Papa. parcheggi e onde

Una ne fa e cento ne pensa; instancabile, se non spara la sua cazzata fresca di giornata non è tranquillo. Non è che io ce l’ho con Bergoglio, è lui che ce l’ha con se stesso e con il mondo. Ha appena finito di dire che la fede bisogna insegnarla in dialetto (Papa e fede alla vaccinara) e mentre siamo ancora storditi da questa rivelazione e cerchiamo di ripassare le nostre reminiscenze dialettali per poter tramandare la fede ai posteri, ecco l’ultimissima: “Non esistono culture superiori o inferiori.”. Tutte le culture sarebbero uguali? Bergoglio, ma è sicuro di sentirsi bene? il discorso sarebbe lungo, ma vediamo di fare un esempio facile facile che capirebbe anche il sagrestano di Guamaggiore.

Nella foresta amazzonica, dove si trova ora, vivono delle tribù che non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo. Si hanno solo alcune foto riprese dall’alto da un elicottero che, mentre sorvolava la foresta, ha individuato e fotografato alcuni indigeni vicino ad una grande capanna di rami e fogliame. Li chiamano “uomini rossi” perché hanno il corpo colorato con un pigmento rosso, ed usano lance e frecce con le quali cercavano di colpire gli intrusi su quella strana e minacciosa macchina volante: “Amazzonia, scoperta tribù di uomini rossi.”. Bergoglio, vuol dire che tra la cultura degli “uomini rossi” (ed altre simili, come quella dei tagliatori di teste del Borneo), rimasta a livelli primordiali, e quella occidentale evoluta nel corso di millenni che ha portato progresso culturale, artistico, sociale, morale, invenzioni, capolavori dell’arte, letteratura, musica, scoperte scientifiche che hanno consentito di mettere piede sulla Luna, non c’è differenza e non si può dire che la nostra sia superiore? Si fa fatica a crederlo, ma dice esattamente questo. Chi continua a mettere sullo stesso piano le diverse culture, negando differenze sostanziali ed il loro diverso valore è un idiota; che sia Papa o sagrestano.

 E siccome alle idiozie  non c’è limite, ecco l’altra cazzata del giorno partorita dalle menti geniali che ci governano: “Parcheggi; i ricchi paghino di più.”. C’è gente che si sveglia al mattino e comincia a pensare; questo è il guaio, il fatto che pensino, che pensino cazzate, siano convinti di avere delle idee geniali e le impongono ai cittadini. Perché far pagare il parcheggio uguale per tutti? Non è giusto, meglio farlo pagare in base al reddito; più guadagni più paghi. Tempo fa fecero la stessa proposta per le multe; volevano stabilire l’importo delle sanzioni non in base all’infrazione, ma in base al reddito di chi le commetteva. E c’è ancora chi parla di uguaglianza degli uomini e stabilisce questa uguaglianza addirittura nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se Einstein diceva che la stupidità umana è infinita, forse aveva qualche motivo per pensarlo. Allora, se il criterio per stabilire i prezzi dei beni e servizi, non è il loro valore commerciale, ma la ricchezza di chi ne usufruisce, anche il pane, il caffè, il giornale, zucchine e carote, la pizza, non si pagheranno in base al prezzo di mercato, ma in base al reddito? Cari governanti, lasciate perdere la politica, non è roba per voi. Pensate a curarvi, avete chiarissimi sintomi di gravissime forme di psicopatologia. Curatevi, per il vostro bene; ed anche per il nostro.

Quando sento notizie di cataclismi naturali, terremoti, alluvioni, tsunami, attentati terroristici, resto sempre perplesso davanti alla sicurezza con cui i media forniscono, in tempo reale, i dati sulla gravità dell’evento, il numero delle vittime e l’importo dei danni. Ne ho parlato spesso in passato, anche per sottolineare errori e ridicoli dati forniti e sparati in prima pagina. Vedi “Corriere e terremoti” sul devastante terremoto che colpì il Cile nel 2015. O, ancora più divertente ed emblematico di come certi articoli siano scritti con i piedi, questo strano meteorite dalle dimensioni variabili “Meteoriti e Hiroshima” che cambia grandezza e potenza distruttiva secondo le testate che riportano la notizia. Storia vecchia quella dell’affidabilità della stampa. Ricordate il terremoto ed il successivo tsunami che devastò le Maldive nel Capodanno del 2004? I media facevano a gara a chi sparava numeri a pera. Allora scrissi questo: “Riepilogo (onda su onda). E siccome in tutti questi anni non è cambiato niente, pochi giorni fa una meteorina in TV annunciava forti venti sul Tirreno, burrasca e onde “alte 6 metri” (le avrà misurate lei?). Per fortuna, in questi giorni le onde si sono abbassate. Infatti ieri un quotidiano locale annunciava: “Sardegna, nuova allerta venti e mareggiate; onde alte 4 metri.“.

Ora, il vento lo possiamo misurare esattamente con gli anemometri, ma le onde?  Chi misura le onde? C’è qualcuno specializzato (con tanto di Master al MIT di Boston in misurazione delle onde marine) che sta in mezzo al mare con un’asta graduata e le misura tutte, una per una, e poi magari fa la media? Ma poi siamo sicuri che non ci freghi e invece che 4 metri siano alte solo 3 metri e 80 o siano alte 4 metri e 20? Bisogna essere precisi, perché, se devo uscire a pesca, anche 20 o 30 centimetri di differenza possono essere determinati per la sicurezza. No? Ed ecco che continuo a portarmi dietro questo dubbio: ma chi le misura le onde? Boh…

Tsunami e candele.

Non ci sono più candele, arrangiatevi.

La Luna nel segno del Leone.

Morti e candele.

Morti, candele e affari. 

Morti, candele e…come apparire bbbuoniii.

Sì, ma chi misura le onde?

La faccia di Franceschini

Dario Franceschini è ministro dei Beni culturali dal 2014. E’ quello che quando crollò un muro a Pompei, con un duro intervento alla Camera, chiese le dimissioni dell’allora ministro Sandro Bondi (il quale si dimise). Per qualche strana ed imprevista coincidenza, proprio nel 2014 ancora a Pompei, si verificarono tre casi di muri crollati: “Pompei, tre crolli in tre giorni“. Altri crolli si verificarono successivamente ad Ercolano (un muro della Domus Atrio Corinzio appena restaurato) e Roma:  “Crolla il muro della Breccia di Porta Piae “Crolla parte mura aureliane“. Ma al nostro ministro non passò nemmeno per l’anticamera del cervello di dimettersi. Qui il video: “Quando Franceschini chiedeva le dimissioni di Bondi”.

E nemmeno politica e stampa dedicarono molto spazio a questi crolli; al massimo una foto. Diventano fatti gravissimi solo quando i ministri sono di centrodestra. Ora il ministro arriverà in visita a Pompei; e succede che crolla un altro muro: “Pompei, nuovo crollo nelle Domus“. Sono crollati più muri con Franceschini ministro, di quanti ne siano crollati con tutti i ministri precedenti. Ma non succede niente, nessuno chiede le dimissioni, né il ministro si sente responsabile. Strana e curiosa applicazione del concetto di responsabilità; vero? Il fatto è che, in osservanza del vecchio principio della doppia morale (e della “superiorità morale“) che i PiDioti hanno in dotazione di serie ed applicano a propria discrezione, non tutti i muri sono uguali; e nemmeno i ministri.

Se crolla un muro ed il ministro è di Forza Italia è un fatto gravissimo e deve dimettersi; se dovesse crollare anche tutta Pompei, ma il ministro è Franceschini, o un PiDiota qualsiasi, non è responsabile e resta al suo posto. Stesso criterio vale per Maria Elena Boschi, l’affare Banca Etruria, e per tutti i casi di panni sporchi in cui siano coinvolti esponenti della sinistra, i quali, chissà perché, non sono mai responsabili: io non c’ero e se c’ero dormivo. Non solo hanno la doppia morale in dotazione di serie, ma hanno pure un’altra gravissima patologia: la “sindrome dei migliori“. Lo riconoscono gli stessi intellettuali di sinistra. Uno per tutti, il sociologo Luca Ricolfi che lo disse molto chiaramente in un illuminante pamphlet pubblicato nel 2005 “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori“. Ma dubito che i PiDioti lo abbiano letto. Se lo hanno letto non l’hanno capito. E se lo hanno capito evitano di parlarne perché si vergognano di accettare la verità. Ne parlavo in questo post del 2013: “Cuperlo ed il complesso di superiorità“. Per avere un simile codice morale bisogna avere proprio una bella faccia da culo.  E Franceschini ce l’ha.

Jazz e casu marzu

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita. In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino con Mameli che sfoglia i quotidiani. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il “disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato. Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per letteratura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“. Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a Shakespeare e melone. Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza. Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.  Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  “Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

La felpa di Boncinelli

Ieri notte, mentre la Befana post moderna, gettata via la vecchia ed usurata scopa, a bordo del suo nuovissimo aspirapolvere turbo supertecnologico ultimo modello con navigatore satellitare di serie, volava per città e borghi di campagna impegnata a distribuire regali a bambini e adulti, su La7 andava in onda, intorno alla mezzanotte, una replica del programma di Floris “Di martedì”.

Ospiti d’eccezione in studio: il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopritore dei neuroni specchio, il fisico Carlo Rovelli ed il genetista Edoardo Boncinelli.  Se in televisione si desse più spazio a questi studiosi e meno ai salotti di oche starnazzanti, forse il mondo sarebbe migliore. Il prof.  Boncinelli, fra tante osservazioni interessanti sul funzionamento del cervello e sulle cause del comportamento umano, per dimostrare  che il cervello non sempre ragiona in maniera corretta, ma spesso ci fa compiere errori di valutazione, ha posto questo quesito: “Un tifoso va in un negozio e compra una felpa ed un distintivo con i colori della sua squadra, e spende in tutto 110 euro. Posto che la felpa costa 100 euro più del distintivo, quanto costa il distintivo? Quasi tutti diranno 10, invece la risposta è cinque.”.

Floris resta perplesso, “Non ci ho capito niente…”, afferma ridendo, e a Boncinelli  che ripete l’esempio e ripone la domanda, Floris risponde convinto “Dieci euro“.  “Appunto…”, dice Boncinelli, dimostrando come la risposta di Floris confermi il fatto che il cervello  ci suggerisce la risposta sbagliata. Floris appare in difficoltà, non capisce dove sia l’errore e chiede al pubblico: “Qualcuno l’ha capita”? Risponde un coro di “No“. Non so se in studio al momento l’abbiano capita. Credo, però,  che ripensandoci dopo con calma, sia Floris, sia gli ospiti in studio o i telespettatori, abbiano capito quale fosse l’inganno ed abbiano trovato la spiegazione giusta. Aveva ragione Boncinelli, ovviamente, ma istintivamente, se non si riflette, si è portati a rispondere proprio come ha fatto Floris.

Mi ricorda un altro vecchio indovinello simile che circolava molti anni fa, quando eravamo ragazzi: l’indovinello del mattone. Credo che sia tuttora in voga; l’ho visto citato, fra gli indovinelli più facili, in siti che propongono indovinelli e quiz. L’indovinello è semplice e facilmente risolvibile, se ci si riflette un attimo. Ma se si risponde d’impeto, istintivamente, il più delle volte si sbaglia. Eccolo: “Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?”. Di solito la prima risposta è “Un chilo e mezzo”. Ovviamente la risposta è sbagliata, perché in realtà il mattone pesa 2 chili. Facile rispondere se mentalmente si immagina una bilancia che abbia su un piatto un mattone intero e sull’altro piatto mezzo mattone più un peso di un chilo. Appare subito chiaro che, per equilibrare il peso del mattone intero su un piatto, sull’altro piatto occorrono due mezzi mattoni. E se ad un mezzo mattone sostituiamo il peso di 1 chilo, quello è esattamente il peso di un mezzo mattone. Quindi due mezzi mattoni da un chilo fanno un mattone intero da 2 chili: 1 chilo (peso) + 1 chilo (mezzo mattone) = 2 chili (mattone intero).

Spiegare un indovinello è un po’ come spiegare le barzellette o le battute di spirito, ma bisogna farlo per capire il meccanismo mentale che può condurci in errore. L’indovinello di Boncinelli è molto simile a quello del mattone: è solo una versione più recente, ma il meccanismo mentale che induce in errore è lo stesso, e la risposta istintiva, quella che darebbero in molti, è quella di Floris. Ma basta riflettere un po’ per rendersi conto che la risposta giusta è un’altra, esattamente quella data da Boncinelli. Infatti si dice che la felpa costa 100 euro “più” del distintivo. Quindi, se il distintivo costasse 10 euro, la felpa dovrebbe costare 10 euro + 100, ovvero 110 euro, che sommati ai dieci euro del distintivo, farebbe 120 euro, e non 110. L’inganno è dare per scontato che  i 100 euro siano il costo della felpa, e considerare il costo del distintivo come differenza fra 110 e 100, ovvero 10 euro. Questa è l’operazione mentale che viene spontanea, e che ci inganna; mentre la prima cosa da tenere ben chiara è che il costo della felpa è dato dal “costo del distintivo più 100”. E’ quel “più” che ci sfugge e ci inganna. Quindi se il distintivo costasse 1 euro, la felpa costerebbe 1 + 100 = 101; così il costo totale, felpa più distintivo, sarebbe 101 + 1 = 102.  Se il distintivo costasse 9 euro la felpa costerebbe 9 + 100 = 109: ed il costo totale sarebbe 109 + 9 = 118. E non 110 euro. La risposta giusta, quindi, non può che essere 5 + 105 = 110. Quindi il distintivo costa 5 euro; ha ragione Boncinelli.

Abbastanza facile risolverlo, anche istintivamente, se si ragiona per immagini, come nell’indovinello del mattone. Un po’ più difficile è dare subito la risposta giusta se si ragiona con le parole, perché restiamo ingannati da quel “100” che identifichiamo come costo della felpa. C’è una differenza sostanziale nei due modi di procedere; ragionare per immagini (ma non è da tutti) è un procedimento molto più veloce e, quasi sempre (diciamo “quasi”, giusto per scrupolo e per lasciare un minimo spazio al dubbio), anche più corretto. Giusto per fare un nome, uno a caso, Einstein ragionava per immagini: lo ricorda proprio Boncinelli, citandolo nel suo ultimo libro, che Floris presenta all’inizio dell’intervista, “Noi siamo cultura” (Ed. Rizzoli, 18 euro). Questo è il vero mistero della mente e la bellezza di indovinelli e quiz; ci permette di scoprire i meccanismi del pensiero umano ed i tranelli insiti nella elaborazione delle informazioni sensoriali che arrivano al cervello; un esempio classico sono le illusioni ottiche. Che poi è lo stesso meccanismo che può trarre in inganno anche in merito a problemi ben più seri e complessi. Basta saperlo e regolarsi. E ricordare che le parole, ed il cervello, spesso ci ingannano.

A proposito di inganni mentali, vedi:

Come nasce il pensiero? (giugno 2003)

Scherzi della mente ( ottobre 2004)

E la volontà? (marzo 2005)

Pensiero e volontà (settembre 2006)

P.S. Oggi, su Youtube ho trovato il video dell’intervista. Eccolo

 

 

Vedi anche i video:

Intervista al fisico Carlo Rovelli

Intervista al neuroscienziato Giacomo Rizzolatti

Studenti d’Italia

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione  dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà  inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale.

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“.  Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri a Milano.

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura.  Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti,  e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro?  Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”. In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o  non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.

Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e  non ha, quindi, la capacità di informarsi,   come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile,  alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica? Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.

Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto  normale e scontato.  Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati  ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse  e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere“.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri  generano allievi ancora peggiori.  Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Vedi

Scuola e residui tossici

Okkupato

Cortei e branchi

Walkiria e manganelli

Studenti moderni

Tutti a sQuola 1

Tutti a sQuola 2

Cul-tura

La cultura di un popolo permea tutti gli aspetti sociali, ne determina lo stile di vita, usi e costumi,  i rapporti e le relazioni fra i membri della comunità, l’indirizzo politico, la scuola, l’informazione, perfino aspetti che paiono secondari come l’abbigliamento, l’alimentazione, gusti musicali e artistici. Tutto è cultura e la cultura forma la nazione e lo spirito di un popolo. Per capire quale sia la cultura di un popolo basta osservare i diversi aspetti della vita sociale (gli effetti) e da essi si può risalire alla matrice iniziale (la causa) che li ha originati. E siccome si dice che l’informazione sia lo specchio della realtà, per sapere in che mondo viviamo (e cosa ci riserva il futuro) basta dare uno sguardo a ciò che quotidianamente passa nei mass media, stampa, TV, internet. Vediamo alcuni esempi pratici.

Cominciamo con questa foto che sembra presa da un sito porno. Invece no, è una delle tante immagini simili che ogni giorno riempiono le pagine dei siti d’informazione. Questa per alcuni giorni è stata in bella evidenza in un grande box nella Home page del  Il Giornale.it con questo titolo “L’esibizionismo, un gioco irresistibile“.

Ormai queste immagini fanno parte integrante dell’informazione. Notizie politiche, economiche, di stragi, attentati e guerre nel mondo, si accompagnano a tette e culi in bella mostra. Tutto fa informazione e riempie le pagine. Gli addetti ai lavori giustificano questo eccesso di nudità col fatto che quelle foto attirano lettori. Non è vero,  ma loro fanno finta di crederci.

Eppure lo capirebbe anche un bambino. E’ risaputo che su internet esistono migliaia di siti porno di facile accesso e che sesso e porno sono gli argomenti più ricercati in rete. Quindi chi vuole vedere immagini hard non ha che l’imbarazzo della scelta:  non va certo a cercarle  sui siti dei quotidiani nazionali. E allora perché queste immagini compaiono ovunque, anzi sembra che siano una parte importante ed irrinunciabile dell’informazione?  Bisognerebbe chiederlo a giornalisti ed editori che, evidentemente, hanno una strana concezione di cosa sia l’informazione. In realtà si tratta semplicemente di una aberrazione  della cultura dominante che si fonda essenzialmente non più sulla serietà dell’informazione, ma sulla spettacolarizzazione della realtà, sulla assunzione del gossip come argomento dominante dell’informazione e sull’esibizione del nudismo come richiamo mediatico. Questa non è cultura, è Cul-tura. E se è vero che i media rappresentano la realtà e questo è il livello culturale dell’Italia, ne usciamo molto male.

Non è il caso di dilungarsi oltre sull’argomento. Ne ho parlato spesso e volentieri in passato (Alcuni post a caso, “Guardi siti porno?”,  Tette, Papi e Femen“, “Pane, sesso e violenza“) . Ma  per capire quale sia il problema di chi opera nel mondo dell’informazione  e di quale strana sindrome soffrano (siamo quasi a livello patologico) basta rileggere un articolo apparso nel 2007 sul quotidiano spagnolo El Paìs e ripreso  da La Stampa di Torino:Troppe tette e culi. Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip.” . L’autore non è un vecchio rimbambito, né un moralista della domenica; è il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Vale la pena di leggerlo.

Ma ci sono anche altri piccoli segnali dai quali si capisce quale sia il livello culturale di una nazione. Ecco un messaggio lanciato dal senatore Antonio Razzi per augurare la “Buona Pasquetta” ai suoi fan. Si è giustificato dicendo che lo ha fatto apposta a scrivere la C al posto della Q, perché lo ha voluto dire in abruzzese. Non credo che gli abruzzesi usino scriverlo in quel modo. E’ solo l’ennesima prova della grande “cultura” del nostro senatore e del fatto che, se Razzi può diventare senatore della Repubblica, forse, nel nostro sistema democratico c’è qualcosa che non va.

Restiamo al Senato della Repubblica. Ecco un’altra notizietta edificante, interessa la senatrice Stefania Pezzopane del PD. Ma non riguarda la sua attività parlamentare; riguarda la sua vita privata, la sfera familiare, l’intimità. Racconta il suo compagno che quando fanno sesso “La pecorina è la sua posizione preferita. Mi urla di non fermarmi e che la faccio impazzire.“. Specifica che mentre sono impegnati in quella posizione lei lo incita: “vai, Simone, vai, continua, me stai a fa’ impazzi’…“.

Beh, certo è giusto conoscere anche le posizioni preferite delle nostre senatrici, magari sono determinanti per la loro attività in aula, possono influenzare le decisioni ed il voto. La qualità delle prestazioni del suo Simone può influire anche sulla tenuta del governo. No? Dovrebbe preoccuparsi anche Renzi. Se la “pecorina” della Pezzopane è stata soddisfacente il governo tiene, altrimenti è a rischio. Bene, questo è il livello culturale dei nostri governanti. Chi scrive “Pascuetta” con la C e chi preferisce la  “Pecorina”. Una volta c’era qualcosa che si chiamava riserbo, pudore, buon gusto; cose d’altri tempi, scomparse. Oggi sta diventando titolo di merito e di orgoglio l’ostentazione dei vizi privati, la rivelazione pubblica delle proprie intimità, devianze, perversioni, depravazioni ed il resoconto dettagliato delle proprie prestazioni sessuali.

Chiudiamo con un altro esempio della nuova “cul-tura”. Ce lo offre Giampiero Mughini, giornalista, scrittore, opinionista tuttologo, polemico  per natura ed ospite fisso dei salotti televisivi. Pochi giorni fa il quotidiano Libero riportava alcune sue dichiarazioni rilasciate ai microfoni de La Zanzara: ” Il porno è una cosa seria. Chi non si masturba è un degenere.”. Racconta Mughini che a casa possiede una collezione di 20 cassette hard: “Il porno è una cosa seria. E’ molto più seria di quanto dicano e io potrei tranquillamente tenere lezioni all’università. E’ arte pura.”. E continua:Anche io mi masturbo davanti a un film porno. Chi non l’ha mai fatto è un degenere, anche se li guardo solo per completare la ricchezza del mio patrimonio conoscitivo.“.  E ancora, giusto per dire che, nonostante l’età, non ha perso il vizio, aggiunge: “Oggi quelle cassette non le vedo più, ma spesso scorrazzo per siti porno dove ci sono cose che mi vanno benissimo e mi piacciono.“. Chiaro? Lui guarda i porno per “arricchire il suo patrimonio conoscitivo“. E se voi non fate altrettanto, non scorrazzate in rete per siti porno, non avete una collezione di cassette hard  e non vi masturbate guardando i film porno, siete “degeneri“. Lo dice un “intellettuale” doc, uno che elargisce principi di etica ed estetica in tutti i canali TV, uno che ha fatto la gavetta ed è stato direttore di   Lotta continua: insomma, una garanzia.

Già, questi sono gli intellettuali oggi, questa è la cultura dominante. Queste sono le belle notizie quotidiane che ci vengono propinate da stampa, TV, internet. L’anomalia è che oggi sui media vengano riportate dichiarazioni come quelle della Pezzopane o di Mughini e nessuno più si scandalizzi. La cosa assurda non è che la Pezzopane ami mettersi alla pecorina o che Mughini si masturbi guardando film porno (sono fatti loro e del tutto privati e personali), ma che lo raccontino pubblicamente e che questi loro “vizi privati” vengano diffusi dai media e diventino “pubbliche virtù”. Il dramma è che questo Blob osceno e maleodorante sia considerato informazione e diritto di cronaca e dilaghi nell’indifferenza generale. La tragedia, infine,  è che questo degrado totale  sia considerato normale.

Oggi anche i bambini hanno il loro PC e navigano in internet. E vedono e leggono esattamente ciò che vedono gli adulti e crescono con questa “Cul- tura”. Una volta le bambine, al massimo leggevano le favole, giocavano con le bambole e guardavano “Heidi , ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao…”. Oggi, guardano la TV, navigano su internet e vedono, ad ogni ora del giorno, donnine nude ansiose di mostrare le parti intime, esibizionisti che raccontano pubblicamente le loro prestazioni sessuali, gay, trans, lesbiche e sessualmente confusi che esaltano le delizie del sesso alternativo e tutte le variazioni sul tema. Così crescono oggi i bambini, con questi modelli culturali. Ed ogni giorno su TV e internet, spesso in assenza dei genitori, si imbattono continuamente in scene di sesso e violenza, violenza e sesso, in nudità esibite a tutte le ore come la cosa più normale del mondo, richiami erotici e sessuali, in esplicite lezioni di sesso e in intellettuali progressisti che vi accusano di essere degeneri se non vi masturbate guardando film porno.  E l’unica relazione con le caprette di Heidi è scoprire che una senatrice adora mettersi “alla pecorina“. Se tutto questo sembra normale bisognerebbe cominciare a preoccuparsi seriamente della salute mentale di questa società. Forse è già troppo tardi.

Ogni tanto, però, bisognerebbe fermarsi un attimo e chiedersi cosa sta succedendo. Se è vero che questa “Cul-tura” dominante viene accettata tranquillamente come cosa del tutto normale, allora bisogna anche accettarne le conseguenze e gli effetti. E quali sono questi effetti collaterali?  Semplice, basta leggere le notizie del giorno, quelle che ci raccontano piccole e grandi tragedie e fatti di cronaca, che spesso riguardano proprio bambini e adolescenti, e che dovrebbero farci riflettere. Eccone alcune…

Quando i bambini fanno Ahi!

Lo stupro quotidiano

La prima volta di Totti

AdolesceMenza

Cara sorellina ti ammazzo, per gioco

Mamma, sono incinta

La Spagna si masturba

Il Papa ha ragione

Giochi d’infanzia e matrimoni marziani

Pane, sesso e violenza

Diffidate degli intellettuali

La diffidenza nei confronti degli intellettuali è una storia vecchia, molto vecchia, risale ai tempi della scuola. E da allora questa diffidenza, anziché affievolirsi è andata crescendo. Ecco perché ho ripubblicato un vecchio post del 2009 “Diffidare è d’obbligo” e segnalato i link ad altri articoli simili in cui parlavo di Andreoli e di Scalfari. Lo spunto mi è stato fornito da due articoli recenti. Il primo è di Luisa Muraro, filosofa, della quale il Corrirere.it, pubblicava il 28 marzo scorso, il testo del suo intervento al Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente, sotto il titolo “La differenza sessuale c’è, è dentro di noi”.   Già il titolo è piuttosto ambiguo, perché sembra dire una banalità, ma, visti i tempi di teorie e cultura gender, non è mica così scontato che qualcuno scriva un articolo per dire una cosa ovvia.  La signora, pardon “filosofa”, infatti, la prende larga e per dare corpo e autorevolezza alle sue osservazioni sull’argomento parte addirittura da Aristotele, arrivando fino ai giorni nostri, con tutte le dotte citazioni del caso. Se volessi commentare il pezzo, dovrei comportarmi da perfetto “intellettuale”. Ma non vale la pena. Ne parlo giusto per riportarlo come esempio di cosa oggi riempie pagine e pagine di quotidiani in rete, anche prestigiosi come il Corriere, o di quale sia il livello culturale dominante. Chi vuole, può leggere il pezzo cliccando sul link sopra riportato. Alla fine del pezzo, dovrebbe avere l’onestà di dire cosa ha capito.

Il secondo articolo è un’intervista di Eleonora Barbieri al prof. Edoardo Boncinelli, pubblicata il 30 marzo scorso sul Giornale.it. Potete leggerlo qui “Ricercatori, basta lagne, fate scienza e divertitevi“. Il prof. Boncinelli, autore di una quarantina di opere, è uno degli scienziati di punta e di maggior prestigio ed autorevolezza della ricerca italiana. Parla spontaneamente del suo lavoro, della bellezza della ricerca, dell’inutilità dei festival della scienza, appuntamenti ormai immancabili di quel giro di “intellettuali!” che ne fanno pretesto per fare passerella e incassare lauti rimborsi: “Io di festival ne ho frequentati e fondati, e alla fine ho capito: è la predica laica della domenica. La gente ci va per stare meglio. Del resto i veri scienziati non li conosce nessuno. I veri scienziati non parlano mai, perché se bisogna parlare di scienza fanno parlare i filosofi… una cosa ridicola.”. Ed ecco il punto dell’intervista in cui accenna agli intellettuali.

Barbieri: Ha detto: «Io gli intellettuali li odio». Perché?

– Boncinelli: Mi stanno sulle scatole, sono presuntuosi. Se leggo un articolo di un intellettuale mi viene il voltastomaco.

Barbieri: Facciamo un nome?

Boncinelli: Scalfari, per esempio. Gli intellettuali sono persone che hanno ricevuto un’istruzione superiore alla loro intelligenza.

Barbieri: E non se ne sono accorti?

Boncinelli: No. E così se la tirano, si danno arie incredibili. Hanno uno spazio immeritato nella cultura perché dicono quello che piace alla gente.

Più chiaro di così non si può. Ora, ogni tanto mi viene qualche scrupolo ad essere molto critico nei confronti del mondo della letteratura, dell’arte, della cultura in genere e della categoria degli “intellettuali” in particolare. Poi leggo le dichiarazioni di un autorevolissimo scienziato come Boncinelli che non sopporta gli intellettuali ed il primo nome della lista è proprio Scalfari e…mi spariscono  dubbi e scrupoli. Anzi, mi sa che ho proprio ragione.

Vedi:

Cazzate d’autore (2005)

Scalfari e la mosca (2007)

Narcisismo intellettuale (2015)

. Fidelio pop e Prima scaligera

La Traviata di Fantozzi

Arte e autoerotismo

Biennale di Venezia

Creativi si nasce, Alberoni si diventa

Poeti Ogm

Pippe in TV