Cani e Puffi

Refusi e svarioni tipografici sono sempre motivo di ilarità. In rete, però, sono fin troppo frequenti. Ho segnalato spesso queste curiosità, giusto per denunciare la poca attenzione e serietà di chi scrive in rete, specie in autorevoli siti di informazione, come agenzie di stampa e quotidiani, che dovrebbero prestare più attenzione a quello che pubblicano. Ecco l’ennesima perla, ancora sul sito dell’autorevole agenzia ANSA. La notizia riguarda un concorso canino in California.

Curioso titolo. Ricorda un po’ “Er più” romanesco. Ma ancora di più ricorda il classico “Il più meglio da ogni…”. Perché non scrivere, più correttamente, “Quale sarà il cane più brutto?”.  Oppure, anche se meno corretto, ma passabile, “Quale sarà il più brutto cane?”.  Che sia una svista? Oppure è un effetto voluto, giusto per dimostrare che anche all’ANSA hanno il senso dell’umorismo? Può essere, visto che poco sotto c’è un’altra perla notevole. Eccola…

Sì, non c’è dubbio, scrivere “Sui scontrini“, invece che “Sugli scontrini“, non lo farebbe nemmeno l’ultimo degli scolaretti di terza media. Allora l’unica spiegazione plausibile è che all’ANSA hanno deciso di attuare una progressiva metamorfosi e passare da autorevole agenzia di stampa a sito umoristico. Oppure hanno assunto come redattori Qui, Quo, Qua, Snoopy, Calimero e Topo Gigio.

Del resto sembra che siano in tanti a buttarla sul ridere, forse per esorcizzare la paura di un futuro tragico. Così a Bruxelles i fan “Ambasciatori puffisti” si sono dati appuntamento per festeggiare il compleanno del belga Peyo, creatore dei loro personaggi preferiti, opportunamente indossando i caratteristici costumi puffeschi. Analoga manifestazione si è svolta anche a Roma per festeggiare la “Giornata mondiale dei Puffi“.

E’ evidente che tutte le baggianate che ci raccontano ogni giorno sulla drammatica crisi economica, sulle aziende che chiudono, sui milioni di disoccupati, su disperati che si suicidano per l’impossibilità di campare, sono tutte balle. Altrimenti se fosse vero, la gente non organizzerebbe concorsi per premiare il cane più brutto. E non andrebbe in giro, come se fosse Carnevale, vestita da Puffo. O sì?

Caffè col morto

Molti anni fa facevano scalpore sulla stampa le notizie dell’indifferenza dei passanti, nelle metropoli americane, nei confronti di persone che si accasciavano al suolo in strada, per improvviso malore o, addirittura, per morte improvvisa. I passanti, riferivano le cronache, proseguivano tranquillamente il loco cammino, senza degnare nemmeno di uno sguardo le persone per terra. Era così incredibile ed assurdo, in tempi in cui da noi era ancora fortissima la solidarietà umana (sembra si parli del medioevo, invece si tratta di pochi decenni fa), che si stentava a credere a queste notizie. Sembravano esagerazioni della stampa, giusto per fare colpo sui lettori.

Bene, oggi apprendiamo dalla stampa una delle solite edificanti notizie quotidiane alle quali, purtroppo, ci stiamo abituando. Quasi non ci facciamo più caso; come i  passanti distratti delle città americane. Anche le cattive notizie, come certe medicine, a lungo andare danno assuefazione e non fanno più effetto.  A Napoli un clochard muore nella galleria Umberto. Una volta si chiamavano barboni. Ora li chiamano clochard; fa più elegante, bohémien, romantico, come personaggi creati dalla penna di Henri Murger (Scènes de la vie de bohème).

Uno dei tanti clochard che, sempre più numerosi, vivono ai margini delle nostre belle e prosperose città, riscaldate d’inverno e refrigerate d’estate, affollate di persone indaffaratissime, in eterna corsa verso qualcosa di non precisato ed irraggiungibile. Così indaffarate che non hanno il tempo di notare i morti in strada, le persone che hanno bisogno d’aiuto, gli emarginati, i clochard infreddoliti sotto i ponti. Non c’è tempo per fermarsi, non ci si può permettere il lusso di prestare attenzione e, magari, dare una mano d’aiuto a chi ne ha bisogno. Il tempo è denaro. No?

Così, un clochard, uno dei tanti, muore in una bella  galleria del centro di Napoli e resta lì, per terra,  pietosamente celato sotto una coperta, mentre, al tavolino affianco, due persone gustano con piacere il sacro rito del caffè mattutino. Come se niente fosse, del tutto indifferenti. Beh, ma il caffè bisogna gustarlo con calma e completa concentrazione. Mica ci si può distrarre pensando al morto. Si rischia di non assaporare pienamente l’aroma.

Temo che la notizia non sembri proprio sconvolgente. Anzi, ho paura che molti non ci trovino niente di strano, di particolarmente significativo o interessante; una semplice notizia di cronaca, come tante altre. Questo è il dramma e, se così fosse, questa indifferenza dovrebbe farci riflettere, perché significa che anche noi,  come i pedoni di New York, ci stiamo “americanizzando“. E’ il progresso, bellezza!.

Caffè col morto…

P.S.

La celebre Galleria Umberto si trova in uno dei tratti più belli del lungomare di Napoli. Di fronte al teatro San Carlo, a due passi dal palazzo reale che si affaccia sulla grande piazza Plebiscito e da un rinomato e storico caffè. Lo stesso locale dove, durante una recente visita in città, il Presidente Napolitano è andato a gustare la sua “tazzulella ‘e caffè“. Se avesse fatto giusto pochi passi in più, sarebbe arrivato in galleria e, forse, avrebbe visto quel clochard per terra. Uno dei tanti. E magari (non è detto, ma potrebbe succedere), alla vista di questi derelitti, avrebbe potuto chiedersi cosa poteva fare. Che so, donargli un po’ di denaro, tanto con l’appannaggio di cui dispone, può permetterselo. O magari pensare a diminuire le spese del Quirinale; ci costa più il nostro Presidente, la sua dimora ed il suo staff di quanto costi agli inglesi la regina Elisabetta. Il che è tutto dire.

Ma sono solo ipotesi frutto della fantasia. In realtà i nostri esimi politici non passano mai in galleria, né sotto i ponti, né sotto i portici delle città dove, giorno e notte, si possono incontrare questi clochard. No, essi frequentano solitamente palazzi signorili, dimore principesche e reali (meglio se “rubate” al Papa, in nome della libertà). Essi vivono in un mondo diverso, di fiaba, ovattato, rassicurante, a temperatura costante, come sensibilissime apparecchiature elettroniche. Essi vivono un’altra vita, in un altro pianeta, un altro mondo, dove non si hanno problemi a campare, dove è del tutto normale avere compensi esorbitanti, più una serie di ulteriori benefici e privilegi. Dove si fa finta di occuparsi del bene comune, della nazione, del popolo, della Res pubblica. Dove ognuno recita il proprio ruolo, convinto di essere indispensabile. Dove tutti affermano di lavorare per il bene del Paese. Dove si campa di chiacchiere e nient’altro.  E’ un mondo da favola, dove non ci sono clochard che muoiono all’alba.

Evoluzione del maschio latino

Fa quasi tenerezza questa vecchia istantanea. E’ una foto realizzata da Ruth Orkin a Firenze nel 1951. Erano i tempi del “gallismo“, dei pappagalli e del mito del Latin lover. Per documentare questo aspetto del costume dell’Italia di quegli anni, la fotografa assunse una modella (Ninalee Craig, che oggi ha 83 anni), la fece passeggiare per le strade di Firenze ed immortalò le reazioni del maschio italico al passaggio della ragazza. Questo l’interessante articolo sul Corriere di oggi: “Addio all’uomo sulla Lambretta“.

Tempi di ricostruzione post bellica, ma anche di fiducia nel futuro e, perché no, di svago. Il cinema celebrava la figura del Latin lover, del gallismo e spopolavano le commediette balneari con ragazzotti squattrinati in vacanza, ricchi commendatori sempre alla ricerca dell’avventura galante e storie di sfaccendati che davano sfogo alla fantasia per trovare il modo di trascorrere le giornate. Erano film che in qualche modo riprendevano il nuovo spirito ottimista, scanzonato e la voglia di dimenticare gli orrori della guerra. Film semplici  di storie sentimentali a lieto fine, come “Poveri, ma belli” o più impegnati resoconti di vita come “I vitelloni” (1953) di Federico Fellini.

Erano copioni basati su una realtà verosimile, frutto della fantasia dei soggettisti e degli sceneggiatori. Ma erano storie che,  forse involontariamente (o talvolta volutamente), proponevano, rappresentandoli,  modelli, stili di vita, atteggiamenti, comportamenti, battute e linguaggio da imitare che venivano assimilati dal pubblico e diventavano parte integrante del bagaglio culturale degli italiani. La rappresentazione di una realtà fittizia, nel momento in cui andava in scena, modificava la realtà stessa. Questo era ed è l’enorme potere del cinema e degli altri mezzi di comunicazione. Tale che ha condizionato non poco l’evolversi della società. Oggi, grazie al grande sviluppo tecnologico della comunicazione attraverso stampa, televisione ed internet, questo potere condizionante è centuplicato e, pertanto, enormemente più pericoloso. Ma questa è un’altra storia.

Erano i tempi in cui gli uomini si voltavano a guardare le donne. Gli sguardi maschili seguivano ogni gonna che gli passasse davanti, con la bramosia del cacciatore che segue la preda. Ne osservavano le movenze, l’incedere più o meno elegante, la sinuosità delle forme. E la fantasia si scatenava, perché allora le donne erano molto coperte, le gonne erano lunghe, ben al di sotto delle ginocchia, e più che vedere bisognava immaginare. Erano i tempi in cui cinema e riviste celebravano le maggiorate; belle ragazze floride e dalle forme generose. Erano una specie di rivalsa dopo le privazioni della guerra, una promessa ed una garanzia di un futuro migliore. E gli uomini, come per doveroso omaggio a tanta abbondanza di forme, erano sempre pronti ad ammirare, commentare e, quando possibile, tentare un approccio. Esempio di questa celebrazione delle forme femminili nel cinema è la quasi esordiente Sofia Loren, con un seno ed un lato B (oggi si dice così) prorompenti, nell’episodio “Pizze a credito” nel film del 1954 “L’oro di Napoli di Vittorio De Sica.

Era quel fenomeno di costume che chiamavano “gallismo” e che all’estero destava curiosità e commenti sarcastici. Ma è anche vero che questa fama di italiani come eterni seduttori, sempre pronti a corteggiare qualunque donna gli passasse a tiro, era un richiamo irresistibile e carovane di straniere sbarcavano in Italia con la speranza di incontrare il loro latin lover e godersi un’avventura stagionale.  Per il maschio italiano corteggiare una bella ragazza, specie se straniera, era un fatto naturale, scontato, quasi un dovere civico.

Non c’erano ancora le minigonne che scoprivano le gambe, né le “magliette fini” alla Baglioni, che lasciavano immaginare tutto. Non c’erano nemmeno i “balconcini” che mettono tutto in bella mostra, né i pantaloni a vita bassa che lasciano intravedere il culetto, né i chirurghi estetici che ti montano dei palloncini al posto delle tette. Tutto era naturale, ruspante, fatto in casa. Eppure, al passaggio di una bella ragazza, anche coperta con un cappotto fino ai piedi, l’uomo italico si voltava a guardarla e la seguiva con sguardo avido e peccaminoso. Talvolta si sottolineava l’avvenenza della ragazza con un fischio di ammirazione o con apprezzamenti spesso anche pesanti e volgari. Ma solitamente ci si limitava allo sguardo ammirato. Voltarsi a guardare era una regola, una specie di irrefrenabile predisposizione genetica. Era scontato, istintivo, un riflesso condizionato; come il cane di Pavlov.

Erano i tempi in cui, a fine anno, i barbieri regalavano ai clienti il classico calendarietto profumato con le donnine in costume. Le donne, invece, divoravano i seguitissimi fotoromanzi, sognavano il principe azzurro, amori romantici e tenevano in camera la foto dei loro idoli.  Realtà e fantasia si confondevano creando una sorta di realtà parallela, come narrato stupendamente in un altro celebre film dell’epoca, “Lo sceicco bianco” (1952), ancora di Fellini, con un bravissimo Alberto Sordi. Già, le distrazioni erano poche, i soldi pure e non era ancora esploso il consumismo degli anni del boom economico. Anche una semplice lambretta, quella che si vede nella foto, per moltissimi era e restava un sogno. Costava relativamente poco, infatti, ma sempre più di quanto un ragazzo avesse a disposizione. Quindi quel “poco” era comunque “molto“, anzi troppo.

Molto tempo è passato. Le gonne si sono accorciate, le camicette si sono aperte, le tette sono cresciute di volume, le donne nude le vedi ovunque e non resta più spazio per l’immaginazione e la fantasia. Chissà cosa regalano oggi i barbieri. Mah, forse un CD con l’ultimo film porno. Così, come tante altre cose, sono scomparsi anche i gruppetti di ragazzi che sostavano perennemente nelle strade e nelle piazze. Ora vanno di corsa.  Sono tutti impegnatissimi, non hanno più tempo per regalarsi una mattinata di dolce far niente e crogiolarsi al sole. Oggi anche i disoccupati sono occupati, anzi occupatissimi a correre da qualche parte. Non si sa dove e perché, ma tutti corrono. E non si voltano più a guardare le ragazze, perché la mente è già satura di immagini sexy, erotiche e porno.

Ecco perché oggi una foto del genere sarebbe difficilissima da realizzare. C’è stata una lenta e progressiva mutazione. Sono scomparsi i galletti, i pappagalli, i vitelloni, i latin lover. Dicono che la società si sia evoluta, che sia progredita.  Oggi non si ha più tempo da perdere, la gente va di fretta. Così si è passati direttamente dalle parole ai fatti. Oggi le donne non temono più di essere oggetto di sguardi concupiscenti, di ricevere fischi di ammirazione o apprezzamenti galanti; oggi vengono direttamente aggredite e violentate brutalmente. Dagli innocui galletti e dai mansueti vitelloni si è passati alle belve feroci. Un bel progresso, no? Di questo passo, in futuro compariranno anche gli orchi ed i draghi sputafuoco. E’ l’evoluzione della specie, bellezza!

La banana islamica

Notizia curiosa riportata oggi sulla stampa in rete. Sembra che in Iran sia vietato alle donne mangiare la banana intera, come si fa in tutto il mondo, perché il frutto esotico costituisce un richiamo troppo esplicito all’organo sessuale maschile. Sic! Possono mangiarla solo riducendola in pezzetti molto piccoli. Oppure, forse, in frullato. Ma c’è ancora qualcuno convinto che questa gente possa integrarsi col mondo occidentale?

 

Le belle statuine

E’ finita la sfilata delle belle statuine a Montecatini. A furor di popolo è stata eletta la statuina più bella, le hanno messo una corona in testa e adesso, per un anno,  la porteranno in tour per esporla in tutte le nicchie, altarini e cappelle d’Italia.  L’anno prossimo altra sfilata, altre statuine, altro tour. Per un attimo  mi viene il dubbio di essere troppo cattivo. Ma oggi, per fortuna, trovo le stesse considerazioni espresse da Aldo Grasso,  critico televisivo del Corriere.  Sentite cosa dice in questo video: “Alla fine ha vinto miss ipocrisia“.

Inganni mediatici

Oggi, in tempi di informazione globale in cui si usano mille trucchi per manipolare ed alterare immagini e notizie, è facile essere tratti in inganno, perché niente è ciò che appare. Questa, per esempio, a prima vista sembrerebbe una zoccolona da viale di periferia urbana. Invece, a quanto pare, è una celebre rock star. Mah, certo che è facile sbagliarsi…

ladu gaga

Asini di successo

Gli asini non volano, certo, ma possono avere successo e diventare famosi. E’ il caso di Andres, un tranquillo burrito argentino che, emulando il celebre polpo Paul che indovinava i pronostici agli ultimi mondiali di calcio, ha previsto l’esito di uno spareggio finale di calcio valido per la permanenza in serie A: “Andres erede del polpo Paul?“. La notizia fa il giro del mondo, il burrito Andres finisce su tutte le prime pagine e, di colpo, è una celebrità.

In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti“, diceva Andy Warhol. Oggi avrebbe aggiunto “Anche gli asini…”. Inevitabile l’accostamento con un vecchio post del 2005 in cui, accennando ai meccanismi del successo mediatico, prendevo come esempio proprio un asino. Eccolo…

Asinerie (il segreto del successo)

Come si diventa “personaggi” e si raggiunge il successo? Esempio. Si prende un asino e lo si porta in televisione, in un programma di grande ascolto. L’asino, essendo un asino, non farà altro che ragliare ogni tanto. E tutti, giustamente, si chiederanno: “Cosa ci fa un asino in televisione?”. Si fa intervenire allo stesso programma, in qualità di ospiti, un gruppo di opinionisti , giornalisti, direttori di giornali scandalistici ed esperti vari. Inevitabilmente questi “esperti” finiranno per occuparsi dell’asino, tentando di spiegare la sua presenza. Gli osservatori più acuti tenteranno anche di fornire delle dotte spiegazioni sui ragli e, basandosi sulla intensità, sulla frequenza e sulle variazioni tonali del raglio, cercheranno di interpretarne il messaggio recondito.

Ovviamente il fatto insolito troverà eco sulla stampa ed in altri programmi TV. Tutti ne parleranno ed in breve diventerà un caso. Ed essendo un “caso” troverà spazi sempre maggiori su stampa e TV, con servizi speciali, approfondimenti, puntate speciali di Porta a porta, Matrix, La vita in diretta e, forse, verrà anche intervistato da Marzullo (il massimo). Ora, poiché il pubblico, volente o nolente, guarda e legge ciò che gli viene proposto, gli esperti di comunicazione vi diranno che, siccome la gente segue la vicenda su  giornali e TV, significa che è interessata al fenomeno e siccome i media devono assecondare il gusto del pubblico, TV e stampa continueranno a parlare dell’asino.

A questo punto il nostro asino sarà diventato un “personaggio” conteso da tutti i mass media ed il gioco è fatto: è il successo! Ci saranno, ovviamente, coloro che cercheranno di dimostrare l’inconsistenza del “personaggio” e la vacuità del fenomeno, ma altri “esperti” saranno pronti a contestare tale giudizio, facendone un esempio di libertà di espressione e giustificandolo come fatto di costume. La contrapposizione dei vari critici aumenterà l’interesse per il fenomeno ed accrescerà l’attenzione sia del pubblico che dei media. E più infuriano le polemiche e più l’asino diventa famoso. Alcuni interpreteranno il fenomeno anche in chiave politica, come contrapposizione fra conservatori restii ad accettare qualunque innovazione e riformisti “laici” che auspicano una liberalizzazione dei costumi.

Facile immaginare che gruppi politici e associazioni varie di animalisti si sentiranno in dovere di intervenire prendendo posizione pro o contro. La questione potrebbe finire addirittura in Parlamento e qualche partito, più spregiudicato di altri, fiutando la possibilità di sfruttare a fini elettorali il fenomeno potrebbe convincere il nostro asino a candidarsi (Cicciolina docet). Ci sono tantissimi casi di successo raggiunto con questi meccanismi (oggi la televisione è piena di asini di successo) e che confermano, quindi, la validità di questa tesi inconfutabile.

La prova definitiva di quanto affermavo arriva oggi dal burrito Andres: un asino di successo…

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Carnevale romano

Grande successo dell’Europride. Un lungo e festoso  corteo ha attraversato Roma a suon di musica, slogan, cartelli, striscioni. Una parata in cui hanno sfilato personaggi pittoreschi, maschere e perfino 40 carri allegorici, come a Viareggio. Insomma, una carnevalata romana fuori stagione. Presenti anche numerosi esponenti della politica. Immancabile, ovviamente, Nichi Vendola che appare ovunque ci sia una manifestazione, una protesta, un corteo o un palco da cui arringare i suoi fedeli. Subito attorniato da cronisti d’assalto, ansiosi di ricevere la dichiarazione quotidiana del nuovo guru della sinistra, il nostro Nichi ha rilanciato il vecchio e caro slogan in difesa dei diversi o, se volete, dei diversamente normali: “La diversità è una ricchezza“.

Questo slogan, però, bisognerebbe trattarlo come i prodotti tossici, con estrema cautela e tenere lontano dalla portata dei bambini, perché si presta a diverse interpretazioni. Facciamo degli esempi pratici. Al mondo esistono persone oneste e delinquenti i quali, chiaramente, sono diversi dagli onesti. Ne consegue che, essendo una diversità, i delinquenti sono una ricchezza. Esistono persone moderate, miti e pacifiche ed esistono prepotenti e violenti i quali, sono, evidentemente diversi. Quindi anche i violenti, essendo diversi, sono una ricchezza. Anche i mafiosi sono diversi o, se preferite, “diversamente onesti“; quindi anche i mafiosi sono una ricchezza. Ed anche i mafiosi sono orgogliosi di essere dei boss. In futuro, quindi, potrebbe svolgersi una manifestazione per rivendicare l’orgoglio della diversità mafiosa: il “Mafiapride”.

Esistono i ricchi ed esistono i poveri la cui diversità dai ricchi è evidente a tutti. Anche i poveri, dunque, essendo diversi sono una ricchezza. Può sembrare un’interpretazione distorta del motto vendoliano, ma non lo è. Anzi, è del tutto logica. Così logica che potremmo esprimere il concetto con un classico sillogismo:

a) La diversità è ricchezza.

b) La povertà è diversità.

c) La povertà è ricchezza.

Beh, signori, questa è logica, mica un editoriale di Repubblica. Come se non bastasse, a complicare le cose ci si mette anche Lady Gaga, giunta a Roma come madrina della manifestazione ed ormai icona di gay, lesbiche, trans, monosessuali, bisessuali, plurisessuali etc…Anche lei, intervenendo prima dell’esibizione canora, ha voluto lanciare il suo slogan, urlandolo alla folla plaudente: “Uguaglianza subito“. Ora, come è risaputo, uguaglianza e diversità non sono solo difficilmente compatibili, ma sono opposti e contrari. Ma allora ha ragione Vendola o Lady Gaga? Ragazzi, mettetevi d’accordo. E’ chiaro che in zona europride hanno le idee un po’ confuse e non solo in materia sessuale.

Come conciliare questa contraddizione? Sembra che in un primo momento avessero pensato di basarsi sul calendario. Nei giorni pari si esalta la diversità e nei giorni dispari si chiede l’uguaglianza. Ma non è molto funzionale, perché i due concetti sono ugualmente importanti e possono essere usati secondo le circostanze e la convenienza. Potrebbe capitare, quindi, che nei giorni pari sia più utile alla causa parlare di uguaglianza ed in quelli dispari appellarsi alla diversità come ricchezza. Per non precludersi alcuna possibilità, sembra che abbiano optato per uno slogan double face, utilizzabile sempre. In verità gli slogan sono due: “Uguaglianza delle diversità“, oppure “Diversità delle uguaglianze“. Da usare a piacere. Ricorda un po’ le convergenze parallele di Moro, ma è facile da usare e va sempre bene.

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Insomma, è una nuova corrente di pensiero. Quella di chi dice che il vento è cambiato,  che esiste un’Italia migliore, che si propone come il nuovo che avanza. Ecco due esemplari del nuovo che avanza, due modelli sociali da seguire e imitare, due icone del nuovo mondo migliore: Vendola e Luxuria. Con questi modelli sociali si prospetta per l’Italia un futuro roseo. Anzi, rosa shocking. Ma non lasciatevi ingannare, oggi niente è quello che sembra. Chi indossa abiti maschili non sempre è un maschio.  E chi indossa  abiti femminili non necessariamente è una donna. Apparentemente sembrano uomini e donne, sono quasi uguali, ma sono diversi. Diciamo che sono diversamente uguali o ugualmente diversi. In ogni caso, è bene leggere attentamente le istruzioni, maneggiare con cura, tenere lontano dalla portata dei bambini e, per evitare spiacevoli sorprese, accertarsi bene prima dell’uso.

Vendola, Luxuria, Paola Concia

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Donne e motori

“Gioie e dolori”, si diceva una volta. Ma donne e motori sono ormai complementari e indissolubili. Specie quando si tratta di pubblicizzare un nuovo modello di auto o moto. Si parla ultimamente di sfruttamento e mercificazione del corpo della donna. La stampa di sinistra, sfruttando il documentario “Il corpo delle donne” della Zanardo, ha accusato Mediaset, Drive In, Striscia la notizia, Ricci e, ovviamente, Berlusconi, di essere responsabile del degrado dell’immagine femminile e della donna ridotta ad oggetto. Per questa nobile causa sono scese in piazza a protestare…contro Berlusconi. Piove, governo ladro! Antonio Ricci ha risposto da par suo, con un altro documentario “Il corpo delle donne 2“, in cui dimostra che i moralisti perbenisti dell’ultima ora non sono da meno nello sfruttare il corpo femminile.

Detto questo, oggi comincio la mia solita carrellata sui siti d’informazione. E parto, come al solito, dalla più importante agenzia di stampa italiana, l’ANSA. E cosa c’è in bella evidenza in un box in prima pagina? Eccola…

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A cosa dobbiamo queste belle gambe in primo piano? Semplice, all’apertura domani del Bangkok International Motor Show. Ahi, ahi, anche a Bangkok sfruttano il corpo delle donne? Hanno imparato la tecnica della mercificazione del corpo femminile? Anche a Bangkok guardano Striscia la notizia? Oppure l’organizzatore del motor show è Antonio Ricci e la manifestazione è sponsorizzata da Mediaset e, ovvio, da Berlusconi? Mah, certo che l’effetto è notevole. Ecco un’altra bella immagine del “Motor Show“…

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Una bella rassegna di gnocche esotiche in primo piano, non c’è che dire; l’esposizione orientale delle gnocche d’autore.  Ecco un bell’esempio di mercificazione del corpo femminile. Resta solo un dubbio, anzi due. Il primo: Antonio Ricci è diventato direttore dell’ANSA? Il secondo: ma che ci fa quell’auto in un “Bangkok Gnok show“? Boh…

E' tutta una fiction.

Sembrerebbe davvero che oggi la gente viva la vita reale come se fosse una fiction. Forse, dopo anni ed anni di condizionamento televisivo, grazie al meccanismo mentale di identificazione con personaggi e storie della fantasia, si finisce per smarrire il senso del confine fra realtà e finzione, assimilando e mutuando dalla rappresentazione scenica linguaggio, comportamenti, modelli e miti. La vita diventa così una quotidiana recita sulla base di un copione creato con un inconscio copia/incolla da ciò che si apprende attraverso i mass media.

La mania ormai diffusa, specie fra i ragazzi, di riprendere scene anche insignificanti della vita quotidiana e pubblicarle in rete, non è altro, in fondo, se non questo; il desiderio di trasformare il banale quotidiano in una piccola fiction. Come se, mostrata al pubblico, la rappresentazione mediatica della realtà diventi più vera della stessa realtà, cessi di essere banale ed acquisti maggior valore. 

Talvolta, però, succede che la vita ci richiami drammaticamente alla vera realtà. Allora ci si sente perduti, smarriti, senza la forza e la capacità di reagire, perché il dramma non era previsto nella nostra fiction. Si può solo sperare che l’autore ci scriva la prossima puntata, possibilmente con un lieto fine che risolva i nostri problemi. E si scopre così, dramma nel dramma, che quel pietoso autore non esiste, che il Deus ex machina era anch’esso un trucco scenico, una finzione, e che la vita non è una fiction. E non succede mai ciò che accadeva in un vecchio film di Woody Allen “La rosa purpurea del Cairo“. In fondo, è meglio che non accada, sarebbe molto imbarazzante…