Blob e Arbasino

Blob è un programma televisivo (RAI3), ideato da Enrico Ghezzi nel quale vengono assemblati, apparentemente in maniera casuale e con intento ironico e satirico, immagini, suoni, scene varie tratte da spettacoli, cronaca, politica. Tanto che ormai il termine Blob è sinonimo di accostamento casuale di vari elementi non necessariamente legati fra loro da un nesso logico. Il nome dovrebbe riferirsi al titolo di un vecchio film del 1958 “Blob, fluido mortale” in cui si narra di una massa informe e gelatinosa,  proveniente dallo spazio, che avvolge e distrugge tutto ciò che incontra. E per chiarire subito che non è un programma “nomale”, Ghezzi lo presenta parlando in asincrono. Anche questo fa tanto intellettuale, creativo, originale.

La chiave di lettura del programma è in relazione al livello culturale dei telespettatori. Se, oltre ad una buona cultura generale, seguite la televisione, la stampa e  siete aggiornati sui fatti di cronaca, politica, spettacolo, gossip, vi è abbastanza facile capire il significato delle immagini e, magari, apprezzarne lo spirito critico, talvolta sarcastico e dissacratorio costituito da una serie di “citazioni” e riferimenti. Altrimenti può essere difficile, se non impossibile, capire lo spirito di Blob. La sua forza è nell’uso delle immagini e nella loro collocazione in una sequenza quasi nevrotica. Lo stesso programma, se invece di essere fatto con le immagini, fosse raccontato in forma scritta, non avrebbe la stessa carica, né lo stesso impatto. La sua ragion d’essere è l’immediato accostamento operato dalla mente di chi guarda fra le immagini in successione.

La godibilità del programma è, dunque, quella di saper cogliere l’essenza di ogni “citazione”, metterla in relazione al contesto e cercare di ricavarne il significato. Ovvio che questa operazione mentale è possibile solo se lo spettatore conosce e “riconosce” l’immagine presentata e la “citazione“. Altrimenti è come leggere poesie cinesi ad un analfabeta. Lo stesso criterio (e la stessa difficoltà di interpretazione), tuttavia, è valido anche per un testo scritto nel quale si faccia eccessivo ricorso a citazioni che presuppongono conoscenze specifiche su vari argomenti, dalla storia alla musica, dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla filosofia  o quando si faccia ricorso ad un vocabolario troppo ricercato, arcaico, aulico, in disuso e, di fatto, quasi incomprensibile in tempi di comunicazione veloce basata su un linguaggio ibrido anglo-italiano, messaggini, sms, Twitter, espressioni gergali e codici comunicativi in uso in ambiti ristretti. Insomma, se non conosci il codice comunicativo in uso in un dato momento ed in un certo luogo, sei fuori gioco, tagliato fuori, isolato, emarginato.

Ed arriviamo ad Alberto Arbasino, scrittore e giornalista, intellettuale di primo piano nel panorama letterario e firma di prestigio del nostro Corrierone nazionale. Qualche giorno fa sul Corriere.it, c’era un suo articolo (“L’eterna sfida tra giovani e anziani“). Immagino che un lettore normale legga il pezzo con qualche perplessità e, quando arriva alla fine, si chieda “Ma che vuol dire?”. E  viene in mente Blob! La sua scrittura è una specie di assemblaggio di pensieri, citazioni, immagini, affermazioni, messi in una successione quasi casuale, pletorica, ridondante, come una serie di scatole cinesi, di matrioske culturali; un esercizio di alto equilibrismo letterario, senza rete.

Ecco, Arbasino è una versione scritta di Blob. E’ un Blob letterario autoreferenziale che, per usare una vecchia espressione di Woody Allen, ama “citarsi addosso“. Chi conosce molto bene Arbasino (la sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze artistiche, gastronomiche, musicali, le sue amicizie e frequentazioni etc…) riesce a seguire le sue evoluzioni narrative. Altrimenti si ha qualche difficoltà a capirne il senso e  sembra di trovarsi davanti ad una presenza aliena scesa dallo spazio che minaccia i lettori incauti, come un terrificante Blob.

Ma è pur sempre un “venerato maestro“. Tanto è vero che lo scomparso Edmondo Berselli, qualche anno fa nel suo libro “Venerati maestri“, dedicò al nostro  autore ben due capitoli, soffermandosi proprio sullo stile particolare di Arbasino e ipotizzando, ironicamente, che la difficoltà di lettura sia dovuta non al suo stile, ma all’ignoranza del popolo.  Scrive Berselli: “Il pubblico è diventato così ignorante, ma così ignorante, che le fertili invenzioni stilistiche, i bon mot, gli ammicchi, le citazioni, “l’attrezzeria” di Arbasino risultano largamente incomprensibili non solo al popolo, ma anche a certi scrittori.“.

Visto che il nostro autore risulta spesso incomprensibile, si potrebbe pensare che sia un genio, visto che è risaputo che i geni, di solito, sono incompresi. Ma bisogna fare attenzione perché se è vero che i geni sono incompresi, non significa che tutti gli incompresi siano dei geni. Spesso sono solo incapaci di esprimersi chiaramente. Così come non tutti i “poeti maledetti” sono poeti. Spesso sono solo maledetti: più che altro…sfigati.

Questo è Enrico Ghezzi:

 

Vedi:

 

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Scuola e residui tossici

Rifiuti, scorie, residui tossici, possono avere diversa origine e provenienza; scarti di lavorazione, scarichi fognari, residui industriali e ospedalieri, prodotti non biodegradabili, fumi e ceneri inquinanti, rifiuti urbani, acidi, detersivi, veleni di ogni genere. Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“. Sono tutti quei concetti, slogan, idee, miti e ideali,  nati sull’onda dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70 e che per decenni hanno caratterizzato e dominato l’opinione pubblica con effetti pesanti sulla cultura, la scuola, l’informazione, la società, l’etica e la politica. Gli effetti di questa ubriacatura ideologica si fanno sentire ancora oggi.

Molti di quegli ideali rivoluzionari si sono persi per strada nel corso degli anni. Sono come l’acne giovanile, i brufoli e le malattie esantematiche; ci passano quasi tutti, poi si guarisce.  Ma qualche traccia è rimasta in alcuni personaggi che sembrano rimpiangere le assemblee studentesche, occupazioni, autogesione, comuni, collettivi e “sesso, droga e rock’n roll“. I residui tossici sessantottini sono peggio dell’amianto; hanno effetti mortali ancora a distanza di decenni.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la dichiarazione del sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che elogiava le occupazioni studentesche. Dice che sono formative ed aiutano a crescere. E ricorda con nostalgia i bei tempi del ’68 quando “nei sacchi a pelo si faceva sesso“. Sono i nostalgici dell’amore libero, della promiscuità delle comuni, di Marcuse, del 6 politico, dello spinello, delle occupazioni e dell’autogestione che sono “esperienze di grande partecipazione democratica“. Dice Faraone che “le occupazioni sono illegali“, ma sono necessarie per la crescita degli studenti. Un rappresentante dello Stato, delle istituzioni, che ricopre un importante incarico di governo e che dovrebbe educare i ragazzi al rispetto della legalità, sta legittimando l’illegalità ed invita esplicitamente gli studenti a compiere atti illegali. E per rispondere alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, oggi ha ribadito il concetto (Vedi ANSA “Faraone ribadisce difesa occupazioni; servono a crescere“).

Poi ci meravigliamo che l’Italia sia in piena decadenza e che i giovani non abbiano più valori. Ecco, non tutti i ragazzi di quegli anni ’60 sono maturati ed hanno superato senza traumi la patologia sessantottina. Alcuni ne portano ancora i segni, rimpiangono le occupazioni, il sacco a pelo, la contestazione della scuola e dell’autorità, il “Vietato vietare“.  Ma siccome bisogna pur campare, poi si danno alla politica, fanno carriera e possono diventare anche sottosegretari all’istruzione; ovvero impersonano e rappresentano quell’autorità e quelle istituzioni che hanno sempre combattuto. Alla faccia della coerenza.

Ma non è un caso anomalo vedere un ex sessantottino che dovrebbe occuparsi della scuola. Nel governo dell’ammucchiata ulivista di Prodi era sottosegretario all’economia Paolo Cento il quale, da buon rappresentante dei Verdi, esaltava i No global, le barricate, le proteste di piazza, la contestazione giovanile, la lotta alla globalizzazione, alle multinazionali ed al capitalismo. Così non deve destare stupore che oggi la formazione e l’educazione dei ragazzi e la funzionalità della scuola sia nelle mani di gente che nel passato ha contribuito a   distruggerla e che oggi, invece che insegnare il rispetto della legalità e  dell’autorità, invita gli studenti ad occupare le scuole; e magari a bivaccare con il sacco a pelo. E’ l’effetto dei residui tossici culturali non ancora smaltiti.

De gustibus

I gusti sono gusti…anche quelli barbari (aggiunge qualcuno). Persi tutti i riferimenti classici di carattere estetico, oggi, in tempi di pensiero debole e relativismo dilagante, l’unico criterio valido è che non esistono criteri. Ognuno ha la propria visione della realtà, la considera come unica verità universale e, come concludeva, con grande sforzo mentale,  una conduttrice TV anni fa …”è bello ciò che piace”.  (Vedi “Non è bello ciò che è bello, ma…”).  

Questo stravolgimento dei canoni estetici e l’acquisizione del gusto personale come unico criterio valido ed accettabile è la perfetta applicazione moderna (riveduta, corretta e stravolta) del vecchio motto di Protagora: “L’uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“. Chiaro?

Oggi questo concetto si applica anche ai gusti in fatto di donne. Una volta era scontato che agli uomini piacessero le donne e viceversa. Ora non più. Ogni giorno si scoprono  nuove varianti sul tema dei gusti sessuali ed i generi si intrecciano secondo le combinazioni più fantasiose che nemmeno il Kamasutra aveva immaginato. Ma non entriamo nel merito, argomento scabroso. Oggi mi ha fatto sorridere, invece, questa notizia in prima pagina sul Giornale “Vorrei vestire Miley Cyrus“.

La prima osservazione è che questo articolo è, con grande evidenza, il pezzo d’apertura in testa alla sezione “Cultura“.  Come dire che anche il concetto di cultura oggi è aleatorio; ognuno la cucina come vuole, secondo i propri gusti e la convenienza. Così sotto la voce “cultura” passa di tutto; cantanti pop, stilisti,  Jovanotti, sfilate di moda, nudi “artistici” da copertina, lookmaker, megastore alimentari (uno a caso “Eataly di Farinetti“. Vedi “L’asparago col trucco” e “Cena a Istanbul“), cuochi, giardinieri, Luxuria, Platinette e Marta sui tubi. La seconda considerazione è che una volta i maschietti, riferendosi ad una bella donna, pensavano che avrebbero voluto “spogliarla“.  Oggi, mutatis mutandis, molti preferiscono vestirla; abitudine particolarmente diffusa nel mondo della moda. Ecco, leggere che Scognamiglio vorrebbe vestire Miley Cyrus, mi ha fatto sorridere perché mi è venuta in mente una mia vecchia battuta: “Certi stilisti amano vestire le donne perché non amano spogliarle“.

A proposito di cultura, vedi “Cultura pop e asini saggi“.

Cultura pop e asini saggi

La cultura era una cosa seria, una volta. Gli uomini di cultura erano riveriti, rispettati, portati ad esempio e la loro opinione, su qualunque argomento, era tenuta in grande considerazione. Il simbolo dell’uomo di cultura poteva essere lo studioso, lo scienziato, il professore, specie se di lettere classiche. “So parlare di greco e di latino, e scrivo e scrivo e ho molte altre virtù...”, diceva di se stesso Carducci nell’ode Davanti San Guido.  Era l’emblema del dotto, del sapiente, dell’uomo “di cultura“. Ma i tempi cambiano e cambia anche il concetto di cultura. Ne parlavo nel post “La truffa culturale“.

Ma non divaghiamo. Facciamo un esempio pratico di come, in tempi di internet, di globalizzazione, di informazione in tempo reale e di cultura di massa, il concetto di cultura sia mutato, mettendo a dura prova le nostre conoscenze ed i riferimenti storici. Oggi nel sito dell’Ansa (la nostra maggiore agenzia di informazione), dopo uno sguardo alle news di prima pagina, ho voluto vedere, per curiosità, cosa poteva esserci nella “sezione Cultura“. Beh, almeno lì ci sarà qualcosa di diverso dal  solito bollettino delle disgrazie e del repertorio di notizie “usa e getta“.  Ma non mi aspetto niente di nuovo, ho già visto in passato cosa finisce in quella sezione. Ed ecco cosa trovo in testa alla pagina come notizie di apertura, evidenziate come “Primo piano“, quindi notizie di primaria importanza nel campo della cultura.

Ecco le news più importanti della giornata: la salute di Jovanotti, l’annuncio di un nuovo album (per carità cristiana evito i commenti) e Pino Daniele che si sente erede di Carosone. Povero Carducci, oggi finirebbe al massimo tra le flash news, quelle che scorrono in una finestrella laterale e scompaiono subito dalla Home. Oggi la cultura è Jovanotti. Né cambia tenore il resto della pagina. Gran parte delle notizie, sia al centro che nella colonna a lato, sono dedicate di solito alla musica pop, alle novità editoriali ed alle stravaganze e bizzarrie dei nuovi modelli culturali. Tanto vale leggere Sorrisi e canzoni.

Appena sotto le importantissime notizie di “Primo piano” su Daniele e Jovanotti, c’è un altro box, in bella evidenza, questo a lato,  dedicato a “Marta sui tubi“. Ah, ecco, questa sì che è cultura: i tubi di Marta. Immagino che quelli che hanno già superato da un pezzo l’età della beata gioventù, si sentano un po’ spaesati e confusi di fronte a queste nuove categorie e paradigmi culturali. Se qualcuno ci avesse chiesto, da ragazzi, di citare degli esempi di cultura, mai e poi mai avremmo pensato, neppure per sbaglio, di parlare di Rita Pavone, Little Tony o Piero Focaccia. E neppure Carosone, nonostante fosse bravo e simpatico. Potevano piacere o non piacere, ma erano puro intrattenimento. La cultura era altro. Oggi, invece, i riferimenti sono Jovanotti e Marta sui tubi. Metteteli nella sezione “Musica” o “Spettacoli”. Ma cosa c’entrano i tubi di Marta con la cultura?  Viene spontaneo pensare che questa sia una cultura del tubo! Altro che “so parlar di greco e di latino“. Questa è cultura da idraulici.

Ma oggi questa è la nuova cultura popolare. Niente di strano, quindi, che alla maturità del prossimo anno, la prova di italiano, invece che i versi di Quasimodo, proponga come traccia “Guarda mamma come mi diverto” oppure “Tu vo fa l’americano…” di Carosone o “Perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone..yé yé…“. Forse un calmante dovremo prenderlo noi, davanti a questo scempio. E tanto per finire ancora con Carducci, rilassiamoci un attimo  all’ombra dei “cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar“, e per non farci prendere dallo sconforto, guardiamo a questa nuova cultura con l’atteggiamento, l’indifferenza e la saggezza dell’asin bigio che chiude l’ode e che, incurante del rumore della “vaporiera” non la degna di uno sguardo: “Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo/rosso e turchino, non si scomodò: tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo/ e a brucar serio e lento seguitò“.

Anche questa cultura moderna, globalizzata e pop è come la vaporiera carducciana, tanto rumore per nulla. Tutto sommato, ha ragione l’asino.

Psicopatologia del potere

Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali”. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.

Razzismo cromatico

E’ facile essere accusati di razzismo. Basta esprimere dei giudizi poco lusinghieri sul colore della pelle o sulle caratteristiche somatiche di una persona o di un popolo. Basta mostrarsi infastiditi davanti all’insistenza di chi in spiaggia vi offre cianfrusaglie varie. Basta avere delle riserve ad accettare culture diverse dalla nostra. Basta anche semplicemente sollevare il sospetto che la nostra cultura sia “superiore” a quella dei tagliatori di teste del Borneo e, immancabilmente, scatta l’accusa di razzismo.

L’accettazione o meno di usanze, tradizioni, abitudini, consuetudini sociali distanti dalle nostre, o addirittura in contrasto,  è un fatto culturale; non c’entra niente il razzismo. Il gradimento o meno delle persone sulla base del colore della pelle, o fare degli apprezzamenti sulla “bellezza” o meno delle diverse etnie,  è  una questione che riguarda più l’estetica che il razzismo. Eppure si cerca di diffondere l’idea che non debbano esserci differenze e che tutte le variabili etniche, culturali e di colore della pelle, siano da considerare sullo stesso piano, senza differenziazioni o discriminazioni di alcun genere. Si vuol perseguire la realizzazione di un mondo indistinto, omologato, una specie di blob di popoli, razze, culture, religioni. “Tutto fa brodo“, come diceva lo slogan di un vecchio Carosello.

vanessa-hessle kyenger

La ministra Kyenge, per esempio, ogni giorno suscita critiche e polemiche, non solo per le sue proposte discutibili, ma anche perché è la prima ministra nera della Repubblica. Ma guai ad avere dei dubbi sulla sua bravura, cultura, capacità e bellezza. Qualunque giudizio meno che entusiasta sarebbe considerato “razzismo”. Secondo questa nuova ideologia dell’uguaglianza totale, qualunque paragone fra bianchi e neri è già “razzismo“, a prescindere.  Ne consegue che se la paragoniamo con una donna bianca, a parte le sfumature cromatiche della pelle, non ci sono altre grandi differenze. Perché mai dovremmo preferire le donne bianche a quelle nere? Entrambe hanno una bocca, un naso, due occhi, due orecchie, i capelli.  Una vale l’altra. No? (Post del 2013)

vanessa-hessler

Spesso sentiamo notizie di episodi di razzismo. Si parla di razzismo, in maniera impropria, ogni volta che qualcuno compie un’azione che in qualche modo offende, discrimina o reca danno ad una persona di colore. E diamo per scontato che quello sia razzismo e ci indignamo. Ma cos’è che determina il fatto che si parli di razzismo? L’azione in sé o il colore della pelle di chi subisce una certa azione? Esempio pratico. Se un bianco aggredisce un bianco è solo violenza. Se un bianco aggredisce un nero è razzismo. E se è un nero ad ad aggredire un nero? In sintesi: “I negri che ammazzano i negri sono negri razzisti?”. E’ solo una domanda. Semplice curiosità… (Da “Razzismo? Si, no, forse, dipende… del 2003)

Vedi:

 – Razzismo e razzisti (2004)

I sardi sono razzisti? (2010)

Cultura che?

Leggere i quotidiani on line sta diventando sempre più deprimente e, francamente, anche noioso. Infarciti di notizie che non sono notizie, perché di nessuna utilità, abbondano le gossipate, i pettegolezzi e le “autorevoli” dissertazioni sulla scoperta dell’acqua calda, e banalità assortite, che spacciano come editoriali. Di solito, quindi, cerco qualcosa di serio e leggibile nelle sezioni interne; cultura e scienza. Ma anche qui non mancano le sorprese, specie in merito alla cultura.

Esempio pratico, preso stamattina dal sito della nostra maggior agenzia, l’ANSA. Sezione interna: Cultura e tendenze. Già dal titolo si capisce che c’è qualcosa di anomalo. Forse pensano che la cultura da sola non giustifichi una sezione. Quindi l’abbinano a “Tendenze“, che vuol dire tutto e niente. Entro nella sezione e scopro quali sono, secondo l’ANSA, le notizie “culturali“. Eccole…

ANSA cultura

Chiaro? Ecco cos’è la cultura: Morandi, Michael Jackson, Elisabetta Canalis e Lady Gaga. Poi ci si meraviglia che oggi il mondo vada a rotoli, come la carta igienica. Mavaffancul…tura!

Arte nuda

La definizione “Arte contemporanea” contiene una verità ed una menzogna. La verità è che sia contemporanea, la menzogna è che sia arte. E poiché uno dei termini è falso, l’intera definizione risulta falsa. Quella che chiamano arte contemporanea è un bluf, un’autentica truffa culturale tenuta in piedi da personaggi senza scrupoli che ci campano. La conferma è questa “opera” di Gaetano Pesce in bella mostra alla Biennale di Venezia. Il bello di quest’opera è che, contrariamente alla stragrande maggioranza delle opere moderne, si capisce cos’è: una donna nuda. E’ la pornostar Vittoria Risi. Che sia nuda è evidente, che sia contemporanea non c’è dubbio, che sia arte…beh, questa è un’altra storia!

Vittoria Risi pornostar

Sordi e signora alla Biennale

Se avete ancora qualche dubbio sulle porcherie spacciate per arte, leggete questo illuminante resoconto di alcune performances di questi “artisti moderni”: “Venezia offre (anche) sodomia d’artista”.

La sintesi, forse, è questa “opera” che, onestamente, si autodefinisce per quello che è l’arte contemporanea…

arte shit

Politica, potere e perversione

Il potere è una forma di perversione mentale. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione di potere? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia. Ovvero, una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita, come se occuparsi di politica fosse una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Né dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica. Basta pensare ai Kennedy, ma anche ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, padre e figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ed il prossimo chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy o la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica?

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

E questo non è normale, né accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino a scegliere liberamente, ancorché ritenga di essere libero nella scelta, i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati. L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma la funzionalità del proprio apparato propagandistico. Ma tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione di potere. In tale contesto è evidente che l’ambizione di potere non sia del tutto cosa normale, ma sia, appunto, una forma psicopatologica, una perversione mentale.

Reazioni a distanza

Dopo aver minacciato di farlo mesi fa, lo ha fatto davvero. Il pastore di una Chiesa protestante in Florida, Wayne Sapp, ha bruciato pubblicamente una copia del Corano. E, incredibile, a migliaia di chilometri di distanza, in Afghanistan, scoppia la protesta. Già ieri è stata assaltata una sede ONU causando 15 morti, di cui due decapitati, e decine di feriti. Oggi la protesta prosegue in altre località e si contano una decina di morti e circa 70 feriti. Cavolo, nervosetti questi islamici. E molto suscettibili. Per un niente si accalorano e prendono fuoco. E non si limitano a rispondere occhio per occhio e dente per dente. No, loro non bruciano i testi sacri cristiani. Loro sono più pragmatici, bruciano direttamente le chiese con dentro i cristiani. Così hanno fatto in India, Pakistan, Egitto.

Ma possono stare tranquilli, perché nessuno risponderà bruciando moschee o dando la caccia al musulmano. Noi siamo pacifici, tolleranti, perdoniamo settanta volte sette, porgiamo l’altra guancia e, se necessario, anche il resto. Siamo buoni, noi. Ma così buoni, ma così buoni che la famigliola del Mulino bianco, al nostro confronto, è una setta demoniaca. Ora bisognerebbe fare un discorsetto. Ma siccome l’ho già fatto circa tre mesi fa, tanto vale ripeterlo.

Aspiranti cadaveri.

Siamo tutti buonisti e pacifisti. Lo sono i cristiani, perché lo dice il Vangelo. Lo sono i militanti di sinistra, perché sono ipocriti (il loro paci-buonismo è a senso unico). E’ pacibuonista la gente comune, plagiata da una campagna mediatica, anch’essa a senso unico, il cui scopo è quello di preparare le menti all’accettazione acritica dell’invasione islamica dell’Europa. Lentamente, giorno dopo giorno, stiamo assimilando passivamente una nuova morale da schiavi. (Vedi “Le oche buoniste“)

Dopo l’ultima strage di cristiani ad Alessandria d’Egitto, ci si aspetterebbe almeno un gesto di condanna dell’atto terroristico da parte del mondo musulmano. Invece arriva la risposta di un autorevolissimo imam del Cairo, Ahmed al-Tayyeb, il grande Imam di Al-Azhar, il quale accusa il Papa di “ingerenza inaccettabile” negli affari interni dell’Egitto. Ora è chiaro, noi pensavamo, sbagliando, che far saltare in aria i cristiani fosse una strage, un atto terroristico. Invece è “un affare interno“.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un vecchio adagio. Ed i nostri pacibuonisti ne sono l’esempio vivente, fanno come le tre scimmiette. Niente e nessuno li smuove dalle loro granitiche convinzioni a base di multiculturalismo, accoglienza, tolleranza, integrazione e, soprattutto, garantire ai musulmani la libertà religiosa e l’apertura di moschee ovunque. Poco importa se poi, come è stato ampiamente provato, certe moschee diventano centri di propaganda della jihad, della guerra santa conto gli infedeli, di addestramento di terroristi e di raccolti di fondi per finanziare il terrorismo islamico. Ma le scimmiette pacibuoniste non se ne curano. Anzi, non se ne deve parlare. E se qualcuno fa sommessamente osservare che forse, dico forse, l’accoglienza indiscriminata di centinaia di migliaia di immigrati senza arte, né parte, seguaci di una religione che li pone già “contro“ gli infedeli occidentali e la loro cultura,  e di conseguenza, precludendo ogni possibilità di integrazione, creano qualche problema e potrebbero costituire un pericolo, passa inevitabilmente per “razzista”. E se passi per  razzista hai chiuso, non hai più diritto di parola, vieni bollato col marchio d’infamia, sei uno spregevole rifiuto sociale.

Anzi, sembra davvero che questo mondo multiculturale e multireligioso sia l’unico possibile. Anche se ormai è chiaro che in Europa il multiculturalismo è fallito, come ha dichiarato il cancelliere tedesco Angela Merkel e come è evidente in paesi europei che per primi hanno accolto milioni di immigrati ed hanno puntato sull’integrazione, anch’essa fallita. Questa grande bufala del multiculturalismo è un fallimento totale. E solo adesso paesi come la Germania, l’Olanda, la Svezia, l’Inghilterra, la Francia, si rendono conto del gravissimo errore di valutazione e cercano disperatamente di rimediare.

Solo noi continuiamo a crederci. In primis proprio i cristiani, proprio coloro che saranno le vittime designate dell’invasione islamica. Così è normale sentire preti, vescovi, cardinali che continuano a battersi per l’apertura di moschee e per i diritti religiosi, e civili, degli immigrati, meglio ancora se islamici. E nessuno sembra porsi l’inevitabile problemino della reciprocità. Noi garantiamo a tutti il diritto di manifestare la propria fede religiosa, loro no; ne ammettono solo una, l’islam. Allora perché noi dobbiamo garantire loro l’apertura di moschee se a casa loro non permettono la costruzione di chiese cristiane? Perché da noi possono occupare l’intera piazza del Duomo per pregare rivolti a La Mecca e in Arabia saudita, dove l’islam è l’unica religione riconosciuta e permessa, se solo ti scoprono a pregare in privato nella tua casa, ti arrestano? Perché devo riconoscere dei diritti a chi quei diritti in casa propria non li riconosce? Perché devo rispettare chi non mi rispetta? Perché?

Ma i cristiani sono buoni, tolleranti, accoglienti, amano il prossimo come se stessi, porgono l’altra guancia ed anche qualcos’altro (Porgi l’altra guancia). Ecco perché sono sempre in testa quando si organizzano fiaccolate di solidarietà, cortei per i diritti umani e marce della pace. A ruota seguono i sinistri ipocriti, sempre pronti a manifestare per i diritti umani, la pace, l’integrazione, la libertà religiosa. I cristiani organizzano marce per la pace e per garantire la libertà religiosa agli islamici. Gli islamici, in mezzo mondo, organizzano attentati, bruciano chiese, ammazzano preti e suore e praticano il loro sport preferito; la caccia ai cristiani. Non vi pare che ci sia qualcosa di strano in questa mancanza di reciprocità? Sì, c’è il fatto che, come dice l’imam del Cairo, fare strage di cristiani è un “affare interno“. Quindi non possiamo nemmeno lamentarci o protestare. E’ un loro affare interno, la cosa non ci riguarda!

Ma, dicono i pacibuonisti, non dobbiamo reagire alla violenza con la violenza. E come si reagisce, di grazia, alla violenza? Si invia un mazzo di fiori con biglietto di auguri? Non bisogna pensare, dicono sempre le nostre ancelle della misericordia e i figli dell’amore universale, che esista una contrapposizione fra islam ed occidente, né che sia in atto una guerra nei confronti della Chiesa. Esiste anche un islam pacifico. E quale sarebbe questo pacifismo islamico? Quello dell’imam Ahmed al-Tayyeb che, invece che condannare la strage, accusa il Papa di ingerenza? Quello di chi ha pubblicato di recente in rete un elenco di una cinquantina di luoghi di culto in Egitto, Francia, Germania, Inghilterra, come obiettivi da colpire? Il pacifismo di Al Qaeda e bande affiliate che, ancora attraverso messaggi sul web,  incitano i musulmani a “far esplodere questi luoghi di culto nel momento in cui saranno riempiti di fedeli per le cerimonie religiose”?  E’ questo il pacifismo islamico?

Beh, non vorrei destarvi dal letargo, ma se aprite gli occhi e guardate al di là della punta del naso, vi accorgerete che è in atto, già da molto tempo, una guerra santa contro la Chiesa e gli infedeli ed uno scontro di civiltà fra islam e Occidente. Solo le scimmiette fanno finta di non saperlo. Sarà molto utile, al fine di rinfrescarci le idee, rileggere quanto scriveva Oriana Fallaci dieci anni fa nel suo “La rabbia e l’orgoglio“. Leggetene uno stralcio qui: “Sveglia, gente…”.

Strani questi cristiani buonisti e pacifisti, non hanno ancora capito che destino li aspetta e, soprattutto, non hanno capito con chi hanno a che fare quando si parla di fanatismo islamico. Mi viene in mente una battuta di un celebre film western di Sergio Leone. Adattandola alla circostanza si potrebbe dire: “Quando un cristiano buonista pacifista incontra un terrorista islamico, il cristiano è un uomo morto”. Spiace dirlo, ma ho la sensazione che finirà proprio così; forse non lo avete ancora capito, ma siete solo aspiranti cadaveri. E, incredibilmente, lo siete da volontari. Auguri…