intendeva bloccare lo spot. Immediata smentita della RAI che ha assicurato che lo spot sarebbe andato in onda dal 13 al 26 aprile, come in realtà sta avvenendo.

Così abbiamo rassicurato Scalfarotto. Ma non solo lui. Immagino che questo spot del Ministero del lavoro (!?) abbia rassicurato anche i milioni di precari, disoccupati, esodati e tutti coloro che il “lavoro” non ce l’hanno e che non sanno più come campare. Anche i minatori del Sulcis, in Sardegna, vedendo lo spot del Ministero del lavoro (!?) contro l’omofobia, si sentiranno tranquillizzati e guarderanno il mondo con rinnovata speranza e “buone prospettive per il futuro”. Ora, però, i minatori sono un po’ preoccupati. Vedendo questo spot a favore di gay e lesbiche, fatto dal Ministero del lavoro, si chiedono perplessi quale sia il rapporto fra il lavoro ed i gay, e se, per garantirsi il lavoro in miniera, devono cambiare gusti sessuali. Boh, misteri minerari.

Peccato che stia andando in onda solo da pochi giorni. Sono certo che se la RAI lo avesse trasmesso prima, anche quelle tre persone che si sono suicidate a Civitanova Marche per problemi economici, avrebbero rinunciato “all’insano gesto“. E così pure gli altri due suicidati due giorni prima. Ed anche i tre suicidati in Sardegna nel giro di due giorni (morti, asini e saggi), vedendo lo spot, avrebbero riacquistato fiducia nel futuro, grazie al Ministero del lavoro e delle pari opportunità. Già, perché il Ministero è sempre attento ai veri problemi del Paese, specie quelli del lavoro. E l’omofobia, a quanto pare, è uno dei problemi più gravi per quanto riguarda il lavoro, l’economia, la finanza, lo spread, il debito pubblico, la bilancia dei pagamenti ed il rilancio dell’occupazione. O no? Niente di strano che, per accontentare i “diversamente normali“, il prossimo governo crei un nuovo ministero ad hoc: il “Ministero delle estrosità sessuali“. Chi sarà il ministro? Ovvio, Nichi Vendola.

Anche i segni zodiacali sono tutti diversi. Ognuno ha il proprio segno e, come dice lo spot, “Non c’è niente da dire“. Per chi ci crede, anche il segno zodiacale può condizionare la vita, le scelte, la personalità, il carattere e, perfino, la fortuna. Chi non crede all’astrologia, vive benissimo lo stesso. Anzi, evita di perdere tempo a leggere o ascoltare ogni giorno l’oroscopo e può occupare quel tempo in maniera più proficua. Ma ognuno è libero di credere quel che vuole ed a chi vuole. Perfino il mago Otelma vanta seguaci. Si dice che ci siano segni più fortunati di altri e che, grazie alle caratteristiche proprie di quel segno, siano più avvantaggiati in amore, lavoro, affari, rispetto ad altri. Ma ognuno ha il proprio segno e, piaccia o no, se lo tiene. Così va il mondo, da sempre: c’è chi nasce con la camicia e chi non ha nemmeno le mutande. E solitamente quelli con la camicia sono più fortunati degli smutandati. Ed anche su questo “Non c’è niente da dire“.

uguaglianza spot

Sì alle differenze“, conclude lo spot. Sì, però, bisogna ricordarsi che ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono animali docili come agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti, vergini e puttane. Tutto fa parte della natura. Il fatto che tutto sia naturale non significa, però, che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore.

Impariamo fin da piccoli, grazie anche all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che può essere pericoloso. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.
E’ strano, tuttavia, che questa campagna ormai continua, assillante che occupa sempre più ampi spazi nei media, si basi sostanzialmente su due concetti opposti che vengono usati ed abusati seconde le circostanze. Il primo è il concetto di “Uguaglianza” che viene spiattellato continuamente come il vero toccasana della società e che, servito in salse diverse secondo le necessità, tende ad eliminare le discriminazioni nei confronti della diversità di qualunque genere. Ottimi propositi, encomiabili. Peccato che le stesse persone che si battono tanto per l’uguaglianza, subito dopo (vedi il “Sì alle differenze” dello spot), comincino a rivendicare il diritto ad essere “diversi” e si strappino le vesti per affermare il valore della “Diversità“. Ma allora siamo per l’uguaglianza o per la diversità? Oppure, secondo i giorni, le paturnie, l’oroscopo e le previsioni del tempo, un giorno siamo “Ugualmente diversi” ed il giorno dopo “Diversamente uguali“? Decidiamoci, ragazzi.

Un vecchio aneddoto racconta dell’accalorato discorso, nell’assemblea parlamentare francese ai primi del secolo scorso, di un deputato che si batteva per il riconoscimento dell’uguaglianza e pari diritti per le donne. Concluse il suo appassionato intervento con questa considerazione: “In fondo, fra l’uomo e la donna non c’è che una piccola differenza”. Dal fondo della sala un altro deputato si alzò e gridò: “Viva la differenza“. Seguì un lungo applauso di tutta l’assemblea in omaggio alla “differenza“, fonte primaria dell’origine del mondo (come immortalata da Courbet) e della sopravvivenza della specie umana.

Una vecchia barzelletta, quelle basate sulle “differenze“, diceva: “Sai che differenza passa fra un piatto ed un vaso da notte?”. E di fronte al silenzio dell’interlocutore che attendeva la battuta finale, il primo concludeva: “No? Allora non andrò mai a cena a casa tua”. Ecco, non vorrei che con questa mania di considerare tutto normale, tutto naturale, tutto “uguale“, tutto legittimato e mettere vizi e virtù sullo stesso piano, facendo di ogni vizio una virtù e di ogni ghiribizzo sessuale un diritto naturale, si finisse per tenere sul cuscino uno scorpione o servire la cena in un vaso da notte. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Normalità, natura e diversità.

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel post “Diversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva con “E non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenze” non c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.
In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese, che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però, che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la norma è la diversità. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco. Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano ed attribuire a tutte lo stesso valore.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” (Vattimo) e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalité, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.
Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Vedi: “Diversamente uguali e ugualmente diversi”.

 

 

Del Debbio flop ed estetica in TV

Del Debbio, con Quinta colonna su Rete 4,  fa meno ascolti di Formigli su La7. Lo riportava avantieri  Libero.it (Del Debbio perde la gara di ascolti). Nemmeno un punto di share di differenza (Del Debbio 4,5%, Formigli 5,3%), ma basta e avanza per stilare classifiche di merito e decretare il successo o il flop di un programma. Ormai non conta più la qualità, ma lo share. Se il Grande fratello fa il 30% di share e milioni di telespettatori che lo seguono, significa che è un ottimo programma (così sostengono gli analisti e tutti quelli che su quel programma ci campano). Ovviamente nessuno si pone il problema della qualità e del fatto che quei milioni di spettatori possono essere (anzi, per me lo sono senza possibilità di errore) degli autentici imbecilli. Ma non si può dire, altrimenti vi accusano di essere degli “hater” o odiatori. Gli “odiatori” o Haters (termini inventati di recente, da usare come infamanti accuse per mettere a tacere tutti gli oppositori non allineati al pensiero politicamente corretto e critici nei confronti della demenzialità mediatica e gossipara), per i detentori della superiorità morale, sono tutti coloro che criticano la scellerata ideologia sinistra e non sono omologati al pensiero unico buonista, terzomondista, multietnico boldrinian-bergoglian-kyengista; quelli, altrimenti detti, populisti, xenofobi, omofobi e fascisti. Ma questa è un’altra storia.

Ma non tutti quelli che esprimono giudizi negativi sono Haters o Odiatori. C’è una differenza sostanziale, che è bene tener presente per evitare complicazioni e querele, che si spiega solo con la doppia morale che la sinistra ha in dotazione di serie. Te la consegnano al momento dell’iscrizione: tessera del partito, patentino di superiorità morale, distintivo di “tuttologo” detentore della verità assoluta e licenza di doppia morale, da usare a piacere. A cosa serve? Facciamo un esempio pratico. Se Calderoli dice che quando vede Cécile Kyenge pensa ad un orango (oltre ad essere subito catalogato come Haters e Odiatore)   è un gravissimo insulto razzista per il quale viene querelato e deve pure pagare i danni. Se invece Nichi Vendola dice che Berlusconi è un cancro della politica, Travaglio dice che è un suo diritto odiarlo e augurarne la morte e Di Pietro dice in Parlamento che è un serpente a sonagli, quella è semplice “dialettica politica“. Chiaro?

 Il fatto che Del Debbio non faccia grandissimi ascolti non è una novità. Dopo aver salutato il suo arrivo con il programma Quinta colonna, e Dalla vostra parte condotto poi da Belpietro, come voci “fuori dal coro” diverse dal pensiero unico dominante in televisione, ho presto cambiato parere vedendo la conduzione apparentemente di denuncia e contrasto al buonismo, al terzomondismo, alla scellerata politica che favorisce l’immigrazione incontrollata della sinistra, ma in pratica quasi assecondando quella visione della realtà, complice la presenza in studio di ospiti più di sinistra che di destra, compresi imam fai da te, mediatori culturali africani ed esponenti islamici ai quali si dava più spazio che alla gente comune.  L’ho anche scritto spesso e volentieri anche sul Giornale.

Ecco cosa commentavo l’anno scorso un articolo su “Renzi sfida l’UE, lamentando l’eccessiva presenza mediatica del ciarlatano di Rignano anche sulle reti Mediaset: “Lo vediamo a reti unificate. Non bastano i servizi dei TG e le reti di regime, che sembrano fatti dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi; non bastano le sue presenze su tutte le reti, intervistato da giornalisti e conduttori compiacenti come la Gruber. Lo dobbiamo vedere anche sulle reti Mediaset, a canale 5 dall’amica Barbara D’Urso che gli dà del tu e, forse è già la terza o quarta volta, da Del Debbio su Rete4, a Quinta colonna, dove fa il suo lungo monologo per cantare le lodi del suo governo dei miracoli. Né va meglio a “Dalla vostra parte”, dove Belpietro dà voce alle proteste di piazza contro l’immigrazione, ma poi in studio ci sono personaggi inguardabili come Karaboue, Librandi, Castaldini, Fiano, Chaouki, Morani, mediatori culturali africani e imam fai da te di quartiere, ai quali viene concesso più spazio e tempo che agli italiani. Infatti non vedo più né Del Debbio, né Belpietro; almeno non mi rovino la digestione.”. Infatti non li guardo più.

Bene, ora qualcuno comincia a rendersi conto di quanto dicevo fin dall’inizio. E se andate a leggere i commenti all’articolo sopra citato di Libero.it, vedrete che i motivi per cui i lettori criticano Del Debbio, sono gli stessi che usavo io criticando la presenza degli ospiti in studio. Vale la pena, per capire qual è l’opinione dei lettori, riportare qualcuno dei commenti:

Poliponero: io sono tra quelli che non seguono piu’ questo programma(e non mi perdevo nessuna puntata)! il perche’ e’ semplice: troppi buonisti e saputelli delle religioni con tendenze anticristiane> (cecchi pavone, carabue, imam, zingari ecc.)

Milibe: bel programma diventato inguardabile con invitati come i perdenti castaldini, liprandi , karabue e simili…

Mingardi: mi sembrava d’aver visto la Castaldini…per questo non lo guardo più.

Tega: I personaggi di Del Debbio sono sempre i soliti, Librandi Castaldini ecc. e la gente è stufa!

VitoLibrandi,Carabue,Castaldini,Romano etc, stimolano il rigurgito !

Sanfilippo:  telespettatori si sono stufati di vedere Librandi e tutta la feccia PD che sbrodola cavolate a gogò.

Marcellini: Troppi personaggi inascoltabili! Ti fa venire la voglia di spaccare il televisore!!!

Ecco, questo è il tenore dei commenti. Allora è strano che nessuno si accorga che i telespettatori non gradiscono la presenza di ospiti che ritengono inguardabili, inascoltabili e intollerabili per la loro faziosità. Non mi sorprende; c’è gente che ha bisogno di tempo, spesso di anni, per capire le cose. Per spiegare il concetto, cito spesso il caso della rivoluzione d’ottobre del 1917, quando i bolscevichi presero il potere in Russia e cominciarono a trasformarla in base all’ideologia marxista-leninista, provocando la morte di decine di milioni di persone pur di raggiungere lo scopo. Impiegarono 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Allora abbatterono un muro a Berlino, smisero di combattere l’Occidente capitalista, rivalutarono la proprietà privata e scoprirono i benefici e le delizie del capitalismo che avevano sempre combattuto. Tanto che oggi alcune delle persone più ricche del mondo sono russe; o cinesi. Lo stesso gravissimo errore stanno commettendo oggi, sempre per aberranti motivazioni ideologiche che non tengono in alcun conto la realtà, in merito al terzomondismo, la società multietnica e l’accoglienza senza limiti degli immigrati. Spero solo che non debbano aspettare 70 anni per capirlo perché è già tardi oggi per rimediare.

Anche Del Debbio cade nell’errore di non tener conto di alcuni dettagli. L’ho scritto spesso, anche in alcuni post. Per esempio qui “Rivalità, xenofobia e diversità“, in cui cercavo di chiarire le differenza fra le parole e l’uso strumentale che ne viene fatto. Ma soprattutto qui “Guelfi e xenofobia” del 2015, in cui riprendevo proprio un’affermazione di Del Debbio, molto discutibile: Ecco l’incipit del post: “Avantieri su Rete4 il conduttore Del Debbio, parlando ancora di problemi legati all’immigrazione, ha detto che gli fanno schifo gli xenofobi. E perché non si pensasse che l’affermazione gli era sfuggita per sbaglio, lo ha ripetuto “Gli xenofobi mi fanno proprio schifo“.  Bene, abbiamo capito. Certo che una simile perentoria affermazione, fatta da un toscano di Lucca, lascia un po’ perplessi. Ricordiamo tutti le rivalità fra i Comuni toscani, tra Firenze e Siena, tra Pisa e Livorno, tra guelfi e ghibellini; un odio che sfociava spesso in contrasti cruenti, come la battaglia di Montaperti tra i guelfi guidati da Firenze contro i ghibellini guidati da Siena. E Lucca, patria di Del Debbio, stava con Firenze.”.

Viene spontaneo ricordare la storica rivalità tra le città toscane. E non solo fra città, ma addirittura tra concittadini divisi dall’eterna rivalità fra rioni, come succede tra le contrade di Siena. E vogliamo dimenticare le rivalità che spesso finiscono tragicamente, tra tifosi di squadre avversarie (Roma – Lazio, Milan – Inter, etc…) che ad ogni occasione scatenano risse, aggressioni e se le danno di santa ragione? O la tradizionale contrapposizione fra polentoni padani e terroni meridionali? Ma se è così difficile accettare  pacificamente la convivenza ed abbracciare i nostri concittadini solo perché vivono in una contrada rivale, tifano per una squadra diversa dalla nostra, vivono in zone diverse d’Italia, perché mai dovremmo accogliere a braccia aperte, con baci e abbracci, gli africani che arrivano da pesi lontani, che non conosciamo, non sappiamo chi siano, cosa vogliono, perché entrano a casa nostra come ospiti non invitati e pure a nostre spese? Ancora nessuno ci ha spiegato questo mistero. Allora sorge qualche dubbio sul fatto che ad un toscano fazioso per natura, facciano schifo gli xenofobi. Verrebbe da chiedersi, con una vecchia battuta: “Del Debbio, ma lei è amico mio o del giaguaro?“. O, ancora meglio: “Ma ci fa o ci è?”.

Ed a conferma del fatto che c’è molta gente che ha difficoltà a capire certe verità, ed ha idee molto vaghe sull’estetica e la sua applicazione nei rapporti sociali (specie mediatici), arriviamo ad un altro mistero esistenziale: Emanuele Fiano. Anche a lui ho dedicato spesso dei commenti, sia sul blog che sulla stampa. Ecco cosa scrivevo un anno fa su Ben ritrovati“: “Credo che i personaggi pubblici, quelli che appaiono quotidianamente in televisione, dovrebbero possedere dei requisiti minimi anche di carattere estetico. Non capisco come uno con la faccia di Fiano possa presentarsi in pubblico. Mistero. Non si può cominciare la giornata con queste visioni inquietanti. Dopo l’orticaria della meteorina che saluta con “Ben ritrovati”, vedendo Fiano ti viene anche il mal di pancia e, sentendolo anche parlare con quella boccuccia a culo di gallina e quella vocina nasale gne gne (e dire le sciocchezze che dice) ti viene anche un improvviso raffreddamento in zona pubica causato dal forte movimento rotatorio delle palle. “. Ed ancora in questo “Facce e facciacce“, dove appare insieme ad un’altra faccia da “censura” come Ivan Scalfarotto. E’ un caso di particolare antipatia personale?  No, è uno dei tanti casi di ingiustificabile e totale assenza di criteri estetici riscontrabili sui media.

Esempio; anche Cristina e Benedetta Parodi, stanno registrando un flop gigantesco con il loro programma domenicale. Si cerca di giustificarle in vari modi, ma nessuno nota una verità evidentissima: Benedetta Parodi, con quel volto spigoloso ed il nasino alla Boldrini, è antipatica. E non sto a spiegare i motivi; non merita tanta attenzione. Così come antipatico ed inguardabile è un altro personaggio TV: Diego Bianchi, in arte Zoro, conduttore di Gazebo (programma che sembra fatto da e per sfigati di periferia da centri sociali Che Guevara), ora passato a La7. Uno con quella faccia, che tutto ricorda meno che un volto umano, non dovrebbe uscire di casa e, ancora meno, presentarsi in televisione. Pensate che l’estetica e la fisiognomica non abbiano importanza e che Lombroso esagerasse? Allora guardate questa faccia: “Trota al Carroccio“. Vi sembra normale? No, non lo è. Ci sono dei primati che hanno un aspetto più umano; e anche più intelligente. Ma non si può dire, altrimenti diventiamo haters o “odiatori“.

Un altro caso emblematico di mancanza di senso estetico, fra i tanti che si possono riscontrare in Tv, è quello che riguarda Eleonora Daniele, conduttrice di un programma del mattino su RAI1, Storie vere o Storie italiane o qualcosa del genere (il tema fisso sono le tragedie familiari, possibilmente col morto ammazzato, l’inviato speciale sotto la casa della tragedia e tutti i dettagli macabri), alla quale già lo scorso anno ho dedicato un post “Cuochi e delitti” per sottolineare l’eccesso di cuochi e di cronaca nera in TV. Ecco, a lato, un’immagine a caso del programma in cui la domanda cruciale del giorno era chiedersi “Come è morto Roberto?”: il tema è sempre quello, la cronaca nera. Ed il programma si basa sempre sul collaudato metodo della chiacchierata in salotto: si invitano in studio i soliti esperti (quelli non ci mancano) che in diretta svolgono le indagini, confrontano gli indizi ed ipotesi, suggeriscono metodi e tattiche investigative, ed esprimono giudizi sul mostro del giorno, dividendosi equamente fra colpevolisti ed innocentisti, sull’ultimo caso di cronaca nera. Che bello cominciare la giornata con queste notizie allegre ed il viso “sorridente” di una conduttrice che, solo a vederla, mette allegria e buon umore! No?

Eppure l’estetica è fondamentale. Quando incontriamo una persona, la prima impressione è determinante e dipende da alcuni fattori: il volto, lo sguardo, l’espressione, il tono di voce, la gestualità, l’atteggiamento. Sono segnali che percepiamo subito e questo determina la nostra risposta positiva o negativa. Basta pochissimo per sentire se quella persona ci è simpatica o antipatica. E’ una reazione spontanea, involontaria e del tutto naturale. E questo condiziona in maniera decisiva le nostre relazioni sociali. Se possibile cerchiamo di frequentare ed avere come amici e compagni di lavoro o di strada, delle persone simpatiche con le quali condividiamo gusti, stile di vita e “affinità elettive”.  Come mai allora pensiamo che questo non sia, non possa e non debba essere importante, se non determinante, nel rapporto con i personaggi pubblici e famosi del mondo della politica, dello spettacolo, quelli che invadono i media ogni giorno?

E se qualcuno si permette di esprimere giudizi poco lusinghieri nei confronti di questi personaggi, viene accusato di essere un “odiatore”, di fare discriminazioni in base al genere, ai gusti sessuali, al colore della pelle, all’etnia, alla fede religiosa, allo stile di vita; tutte cose che, in base alla legge Mancino, sono reato. Alla faccia della libertà di espressione ed al diritto di esprimere un giudizio estetico. Perché devono piacermi per forza i neri, i gay, i fancazzisti dei centri sociali, le femministe, la Kyenge o la Boldrini, il Papa, Fiano, Zoro e altri insulti viventi all’estetica, l’etica o il semplice buongusto? Perché deve piacermi Luxuria se trovo il personaggio, e la sua vista, rivoltante? Deve piacermi per legge, perché così vuole il pensiero politicamente corretto? Perché? Chi ha stabilito questi criteri estetici? Per fare un esempio pratico di cosa fa scattare l’accusa di razzismo in un post del 2013 ho messo a confronto Cécile Kyenge con Vanessa Hessler, così anche i ciechi possono vedere la differenza. Guardatelo:  “Razzismo cromatico“. Notate qualche leggerissima differenza estetica? Oppure il solo affermare che c’è una differenza e che preferiamo una (non dico quale) all’altra è razzismo?

Torniamo al nostro Fiano e vediamo cosa riportava di recente ancora Libero.it: “Fiano basta con la Tv; al suo posto Richetti che piace alle donne“. Il guaio di questo personaggio è che te lo trovi sempre sotto gli occhi in TV dalla mattina alla sera. Se non è ad Agorà su RAI3 al mattino (se non c’è lui c’è Gennaro Migliore; esteticamente non cambia molto), è ad Omnibus o L’Aria che tira su La7, lo ritrovi al pomeriggio a Tagadà. lo vedi su tutti i TG, lo ritrovi da Gruber o in uno dei soliti talk show passerella per politici che passano più tempo in TV che in Parlamento. E, se ci fate caso, le facce di politici, giornalisti ed opinionisti di professione, che vediamo ogni giorno in Tv, sono sempre le stesse. Ne cito alcune a caso, le prime che mi vengono in mente: Travaglio, Padellaro Scanzi, Peter Gomez, tutti del Fatto quotidiano (quasi di casa su La7, insieme a Marco Damilano direttore de L’Espresso), Claudia Fusani ex L’Unità (su qualche rete la trovate ogni giorno), i filosofi Massimo Cacciari e Diego Fusaro (uno post-comunista, l’altro neo marxista; sarà un caso?) ed altri in ordine sparso, presentati come intellettuali o con i titoli accademici (vedi il sociologo De Masi che salta da un canale all’altro e discetta su qualunque argomento), per nascondere la loro appartenenza all’area della sinistra. Un altro caso simile di “trucco” mediatico riguardava lo scomparso Stefano Rodotà (altro guru della sinistra onnipresente nei salotti Tv) che, nonostante la sua militanza politica, in TV veniva presentato come “Università La Sapienza” (sic), per nascondere la fede politica con l’autorevolezza del titolo accademico (un trucco molto usato ed abusato dai conduttori organici alla sinistra; quasi tutti). Ma non dobbiamo pensar male, deve essere solo un caso, una coincidenza, magari lo fanno in buona fede. No?

E come se non bastasse la presenza invasiva ed assillante della compagnia di giro degli opinionisti di professione sulle varie reti, su La7 si verifica una curiosa particolarità; i vari personaggi e volti della rete si ospitano a vicenda. Così vedete Formigli che ospita Mentana, Mentana che ospita Floris il quale poi ospita Damilano (quasi ospite fisso da Gruber e Zoro), poi li trovi all‘Aria che tira di Mirta Merlino, dove passano tutti prima o poi, dove trovi insieme come opinionisti il solito onnipresente Damilano e un’altra conduttrice della rete, Alessandra Sardoni (dalla bruttezza imbarazzante ed insopportabile; c’è un limite a tutto, non basta il trucco, l’estetista o il ritocchino; l’unica soluzione è  Lourdes, un miracolo) che, a sua volta, ospita a turno tutti i volti de La7, o altri personaggi che evidentemente bivaccano negli studi TV. E’ una TV autarchica, fanno tutto in casa.

Ieri, a conferma di quanto dico, nel nuovo programma di Giletti “Non è l’Arena” c’erano quattro ospiti in studio: Matteo Salvini, un imprenditore e…Enrico Mentana e Gennaro Migliore. Che caso, che combinazione, che coincidenza. “Eccheccasoooo”, direbbe Greggio! Tranquilli, alla prima occasione, magari l’ennesima “Maratona” elettorale, Mentana ricambierà il favore ed ospiterà Massimo Giletti. Ora chiedetevi perché in Tv vediamo sempre le stesse facce (che sono quelle dei personaggi della cultura e della politica che sembrano essere gli unici autorizzati ad esprimere la personale opinione su tutto lo scibile umano e che, a lungo andare, condizionano l’opinione pubblica) e provate a darvi una risposta.

Ma torniamo al nostro Fiano. Cosa riferisce Libero? Sembra che in seno al PD non tutti apprezzino questa eccessiva presenza mediatica di Fiano e che non solo dia fastidio, ma ci sia proprio una petizione sottoscritta da diversi esponenti dem che chiedono proprio una sua minore presenza in TV a favore di Richetti “più simpatico“. Anche questi hanno impiegato un po’ di tempo a capire che questo Fiano non è proprio il massimo della simpatia e che, forse, bisognerebbe dargli meno spazio. Forse, dico forse, non mi sbagliavo. Ma questa non è discriminazione per motivi estetici? No, perché ricordate che se questo lo facesse la destra sarebbe un gravissimo atto di discriminazione, ma se lo fanno i compagni del PD è semplice dialettica interna. Bene, anche oggi mi sono sfogato; ogni tanto ci vuole, anche se lo leggeranno in pochissimi. I dati del contatore visite sono talmente sballati che, come ho già detto in passato, non ci credo nemmeno se me lo mette per iscritto un notaio. Ma c’è chi è convinto che migliaia di utenti leggano ogni giorno quello che scrivono. L’importante è crederci. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Giorno della memoria, fra crimini e talenti

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che  non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata” nuova.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

 

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Le nuove Miss

Eh, signora mia, non ci sono più le Miss di una volta. Quelle belle ragazze prosperose che negli anni ’50/’60 rappresentavano la tipica bellezza italiana e che spesso dalle pedane del concorso di Miss Italia facevano il salto nel cinema diventando attrici di primo piano. Quattro anni fa, a proposito di questi cambiamenti di criteri estetici, scrivevo: “Anche la classica bellezza italiana sembra aver perso i connotati che la identificavano. Non ci sono più le “maggiorate” dei concorsi di bellezza di una volta. Scomparse le belle ragazze formose  e procaci come Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Lucia Bosè, Silvana Mangano, Sofia Loren. Erano l’immagine della salute. Ora vanno di moda le magre. Più sono magre e più sono quotate. Infatti non le pagano un tanto al chilo, non pagano il pieno, pagano il vuoto. Più sono vuote e più valgono.“.

Oggi anche i canoni di bellezza sono mutati e si adeguano ai tempi, alle mode, al nuovo modello di società multiculturale e multietnica. E’ il nuovo verbo politicamente corretto che si diffonde come il vento nell’Europa e nel mondo. Così assistiamo ad eventi impensabili solo qualche decennio fa. Negli USA, Stato dello Iowa, una ragazza senza un braccio partecipa ad un concorso di bellezza, vince il titolo di Miss Iowa e partecipa alle finali di Miss America 2013.  A giugno scorso una ragazza paraplegica sfila in carrozzina su una passerella di moda. E ancora mulatte (Denny Mendez) che vincono il titolo di Miss Italia, ragazze etiopi (Yityish Aynaw) che diventano Miss Israele e trans barbute (Concita Wurst) che vincono il festival europeo della canzone.  Strano che Luxuria non abbia vinto ancora nessun concorso  di bellezza; però ha vinto il reality L’isola dei famosi (sarà un caso?). Ma forse è solo questione di tempo, perché ormai tutto è possibile in “Questo mondo di rinco“.

Il mondo sta cambiando e niente è come prima; saltano tutti gli schemi, i riferimenti, i modelli ed i criteri estetici e morali. Il fine dei talebani del pensiero sembra essere lo stravolgimento totale della civiltà occidentale così come è stata fino ad oggi. Speriamo che non facciano come i talebani veri che abbattono le statue del Budda, e per eliminare del tutto qualunque simbolo o ricordo della vecchia civiltà  non distruggano anche cattedrali,  castelli, monumenti e opere d’arte. Ed ecco l’ultima notizia che conferma questo cambiamento totale e irreversibile.

Guardate la foto a lato e dite sinceramente, se doveste indicare la più bella, quale scegliereste? Credo che ci siano pochi dubbi, a meno che non si sia  strabici a tal punto da avere grosse difficoltà a mettere a fuoco le immagini. Ma evidentemente in Finlandia devono avere degli strani gusti, perché quella ragazza nera nigeriana al centro ha appena vinto il titolo di Miss Helsinki. Già è strano che una nigeriana vada a finire in Finlandia. Che poi superi  le varie selezioni di un concorso di bellezza ed infine, addirittura, vinca il titolo come rappresentante della bellezza nordica è fuori da ogni logica. Ma diventa quasi normale se pensiamo che una delle mete preferite degli emigranti africani è proprio il nord Europa: Svezia, Norvegia, Finlandia. Ma noi non dovremmo sorprenderci perché qualcosa di simile lo abbiamo fatto molto prima dei nordici finlandesi, facendo vincere il titolo di Miss Italia ad una mulatta di Santo Domingo: “Miss Italia col trucco“. E non è finita, anzi dobbiamo aspettarci di tutto e di più; il peggio deve ancora arrivare. Per dimostrare quanto siamo buoni ci stiamo rovinando con le nostre mani pur di adeguarci al politicamente corretto. Quando essere neri non è più uno svantaggio, ma diventa un pregio e, per evitare accuse di razzismo e discriminazione, si arriva a far vincere un titolo di bellezza nordica ad una nigeriana solo perché è nera, questo non ha niente a che vedere con la solidarietà, l’accoglienza, l’integrazione, lo spirito umanitario, i diritti umani, la società multietnica e tutte le stronzate ideologiche politicamente corrette. Questa è pura e semplice idiozia. Come dire che per non farsi accusare di omofobia ci si lascia sodomizzare. Assurdo, ma il concetto è questo. A nessuno viene almeno un piccolo dubbio che forse, dico forse, stiamo esagerando?

Purtroppo ormai questo sembra un destino segnato. Ci stiamo avviando al declino del mondo occidentale ed alla scomparsa della nostra civiltà, non per qualche strana imprevedibile ed inarrestabile calamità naturale, ma per nostra libera scelta; da perfetti  idioti.  Gli effetti di questo  masochismo a lungo andare (ma non ci vorrà molto tempo) saranno devastanti, Ma anche nel presente si notano piccoli segnali che  sono sintomatici del progressivo adattamento della società al nuovo modello imposto dal pensiero unico. Oggi per guadagnarsi l’attenzione dei media e qualche forma di aiuto e assistenza, bisogna essere strani, fuori dalla norma, avere qualche deficit, diversità o stranezza di qualche tipo, bisogna appartenere a quelle che chiamo “categorie protette“: zingari, immigrati, neri, musulmani, gay, lesbiche, trans, carcerati, drogati, disagiati fisici e mentali, poveri e ultimi. C’è uno stuolo di soggetti assistenziali e umanitari  che si occupano di loro: associazioni umanitarie, gruppi di volontari, enti, Onlus, Ogn, benefattori privati, filantropi, ONU, Unhcr, Unar, Coop, Consulte, Caritas, preti, vescovi e perfino il Papa. Possedere uno di questi requisiti costituisce titolo di merito, forse si acquisisce anche punteggio valido per i concorsi pubblici, si aprono corsie preferenziali e si impegnano somme ingenti per assisterli. Ne accennavo anche di recente nel post: “Natale con gli ultimi“.

Alle persone normali non ci pensa nessuno. Ragionieri dell’INPS e geometri del catasto, panettieri e parrucchiere, idraulici ed elettricisti, tranvieri e vigili urbani, bidelli e cassiere, pastori e contadini, sarti e salumieri, non esistono, nessuno se ne preoccupa, nemmeno l’ONU o il Papa. L’unico che si ricorda di loro è l’Agenzia delle entrate quando devono pagare le tasse. Per il resto non esistono. Tanto che finiranno per sentirsi emarginati, dimenticati, andranno incontro a crisi di depressione, stati d’ansia, panico e stress che potrebbero determinare gravi stati patologici. Solo allora, in quanto sofferenti di disagio sociale, rientreranno fra le categorie protette e finalmente qualcuno li degnerà di uno sguardo.  Quando qualunque forma di  diversità di tipo etnico, religioso, sessuale, psicofisico, diventa titolo di merito e quasi un pregio, l’unico handicap è essere normali. E non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci accusano di populismo, fascismo, xenofobia, razzismo, omofobia, islamofobia, e di qualche altra fobia che devono ancora inventarsi.

Rivalità, xenofobia e diversità

La rivalità fra popoli, nazioni, città, genti, perfino tra piccoli borghi, fa parte della storia dell’umanità, ne costituisce il filo conduttore. Storia e cronaca  ci raccontano rivalità secolari e piccole faide di paese. Nel post “Guelfi e xenofobia” accennavo alla storica rivalità tra città toscane, come Firenze e Siena, Pisa e Livorno, o tra fazioni, come guelfi e ghibellini, o ancora fra contrade, come a Siena. Ma rivalità e campanilismo non sono certo una prerogativa esclusiva della Toscana. Non c’è zona dell’Italia che sia immune da qualche forma di rivalità, più o meno accesa, antica o recente. Basta considerare che molto spesso esistono rivalità dure a morire anche tra piccoli paesi distanti pochi chilometri. Si scatenano attriti per il controllo del territorio, per i pascoli, per reciproci furti di bestiame, per una fonte, per qualche sgarbo fatto o subito in passato; o semplicemente per antichi rancori di cui non si ricordano più nemmeno l’origine e la causa scatenante, ma che lasciano traccia di ataviche contrapposizioni che si perpetuano nel tempo per consuetudine, come fosse una eredità culturale da rispettare, una tradizione comune da tramandare ai posteri.

Perfino all’interno dello stesso paesello nascono rancori e odio che sfociano spesso in sanguinose e tragiche faide familiari che si rinnovano e passano di generazione in generazione. Sembra che la rivalità, più o meno violenta, sia una pulsione naturale, uno stato di tensione permanente che nasce spontanea in una comunità, ed alla quale, a meno che non si sia in odore di santità, non ci si può sottrarre. Qualcosa  che scorre nel sangue dell’uomo e forse serve a scaricare quella buona dose di aggressività innata che solitamente viene repressa, ma è sempre pronta a salire a galla ed esplodere al minimo pretesto. Forse sono ricordi ancestrali di ataviche lotte tribali per la conquista del territorio, di una preda, una sorgente o una grotta. Sembra un istinto naturale comune a tutti gli esseri viventi. Uno degli istinti più evidenti negli animali è proprio la difesa del proprio territorio. Così ancora oggi l’uomo ha un bisogno quasi fisiologico di individuare un nemico da combattere o trovare qualche motivo per dividersi e schierarsi in opposte fazioni, tra tifoserie calcistiche, politiche, culturali, artistiche. E quando non ci sono più i guelfi papali e i ghibellini imperiali, ci si divide su Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, polentoni e terroni, S. Ambrogio e S. Gennaro; è il trionfo del fanatismo, spesso anche violento,  del tifo da stadio, applicato a tutte le relazioni umane.

La rivalità, intesa come forma di competizione e sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, è la condizione naturale di tutte le specie viventi, di uomini, animali, e perfino vegetali. Forse non ci facciamo caso, ma anche tra i fiori del giardino, tra gli alberi di un bosco, tra i cespugli e le erbe dei campi esiste una forma di rivalità che consente alle specie  più forti di crescere e svilupparsi a discapito di quelle più deboli. Anche tra i vegetali esiste una forma di istinto di sopravvivenza che si esprime  in una competizione per la vita che determina vincitori e vinti, vita e morte. A dispetto di chi continua a propugnare l’amore universale, anche i fili d’erba si fanno la guerra. Ecco perché tutte le ideologie fondate sulla supposta bontà dell’essere umano, sul mito del buon selvaggio alla Rousseau, su “ama il prossimo tuo come te stesso“, e sul “peace and love“, sono destinate a fallire miseramente:  sono contro le leggi della fisica, della chimica, della biologia; sono contro natura. Anche la materia è in continua lotta, non esiste condizione di stasi, di equilibrio; tutto l’universo è in continuo movimento, evoluzione, lotta tra forze contrarie, tra materia ed anti materia, tra cariche positive e negative, tra forze centrifughe e centripete, tra forze che si attraggono e forze che si respingono; non esiste l’armonia universale. Quando ci sembra che qualcosa abbia raggiunto una condizione di equilibrio, è solo il risultato della contrapposizione di due forze uguali e contrarie, ma sempre in tensione.

Ma lasciamo le guerre tra galassie e torniamo a cose più terra terra. Ha radici antiche la rivalità fra città, popoli, nazioni, civiltà: i toscani l’hanno sviluppata a livelli quasi patologici, ma il germe viene da lontano. Roma e Cartagine, Atene e Sparta, ne sono un esempio storico. Nel post sopra richiamato, parlavo di rivalità spinto dalla dichiarazione di un conduttore televisivo toscano, Paolo Del Debbio, il quale afferma che gli xenofobi gli fanno schifo; dimenticando che essi, i toscani, la rivalità ce l’hanno nel sangue. Ma rivalità e xenofobia, seppure complementari, sono concetti diversi. La rivalità è presente nella vita quotidiana e la si trova in ambiti diversi, nel lavoro, lo sport, il commercio, arti e professioni e perfino in amore; la si può tranquillamente scambiare per una forma quasi innocua di concorrenza o confronto, più o meno leale, ma di solito senza conseguenze tragiche. Anzi, talvolta, una rivalità non aggressiva può stimolare un maggiore impegno ed avere effetti positivi. La xenofobia è un atteggiamento mentale diverso dalla semplice rivalità e, come tutti sanno, è una parola greca composta da xenos (straniero) e  phobos  (paura) e significa, quindi, “paura dello straniero“.

Essendo parola di origine greca, giusto per fare ancora un esempio concreto di quanto siano antiche le radici della contrapposizione fra città anche vicine,  viene spontaneo ricordare la storica rivalità fra Atene e Sparta. Bisogna anche ricordare che per i greci tutti gli stranieri, che non parlavano la lingua greca, erano considerati barbari  (barbaroi), che non significa uomo con la barba“,  come si potrebbe pensare perché in italiano il richiamo onomatopeico viene spontaneo,  ma indica la ripetizione della sillaba “bar…bar“. Alle orecchie dei greci gli stranieri parlavano lingue buffe ed incomprensibili e, forse a causa di un suono ricorrente, sembrava che avessero difficoltà di pronuncia. Così, sarcasticamente, li indicavano come quelli che parlano “Bar…bar…”, ripetendo le sillabe come se, appunto, fossero balbuzienti.  Da qui la definizione di “Barbaroi“, barbari. Come noi usiamo dire “Bla, bla…” di discorsi vuoti, o “Gne gne…” di un parlare lezioso e monotono, o come se noi oggi, indicando i popoli anglosassoni, la cui lingua ha molte parole con desinenza in “…tion”, li chiamassimo gli “Scionscioni“.

Detto questo, bisogna anche ricordare che allora i rapporti fra i popoli non erano molto pacifici. Se riuscivano a farsi la guerra fra Atene e Sparta vuol dire che allora la cosa più frequente non era la pace, ma la guerra. E la storia antica ci racconta proprio vicende di scontri continui tra città, popoli, imperi. Il continuo pericolo di essere invasi e finire magari schiavi in paesi lontani (pensiamo al popolo ebraico per secoli schiavo a Babilonia e in Egitto) non lasciava certo dormire sonni tranquilli. Ovvio, quindi, che la “paura dello straniero” fosse  la cosa più naturale. Per i Greci  i persiani erano “stranieri“, ed  avevano mille ragioni per averne paura. Per fortuna, si dirà, oggi non c’è più il pericolo di essere invasi e di finire schiavi a Babilonia. Il mondo vive un periodo di relativa pace e sembrano finiti i tempi in cui re e imperatori scatenavano guerre solo per ingrandire il proprio territorio o per affermare la propria potenza.  Almeno così sembra, apparentemente.

Non ci sarebbe più alcun motivo, quindi, di aver paura dello straniero. Ecco perché ci ripetono ogni giorno che la xenofobia e la paura dello straniero, che identificano con la paura del  “diverso” (che sembra lo stesso concetto, ma non lo è: è “diverso”) non sono accettabili. Lo ripetono così spesso che anche Del Debbio ne è convinto e dice che gli xenofobi gli fanno schifo.  Non solo gli xenofobi fanno schifo a Del Debbio, ma se la paura dello straniero comporta anche un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello che si ha solitamente nei confronti degli italiani, si corre il rischio di incorrere nel reato previsto dalla legge Mancino che punisce la  discriminazione razziale, etnica e religiosa. Altro che libertà di pensiero, di opinione, di stampa; vale solo in un senso. Del Debbio ha piena libertà di espressione e può tranquillamente dire in televisione che gli xenofobi gli fanno schifo. Normale, come se dicesse che gli fa schifo la pasta scotta o gli scarafaggi fritti. Ma non è consentito il pensiero contrario. Se qualcuno si azzarda a dire che gli fanno schifo gli stranieri, rischia pesanti sanzioni, o addirittura la galera. C’è schifo e schifo: c’è lo schifo di Stato, quello regolare, ufficiale, a norma, omologato; e c’è lo schifo non consentito, senza il marchio CE, lo schifo abusivo, fuorilegge.

Oggi, per esempio, il presidente emerito Napolitano, è intervenuto ad un convegno presso la Scuola di politica diretta da quel genio di Enrico Letta: quello che, per pacificare gli animi ed evitare di dividere l’opinione pubblica, aveva nominato ministro la congolese Cécile Kyenge; quello che aveva lanciato il servizio taxi navale gratuito Libia-Italia (molto apprezzato dai buonisti e terzomondisti d’Italia), che hanno chiamato Mare nostrum e ci costa 300.000 euro al giorno solo di spese correnti; quello che a Palazzo Chigi non è rimasto nemmeno il tempo per capire dove sistemare la biancheria; quello che è stato liquidato con un sms “Enrico stai sereno“, da un ciarlatano toscano in cerca di gloria. Ora, che Letta, dopo il fallimento “politico” del suo breve mandato da presidente del Consiglio, insegni politica è davvero bizzarro. Diceva una vecchia battuta di Woody AllenChi sa fare, fa. Chi non sa fare insegna“. Ecco, Letta insegna politica.

Napolitano, che non si rassegna a stare in un angolino e godersi lauti compensi e privilegi da senatore a vita, ma vuole essere ancora in primo piano e, seppur senza l’assiduità di quando era al Quirinale, non manca di trovare l’occasione per esternare il suo pensiero, fornire “saggi” consigli non richiesti, stigmatizzare fatti e personaggi non di suo gradimento. Fra le altre baggianate presidenziali, oggi se la prende con la Lega e li bolla come “xenofobi“: “Lega su posizioni xenofobe“. E la Lega lo denuncia (finalmente). Oggi, quando si vuole insultare qualcuno, specie se ha idee diverse da quelle dominanti, basta accusarlo di essere razzista, xenofobo, fascista e populista. Queste sono le accuse più ricorrenti contro coloro che non sono allineati al pensiero unico dominante. E con questo chiudono il discorso ed ogni possibilità di dialogo.  Siamo in pieno regime della sinistra. Il pensiero unico politicamente corretto è diventato etica di Stato. E l’essere in contrasto con esso è “quasi” reato. Manca solo che impongano per legge l’etica di regime e che modifichino l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: purché sia omologato all’etica di Stato e non sia contrario o in contrasto con il pensiero del regime“. In confronto a questa gentaglia che si definisce “democratica” e antifascista, il fascismo era un’associazione umanitaria che si batteva per la massima libertà di espressione. Punto.

Si fa passare per xenofobia la semplice e naturale volontà di opporsi all’invasione degli immigrati, quella che arricchisce cooperative, associazioni e privati che gestiscono l’accoglienza. Ma a quanto pare lo scandalo di “Mafia Capitale” non ha insegnato niente. Abbiamo dimenticato presto ( o facciamo finta di dimenticarlo) che Buzzi disse che si guadagna più con i rom e i migranti che con la droga.  Ma se qualcuno si oppone a questo business dei migranti lo si accusa di xenofobia, di razzismo, di paura del diverso. In verità, però, la paura dello straniero/diverso non è solo quella che si nutre nei confronti di qualcuno che viene da un paese diverso dal nostro, con diversa lingua, abitudini, usi e costumi, tradizioni e perfino colore della pelle. Quando si assimila la paura dello straniero al concetto di paura del diverso si compie una truffa semantica, e lo si fa coscientemente ed intenzionalmente, perché per “diverso” si intende poi, per estensione, tutta una categoria di persone che hanno qualche caratteristica (fisica, psichica, religiosa, etnica, sessuale, etc) che le rende differenti dalla “normalità” della maggioranza della comunità. In fondo la normalità è questo: ciò che rientra nella “norma”, ciò che è comune alla maggioranza dei componenti di una comunità, di un sistema, di un insieme di persone, oggetti, animali, eventi. Ma nel tentativo di dare riconoscimento a tutto ciò che fuoriesce dagli schemi sociali, col lodevole intento di evitare discriminazioni, si tende a far passare ciò che è diverso come del tutto normale, per il semplice fatto di esistere.

E’ normale che esista la diversità, ma la diversità non è normale; altrimenti non sarebbe diversità. E si considera scandaloso e degno di pubblica condanna chi non accetta il concetto che ciò che è diverso sia normale. Ma se è normale non c’è ragione perché debba godere di una attenzione particolare. E se è diverso non c’è ragione per cui debba essere considerato normale. Eppure nessuno tenta di spiegare questa curiosa contraddizione; una specie di aporia che, vista l’impossibilità di trovare una soluzione (o la convenienza a non trovarla), tutti evitano come la peste. Non tutto ciò che esiste in natura è normale. Non tutto ciò che è normale è accettabile. Simpatia e antipatia sono sentimenti del tutto normali e naturali. Ma tendiamo istintivamente (e “naturalmente”) a frequentare le persone simpatiche ed evitare (in pratica discriminandole) quelle antipatiche. E per fortuna, dire che una persona è antipatica non è reato (per il momento). Ma l’aberrazione di questo concetto anti discriminazione è che se dici che ti è antipatico il vicino di casa è del tutto normale. Se dici che non ti è simpatico l’ambulante africano che insiste per venderti cianfrusaglie, è xenofobia, è razzismo. Ma nessuno spiega il perché. Si vorrebbe imporre, per legge, la simpatia universale.

Terremoti, valanghe, inondazioni, uragani, sono fenomeni naturali e, pertanto, “normali”, nel senso che è normale che accadano. Ciò non significa che guardiamo ai cataclismi naturali con lo stesso piacere e l’ammirazione che abbiamo verso il  fiorire dei ciliegi a primavera. Tutto ciò che esiste in natura è “naturale”, ma non per questo mettiamo tutto sullo stesso piano; anzi operiamo sempre delle “discriminazioni”, scegliendo ciò che è bello, piacevole o utile,  ed evitando ciò che è brutto, spiacevole o dannoso. Esiste Biancaneve ed esiste la strega cattiva. Se preferiamo Biancaneve stiamo discriminando le streghe?  Tutti ricorderanno un celebre sonetto di Cecco Angiolieri “S’i’ fosse foco“, che concludeva così: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui/ torrei le donne giovani e leggiadre:/e vecchie e laide lasserei altrui.”.  Angiolieri discriminava le donne brutte? E’ da condannare chi sceglie donne giovani e belle e lascia quelle brutte e vecchie? Secondo l’opinione corrente sembrerebbe di sì; non dovremmo fare nessuna distinzione tra bello e brutto, tra piacevole e rivoltante; sarebbe una discriminazione. Oggi il nostro Cecco susciterebbe le furie delle femministe.

Ma non divaghiamo su questioni estetiche. La paura e la diffidenza nei confronti di ciò che è diverso è connaturata nell’uomo, è un istinto naturale fortissimo. Anzi è un istinto primario complementare all’istinto di sopravvivenza. Aver paura di ciò che non conosciamo è un’arma di difesa che la natura ci ha fornito per metterci in stato di allerta davanti a situazioni pericolose per la nostra incolumità. Grazie a questo istinto abbiamo paura del buio perché non sappiamo cosa vi si nasconde; abbiamo paura dello sconosciuto perché non sappiamo chi sia, da dove provenga, quali intenzioni abbia e se possiamo fidarci o meno; abbiamo paura di insetti strani e animali non domestici perché non sappiamo se costituiscono un pericolo; abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da ciò che conosciamo per esperienza diretta perché non conosciamo le possibili insidie  nascoste. E facciamo bene ad aver paura, perché è questo istinto che ci evita di commettere errori che possono essere fatali.

Così, per tornare alla questione iniziale ed allo “schifo per gli xenofobi” di Del Debbio, ed alle accuse di xenofobia alla Lega, anche aver paura dello straniero o di migliaia di stranieri che invadono il nostro spazio vitale, costituisce una difesa istintiva, del tutto normale, anzi fa parte della nostra natura più profonda; perché non sappiamo, e nessuno lo sa o è in grado di fornire assicurazioni, quale pericolo possa costituire per noi la presenza di milioni di persone di lingua, cultura, tradizioni e abitudini diverse dalla nostra. Se poi aggiungiamo che arrivano a casa nostra senza essere stati invitati e soggiornano a spese nostre, mi sa che qualche motivo di preoccupazione gli italiani lo abbiano, a ragione. Si può, quindi, essere più o meno disponibili nei confronti degli stranieri, più o meno disposti all’accoglienza, ma non si può condannare con infamia la paura dello straniero, perché è del tutto naturale. Ciò che non è naturale, invece, è proprio il voler imporre un atteggiamento di amore e fratellanza universale sulla base di concetti astratti e principi morali che in natura non esistono; questo sì contro natura.

Forse non corriamo il rischio di finire schiavi a Babilonia o di dover fermare i persiani alle Termopili, ma ciò non significa che dobbiamo aprire le porte a tutti i disperati del terzo mondo solo perché aspirano ad una vita migliore. Non c’è nessuna ragione razionale e logica perché l’Italia si faccia carico di diventare una grande Caritas che sfama tutti gli affamati del mondo. Non è scritto da nessuna parte e non possiamo nemmeno permettercelo, perché avrebbe effetti devastanti sul piano dell’economia, della sicurezza e della convivenza sociale. Allora aver paura dell’invasione non è solo un diritto, ma è un dovere di ogni cittadino, perché altrimenti si pone a rischio non solo la sicurezza individuale, ma dell’intera comunità. Aprire le porte all’invasione non è solidarietà, è follia.

Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

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Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

La diversità è una ricchezza: dipende

In questi giorni sta passando in televisione uno spot ministeriale  realizzato a cura dell’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza: riguarda il tema della diversità intesa come valore e ricchezza. E’ interpretato dai ragazzi protagonisti di “Braccialetti rossi“, una fiction improntata proprio sulla diversità e la tolleranza.

E’ un tema ricorrente sui media, uno dei capisaldi del pensiero “politicamente corretto“. In apparenza è del tutto condivisibile, ma il rischio è che si tratti di un messaggio “civetta”, dietro al quale si celi un fine più ampio e subdolo che, col pretesto della tolleranza, vuole imporre l’accettazione di tutto ciò che può essere non solo diverso, ma anche in contrasto con la nostra cultura ed il sentire comune. Si coinvolge il pubblico con fiction, racconti e rappresentazioni emotivamente coinvolgenti,  per poi far passare, dietro quel messaggio apripista, di tutto e di più. Ho parlato spesso di queste ambiguità mediatiche e del pericolo di una interpretazione distorta dei concetti maldigeriti di diversità e uguaglianza. Per dirlo chiaramente ed in maniera sintetica, con un’espressione che non è molto elegante, ma esprime benissimo il concetto: “La difesa della diversità non giustifica l’esibizione e l’ostentazione di ciò che è contro la morale corrente, la buona educazione ed il buon senso. Anche la merda esiste ed è del tutto naturale. Ciò non significa che la si debba portare a tavola.”. Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma visto che sono cose già dette e ridette, tanto vale riprendere un vecchio post di due anni fa su un altro spot del governo dedicato al tema dell’omofobia.

Natura e diversità (settembre 2013)

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti diversi e parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura e della sua diversità. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la diversità è la norma. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano, attribuire a tutte lo stesso valore e convincerci ad accettarle.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

Vedi

Diversamente uguali e ugualmente diversi

Omofobia, xenofobia, razzismo

Razzismo o cosa?

Voltaire e l’Islam

Ama il prossimo tuo

Banane e razzismo

Carnevale romano

Elogio della diversità

Natura e diversità

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la norma è la diversità. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano ed attribuire a tutte lo stesso valore.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!