Parigi, day after bis

Come scrivevo due giorni fa nel post “Parigi e le stalle chiuse“,  da due giorni non si parla d’altro che della strage di Parigi. Praticamente i canali televisivi trasmettono, mattina pomeriggio e sera.,  lo stesso talk show a reti quasi unificate, e si ha l’impressione che gli ospiti (più o meno sempre le stesse facce che saltano da uno studio all’altro) praticamente bivacchino negli studi televisivi. E se ne sentono di tutti i colori. Analizzare i loro discorsi sarebbe lungo e noioso, visto che si ripetono come messaggi da segreteria telefonica. Ormai fanno più pena che rabbia. Ma ciò che lascia stupiti è il fatto che queste tragiche circostanze diano la possibilità a chiunque di esprimersi e di dire le sciocchezze più mastodontiche (e spesso autentiche cazzate madornali, tanto per usare un eufemismo), condite con una buona dose di ipocrisia e rispettose della disciplina di partito, di sagrestia o di moschea, e che tutto sia giustificato dal pluralismo e dalla libertà di espressione. Allora mi viene in mente un post di gennaio scorso, subito dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Tanto vale riproporlo per intero, senza cambiare una virgola, perché si adatta perfettamente, purtroppo, anche a questo secondo  “day after” parigino. Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris“, non è cambiato quasi niente: cambia  solo lo slogan ed i nomi dei morti. Ma la Francia e l’Europa, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione. Dopo ogni tragedia, come la strage di Charlie Hebdo o l’esplosione di violenza devastatrice nelle banlieue parigine,  si fanno dichiarazioni di circostanza, cortei, fiaccolate, solita passerella di autorità che esprimono solidarietà e posano per la foto di gruppo, e poi tutto procede come prima. Lo ricordava anche di recente, il 26 ottobre scorso, quasi come un tragico presagio di ciò che stava per succedere, questo articolo del Corriere.it: “Francia, le banlieue 10 anni dopo la crisi: non è cambiato niente.“.

Voltaire e l’islam (19 gennaio 2015)

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

 

C’è un limite all’immigrazione?

Nell’ultima settimana ne sono sbarcati 10.000. Rispetto allo scorso anno, c’è già un aumento del 15% degli arrivi (dall’inizio dell’anno ne sono arrivati circa 35.000). E poiché l’anno scorso, solo via mare, ne sono sbarcati 180.000, significa che quest’anno, se queste sono le premesse (e tutto lascia supporre un notevole incremento), arriveranno più di 200.000 immigrati. A 35 euro a testa al giorno (tanto ci costano, più assistenza sanitaria e legale e attività integrative varie), fate un po’ i conti di quanto ci costano.  Sai che pacchia per cooperative, associazioni e titolari di hotel, che campano sull’accoglienza e ricavano profitti milionari (Già dimenticato l’affare “Mafia capitale” e le cooperative rosse di Buzzi, quello che diceva che si guadagna più con i Rom e migranti che con la droga? Vedi “Bassotti romani“).

Ma ormai, visto che le strutture di prima accoglienza sono al collasso e che anche gli hotel sono pieni, si pensa di sistemarli direttamente nelle case degli italiani con soluzioni e proposte strampalate come quella di Ignazio Marino, sindaco di Roma (Adotta un immigrato).  Secondo stime ufficiali degli anni scorsi, gli arrivi via mare sono solo il 10% del totale degli immigrati che entrano in Italia. Ora fate voi un piccolo calcolo mentale ed avrete una cifra allarmante di immigrati ai quali dovremo garantire l’accoglienza, vitto e alloggio, abbigliamento, assistenza sanitaria e legale; oltreché, naturalmente, le spese di uomini e mezzi impegnati nelle operazioni di soccorso (solo Mare nostrum costava – e continua a costare, visto che l’operazione ha solo cambiato nome, ma continua – 300.000 euro al giorno). Chi paga? E ancora, perché si vuole imporre questa politica di accoglienza “contro la volontà degli italiani“? (Vedi “Democrazia in coma profondo“)

Nessuno sembra avere idea di come fermare questa invasione. Né ci sono limiti all’accoglienza. Secondo i buonisti di casa nostra dobbiamo accogliere tutti per solidarietà e perché ce lo impongono le nostre leggi, la Costituzione e gli accordi internazionali. Norme che possono essere valide in condizioni normali, ma di fronte a flussi migratori di massa continui ed inarrestabili le leggi si possono cambiare, gli accordi si possono rivedere e correggere.  Non è accettabile affermare che per solidarietà e principi umanitari dobbiamo accogliere chiunque aspiri a migliorare le proprie condizioni di vita o chieda diritto d’asilo perché lo prevede la Costituzione, l’ONU e gli accordi europei. Significa che  tutti gli  italiani che non hanno lavoro, casa e prospettive per il futuro e coloro che vogliono migliorare il proprio tenore di vita, possono trasferirsi in massa in Svizzera, nel Lussemburgo, nel Principato di Monaco o nel   Liechtenstein, perché pare che lì si viva meglio? Potreste provare ad andarci e chiedere di essere accolti facendo appello ai principi umanitari ed alla solidarietà, ma non credo che vi accoglierebbero a braccia aperte. A proposito di accoglienza profughi per la quale tanto si battono le anime belle della sinistra nostrana, tanto per capire quale sia il livello di ipocrisia di certa gente,  leggete qui come i comunisti ed i compagni della CGIL nel 1947 accolsero i profughi istriani: “Foibe, profughi e smemorati“.

Se non siamo in condizioni economiche e sociali (e non lo siamo) di accogliere milioni di persone che scappano da guerre, persecuzioni e fame o da paesi che non garantiscono i diritti umani e la democrazia, allora i principi umanitari, la Costituzione, gli accordi internazionali e le norme europee diventano inapplicabili e vanno rivisti e corretti.  In teoria, secondo le norme vigenti, non ci sono limiti al numero di potenziali “richiedenti asilo”, nessuno ha stabilito un limite compatibile con le reali possibilità di accoglienza dei singoli paesi. Tanto è vero che nessuno perla seriamente di fermare l’immigrazione, ma solo di redistribuire gli immigrati, nelle regioni d’Italia o nei paesi europei, secondo quote concordate. Significa che se mezza Africa decide di trasferirsi in Italia perché si vive meglio che in Burundi, dovremmo accogliere centinaia di milioni di africani perché lo prevede la Costituzione? Ma siamo sicuri che chi ha voluto e scritto queste norme sul diritto d’asilo a profughi e rifugiati si rendesse conto delle possibili conseguenze? Eppure c’è un piccolo espediente per valutare la bontà di un principio, di una legge, di una norma: basta ipotizzare la loro applicazione portata alle estreme conseguenze e immaginarne gli effetti possibili. Questo trucchetto bisognerebbe applicarlo sempre e comunque, ogni volta che qualche mente geniale si inventa qualche nuova regoletta per complicare la vita dei cittadini o pensa di imporre per legge dei principi morali, anche in contrasto con la natura umana e perfino con  le leggi della natura.

Esempio pratico. Bisogna dare accoglienza e diritto d’asilo a tutti coloro che nei loro paesi sono perseguitati per motivi politici, religiosi, etnici? Bene, nel mondo ci sono miliardi di persone che si trovano in queste condizioni. Significa che se decidessero di trasferirsi in Italia dovremmo accogliere tutti per spirito umanitario, per solidarietà e perché lo dice la nostra Costituzione? Nessuno sarebbe così pazzo da pensarlo. Ciò significa che quei principi tanto sbandierati, strenuamente difesi e riportati con grande enfasi in tanti documenti ufficiali e sottoscritti da buonisti militanti, intellettuali e politici sensibilissimi  e sempre pronti a mettere la propria firma su qualunque documento, “Carta”, manifesto o appello umanitario, specie quando se ne ricava visibilità e qualche voto in più, quei principi sono sbagliati e pericolosi perché, se portati alle estreme conseguenze, avrebbero effetti devastanti.  Eppure questo è ciò che continuano a ripetere ogni giorno attraverso i media, forse senza rendersi conto di quello che dicono, tutti i buonisti militanti,  Papa compreso, la Boldrini, i boldriniani, la Caritas, l’ONU, i cattocomunisti del PD, quelli della “Carta di Roma“, gli “Alti commissari” dell’UNHCR e, soprattutto, quelli che fanno i benefattori umanitari con i soldi pubblici e sull’accoglienza ci campano alla grande alla faccia degli italiani che pagano il conto. A nessuno viene in mente che, forse, quei principi intoccabili della “Costituzione più bella del mondo“, andrebbero rivisti o almeno adeguati ai tempi ed alle condizioni politiche, sociali, economiche?

Allora viene spontaneo chiedersi “Ma c’è un limite?”. No, non intendo un limite all’immigrazione (che sarebbe scontato; me lo chiedevo già 7 anni fa nel post sotto linkato), intendo dire se c’è un limite alla stupidità umana. Temo di no.

Vedi “Immigrati: c’è un limite?”

E se non basta, date uno sguardo anche a questi:

Islam e Occidente sono incompatibili.

Immigrati e buon senso

Migrazione e ipocrisia.

Immigrazione, la strategia sinistra.

La profezia si avvera.

Islam, lezioni di odio.

Multiculturalismo flop (Discorso di David Cameron)

Il multiculturalismo è fallito.

La fine della pazienza (Dichiarazione di Angela Merkel sul fallimento del multiculturalismo)

Migrazione fra retorica e realtà (Cosa succede in Germania)

Banlieu, la città malata.

Evviva, ci arrendiamo (l’islam in Germania)

 

Voltaire e l’islam

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Sardi e cataclismi

I sardi sono impazienti. Sì, hanno tante buone virtù, ma la pazienza non è il loro forte. Prendiamo, per esempio, l’alluvione che a novembre scorso ha devastato Olbia e vari centri dell’isola, provocando distruzione e vittime. Arrivarono subito le alte autorità dello Stato a fare la passerella rilasciando dichiarazioni di circostanza con l’espressione contrita e la faccia da funerale d’obbligo in simili tristi occasioni. Il premier Enrico Letta atterrò, fece un giro in piazza e ripartì subito garantendo l’impegno dello Stato e finanziamenti per la ricostruzione. Finanziamenti mai arrivati. I sardi sono tosti e la parola data ed una stretta di mano sono un vincolo più forte di qualunque rogito o giuramento. La parola data si rispetta, costi quel che costi. Beh, diciamo che una volta era così! Ecco perché, dopo otto mesi dalle promesse di Letta, visto che non è stata mantenuta la parola, protestano sotto gli uffici della Regione, come riferisce il quotidiano locale L’Unione sarda: “Fondi per la regione mai arrivati“. Via, non siate così impazienti, date tempo al tempo.

Primo risultato della protesta; verranno messi a disposizione i fondi raccolti da C.R.I. Caritas ed altri Enti (12 milioni di euro). In pratica, i soldi donati dai cittadini attraverso le varie associazioni. Per il resto, i fondi promessi dallo Stato,  si vedrà, con calma. Ma non sono solo  i sardi danneggiati dall’alluvione a protestare. In Sardegna la protesta è ormai endemica, fa parte dell’identità degli isolani. Sai sardo? C’è sempre qualche buon motivo per protestare. Protestano i minatori del Sulcis, emblema di un territorio che è il più povero d’Italia, protestano i pastori sempre in lotta con  periodiche epidemie di peste suina o “Lingua blu” che  fanno strage di ovini e suini. Protestano i cassintegrati, orfani delle cattedrali nel deserto, protestano gli agricoltori illusi  dai contributi facili ed ora sempre più ostaggio delle banche, protestano coloro che hanno perso il lavoro a causa della chiusura delle aziende falcidiate dalla crisi economica.

Nei giorni scorsi hanno protestato perfino i poliziotti contro i tagli previsti dal governo che rendono sempre più difficile assicurare il servizio: “La polizia protesta: basta tagli“. Devono anticipare le spese di viaggio e soggiorno per le trasferte di servizio e, spesso, devono provvedere personalmente alle pulizie di caserme e stazioni.  Mancano le auto di servizio e perfino la benzina. Mancano anche i mezzi idonei per interventi speciali in caso di calamità naturali e, giusto per migliorare il servizio, si prevede la chiusura di una ventina di presidi sul territorio regionale. Le spese per le piccole manutenzioni ai mezzi ormai obsoleti in dotazione, spesso sono a carico degli agenti. Insomma, ogni giorno c’è qualche protesta in corso.  Ma se cominciano a protestare anche i poliziotti che sono quelli che devono assicurare l’ordine pubblico, anche durante le manifestazioni di protesta, vuol dire che siamo proprio al limite.

I sardi sono protestanti per natura, per destino. Poi, però, quando arriva il Papa in visita ufficiale, riscoprono la famosa ospitalità sarda, dimenticano i problemi, la crisi, le miniere, la peste suina, i debiti, riempiono piazze e strade, si accalcano festanti lungo il tragitto papale, vestono i ricchi e variopinti costumi tradizionali, si agghindano con monili d’oro e d’argento, ballano in piazza Su ballu tundu e, per rispetto all’ospite, smettono di essere protestanti e diventano tutti cattolici, apostolici, romani. Poi il Papa riparte, i sardi si rendono conto che non è cambiato niente, si ricordano dei problemi e ricominciano a protestare.

Ora, però, cari sardi, devo fare un piccolo appunto. Forse avete anche ragione di protestare, però dovete anche tener conto della situazione generale. Capisco che sono passati quasi otto mesi dall’alluvione e che i tanto sbandierati fondi per la ricostruzione sono ancora al di là del Tirreno e forse  ci resteranno ancora per molto tempo. Però ricordatevi che c’è la crisi, la spending rewiew, la necessità di risparmiare sulla spesa pubblica. Sì, è vero che le spese non solo non diminuiscono, ma anzi aumentano. E’ vero che quasi tutte le Regioni sono sotto inchiesta per l’uso personale ed ingiustificato di una montagna di denaro pubblico. E’ vero che tutti rubano, che il denaro pubblico viene vergognosamente sperperato, che, nonostante le promesse di ridurre deputati e senatori, e loro stipendi, il numero dei parlamentari è sempre lo stesso ed i loro stipendi anche. E’ vero che, nonostante aumentino le tasse per ridurre il debito pubblico, stranamente, questo debito continua ad aumentare. E’ vero che proprio in Sardegna si continuano a pagare lauti vitalizi (mediamente 4.000 euro al mese) a 371 ex consiglieri regionali e che c’è chi, come Claudia Lombardo, ex presidente del Consiglio regionale. a 41 anni, va in pensione con oltre 5.000 euro al mese, alla faccia  di quelli che andranno in pensione a 70 anni ( se ci arriveranno). Vedi “Parassiti e culi“.

Potremmo continuare questo lungo elenco di vergognose sconcezze italiche, di assurdi privilegi e ruberie di regime, ma sarebbe troppo lungo e potrebbe rovinarci il fegato. Ma  basta dare uno sguardo alle notizie di cronaca per rendersi conto che i problemi sono tanti, le spese aumentano e le risorse disponibili sono sempre meno.

Per esempio, solo nell’ultimo fine settimana, nel giro di due giorni sono stati “salvati” dai mezzi della marina, 5.000 migranti. E’ l’operazione “Mare nostrum“, voluta dal premier  Letta dopo la tragedia di Lampedusa con centinaia di morti. Anche allora fu una mesta passerella di ministri e personalità dello Stato che, sempre con la faccia di circostanza, si mostrarono addolorati e promisero interventi importanti per scongiurare il ripetersi di tragedie simili. Andò anche il Papa, il quale lanciò in mare una corona di fiori (non serve a niente, ma fa scena) e gridò “Vergogna…”. Tutti si guardarono a vicenda e non sapendo esattamente a chi si riferisse il Papa e chi si dovesse vergognare, fecero orecchie da mercante e tornarono alle solite occupazioni politiche istituzionali (quelle di cui dovrebbero davvero vergognarsi).

Ma la prima trovata mediatica più che politica, giusto per trovare un colpevole,  fu scaricare la responsabilità sull’Europa, accusata di non intervenire e di non finanziare adeguatamente le operazioni di soccorso. Nessuno si azzardò a dire che l’unica cosa seria da fare era quella di cercare di fermare o scoraggiare questo traffico di disperati. No, non gli passa nemmeno per la testa. Dissero, invece, che bisognava intervenire in modo da assicurare una migliore accoglienza e rendere più sicuri i viaggi di barche incollate con lo sputo  e gommoni bucati. E si inventarono l’operazione “Mare nostrum“, che coinvolge mezzi navali ed aerei della Marina e della Guardia costiera. Il loro compito è quello di perlustrare il Mediterraneo ed intervenire in soccorso dei natanti avvistati. Un perfetto servizio “Taxi” per migranti. Appena partono dalla Libia, vengono avvistati, o viene segnalata via cellulare la posizione e la situazione di pericolo, ed i nostri mezzi arrivano fin sotto la costa africana, in acque libiche, per soccorrerli e portarli in Italia. Un servizio che, anziché scoraggiare gli arrivi, li incoraggia, visto che garantiamo questo servizio di intervento rapido alla prima segnalazione di pericolo.

Bene, questa operazione umanitaria ci costa la bellezza di 300.000 euro al giorno, solo di spese vive per tenere in mare uomini e mezzi. Ma è solo l’inizio, perché, una volta sbarcati, vengono accolti nei porti di arrivo o smistati in centri di prima accoglienza sparsi nelle varie Regioni, o sistemati in hotel o centri gestiti da associazioni e cooperative (ben felici di assicurarsi la ben remunerata  assistenza degli ospiti). Insomma, un vero e proprio mercato dei migranti sul quale molti ci campano. Secondo quanto riferito dalla stampa ogni migrante ci costa circa 40 euro al giorno, perché bisogna garantirgli vitto e  alloggio, pulizia, abbigliamento, assistenza sanitaria e piccole spesucce personali. Ovvero, più di quanto prende al mese un lavoratore normale o la maggior parte dei pensionati italiani.

E non basta ancora, perché poi bisogna pensare anche a garantire l’integrazione, il lavoro, la casa, la scuola e tutti quei diritti che nemmeno gli italiani sanno di godere. Ma ancora non basta per i nostri buonisti militanti. La presidentessa della camera Boldrini non è soddisfatta del trattamento riservato agli immigrati. Vorrebbe alloggiarli tutti all’Hilton 5 stelle lusso e mandare i turisti a dormire nei centri di accoglienza o nei dormitori pubblici; tanto per incrementare il turismo (“Boldrini, turismo di lusso, ma coi migranti…”). Poi si meraviglia che gli italiani non la sopportino e deve ritirarsi in campagna con il suo staff  per riflettere e studiare i trucchi per cercare di migliorare la sua immagine pubblica: “La Boldrini si affida a Gad Lerner per rifarsi il look“. La soluzione migliore per guadagnarsi la stima e l’eterna riconoscenza degli italiani è solo una: ritirarsi a vita privata, scompartire dalla circolazione e non mostrarsi più in pubblico.

Un giovane italiano è fortunato se riesce a lavorare in un call center e prendere 800 euro al mese. Un africano, senza arte, né parte, che sbarca in Italia senza essere invitato e viene sistemato in   hotel a grattarsi le pa…palpebre dalla mattina alla sera, ci costa 1.200 euro al mese. Ecco alcune notiziette edificanti: 1) Chioggia; immigrati in hotel, italiani in auto. 2) Pavia; proteste contro immigrati in hotel. 3) Napoli; immigrati, 17 mesi in albergo, 50 milioni di euro. 4) Imola; immigrati in hotel protestano per cibo, poco e inadeguato. 5) Sassari; immigrati in hotel sul mare, a Castelsardo, sardi  per strada. 6) Frosinone: Immigrati ospitati in albergo protestano, vogliono la “paghetta” di 6 euro al giorno. 7) Toscana; immigrati ospitati per 8 mesi in albergo a spese della collettività.  Basta e avanza, ma si potrebbe continuare ancora per molto, purtroppo.  Vi sembra normale? Vi sembra giusto? Se vi sembra normale continuate a sostenere i buonisti ipocriti, il Papa, Laura Boldrini, Cécile Kyenge e la sinistra terzomondista e multietnica. E naturalmente, continuate a pagare le tasse per sostenere queste spese. Altrimenti riflettete, prima che sia troppo tardi.

Per fare un piccolo esempio, andando a vedere le graduatorie dell’assegnazione degli alloggi popolari a Milano, si scopre che più della metà degli assegnatari sono stranieri( Case popolari; una su due va agli stranieri). Ma, per restare in Sardegna, ecco un recente progetto approvato dalla Regione Sardegna: “Beni benius; progetti formativi destinati agli immigrati in Sardegna“. Il progetto è finanziato con 372.562,08 euro. Da notare il capolavoro contabile di quegli “08” centesimi, che non si sa a chi andranno e cosa ci compreranno. E non è la sola iniziativa a favore degli stranieri. Ormai l’impegno principale degli amministratori pubblici sembra essere quello di inventarsi nuovi modi di favorire e finanziare chiunque arrivi in Italia, africani, cinesi, zingari. Ecco un’altra recente bella pensata del  Comune di Cagliari: “Stanziati 20.000 euro per libri e lezioni per i Rom”. I poveri di Stampace, San Michele, Marina, e Sant’Elia?  Possono aspettare, dobbiamo istruire gli zingari.

Cari sardi, ecco perché non ci sono soldi per gli alluvionati; servono per finanziare progetti per gli immigrati. E questa è solo una delle tante iniziative destinate agli stranieri. Facciamo di tutto per attirarli; pattugliamo il Mediterraneo giorno e notte, pronti a soccorrere tutte le barchette sgangherate, appena lasciano la costa libica, abbiamo abolito il reato di immigrazione clandestina, li sistemiamo in centri di accoglienza e, quando non bastano i centri, ormai al collasso, vanno in hotel e residence, stiamo tentando da anni di concedere a tutti la cittadinanza per i nuovi arrivati e lo ius soli per i nati in Italia. Abbiamo istituito enti specifici che si occupano dei migranti, Ci sono centinaia di associazioni che si occupano dell’accoglienza e dell’assistenza. Stiamo facendo dell’Italia il Paese di Bengodi per tutti i disperati del mondo.

E poi, quando ci rendiamo conto che i costi sono eccessivi ed insopportabili, scarichiamo la responsabilità sull’Europa che, giustamente ci manda a quel paese e ci ricorda che la responsabilità è solo nostra. Ecco cosa scrivevo, a proposito di questo scaricabarile, a ottobre scorso: “Ma il Consiglio d’Europa, giusto due giorni fa ha bocciato l’Italia, ritenendo che “a causa di sistemi di intercettazione e di dissuasione inadeguati” non solo le misure adottate per regolare i flussi migratori sono “sbagliate e controproducenti“, ma addirittura incoraggiano e favoriscono gli arrivi, così che “l’Italia si è di fatto trasformata in una calamita per l’immigrazione” (!). Chiaro o bisogna farvi il disegnino?”. Vedi: “Ipocrisia di Stato”.

Cari sardi, ecco perché si dimenticano delle nostre alluvioni e delle calamità naturali. Sono “in tutt’altre faccende affaccendati...”. Stanno pensando a sistemare gli immigrati. Solo da gennaio ne sono già arrivati 60.000, che si aggiungono ai 43.000 arrivati lo scorso anno, a quelli arrivati negli anni precedenti, ed a quelli che, visto che li trattiamo bene, arriveranno in futuro sempre più numerosi. E’ una migrazione biblica, una vera invasione di massa, che ci costa oneri insostenibili e toglie risorse, uomini e mezzi da dedicare a risolvere i gravissimi problemi degli italiani. E non possiamo rifiutarci perché tutti i buonisti di casa nostra si appellano alla Costituzione, all’ONU, ai diritti umani, al dovere di accogliere i rifugiati di ogni genere e provenienza e garantire il diritto d’asilo. Abbiamo fatto noi queste leggi e sottoscritto gli accordi internazionali. Ora ne paghiamo le conseguenze.

Le calamità naturali bene o male si superano, con pazienza, lavoro e tenacia, si ricostruisce, si riparano i danni, si ricomincia a vivere. Ma la calamità più grave che affligge l’Italia da decenni è una classe politica inetta, incapace, corrotta, che persegue cinicamente solo il proprio interesse o quello del proprio “branco” di lupi. E contro questa calamità non c’è argine, non c’è soluzione o rimedio. E’ peggio delle piaghe bibliche; quelle passavano, questa non passa mai, si rinnova continuamente ed è sempre peggio della precedente. Cari sardi, non siate impazienti, dunque, sopportate con rassegnazione anche questa calamità, e prima o poi, quando avranno finito di occuparsi degli immigrati, forse dedicheranno un po’ di attenzione anche a voi. Ma prima dobbiamo pensare agli immigrati, agli asiatici, agli africani, ai disperati di mezzo mondo. Poi, se avanza tempo e denaro, penseremo anche agli italiani ed ai sardi. E ricordate che alle alluvioni si sopravvive, alla politica no.

– Vedi “Il tariffario dei trafficanti di uomini“.

Arrivano le risorse

Sbarcati 4000 migranti in 48 ore. Oh gaudio, oh tripudio, gioite italici, sono tutte “preziose risorse”, come dicono l’ex ministra Kyenge, l’ex portavoce ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, e come affermano ogni giorno i pifferai magici della sinistra, sostenuti dai media opportunamente omologati al pensiero unico.

Ieri lo ha riferito il ministro Alfano ( Grave emergenza). Dall’inizio dell’anno ne sono arrivati già 15.000. Ma è solo l’inizio, l’antipasto, il bello deve ancora arrivare. Dicono alcune fonti attendibili, citate dallo stesso Alfano che dalla Libia  sono pronti a partire per l’Italia da 300 a 600.000 persone. L’anno scorso ne sono sbarcati più di 43.000. Ma quest’anno, viste le premesse di questi primi mesi,  la cifra sembra destinata a raddoppiare. Ma potrebbe anche andare molto peggio. Se pensiamo che nel 2012 gli sbarchi erano stati poco più di 20.000 ci rendiamo conto che stiamo andando verso una situazione molto critica e dalle conseguenze imprevedibili. Ma le nostre autorità e, soprattutto, gli addetti ai lavori (quelli che sull’accoglienza degli immigrati, in qualche modo, ci campano) ed i militanti del terzomondismo sono impegnatissimi nella loro quotidiana battaglia non per tentare di fermare la migrazione, ma per garantire una migliore accoglienza.

Il loro sogno segreto è quello di accogliere tutti con grandi festeggiamenti, sventolio di bandiere, canti di gioia, la banda comunale che esegue briose marcette, lancio di fiori, pacco dono con rinomati prodotti locali DOC, brindisi di benvenuto, sfilata delle autorità con fascia tricolore e stendardo comunale, una settimana di festa del migrante in onore delle “preziose risorse” con canti, balli, rinfreschi, riunioni conviviali all’ombra di freschi pergolati con vista sul mare, lancio di razzi, granate, mortaretti, tarallucci e vino e triccheballacche. E subito dopo questi momenti di prima accoglienza, garantire a tutti un soggiorno piacevole in deliziose villette sul mare (che so, Costa Smeralda, Portofino, Capri, Amalfi…), poi dare subito a tutti i “nuovi italiani”  la cittadinanza, il diritto di voto, un lavoro, la casa, la scuola, l’assistenza sanitaria,  il ricongiungimento familiare (così si portano dietro anche i vecchi genitori ai quali, data l’età, daremo anche subito la pensione), le ferie, la tutela sindacale e legale, l’assistenza gratuita di un patronato a scelta, un congruo aiuto economico ( a fondo perduto) per avviare una qualche attività commerciale, ingresso gratuito a musei e teatri (per favorire l’integrazione e la crescita culturale), la possibilità di diventare consiglieri comunali, provinciali o regionali, parlamentari e, perché no, anche ministri. E la domenica cornetti caldi alla crema.  Tanto non pagano di tasca loro.

E’ stato l’effetto rassicurante della politica, dell’ideologia  e della cultura sinistra di chi, incurante delle conseguenze, vuole distruggere l’identità del popolo italiano per diventare una società multietnica, multirazziale, multi religiosa, multiculturale e multi qualcosa, purché sia multi! Loro godono come mandrilli ad immaginare l’Italia come una specie di grande Bronx o China town, da Trento ad Agrigento. Così, attirati dal buonismo italico, arrivano come mosche al miele (per non dire altro…) sicuri di giungere infine alla desiderata “terra promessa“. Tutto merito delle sparate della ministra Kyenge che prometteva a tutti accoglienza e cittadinanza, dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina, della visita del Papa a Lampedusa e dei suoi appelli all’accoglienza, della campagna buonista di una sinistra che antepone l’ideologia alla realtà, di una miriade di associazioni il cui scopo sembra essere quello di incentivare l’arrivo di tutti i disperati del pianeta; forse perché hanno il loro bravo interesse a farlo. Merito della genialata di Enrico Letta che con l’operazione “Mare nostrum“, che ci costa 300.000 euro al giorno (lo ha confermato ieri Alfano), ha mobilitato navi ed aerei pronti ad intercettare, grazie anche alle rilevazioni satellitari,  qualunque imbarcazione veleggi nel Mediterraneo. Magari sono velisti in vacanza sul litorale libico, ma arriva subito la Guardia costiera, li carica a bordo, li camuffa alla meno peggio da migranti siriani o beduini arabi e li scarica a Lampedusa. Missione compiuta. Insomma, stiamo facendo di tutto per invogliare questo flusso migratorio che, dati i numeri,  con il diritto d’asilo di profughi e rifugiati ha ben poco a che fare; è una vera e propria invasione di massa. Pochi giorni fa hanno annunciato che i finanziamenti per questa operazione di salvataggio  sono finiti. E adesso che succede, visto che trovare nuovi fondi è una specie di impresa impossibile? Vuoi vedere che, per finanziare le nostre missioni di salvataggio migranti, ci scappa l’ennesimo ritocco a benzina e sigarette o un’addizionale IMU, Tarsi, Tasi, o come accidenti si chiama? Niente di strano se domani il governo Renzi annunciasse una nuova “Mare nostrum tax“.

Ma il presidente della “Commissione straordinaria per i diritti umani” (vedi “Emergenza immigrazione“) dice che non dobbiamo fare allarmismi, nega che sia in atto una invasione e chiede “nervi saldi, lucidità e calma…“.  Chi è il presidente di questa Commissione? Guarda caso è un vecchio militante comunista, Luigi Manconi, sessantottino militante di Lotta continua (chi ben comincia…), passato negli anni ’90 ai Verdi e poi senatore DS ed infine senatore PD. Ecco questi sono quelli che vogliono darci lezione di etica e decidere, in barba alla volontà popolare, come regolarci con gli immigrati. Comunisti erano e comunisti restano, anche se travestiti da democratici. E la loro ideologia mira, consciamente o meno,  al sovvertimento dell’ordine costituito, della politica, dell’organizzazione sociale, allo stravolgimento delle tradizioni, della morale, dell’identità nazionale. Già, perché loro al mito della rivoluzione proletaria non hanno mai rinunciato. Cercano solo di attuarla con altri metodi.

Vogliono il caos totale, perché la creazione di attriti e conflitti sociali (logica conseguenza dell’invasione di massa) è la premessa per giustificare la presa del potere in maniera anche violenta, se non ci riescono democraticamente. Ecco perché favoriscono l’immigrazione; più disperati arrivano e più si favorisce la creazione delle condizioni favorevoli a movimenti popolari di ribellione e rivolta che sfociano nell’istituzione di un governo autoritario. O, come minimo, quando riconosceranno a tutti anche la cittadinanza ed il diritto di voto (prima o poi ci arrivano…) saranno tutti voti guadagnati per la sinistra. E’ una  strategia cinica e subdola, soprattutto perché si maschera da buonismo e da difensori dei “diritti umani“. Oh, i diritti umani, che grande conquista! Peccato che parlino sempre e solo di diritti, dimenticando di fare qualche accenno anche ai doveri. Peccato che  quando parlano di diritti umani pensino solo a quelli degli immigrati di ogni provenienza e mai ai diritti degli italiani.

Si sente mai Manconi, Boldrini, Kyenge, l’ONU, l’Unione europea, l’Alto Commissariato per i rifugiati, la Caritas, l’ARCI, le varie Ong e umanitarie o altri pifferai buonisti, parlare dei diritti degli italiani? No, non succede mai.  Dimenticano troppo spesso che anche gli italiani sono “umani” e, quindi, potrebbero rivendicare dei diritti. Uno per tutti: il diritto di non essere invasi da africani, cinesi, romeni, zingari e avanti c’è posto, non spingete, ci stiamo tutti! E poi bisognerebbe anche prendere atto di una verità che i media si guardano bene da divulgare; il fatto che gli italiani sono stanchi di questa politica accoglientista, buonista e terzomondista e che, nonostante siano allo stremo a causa della crisi economica,  debbano sobbarcarsi le spese enormi che comporta l’opera di salvataggio in mare e successivamente le spese di mantenimento. Esiste una “Commissione dei diritti degli italiani”? No, non esiste. Questa è la fregatura. (Vedi “Immigrazione e business“)

Ma alcune stime di fonti attendibili dicono che le previsioni sono ancora più preoccupanti di quelle prospettate da Alfano; si parla di almeno 900.000 migranti che sono in attesa di partire dalle sponde africane. Lo riferiva di recente la Stampa (Immigrazione, siamo al collasso). Contenti? E guai a lamentarsi, al primo accenno di protesta si finisce subito al rogo mediatico, accusati di xenofobia e razzismo. Insorgono tutti, l’ONU, i tromboni della sinistra, i terzomondisti, le associazioni umanitarie, quelli che poi li sfruttano, quelli che ci mangiano perché sono pagati dallo Stato per assisterli. Insomma, c’è tutta una congrega di gente che sull’immigrazione ci campa. Alla faccia degli italiani ai quali nessuno chiede mai se approvino o meno questa linea di accoglienza indiscriminata con spese a nostro carico. E’ una scelta imposta dall’alto, da quella minoranza (perché, anche se nessuno lo dice, sono una minoranza) che, succube delle disposizioni dell’ONU, dell’EU, del Commissariato per i rifugiati, degli ideologi della sinistra mondiale, della Caritas, delle associazioni umanitarie, delle ong, di tutti quelli che sull’immigrazione ci campano o che ne ricavano un qualche beneficio, stanno perseguendo una strategia scientifica il cui fine è il completo sfacelo economico, sociale, culturale, politico, umano del mondo occidentale.

Eppure, se davvero si vuole rispettare la volontà popolare, come in democrazia sarebbe giusto ed auspicabile,  basterebbe leggere i commenti dei lettori agli articoli che parlano di sbarchi, immigrazione e società multietnica. Ormai molti quotidiani on line consentono ai lettori i inserire commenti. Volete sapere cosa pensano davvero gli italiani? Leggete quei commenti. Oppure bisogna far finta di niente? Già, meglio evitare, si potrebbe scoprire che la maggioranza degli italiani ne ha le tasche piene del buonismo ipocrita della sinistra.

Tanto per fare un esempio di cosa pensano gli italiani, si possono leggere i commenti a questo ennesimo articolo, apparso oggi nella Home Tiscali: “Mare nostrum. Boldrini: chi pagherà per i morti?“.  Legga, Boldrini, legga  e si renda conto di cosa pensa la gente.

Papa, colombe e presagi funesti

Stamattina il Papa si è affacciato alla finestra per il consueto messaggio dell’Angelus e per salutare i fedeli che affollavano piazza San Pietro. Poi i fedeli hanno assistito ad un altro rito consueto; la liberazione, da parte di due bambini, delle colombe della pace.

papa-colombe

Gesto più che mai appropriato ed in sintonia con lo spirito della giornata, visto che la piazza era gremita in gran parte da partecipanti  alla “Carovana della pace”. Tante volte da quella finestra è stata invocata la pace.  Sembrerebbe però, visti i risultati, che i continui appelli papali alla pace ottengano addirittura un effetto contrario.  Più i Papi invocano la pace e più conflitti si scatenano nel mondo. Tanto che sarebbe quasi consigliabile che il Papa, almeno per una volta (tentar non nuoce), si affacci a quella finestra e invece che fare il solito appello alla pace,  auspichi una bella guerra; hai visto mai che sia la volta buona che scoppia davvero la pace.

Le colombe volano libere sulla grande piazza, per la gioia di adulti e bambini. Ma forse, abituate alla sicurezza delle colombaie vaticane, sono del tutto ignare dei pericoli che incombono nel mondo esterno. La loro innocenza sembra quasi la rappresentazione in chiave animale  dell’ingenuità del classico messaggio buonista fondato sulla pace, sulla bontà d’animo e sulla fratellanza universale; concetti che trovano ampio spazio nel mondo astratto dei buoni sentimenti, del mito del buon selvaggio alla Rousseau, dell’evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso“, delle pompose dichiarazioni di tanto sbandierati, inapplicati ed inapplicabili “diritti dell’uomo“.  Concetti astratti, costruzioni artificiose della mente umana che sembrano avere giustificazione e ragion d’essere nel mondo della metafisica, ma che poca o nessuna attinenza hanno con il mondo reale. E infatti…

L'Angelus di Papa Francesco

Ecco che le candide colombe, appena liberate, si rendono subito conto che la vita, fuori dalle loro rassicuranti voliere, è qualcosa di molto diverso da quello che immaginavano. Vediamo qui una drammatica sequenza fotografica che documenta la breve libertà di una colomba della pace: “La triste fine della colomba del Papa”.

Riferisce l’articolo che la colomba, appena volata via dalle mani dei bambini, è stata prima aggredita da un corvo e poi da un gabbiano che l’ha divorata. Fine della libertà e della pace. Gli antichi àuguri, che traevano auspici interpretando il volo degli uccelli, le viscere degli animali ed altri eventi, osservando questo fatto ne avrebbero tratto tristi presagi di sventura. Un corvo nero che aggredisce una bianca colomba della pace è un segno così inequivocabile che nemmeno i segni premonitori delle piaghe d’Egitto  furono così espliciti. Triste presagio ancora più inquietante perché avviene sotto gli occhi di chi, ogni giorno, auspica la pace. Vola la bianca colomba della pace. Poi arriva un corvo nero e, sotto gli occhi atterriti della “Carovana della pace“, aggredisce la colomba che diventa così messaggera di pace…eterna!  Ma per fortuna oggi non ci sono più gli àuguri a predire sventure. Ciò non significa, però, che le sventure non possano arrivare anche senza essere previste.

 Vedi: Corvi e colombe

Dubbi sintattici

Ogni giorno, leggendo le varie news, veniamo assaliti da dubbi che, specie se non si è più freschi di studi, possono mettere in crisi i nostri ricordi scolastici ormai sbiaditi e la conoscenza della lingua italiana. La formazione delle frasi, nel linguaggio giornalistico, specie nella costruzione dei titoli, è spesso casuale e più che rispondere a precise regole sintattiche, sia nella versione cartacea che in quella in rete, è condizionata dalla necessità di allineamento e di contenimento della frase entro i limiti dello spazio a disposizione. Ma non sempre è una mera questione di spazio. Talvolta nello stesso spazio si possono inserire le parole in diverse combinazioni. Il guaio è che, secondo la disposizione delle parole, può cambiare il significato della frase.

Già in passato ho riportato alcuni esempi di questa nuova “sintassi casual” che spesso dà adito ad interpretazioni del testo bizzarre, ironiche e paradossali. Ecco due esempi recenti. Il primo, di due giorni fa, è del Corriere.it.

Ovviamente si riferisce ai compiti del successore del defunto Chavez. Ma, a rigore, la disposizione delle parole lascerebbe intendere tutt’altro. Sembrerebbe che in Venezuela esistano migliaia di “Presidenti“, ognuno con compiti specifici e limitati. Ci sarà un presidente dei trasporti, uno dell’istruzione, un altro della sanità e, naturalmente, un “Presidente per i diritti umani“. Un po’ come i nostri ministri, assessori, presidenti di Enti pubblici, aziende, consorzi o i presidenti delle bocciofile di quartiere. Niente di speciale. In Venezuela i Presidenti si sprecano, potrebbero esportarli.

L’altro titolo lo troviamo stamattina nel sito dell’ANSA.

Una ragazza cade sui binari (virgola) e il treno la investe. Ma, subito dopo averla investita, forse a causa della violenza dell’impatto…muore. Muore chi? Ovvio, il treno! Certo, una pedanteria linguistica. Eppure il vero significato della frase è esattamente questo: è morto il treno.

Si scherza, si scherza, giusto per sorridere un po’. Per oggi è tutto (forse), non cambiate canale, restate con noi, linea alla regia, pubblicità…

Preti in galera.

Tempi duri per la Chiesa. Da tempo è sotto tiro in Occidente, ma specialmente in Italia; contestata, accusata, in ogni occasione che ne offra il pretesto, di “crimini e misfatti” di vario genere. E tutti sono sotto osservazione, dal Papa all’ultimo curato di campagna. Ancora peggio se la passano i religiosi che si trovano all’estero, specie in paesi in cui non si limitano a contestarli, ma non ne tollerano nemmeno la presenza. E quando capita li arrestano. Così, senza tanti complimenti. Succede, per esempio, in Arabia saudita.

Ecco l’ultima flash news da beduinolandia “Arrestato prete cattolico“: “(ANSA) – RIAD – La polizia saudita ha interrotto a Riad una messa cattolica “clandestina”, arrestando un prete e 12 fedeli filippini. Lo scrive il quotidiano Arab news. Il blitz e’ scattato venerdi’ scorso in un hotel della capitale saudita, dove circa 150 filippini partecipavano alla messa. I filippini arrestati ed il prete sono stati formalmente accusati di “proselitismo” e poi rilasciati. L’Arabia Saudita proibisce la pratica di tutte le religioni nel Paese tranne quella islamica.”

Non è il primo caso. Già in passato in quel paese sono stati arrestati religiosi o semplici cittadini di fede cattolica, solo perché sorpresi dalla polizia mentre pregavano o svolgevano riti religiosi all’interno delle proprie abitazioni, o semplicemente perché trovati in possesso di una Bibbia. Beh, quasi quasi gli va anche bene. In altre zone, come in India, non perdono nemmeno tempo ad arrestarli, bruciano direttamente le chiese con tutti i cristiani dentro. Lo hanno fatto anche di recente, ma nessuno ha protestato, nessuno ha organizzato cortei o fiaccolate, l’Onu tace (tutti in ferie?) e Laura Boldrini non ha accusato l’India di razzismo o di non rispettare i diritti civili e religiosi. Insomma, i cristiani si possono tranquillamente ammazzare, bruciare o sgozzare, come gli agnelli a Pasqua, tanto non fanno notizia.

Certo, questa gente mica è culturalmente avanzata come l’Italia. Non hanno alcun rispetto dei diritti umani, né civili, né religiosi. Ecco perché, forse, vengono in Italia; sanno che da noi possono godere di tutti i diritti possibili ed immaginabili, possono aprire quante moschee vogliono, possono occupare l’intera piazza del Duomo per mettersi col sedere all’aria verso La Mecca, possono fare proselitismo quando, come e dove vogliono, anche sulla televisione pubblica. E poi ci battiamo e facciamo di tutto per garantire una perfetta integrazione, anche quando loro non hanno nessuna intenzione di integrarsi. Ma noi ci proviamo. Anche se la cosa non è reciproca, evidentemente. Loro da noi possono fare quel che vogliono, noi da loro no; altrimenti ci arrestano. Già perché noi siamo strenui difensori dei diritti umani che garantiamo a tutti indistintamente, anche ai ladri, assassini, stupratori, siamo multiculturali, multietnici, multireligiosi, vogliamo l’integrazione degli immigrati (anche quando loro non la vogliono) e se non si integrano loro saremo noi, per compiacerli, ad adattarci alla loro cultura; perché noi siamo buoni, accoglienti e tolleranti. E un po’ coglioni…