Psicopatologia del potere

Il potere, in particolare il potere politico, è una forma di perversione mentale. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali” sull’esempio (più unico che raro) di Cincinnato. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati Uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi; o no?

E solo per caso, dopo il Presidente Bill Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi, la causa prima di conflitti, guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli.

L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.
Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una vera e propria perversione mentale.

 

Vedi: La politica è una malattia

 

 

 

Anche Bob Dylan copia

Copiare è facile e si risparmia tempo e fatica. E internet è diventato il regno del copia/incolla. Lo fanno tutti, bambini e autorevoli accademici. Ho appena letto un articolo di Antonio Socci su Libero del 14 giugno in merito alla vittoria di Macron in Francia: “Macron ed il pericolo per la democrazia“. Mi ha sorpreso constatare che c’è un lungo periodo che sembra preso pari pari dal mio post di 3 giorni fa (Macron e la democrazia); non solo i dati ufficiali sui votanti, gli astenuti e la percentuale di voti di Macron (i dati sono quelli), ma le stesse riflessioni sulla legittimità dell’esito elettorale grazie al quale Macron, con una percentuale di voti minima, si prende la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. Per fortuna il mio post è del 12 giugno, ovvero due giorni prima di quello di Socci, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che io lo abbia copiato. Casomai è il contrario. Ma, naturalmente è solo una coincidenza.

Ciò che sembra strano, però,  è che tutti i media riportano i dati ed i risultati elettorali, sottolineano l’alta percentuale di astenuti (il 50%), esaltano la vittoria di Macron, analizzano le ragioni del suo successo e gli effetti sui futuri rapporti con l’Europa; ma nessuno si sofferma a guardare l’altra faccia della medaglia. Nessuno coglie lo spunto dei risultati elettorali per notare l’incongruenza di un sistema democratico che consente a chi vince le elezioni con una ridotta percentuale di voti (nemmeno sul totale degli elettori, ma sulla metà del corpo elettorale), di governare sentendosi legittimato da una presunta maggioranza e volontà popolare che, invece, rappresenta il consenso di una minoranza degli elettori. Ovvero, è un caso eclatante di “governo della minoranza“. Evidentemente in Italia lo abbiamo notato solo in due:  io e Antonio Socci. Strano, vero?

Però, non è la prima volta che mi capita di leggere in rete pezzi che mi ricordano ciò che scrivo nel mio blog. Ricordo un altro articolo di Socci nel quale diceva che  Papa Bergoglio parla a vanvera, senza rendersi conto delle conseguenze di quello che dice. Esattamente, parola per parola, una frase che ripeto spesso da anni su Bergoglio. Mi è capitato di sentire comici in Tv fare battute prese di sana pianta dai miei post. Così pure riprendere concetti, anche con le stesse parole, su politica, società, arte ed argomenti vari. Mi capita di lasciare dei commenti su un quotidiano in rete (non lo cito per discrezione)  e dopo pochi giorni vedere degli articoli che riprendono proprio concetti ed argomenti espressi nei miei commenti.  Ricordo una pagina Facebook “La decima crociata” che faceva regolarmente copia/incolla dei miei post, li pubblicava sulla sua pagina, senza citare la fonte, e li spacciava come suoi. Quando glielo feci notare, lasciando un messaggio per lui su un mio post del 2013 “Meglio tacere“, invece che rimediare, scusarsi e citare la fonte dei suoi scritti, bloccò l’accesso alla sua pagina, che prima era libero, riservandolo agli iscritti.

Ma non era il solo. Mi è capitato spesso di rintracciare miei post riportati per intero in siti e forum, senza citare la fonte. E’ la grande opportunità fornita da internet. Quando non hai abbastanza fantasia per scrivere qualcosa di tuo, basta cercare in rete, fare copia/incolla, pubblicarlo e lasciar credere che sia roba tua. Del resto, ormai va di moda. Illustri personaggi (scrittori, giornalisti, politici, accademici) vengono accusati di copiare da altri autori; chi copia le tesine, chi copia  risultati di ricerche altrui  e chi copia i discorsi ufficiali. La schiera dei copia/incolla è lunga: da Roberto Saviano (Saviano, accusa di plagio: avrebbe copiato da Wikipedia) a Umberto Galimberti (Galimberti in cattedra con due libri copiati), da Marine Le Pen (Marine Le Pen copia discorso di Fillon) a Corrado Augias ed altri (Augias e i copioni di Repubblica). Oggi si scopre che perfino Bob Dylan avrebbe copiato dalla rete (Dylan accusato di aver copiato il discorso da un “bigino” on line). Parte del suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura sarebbe preso da un sito inglese che  crea “bigini” di letteratura. Deve essere qualcosa di simile ai riassunti di romanzi che comparivano una volta su “Selezione dal  Reader’s Digest“. E se copia anche Bob Dylan, un premio Nobel per la letteratura, vuol dire che è tutto normale; oggi il copia/incolla è la nuova forma di creatività letteraria. Bella la rete.

Macron e la democrazia

In democrazia governa la minoranza. Sembra una battuta, ma è una cosa seria. Invece, dire che la democrazia è “il governo del popolo” la fanno passare per una cosa seria, invece è una battuta. In democrazia tutti hanno il potere, eccetto il popolo. Il fatto che dicano il contrario e lascino credere che sia il popolo a scegliere liberamente i propri rappresentanti è solo un inganno. “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“, diceva Marcuse. Parlo spesso di democrazia e delle contraddizioni insite nel sistema democratico. Uno dei dubbi che mi porto appresso da sempre riguarda la legittimità a governare da parte degli eletti che, in teoria, dovrebbero rappresentare la maggioranza dei cittadini; in realtà, di solito, rappresentano una esigua minoranza.  Ne parlavo, fra i tanti post, in “Democrazia e voto” del 2014, nel quale citavo il caso emblematico delle elezioni regionali in Emilia Romagna dello stesso anno, vinte dal candidato del PD Stefano Bonaccini, proprio come esempio pratico di non corrispondenza fra elettori, eletti e percentuale di consenso. Quello può essere un caso limite, vista la bassissima percentuale di votanti, il 37%, ma grosso modo tutte le elezioni si svolgono con quelle percentuali di votanti e di risultati. Riporto il brano.

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Stefano Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione. Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.“.

Mi pare che l’esempio dimostri in maniera chiarissima quello che intendo dire. Stranamente però, nessuno si pone mai il problema di chiarire questo piccolo dettaglio. Forse perché nessuno ha interesse a farlo; si corre il pericolo di delegittimare il voto popolare, gli eletti, le elezioni ed il principio della rappresentatività nel sistema democratico. Meglio far finta di niente e proseguire questa autentica truffa ideologica. Ed arriviamo ad oggi. Si sono appena svolte elezioni in Gran Bretagna, in Italia ed in Francia.  Prendiamo in considerazione quelle francesi perché tutti i media hanno dato grande risalto al candidato Macron, esaltandone la vittoria e lo straordinario risultato elettorale (Clamoroso trionfo per Macron).  Sarà davvero così straordinario? Vediamo.

Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio contro Marine Le Pen per le elezioni presidenziali, dopo aver vinto il primo turno con una percentuale di circa il  30%. Se ci fermiamo a prendere in considerazione questo dato rischiamo di commettere già  un errore; sembrerebbe, infatti che quel 30% rappresenti il consenso di 1/3 dei francesi. Ma non è così. In Francia, sia al primo che al secondo turno, ha partecipato al voto il 50% degli aventi diritto. Macron ha preso il 30% di quel 50% di votanti. Ovvero circa il 15% del totale degli aventi diritto al voto. Eppure con il consenso del 15% della popolazione adulta (“contro” o almeno “senza” il consenso del 85% dei cittadini), vince il primo turno, va al ballottaggio, vince,  si prende circa il 70% dei parlamentari (fra 400 e 445 su 577) e governa. Macron ha la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e governa la Francia, avendo solo il consenso del 15% dei francesi. Il 15% di elettori è una maggioranza? No. Macron ha il consenso della maggioranza dei francesi? No. Il fatto che al secondo turno la percentuale sia raddoppiata è dovuto al fatto che molti lo hanno votato per fermare Le Pen e la destra. Quindi non sono voti “pro” Macron, ma sono voti “contro” Le Pen. Non cambia la sostanza del fatto che rappresenta una esigua minoranza dei francesi. Allora, non vi pare che in questo sistema elettorale democratico che determina la scelta dei rappresentanti e la loro legittimazione a governare in nome del popolo  ci sia qualcosa di strano? Sbaglio quando dico che in democrazia governa la minoranza? No, è la pura e semplice verità. Ma a quanto pare va bene così. Bella la democrazia.

Grillocrazia e la sciolta politica

La democrazia secondo Beppe. A Genova si tengono le primarie del Movimento 5 stelle. Vince una donna, Marika Cassimatis. Ma a Beppe Grillo, padre padrone del Movimento, la sua vittoria non piace. Così annulla tutto col pretesto che Cassimatis ed altri componenti della sua lista, avrebbero “danneggiato l’immagine del M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e gli altri iscritti.”. Tanto basta per annullare tutto e proporre un altro nome ed un’altra lista semplicemente rivolgendosi agli iscritti e chiedendo la fiducia: “Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me.”, dice. Ormai il mondo va avanti sulla fiducia. Renzi ha governato per 3 anni col “voto di fiducia”. Obama, appena eletto, ricevette il premio Nobel per la pace; sulla fiducia, come incoraggiamento. Così anche Grillo annulla il voto degli iscritti e decide lui chi deve essere eletto; sulla fiducia.

Questo è la democrazia rivista e corretta ad uso e consumo di un comico che ha deciso di occuparsi di politica, fondando un movimento che gestisce secondo criteri di democrazia che trovano riscontro solo a Cuba e nella Corea del Nord. Ed i sudditi possono solo obbedire e rispettare le rigide regole interne; altrimenti rischiamo l’espulsione, come è già avvenuto per diversi casi di militanti M5S (vedi il sindaco di Parma Pizzarotti). Per questi dilettanti allo sbaraglio guidati da un comico in disarmo la democrazia interna ha questo significato: adeguarsi alla volontà di Grillo. Tanto è vero che probabilmente nel loro vocabolario il termine “democrazia” scomparirà e verrà sostituito con  “Grillocrazia“. La cosa assurda, e che dovrebbe creare qualche preoccupazione, è che, secondo gli ultimi sondaggi, dopo il calo del PD a seguito della scissione di Bersani & C. il M5S, nonostante il suo strano concetto della democrazia, è il primo partito in Italia.  Significa che la gente li segue e li preferisce agli schieramenti tradizionali. Ma non perché gli italiani abbiano fiducia nelle loro capacità, nei programmi, nei principi e l’ideologia (ammesso che ne abbiano una e sappiano quale sia). Nemmeno perché convinti dai risultati spesso disastrosi (vedi la Raggi a Roma) delle loro amministrazioni. Li sostengono perché esasperati da una classe politica inetta, corrotta, incapace e funesta come una calamità naturale o le piaghe bibliche che da decenni sta portando l’Italia alla rovina economica, politica, morale e sociale.

E così, dopo decenni di cambi della guardia, di partiti che nascono, muoiono e risorgono, si sfasciano, si moltiplicano dividendosi come le cellule, dopo l’alternanza di governi di destra e sinistra e tutti con esiti disastrosi, la gente non sa più a che santo votarsi. E per disperazione è disposta a dare fiducia perfino a Grillo ed al suo Movimento di ragazzini che hanno scambiato la politica per un talent show (infatti votano in rete; scelgono i candidati, i vincitori e quelli “nominati“, come fosse un televoto stile Grande fratello). Ma questo talent, dove per essere eletti alle primarie bastano i voti del condominio (Monza, primarie M5S: Doride Falduto eletta con 20 voti), invece che in TV si svolge sul Blog del padre padrone. Si fa tutto in casa; si votano, si eleggono, si sospendono, si sanzionano,  se la suonano e se la cantano. L’importante è rispettare la volontà del capo branco: il Grillo parlante. Eppure, nonostante abbiano uno strano concetto della democrazia,  sono il primo partito e la gente li sostiene; non per i loro meriti, ma per i demeriti degli altri, non perché siano migliori degli  altri politici, ma perché gli altri sono inqualificabili. Quindi sono visti come fossero l’ultima spiaggia, l’ultima ancora di salvezza, l’ultima speranza. In alternativa resta solo Lourdes e i miracoli.

Come volevasi dimostrare.

I partiti in Italia continuano a dividersi, anche quando sono a livelli di consenso minimi. A forza di dividersi restano in quattro gatti, ma si dividono: due gatti da una parte, due gatti dall’altra.

Ecco l’ultima della giornata: “Si scioglie Nuovo centrodestra; Alfano fonda Alternativa popolare“. Dite la verità, questa vi mancava, vero? Sì, sentivamo proprio la mancanza di un altro partito. E così il Nuovo centrodestra si scioglie. Ancora non si era nemmeno ben capito perché questo Nuovo centrodestra fosse nato, cosa fosse e cosa volesse (oltre alle poltrone), e già è finito e ne fonda un altro fresco di giornata. Oggi anche i partiti hanno la data di scadenza, come lo yogurt e le mozzarelle. Dopo lo scioglimento del Popolo delle libertà, fu tutto uno sciogli sciogli generale: tutti i “cani sciolti“, non soddisfatti della prima “sciolta”, continuarono a sciogliersi. Il primo a sciogliersi fu Gianfranco Fini. Poi si sono sciolti Meloni e La Russa. Poi, dopo la rottura del patto del Nazareno, desiderosi di sostenere Renzi per mantenere le poltrone, si sono sciolti Alfano, Bondi, Lupi, Verdini e l’allegra compagnia delle sciolte. Poi Schifani e Quagliarella si sciolgono da Alfano. Parisi si scioglie da Forza Italia per creare il “Megawatt” e “illuminare il sud”. Ed ora Alfano, ormai esperto di sciolte, si ri-scioglie e si inventa “Alternativa popolare” al posto del Nuovo centrodestra.  Cosa cambia non si sa. Forse ce lo spiegherà alla prossima sciolta.

Intanto anche a sinistra Bersani, Orlando, Emiliano si sciolgono dal Pd. Poi Emiliano prende gusto alla sciolta e nel giro di una notte ci ripensa, si scioglie da  Bersani e Orlando e resta nel PD. L’ex sindaco di Milano Pisapia, giusto per ricordare che è ancora vivo, visto che non ha un partito, né seguaci, ma volendo partecipare allo scioglimento generale, si scioglie da solo. Boldrini si scioglie da Vendola e va al “Misto” (non come “Fritto”, ma come gruppo parlamentare), Vendola si scioglie da Sel per accudire e cambiare i pannolini al pupo, e Sel si scioglie perché non c’è più nessuno da sciogliere. E’ tutta una sciolta generale. Questa classe politica ha la “sciolta” facile. Da noi la sciolta si chiama cagarella. Infatti, la si si riconosce dalla puzza; come la politica.

Questa specie di aforisma è una mia vecchia battuta che ripeto spesso, quando parlo di questa classe politica inqualificabile e si adatta benissimo a questo post: “I partiti politici, per adeguarsi ai tempi e mostrarsi progressisti, ogni tanto fingono di rinnovarsi. Cambiano nome, stemma, bandiere, inni, segretari, pur di mantenere poltrone e potere. Per sopravvivere periodicamente cambiano pelle: come i serpenti!”. Appunto, come i serpenti. Amen.

Trump ha vinto: allarmi

Nessuno se lo aspettava, ma Donald Trump ha vinto. E scatta l’allarme. Siccome tutti i mass media era schierati sfacciatamente a favore di Clinton, ora sono tutti in lutto. Anzi, prevedono per il futuro cataclismi, terremoti, alluvioni, uragani e pestilenze. In TV si vedono solo facce tristi, deluse, amareggiate, depresse, scoraggiate, frustrate, e alti suonano i lamenti delle prefiche di regime. Tutto perché la democrazia è bella, ma solo se vince la sinistra. Se vince  la destra la democrazia è in pericolo.  Ritornello già sentito in passato. Ogni volta che si registra una vittoria o un’avanzata dei partiti conservatori e di destra scatta l’allarme rosso. Come mai se vincono i partiti di sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, ma se vincono gli avversari conservatori di destra, è un gravissimo pericolo per la libertà e la democrazia? La democrazia può essere solo di sinistra? Per certi osservatori sembrerebbe proprio di sì. Ma c’è scritto questo nella Costituzione più bella del mondo? No, c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, di qualunque colore sia. Ma per qualcuno non è proprio così. Bene, la vittoria di Trump in USA è l’ennesima conferma che per certa sinistra la democrazia è bella solo se vincono loro; altrimenti è un pericolo. Già in passato ho scritto spesso su questa strana interpretazione del concetto di libertà, di democrazia e di rispetto della volontà popolare; sembrano concetti chiarissimi che tutti accettano e rispettano, ma non è così. Allora tanto vale riprendere dei post già scritti in passato in diverse occasioni: il succo è sempre lo stesso.

Francia, vince la destra; allarmi. (7 dicembre 2015)

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa, che avevo pubblicato su un altro forum, in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da poco e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora.

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e magari ottiene consensi, apriti cielo, scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo. Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia oppure ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

 

Trump, Clinton: il bug del sistema democratico

Hillary o Donald? Comunque vada siamo fregati. E’ ancora un mistero, anche per gli analisti più autorevoli, capire come sia stato possibile che questi due personaggi siano arrivati a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti. Ma ormai la frittata è fatta; arrangiatevi. E’ la dimostrazione di quello che sostengo da tempo: la democrazia contiene in sé un “bug di sistema” che, in nome di principi astratti, può degenerare e consentire qualunque aberrazione e nefandezza. La democrazia è una truffa ideologica e culturale: gli ingenui ci credono, i furbi la sfruttano. Un solo esempio. Chiedetevi come mai per fare il bidello, l’usciere, la colf o il lavapiatti, si devono superare preselezioni, selezioni, esami, colloqui o, come minimo, presentare delle buone referenze. Per entrare in Parlamento, invece, non è necessario nessun requisito, perché chiedere un qualunque attestato accademico, professionale o di capacità ed esperienza, sarebbe discriminante; perché, dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali, con parità di diritti e tutti sono elettori attivi e passivi. In teoria anche lo scemo del villaggio può diventare ministro: lo garantisce la Costituzione. Quella che qualcuno definisce “la più bella del mondo“. Figuriamoci le altre. Un principio così idiota non lo si trova nemmeno nel Manuale delle giovani marmotte. Ma le menti illuminate dicono che questo è uno dei principi fondanti della democrazia. Tutti, ma proprio tutti, possono andare in parlamento. Ecco perché siamo governati da mediocri e incapaci (quando va bene), o da furfanti corrotti (più spesso). E’ l’effetto di quel “Bug“. E’ il sistema che è marcio. La politica non è la soluzione: è il problema.

Ma vi sembra normale un paese e una democrazia in cui diventano presidenti degli USA due componenti della stessa famiglia? Prima Bush padre e Bush figlio, ora Clinton marito e Clinton moglie. E poi passeranno lo scettro presidenziale ai figli e nipoti? Dopo Hillary si candiderà Michelle Obama o la figlia Malia? E poi Chelsea, la figlia dei Clinton o l’ultimo rampollo della dinastia Kennedy? In USA hanno la presidenza ereditaria? Questi sono quelli che esportano la democrazia nel mondo a forza di bombe e complotti; e magari, appena eletti presidenti, si prendono anche il Nobel per la pace sulla fiducia. E nel frattempo, fra un complotto e l’altro, tanto per ammazzare il tempo (qualcosa devono ammazzare, altrimenti vanno in crisi di astinenza), qualcuno si fa fare le pompette; no, i pompucci… i pompelli…i pompicini, insomma quelli (è un diminutivo di pompa, ma non mi viene la parola giusta), dalla stagista sotto la scrivania dello studio ovale. La stessa scrivania sotto la quale Kennedy lasciava giocare il piccolo John John. Bill Clinton, invece ci faceva giocare Monica e pare che entrambi si divertissero molto. Ma vi sembra possibile che questi due personaggi siano il meglio che potessero proporre per guidare la politica, l’economia, i rapporti geopolitici degli Stati Uniti e del mondo occidentale e condizionare la vita dell’intero pianeta? Su più di 300 milioni di americani non si poteva scegliere niente di meglio e più serio? Bisogna concludere che se in USA questo è il meglio a disposizione, sono messi molto, ma molto male. Oppure, che la democrazia qualche piccolo “bug” di sistema lo abbia e che bisognerebbe correggerlo per evitare in futuro guai anche peggiori.

Dalle immagini che abbiamo visto in questo periodo, si ricava l’idea che in America la campagna elettorale sia organizzata come i grandi concerti rock di una volta; qualcuno su un palco e migliaia di fan in delirio che applaudono  in estasi davanti ai loro idoli: il tutto regolato da una precisa e rigorosa regia. Ma è molto più dispendiosa. Girano milioni di dollari raccolti in maniera più o meno chiara e regolare tramite comitati, fondazioni o donazioni di potenti lobby economiche che versano somme ingenti, contando sul rientro di benefici, in caso di vincita del loro candidato. E’ evidente che, qualora questi candidati vengano eletti, la loro linea politica sia in parte condizionata proprio dagli interessi economici di questi finanziatori. Ma non lo ammetteranno mai. Le grandi battaglie politiche, gli scontri fra candidati, gli slogan, nascondono enormi interessi economici. E’ un gioco  sporco fatto sulla pelle dei cittadini che giudicano più sull’immagine mediatica del candidato che non sulle vere e reali sue capacità e proposte. La politica vera, l’ideologia, i programmi, i principi morali contano quanto il Giornalino delle Giovani marmotte.

Negli USA (ma anche noi stiamo imparando presto) la politica è un genere di consumo, un prodotto industriale, da confezionare e vendere con gli stessi sistemi di comunicazione e pubblicitari che si usano per vendere auto o detersivi: il nostro piazzista di Palazzo Chigi, con le sue slides e “Venghino siori, venghino…”, ne è un esempio lampante. Non per niente se ne occupano specialisti della comunicazione; ed alla Casa Bianca c’è a disposizione del presidente un intero staff, composto da una settantina di persone, il cui unico compito è quello di occuparsi dell’immagine pubblica del presidente. Anche la politica è sempre più, non una questione di ideologia e di programmi, ma un prodotto mediatico. Ed il dramma è che i mass media sono una truffa. Sono il più importante mezzo di distrazione di massa, di mistificazione, di manipolazione della realtà e delle menti. Nulla di ciò che mostrano i media è ciò che sembra: tutto sembra ciò che vogliono farci credere che sia.

Criticare il sistema democratico, tuttavia,  non significa auspicare un regime totalitario. Basterebbe apportare qualche piccola variazione, introdurre diversi metodi di scelta dei rappresentati del popolo, prevedere il possesso di alcuni requisiti indispensabili per accedere alla politica. Il principio della completa uguaglianza dei cittadini è un falso ideologico. “Uno vale uno2, così come ribadito anche recentemente da Grillo e dal suo movimento, è uno dei concetti più stupidi partoriti dalla mente umana. Chi accetta la democrazia come “il meno peggio“, come diceva Churchill, dovrebbe anche spiegare perché l’umanità, dopo millenni di evoluzione, dovrebbe accontentarsi del “meno peggio“, invece che cercare “il meglio“. Così pure,  chi pensa che la democrazia operi naturalmente un processo di selezione dei candidati attraverso il voto, e che i politici siano legittimati a governare perché votati ed eletti liberamente dal popolo, dovrebbero informarsi meglio sui sistemi di condizionamento del voto, sulla formazione dell’opinione pubblica, sulla creazione e gestione del consenso, sulla manipolazione e l’uso strumentale dell’informazione e sul potere dei persuasori occulti. Poi ne riparliamo. Diceva Herbert Marcuse, autore di “L’uomo a una dimensione”, testo cult e bibbia dei movimenti giovanili di protesta degli anni ’60: “La libera scelta dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“.  Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Vedi

La politica è un bluff, legale

Sei democratico? Quiz facile facile

Darwin e la democrazia

Democrazia e maggioranza

Lo strano concetto di maggioranza

Democrazia in supposte

Democrazia in pillole

L’idiota e la democrazia

Terapia democratica

Democrazia, voto e rappresentanza popolare

Democrazia in coma profondo

Democrazia e pentole

Fantozzi e la democrazia

Facce romane

Quest’uomo potrebbe diventare sindaco di Roma; con quella faccia.

Quest’uomo, con quella faccia, aspira a governare la città che fu la Caput mundi, faro di civiltà, che creò il più grande e potente impero dell’antichità, e che ancora oggi, per storia, cultura e patrimonio artistico, non ha eguali al mondo. Se quest’uomo, con quella faccia, può aspirare a tanto nell’indifferenza generale, significa che il sistema che glielo consente contiene in sé qualche grave errore di fondo.