La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Satira da morire

Si può ridere dei musulmani? Meglio di no, sono molto suscettibili, sensibili, si risentono e si offendono per un nonnulla. Per una vignetta (quelle danesi scatenarono reazioni violente in tutti i paesi arabi), una maglietta con l’effige del profeta (specie se mostrata da Calderoli in TV) o una semplice battuta, si scaldano gli animi, si accendono le coscienze e si scatenano reazioni così focose da incendiare bandiere (danesi, israeliane, americane…), chiese (meglio se con i cristiani dentro), ambasciate, assaltare giornali ed esplodere in reazioni a raffica (specie se raffiche di  kalashnikov).

L’attentato di ieri alla sede del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo, che ha causato 12 morti e 11 feriti, rilancia il problema della convivenza fra occidente e musulmani. La satira è solo uno degli aspetti, e nemmeno il più grave, delle incompatibilità fra due culture e due mondi profondamenti diversi. Solo le anime belle della sinistra possono ancora blaterare di società multietnica e multiculturalismo. Altre nazioni, che prima di noi hanno affrontato i temi dell’accoglienza e dell’integrazione, hanno dovuto riconoscere, a distanza di anni, che quel progetto di integrazione e di multiculturalismo è drammaticamente fallito. Ne parlavo nel post precedente “Eurabia news“, quindi non mi ripeterò.

Ma oggi si scatenano anche gli opinionisti del giorno dopo e l’indignazione col timer dei nostri osservatori, giornalisti, politici, intellettuali e strenui difensori della libertà di stampa e dell’art. 21 della Costituzione, quelli che “la satira deve essere libera“. Così in rete si scatenano i messaggi di solidarietà al grido di “Nous sommes tous Charlie” e si rilanciano le vignette incriminate. Già, libertà di satira, ma attenti a scegliere bene l’oggetto della satira, perché se sbagliate bersaglio correte grossi rischi. Ne sa qualcosa Forattini che anni fa venne querelato (con richieste di danni per miliardi di lire) per due vignette su D’Alema (questa a lato) ed il giudice Caselli, del tutto innocue e per niente offensive, quasi ingenue rispetto  alle vignette comparse sul giornale francese. Vedi qui “Satira libera: dipende…”.

E’ incredibile constatare quanta ipocrisia esista nel mondo della cultura, dell’informazione, dello spettacolo. Questa gente si nutre a pane e ipocrisia. Tutta gente che si straccia le vesti per garantire la libertà di pensiero, di stampa e di satira, ma guai a toccarli direttamente. Diventano ipersensibili. Romano Prodi, in piena campagna elettorale nel 2005, diede mandato ai suoi legali di denunciare un sito, e chiederne la chiusura (cosa che avvenne), che pubblicava vignette satiriche, perché aveva “contenuti altamente diffamatori del Partito Politico Uniti per l’Ulivo e del suo leader l’ex Premier Italiano ed ex Presidente della Commissione Europea Prof.Romano Prodi“. Chiaro? Questo è solo un esempio. La satira deve essere libera, ma guai a toccare Prodi, o D’Alema, o Caselli, si offendono. Eppure sono certo che oggi anche il Baffetto velista ed il Mortadella dichiarino la propria solidarietà a Charlie Hebdo e difendano la libertà di satira. Se questa non è ipocrisia cos’è? Vedi “Satira a senso unico, vietata la satira su Prodi“.

Noi, però, non corriamo i rischi dei francesi, sappiamo bene come regolarci e su chi fare satira, Non avremo mai attacchi terroristici alla stampa per vignette sui musulmani. Sappiamo come regolarci e ci autocensuriamo. Satira su tutto, o quasi, ma mai toccare l’islam. E’ una regola che abbiamo imparato presto. Già da una decina d’anni, da quando è cominciata l’invasione di africani e arabi, in gran parte proprio musulmani, abbiamo fatto una piccola modifica al tanto decantato art. 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero. Vale per tutto eccetto che per musulmani, neri, zingari, gay, trans, lesbo e categorie assimilate. Su questi non si può esprimere liberamente la propria opinione perché qualunque affermazione che non sia benevola nei loro confronti viene subito stigmatizzata come offensiva, discriminatoria, xenofoba, razzista e omofoba. Quindi, in questo caso l’art. 21 è momentaneamente sospeso, per il quieto vivere e per evitare guai.

Prova ne sia il fatto che di recente Magdi Cristiano Allam, per aver scritto in passato alcuni articoli in cui critica la religione musulmana e parla del pericolo del fondamentalismo islamico è finito sotto accusa dell’Ordine dei giornalisti ed è stato sottoposto a provvedimento disciplinare (Allam sotto processo. è islamofobo). Non ricordo casi di giornalisti o scrittori messi sotto accusa per aver parlato male del cristianesimo. Sulla Chiesa, il Papa, il cristianesimo, si può dire di tutto e di più, comprese vignette oltraggiose e blasfeme, ma guai a toccare l’islam; ti denunciano per islamofobia. Stesso discorso, naturalmente, vale per la satira. Ne parlavo, a dimostrazione che la questione è vecchia, 8 anni fa nel post che riporto sotto; ci si interrogava allora, a seguito dell’esplosione della rabbia nei paesi arabi in seguito alla pubblicazione delle famose vignette danesi (Vignette sataniche), sulla possibilità di fare satira sull’islam. E’ la conferma di ciò che dico e del fatto che in tanti anni non è cambiato nulla, anzi forse, visti gli ultimi tragici fatti di Parigi, è peggiorata.  Stiamo cominciando a raccogliere i frutti di una scriteriata e fallimentare campagna di accoglienza indiscriminata e di una cultura fondata sul mito del multiculturalismo, della società multietnica, sull’integrazione e sulla convivenza pacifica fra occidente e islam che non solo è impossibile, ma porterà conseguenze tragiche.

Si può ridere dei musulmani? (28 ottobre 2006)

Questo era il titolo della puntata odierna di “Otto e mezzo” di Ferrara su La7. Ospiti in collegamento esterno Lella Costa e Maurizio Crozza. In studio Freccero, autore televisivo, e Khaled Fouad Allam (o qualcosa del genere) deputato in Parlamento nel gruppo dell’Ulivo. Questo signore era ospite anche ieri in un altro dibattito TV ed avantieri pure. Ogni due giorni ve lo trovate in qualche rete TV. Il guaio di questi arabi è che è difficile ricordare i nomi. Hanno sempre una “H” da qualche parte, ma non ti ricordi mai dove sia esattamente. Pazienza. Ultimamente ci sono più islamici nella televisione italiana che non su Al Jazeera. Se non è Fouad Allam è Piccardo, o l’ex ambasciatore Scialoja convertito all’islam, o una certa Patrizia Del Monte, anche lei convertita, e responsabile delle pari opportunità dell’UCOII, o c’è la ragazzina col velo a Porta a Porta, o c’è l’imam di Segrate, o quello di via Jenner a Milano… Insomma, sembra che non si possa fare un programma se non c’è l’ospite islamico di turno.

Bene, c’era anche a “Otto e mezzo“. Quindi è tutto OK. Se qualcuno non sapesse esattamente il significato dell’espressione “Arrampicarsi sugli specchi” dovrebbe farsi dare la registrazione di questa puntata e studiarsela. Capirebbe subito cosa significa quella espressione. Si è detto di tutto, ma nessuno ha risposto alla domanda. Niente di nuovo, è più che normale. E’ ciò che si vede spesso nei dibattiti TV nei quali tutti sono capaci di blaterare per due ore senza mai affrontare il vero problema.

Fuhad Allam la prende larga, come suol dirsi, e parte da lontano, tirando in ballo il “contesto culturale e politico…”. Lella Costa nei suoi pochi interventi insiste sulla necessità di individuare i “codici di comunicazione”. Freccero, noto autore (collaborò anche con Celentano a Rockpolitik), tira in ballo una serie di difficoltà generiche dello spettacolo, dagli autori all’individuazione del pubblico al quale far riferimento, il famoso “target”, chiedendosi chi poi guarderebbe un programma di satira sull’Islam. Ed infine aggiungendo perfino difficoltà varie di fare il “Casting”. Cosa non si riesce a tirare in ballo pur di non rispondere! Crozza, invece, se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a dire che lui non fa satira sull’Islam perché è un mondo che “Non conosce…”. Infatti, afferma, si limita a fare satira su Bush, sul Papa. Ed accenna una breve imitazione del Papa che manda in visibilio la conduttrice Luisanna Armeni che continua a sbellicarsi dalle risate. Certo, perché sul Papa si può ironizzare, si può ridicolizzarlo a piacere, ma l’Islam? Eh no, quello Crozza “Non lo conosce…”. Strano. Vuol dire, forse, che fa satira sul Papa e su Bush perché li conosce benissimo? Vanno a colazione insieme? Frequentano con Bush lo stesso circolo del golf? Fa le meditazioni serali insieme a Benedetto XVI? E’ per questo che si permette di sbeffeggiarli? Curioso dover constatare che Crozza conosce bene, e quindi può farli oggetto di satira, sia Bush che il Papa, che forse non ha mai incontrato, né incontrerà mai, e non “conosce” il mondo musulmano che, probabilmente, ha tutti i giorni sotto gli occhi, in TV o nella sua città. Strano, vero?

Già, questo è quello che si chiama “Arrampicarsi sugli specchi“. In realtà, tutta questa gente ha una paura matta di urtare la suscettibilità degli islamici e si guarda bene dal provocarli. Basta ricordare quanto è successo con le famose “Vignette sataniche”; il finimondo. E ancora con le parole male interpretate (intenzionalmente) della lezione del Papa a Ratisbona. Basta ricordare cosa è successo a Teo Van Gogh, accoltellato per aver osato fare un breve film sulla condizione delle donne islamiche. Di recente a Berlino è stata annullata una edizione dell’Idomeneo di Mozart, preoccupati delle possibili ritorsioni islamiche. Ed un professore francese, giusto per aver scritto un articolo critico sull’Islam, è dovuto scappare e nascondersi per evitare gli effetti della solita fatwa. E’ di pochi giorni fa l’altro scontro fra l’imam di Segrate e la Santanché, rea di aver negato che il velo islamico sia una imposizione religiosa. E’ stata accusata pubblicamente in TV di essere falsa, bugiarda e ignorante. E adesso gira con la scorta. Magdi Allam, colpevole di mettere in guardia l’Occidente sul pericolo dell’invasione islamica, vive da anni sotto scorta e sempre sotto minaccia. Questo è il vero motivo per cui non si può ridere dei musulmani. O meglio, non si può fare satira sull’Islam. Altro che “Codici di comunicazione…Contesto culturale…Difficoltà di casting…Mondo che non conosco…” e balle varie!

E come se non bastasse c’è anche un altro piccolo dettaglio da non trascurare. Tutto ciò che in Italia ha a che fare con l’Islam, con l’immigrazione, l’integrazione, le moschee, la tolleranza, ed annessi e connessi, in qualche modo è sotto tutela della cultura di sinistra. E tutto ciò che può essere sgradito alla sinistra non si può fare. O meglio, a rigore si potrebbe anche fare (non c’è alcuna legge che lo vieti), ma diciamo che è preferibile evitare. Così va bene? E’ un concetto che ripeto spesso e che può sembrare azzardato e non rispondente alla realtà, ma è la pura verità. E se stiamo attenti, ogni tanto, casualmente, qualcuno ha il coraggio di ammetterlo. Ma sono casi rari, non fanno notizia e vengono subito dimenticati.

Per esempio, tempo fa Rutelli, in un impeto di onestà, affermò che l’unica cosa che teneva unita la coalizione dell’Unione era “L’antiberlusconismo”. Lo disse in una intervista al TG. Mica mi invento le cose. L’esponente dei Verdi Francescato, ancora in una intervista in TV, a proposito dell’immigrazione ed in contrasto con la posizione di gran parte della sua coalizione, disse che bisognava affrontare il problema tenendo i piedi per terra e che, invece, la sinistra, spesso “Mette l’ideologia al di sopra della realtà.” E brava Francescato. Onestamente è quello che sospettavo da tempo, ma fa piacere che a dirlo sia una esponente dei Verdi, quelli che sono culo e camicia con i comunisti.

Ma a confermare quello che sostengo da tempo ecco che arriva un guru della cultura di sinistra, un mostro sacro, un Nobel che ha fatto della satira il suo regno. Quello che è sceso perfino in piazza per protestare contro le censure sulla satira. Quello che ha sempre dichiarato che la satira deve essere libera, che per sua natura è, e deve essere, contro il potere e bla, bla, bla… Bene, stiamo parlando di Dario Fo. E’ stato ospite alla prima puntata della nuova serie di “Parla con me” della ditta Dandini-Vergassola, in onda su RAI3 la domenica sera.

La stessa Dandini, in apertura della puntata si era mostrata un po’ preoccupata, scherzando sul fatto che loro avevano sempre, fino all’anno scorso, fatto satira sul Governo e chiedendosi cosa avrebbero potuto fare ora che il Governo è cambiato. Già, è quello che mi chiedevo anch’io. E infatti aspettavo proprio di vedere cosa sarebbe successo. Visto che per anni hanno ridicolizzato Berlusconi in tutti i modi possibili, perché era capo del Governo e la satira deve essere contro il potere, ora che il Governo è cambiato se la prenderanno con Prodi?

Ed infatti arriva l’ospite Fo e la prima domanda che Dandini gli pone è proprio questa: “Chi ha il cuore a sinistra può fare satira sulla sinistra?“. Bella domanda. Anche perché, come tutti sanno, i comici nostrani sono quasi tutti di sinistra. E allora ci si chiede cosa faranno adesso che al Governo c’è la sinistra. Ci si aspetterebbe che l’irriducibile difensore della libertà di satira rispondesse confermando la sua posizione, quella per la quale è sceso in piazza, ha organizzato convegni, serate teatrali. E invece? Invece no.

Ecco cosa risponde il nostro giullare Fo: “E’ pericoloso. E’ difficile e pericoloso…” “Oh bella, ma cosa mi dici mai?”, sembra pensare una sbigottita ed incredula Dandini. Già, e chiarisce che è difficile fare satira sulla sinistra perchè il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla.

E bravo anche il Nobel Dario Fo che dopo tante giullarate riesce ad essere onesto, almeno una volta, e raccontarla giusta. Chiaro? Contenta Dandini? Ora sai come regolarti. Insomma, potere o non potere, continuate a fare satira su Berlusconi. Questa sì che la sinistra la capisce e l’apprezza. E non crea problemi. Alla faccia della libertà di satira. Alla faccia di chi ci crede. Alla faccia dell’onestà intellettuale. Alla faccia tosta di questi difensori della libertà di satira a senso unico. Alla faccia di bronzo di certi comici che fanno militanza politica mascherata da satira. E stranamente sono sempre sinistri; come gli incidenti.

Tranquillo Crozza, continua anche tu a fare satira solo su chi conosci molto bene, Bush, il Papa, Berlusconi… Gli islamici? No, no, quelli non li conosciamo. Anzi, forse non esistono neanche. Forse sono una leggenda, un falso storico. Si dice che ci siano, ma chi li ha mai visti? Io non c’ero e se c’ero dormivo. E poi Crozza…Tengo famiglia! Giusto? Viva l’Italia.

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In che mondo viviamo? Basta osservare alcuni piccoli particolari per capirlo. Ecco due perfetti esempi che ci aiutano a capire che questo mondo è ormai in completo disfacimento e senza speranza. Il primo esempio riguarda un test culturale fatto al “Grande fratello“. Ne ha dato notizia il TG4 qualche giorno fa riprendendo le immagini del reality. Un ragazzo legge L’infinito di Giacomo Leopardi. Ed il celebre “ermo colle“, diventa subito “l’eterno colle“.  Cominciamo bene! A seguire, una ragazza, commentando la poesia e l’autore, afferma che Leopardi era uno straniero che voleva suicidarsi gettandosi da quel “colle“.

Questo è il livello culturale dei ragazzi di oggi? Sembrerebbe una esagerazione, una forzatura. O, magari, potrebbe essere tutta una messinscena preparata dagli autori del programma (oggi niente di quello che appare è davvero ciò che sembra, specie in TV). Così quelli del TG4 hanno voluto verificare e sono andati in strada chiedendo ad alcuni passanti cosa richiamino  alla mente i versi “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…” o “il naufragar m’è dolce in questo mare”. Ed il risultato è esilarante. Ecco qui il servizio: “Leopardi e l’ermo colle“. (Per andare subito al punto interessato, saltando le precedenti notizie del TG,  basta spostare la freccetta del puntatore sulla barra di scorrimento, in basso al video, e cliccare al minuto 24′).

Del resto se il livello culturale dei cittadini normali è davvero desolante non è certo meglio quello dei nostri rappresentati in Parlamento. Diverse volte, interpellati da cronisti d’assalto, hanno fatto delle figure barbine. Ecco l’ultima, ripresa e diffusa da diversi siti e TG. Il deputato del M5S, Tripiedi, chiede la parola in aula e così esordisce: “Sarò breve e circonciso…”.

Un altro aspetto quasi incredibile di questa società in balia di una classe politica e dirigente che sarebbe da rottamare in blocco è l’enorme spreco del parlamento europeo che ad un costo faraonico accomuna un’attività spesso incomprensibile e addirittura ridicola. Tutta da ridere, se non fosse tutto vero e se non fossimo noi a pagare. Ecco come Crozza ne spiega il funzionamento ed i costi (ma l’elenco degli sprechi sarebbe molto, ma molto più lungo di quello fatto dal comico). Queste informazioni bisognerebbe darle ogni giorno come notizie di apertura dei TG, non lasciare che siano i comici a parlarne, facendola passare come satira, perché non c’è proprio niente da ridere.  Ecco il video: “L’Europa sprecona“.

A proposito di Leopardi (per chi volesse rinfrescarsi la memoria), ecco un video che ho realizzato ed inserito su YouTube 6 anni fa; L’infinito declamato da Vittorio Gassman.

Tempi moderni

Anche questo è un segno dei tempi. Una volta i registi erano Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini. Oggi si chiamano Rocco Papaleo, che sembra il nome di fantasia di un bracciante calabrese e Pif, che sembra l’acronimo dell’ultima tassa inventata dal governo Letta. Poi non lamentatevi se il mondo va a rotoli, come la carta igienica.

C’è un altro segno dei tempi, altrettanto preoccupante: i comici.  Una volta erano Petrolini, Totò, Macario, Rascel, Walter Chiari, Bramieri. Il loro compito era quello di divertire il pubblico. Oggi si chiamano Crozza, Littizzetto, Guzzanti, Luttazzi. E fanno militanza politica facendo finta di fare satira. Hanno una caratteristica in comune:  le due “Z” del nome. Le due Zeta sono un marchio di fabbrica, una garanzia, Infatti il loro umorismo fa venire in mente un’altra parola con due Zeta: è un umorismo del ca…

Ho appena seguito, su LA7, il pistolotto politico con pretese culturali di Dario Fo al V-Day di Grillo a Genova. Grillo, altro ex/post comico che non riuscendo più ad avere il successo di una volta come uomo di spettacolo, si traveste da tribuno della plebe. Dario Fo, quasi novantenne, vecchio giullare della sinistra, che specie in queste giornate gelide dovrebbe starsene a casa, al calduccio, con la coperta sulle ginocchia a godersi la meritata pensione e ripensare con nostalgia ai successi, veri o presunti, della giovinezza. Invece è sempre pronto a salire su un palco per rimasticare per l’ennesima volta i suoi monologhi triti e ritriti da militante di sinistra. Povero guitto, non riesce ad avere un ruolo politico come Grillo e non riesce più a far ridere. Né politico, né comico; è solo un vecchio patetico.

Crozza, il maiale della RAI

Immancabilmente tutti i siparietti di Crozza finiscono in prima pagina.  Già dopo mezz’ora dalla sua apparizione a Ballarò, il video del suo intervento campeggia nella Home del Corriere. Stesso trattamento dopo le esibizioni del Crozza nazionale nel suo show su LA7. Ormai Crozza è diventato un autorevolissimo commentatore politico (visto che tutto il suo teatrino sempre lì va a parare, sulla politica e sui politici, specie su Berlusconi e gli esponenti di destra. Fateci caso, dei personaggi presi di mira 8 su 10 sono di destra. Sarà un caso?). Ecco perché i suoi interventi sono sempre in prima pagina accanto agli editoriali di Panebianco, Della Loggia, Ostellino. La satira è diventata una modalità di lettura della politica. Anzi, la più amata dal pubblico e, quindi, visto il consenso popolare, bisognerebbe dire che è la più autorevole, la vera interpretazione della politica.

La cosa strana è che gli stessi politici presi di mira, non rendendosi conto di essere presi per i fondelli, si divertono. Questo fatto, apparentemente incomprensibile, crea inquietanti interrogativi sulla statura politica ed intellettuale di certi personaggi della politica. Se un autorevole politico (spesso anche ministri in carica o presidenti di Camera e Senato) consente che un qualunque guitto da avanspettacolo lo sbeffeggi apertamente, pubblicamente ed in diretta televisiva, senza reagire, anzi divertendosi, svilisce il suo ruolo e quello delle istituzioni che rappresenta. Il che dovrebbe farci riflettere sull’infimo livello raggiunto, purtroppo, dalla nostra classe politica. Sono ormai a livello da Bar dello sport o da avanspettacolo da cinemino di periferia degli anni ’50. Ecco perché la “copertina di Crozza” a Ballarò dovrebbe essere oggetto di studio della psicologia e, forse, della psichiatria; potrebbe darci utili spiegazioni sullo stato di salute mentale dei politici.  Crozza satireggia, sbeffeggia, ridicolizza i politici, specie quelli in studio e loro lo trovano divertente. Crozza li umilia e loro si divertono! La scena consueta si è ripetuta anche ieri con in studio Gasparri. Crozza lo prende per il culo e Gasparri ride!

In uno degli ultimi siparietti a Ballarò, forse due settimane fa, il comico Crozza se l’è presa con Brunetta che, ospite a Che tempo che fa, rinfacciava a Fazio il suo contratto da 5 milioni di euro. A causa di queste polemiche sugli stipendi altissimi della RAI, è saltata anche la trattativa per portare Crozza alla RAI per un importo uguale, 5 milioni di euro, a quello di Fazio. La cosa, ovviamente, non è andata giù al nostro comico che, usando una metafora suina, ha detto che il macellaio che acquista un maiale non lo tiene per bellezza, lo paga perché poi lo lavora, lo vende e ci guadagna. Per dire che se la RAI lo avesse anche pagato 5 milioni, poi ne avrebbe incassato molti di più in pubblicità. E’ il classico principio del profitto delle TV commerciali, quelle che tanto schifo fanno ai nostri moralisti sinistri, finché non ci lavorano ed intascano milioni. “Potevo essere il maiale della RAI“, ha affermato il nostro incrocio fra un comico ed un suino.

Stesso discorso che ha fatto Fazio, rispondendo a Brunetta, ricordando che l’azienda paga i costi del programma interamente con gli introiti pubblicitari. Era anche lo stesso discorso che faceva Santoro, quando gli rimproveravano l’eccessiva faziosità del suo “Anno zero”. Invece che rispondere alle accuse di faziosità la buttava sul fatto economico dicendo che il suo programma era pagato dalla pubblicità. Ma questi sono discorsi da TV commerciale, non da RAI servizio pubblico, come amano definirsi. Oppure, si è servizio pubblico o commerciali secondo i casi e la convenienza? Temo di sì, la doppia morale della sinistra vale anche in questo caso, specie se ci sono di mezzo contratti milionari.

Strano che quando si tratta di incassare ingaggi milionari questi militanti della sinistra, che si presentano sempre come difensori dei deboli e fustigatori del capitalismo, della borghesia, dei ricchi brutti, sporchi e cattivi e dei facili guadagni, dimenticano di colpo tanti bei principi e difendono a spada tratta i propri lauti compensi. Ma tant’è, basta saperlo.

Ma su una cosa Crozza ha ragione, sarebbe stato davvero “il maiale della RAI“. E’ un ruolo che nessuno può insidiare, lui ha quel che si dice “le phisique du role“, il fisico adatto, la faccia giusta. Non ha nemmeno bisogno di trucco, la sua è una faccia da maiale naturale. Un vero, autentico suino. Il miglior porco  televisivo. Così,  persa l’occasione RAI, è rimasto a LA7. Tranquillo Crozza, non ha perso granché, ha solo cambiato porcilaia, ma sempre maiale resta!

Grillo e le urinarie

Ma Grillo ce l’ha il porto d’armi? E’ probabile, visto che continua a sparare cazzate. Se ne inventa una al giorno. Quando appare in pubblico bisognerebbe gridargli “A Beppe, facce ride…”, come dicevano gli spettatori del vecchio avanspettacolo al temerario comico che si avventurava sul palco, ben sapendo di andare incontro a reazioni non sempre benevole. Ecco perché Grillo e Di Pietro una volta erano in sintonia, avevano lo stesso hobby; inventare epiteti ed insulti.  Anche l’ex pm aveva un solo pensiero fisso. Ogni giorno si alzava dal letto e cominciava a pensare ad inventarsi un nuovo insulto per Berlusconi. E poi lo spiattellava davanti a qualunque telecamera lo riprendesse. Creatività sprecata.

Grillo usa la stessa strategia. Va avanti a forza di epiteti ed insulti con i quali ama riferirsi agli esponenti politici. Ecco l’insulto di giornata riportato dall’’ANSA “‘Berlusconi è una salma riportata in vita e Roma è il cimitero della democrazia’‘. Ma allora, visto che Roma è un cimitero, che ci fanno 170 grillini in Parlamento? Fanno i becchini? Portano i fiori sulle tombe? Si stanno scavando la fossa? Questi politicanti della domenica non hanno ancora capito che ora fanno parte integrante, con tutti gli annessi e connessi, di quella casta che sbeffeggiano, insultano ed offendono quotidianamente. Prima lo capiranno e meglio sarà per tutti; anche per loro.

Prima, per scegliere i candidati al Parlamento, hanno fatto le “Parlamentarie“. Ora, per designare il candidato al Quirinale,  hanno fatto le “Quirinarie”.  Grillo dice che hanno votato, via web, i 50.000 iscritti al movimento. E poche decine di migliaia di italiani, su decine di milioni di aventi diritto al voto,  hanno la presunzione di voler decidere chi debba andare al Colle. Ma siccome i voti sono stati attribuiti e suddivisi fra una decina di candidati, da Gabanelli a Rodotà, da Prodi a Dario Fo e Gino Strada, ogni candidato ha preso al massimo qualche migliaio di voti. E questo li autorizza a sentirsi designati dal popolo? Ho paura che abbiano uno strano concetto della democrazia. Forse hanno studiato per corrispondenza ed il fascicolo sulla democrazia non è mai pervenuto, si è perso per strada.

Pare che la più votata sia stata Milena Gabanelli che, dopo aver superato la prima selezione  delle “Primarie delle Quirinarie” (una sorta di “Nomination” tipo Grande fratello o L’isola dei famosi),  ha vinto anche le “Secondarie”, ovvero le “Finali delle Quirinarie”.  Lo dice Grillo e dobbiamo fidarci. La cosa che lascia perplessi è che questi candidati hanno preso questa farsa delle Quirinarie molto seriamente, invece che farsi una risata; ci credono. La Gabanelli, dopo essersi dichiarata sorpresa per la scelta, si è schernita dicendo di non avere la necessaria preparazione (bontà sua). Ma, subito dopo, ha detto che ci avrebbe pensato la notte. Vuoi vedere che pensa davvero di poter fare il Presidente della Repubblica? Il secondo classificato, Gino Strada, persona apparentemente seria,  non declina l’invito. Anzi, dice che, se la Gabanelli dovesse rinunciare, sarà il Movimento a decidere: “Strada: dopo la Gabanelli? Decide il M5S“.  Un altro che, di colpo, ha perso il senso della realtà e della misura.

E cosa faranno i grillini se rinuncia la prima classificata Gabanelli? Faranno un’altra selezione per designare il sostituto? Dopo le Primarie e le Secondarie faranno le “Terziarie Quirinarie“? E se rinunciasse anche Strada? Faranno  le “Terziarie” francescane, ritirandosi in convento e meditare in silenzio sulla caducità delle umane cose? Se poi, come è molto probabile, la loro permanenza in Parlamento si rivelasse precaria e si tornasse a votare, come designeranno i nuovi candidati per un posto che si è rivelato poco sicuro ed a termine?  Ovvio, voteranno e faranno le “Precarie“. Ma per il momento ci sono ancora e, siccome  votano su tutto, quando dovessero di nuovo occupare Camera e Senato (come hanno già fatto, avendo qualche problema a rientrare in aula dopo essere usciti per andare in bagno), per decidere, a maggioranza, quando, dove e chi possa andare a fare la pipì, faranno anche le “Urinarie“.

 Questa specie di votazione da reality show la chiamano democrazia. E’ una nuova forma di democrazia “virtuale” on line, riservata a chi naviga in rete ed è pratico di informatica. Gli altri sono esclusi. Per loro scegliere i candidati ed i programmi per governare l’Italia è un po’ come fare acquisti su E-Bay, fare trading on line o giocare con i videogames, sparando agli omini verdi. Chi ne ammazza di più vince e va in Parlamento.  La politica sta diventando un mix fra reality show, videogames, follower alla Facebook e Zelig Circus. Ma Grillo dice che questa è la vera democrazia. E Grillo è un uomo d’onore.

La prescelta dai grillini per il Quirinale è, quindi,  Milena Gabanelli, la giornalista di Report. Già, una giornalista, quella categoria tanto odiata dai grillini che si ostinano a non voler concedere interviste, né presentarsi in TV, perché odiano i giornalisti. Li odiano tanto che ora propongono una giornalista come Presidente della Repubblica. Questa è coerenza, ragazzi! In verità denota uno stato confusionale diffuso e preoccupante. Fra poco, per stabilire il grado di confusione del Movimento, faranno le “Confusionarie“.

Se qualche anno fa qualcuno avesse detto che proponeva la Gabanelli come Presidente della Repubblica, avrebbe suscitato l’ilarità generale. Sarebbe come proporre Lucia Annunziata, Fabio Fazio, Littizzetto, Crozza, Guzzanti, Santoro, Floris di Ballarò, la Clerici della Prova del cuoco o, perché no, il mago “Otelma for President“. In effetti sarebbe stata nient’altro che una battuta, roba da Zelig. Oggi, invece è una cosa seria. Significa che ormai è del tutto scomparso anche quel sottile confine fra  la politica e la satira, fra il serio ed il faceto, fra il Parlamento ed il cabaret. Politici e comici sono interscambiabili. Si fa politica scambiandola per satira e si sparano battute comiche pensando di fare dichiarazioni politiche. Ecco perché, più che eleggere il Presidente della Repubblica, sembra che stiano eleggendo il capo condominio del residence virtuale “Il Grillo parlante”.

 Succede questo quando per anni si dà eccessivo spazio e credito a comici, vignettisti e satirici in cerca di gloria e giornalisti e conduttori televisivi d’assalto, in servizio permanente effettivo sul fronte della più sfacciata propaganda. Fanno comodo alla sinistra perché, essendo tutti sinistrorsi, da anni montano una campagna denigratoria, offensiva e delegittimante nei confronti del nemico storico, Berlusconi. E’ un tipo di propaganda vigliacca e subdola, perché è mascherata da satira o da “Informazione“. Ma a forza di essere protetti, corteggiati ed osannati, questi battutari da bar dello sport ed illustri “Penne all’arrabbiata” dell’informazione nostrana si montano la testa e pensano davvero di essere intelligenti, simpatici, divertenti, acuti osservatori dei vizi umani, fustigatori dei costumi travestiti da Catone o Savonarola, dei puri di cuore legittimati a porsi come depositari della morale: la “parte migliore del Paese“, come amano ripetere a sinistra. Il bello è che ci credono!

L’esito di questa strana commistione fra politica e satira è che troppo spesso la satira diventa propaganda ed i comici diventano idoli, modelli da imitare e giudici di parte. Per tanto tempo sulle prime pagine dei quotidiani, come ho notato spesso, compaiono in testa alla pagina, con grande evidenza, le notizie sui fatti più importanti della giornata, i commenti politici di noti editorialisti,  le “Edicole” di Fiorello ed i siparietti di Crozza. Ormai sono sullo stesso piano, hanno la stessa visibilità e la stessa autorevolezza. Ecco perché un tale Grillo, giorno dopo giorno, forse inconsciamente, o forse volutamente, ha modificato i contenuti dei suoi spettacolini in piazza, passando quasi inavvertitamente dalle battute comiche alla contestazione politica.

E siccome il mondo, come suol dirsi,  è bello perché è vario ed è pieno di creduloni pronti a prestar fede al Dulcamara di turno che offre il suo miracoloso specifico agli ingenui, ecco che, da un giorno all’altro, Grillo da comico in crisi d’identità, è diventato un leader politico. Ma, non essendo un politico, continua ad infarcire i suoi discorsi e le sue dichiarazioni quotidiane, di frasi e concetti che sono a metà strada fra la politica e le battute comiche. E così facendo, fra il serio ed il faceto, si arriva a designare come Presidente della Repubblica una giornalista come Milena Gabanelli. Roba che solo qualche anno fa sarebbe stata una battuta da Zelig. Ma questa non è politica, è cabaret. E se questa parodia della politica è, invece, cabaret, allora a Grillo,  grillini e grilletti bisognerebbe rispondere come gli spettatori dell’avanspettacolo: “Grillo, lascia perdere la politica, facce ride…”.

Crozza di giornata

E’ talmente scontato che puoi scommetterci, vai sul sicuro. Quando apri la pagina del Corriere, il mercoledì o il sabato mattina,  sai già che in alto a destra ci troverai il box riservato a Crozza. Immancabilmente il giorno dopo le sue apparizioni televisive, sia a Ballarò, sia nel suo show su La7, il nostro comico di regime ha il suo spazio riservato sulle prime pagine dei quotidiani on line. Sempre in apertura di pagina, con tanto di link per riascoltare le sue battute ormai scontate e prevedibili. Quando fa il suo siparietto a Ballarò sai già dove andrà a parare. La cosa più interessante del suo monologo, quindi, non sono le sue battute, ma vedere Floris che si diverte da matti. E’ Floris lo spettacolo del siparietto. E’ l’unico a ridere sguaiatamente e senza ritegno, come un ragazzino. Beate anime semplici!

Ed ecco, infatti, il box di oggi, in bella evidenza in alto nella pagina, allo stesso livello delle notizie di primo piano che riguardano la politica ed i fatti più importanti della giornata. Ormai Crozza è sullo stesso piano del Governo, del Papa e dei terremoti. Tanto che non è chiaro se la politica sia una cosa da ridere, oppure se Crozza sia candidato al Quirinale. Del resto ormai pare che la politica, vedi il caso Grillo, sia roba da comici. Il guaio è che non fanno nemmeno ridere.

Sono così presi dal sacro fuoco dell’arte (comica!?) che riescono a fare del sarcasmo anche sulle malattie. Sì, purché il malato sia Berlusconi, altrimenti non è corretto ironizzare sulla salute. Ma per Silvio fanno un’eccezione, sempre. Così ironizzarono quando un tale gli lanciò in testa un cavalletto fotografico. Quando quell’altro pazzo gli lanciò in faccia un modellino del Duomo. Fu motivo di ironia quando ebbe un malore durante un convegno e fu accompagnato fuori a braccia dagli assistenti. Santoro, mandando in onda le immagini di quella scena commentò “Quando c’è la salute…”. Ed è oggetto di scherno l’affezione che lo ha colpito giorni fa.

Tutto ciò che riguarda Berlusconi è oggetto di facile sarcasmo. E’ il loro pane quotidiano. Se Berlusconi lasciasse la politica per loro sarebbe un dramma. Ci campano, è questione di vita o di morte.  Ma ora che Grillo ha deciso di occuparsi di politica, cosa succede? Vedremo i comici che fanno ironia su un altro comico? E poi vedremo Grillo che fa battute su Crozza? E Crozza si candiderà per fare il sindaco di Genova? Visto come vanno le cose non ci sarebbe da stupirci.

Dice Crozza che Ghedini non sa più cosa inventarsi. Non credo che sia stato l’avvocato Ghedini ad inventarsi una diagnosi di “uveite“. Non mi pare che l’oculistica rientri fra le materie di Giurisprudenza. Ma Crozza fa il finto tonto e ci ricava il suo monologo, si inventa un pretesto inesistente. Costruisce un pezzo su una realtà falsa. frutto solo della sua fantasia. E’ quello che fa di solito quando fa le parodie di Formigoni, Marchionne, Maroni. Costruisce dei monologhi facendo dire ai suoi personaggi frasi ed affermazioni mai fatte. Troppo facile fare i comici in questo modo. Se pensiamo poi che dietro i suoi monologhi ci sono diversi autori che scrivono battute per lui ci rendiamo conto che questi nuovi comici che inondano i palinsesti televisivi, al massimo sono quelli che una volta erano i battutari della compagnia. Quelli che divertivano gli amici al bar o i compagni di scuola con qualche battuta spiritosa e tutto finiva lì. Oggi li abbiamo presi e sbattuti sui palcoscenici teatrali, in televisione, al cinema. In mancanza di meglio li spacciano come comici. Bisogna accontentarsi. In mancanza del caviale anche le uova di lompo vanno bene. Siamo diventati una società che campa di surrogati.

Ma soprattutto sono bravi a sfruttare l’onda della satira che oggi rende bene. Tenendo presente un particolare fondamentale: la satira deve essere quasi sempre contro Berlusconi e la destra. E se proprio si deve farla sulla sinistra, che sia benevola, simpatica, senza infierire troppo. Già, perché il popolo di sinistra la satira in casa propria non la capisce e non l’apprezza. Invece si spancia dalle risate quando, anche facendo biasimevole sarcasmo da avvoltoi sulla sua salute, si ridicolizza Berlusconi. E’ bene ricordare che fare satira sulla sinistra è difficile e pericoloso, meglio non farla. Non lo dico io, lo disse un mito della satira italica, il premio Nobel Dario Fo, intervistato nel 2006 da Serena Dandini a “Parla con me” (Si può ridere dei musulmani?). 

Meglio andare sul sicuro e fare del sarcasmo sull’uveite di Berlusconi. Così Giovanni Floris si diverte, gongola per gli ascolti e si fa quattro risate. Gli altri un po’ meno, ma per compiacere il padrone di casa, sorridono e sembrano gradire. Sì,  c’è qualcuno che non sa più cosa inventarsi, ma non è Ghedini. E’ Crozza che si è inventato il fatto che Ghedini abbia inventato l’uveite, tanto per dire le solite quattro banalità fra amici (gioca in casa) che divertono tanto Floris e la sua claque. Si fa bella figura, si guadagna bene ed è sempre meglio che andare a lavorare, magari nelle miniere del Sulcis. Quando i veri comici sono scomparsi e l’umorismo vero è un pallido ricordo, anche Crozza può “inventarsi” comico.  Che squallore.

Satira libera: dipende…

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Colorado, che risate!

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– Esercizio di libertà

C’è poco da ridere

Comici e comiche

L’informazione è una cosa seria. Ne riportavo un esempio di recente nel post “Misteri elettorali e ravioli equini”. Ma ogni giorno c’è qualche notizia in prima pagina che ci lascia perplessi sull’attendibilità e la serietà dell’informazione, specie in rete. Ecco l’ultima della giornata, riguarda un comico, Beppe Grillo, che chissà per quale crisi mistica o per chiamata celeste o per improvvisa vocazione, ha cominciato a scambiare i suoi monologhi per discorsi politici. Il bello è che, visto che trovava ascoltatori che lo applaudivano, ha finito per credere davvero di essere un politico, ha fondato un movimento e, da un giorno all’altro, si ritrova ad essere il primo partito italiano ed avere una forte rappresentanza in Parlamento.

Roba che sembrerebbe la trama di una fiction all’americana che racconta l’improvvisa ascesa di un uomo qualunque. Invece è una cosa seria. E’ così seria che è lui a condizionare la formazione del nuovo governo. Tutti pendono dalle sue labbra e sono in attesa di sapere cosa faranno i “grillini” parlamentari.

Ed ecco l’ultima rivelazione, riportata oggi dalla stampa che sembra rispondere alle attese di tutto il mondo politico e della nazione.

Titolo del Corriere.

Non c’è dubbio, Grillo è favorevole ad un governo fra PD e PDL. Questo è quanto avrebbe dichiarato al settimanale tedesco “Focus“. Lo riporta il Corriere oggi: “Pronti a sostenere governo PD-PDL con legge elettorale e tagli alla politica“.  Ecco la dichiarazione chiarissima rilasciata a Focus: “Se Bersani e Berlusconi proponessero l’immediata modifica della legge elettorale, la cancellazione dei rimborsi elettorali e la durata massima di due legislature per ogni parlamentare, sosterremmo ovviamente subito un governo del genere“.

E se lo dice lo dice Grillo e lo riporta il Corriere dobbiamo crederci. No? Peccato che lo stesso Corriere, nel sottotitolo aggiunga, riferendo quanto scrive Grillo nel suo blog: “Non daremo fiducia ad alcun governo“. Incredibile, riescono a smentirsi già nel titolo. Quale sarà la versione giusta?

Vediamo, per avere conferma, quanto scrive l’agenzia ANSA: “Per quanto mi riguarda, lo ripeto per l’ultima volta, il M5S non darà la fiducia a nessun governo (tanto meno a un governo Pd-Pdl), ma voterà legge per legge in accordo con il suo programma”.

Ora ne sappiamo quanto prima. Le autorevolissime testate riportano sia la dichiarazione rilasciata a Focus, sia la dichiarazione riportata nel blog. Sono ovviamente in contraddizione, ma vengono riportate entrambe. Ora, un’informazione seria non dovrebbe limitarsi a riportare le diverse dichiarazioni, mettendole sullo stesso piano, ma dovrebbe accertare quale sia quella seria ed attendibile. Altrimenti è come fare informazione “casual“, viene come viene.

Ma questa non è informazione, sembra più materiale per un monologo satirico sui media, alla Crozza. Lo stesso Grillo dovrebbe cercare di avere le idee più chiare. Non può dichiarare a Focus la sua disponibilità all’inciucio PD-PDL e poi, nel suo blog, smentire tutto nel giro di poche ore. O forse il nostro politicomic deve ancora schiarirsi le idee in fatto di politica? Certo, trattandosi del comico  Grillo, più che dichiarazioni politiche, queste sono comiche finali.

Ballarò e i rubagalline

Ballarò è il nome di uno storico mercato di Palermo. Notoriamente nei mercati e nelle fiere paesane non mancano puttane, truffatori e rubagalline. Ci sono anche, aggiornati e corretti, nella versione televisiva. Ecco perché bisogna stare attenti a non lasciarsi fregare dal giochino delle tre carte nella versione mediatica. Oggi anche i rubagalline si sono evoluti e ricorrono ai più sottili e subdoli trucchetti della comunicazione.

Ieri, subito dopo il siparietto di Crozza (che non ho visto, per fortuna era appena finito) parte la puntata. Dopo l’enorme clamore mediatico sull’affare Monte dei Paschi, ci si aspetterebbe che questo sia l’argomento della puntata. E lo sarebbe stato di certo se MPS, invece che essere  la banca di riferimento del PCI/PDA/DS/PD, fosse stata controllata, a caso, dal PDL o da altra formazione di destra. Ma siccome, lo riferiscono tutti i media, quella banca è ampiamente controllata dal PD, meno se ne parla e meglio è. Quindi, la puntata si apre con il conduttore Floris, (quello che dice di non essere fazioso, né schierato) che afferma di voler affrontare l’argomento delle banche “da un diverso punto di vista“. Così, per cercare di essere originale, il nostro “bravo conduttore” è “diversamente giornalista“.

Quale sia questo punto di vista lo scopriamo subito. Invece che parlare di MPS e degli eventuali legami ed intrecci di potere fra la banca ed il PD (cosa che da diversi giorni, riempie tutta la stampa, compresa quella di sinistra), parla del rapporto fra le banche ed i clienti che, avendo chiesto un prestito o un mutuo, non sono più in grado di pagare il debito. Si parla, quindi, di clienti in difficoltà, di banche in crisi (poverine!) che non riescono a recuperare le somme e di società di recupero crediti. Ed il Monte dei Paschi? Niente di niente, neanche una parola, nemmeno sfiorata lontanamente.  Compagni, zitti e Mosca!

Meno male che Floris è un giornalista indipendente, imparziale, non fazioso, non schierato, neutrale, super partes. Figuriamoci se non lo fosse. Ora facciamo un semplicissimo esercizio di fantasia. Cerchiamo di immaginare cosa sarebbe successo se la banca in questione fosse controllata da, uno a caso, Berlusconi. Floris nella puntata di ieri si sarebbe occupato della difficoltà del recupero crediti delle banche? A voi la risposta, ma siate onesti.

Arrivano, infine, i classici e collaudati “cartelli” di Pagnoncelli, quello dei sondaggi. Ora, giusto per non perdere la memoria, cerchiamo di ricordare che quando, in passato, Berlusconi citava i sondaggi favorevoli al suo governo, l’opposizione lo accusava di fare un uso strumentale di quei sondaggi e che “Non si governa con i sondaggi“. Lo ricordiamo, sì? Bene, da quando i sondaggi sono favorevoli al PD,  i media sono invasi dai sondaggi, con aggiornamenti in tempo reale; sondaggi al mattino, al pomeriggio, alla sera. Tutti i sondaggi, minuto per minuto. Manca poco che se vai al bar a prendere un caffè, ti portino la tazzina, lo zucchero e l’ultimo sondaggio, sfornato fresco fresco, come i croissant.

E veniamo ai sondaggi del giorno. Sono tutti favorevoli al PD che risulta ancora in testa di diversi punti, nelle intenzioni di voto.  Fra i vari sondaggi, però, alcuni riportano le risposte degli intervistati a “domande all’americana” (così le definisce Floris). La prima domanda “all’americana” è questa: “Con chi andrebbe volentieri in vacanza?”. Ecco il cartello che ci svela il risultato. Primo in testa è Berlusconi. Immediata reazione del pubblico che sbotta in una grande risata. Come era prevedibile. Anche Floris, nonostante sia “diversamente giornalista“, ha la sua brava claque ammaestrata, come un qualunque Santoro.

Il secondo sondaggio, invece, è più impegnativo. Domanda: “A chi lascereste le chiavi di casa?”. Qui entra in ballo la fiducia. E la fiducia, si sa, è una cosa seria, come sentenziava un vecchio Carosello. Ma qui arriva la sorpresa. Contrariamente alla consueta impaginazione dei cartelli che vede in testa all’elenco sempre il personaggio o la formazione più votata dagli intervistati, qui Pagnoncelli si concede una variante. Anche lui, ogni tanto, vuole rompere gli schemi ed essere originale; “diversamente sondaggista“. Infatti, visto che la maggioranza  (41%) risponde “A nessuno” e questo dato potrebbe essere visto come un aspetto negativo nei confronti della politica in generale, modifica l’elenco. Quel dato finisce in coda ed in testa alla classifica dei politici che riscuotono maggiore fiducia risulta…indovinate chi…ma lui, ovvio, Bersani.  Questa invenzione è tutta da ridere; roba da far invidia a Crozza.

Questi sono i geni della comunicazione, i nuovi “rubagalline” mediatici. Ma non è la sola invenzione di questi “furbetti del quartierino televisivo“. In perfetto stile Ballarò, arriva un altro servizio sulle spese elettorali sostenute dai partiti e dai singoli candidati. Col solito tono mezzo inquisitorio (da cani da caccia che inseguono la preda) e mezzo sarcastico, in perfetta linea con l’eterno  sorrisino ambiguo del “bravo conduttore“, parte l’inchiesta. Via con le solite interviste volanti (quegli assillanti, irritanti e fastidiosi cronisti di strada con microfono incorporato, che si accaniscono come mosche cavalline su qualunque politico gli passi a portata di microfono).

Beh, non proprio su tutti. Per essere sinceri, intervistano Altero Matteoli, Denis Verdini, Lupi, Dell’Utri; E poi mostrano ancora Mariastella Gelmini, senza intervistarla, ma solo seguendola con la telecamera mentre attraversa un locale interno. Mah, forse vogliono mostrarci la camminata di Mariastella, o l’abito indossato, la pettinatura, la borsa. Non si sa, resta un mistero. Giusto per sembrare imparziali e garantire il pluralismo dell’informazione (loro ci tengono al pluralismo ed alla par condicio), intervistano, per pochi secondi, anche un funzionario del PD che si limita a mostrare un cartello con le spese delle ultime tornate elettorali dei democratici. Intervistano anche un giornalista. E visto che in studio è già presente un altro giornalista, Massimo Giannini di Repubblica, tanto per garantire il pluralismo dell’informazione, intervistano un giornalista de L’Espresso(!?). E’ una interpretazione speciale del pluralismo e della par condicio ad uso di Ballarò; sentire diverse fonti, purché siano dei “nostri”. Alè, Floris.

Cosa c’è di strano in questo servizio? C’è che tutto, dalla premessa alle interviste, alle conclusioni, lascia intendere un atteggiamento di lettura critica delle spese elettorali considerate e presentate come qualcosa di poco chiaro e lecito, un uso spregiudicato di denaro e di fondi sia personali che del partito. Se ne ricava l’idea che i candidati paghino, e profumatamente, per essere inseriti nelle liste e si contendano la posizione in lista, con più probabilità di essere eletti, grazie al più o meno consistente contributo a carico dei singoli candidati. Tutto questo lascia in chi vede il servizio una sensazione spiacevole di qualcosa di negativo e di esecrabile. E dov’è il trucco? Eccolo, tutti i politici intervistati, quelli sopra riportati, sono del PDL. Nemmeno uno, nemmeno per sbaglio, che so, del PD, della lista Monti, di Ingroia, di Grillo o di altre formazioni. No, tutti del PDL.

Quindi l’immagine negativa delle spese elettorali, come un mercato delle vacche, nella percezione degli spettatori, viene abbinato ai rappresentanti del PDL. E gli altri non competono, non hanno spese elettorali, non si accapigliano per avere un posto sicuro in lista? Possibile che i nostri agguerriti inviati speciali non abbiano incontrato un candidato del PD, dico anche solo uno, nelle strade di Roma? No, i brutti, sporchi e cattivi, sono solo quelli del PDL. Gli altri sono tutti puri, disinteressati, anime belle, cavalieri “senza macchia e senza paura” (come Oliviero Beha ha definito Ingroia). Anche questa è cattiva informazione e non rispetta né il tanto sbandierato pluralismo, né la par condicio.

E la Commissione di vigilanza che fa? Vigila? Ma quando mai, quella si sveglia e vigila solo quando in TV appare Berlusconi. Allora tirano fuori il bilancino, il cronometro e contano quanti secondi danno al Cavaliere e quanti agli altri. E guai a chi sbaglia; multa! Non dovrebbero contare solo i secondi. Non basta controllare il tempo assegnato ai vari leader, bisognerebbe vigiliare anche su come viene impegnato quel tempo. Non basta misurare la quantità, occorre valutare anche la qualità dei programmi. Non è par condicio se fai un servizio su Bersani di 5 minuti e lo esalti come un dio in terra e poi fai un servizio su Berlusconi di 10 minuti e lo presenti come un buffone coprendolo di sberleffi e ridicolo. Questa non è par condicio, è uso truffaldino dei media. Ma sono certo che ieri la Commissione di vigilanza non c’era, se c’era dormiva, oppure era momentaneamente in ferie. Oppure, visto il frettoloso rientro in patria di Ingroia, impegnato a fare la rivoluzione (civile), tutti i solerti “Vigilanti” era in missione speciale per conto dell’ONU in Guatemala, per “Vigilare” sulla corretta preparazione del “Fiambre“.

Sono trucchi mediatici ampiamente usati da tutti coloro che fanno informazione in televisione e sulla stampa. Trucchetti apparentemente innocui, ma che a lungo andare, producono il loro effetto. Trucchi che gli esperti di comunicazione conoscono molto bene e sfruttano in maniera scientifica. Trucchetti da mercato, da fiera paesana, da suburra, da rubagalline. O da Ballarò.

A proposito di trucchi mediatici dell’ìnformazione e di pluralismo secondo la sinistra vedi…

Tiscali e la par condicio

Titoli subliminali

Santoro e il pluralismo

Santoreide

Fini, la nonna ed il panda

Lunedì sera, facendo zapping sul tardi, capito su Porta a porta, mentre va in onda un servizio su un’anziana signora che, fra le lacrime, dice di non riuscire a fare la spesa per mancanza di soldi. Pian piano ha dovuto vendere tutti gli oggettini d’oro che aveva, braccialetti, collane, orecchini. Ha venduto perfino la fede nuziale per compare pane e latte. Una delle tante storie, purtroppo ormai diffuse, che possiamo sentire ogni giorno in televisione, o leggere sulla stampa o su internet. Storie di “normale disperazione“. Già, ormai anche la povertà, l’estrema indigenza, la disperazione, stanno diventando normali.

Una situazione drammatica che bisognerebbe affrontare con idee, proposte e progetti ben precisi, chiari, pratici, concreti ed attuabili a breve scadenza. Ardua impresa che è di competenza della classe politica, quella che è lautamente ricompensata per governare l’Italia. Ma nessuno sembra avere idea di come operare. Nessuno dei politici che quotidianamente pontificano a reti unificate in TV, ha mai fatto una proposta seria e concreta. Continuano a blaterare di soluzioni vaghe e generiche, ad accusarsi reciprocamente, a preoccuparsi più di garantirsi la poltrona in Parlamento che risolvere i problemi reali della gente.

Finito il servizio sulla “nonna” che vende la fede per comprare il pane, Vespa si rivolge a Fini chiedendo cosa intenda fare la politica per affrontare queste emergenze drammatiche. E cosa risponde Fini? Ha una sua proposta concreta? Ma quando mai, nessuno ha uno straccio di proposta, nemmeno Fini. Infatti, dopo un attimo di pausa riflessiva, in evidente imbarazzo, comincia a farfugliare qualcosa sulla precarietà del lavoro, sulla disoccupazione giovanile, sulla necessità di garantire il futuro ai giovani, di rilanciare dell’economia e bla bla bla. Solita solfa generica buona per tutte le stagioni e tutti i talk show; quella che, in mancanza di idee concrete, propinano ovunque ci sia un microfono. Ma in pratica niente di niente. Fini, guardi che qui si parlava di anziani che non sanno come campare e vendono le fedi per comprare il pane, non di giovani in cerca di prima occupazione.  In compenso, però, un’idea precisa ce l’ha. Non per risolvere la crisi economica, ma per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Oh, ecco, questa sì è una buona soluzione. Ditelo alla “nonna“, così si tranquillizza.

Del resto, Fini non è il solo a metterla sul vago quando si parla di crisi. Avete mai sentito qualcuno fare una proposta concreta? No, nessuno sa cosa fare. Ho sentito di recente D’Alema, ospite su La7, rispondere alla stessa domanda sul come risolvere la crisi, dicendo che “Occorre una forte azione sociale…”. Geniale, vero? Ma con la forte azione sociale riaprono le fabbriche? Si riassumono gli operai, Ci si compra il pane e il latte? D’Alema, ma che…baffo dice? Non sanno cosa fare e non sanno cosa dire. Ci prendono per i fondelli, facendo finta di essere seri, ma non glielo puoi nemmeno far notare. Se lo fai ti accusano di populismo. L’unica cosa certa di questa genia di politici è che tutti lottano per rientrare in Parlamento. Per il resto l’Italia non può fare altro che sperare in un miracolo. Ora, sarà anche vero che non riusciamo a risolvere i problemi di casa nostra e garantire un’esistenza decorosa agli anziani e pensionati, perché non ci sono i fondi necessari, però dedichiamo notevoli risorse per accogliere ed assistere immigrati, Rom e chiunque decida di venire in Italia.

Così, invece che pensare ai nostri problemi, siamo occupatissimi a garantire finanziamenti ed aiuti a mezzo mondo. Abbiamo promesso, come UE,  5 miliardi di euro all’Egitto, dove abbiamo sostenuto la “primavera araba“, consegnando di fatto l’Egitto ai Fratelli musulmani che predicano e  perseguono la guerra santa contro l’occidente, cioè noi. Ma noi siamo buoni e li finanziamo.

Ora l’Unione europea ha deciso di assegnare altri 20 milioni di euro di aiuti al Mali. Il Mali? Roba che se chiedete a cento persone cosa sia il Mali e dove sia, forse, al massimo, ne trovate dieci che sanno rispondere. Ma noi siamo buoni, siamo altruisti, siamo caritatevoli e, mentre i nostri pensionati sono al limite della sopravvivenza, abbiamo denaro da regalare per aiutare mezzo mondo.

Così spendiamo 30 milioni di euro in Afghanistan per insegnare come si organizza e si amministra la giustizia. Noi che abbiamo una giustizia tutta da ridere, con cause civili che durano dieci anni e spesso passano in eredità a figli e nipoti. Noi che abbiamo una giustizia in mano a magistrati che la usano come arma politica contro gli avversari. Noi andiamo ad insegnare la Giustizia agli afghani. Noi, cittadini di un paese in cui un magistrato, in tempi di crisi economica profonda ed ancora senza via d’uscita, ha il potere di chiudere la più grande acciaieria d’Europa e mettere a rischio il lavoro di decine di migliaia di lavoratori, fra azienda e indotto.

Abbiamo la Giustizia più disastrata del globo, ma andiamo all’estero a tenere lezione. Abbiamo scuole che cadono a pezzi, ma andiamo a costruire scuole in Afghanistan. Abbiamo una vecchissima rete idrica colabrodo che perde il 50% dell’acqua, ma andiamo a costruire pozzi in Africa. Stiamo inquinando il territorio nazionale, fiumi, laghi, falde acquifere, con veleni, discariche e rifiuti tossici di ogni genere, ma vogliamo salvare le foreste dell’Amazzonia. Abbiamo milioni di pensionati che per sopravvivere devono andare a mangiare alle mense della Caritas o recuperare qualcosa fra gli scarti dei mercati, ma raccogliamo fondi per combattere la fame nel mondo. Pazzesco, da non credere.

E se non bastassero gli aiuti sparsi nel mondo, dobbiamo anche garantire l’accoglienza e l’assistenza a tutti coloro che, in barba a tutte le norme che regolano l’immigrazione, decidono di venire in Italia. E non possiamo far niente per arginare l’invasione, altrimenti l’ONU e l’Alto commissario per i rifugiati, Boldrini, ci accusano di xenofobia e razzismo. Dobbiamo accoglierli, dargli assistenza, possibilmente una casa ed un lavoro. E sono milioni. E siccome arrivano in Italia senza arte, né parte, finiscono regolarmente per delinquere. Così nelle nostre carceri su 60 mila detenuti, un terzo, più di 20 mila, sono stranieri. Ed anche questi sono a carico nostro. Ma non è un problema, perché noi siamo buoni e ci sono soldi per tutti; tutti, eccetto per gli italiani, specie se anziani e pensionati. Per gli italiani ci sono sempre e solo nuove tasse da pagare. Così possiamo regalare qualcosa all’Egitto, al Mali, all’Afghanistan, alla Palestina, salviamo le foreste amazzoniche ed il panda.

Ma si fa tanto anche per gli italiani. I nostri politicanti sono impegnatissimi nell’inventarsi soluzioni geniali per problemi serissimi. Per esempio, l’assegnazione di alloggi popolari ai ROM, invece che ad italiani che aspettano da anni. O l’istituzione dei registri delle unioni di fatto (altro provvedimento essenziale per superare la crisi). O importantissime proposte parlamentari come la legge sul “Femminicidio“, ovvero “l’omicidio di una donna in quanto donna“. Scusate, ma ci siete o ci fate? E siccome i nostri parlamentari sono instancabili, lavoratori indefessi, una ne fanno e cento ne pensano. Come la proposta di aggiungere l’omofobia nel testo della legge Mancino del ’93. Gli effetti di quella legge? Ecco, se in uno stadio urli “Cornuto” all’arbitro non succede niente; è una semplice espressione di tifo sportivo. Se tu urli qualunque epiteto offensivo nei confronti di un calciatore bianco, è ancora tifo sportivo; tutto normale. Ma se tu fai “Buuu…” ad un calciatore nero fermano la partita, multano la società e tu passi guai e puoi finire in carcere.  Così, se quella proposta dovesse passare e ti azzardi a dire che preferisci le donne ai gay, ti accusano di omofobia, paghi una multa salata e puoi anche finire in galera. Beh, almeno risolvi il problema della spesa; vitto e alloggio gratis.

Bella la legge Mancino. Condanna l’odio e la discriminazione razziale, etnica e religiosa. Così se tu dici di odiare i neri, gli ebrei o i musulmani, puoi finire in carcere. Se invece dici di odiare Berlusconi, non succede niente. Anzi, se lo scrive Travaglio sul suo giornale, è una libera espressione del pensiero e vende più copie. In Italia abbiamo l’odio fluttuante, come la sessualità della Concia. Berlusconi si può odiare, Balotelli no. Chiaro? Peccato che, inoltre, questa legge sia vigente solo da noi. Per esempio i fanatici islamici, quelli che predicano la Jihad, non conoscono la legge e nemmeno Mancino. Così non solo odiano liberamente i cristiani, ma, ovunque li trovino, li ammazzano e bruciano le chiese. Altro che fargli “Buhhhh…” allo stadio. Ma noi siamo buoni e accogliamo anche questi fanatici, li ospitiamo e gli concediamo spazi per le moschee. E intanto che i cristiani vengono bruciati o devono scappare dai paesi islamici, il Papa auspica la pace. Più auspica la pace e più conflitti scoppiano nel mondo. Mi sa che porta sfiga.

Ci preoccupiamo di tutto e di tutti, anche degli angoli più sperduti del pianeta. Per tutti abbiamo attenzione, associazioni umanitarie che se ne occupano e raccolte fondi quotidiane. Ogni giorno nasce una nuova organizzazione che, mettendo sempre in primo piano i volti di bambini denutriti, ti chiedono 2 euro. con un sms. Di tutto ci occupiamo, eccetto dei bisognosi che abbiamo sotto casa. Quelli non li vediamo. Ne veniamo a conoscenza solo quando fanno notizia, meglio se in cronaca nera. I poveri li abbiamo nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo, ma non li vediamo; pensiamo a salvare il panda. Abbiamo lavoratori disperati che hanno perso il lavoro per la chiusura delle fabbriche. Abbiamo imprenditori disperati che si suicidano perché non reggono davanti al fallimento delle loro aziende. Abbiamo pensionati che con pensioni minime dopo una vita di lavoro, sopravvivono per miracolo, mangiando alla Caritas, come barboni o vendendo i ricordi di una vita per comprare il pane. Ma noi pensiamo a sostenere la “Primavera araba“, ad aiutare il Mali, ad esportare la “Giustizia made in Italy“, finanziare progetti per le discariche di rifiuti a Nairobi (non è una battuta, è vero; era uno dei geniali progetti umanitari del governo Prodi). E, ovviamente, salvare il panda.

E coloro che dovrebbero occuparsene, i politici, blaterano, chiacchierano, farfugliano programmi vaghi e generici, fanno fumo. E sono sempre in TV a fare la passerella, inconsistenti, vuoti, inutili personaggi di un circo mediatico autoreferenziale ed autocelebrativo. Personaggi che si arricchiscono sfruttando la credulità dei poveri o presentandosi in TV come novelli tribuni della plebe,  che sono “onorevoli” anche se cretini, ma cretini di successo. Perché questo insegna la democrazia; tutti sono uguali, tutti hanno diritto di voto, tutti possono essere eletti; anche i cretini. E da cretini hanno spazio mediatico e diritto di dire cretinate in pubblico.

Già, perché anche i cretini hanno libertà di parola. E’ un diritto garantito dalla Costituzione. Quella Costituzione che un ricco giullare di corte, per la modica cifra di qualche centinaio di migliaia di euro,  ha definito di recente in televisione “La più bella del mondo“. Sì, perché ormai sono loro a spiegarci la Costituzione e la politica, i comici: Benigni, Grillo, Guzzanti, Luttazzi, Littizzetto, Crozza e compagnia comicante.  Ecco perché, per rivalsa, i politici si danno all’arte comica e drammatica e, secondo le circostanze, ci fanno ridere o piangere.

Tutti rincorrono il successo, il denaro, il potere, ma fanno finta di farlo per passione, per dedizione, per spirito di servizio, per il bene del Paese. Ma il successo costa, richiede tempo, impegno continuo. Ecco perché tutta questa bella gente, impegnatissima per il bene del Paese,  non ha tempo di accorgersi della nonna che vende la fede nuziale per comprare il pane. Bisogna capirli, non hanno tempo da dedicare agli anziani. Quegli anziani che hanno allevato figli e nipoti a costo di sacrifici e privazioni e, lavorando sodo, hanno garantito  condizioni di vita migliori ai discendenti. Ma oggi quei nipotini sono preoccupati più di garantire il cibo ai panda di lontani e sconosciuti paesi, o tutelare la cultura dei tagliatori di teste del Borneo, piuttosto che assicurare il pane ai nonni.

Stiamo creando una società confusa, frastornata, in piena decadenza, imperniata su falsi valori, relativismo, pensiero debole e vecchi ideologismi anacronistici che hanno generato una nuova forma di barbarie culturale e morale; una società destinata inevitabilmente all’autodistruzione. Purtroppo la presunta profezia Maya sull’apocalisse del 20 dicembre 2012 si è rivelata la solita bufala mediatica. Peccato che non ci sia stata la fine del mondo. Peccato davvero.