Del Debbio flop ed estetica in TV

Del Debbio, con Quinta colonna su Rete 4,  fa meno ascolti di Formigli su La7. Lo riportava avantieri  Libero.it (Del Debbio perde la gara di ascolti). Nemmeno un punto di share di differenza (Del Debbio 4,5%, Formigli 5,3%), ma basta e avanza per stilare classifiche di merito e decretare il successo o il flop di un programma. Ormai non conta più la qualità, ma lo share. Se il Grande fratello fa il 30% di share e milioni di telespettatori che lo seguono, significa che è un ottimo programma (così sostengono gli analisti e tutti quelli che su quel programma ci campano). Ovviamente nessuno si pone il problema della qualità e del fatto che quei milioni di spettatori possono essere (anzi, per me lo sono senza possibilità di errore) degli autentici imbecilli. Ma non si può dire, altrimenti vi accusano di essere degli “hater” o odiatori. Gli “odiatori” o Haters (termini inventati di recente, da usare come infamanti accuse per mettere a tacere tutti gli oppositori non allineati al pensiero politicamente corretto e critici nei confronti della demenzialità mediatica e gossipara), per i detentori della superiorità morale, sono tutti coloro che criticano la scellerata ideologia sinistra e non sono omologati al pensiero unico buonista, terzomondista, multietnico boldrinian-bergoglian-kyengista; quelli, altrimenti detti, populisti, xenofobi, omofobi e fascisti. Ma questa è un’altra storia.

Ma non tutti quelli che esprimono giudizi negativi sono Haters o Odiatori. C’è una differenza sostanziale, che è bene tener presente per evitare complicazioni e querele, che si spiega solo con la doppia morale che la sinistra ha in dotazione di serie. Te la consegnano al momento dell’iscrizione: tessera del partito, patentino di superiorità morale, distintivo di “tuttologo” detentore della verità assoluta e licenza di doppia morale, da usare a piacere. A cosa serve? Facciamo un esempio pratico. Se Calderoli dice che quando vede Cécile Kyenge pensa ad un orango (oltre ad essere subito catalogato come Haters e Odiatore)   è un gravissimo insulto razzista per il quale viene querelato e deve pure pagare i danni. Se invece Nichi Vendola dice che Berlusconi è un cancro della politica, Travaglio dice che è un suo diritto odiarlo e augurarne la morte e Di Pietro dice in Parlamento che è un serpente a sonagli, quella è semplice “dialettica politica“. Chiaro?

 Il fatto che Del Debbio non faccia grandissimi ascolti non è una novità. Dopo aver salutato il suo arrivo con il programma Quinta colonna, e Dalla vostra parte condotto poi da Belpietro, come voci “fuori dal coro” diverse dal pensiero unico dominante in televisione, ho presto cambiato parere vedendo la conduzione apparentemente di denuncia e contrasto al buonismo, al terzomondismo, alla scellerata politica che favorisce l’immigrazione incontrollata della sinistra, ma in pratica quasi assecondando quella visione della realtà, complice la presenza in studio di ospiti più di sinistra che di destra, compresi imam fai da te, mediatori culturali africani ed esponenti islamici ai quali si dava più spazio che alla gente comune.  L’ho anche scritto spesso e volentieri anche sul Giornale.

Ecco cosa commentavo l’anno scorso un articolo su “Renzi sfida l’UE, lamentando l’eccessiva presenza mediatica del ciarlatano di Rignano anche sulle reti Mediaset: “Lo vediamo a reti unificate. Non bastano i servizi dei TG e le reti di regime, che sembrano fatti dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi; non bastano le sue presenze su tutte le reti, intervistato da giornalisti e conduttori compiacenti come la Gruber. Lo dobbiamo vedere anche sulle reti Mediaset, a canale 5 dall’amica Barbara D’Urso che gli dà del tu e, forse è già la terza o quarta volta, da Del Debbio su Rete4, a Quinta colonna, dove fa il suo lungo monologo per cantare le lodi del suo governo dei miracoli. Né va meglio a “Dalla vostra parte”, dove Belpietro dà voce alle proteste di piazza contro l’immigrazione, ma poi in studio ci sono personaggi inguardabili come Karaboue, Librandi, Castaldini, Fiano, Chaouki, Morani, mediatori culturali africani e imam fai da te di quartiere, ai quali viene concesso più spazio e tempo che agli italiani. Infatti non vedo più né Del Debbio, né Belpietro; almeno non mi rovino la digestione.”. Infatti non li guardo più.

Bene, ora qualcuno comincia a rendersi conto di quanto dicevo fin dall’inizio. E se andate a leggere i commenti all’articolo sopra citato di Libero.it, vedrete che i motivi per cui i lettori criticano Del Debbio, sono gli stessi che usavo io criticando la presenza degli ospiti in studio. Vale la pena, per capire qual è l’opinione dei lettori, riportare qualcuno dei commenti:

Poliponero: io sono tra quelli che non seguono piu’ questo programma(e non mi perdevo nessuna puntata)! il perche’ e’ semplice: troppi buonisti e saputelli delle religioni con tendenze anticristiane> (cecchi pavone, carabue, imam, zingari ecc.)

Milibe: bel programma diventato inguardabile con invitati come i perdenti castaldini, liprandi , karabue e simili…

Mingardi: mi sembrava d’aver visto la Castaldini…per questo non lo guardo più.

Tega: I personaggi di Del Debbio sono sempre i soliti, Librandi Castaldini ecc. e la gente è stufa!

VitoLibrandi,Carabue,Castaldini,Romano etc, stimolano il rigurgito !

Sanfilippo:  telespettatori si sono stufati di vedere Librandi e tutta la feccia PD che sbrodola cavolate a gogò.

Marcellini: Troppi personaggi inascoltabili! Ti fa venire la voglia di spaccare il televisore!!!

Ecco, questo è il tenore dei commenti. Allora è strano che nessuno si accorga che i telespettatori non gradiscono la presenza di ospiti che ritengono inguardabili, inascoltabili e intollerabili per la loro faziosità. Non mi sorprende; c’è gente che ha bisogno di tempo, spesso di anni, per capire le cose. Per spiegare il concetto, cito spesso il caso della rivoluzione d’ottobre del 1917, quando i bolscevichi presero il potere in Russia e cominciarono a trasformarla in base all’ideologia marxista-leninista, provocando la morte di decine di milioni di persone pur di raggiungere lo scopo. Impiegarono 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Allora abbatterono un muro a Berlino, smisero di combattere l’Occidente capitalista, rivalutarono la proprietà privata e scoprirono i benefici e le delizie del capitalismo che avevano sempre combattuto. Tanto che oggi alcune delle persone più ricche del mondo sono russe; o cinesi. Lo stesso gravissimo errore stanno commettendo oggi, sempre per aberranti motivazioni ideologiche che non tengono in alcun conto la realtà, in merito al terzomondismo, la società multietnica e l’accoglienza senza limiti degli immigrati. Spero solo che non debbano aspettare 70 anni per capirlo perché è già tardi oggi per rimediare.

Anche Del Debbio cade nell’errore di non tener conto di alcuni dettagli. L’ho scritto spesso, anche in alcuni post. Per esempio qui “Rivalità, xenofobia e diversità“, in cui cercavo di chiarire le differenza fra le parole e l’uso strumentale che ne viene fatto. Ma soprattutto qui “Guelfi e xenofobia” del 2015, in cui riprendevo proprio un’affermazione di Del Debbio, molto discutibile: Ecco l’incipit del post: “Avantieri su Rete4 il conduttore Del Debbio, parlando ancora di problemi legati all’immigrazione, ha detto che gli fanno schifo gli xenofobi. E perché non si pensasse che l’affermazione gli era sfuggita per sbaglio, lo ha ripetuto “Gli xenofobi mi fanno proprio schifo“.  Bene, abbiamo capito. Certo che una simile perentoria affermazione, fatta da un toscano di Lucca, lascia un po’ perplessi. Ricordiamo tutti le rivalità fra i Comuni toscani, tra Firenze e Siena, tra Pisa e Livorno, tra guelfi e ghibellini; un odio che sfociava spesso in contrasti cruenti, come la battaglia di Montaperti tra i guelfi guidati da Firenze contro i ghibellini guidati da Siena. E Lucca, patria di Del Debbio, stava con Firenze.”.

Viene spontaneo ricordare la storica rivalità tra le città toscane. E non solo fra città, ma addirittura tra concittadini divisi dall’eterna rivalità fra rioni, come succede tra le contrade di Siena. E vogliamo dimenticare le rivalità che spesso finiscono tragicamente, tra tifosi di squadre avversarie (Roma – Lazio, Milan – Inter, etc…) che ad ogni occasione scatenano risse, aggressioni e se le danno di santa ragione? O la tradizionale contrapposizione fra polentoni padani e terroni meridionali? Ma se è così difficile accettare  pacificamente la convivenza ed abbracciare i nostri concittadini solo perché vivono in una contrada rivale, tifano per una squadra diversa dalla nostra, vivono in zone diverse d’Italia, perché mai dovremmo accogliere a braccia aperte, con baci e abbracci, gli africani che arrivano da pesi lontani, che non conosciamo, non sappiamo chi siano, cosa vogliono, perché entrano a casa nostra come ospiti non invitati e pure a nostre spese? Ancora nessuno ci ha spiegato questo mistero. Allora sorge qualche dubbio sul fatto che ad un toscano fazioso per natura, facciano schifo gli xenofobi. Verrebbe da chiedersi, con una vecchia battuta: “Del Debbio, ma lei è amico mio o del giaguaro?“. O, ancora meglio: “Ma ci fa o ci è?”.

Ed a conferma del fatto che c’è molta gente che ha difficoltà a capire certe verità, ed ha idee molto vaghe sull’estetica e la sua applicazione nei rapporti sociali (specie mediatici), arriviamo ad un altro mistero esistenziale: Emanuele Fiano. Anche a lui ho dedicato spesso dei commenti, sia sul blog che sulla stampa. Ecco cosa scrivevo un anno fa su Ben ritrovati“: “Credo che i personaggi pubblici, quelli che appaiono quotidianamente in televisione, dovrebbero possedere dei requisiti minimi anche di carattere estetico. Non capisco come uno con la faccia di Fiano possa presentarsi in pubblico. Mistero. Non si può cominciare la giornata con queste visioni inquietanti. Dopo l’orticaria della meteorina che saluta con “Ben ritrovati”, vedendo Fiano ti viene anche il mal di pancia e, sentendolo anche parlare con quella boccuccia a culo di gallina e quella vocina nasale gne gne (e dire le sciocchezze che dice) ti viene anche un improvviso raffreddamento in zona pubica causato dal forte movimento rotatorio delle palle. “. Ed ancora in questo “Facce e facciacce“, dove appare insieme ad un’altra faccia da “censura” come Ivan Scalfarotto. E’ un caso di particolare antipatia personale?  No, è uno dei tanti casi di ingiustificabile e totale assenza di criteri estetici riscontrabili sui media.

Esempio; anche Cristina e Benedetta Parodi, stanno registrando un flop gigantesco con il loro programma domenicale. Si cerca di giustificarle in vari modi, ma nessuno nota una verità evidentissima: Benedetta Parodi, con quel volto spigoloso ed il nasino alla Boldrini, è antipatica. E non sto a spiegare i motivi; non merita tanta attenzione. Così come antipatico ed inguardabile è un altro personaggio TV: Diego Bianchi, in arte Zoro, conduttore di Gazebo (programma che sembra fatto da e per sfigati di periferia da centri sociali Che Guevara), ora passato a La7. Uno con quella faccia, che tutto ricorda meno che un volto umano, non dovrebbe uscire di casa e, ancora meno, presentarsi in televisione. Pensate che l’estetica e la fisiognomica non abbiano importanza e che Lombroso esagerasse? Allora guardate questa faccia: “Trota al Carroccio“. Vi sembra normale? No, non lo è. Ci sono dei primati che hanno un aspetto più umano; e anche più intelligente. Ma non si può dire, altrimenti diventiamo haters o “odiatori“.

Un altro caso emblematico di mancanza di senso estetico, fra i tanti che si possono riscontrare in Tv, è quello che riguarda Eleonora Daniele, conduttrice di un programma del mattino su RAI1, Storie vere o Storie italiane o qualcosa del genere (il tema fisso sono le tragedie familiari, possibilmente col morto ammazzato, l’inviato speciale sotto la casa della tragedia e tutti i dettagli macabri), alla quale già lo scorso anno ho dedicato un post “Cuochi e delitti” per sottolineare l’eccesso di cuochi e di cronaca nera in TV. Ecco, a lato, un’immagine a caso del programma in cui la domanda cruciale del giorno era chiedersi “Come è morto Roberto?”: il tema è sempre quello, la cronaca nera. Ed il programma si basa sempre sul collaudato metodo della chiacchierata in salotto: si invitano in studio i soliti esperti (quelli non ci mancano) che in diretta svolgono le indagini, confrontano gli indizi ed ipotesi, suggeriscono metodi e tattiche investigative, ed esprimono giudizi sul mostro del giorno, dividendosi equamente fra colpevolisti ed innocentisti, sull’ultimo caso di cronaca nera. Che bello cominciare la giornata con queste notizie allegre ed il viso “sorridente” di una conduttrice che, solo a vederla, mette allegria e buon umore! No?

Eppure l’estetica è fondamentale. Quando incontriamo una persona, la prima impressione è determinante e dipende da alcuni fattori: il volto, lo sguardo, l’espressione, il tono di voce, la gestualità, l’atteggiamento. Sono segnali che percepiamo subito e questo determina la nostra risposta positiva o negativa. Basta pochissimo per sentire se quella persona ci è simpatica o antipatica. E’ una reazione spontanea, involontaria e del tutto naturale. E questo condiziona in maniera decisiva le nostre relazioni sociali. Se possibile cerchiamo di frequentare ed avere come amici e compagni di lavoro o di strada, delle persone simpatiche con le quali condividiamo gusti, stile di vita e “affinità elettive”.  Come mai allora pensiamo che questo non sia, non possa e non debba essere importante, se non determinante, nel rapporto con i personaggi pubblici e famosi del mondo della politica, dello spettacolo, quelli che invadono i media ogni giorno?

E se qualcuno si permette di esprimere giudizi poco lusinghieri nei confronti di questi personaggi, viene accusato di essere un “odiatore”, di fare discriminazioni in base al genere, ai gusti sessuali, al colore della pelle, all’etnia, alla fede religiosa, allo stile di vita; tutte cose che, in base alla legge Mancino, sono reato. Alla faccia della libertà di espressione ed al diritto di esprimere un giudizio estetico. Perché devono piacermi per forza i neri, i gay, i fancazzisti dei centri sociali, le femministe, la Kyenge o la Boldrini, il Papa, Fiano, Zoro e altri insulti viventi all’estetica, l’etica o il semplice buongusto? Perché deve piacermi Luxuria se trovo il personaggio, e la sua vista, rivoltante? Deve piacermi per legge, perché così vuole il pensiero politicamente corretto? Perché? Chi ha stabilito questi criteri estetici? Per fare un esempio pratico di cosa fa scattare l’accusa di razzismo in un post del 2013 ho messo a confronto Cécile Kyenge con Vanessa Hessler, così anche i ciechi possono vedere la differenza. Guardatelo:  “Razzismo cromatico“. Notate qualche leggerissima differenza estetica? Oppure il solo affermare che c’è una differenza e che preferiamo una (non dico quale) all’altra è razzismo?

Torniamo al nostro Fiano e vediamo cosa riportava di recente ancora Libero.it: “Fiano basta con la Tv; al suo posto Richetti che piace alle donne“. Il guaio di questo personaggio è che te lo trovi sempre sotto gli occhi in TV dalla mattina alla sera. Se non è ad Agorà su RAI3 al mattino (se non c’è lui c’è Gennaro Migliore; esteticamente non cambia molto), è ad Omnibus o L’Aria che tira su La7, lo ritrovi al pomeriggio a Tagadà. lo vedi su tutti i TG, lo ritrovi da Gruber o in uno dei soliti talk show passerella per politici che passano più tempo in TV che in Parlamento. E, se ci fate caso, le facce di politici, giornalisti ed opinionisti di professione, che vediamo ogni giorno in Tv, sono sempre le stesse. Ne cito alcune a caso, le prime che mi vengono in mente: Travaglio, Padellaro Scanzi, Peter Gomez, tutti del Fatto quotidiano (quasi di casa su La7, insieme a Marco Damilano direttore de L’Espresso), Claudia Fusani ex L’Unità (su qualche rete la trovate ogni giorno), i filosofi Massimo Cacciari e Diego Fusaro (uno post-comunista, l’altro neo marxista; sarà un caso?) ed altri in ordine sparso, presentati come intellettuali o con i titoli accademici (vedi il sociologo De Masi che salta da un canale all’altro e discetta su qualunque argomento), per nascondere la loro appartenenza all’area della sinistra. Un altro caso simile di “trucco” mediatico riguardava lo scomparso Stefano Rodotà (altro guru della sinistra onnipresente nei salotti Tv) che, nonostante la sua militanza politica, in TV veniva presentato come “Università La Sapienza” (sic), per nascondere la fede politica con l’autorevolezza del titolo accademico (un trucco molto usato ed abusato dai conduttori organici alla sinistra; quasi tutti). Ma non dobbiamo pensar male, deve essere solo un caso, una coincidenza, magari lo fanno in buona fede. No?

E come se non bastasse la presenza invasiva ed assillante della compagnia di giro degli opinionisti di professione sulle varie reti, su La7 si verifica una curiosa particolarità; i vari personaggi e volti della rete si ospitano a vicenda. Così vedete Formigli che ospita Mentana, Mentana che ospita Floris il quale poi ospita Damilano (quasi ospite fisso da Gruber e Zoro), poi li trovi all‘Aria che tira di Mirta Merlino, dove passano tutti prima o poi, dove trovi insieme come opinionisti il solito onnipresente Damilano e un’altra conduttrice della rete, Alessandra Sardoni (dalla bruttezza imbarazzante ed insopportabile; c’è un limite a tutto, non basta il trucco, l’estetista o il ritocchino; l’unica soluzione è  Lourdes, un miracolo) che, a sua volta, ospita a turno tutti i volti de La7, o altri personaggi che evidentemente bivaccano negli studi TV. E’ una TV autarchica, fanno tutto in casa.

Ieri, a conferma di quanto dico, nel nuovo programma di Giletti “Non è l’Arena” c’erano quattro ospiti in studio: Matteo Salvini, un imprenditore e…Enrico Mentana e Gennaro Migliore. Che caso, che combinazione, che coincidenza. “Eccheccasoooo”, direbbe Greggio! Tranquilli, alla prima occasione, magari l’ennesima “Maratona” elettorale, Mentana ricambierà il favore ed ospiterà Massimo Giletti. Ora chiedetevi perché in Tv vediamo sempre le stesse facce (che sono quelle dei personaggi della cultura e della politica che sembrano essere gli unici autorizzati ad esprimere la personale opinione su tutto lo scibile umano e che, a lungo andare, condizionano l’opinione pubblica) e provate a darvi una risposta.

Ma torniamo al nostro Fiano. Cosa riferisce Libero? Sembra che in seno al PD non tutti apprezzino questa eccessiva presenza mediatica di Fiano e che non solo dia fastidio, ma ci sia proprio una petizione sottoscritta da diversi esponenti dem che chiedono proprio una sua minore presenza in TV a favore di Richetti “più simpatico“. Anche questi hanno impiegato un po’ di tempo a capire che questo Fiano non è proprio il massimo della simpatia e che, forse, bisognerebbe dargli meno spazio. Forse, dico forse, non mi sbagliavo. Ma questa non è discriminazione per motivi estetici? No, perché ricordate che se questo lo facesse la destra sarebbe un gravissimo atto di discriminazione, ma se lo fanno i compagni del PD è semplice dialettica interna. Bene, anche oggi mi sono sfogato; ogni tanto ci vuole, anche se lo leggeranno in pochissimi. I dati del contatore visite sono talmente sballati che, come ho già detto in passato, non ci credo nemmeno se me lo mette per iscritto un notaio. Ma c’è chi è convinto che migliaia di utenti leggano ogni giorno quello che scrivono. L’importante è crederci. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ben ritrovati

Non ne posso più di sentire in televisione questo “Ben ritrovati” usato come saluto. Mi provoca l’orticaria. Ormai dilaga, lo usano tutti, è diventato il saluto di rito. Stamattina ho sentito pure una meteorina vestita da ufficiale dell’aeronautica, che apriva le sue previsioni del tempo con “Ben ritrovati“. Lo usano le annunciatrici dei telegiornali, conduttori e conduttrici dei vari programmi, inviati più o meno speciali, titolari di rubriche e rubrichette quotidiane, cuochi e oroscopanti. Non bastava usare un Buongiorno, Buonasera, Buon pomeriggio, o un normalissimo Benvenuti, come si è fatto per secoli. No, oggi bisogna inventarsi sempre delle novità, per dimostrare di essere originali, creativi, estrosi, eccentrici, chic. Così tempo fa qualcuno cominciò a salutare non con un semplice Buongiorno, ma con “Ben ritrovati“, tanto per usare un’espressione diversa. E siccome è risaputo che le cose intelligenti sono difficili da accettare, ma le stronzate fanno subito presa e si diffondono peggio dell’influenza asiatica, ecco che, in brevissimo tempo, tutti si adeguano e non c’è programma TV che non vi saluti e vi accolga con “Ben trovati o Ben ritrovati“.

E’ lo stesso principio per il quale si è diffuso come un virus l’uso di “quant’altro, assolutamente sì, un attimino, sicuramente, etc…”, ma soprattutto quella specie di obbrobrio ed oltraggio alla lingua che è l’uso di “piuttosto che” in senso disgiuntivo, al posto di “e, o, oppure“. Dovrebbe essere considerato come reato, da  perseguire con sanzioni, multe salate e perfino la galera per i più recidivi; roba da metterli alla gogna nella pubblica piazza. Sembrano dettagli insignificanti, ma sono segnali della stupidità dilagante, del decadimento sociale, dell’ignoranza diffusa mascherata da cultura di massa. E la cosa più assurda è che ad usare questa nuova terminologia non sono le persone ignoranti che, grazie al cielo, continuano a parlare come mangiano: i cultori di questi obbrobri linguistici sono le classi elevate, intellettuali, giornalisti, scrittori, direttori vari, conduttori televisivi, l’élite.

Sta diventando davvero insopportabile sentire ogni giorno queste aberrazioni linguistiche, proprio perché vengono da personaggi che, per il ruolo pubblico ricoperto,  dovrebbero fungere da maestri, modelli da seguire.  Si dice che la televisione abbia unificato l’Italia anche nella lingua; ed è vero. Oggi, dopo aver favorito la diffusione della lingua italiana dalle Alpi a Lampedusa,  sta diventando la “cattiva maestra televisione“, come la chiamò Karl Popper, che non solo sta facendo dimenticare l’uso corretto della lingua, della grammatica e della sintassi, ma favorisce la diffusione degli errori più elementari ed insopportabili. Errori che non si facevano nemmeno alle scuole medie, come usare “Te” al posto del “Tu” in espressioni tipo “Come dici te…Te cosa ne pensi…). Eppure questo errore lo si sente spesso in Tv anche da parte di conduttori come Del Debbio (che, da toscano, lo usa regolarmente perché è tipico della parlata toscana) o come l’ex direttore del TG1 Gianni Riotta, o di quel grande divulgatore scientifico che pensa di essere Alessandro Cecchi Paone (l’ho sentito per puro caso proprio ieri sera, facendo zapping, mentre si rivolgeva ad un cane col Te al posto del Tu). Ma non divaghiamo, l’elenco delle scelleratezze linguistiche sarebbe lungo.

Ora, quando si sente questo nuovo modo di rivolgersi ad un ospite in studio, ad un inviato collegato in esterna, al pubblico a casa, viene spontaneo porsi una domanda. Ma salutare qualcuno con  “Ben ritrovato” significa che si era perso, smarrito, dimenticato o rinchiuso per sbaglio in qualche sgabuzzino degli studi televisivi e per fortuna è stato “ritrovato” magari dalle donne delle pulizie?  Significa che era dato per disperso nella foresta amazzonica o nell’Africa equatoriale e che dopo anni di lunghe e perigliose vicissitudini è stato finalmente “ritrovato” vivo fra gli indigeni? Ricorda l’episodio del ritrovamento del missionario esploratore David Livingstone che era dato per disperso in Africa. Si narra che quando il giornalista Henry  Morton Stanley finalmente lo trovò, dopo due anni di ricerche, lo abbia salutato con la frase diventata celebre: “Dr. Livingstone, I presume” Ecco, oggi invece che “Dr. Livinstone, suppongo“, un giornalista italiano direbbe “Ben ritrovato, Livingstone“. Ed avrebbe anche ragione se ci si rivolge a qualcuno che si sta cercando per mari e monti da anni. Ma non ha senso se ti rivolgi al pubblico a casa o ad un personaggio che staziona in permanenza negli studi televisivi che, quindi, non si è perso, non si era smarrito, non era dato per scomparso in Patagonia. In questo caso salutare con “Ben ritrovati” è da idioti.  Punto. Per essere coerenti, se quando si comincia una puntata si saluta il pubblico con “Ben ritrovati“, quando la puntata finisce si saluta con “Ben lasciati“?

Come se non bastasse, subito dopo la meteorina in divisa parte un faccia a faccia tra Emanuele Fiano e Matteo Salvini sul referendum. Credo che i personaggi pubblici, quelli che appaiono quotidianamente in televisione, dovrebbero possedere dei requisiti minimi anche di carattere estetico. Non capisco come uno con la faccia di Fiano possa presentarsi in pubblico. Mistero. Non si può cominciare la giornata con queste visioni inquietanti. Dopo l’orticaria della meteorina che saluta con “Ben ritrovati”, vedendo Fiano ti viene anche il mal di pancia e, sentendolo anche parlare con quella vocina nasale gne gne (e dire le sciocchezze che dice) ti viene anche un improvviso raffreddamento in zona pubica causato dal forte movimento rotatorio delle palle. E’ troppo, abbiate pietà. E ci fanno pure pagare il canone.

A proposito di facce vedi:

Le facce

Facce e facciacce

Trota al Carroccio

Madonne in TV, col trucco

Il trucco c’è (e si vede)

Rivalità, xenofobia e diversità

La rivalità fra popoli, nazioni, città, genti, perfino tra piccoli borghi, fa parte della storia dell’umanità, ne costituisce il filo conduttore. Storia e cronaca  ci raccontano rivalità secolari e piccole faide di paese. Nel post “Guelfi e xenofobia” accennavo alla storica rivalità tra città toscane, come Firenze e Siena, Pisa e Livorno, o tra fazioni, come guelfi e ghibellini, o ancora fra contrade, come a Siena. Ma rivalità e campanilismo non sono certo una prerogativa esclusiva della Toscana. Non c’è zona dell’Italia che sia immune da qualche forma di rivalità, più o meno accesa, antica o recente. Basta considerare che molto spesso esistono rivalità dure a morire anche tra piccoli paesi distanti pochi chilometri. Si scatenano attriti per il controllo del territorio, per i pascoli, per reciproci furti di bestiame, per una fonte, per qualche sgarbo fatto o subito in passato; o semplicemente per antichi rancori di cui non si ricordano più nemmeno l’origine e la causa scatenante, ma che lasciano traccia di ataviche contrapposizioni che si perpetuano nel tempo per consuetudine, come fosse una eredità culturale da rispettare, una tradizione comune da tramandare ai posteri.

Perfino all’interno dello stesso paesello nascono rancori e odio che sfociano spesso in sanguinose e tragiche faide familiari che si rinnovano e passano di generazione in generazione. Sembra che la rivalità, più o meno violenta, sia una pulsione naturale, uno stato di tensione permanente che nasce spontanea in una comunità, ed alla quale, a meno che non si sia in odore di santità, non ci si può sottrarre. Qualcosa  che scorre nel sangue dell’uomo e forse serve a scaricare quella buona dose di aggressività innata che solitamente viene repressa, ma è sempre pronta a salire a galla ed esplodere al minimo pretesto. Forse sono ricordi ancestrali di ataviche lotte tribali per la conquista del territorio, di una preda, una sorgente o una grotta. Sembra un istinto naturale comune a tutti gli esseri viventi. Uno degli istinti più evidenti negli animali è proprio la difesa del proprio territorio. Così ancora oggi l’uomo ha un bisogno quasi fisiologico di individuare un nemico da combattere o trovare qualche motivo per dividersi e schierarsi in opposte fazioni, tra tifoserie calcistiche, politiche, culturali, artistiche. E quando non ci sono più i guelfi papali e i ghibellini imperiali, ci si divide su Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, polentoni e terroni, S. Ambrogio e S. Gennaro; è il trionfo del fanatismo, spesso anche violento,  del tifo da stadio, applicato a tutte le relazioni umane.

La rivalità, intesa come forma di competizione e sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, è la condizione naturale di tutte le specie viventi, di uomini, animali, e perfino vegetali. Forse non ci facciamo caso, ma anche tra i fiori del giardino, tra gli alberi di un bosco, tra i cespugli e le erbe dei campi esiste una forma di rivalità che consente alle specie  più forti di crescere e svilupparsi a discapito di quelle più deboli. Anche tra i vegetali esiste una forma di istinto di sopravvivenza che si esprime  in una competizione per la vita che determina vincitori e vinti, vita e morte. A dispetto di chi continua a propugnare l’amore universale, anche i fili d’erba si fanno la guerra. Ecco perché tutte le ideologie fondate sulla supposta bontà dell’essere umano, sul mito del buon selvaggio alla Rousseau, su “ama il prossimo tuo come te stesso“, e sul “peace and love“, sono destinate a fallire miseramente:  sono contro le leggi della fisica, della chimica, della biologia; sono contro natura. Anche la materia è in continua lotta, non esiste condizione di stasi, di equilibrio; tutto l’universo è in continuo movimento, evoluzione, lotta tra forze contrarie, tra materia ed anti materia, tra cariche positive e negative, tra forze centrifughe e centripete, tra forze che si attraggono e forze che si respingono; non esiste l’armonia universale. Quando ci sembra che qualcosa abbia raggiunto una condizione di equilibrio, è solo il risultato della contrapposizione di due forze uguali e contrarie, ma sempre in tensione.

Ma lasciamo le guerre tra galassie e torniamo a cose più terra terra. Ha radici antiche la rivalità fra città, popoli, nazioni, civiltà: i toscani l’hanno sviluppata a livelli quasi patologici, ma il germe viene da lontano. Roma e Cartagine, Atene e Sparta, ne sono un esempio storico. Nel post sopra richiamato, parlavo di rivalità spinto dalla dichiarazione di un conduttore televisivo toscano, Paolo Del Debbio, il quale afferma che gli xenofobi gli fanno schifo; dimenticando che essi, i toscani, la rivalità ce l’hanno nel sangue. Ma rivalità e xenofobia, seppure complementari, sono concetti diversi. La rivalità è presente nella vita quotidiana e la si trova in ambiti diversi, nel lavoro, lo sport, il commercio, arti e professioni e perfino in amore; la si può tranquillamente scambiare per una forma quasi innocua di concorrenza o confronto, più o meno leale, ma di solito senza conseguenze tragiche. Anzi, talvolta, una rivalità non aggressiva può stimolare un maggiore impegno ed avere effetti positivi. La xenofobia è un atteggiamento mentale diverso dalla semplice rivalità e, come tutti sanno, è una parola greca composta da xenos (straniero) e  phobos  (paura) e significa, quindi, “paura dello straniero“.

Essendo parola di origine greca, giusto per fare ancora un esempio concreto di quanto siano antiche le radici della contrapposizione fra città anche vicine,  viene spontaneo ricordare la storica rivalità fra Atene e Sparta. Bisogna anche ricordare che per i greci tutti gli stranieri, che non parlavano la lingua greca, erano considerati barbari  (barbaroi), che non significa uomo con la barba“,  come si potrebbe pensare perché in italiano il richiamo onomatopeico viene spontaneo,  ma indica la ripetizione della sillaba “bar…bar“. Alle orecchie dei greci gli stranieri parlavano lingue buffe ed incomprensibili e, forse a causa di un suono ricorrente, sembrava che avessero difficoltà di pronuncia. Così, sarcasticamente, li indicavano come quelli che parlano “Bar…bar…”, ripetendo le sillabe come se, appunto, fossero balbuzienti.  Da qui la definizione di “Barbaroi“, barbari. Come noi usiamo dire “Bla, bla…” di discorsi vuoti, o “Gne gne…” di un parlare lezioso e monotono, o come se noi oggi, indicando i popoli anglosassoni, la cui lingua ha molte parole con desinenza in “…tion”, li chiamassimo gli “Scionscioni“.

Detto questo, bisogna anche ricordare che allora i rapporti fra i popoli non erano molto pacifici. Se riuscivano a farsi la guerra fra Atene e Sparta vuol dire che allora la cosa più frequente non era la pace, ma la guerra. E la storia antica ci racconta proprio vicende di scontri continui tra città, popoli, imperi. Il continuo pericolo di essere invasi e finire magari schiavi in paesi lontani (pensiamo al popolo ebraico per secoli schiavo a Babilonia e in Egitto) non lasciava certo dormire sonni tranquilli. Ovvio, quindi, che la “paura dello straniero” fosse  la cosa più naturale. Per i Greci  i persiani erano “stranieri“, ed  avevano mille ragioni per averne paura. Per fortuna, si dirà, oggi non c’è più il pericolo di essere invasi e di finire schiavi a Babilonia. Il mondo vive un periodo di relativa pace e sembrano finiti i tempi in cui re e imperatori scatenavano guerre solo per ingrandire il proprio territorio o per affermare la propria potenza.  Almeno così sembra, apparentemente.

Non ci sarebbe più alcun motivo, quindi, di aver paura dello straniero. Ecco perché ci ripetono ogni giorno che la xenofobia e la paura dello straniero, che identificano con la paura del  “diverso” (che sembra lo stesso concetto, ma non lo è: è “diverso”) non sono accettabili. Lo ripetono così spesso che anche Del Debbio ne è convinto e dice che gli xenofobi gli fanno schifo.  Non solo gli xenofobi fanno schifo a Del Debbio, ma se la paura dello straniero comporta anche un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello che si ha solitamente nei confronti degli italiani, si corre il rischio di incorrere nel reato previsto dalla legge Mancino che punisce la  discriminazione razziale, etnica e religiosa. Altro che libertà di pensiero, di opinione, di stampa; vale solo in un senso. Del Debbio ha piena libertà di espressione e può tranquillamente dire in televisione che gli xenofobi gli fanno schifo. Normale, come se dicesse che gli fa schifo la pasta scotta o gli scarafaggi fritti. Ma non è consentito il pensiero contrario. Se qualcuno si azzarda a dire che gli fanno schifo gli stranieri, rischia pesanti sanzioni, o addirittura la galera. C’è schifo e schifo: c’è lo schifo di Stato, quello regolare, ufficiale, a norma, omologato; e c’è lo schifo non consentito, senza il marchio CE, lo schifo abusivo, fuorilegge.

Oggi, per esempio, il presidente emerito Napolitano, è intervenuto ad un convegno presso la Scuola di politica diretta da quel genio di Enrico Letta: quello che, per pacificare gli animi ed evitare di dividere l’opinione pubblica, aveva nominato ministro la congolese Cécile Kyenge; quello che aveva lanciato il servizio taxi navale gratuito Libia-Italia (molto apprezzato dai buonisti e terzomondisti d’Italia), che hanno chiamato Mare nostrum e ci costa 300.000 euro al giorno solo di spese correnti; quello che a Palazzo Chigi non è rimasto nemmeno il tempo per capire dove sistemare la biancheria; quello che è stato liquidato con un sms “Enrico stai sereno“, da un ciarlatano toscano in cerca di gloria. Ora, che Letta, dopo il fallimento “politico” del suo breve mandato da presidente del Consiglio, insegni politica è davvero bizzarro. Diceva una vecchia battuta di Woody AllenChi sa fare, fa. Chi non sa fare insegna“. Ecco, Letta insegna politica.

Napolitano, che non si rassegna a stare in un angolino e godersi lauti compensi e privilegi da senatore a vita, ma vuole essere ancora in primo piano e, seppur senza l’assiduità di quando era al Quirinale, non manca di trovare l’occasione per esternare il suo pensiero, fornire “saggi” consigli non richiesti, stigmatizzare fatti e personaggi non di suo gradimento. Fra le altre baggianate presidenziali, oggi se la prende con la Lega e li bolla come “xenofobi“: “Lega su posizioni xenofobe“. E la Lega lo denuncia (finalmente). Oggi, quando si vuole insultare qualcuno, specie se ha idee diverse da quelle dominanti, basta accusarlo di essere razzista, xenofobo, fascista e populista. Queste sono le accuse più ricorrenti contro coloro che non sono allineati al pensiero unico dominante. E con questo chiudono il discorso ed ogni possibilità di dialogo.  Siamo in pieno regime della sinistra. Il pensiero unico politicamente corretto è diventato etica di Stato. E l’essere in contrasto con esso è “quasi” reato. Manca solo che impongano per legge l’etica di regime e che modifichino l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: purché sia omologato all’etica di Stato e non sia contrario o in contrasto con il pensiero del regime“. In confronto a questa gentaglia che si definisce “democratica” e antifascista, il fascismo era un’associazione umanitaria che si batteva per la massima libertà di espressione. Punto.

Si fa passare per xenofobia la semplice e naturale volontà di opporsi all’invasione degli immigrati, quella che arricchisce cooperative, associazioni e privati che gestiscono l’accoglienza. Ma a quanto pare lo scandalo di “Mafia Capitale” non ha insegnato niente. Abbiamo dimenticato presto ( o facciamo finta di dimenticarlo) che Buzzi disse che si guadagna più con i rom e i migranti che con la droga.  Ma se qualcuno si oppone a questo business dei migranti lo si accusa di xenofobia, di razzismo, di paura del diverso. In verità, però, la paura dello straniero/diverso non è solo quella che si nutre nei confronti di qualcuno che viene da un paese diverso dal nostro, con diversa lingua, abitudini, usi e costumi, tradizioni e perfino colore della pelle. Quando si assimila la paura dello straniero al concetto di paura del diverso si compie una truffa semantica, e lo si fa coscientemente ed intenzionalmente, perché per “diverso” si intende poi, per estensione, tutta una categoria di persone che hanno qualche caratteristica (fisica, psichica, religiosa, etnica, sessuale, etc) che le rende differenti dalla “normalità” della maggioranza della comunità. In fondo la normalità è questo: ciò che rientra nella “norma”, ciò che è comune alla maggioranza dei componenti di una comunità, di un sistema, di un insieme di persone, oggetti, animali, eventi. Ma nel tentativo di dare riconoscimento a tutto ciò che fuoriesce dagli schemi sociali, col lodevole intento di evitare discriminazioni, si tende a far passare ciò che è diverso come del tutto normale, per il semplice fatto di esistere.

E’ normale che esista la diversità, ma la diversità non è normale; altrimenti non sarebbe diversità. E si considera scandaloso e degno di pubblica condanna chi non accetta il concetto che ciò che è diverso sia normale. Ma se è normale non c’è ragione perché debba godere di una attenzione particolare. E se è diverso non c’è ragione per cui debba essere considerato normale. Eppure nessuno tenta di spiegare questa curiosa contraddizione; una specie di aporia che, vista l’impossibilità di trovare una soluzione (o la convenienza a non trovarla), tutti evitano come la peste. Non tutto ciò che esiste in natura è normale. Non tutto ciò che è normale è accettabile. Simpatia e antipatia sono sentimenti del tutto normali e naturali. Ma tendiamo istintivamente (e “naturalmente”) a frequentare le persone simpatiche ed evitare (in pratica discriminandole) quelle antipatiche. E per fortuna, dire che una persona è antipatica non è reato (per il momento). Ma l’aberrazione di questo concetto anti discriminazione è che se dici che ti è antipatico il vicino di casa è del tutto normale. Se dici che non ti è simpatico l’ambulante africano che insiste per venderti cianfrusaglie, è xenofobia, è razzismo. Ma nessuno spiega il perché. Si vorrebbe imporre, per legge, la simpatia universale.

Terremoti, valanghe, inondazioni, uragani, sono fenomeni naturali e, pertanto, “normali”, nel senso che è normale che accadano. Ciò non significa che guardiamo ai cataclismi naturali con lo stesso piacere e l’ammirazione che abbiamo verso il  fiorire dei ciliegi a primavera. Tutto ciò che esiste in natura è “naturale”, ma non per questo mettiamo tutto sullo stesso piano; anzi operiamo sempre delle “discriminazioni”, scegliendo ciò che è bello, piacevole o utile,  ed evitando ciò che è brutto, spiacevole o dannoso. Esiste Biancaneve ed esiste la strega cattiva. Se preferiamo Biancaneve stiamo discriminando le streghe?  Tutti ricorderanno un celebre sonetto di Cecco Angiolieri “S’i’ fosse foco“, che concludeva così: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui/ torrei le donne giovani e leggiadre:/e vecchie e laide lasserei altrui.”.  Angiolieri discriminava le donne brutte? E’ da condannare chi sceglie donne giovani e belle e lascia quelle brutte e vecchie? Secondo l’opinione corrente sembrerebbe di sì; non dovremmo fare nessuna distinzione tra bello e brutto, tra piacevole e rivoltante; sarebbe una discriminazione. Oggi il nostro Cecco susciterebbe le furie delle femministe.

Ma non divaghiamo su questioni estetiche. La paura e la diffidenza nei confronti di ciò che è diverso è connaturata nell’uomo, è un istinto naturale fortissimo. Anzi è un istinto primario complementare all’istinto di sopravvivenza. Aver paura di ciò che non conosciamo è un’arma di difesa che la natura ci ha fornito per metterci in stato di allerta davanti a situazioni pericolose per la nostra incolumità. Grazie a questo istinto abbiamo paura del buio perché non sappiamo cosa vi si nasconde; abbiamo paura dello sconosciuto perché non sappiamo chi sia, da dove provenga, quali intenzioni abbia e se possiamo fidarci o meno; abbiamo paura di insetti strani e animali non domestici perché non sappiamo se costituiscono un pericolo; abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da ciò che conosciamo per esperienza diretta perché non conosciamo le possibili insidie  nascoste. E facciamo bene ad aver paura, perché è questo istinto che ci evita di commettere errori che possono essere fatali.

Così, per tornare alla questione iniziale ed allo “schifo per gli xenofobi” di Del Debbio, ed alle accuse di xenofobia alla Lega, anche aver paura dello straniero o di migliaia di stranieri che invadono il nostro spazio vitale, costituisce una difesa istintiva, del tutto normale, anzi fa parte della nostra natura più profonda; perché non sappiamo, e nessuno lo sa o è in grado di fornire assicurazioni, quale pericolo possa costituire per noi la presenza di milioni di persone di lingua, cultura, tradizioni e abitudini diverse dalla nostra. Se poi aggiungiamo che arrivano a casa nostra senza essere stati invitati e soggiornano a spese nostre, mi sa che qualche motivo di preoccupazione gli italiani lo abbiano, a ragione. Si può, quindi, essere più o meno disponibili nei confronti degli stranieri, più o meno disposti all’accoglienza, ma non si può condannare con infamia la paura dello straniero, perché è del tutto naturale. Ciò che non è naturale, invece, è proprio il voler imporre un atteggiamento di amore e fratellanza universale sulla base di concetti astratti e principi morali che in natura non esistono; questo sì contro natura.

Forse non corriamo il rischio di finire schiavi a Babilonia o di dover fermare i persiani alle Termopili, ma ciò non significa che dobbiamo aprire le porte a tutti i disperati del terzo mondo solo perché aspirano ad una vita migliore. Non c’è nessuna ragione razionale e logica perché l’Italia si faccia carico di diventare una grande Caritas che sfama tutti gli affamati del mondo. Non è scritto da nessuna parte e non possiamo nemmeno permettercelo, perché avrebbe effetti devastanti sul piano dell’economia, della sicurezza e della convivenza sociale. Allora aver paura dell’invasione non è solo un diritto, ma è un dovere di ogni cittadino, perché altrimenti si pone a rischio non solo la sicurezza individuale, ma dell’intera comunità. Aprire le porte all’invasione non è solidarietà, è follia.

Isis for dummies

Il terrorismo spiegato agli idioti. Molti anni fa, nel secolo scorso, circolava un interessante volume, “Windows for dummies“, che spiegava ai principianti tutti i trucchi e le regole per usare in maniera corretta e soddisfacente quel cervellotico, contorto ed astruso programma che era Windows. Dopo la strage di Parigi, da giorni su stampa, Tv e internet, uno stuolo di esperti e tuttologi di professione si affannano a cercare di spiegare i meccanismi dell’attentato, cosa sia l’Isis, come e perché agisce e cosa si nasconda dietro il terrorismo islamico. Sono quasi certo che qualcuno, sfruttando il tema di attualità, stia già pensando di scrivere un libro, una specie di “Isis for dummies“,  per spiegare tutto l’Isis minuto per minuto a chi non ha ancora capito bene cosa stia succedendo, compresa la casalinga di Voghera, lo scemo del villaggio, gli idioti per natura e diversi esponenti della nostra classe politica i quali non hanno ancora capito nemmeno come e perché siano finiti in Parlamento, figuriamoci se hanno capito il pericolo del terrorismo islamico. Diamo tempo al tempo, di solito le mie previsioni si avverano.

Sembra, però che la preoccupazione maggiore sia quella di spiegare il terrorismo ai bambini. Su La7 avantieri pomeriggio, nel solito talk show su temi politici e di attualità, si discuteva della strage di Parigi ed il tema era proprio quello “Come spiegarlo ai bambini”. Anche oggi, nello stesso programma,  si riprende l’argomento, la necessità di parlarne con i bambini e spiegare loro le ragioni dell’attentato e del terrorismo. Lo stesso ministro dell’istruzione ha invitato ufficialmente gli insegnanti a discutere dell’argomento a scuola con bambini e ragazzi. Non riescono a spiegarlo nemmeno ai grandi e pretendono di spiegarlo ai bambini.  I bambini hanno altro da fare, lasciateli giocare in pace, finché è possibile. Spiegatelo ai grandi, senza ipocrisia e giri di parole, se ci riuscite. Ma siamo sicuri poi che gli insegnanti che dovrebbero spiegarlo ai bambini abbiano le idee chiare? Ho qualche dubbio. Ma siccome siamo italiani, qualunque sia l’argomento, noi siamo in grado di discutere per ore. “Quanto ci piace chiacchierare“, diceva un vecchio spot della Ferilli. E infatti, specie in televisione, le chiacchiere dilagano, ad ogni ora del giorno. L’importante non è cercare di capire il problema o trovare una soluzione, ciò che conta è parlarne e far finta di occuparsene.

Fra gli ospiti in quel programma pomeridiano c’era anche un autorevole psichiatra, il prof. Luigi Cancrini il quale ha dato la sua spiegazione dell’attentato. Dice che il terrorismo nasce dal disagio dei ragazzi delle banlieue, dal sentirsi emarginati perché la società non dà risposte alle loro domande, non dà opportunità di lavoro e crescita, non li aiuta a migliorare la loro condizione lavorativa e sociale. Quindi finiscono per isolarsi e covare rancore e odio verso quel mondo e quella società che non li capisce, non li aiuta e li respinge. Chiaro, per il nostro illustre psichiatra la colpa del terrorismo islamico è della società. Ovvero, l’Isis ha scatenato l’inferno in Iraq, Siria e dintorni, creando lo stato islamico ed il califfato perché…i ragazzi delle banlieue parigine si sentono emarginati.

Per dare una spiegazione simile non c’era bisogno di scomodare un professorone, bastava un qualunque imbecille di borgata al bar dello sport. Ho sempre nutrito una sana e concreta diffidenza nei confronti di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, psicopatici, psicolabili, psicofarmaci e… psicoche? Talvolta, viste certe loro affermazioni strampalate, penso che certi psicologi dovrebbero farsi vedere da uno psicologo, ma che sia bravo. In una scena da “Io e Annie“, Woody Allen si lamentava del fatto che nonostante fosse in cura da un analista da quindici anni, non avesse avuto ancora risultati apprezzabili. E concludeva amaramente: “Gli do ancora un anno, poi vado a Lourdes“. (Vedi clip “La psicanalisi)

Ieri, invece, sul Corriere.it, mi ha incuriosito un articolo di Alessandra Coppola: “Con gli attacchi di Parigi torna l’islamofobia. Ma questa è la strategia dell’Isis“. Ho capito bene? La strategia dell’Isis sarebbe quella di istigare l’islamofobia? Sembra una sciocchezza, ma spesso i titoli sono fuorvianti. Non resta che leggere il pezzo. E infatti ho la conferma, il significato è proprio quello. Esordisce dicendo che dopo gli attentati di Parigi sono aumentato gli atti “islamofobi” e l’intolleranza nei confronti dei musulmani. Ma va, dopo che hanno fatto una strage con 130 morti, si aspettava che gli portassero fiori, dolciumi e bigliettini di congratulazioni? E per documentare la sua geniale scoperta si serve di diverse tavole e statistiche dalle quali risulta che dopo attentati terroristici aumenta la paura e l’intolleranza. Prosegue con alcuni dati dai quali risulta che la presenza musulmana “percepita”, è molto superiore ai numeri reali; come dire che la paura è ingiustificata. Ed ecco la spiegazione del terrorismo secondo Gilles Kepel, considerato come massimo esperto di radicalismo islamico. Secondo Kepel l’intento degli attacchi dell’Isis è “scatenare i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court“.

Ecco la spiegazione, perché nessuno ci aveva pensato? Tutti credevano che i terroristi fossero animati da odio verso l’occidente, verso la Francia, verso gli infedeli, verso gli ebrei, verso la nostra civiltà, verso la nostra religione. Invece, niente di tutto questo. Ammazzano la gente per scatenare l’odio della destra xenofoba verso il mondo islamico, ovvero verso se stessi. Geniali questi islamici, ne sanno una più del diavolo. Ed infine l’articolo si chiude con un’altra rivelazione che tanto vale riportare per intero: “La trappola dell’Isis, allora, si rivela più complessa e alimenta da una parte la xenofobia dall’altra – di conseguenza – il radicalismo dei musulmani, in particolare dei figli degli immigrati che si sentono ingiustamente accusati, ancor più incompresi, «e cercano di difendersi mettendosi in contrapposizione, rinchiudendosi in un ghetto anche nel web». Ed è questo che dovrebbe fare più paura. “.

Ora è tutto chiaro. Secondo Coppola, il fine e l’effetto degli atti di terrorismo è alimentare la xenofobia dei francesi, e degli europei in genere, nei confronti dei musulmani (ovvero verso se stessi) che, per conseguenza, alimenta il radicalismo degli stessi musulmani nei confronti degli europei xenofobi che, per contro, ri-alimentano la propria xenofobia che, a sua volta, ri-alimenta il radicalismo islamico che…chiaro? Un micidiale circolo vizioso senza via d’uscita; un piano veramente diabolico. Ma la cosa veramente grave è che questi ragazzi, sentendosi sotto accusa, poverini, si isolano e “si rinchiudono in un ghetto, anche nel web“. Ed ecco la conclusione degna di una menzione speciale; questo rinchiudersi in un ghetto è il vero pericolo che dovrebbe farci paura. Non le bombe, non le raffiche di kalashnikov, non centinaia di morti, ma il “ghetto nel web” dei poveri ragazzi incompresi delle banlieue. Credo proprio che anche qualche giornalista dovrebbe farsi vedere da uno bravo.

Ecco, questi sono solo due esempi di come gli “esperti” cercano di spiegare il terrorismo. Ma non credo che scriveranno un manuale per spiegare le ragioni del terrorismo agli idioti. Il manuale “Isis for dummies” lo scriveranno altri per loro, sperando che capiscano. E poi vorrebbero spiegarlo anche ai bambini.

Eppure, nonostante ormai sia molto chiaro chi siano e cosa vogliano questi criminali, c’è ancora gente che continua a cercare disperatamente di trovare giustificazioni, scusanti e colpe sociali, facendo passare i terroristi come “vittime” anziché carnefici. C’è ancora chi si scaglia contro chi denuncia il pericolo islamico, perché dicono che parlarne alimenta l’odio contro l’islam. E allora non bisognerebbe parlarne. C’è ancora chi continua a dire che non tutti gli islamici sono terroristi, che la maggioranza dei musulmani sono moderati. Continuano a ripetere queste belle favolette sperando che la gente ci creda. La dobbiamo smettere con questa sciocchezza che “Non tutti i musulmani sono terroristi“. Nessuno, dico nessuno, ha mai affermato che lo siano. Ma si continua ad usare questo slogan che, in qualche modo, sminuisce il pericolo islamico, lasciando intendere che i fondamentalisti islamici siano una minoranza e che il terrorismo islamico sia un’aberrazione di un piccolo gruppo di fanatici, che non è una guerra di religione, non è uno scontro di civiltà, non è la “guerra santa“. Non è così, e la cronaca lo dimostra ogni giorno.

Se il terrorismo non c’entra niente con la religione, perché quando fanno le stragi urlano “Allah è grande”? Perché nei servizi in televisione che mostrano interviste fatte in strada o nei pressi di moschee, i musulmani evitano di rispondere per non dover esprimere il loro pensiero, e non solo non condannano chiaramente la violenza ed il fanatismo islamico, ma spesso giustificano le stragi? Perché nei paesi musulmani, ad ogni nuova strage, esultano?  Perché alla notizia della strage del Bataclan i musulmani in carcere esultano? (Vedi: jihadisti in carcere esultano). Perché pochi giorni fa, in occasione della partita Turchia – Grecia,  nello stadio di Istanbul durante il minuto di silenzio in memoria delle vittime di Parigi, si è sentito l’intero stadio esplodere in Buuhhh, fischi, urla e perfino cori che gridavano “Allah è grande”? (Vedi qui il video) E’ questo l’islam moderato?

L’islam moderato non esiste. Possono esistere musulmani non praticanti, così come esistono cattolici non praticanti, che possono essere moderati e che non giustificano la violenza, ma l’islam in quanto tale non è moderato. Quella che può essere scambiata per moderazione è semplice dissimulazione, arte in cui eccellono. Non sentite mai un musulmano, di quelli che sono ospiti fissi nei vari salotti televisivi, condannare apertamente, esplicitamente e senza mezzi termini, il fondamentalismo musulmano, l’uso delle moschee come centri di indottrinamento, finanziamento e reclutamento dei terroristi, la violenza ed il terrorismo dell’Isis, di  Al Qaeda e compagnia bella. Rispondono sempre con circonlocuzioni, perifrasi, giri di parole, dichiarazioni astratte e generiche, ribaltando l’argomento, ribadendo alle accuse con altre accuse, non rispondono mai alle domande dirette e precise, perché non vogliono mostrare il loro vero volto. La dissimulazione gli si legge in faccia.

A conferma di quanto dico, in una recente puntata dell’Arena di Giletti su RAI 1, era presente un tale Reas Sayed, presentato come rappresentante legale di alcune comunità musulmane della Lombardia. E’ riuscito a non rispondere mai alle varie domande precise e contestazioni che gli venivano rivolte in studio. A Giletti che gli chiedeva come mai i musulmani in Italia non prendessero posizione condannando il terrorismo islamico e non facessero niente per contrastare la diffusione della propaganda jihadista nelle moschee, ha risposto dicendo che non è vero che i musulmani non fanno niente per  fermare la violenza, anzi sono impegnati per chiedere l’apertura di nuove moschee. Ecco la sua soluzione; non condannare apertamente la violenza islamica, ma “aprire nuove moschee”.  Questa è l’unica cosa chiara che ha continuato a dire durante la puntata. Vi pare che si possa instaurare un dialogo con questa gente?

La sera lo stesso Sayed era ospite in una puntata speciale di  Virus di Nicola Porro su RAI 2. Stessa identica sceneggiata, niente condanna per i fratelli musulmani, ma evita risposte imbarazzanti, cambiando argomento ed accusando Sgarbi e  Magdi Allam di non conoscere il Corano. E nega l’avversione dell’islam verso la civiltà occidentale, affermando “Io sono occidentale”. Ma quando Porro chi chiede se sia nato in Italia, risponde che è nato in Pakistan (ecco, appunto), ma che ormai è in Italia da 30 anni e si sente occidentale. Chi ha seguito la puntata sa che non ha risposto a nessuna delle domande precise che gli venivano fatte da Porro e da Allam. Invece che condannare il terrorismo islamico, continuava a rigirare la frittata, lanciando accuse a chiunque pur di non riconoscere responsabilità ai musulmani; come tutti gli altri musulmani che affollano gli studi TV.

Ed ecco un altro esempio che conferma quanto dico sulla dissimulazione. Questo signore raffigurato a lato è Saif Abouabid, spesso ospite nei salotti televisivi in qualità di rappresentante dei Giovani musulmani. Pare che ormai non si possa fare un programma televisivo se non c’è l’ospite musulmano. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che non su Al Jazeera. In una recente puntata di Quinta colonna di Del Debbio su Rete 4, Saif, continuava ad interrompere gli interventi degli altri ospiti in studio, impedendo di parlare, finché il conduttore lo ha zittito, invitandolo, altrimenti, a lasciare lo studio. Cosa che il nostro musulmano moderato ha fatto. Durante tiutta la puntata, finché è stato presente, non ha mai risposto chiaramente alle domande, evitando accuratamente, come gli veniva richiesto ripetutamente da Zaia, di condannare apertamente la violenza islamica e gli attentati.  Fiano cerca di metterlo alle strette ponendogli la domanda precisa: “Lei condanna compiutamente, completamente, il fatto che in nome del Corano si ammazzino altre persone?”. Domanda chiara che esigerebbe una risposta altrettanto chiara “Sì o No”. Ed ecco la risposta di Saif: “Io posso dirle che mi sento offeso a ricevere una domanda così stupida.”. (Vedi qui il video). Vale la pena di rivedere questo breve video, è più esplicito ed illuminante di un lungo discorso, ma conferma per l’ennesima volta quello che scrivo da anni.

Sono questi i musulmani moderati? No, questi sono esempi lampanti del fatto che loro applicano in maniera perfetta la dissimulazione per mascherare il loro vero volto, il loro pensiero, il loro fine. E si mostrano calmi, e pacifici. Ma già nelle città e nei grandi centri urbani dove ormai sono di casa, occupando spazi sempre più grandi, intere palazzine e quartieri, creando non pochi problemi per la sicurezza, si sentono padroni e cominciano a mostrarsi sempre più prepotenti, arroganti e spavaldi nei confronti  dei cittadini italiani che si sentono sempre più emarginati ed in pericolo. I casi di aggressioni, furti, scippi, rapine, spaccio di droga, prostituzione, violenza sessuale, intimidazione, sono all’ordine del giorno, anche se non sempre finiscono sulla stampa. Un esempio per tutti, ecco cosa è successo a Cagliari giusto ieri: “Extracomunitario strappa crocifisso dal collo di una donna“.

Niente di straordinario, cronaca quotidiana. Ormai non fanno più notizia, anzi non passano più nemmeno in cronaca perché pare che ci siano disposizioni precise a stampa e questure per evitare di dare spazio a notizie di reati commessi da stranieri; sempre per evitare di alimentare l’odio. Così, l’Italia viene violentata ogni giorno, ma non si deve sapere e non si deve dire. Non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci dicono che alimentiamo l’odio e ci accusano di xenofobia, islamofobia e razzismo.  Lo dicono le anime belle buoniste, i veri “dummies” di questa storia. Ma per questi Dummies non c’è speranza che imparino.  Sono così irrimediabilmente e totalmente idioti che, altro che manuale delle istruzioni, ci vorrebbe un miracolo. Ma anche i santi ultimamente devono essere molto distratti. Arrangiatevi.

Vedi

Fratelli coltelli

Cristiani da bruciare

Il Papa e la pace

Capodanno col botto

I cristiani sono buoni

Siamo tutti pacifisti (agosto 2006)

Guelfi e xenofobia

Avantieri su Rete4 il conduttore Del Debbio, parlando ancora di problemi legati all’immigrazione, ha detto che gli fanno schifo gli xenofobi. E perché non si pensasse che l’affermazione gli era sfuggita per sbaglio, lo ha ripetuto “Gli xenofobi mi fanno proprio schifo“.  Bene, abbiamo capito. Certo che una simile perentoria affermazione, fatta da un toscano di Lucca, lascia un po’ perplessi. Ricordiamo tutti le rivalità fra i Comuni toscani, tra Firenze e Siena, tra Pisa e Livorno, tra guelfi e ghibellini; un odio che sfociava spesso in contrasti cruenti, come la battaglia di Montaperti tra i guelfi guidati da Firenze contro i ghibellini guidati da Siena. E Lucca, patria di Del Debbio, stava con Firenze.

Rivalità mai sopite fra le città toscane. Oggi, magari, invece che scontrarsi sul campo di battaglia, se le suonano verbalmente a forza di insulti e battute salaci; ma quell’antico spirito di contrapposizione esiste sempre. E non solo esiste rivalità fra i borghi toscani, ma anche all’interno delle stesse città, fra rioni e quartieri. Basta pensare alla rivalità fra le contrade senesi che esplode in occasione del Palio. La Toscana esprime benissimo, ne è la prova storica più evidente, il fortissimo spirito campanilistico che domina l’Italia e gli italiani (Le eterne rivalità dei campanilismi). Si trova sempre qualche buon motivo per mettersi gli uni contro gli altri. E quando non ci sono rivalità di campanile, ci si schiera gli uni contro gli altri  per questioni di glorie nazionali, tra tifoserie da stadio: Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, e pure Sant’Ambrogio contro San Gennaro. E quando proprio non c’è di meglio, si scende in campo scapoli contro ammogliati. L’importante è schierarsi “contro” qualcuno. Ed ora questi toscani che non si sopportano nemmeno fra loro, fra gli stessi toscani a distanza di pochi chilometri, vengono a dirci che gli fanno schifo quelli che non sopportano gli stranieri che arrivano dall’altro capo del mondo: da “su corr’e sa furca“, si dice da noi. I toscani, e gli italiani, possiamo prenderli a calci nel sedere, ma gli africani dobbiamo accoglierli a braccia aperte. Non cercate una logica in questo atteggiamento; non c’è. Anche Renzi è toscano; il che spiega molte cose.

Non ci si sopporta tra vicini di casa, spesso ci si ammazza a causa dei panni stesi sul balcone o per il parcheggio condominiale, ma poi si pretende che gli italiani aprano le proprie case a quei disperati che arrivano dall’Africa nera e li accolgano con gioia,  sorrisi, abbracci, la banda musicale, tarallucci e vino, spari di razzi, granate, mortaretti, e gli garantiscano vitto, alloggio e paghetta settimanale a proprie spese. Ecco perché appare molto discutibile l’affermazione di Del Debbio, e suona quasi falsa. Ancor più se consideriamo che il suo programma (sia Quinta colonna che Dalla vostra parte) insiste quotidianamente proprio sui gravi problemi che l’immigrazione sta creando nelle città italiane, specie nelle periferie dove spesso i migranti vengono sistemati in edifici pubblici e privati frettolosamente adattati alla meno peggio per l’occasione, e nei centri e strutture di accoglienza ormai al collasso. E non manca di collegarsi con le varie piazze d’Italia, dove la situazione è più drammatica ed insostenibile, per dare voce e sfogo alla rabbia degli italiani che si sentono minacciati dalla presenza crescente e senza controllo di migliaia di immigrati che occupano strade e piazze e costituiscono un serio pericolo per la sicurezza dei cittadini.

L’atteggiamento più comune alle persone intervistate nelle piazze, lo si capisce benissimo dalle parole di protesta e dal tono degli interventi, è quello di insofferenza verso gli immigrati, visti come causa di degrado delle città e di minaccia alla quiete sociale. E’ xenofobia pura, anche se evitano di dirlo chiaramente, perché andrebbero incontro alla condanna dell’opinione pubblica plagiata dal pensiero unico dominante e potrebbero incorrere anche in sanzioni penali (vedi legge Mancino). E’ quello che pensano tutti, gli si legge in faccia. Sembra che da un momento all’altro qualcuno stia per dirlo chiaramente con un urlo liberatorio e che la folla intorno esploda in un lunghissimo applauso, evocando una delle scene cult del cinema italiano; la battuta di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin. Lo pensano tutti, ma nessuno lo dice. Anzi, negano con forza ogni motivazione xenofoba e razzista. Ecco perché anche il conduttore, mentre dà ampio spazio alla rabbia dei cittadini, si affretta al tempo stesso, a dichiarare la propria condanna del razzismo e affermare che gli xenofobi gli fanno schifo; una versione mediatica del “qui lo dico e qui lo nego“.

Forse non si rende conto che in tal modo contraddice, in maniera fin troppo evidente, proprio lo spirito che anima tutto il programma. Come se Santoro affermasse che gli fanno schifo quelli che parlano male di Berlusconi. Ma forse anche Del Debbio ogni tanto, per campare tranquillo, deve pagare un piccolo tributo al politicamente corretto e barcamenarsi tra un servizio che agita le piazze contro gli immigrati, la condanna del razzismo e lo schifo verso gli xenofobi.  Non so se lo faccia volutamente o inconsciamente. Di certo, visto che lo fa,  non gli fa schifo. La coerenza in questo caso non c’entra, è momentaneamente sospesa. L’ipocrisia, invece, in televisione è di casa.