Creatività e movimento

Camminare stimola la creatività. Lo dicono i ricercatori della Stanford University. In America sono tutti ricercatori, sembra che non ci siano altre attività. Così, tanto per dimostrare che la ricerca è una cosa seria che merita i lauti finanziamenti pubblici e privati, periodicamente devono rivelare al mondo una qualche “scoperta“, di quelle geniali e fondamentali per il progresso umano. Più o meno, il lavoro di questi ricercatori ha lo stesso impatto sociale del lavoro del Parlamento europeo; quello che stabilisce la curvatura delle banane e la circonferenza del pisello.

 Gli americani hanno una passione speciale per la ricerca, ce l’hanno nel sangue. Tanto che anche quando sono in ferie o in vacanza, pur di tenersi in allenamento, i ricercatori si ricercano a vicenda. Noi da piccoli giocavamo a nascondarello, loro giocano a “ricercarello“.  Sono così ossessionati dalla ricerca che anche quando si riposano (tipo la nostra pausa caffè) si concedono una pausa letteraria e   vanno “alla ricerca del tempo perduto“. E una volta trovato il tempo, visto che hanno tempo, ricominciano a ricercare il modo di farsi finanziare altre ricerche sull’utilità della ricerca. Non è male come occupazione; sempre meglio che lavorare.

Bene, la grande scoperta di oggi è che  “Pensiero e movimento sono legati fra loro; camminare rende più creativi“. Camminate, gente, camminate e diventerete tutti geni (o quasi). Lo dicono i ricercatori americani. Se avete difficoltà a fare footing o jogging all’aperto, in un bel prato verde, va bene anche il tapis roulant (lo dicono i ricercatori). Oggi un tapis roulant ce l’hanno tutti, cani e porci. Voi non ce l’avete? Ma siete proprio sfigati. Va bene, fate le scale del palazzo; su e giù, su e giù, e la creatività vi uscirà dalle orecchie. Contenti? Del resto è risaputo che gente come Mozart, Kant, Galilei, Einstein, avevano l’abitudine di cominciare la giornata con una serie di flessioni, esercizi a corpo libero ed una salutare corsetta in città. E’ così che nascevano le loro intuizioni; correndo. Mozart si portava appresso il suo quadernetto musicale; correva e scriveva (minime, crome, biscrome), scriveva e correva.

Galilei, in questo, era un po’ penalizzato; non poteva correre e portarsi appresso il telescopio. Però correva, anche se un po’ impacciato, perché non c’erano ancora le tute e correva bardato con un lungo pastrano nel quale, infatti, inciampava continuamente. Correva e, con gli occhi al cielo,  scrutava gli astri. Ecco perché, non prestando molta attenzione a dove metteva i piedi, spesso tornava a casa mezzo pesto;  a causa delle cadute e delle tremende capocciate per terra che gli facevano vedere le stelle, anche senza telescopio!

La nuova teoria dei “camminatori creativi” trova riscontro, infatti, nella realtà. I popoli più creativi sono proprio quelli più abituati a camminare. Più camminano e più sono creativi. Infatti, chi sono i grandi creativi del pianeta? Sono i camminatori per eccellenza, quelli che non hanno rivali, sbaragliano gli avversari e vincono tutte le maratone e le gare podistiche nel mondo. Sono sempre gli stessi atleti provenienti dall’Africa, specie da Kenya ed Etiopia. Terre che, notoriamente, sono una fucina inesauribile di idee, invenzioni, scoperte e creatività in tutti i campi della scienza, dell’arte, della letteratura, la musica, la poesia, la medicina, la fisica, l’architettura. Ed il loro segreto è proprio quello; sono camminatori instancabili.

I nostri ricercatori made in USA sono così convinti della bontà della loro scoperta, fondata sulla strettissima interdipendenza fra pensiero creativo ed attività pedestre,  che quel principio lo applicano quotidianamente come metodo di lavoro. Camminano e ricercano, ricercano e camminano, camminano e pensano, pensano e camminano. E’ quel che, dalle nostre parti, si dice “ragionare con i piedi”.

Ecco perché si vede tanta gente che corre in città, nei parchi, in campagna. Ecco perché si organizzano ovunque gare podistiche e maratone. Non è solo sport; sono tutti aspiranti “creativi“. Corri, ragazzo, corri. Hai voglia di correre, puoi fare anche la maratona tutti i santi giorni, ma se sei scemo, scemo sei e scemo rimani. Alla faccia dei ricercatori americani. Punto. Punto, due punti e  punto e virgola. Ma sì, abbondiamo, che poi dicono che siamo meridionali, che siamo tirati…

A proposito di creatività, vedi: “Creativi si nasce. Alberoni si diventa…”.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Creativi si nasce. Alberoni si diventa…

Tempo fa usavo leggere la rubrica di Alberoni, sul Corriere. Poche righe, una volta alla settimana, il lunedì. La leggevo perché, di solito, mi faceva sorridere nel constatare come si possa essere tanto banali e passare per grandi intellettuali. Leggere le notizie del giorno è sempre più un esercizio quasi masochistico; fra morti ammazzati, demenze in politichese, stupri, veline, velone, miss, escort, ragazzi che si buttano dal balcone così, per gioco, terremoti, alluvioni, attentati, catastrofismi assortiti, tragedie familiari. Ti viene l’angoscia. Ogni tanto, quindi, bisogna anche rilassarsi. Per esempio, leggendo Alberoni. Poi ho smesso anche di leggerlo; tempo perso. Oggi, però, la trovo in bella evidenza, con apposito box, al centro della Home del sito. Impossibile non vederla. Cedo, quindi, alla curiosità di vedere cosa si sarà inventato oggi di particolarmente importante, originale e denso di profonde analisi, il nostro celebre sociologo. Titolo: “Chi non ha passioni forti, avrà una vita incolore“.

Vale la pena di leggerlo attentamente, anzi di leggerlo un brano per volta, per coglierne a pieno la profondità. Proviamo ad esaminarlo. Apertura: “La creazione, l’invenzione passano sempre attraverso una crisi, una messa in gioco di se stessi. Nel recente film di Aronofsky, Black Swan, la ballerina è bravissima sul piano tecnico, ma per raggiungere la perfezione deve vivere una crisi profonda, uscire da sé, incontrare il dramma, morire e rinascere.”. Non mi risulta che grandi inventori del passato abbiano avuto bisogno di “morire e rinascere” per esprimere al meglio la propria creatività. Non vedo quale sia stata la “Crisi” che abbia fatto da molla alla creatività di Leonardo, Marconi, Edison o Einstein. Ma se applicassimo questa strana logica alla musica, dovremmo concludere che, siccome Beethoven diventò sordo e continuò a comporre capolavori, per essere grandi compositori bisogna prima diventare sordi. O no?

Mi sa che il nostro sociologo fa un po’ di confusione. Non necessariamente per essere creativi bisogna attraversare profonde crisi o “Morire e rinascere“. Non necessariamente coloro che affrontano delle crisi, muoiono e rinascono, diventano di colpo creativi. Non mi risulta che le persone malate di cancro che, per loro fortuna, hanno vinto la battaglia e sono guarite, siano improvvisamente diventate creative. Gli eventi esistenziali possono, in particolari condizioni, favorire l’espressione della creatività, ma solo perché la creatività è già presente nella loro natura, intrinsecamente, geneticamente. Lo scemo del villaggio può andare incontro a tutte le possibili crisi esistenziali, può “morire e rinascere” cento volte, ma resterà sempre scemo. Chiaro, Alberoni?

Continua: “Ma tutti noi affrontiamo il problema a partire dall’infanzia quando la maestra ci interroga. Molti pedagogisti sono contrari agli esami perché dicono che sono traumi. E’ vero sono traumi, ma sono indispensabili proprio perché ti costringono a domandarti cosa vuoi e a prendere coscienza di ciò che fai.”. Difficile vedere il nesso fra creatività, invenzione e l’interrogazione scolastica di un bambino alle elementari. Ma il nostro Alberoni, evidentemente, ce la vede. Ed immagina questo bambino che già a 7 o 8 anni va in crisi perché si sente obbligato a chiedersi cosa vuole e prendere coscienza delle proprie azioni. Forse si chiede anche “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e… Dio esiste?”. Già, sono tutti piccoli filosofi in erba e, naturalmente, già in crisi esistenziale. Meno male che i bambini non leggono Alberoni, non sanno di essere in crisi, se ne fregano, giocano e fanno i bambini. Non credo che gli esami siano traumi. Se così fosse, ne consegue, dal momento che tutti ci siamo passati, che questa sarebbe una società di traumatizzati. Forse qualcuno c’è, ma non tutti, per fortuna. Il trauma non è l’esame, è il non essere preparati e non saper rispondere alle domande. C’è una piccola differenza. Ma Alberoni non la nota, forse perché è troppo evidente. Lui è profondo.

Ancora: “Ci sono delle persone che, nel corso della loro vita, non cambiano modo di pensare, di sentire, talvolta nemmeno lavoro. Una vita prudente, dove tutto viene tenuto sotto controllo, senza rischi, senza colpi di testa, in cui il bisogno di emozione e di passione vengono soddisfatti stordendosi di musica in discoteca oppure in un comizio o nel tifo sportivo. Questo tipo di persone, qualunque mestiere facciano, il funzionario, il filosofo o il politico, non possono inventare, non possono creare.”. Chiaro? Per creare bisogna cambiare spesso opinione, cambiare lavoro, essere un po’ scalmanati, perdere il controllo di sé, cercare il rischio e fare colpi di testa. E se lo dice Alberoni deve essere così! Penso al calmo, placido, tranquillo, abitudinario, sedentario Salgari il quale scrisse decine di romanzi d’avventura, ambientati in lontanissimi paesi esotici, senza mai spostarsi dalla sua stanza. Beh, ma Salgari non conosceva ancora Alberoni. Altrimenti sai che pazzie avrebbe combinato per diventare creativo, scatenare la fantasia e scrivere i suoi romanzi! Per sua fortuna, Salgari, come i bambini citati in precedenza, non ha letto Alberoni.

Non gli passa nemmeno per la testa che quel suo incipit “Ci sono delle persone che, nel corso della loro vita…” ed il loro modo di vivere, si riferisce alla stragrande maggioranza della popolazione. Gente tranquilla che pensa a campare e poco gli importa di diventare “creativi”.  Viene, infine, da sorridere, notando che, fra le persone che conducono un’esistenza così banale, inserisca anche i filosofi. Non mi risulta che i filosofi siano clienti abituali delle discoteche, né che amino stare sotto un palco, magari col berrettino omologato in testa , il pettoralino di circostanza, agitando bandierine e inneggiando al comiziante di turno. A meno che non si riferisca a curiosi filosofi moderni, spesso dagli strani gusti sessuali e dal pensiero molto debole, anzi agonizzante, che preferiscono stare sopra il palco ed elargire consigli non richiesti intrisi di ciarlatanesimo intelletuale a base di reperti ideologici da museo. Ma sono davvero pochi questi esemplari, Alberoni si informi.

Prosegue: “Il cambiamento, l’innovazione, le creazioni maturano sempre nella sofferenza, nel disagio, nella solitudine. La ragazza che non sopporta di vivere nel piccolo paese in cui si sente prigioniera a un certo punto si ribella, scappa, mette in gioco tutta se stessa, rischia di venire distrutta, ma solo accettando quel rischio può rinascere.”. Scappare di casa, dunque, è un atto di creatività, come comporre una sinfonia, scolpire il Mosè, inventare il telegrafo o la lampadina.  “Lo scienziato che segue una strada totalmente nuova si distacca dagli altri che lo deridono e solo dopo anni ammetteranno che aveva ragione.”. Già. ma qui si confonde l’effetto con la causa. Lo scienziato non inventa perché “si distacca dagli altri”, ma si estranea perché segue la sua ispirazione scientifica. Altrimenti tutti quelli che si distaccano dagli altri sarebbero scienziati. Ovvero, secondo la sua logica, tutte le suore di clausura sarebbero dei geni della scienza. No? “Come viene sempre deriso il capo politico o religioso che mette in moto un movimento collettivo dando a gente sfiduciata la forza di ribellarsi, una dignità e una meta. Ma lui può farlo solo se quella disperazione, quella lacerazione, quella rivolta l’ha vissuta dentro di sé.”. Chiaro, anche Hitler, Stalin e Mao erano “creativi”. Ecco, finalmente sappiamo come definire la loro follia: si chiama “Creatività“. Lo dice Alberoni.

E conclude, finalmente: “Le biografie dei grandi del passato ci lasciano spesso sconvolti e turbati perché vi troviamo dei mutamenti imprevedibili, delle azioni che ci sembrano folli. Newton ad un certo punto si è stancato della fisica e si e dedicato all’astrologia, poi si è messo a dare la caccia ad un falsario. Galileo, che era già un ribelle prima, ha volutamente provocato tutti da vecchio scrivendo il Dialogo dei massimi sistemi. Goethe, Lawrence e Nabokov hanno sconcertato perfino gli amici scrivendo opere rivoluzionarie molto tardi, talvolta prima di morire, come una ultima liberazione dalle inibizioni che li imprigionavano.”. Ecco, per chiudere in bellezza, ci mancava un Newton “Sherlock Holmes”, un Galileo ribelle e provocatore, una specie di NoGlobal,  e Goethe, Lawrence e Nabokov che hanno scritto grandi opere “Prima di morire“. Beh, certo, sarebbe stato molto difficile scriverle dopo morti!

Ecco, questo è il grande sociologo Alberoni. Immagino che, per scrivere le sue poche righe una volta alla settimana, guadagni più di voi che lavorate tutti i santi giorni. Che dire, non tutti possono essere originali e scrivere articoli interessanti. Forse per farlo si potrebbe seguire il consiglio del sociologo, cambiare lavoro,  fare colpi di testa, rompere con l’abitudine, morire per rinascere e via elencando. Tanto per cominciare allora, Alberoni potrebbe sperimentare su se stesso le sue teorie e vedere se riesce a diventare “Creativo“. No? Si potrebbe concludere parafrasando una celebre battuta di Totò da “Signori si nasce”: Creativi si nasce. E Alberoni non lo nacque…