Hawking e Dio

Non mi interessa discutere sull’esistenza o meno di Dio. Mi incuriosisce, invece, vedere come ne parlano gli uomini e come cercano, su diversi fronti, di spiegarne o negarne l’esistenza e con quali metodi e sistemi; specie la scienza. Un problema che riguarda l’epistemologia e la gnoseologia. Ma non divaghiamo.  Esempio…

Hawking

Non sempre le belle frasi sono anche vere. Spesso sono solo belle. I grandi scienziati ci sorprendono con le loro intuizioni geniali. E talvolta parlano anche di Dio. Per esempio, il famoso astrofisico inglese Stephen Hawking qualche tempo fa (The grand design 2010) ha detto che “Non c’è bisogno di Dio per spiegare la nascita dell’universo, bastano le leggi della fisica.”. Geniale (facile, è un genio!): “bastano le leggi della fisica”, dice da ateo o agnostico. Con la stessa logica un credente potrebbe dire: “Non c’è bisogno delle leggi della fisica per spiegare l’Universo; basta Dio”. Questa affermazione, scientificamente, ha lo stesso valore di quella di Hawking. Adesso basta che un altro scienziato (che sia ugualmente geniale; altrimenti la prova non è valida) spieghi come, quando e perché sono nate le leggi della fisica.  E sarà svelato il mistero dell’universo (e pure di Dio). Facile, no?

Date uno sguardo a questi vecchi post. Niente di scientifico, solo piccoli esercizi di logica, tanto per fare due chiacchiere sul tema.

Piccoli esercizi mattutini di riscaldamento (2005)

L’universo e il caso (2006)

– “In origine era Dio…forse“.  (2006)

Il pensiero e la materia (2008)

Pensieri e caramelle (2008)

In quanto all’attendibilità di certe teorie scientifiche ecco un esempio:

L’universo è nato…dall’universo! (2007)

 

 

Il prete sodomita

Ovvero; “toccarsi” è peccato, ma non per i monsignori. Premessa. Una volta la confessione era l’incubo dei ragazzini. Allora, molti e molti anni fa (non so come si siano evolute nel frattempo le consuetudini), era quasi un obbligo settimanale, perché la domenica dovevi fare la comunione, che era un  altro “obbligo” irrinunciabile; guai a non farla, ti  si prospettava la visione delle fiamme eterne e si alimentava nella comunità dei fedeli il gravissimo sospetto che, se non facevi la comunione, dovevi essere in peccato gravissimo ed aver compiuto  chissà quali orrendi crimini.  E forse eri anche scomunicato. Rito, quindi, al quale si doveva sottostare senza possibilità di rinuncia, ovviamente previa confessione.

Ma quali peccati può mai commettere un bambino? Difficile immaginarlo, oggi, in tempi in cui  le marachelle infantili ed i piccoli peccatucci quotidiani sembrano scomparsi e derubricati a caratteristiche individuali del comportamento e sono competenza non del confessore, ma dello psicologo. Oggi le anomalie comportamentali, anche le più aggressive e pericolose, e qualunque psicopatologia o disturbo più o meno grave della personalità, vengono giustificate dalle moderne teorie  pedagogiche e da stuoli di psicologi sempre ben disposti a scaricare sulla famiglia e la società le colpe delle turbe infantili, e pure quelle degli adulti, con cause esogene, esterne al soggetto ed involontarie. Insomma, l’individuo, specie se un bambino, quasi mai è responsabile del proprio comportamento; la colpa è della società, della famiglia, della scuola, della televisione, ma mai del diretto interessato. Ma allora non c’erano scusanti più o meno scientifiche, ognuno era responsabile dei propri errori e tutto poteva essere considerato “peccato” grave. Già, perché l’uomo  ha il peccato segnato nel destino. Fin dalla nascita, anzi ancor prima, già nel grembo materno,  l’essere umano si porta appresso l’onta indelebile del “peccato originale“. Ovvio che quando si parte già in peccato, tutto quello che segue non può che essere peccaminoso.

Quindi l’uomo è peccatore per il solo fatto di esistere. Non sei ancora nato, ma già sei un peccatore che, senza la misericordia divina, le più o meno plenarie indulgenze e la benevola intercessione  della Chiesa (una specie di succursale divina sulla Terra, con potere di giudizio insindacabile), sei destinato irrimediabilmente alle fiamme eterne. Ed è evidente che arrostire a fuoco lento per l’eternità non è proprio il massimo delle aspirazioni. Ma se l’uomo è peccatore fin dalla nascita, perché Dio l’ha creato peccatore? Per dimostrare poi la sua misericordia e perdonare quel peccato (forse un errore accidentale, un difetto di lavorazione; può succedere a tutti) che Egli stesso ha creato? Tanto valeva creare da subito un uomo perfetto, puro ed innocente, ed  evitarsi poi  la cura di doverlo perdonare. Oppure, dopo averlo creato, invece che spedirlo subito a colonizzare la Terra, avrebbe potuto sottoporlo ad un periodo di prove e verifiche per accertare il buon funzionamento e scoprire eventuali anomalie; e poi, nel caso si riscontrassero errori di progettazione, correggerli.  Con i controlli preventivi si evitano anche brutte figure,  gravi danni e conseguenze per l’immagine e la credibilità del produttore. Altrimenti, in mancanza di verifiche, succede, come alla Volkswagen, che poi si scoprono le magagne e si devono richiamare milioni di modelli.  Ma come si fa oggi a richiamare miliardi di uomini per correggere quel piccolo difettuccio iniziale che è il peccato originale?

Per fortuna Dio è così misericordioso che è disposto a perdonare tutto e tutti, anche i propri errori: può farlo, è Dio! Ma in ogni caso  quel peccato resta. Ne consegue che ogni atto e pensiero umano  è comunque viziato da questo “peccato originale“, così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia esattamente. Ora, per capire la gravità di questo “bug della creazione“, pensiamo che se in un calcolo matematico si commette un errore di partenza, l’errore si ripercuote sull’intero  procedimento ed il risultato finale sarà, inevitabilmente, errato.  Così tutta l’esistenza dell’uomo, viziata da quel “peccato originale” di partenza, da quell’errore iniziale,  è  irrimediabilmente fonte di errore e peccato. Ecco perché la Chiesa, per alleggerire questo insopportabile peso, ha inventato la confessione. Quel peccato è una colpa gravissima, una macchia di disonore nel cuore dell’uomo. Per fortuna si lava facilmente. Così, grazie alla confessione ed alla misericordia divina, con tre Pater Ave e Gloria, ti assolve dai tuoi peccati e torni lindo, pulito e fresco, come appena uscito dalla lavatrice; dicono.

Questo insegnavano già alle elementari ed al catechismo. Ovvio che, con queste premesse da Santa Inquisizione ci si sentisse sempre colpevoli di qualcosa. Si inculcava già nei bambini, anche se teneri e innocenti come  puttini, la consapevolezza e la convinzione di essere in peccato comunque, anche se non avevi commesso azioni peccaminose; basta il pensiero (come i regali di Natale).  Allora, tanto per giustificare la confessione, si dava sfogo alla fantasia e si “confessava” di aver disubbidito ai genitori, di aver detto le bugie, di aver bestemmiato, di aver fatto qualche dispetto ai compagni di scuola. Insomma, colpe gravissime di questo tipo. Te le inventavi anche se non era vero, perché dire o pensare  di non aver commesso peccati sarebbe stato, a sua volta,  un grave peccato di superbia; peggio che mai. L’uomo deve essere peccatore per forza, per natura, senza scampo o possibilità di redimersi dal peccato. A meno che non si sia San Francesco, o santi e beati equipollenti.

La confessione partiva, quindi, scaricando subito in pochi secondi peccati e peccatucci gravi e meno gravi, veniali e mortali, veri o presunti, e si restava in attesa della fatidica domanda che arrivava implacabile. La voce bassa, inquisitoria e minacciosa di quel Torquemada che si celava dietro la grata, ti chiedeva se avevi commesso atti impuri, se “ti toccavi“. Ora, toccarsi a quella età è istintivo e naturale, come succhiare il latte materno. Se il buon Dio non vuole che i bambini “si tocchino” non doveva mettere quel gingillo sporgente e penzolante proprio lì, a portata di mano. Altrimenti dobbiamo pensare che lo abbia fatto per  pura cattiveria, per indurti in tentazione e metterti alla prova. E non è un bel gesto, è proprio mancanza di fiducia. Posto, dunque, che è scontato che i bambini si tocchino, la risposta era sempre un “Si”, sussurrato in tono di vergogna e di supplichevole richiesta di perdono.  Ma non bastava, perché avuta la conferma, il confessore continuava chiedendoti anche come, dove, quando lo facevi e, soprattutto, quante volte.  E la richiesta di questi dettagli ti lasciava sempre una sensazione di disagio, come se quelle domande non fossero strettamente indispensabili,  ma sconfinassero nella curiosità morbosa. Il dubbio era legittimo e resta ancora oggi.

Bene, fatta questa lunga premessa sulla confessione (ma necessaria per capire il nesso con la notizia del giorno), arriviamo al dunque. Due giorni fa monsignor Krysztof   Charamsa, nel corso di una conferenza stampa in Vaticano, ha fatto “outing“; ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità (“Io gay, ho un compagno“), dedicando questo suo atto alla “fantastica comunità gay, lesbica e transessuale“, e chiedendo al vaticano ed al Papa comprensione, rispetto per le scelte sessuali e riconoscimento dei diritti.  E’ il trend del momento, non passa giorno che qualche noto personaggio non dichiari pubblicamente le sue bizzarre abitudini sessuali. Anzi, dichiararsi gay oggi sembra quasi un titolo di merito. Lo ha fatto anche questo prete.

Non un qualunque curato di campagna, un insignificante don Abbondio, ma un monsignore, teologo e componente della Conferenza per la dottrina della fede. E lo ha fatto proprio alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Un caso? Non credo, anzi ha valutato bene il momento per dare massima visibilità alle sue dichiarazioni. Oggi l’aspetto mediatico è quasi tutto, il mezzo è il messaggio stesso, come diceva McLuhan. Eccolo a lato in una foto che lo ritrae mentre posa teneramente il capo sulla spalla del suo amato compagno. Che carini i nostri fidanzatini del Vaticano. Mancano solo i fiorellini,  i cuoricini, o un Cupido con arco e frecce, come i fidanzatini di Peynet.

Ma, come dicevo, niente di strano, questa è la tendenza, non c’è più una definizione netta e chiara di cosa sia il genere sessuale e di cosa sia la normale attività sessuale. Quelle che una volta erano perversioni, aberrazioni, depravazioni, vizi  e pratiche sessuali  immorali, oggi sono semplicemente abitudini stravaganti, gusti “diversi”. Così, eliminati tutti i limiti e le regole, tutte le variazioni sul tema sono lecite e “normali“; uomini con uomini, donne con donne, trans con trans, bisex, plurisex, in tutte le combinazioni possibili. Fra non molto, ormai ci siamo quasi, ciò che farà notizia non sarà vedere coppie gay e lesbiche, ma sarà vedere una coppia formata da un uomo e una donna; questo sarà lo scoop da prima pagina. E’ di questi giorni la notizia che al Grande fratello, non soddisfatti di aver fatto entrare in partenza un trans, hanno voluto esagerare ed hanno fatto entrare anche una coppia apparentemente costituita da un uomo e una donna. In realtà si tratta di una coppia di trans; lui è una donna diventata uomo e lei è un uomo diventato donna. A questo punto non possiamo più sorprenderci di niente, tutto è possibile.

Certo, ognuno è libero di avere i gusti sessuali che preferisce. Ma se tu vuoi dare libero sfogo alle tue bizzarrie e fantasie sessuali non fai il prete, fai altro. Puoi fare il cantautore e scrivere canzoni rock sui coccodrilli, puoi fare il filosofo ed inventarti una teoria sul pensiero debole, puoi scrivere romanzi che parlano di sodomie, puoi fare il direttore di settimanali di gossip, puoi fare il concorrente al Grande fratello o il giudice al concorso di Miss Italia, puoi anche dedicarti alla politica e diventare presidente di una Regione, oppure fare lo stilista e saresti in buona compagnia. Insomma, le opportunità non mancano. Tutto puoi fare, meno che il prete. Fare il prete, che significa rispettare il voto di castità, e pretendere di avere una relazione affettiva e sessuale, significa avere le idee molto, ma molto confuse. Pretendere poi, di avere questa relazione nemmeno con una donna, ma con un uomo  e, per di più, di avere anche l’approvazione della Chiesa, rasenta l’alzheimer; è idiozia pura.  Né più, né meno.

Questo monsignore, che  è anche un autorevole teologo e membro della Conferenza della dottrina della fede, dovrebbe conoscere a menadito le sacre scritture, compresa la storiella di quelle città  distrutte dal fuoco divino a causa della perversione sessuale degli abitanti. O forse monsignor Charamsa ha studiato su una Bibbia apocrifa di produzione cinese, taroccata, nella quale mancavano alcune pagine importanti, fra le quali proprio quelle su Sodoma e Gomorra?  Non si sa; è proprio il caso di dire “Mistero della fede”.

Ora, fatta questa lunga premessa su peccati più o meno originali, su “toccamenti infantili“, su confessione e confessori curiosi, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché se un bambino innocente “si tocca” commette peccato mortale, e se invece lo fa un adulto, prete, monsignore e teologo, che non solo si tocca, ma lo tocca anche al suo “compagno”, e ne fa uso improprio (e contro le sacre scritture), infilandoselo in pertugi corporali atti a contenerlo, non commette peccato, anzi, fa cosa di cui essere orgogliosi e per cui chiede la benedizione della Chiesa? Perché? Ecco, questo è un grande mistero della fede che il monsignore teologo, che dovrebbe conoscere molto bene la materia.  ha dimenticato di spiegarci. E’ a questi preti e monsignori che i bambini devono confessare la colpa di toccarsi e sentirsi per questo in gravissimo peccato mortale? E’ questa la Chiesa che ci fa sentire sempre colpevoli e ci chiede di far penitenza per i peccati? Sono questi i preti che fin da piccoli ci inculcano il senso di colpa su tutto ciò che riguarda il sesso? Quei preti che poi si gingillano toccandosi, toccandolo al compagno e sul resto stendiamo un velo pietoso? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. E non infieriamo oltre giusto per un piccolo residuo di carità cristiana. Per sua fortuna il Signore è molto misericordioso con tutti: delinquenti, ladri, assassini, mafiosi; e anche preti.

Vedi: “Il peccato originale“.

Il peccato originale

Il peccato originale è così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Però ci fa sentire in colpa. Ecco perché i fedeli cristiani, quando entrano nella casa del Signore, hanno sempre quell’aria contrita, compunta, afflitta, mogia mogia, da  cani bastonati. E’ la convinzione, inculcata nei fedeli da secoli di sermoni e prediche alienanti, di essere peccatori e, quindi, di doversi presentare davanti al Signore in atteggiamento da penitenti.

Anche la liturgia ha sempre un che di penitenziale. Perfino i canti, specie i gregoriani, sono tristi, deprimenti, sanno di conventi di clausura, di monaci in penitenza ed evocano immagini da inquisizione. Ascoltare questi canti può comportare reazioni allergiche, casi di orchite acuta o arrivare, in casi più gravi, a suscitare istinti suicidi, pur di evitare la tortura dell’ascolto. Sembra che la Chiesa viva un’eterna quaresima, anche a Natale. Sembra che sia rimasta al medioevo. Sembra di vedere ancora  schiere di penitenti, vestiti di stracci e col capo cosparso di cenere, che pregando e flagellandosi, percorrono i sentieri sacri che portavano ai santuari, per invocare il perdono divino per i propri peccati.

Già, il peccato. Questo è il punto cruciale, l’origine di quel senso di colpa che affligge gli uomini e che, al cospetto del Signore, li rende così tristi, sottomessi e con la sensazione di essere già condannati e destinati alle fiamme dell’inferno per l’eternità. Non solo i piccoli peccatucci quotidiani, ma quello fondamentale, il primo, il peccato originale. Così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Ce lo portiamo appresso fin dalla nascita, come il debito pubblico. Sei appena uscito dal caldo e rassicurante ventre materno, indifeso, inerme,  innocente, incapace di parlare e proferire bestemmie, incapace di muoverti e compiere qualsiasi azione malvagia, incapace perfino di pensarla, ed hai già dentro di te 30.000 euro di debiti ed il “peccato originale”.

Ecco perché il primo atto del neonato è piangere; forse ha già la consapevolezza di questa sua tara iniziale. Partiamo già svantaggiati con un gravissimo handicap che condiziona tutta la nostra esistenza. E non c’è modo di liberarsi dal fardello di quest’onta indelebile. Non c’è penitenza o implorazione di grazia che tenga. Il peccato ce l’hai e te lo tieni.

Pazienza, si può pensare, visto che siamo peccatori fin dalla nascita, ce ne facciamo una ragione e cerchiamo di vivere la nostra vita da peccatori consapevoli e rassegnati. No, troppo facile; per complicare ancor più l’esistenza e tenerti sempre sulle spine come un feroce assassino braccato da tutte le polizie del mondo, ecco l’invenzione geniale: la confessione. Così, per alleggerire quel senso di colpa, bisogna confessarsi frequentemente e raccontare tutte le nostre piccole o grandi malefatte, e perfino la fugace e momentanea intenzione di commettere un piccolo peccatuccio, a qualcuno che non conosciamo, che sta dietro una grata e sembra interessatissimo a conoscere i nostri più intimi pensieri.

Per fortuna ce la caviamo con poco; il più delle volte basta un Padre nostro e quattro Ave Maria e siamo assolti; lindi e puliti, freschi di bucato, appena usciti dalla lavatrice spirituale, profumati di borotalco e innocenti come neonati. Anche i bambini. Ma quali peccati gravissimi può mai commettere un bambino? E gli adulti, uomini e donne che si uniscono, seguendo il dettato biblico, formano una famiglia, allevano dei figli con dedizione, amore e sacrifici e che hanno l’unico pensiero di procurarsi il necessario per garantire la sopravvivenza e trascorrere la vita serenamente ed in pace con Dio e con gli uomini? Salvo che non abbiano rubato, ucciso, usato violenza, o rechino gravi danni alla comunità, quali peccati mai possono commettere?

Eppure il peccato c’è, è sempre in agguato. Basta uno sguardo concupiscente nei confronti di una bella donna, un pettegolezzo scambiato fra comari in cortile, un eccesso di edonismo, uno scatto  d’ira  o il semplice e naturale desiderio di godere dei piaceri della vita.  E scatta subito il cartellino rosso del peccato che ci obbliga a confessarci. Eppure la maggior parte di questi peccati sono una diretta conseguenza delle debolezze, degli istinti, delle pulsioni, dei pensieri che fanno parte integrante della natura umana. Allora verrebbe da dire che se l’uomo è predisposto al peccato, allora c’è stato un errore iniziale nella sua creazione e che, se si voleva un uomo perfetto che non cadesse in peccato, bastava crearlo senza tutti quei difetti e quella inclinazione naturale. Bastava crearlo direttamente perfetto.

Ai bambini poi, basta un niente per essere in peccato: basta “toccarsi”. E non è nemmeno un peccatuccio leggero, veniale; no, è un gravissimo “peccato mortale”.  Mortale, capite? Ma se toccarsi il pisellino è peccato mortale perché Dio ha messo quella protuberanza in bella evidenza proprio lì a portata di mano? Se non deve essere toccato, poteva sistemarlo in una posizione meno agevole, oppure farlo con un cartellino di serie “Vietato toccare”.

Lo ha fatto apposta per tentarci e mettere alla prova la nostra ubbidienza? Ma se davvero i pensieri e le azioni umane sono una costante occasione di peccato, significa che quando ha fatto l’uomo Dio era distratto. Poteva farlo meglio, esente da colpe, da imperfezioni e da pensieri negativi. Visto che c’era poteva prendersi un giorno in più e farlo un po’ meglio. Cosa gli costava, mica doveva registrare il brevetto o pagare le royalties a qualcuno. Invece lo ha creato imperfetto, con una serie di errori di progettazione.

Se all’umanità si applicassero le attuali norme europee a tutela del consumatore, l’uomo verrebbe ritirato dalla circolazione, come si fa per certi modelli di auto o di elettrodomestici; per gravi difetti di costruzione.  Invece niente, siamo ancora qui, imperfetti, propensi al male e peccatori incalliti. Ma se Dio è perfetto, come ha fatto a creare qualcosa di imperfetto? Si era distratto un attimo? Lo ha fatto apposta per divertirsi a vedere come ce la saremmo cavata? Ma questa sarebbe cattiveria bella e buona, altro che perfezione, misericordia e perdono; sarebbe sadismo puro.

Proprio di recente, il Papa ne ha detto un’altra delle sue. Spesso il Papa si lascia andare a dichiarazioni che suscitano sconcerto e polemiche. In occasione della recente presentazione ufficiale dell’Expo a Milano, a proposito della necessità di usare meglio le risorse naturali per garantire un’equa distribuzione del cibo anche al terzo mondo, ha detto che bisogna rispettare la Terra ed evitare di sfruttarla eccessivamente come stiamo facendo. “Dio perdona sempre. L’uomo perdona a volte. La Terra non perdona mai”, ha detto, rimarcando le parole.

Questo Papa parla troppo, parla a vanvera e non si  rende conto delle conseguenze. Sembra una bella frase, che non si presta a polemiche. Invece in queste poche parole c’è una evidentissima contraddizione.  Ed ecco nascere un altro dubbio. Se Dio perdona sempre, come è possibile che abbia creato qualcosa, la Terra, che non perdona mai? Dal perdono e dalla misericordia infinita può nascere il “non perdono”? Dal perdono e dalla misericordia infinita non può nascere la sua negazione. Dalla perfezione non può nascere l’imperfezione. Dal bene non può nascere il male. Dalla volontà creatrice di Dio non può nascere qualcosa che vada contro la sua volontà.

Forse non dovremmo porci queste domande irriguardose. Non abbiamo la facoltà di giudicare il pensiero di Dio. Viene in mente l’aneddoto di Einstein che, sollevando delle perplessità sulle implicazioni della fisica quantistica, diceva che “Dio non gioca a dadi“. Ma Planck gli rispondeva di rimando “Non dire a Dio quello che deve fare“. Ma se lo facciamo è perché l’uomo è un essere imperfetto che, fra i tanti difetti, ha anche quello di porsi troppe domande; è nella sua natura.

Per i credenti l’uomo è il prodotto, la creazione di un essere perfetto, Dio. Ed allora, nella nostra ignoranza e costante ricerca di risposte ai dubbi esistenziali, viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un essere “perfettissimo” faccia qualcosa di non perfetto.  Ma ci si chiede anche perché  gli istinti, le pulsioni, i pensieri che sono parte integrante dell’uomo e della sua natura e ne determinano il comportamento, siano considerati peccati. Sarebbe come dire che per gli uccelli sia peccato volare e per i gatti fare le fusa.

Ma anche pensare che Dio abbia commesso un errore è peccato gravissimo, è dubitare della perfezione divina. Non c’è scampo, qualunque cosa l’uomo faccia o pensi, rischia di cadere in peccato. Sembrerebbe, quindi, che l’uomo sia in condizione di peccato per il solo fatto di esistere, di vivere. La natura umana è essa stessa incline al peccato e, quindi, è già peccato in sé.

Ma in fondo i peccatucci quotidiani non sarebbero nemmeno tanto  gravi se non si sommassero a quel peccato  originale che ci portiamo dietro dalla nascita; quel peccato grave, anzi gravissimo, anzi  “mortale”; il peccato di vivere. Ma se già vivere è peccato e la vita è un dono di Dio, allora il peccato è un dono di Dio? Quindi è Dio l’origine del peccato? No, non può essere. E se lo pensate state commettendo un grave peccato e dovete correre a confessarvi. Non c’è scampo.

Ama il prossimo tuo

Amare il prossimo: anche se il prossimo è il tuo peggior nemico?  Sembrerebbe di sì. Questo dice il Vangelo e ripete spesso il Papa: “Ama il prossimo tuo come te stesso“. E se il prossimo è un criminale? Amarlo “come se stesso” significa identificarsi nel prossimo, significa che tu e il criminale siete simili; ovvero che anche tu sei o ti consideri un criminale. E se il “prossimo” è il tuo carnefice, significa che ti identifichi nel carnefice e diventi carnefice di te stesso. Non vi pare che ci sia qualcosa di contorto e aberrante in questo concetto? Amare il prossimo come se stessi significa, quindi,  amare anche il proprio nemico, amare chi ti odia e chi mette a rischio la tua stessa vita. Significa amare i malvagi, i truffatori, i ladri, gli assassini, i criminali. Significa mettere sullo stesso piano il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita e la morte. Significa cancellare di colpo l’etica dalla storia del pensiero umano ed annullare tutti i precetti morali.

E si arriva al paradosso che, mentre si invita all’amore universale, al tempo stesso, si dice che al mondo esiste il male, il diavolo, Satana, e che il male va combattuto con tutte le nostre forze. Si dice che alla fine dei tempi il male sarà sconfitto ed il bene  trionferà. Significa che è da sempre è in atto una lotta fra il bene ed il male. Sono, quindi, due entità perfettamente distinte, inconciliabili ed in eterno conflitto. Non sono sullo stesso piano, né simili, né equivalenti, né interscambiabili, né eticamente assimilabili; sono due entità che si combattono e cercano di annullarsi a vicenda. E, subito dopo, si afferma che dobbiamo amare il male come noi stessi. Ovvero, è come affermare che noi stessi siamo il male.

Se il male esiste ed è una minaccia  costante, significa che è diritto-dovere di ognuno combattere il male con tutti i mezzi. Significa che è diritto-dovere salvaguardare la propria esistenza e difendersi da chi la minaccia.  Amare il prossimo che ci minaccia è contro la prima legge di natura insita nel profondo dell’animo umano e di qualunque essere vivente: la sopravvivenza. L’istinto di conservazione, di riproduzione, di sopravvivenza, di perpetuazione della specie,  è la prima e più forte pulsione che anima qualunque forma di vita nell’universo; che sia uomo, animale, vegetale, che sia un santo, un filo d’erba o un’ameba. E’ la causa stessa della vita, della sua espressione e della sua perpetuazione. E qualunque forma vivente, fin dalla nascita, lotta per la propria sopravvivenza, anche a scapito e danno di altri membri della stessa specie. Chi attenta a questo principio, quindi, commette un crimine contro natura, perché tende a stravolgere ed annullare il primo e fondamentale principio della vita. E come si può mettere sullo stesso piano chi segue, ama e rispetta le leggi di natura e chi le combatte, le disprezza, le odia e vuole annullarle? Come si può affermare la necessità di combattere il male, se, al tempo stesso, si insegna ad amarlo? Come si può pretendere di identificare la vittima con il carnefice? Come si può amare chi ti odia? Come si può considerare simile a se stesso chi ti aggredisce, ti tortura e ti  toglie la vita?

Quel principio è chiaramente contradditorio, è un tragico paradosso. E’ un principio che genera una morale da schiavi, da sottomessi, da vittime designate e consenzienti, da aspiranti martiri che hanno in totale dispregio il dono più grande, la vita. Ed è deprecabile predicare la necessità di amare il prossimo come se stessi, a prescindere da qualunque considerazione, distinzione e valutazione di carattere morale. E’ deprecabile il principio e la sua attuazione pratica, poiché le conseguenze sono catastrofiche per chi le applica. Amare chi mette a rischio la nostra vita non solo è un peccato gravissimo contro la legge naturale che alberga nel cuore dell’uomo fin dalla nascita, ma è un evidente sintomo di grave patologia masochistica, quando non è vera e propria idiozia. Proprio i credenti dovrebbero avere molti dubbi sulla validità di questo precetto. Se è vero che l’uomo è creato di Dio è nostro dovere rispettare e difendere la vita come il dono più grande e prezioso che Dio ci abbia donato. Metterla a rischio porgendo l’altra guancia a chi ci offende o ci minaccia e, ancor più, amando il nemico che mette in pericolo la nostra vita, è come disprezzare il dono divino, è sminuire il valore della vita, è un peccato gravissimo contro Dio. Amare il nemico che ci minaccia e rinunciare ad usare tutti i mezzi per difendersi equivale a suicidarsi. Ed anche il suicidio, per i credenti, è peccato gravissimo. Amare il nemico non è da santi, è da idioti. Checché ne dica il Papa.

Pane e lavoro

Fin da piccoli ci hanno insegnato questa preghiera  “Padre nostro che sei nei cieli…dacci oggi il nostro pane quotidiano...”. Passano gli anni, si cresce, cambiano i tempi, le mode e, forse, bisogna cambiare anche le preghiere. Ecco cosa ha detto ieri il Papa (Per favore, pane e lavoro)…

Come? Ora siamo noi che dobbiamo dare il pane quotidiano a Dio?  Non ci sono fornai in paradiso? E magari con il pane vuole anche il companatico ed un bicchiere di Vin santo? E lo chiede a noi che siamo senza lavoro e non arriviamo a fine mese? E dovremmo anche procurargli un lavoro. A lui che ha un lavoro garantito per l’eternità,  posto fisso (anche senza art. 18 nessuno può licenziarlo), ruolo dirigenziale al massimo livello, possibilità di spostarsi dovunque senza permessi o autorizzazioni perché “è in cielo, in terra e in ogni luogo“, senza possibilità che qualcuno lo contraddica o gli imponga degli obblighi perché “sia fatta la sua volontà“, nessuna bega con i sindacati metalmeccanici, che  ha il suo ufficio su una bianca nuvoletta da dove si gode un panorama da Dio.

Come è possibile che Dio, che una volta si dava arie da padreterno perché ogni mattina faceva trovare la manna fresca al suo popolo eletto,  sia ridotto così male da chiedere a noi un pezzo di pane ed un lavoretto anche saltuario, anche in nero, a cottimo, precario? Non sarà che anche in Paradiso è arrivata la crisi, lo spread dei Bond celesti è schizzato alle stelle e San Pietro ha varato un governo tecnico? Oppure è arrivato un rottamatore ex boy scout che vuole far piazza pulita della vecchia gerarchia di santi, beati e cherubini? Mah, tempi duri per il regno dei cieli. E se lo dice il rappresentante in Terra del Padreterno bisogna credergli. Oppure il Papa sta attraversando un momento di crisi mistica?

Eh, signora mia, non c’è più religione e, soprattutto, non ci sono più i Papi di una volta.

 

Sacconi e il voto plurimo

Il senatore Sacconi è presidente della Commissione lavoro del Senato. Si presume che si occupi di problemi del lavoro, di precari, disoccupati, cassintegrati, aziende in crisi e dei gravissimi problemi che il mondo del lavoro attraversa in questo momento di crisi profonda. Ieri il senatore ha lasciato un messaggio su Facebook e sul suo blog personale.

Anche i senatori, che sembrano persone serie,  usano Facebook, come le adolescenti che si scambiano messaggini o mostrano le proprie foto erotiche. Oggi se non usi i social network ed hai il tuo profilo su Facebook e puoi contare qualche migliaio di amici non sei nessuno. Ormai anche comunicati seri e personali o di interesse collettivo, vengono inviati tramite Facebook o Twitter. Perfino il Papa usa Twitter. Se Dio scendesse di nuovo sulla Terra per dettare la sua biografia e le “istruzioni per l’uso” ad un nuovo Mosè oggi dovrebbe usare Twitter e limitarsi a 130 caratteri. E quando finirebbe di dettare la Bibbia? Mai, tempi bliblici…

Bene, torniamo al nostro senatore con uso di Facebook. Cosa avrà di così importante ed urgente da comunicare? Magari ha scoperto, finalmente, una soluzione geniale per superare la crisi e creare nuovi posti di lavoro. Beh, sarebbe normale, visto che quello è il suo impegno come presidente della Commissione. Invece no. Ecco cosa scrive:

La dimensione pubblica, nel nome del diritto naturale e della Carta Costituzionale, sostiene solo – ed anzi deve sostenere di più – la famiglia  composta da un uomo e da una donna uniti in matrimonio ed orientata alla procreazione. Ogni altra relazione affettiva merita considerazione dal punto di vista dei diritti individuali codificati nella dimensione privatistica. E tale deve essere la rilevanza pubblica della famiglia naturale in relazione ai figli che si può cominciare a considerare l’ipotesi del voto plurimo dei genitori in proporzione ai figli minorenni affinché la rappresentanza democratica tenga in dovuto conto l’Italia di oggi e, ancor più, quella di domani.”.

I politici hanno, notoriamente, una strana propensione a complicare le cose e ad esprimersi in maniera fumosa. Spesso non hanno niente da dire, ma lo dicono così bene ed in maniera così convincente che il popolo li ascolta quasi in estasi davanti a tanta bravura ed eleganza dialettica. E’ il classico linguaggio “politichese“. Uno splendido esempio di politichese DOC è quello offerto dalle dichiarazioni quotidiane di Matteo Renzi, quello che vuole rottamare il PD, cambiare l’Italia e il mondo. Parla, parla, parla, ma al di là delle parole, dei buoni propositi, delle vaghe e confuse idee, di concreto, pratico e tangibile zero.

L’unica cosa che si capisce chiaramente di questa specie di Gian Burrasca della sinistra è la sua volontà di potere; diventare segretario del PD e poi Presidente del Consiglio. Renzi, la Leopolda e tutti i leopoldini con i “cento tavoli” sono solo una grande kermesse mediatica per  illudere i compagni  ingenui con la promessa di grandi cambiamenti e rafforzare la visibilità e la credibilità del nostro rottamatore con aspirazioni da leader.

Qualcuno si ricorda di un’altra genialata mediatica del PD, la “Fabbrica delle idee“, lanciata da Prodi nel 2005 per dare agli elettori di sinistra l’illusione di partecipare attivamente al “gioco” della politica? Qualcuno si ricorda che fine ha fatto quella “Fabbrica“? Qualcuno si ricorda una, dico anche solo una, idea nata da quella fabbrica? E Renzi ha partecipato allora a fabbricare idee? Non c’era? Dormiva? Ha un vuoto di memoria? Strano che non ricordi; la sua Leopolda è esattamente una copia della “Fabbrica” di Prodi. Ha semplicemente cambiato “Location e casting”.

Ora per tornare al nostro senatore, chiariamo che il suo messaggio non è poi, onestamente, nemmeno tanto astruso; c’è di peggio, molto peggio. Poteva essere più chiaro, certo. E poi quello che mi ha colpito è quel “Voto plurimo” proporzionato al numero di figli, che ritengo possa lasciare un po’ perplessi molti italiani non proprio pratici di politichese. Quindi, letto e riletto il comunicato, che niente ha a che fare con il “Lavoro” di cui dovrebbe occuparsi il senatore, bisognerebbe chiedere ad un cittadino medio con cultura media e capacità intellettuale media, di ripetere con parole sue il concetto espresso nel messaggio. Così, giusto per curiosità e…per vedere l’effetto che fa.

Teniamo presente che da una ricerca fatta  qualche tempo fa risultava che un terzo della popolazione scolastica aveva difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Ma se escludiamo dalla statistica gli studenti, dalle medie all’università, che hanno o dovrebbero avere più dimestichezza con la lettura e la comprensione del testo, il risultato sarebbe devastante, perché quel “terzo” forse sfiorerebbe i “Due terzi” della popolazione non scolastica (Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano). Figuriamoci poi se il testo è scritto da un politico!

Allora, cosa significa il messaggio di Sacconi? A chi si rivolge? Ai cittadini in genere, al fantomatico “italiano medio“,  oppure ai suoi colleghi del Senato o  della Commissione lavoro, esperti in politichese? Ma, soprattutto,  sarebbe interessante chiedere alla signora Adelina, una poco nota cugina della cognata della più famosa casalinga di Voghera: “Signora Adelina, cos’è il “Voto plurimo“?”.

Gaber vs Santoro.

Santoro ha concluso l’ultima puntata cantando alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber, “Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione…”. E’ curioso che continuino ad invocare la libertà proprio quelli che la usano e ne abusano, quando dove e come vogliono, e paventino bavagli alla libertà di espressione. Proprio quelli che te li ritrovi ovunque; in televisione, alla radio, sulla stampa, su internet. Pontificano e sproloquiano da mattina a sera in ogni spazio libero, ma…chiedono libertà. Salvo poi tentare con ogni mezzo di mettere a tacere chi non la pensa come loro. Ma, si sa, la libertà è un bene prezioso, bisogna meritarsela, non la si può concedere a tutti, cani e porci. Meglio riservarla per pochi eletti che decidano, a loro insindacabile giudizio, chi abbia diritto alla libertà e chi, invece, debba avere una “libertà vigilata“. S’intende, per il bene pubblico!

Perché la libertà è bella, ma non esageriamo. Se tutti sono liberi significa che anche gli avversari hanno diritto di esercitare la libertà. E questo non va bene, questo non è bene pubblico. Il bene pubblico, in Italia, è solo quello che fa comodo alla sinistra. Il resto è demagogia, populismo, fascismo, razzismo e mafia. La mafia c’è sempre di mezzo, come la Cia, il Mossad ed i servizi segreti, ovviamente quelli deviati. E non vi venga in mente di mettere in dubbio questi concetti sacrosanti. E’ verità rivelata, ve la consegnano, gratis, insieme alla tessera di partito. Altrimenti, a cosa sarebbero serviti 60 anni di propaganda comunista? “La verità è ciò che conviene al partito“, sentenziava Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri). Quindi, compagni…zitti e Mosca!

Il nostro paladino dei poveri, dei cassintegrati e dei senzatetto, con villa ad Amalfi, ama dare prova delle proprie doti canore. Ricordiamo ancora la sua toccante interpretazione di “O bella ciao…“. Ma possiede anche il gusto della battutina facile che elargisce spesso e volentieri, durante il programma, per la gioia dei fan. Né possiamo tralasciare le sue doti da consumato attore. Basta vedere con quanta bravura ed immedesimazione nel personaggio (Stanislavkij gli fa un baffo) usa recitare il suo monologo d’apertura; roba da far impallidire i più celebrati mattatori del palcoscenico. E’ un artista completo, recita, canta, sa tenere la scena come pochi. Magari la prossima volta, in tutù e danzando sulle punte, si esibirà anche in un balletto, deliziandoci con un intenso pas de deux, insieme a Vauro, sulle note del Lago dei cigni. Per male che vada, ha sempre un avvenire nel mondo dello spettacolo, dell’avanspettaccolo o dell’avan…bicchiere!

Certo vedere Vauro e Santoro cantare non è spettacolo consueto. Ma in questo cinico mondo dello spettacolo ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa per tenersi a galla, far parlare di sé e portare a casa la pagnotta. Quindi anche un giornalista ed un vignettista possono permettersi di cantare Gaber. Ma cosa penserebbe Gaber nel vedere il giornalista Santoro cantare “Libertà è partecipazione…”? Mah, forse potrebbe dirgli più o meno così: “Mi fa piacere che lei abbia intonato quei versi. Ma lei, da buon giornalista, ha la pessima abitudine di prendere dalla realtà ciò che fa conodo e dimenticare ciò che può essere scomodo. Ora, dopo aver inneggiato alla libertà, per correttezza, dovrebbe alla prossima puntata cantare altri versi, sempre di una mia canzone. Dovrebbe farlo perché quei versi interessano direttamente la categoria dei giornalisti, di cui lei orgogliosamente fa parte, e la strana interpretazione che gli stessi giornalisti hanno del concetto di libertà. Se non li conoscesse o li avesse dimenticati, glieli ricordo. Eccoli…”

Da “Io se fossi Dio” (vedi testo completo)

Io se fossi Dio

maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti

che certamente non sono brave persone

e dove cogli, cogli sempre bene.

Compagni giornalisti, avete troppa sete

e non sapete approfittare della libertà che avete

avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate

e in cambio pretendete

la libertà di scrivere

e di fotografare.

 

Immagini geniali e interessanti

di presidenti solidali e di mamme piangenti

e in questo mondo pieno di sgomento

come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:

cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti

e si direbbe proprio compiaciuti

voi vi buttate sul disastro umano

col gusto della lacrima

in primo piano.

 

Sì, vabbè, lo ammetto

la scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia

ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza

non avrei certo la superstizione

della democrazia.

Berlusconi fa la mano morta.

Lo ripeteva da anni che era la sinistra a creargli dei fastidi. Così si è deciso ad operarsi e con un piccolo intervento chirurgico ha risolto il problema. La notizia è stata subito diffusa ampiamente dalle agenzie di stampa, radio, televisioni, quotidiani nazionali, locali, dal giornalino della parrocchia, dalla gazzetta di Masullas e dal barbiere sotto casa, sempre informatissimo sugli affari privati del premier. Così la notizia, in men che non si dica (infatti non lo diciamo), ha fatto il giro del mondo senza scalo. Anzi, solo una piccola sosta a St. Lucia per aprire una società off-shore, può essere sempre utile nel caso si liberasse un appartamento a Montecarlo. Immediate le reazioni del mondo politico.

Il Presidente Napolitano, che non perde occasione per rilasciare dichiarazioni ed inviare messaggi (li tiene già pronti in fotocopia sul tavolo, basta aggiungere il nome del destinatario e via…), ha auspicato una pronta guarigione al premier, al fine di garantire la perfetta funzionalità ed efficienza degli arti e garantire un rapporto corretto, non conflittuale, ed il giusto equilibrio fra destra e sinistra, nel rispetto della Costituzione nata dalla resistenza e dall’antifascismo; viva l’Italia. Anche il Papa ha prontamente inviato un messaggio augurale, citando un passo evangelico particolarmente intonato alla circostanza: “La mano destra non sappia cosa fa la sinistra“.

L’augurio papale ha suscitato l’immediata protesta dei radicali. Pannella, sospendendo per un attimo lo sciopero della fame, accusa il Papa di indebita ingerenza negli affari di Stato. Il messaggio papale, sostiene Pannella, è un esplicito invito ad interrompere il dialogo fra destra e sinistra, a tutto vantaggio dei centristi più vicini al Vaticano. Casini, sentendosi chiamato in causa, replica affermando che la momentanea indisponibilità della mano sinistra del premier dimostra chiaramente quello che lui sostiene da tempo. Ovvero, che il bipolarismo destra-sinistra è fallito e che il paese ha bisogno di una terza mano…pardon, un terzo polo: il grande centro. 

Ma il finiano Bocchino, durante un veloce trasferimento fra i vari salotti televisivi per la decima intervista della giornata, ribadisce che l’Italia non ha bisogno di una terza mano, ma di una terza gamba che loro sono pronti a garantire, nel rispetto del programma e dell’impegno con gli elettori, per assicurare che il Governo arrivi a fine legislatura; soprattutto perché se si torna alle elezioni molti parlamentari non raggiungeranno il termine stabilito per garantirsi la pensione a vita. Tieh! 

Il segretario del PD, Bersani, attacca duramente il premier: “E’ un fatto gravissimo. Berlusconi con questa storia vuole distrarre l’opinione pubblica e scaricare le responsabilità sulla mano sinistra, per nascondere le difficoltà del suo Governo ed il fatto che è la destra  a creargli problemi seri.”. Ancora più duro Di Pietro il quale, mostrando una foto scattata di nascosto da un infermiere intrufolatosi nella sala operatoria durante l’intervento al premier, indica la mano insanguinata ed urla: “Abbiamo le prove. Berlusconi ha le mani insanguinate, Si faccia processare…”.

Anche la stampa si è scatenata sulla notizia. Il Manifesto, su una foto a tutta pagina della mano fasciata del premier, inquadrata in un triangolo che emana raggi di luce, titola “La mano sinistra di Dio“. Repubblica titola “Berlusconi: cosa nasconde nella mano?”, ed annuncia una lunga inchiesta con dieci nuove domande al premier. La più inquietante è questa: “Dov’era Berlusconi il giorno della scomparsa di Sarah Scazzi?”. L’Unità, con evidente allusione alla momentanea immobilità della mano sinistra del premier, titola “Berlusconi maniaco: fa la mano morta!”. Il Giornale, invece, saluta questo piccolo intervento come un miracolo e titola “La sinistra era malata: Berlusconi l’ha curata“.

Anche il Fatto quotidiano dedica ampio spazio alla vicenda. Marco Travaglio, in un lungo articolo dal titolo “Berlusconi è mafioso”, scava nel retroscena dell’intervento per svelare torbidi antefatti e pericolose relazioni tra Berlusconi e la malavita. Dopo un’inchiesta accuratissima e dettagliata, rivela che le bende usate per fasciare la mano di Berlusconi sono prodotte da una ditta in cui lavora, come magazziniere, tale Ciccio Corleonese, figlio di Totonno, emigrato al nord negli anni ’50 dalla Sicilia. Pare che questo Totonno sia cugino di un certo Santuzzo il quale una volta confidò alla suocera della zia di una guardia forestale, di aver mangiato, in una trattoria palermitana, la famosa pasta con le sarde in compagnia di un tale Turiddu che, in quella occasione, gli avrebbe rivelato di aver venduto, molti anni prima, due chili di fave secche al bandito Salvatore Giuliano. Il che fornisce le prove, secondo Travaglio, dello stretto legame del premier con la malavita siciliana e dimostra, senza ombra di dubbio, che Berlusconi è mafioso.

Ma la verità sui problemi alla mano sinistra di Berlusconi la svela una registrazione casuale fatta da un netturbino che scopava in strada (infatti poi lo hanno arrestato per atti osceni in luogo pubblico) davanti a palazzo Grazioli, mentre il premier salutava alcuni amici. Sembra che Berlusconi abbia confidato che i guai alla sua mano risalgono a molti anni fa. Esattamente da quando cominciò a dare una mano a Fini, prima per sostenerne la candidatura a sindaco di Roma, poi durante tutti questi anni, fino a farlo eleggere presidente della Camera. Gli ha sempre dato una mano. E Fini, adesso, quella mano gliel’ha restituita “manomessa“, è il caso di dirlo, e piuttosto malconcia. Quella mano era la mano sinistra…

Scalfari e la mosca

Ho appena seguito, su La7, la puntata di Otto e mezzo dedicata ad un tema sempre attuale “Religione e politica“. Unico ospite in studio l’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. L’argomento trattato prende spunto proprio da un editoriale nel quale Scalfari  chiede espressamente alla senatrice Binetti di rivelare se abbia avuto delle comunicazioni telefoniche con un alto prelato che avrebbe condizionato il suo voto negativo al Senato.

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L’ignoranza rende liberi.

Non voglio parafrasare l’aberrante motto posto all’ingresso di Auschwitz, né porre un titolo ad effetto. E’ esattamente ciò che intendo dire e che cercherò di spiegare brevemente. La libertà, nel senso comune del termine, è intesa come facoltà di operare una scelta o di compiere un’azione senza condizionamenti, imposizioni, limiti, divieti che possano alterare o annullare la nostra autonomia decisionale.

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