Sanremo e i riti collettivi

Anche questo festival è passato e, per fortuna, siamo sopravvissuti. Anche perché non l’ho visto nemmeno per sbaglio. Ma a quanto riporta la stampa ha avuto un successo enorme, toccando oltre il 50% di share. Non esprimerò giudizi sul festival, né sui conduttori, i cantanti e le canzoni, né su chi lo segue; non meritano tanta attenzione. Stendiamo un velo pietoso. Mi viene in mente, però, qualcosa che scrissi tempo fa sui riti collettivi. La gente ne ha bisogno, sono appuntamenti fissi che scandiscono il ritmo dell’esistenza. E più si è numerosi a seguire un evento, più ci si sente gratificati ed in buona compagnia. La condivisione del rito ci rassicura, perpetua la nostra appartenenza al branco. Così c’è sempre qualche evento musicale, sportivo, politico, che rinnova periodicamente questo rito. Ecco, Sanremo è uno dei riti collettivi che ci accompagnano nella vita; puntuali, come le tasse e l’influenza invernale.

Masquerade (Riti collettivi – 2013)

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

Festa di popolo

Masquerade.

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta nessuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

A proposito…

Oggi a Cagliari si celebra la festa di Sant’Efisio. Per curiosità accendo la TV su una rete locale che trasmette in diretta la sagra alla quale partecipano numerosissimi gruppi “folk” provenienti dai paesi della Sardegna, nei loro caratteristici costumi, tutti diversi, ricchi e colorati e impreziositi da monili in oro, argento e corallo. Uno spettacolo. Ora, a parte la bellezza dei costumi, c’è però un dettaglio: la festa dovrebbe essere religiosa. Anticamente era una lunga processione di fedeli che devotamente, con preghiere e canti religiosi, accompagnava il cocchio con il simulacro del santo, attraverso le vie della città. Chi vuole maggiori notizie può trovarle in rete. Poi, col passare degli anni e la partecipazione di sempre più numerosi gruppi provenienti dall’interno dell’isola, si è trasformata in una sfilata di persone in costume che, più che una processione religiosa, è molto simile alle classiche sfilate di moda. Diciamo una rassegna dei costumi sardi, a beneficio di chi non li conosce. Un evento mondano a beneficio dei turisti. Con l’avvento della televisione, infine, è diventata uno dei tanti eventi mediatici, con tanto di commentatori, più o meno esperti, e di telecronisti che fanno sfoggio di tutte le banalità di repertorio.

Prova ne sia il fatto che vengono allestite apposite tribune per consentire a turisti ed ospiti illustri di assistere alla “sfilata”. Altra prova della “laicità” della sagra è data dai commentatori televisivi, che si sforzano di trovare sempre qualcosa da dire sui costumi e la provenienza dei gruppi (hanno orrore del silenzio, così continuano a ripetere per delle ore la solita tiritera sulla bellezza dei costumi e sulla loro ricchezza) mentre le persone in costume sfilano e sorridono alle telecamere, non in atteggiamento di preghiera e di devota partecipazione, ma consapevoli di essere ammirati dalla folla e ripresi dalla TV. Una cronista di strada, invece, chiede alle persone che affollano il percorso, un parere sulla festa. Ma non sull’aspetto religioso. No, chiede cosa pensano della sfilata, dei costumi e quali hanno ammirato di più.

Ecco, il protagonista della festa non è Sant’Efisio, sono i costumi e le belle ragazze che li indossano. E’ una festa religiosa, ma il santo passa in secondo piano. Non si partecipa per pregare e testimoniare la fede, ma si intervistano le persone per sapere quali costumi hanno ammirato. Un trionfo di retorica e banalità. Se poi intervista un turista venuto apposta per vedere la sagra e ci delizia esprimendo giudizi entusiasti sulla “sfilata” e sulla Sardegna, allora andiamo in brodo di giuggiole, dimentichiamo tutti i guai che affliggono la Sardegna e siamo appagati. Giusto perché qualcuno ci dice “Bella la Sardegna…”.

Basta poco per farci dimenticare l’inquinamento del territorio, la disoccupazione, la povertà, la crisi del Sulcis, i danni ed i morti delle devastanti alluvioni, gli incendi che bruciano ogni anno la nostra terra, le promesse mai mantenute dal potere (sia dal governo centrale, sia da quello locale), le cattedrali nel deserto, autentiche fabbriche di cassintegrati.  Basta che qualcuno dica che la Sardegna è bella e che i nostri costumi sono fantastici e  siamo felici, beati come bambini davanti ad un regalo inatteso. Del resto abbiamo sempre avuto un mare stupendo e le spiagge più belle del mondo. Ma non lo abbiamo mai capito, sulla sabbia bianchissima delle nostre spiagge transitavano le greggi. Finché non è venuto l’Aga Khan, ha inventato la “Costa Smeralda” ed ha rivelato al mondo che la Sardegna era bellissima.

Solo allora lo abbiamo capito. E per ammirare le bellezze che erano da sempre sotto i nostri occhi si partiva in pullman, in gita turistica per scoprire la Costa Smeralda. Ecco, noi siamo così, per sapere chi siamo e cosa vogliamo, deve venire qualcuno da fuori a dircelo. Vale anche per la sagra di Sant’Efisio in versione sfilata moda primavera/estate. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che è bella. Ma tutto passa, tutto cambia, tutto si evolve, anche la sagra di Sant’Efisio: da processione religiosa è diventata sfilata di costumi. Indecente, irriguardoso, ridicolo, osceno, quasi oltraggioso. Non è la sagra di Sant’Efisio, è la “sfilata” di Sant’Efisio. Dovrebbero inserirla in calendario fra sfilate di moda nazionali. E non dico altro per carità cristiana. Un ultimo consiglio per i telecronisti della sfilata di moda: se qualche volta restate in silenzio non casca il mondo. Anzi, è solo un modo per dire meno banalità.

Ottobrata romana

Più calda del solito questa ottobrata romana: bombe carta, petardi, fumogeni, cassonetti incendiati, vetrine rotte, assalto ai blindati della polizia (foto). Abbiamo visto nei vari TG le immagini di queste “tranquille e pacifiche” proteste. Niente di nuovo, scene già viste centinaia di volte. Del resto in democrazia è garantito a tutti il diritto di manifestare, protestare, sfilare in corteo, insultare le istituzioni, aggredire le forze dell’ordine, sfasciare vetrine, incendiare cassonetti e auto, lanciare corpi contundenti addosso ai poliziotti. Tutto lecito, dicono che il diritto di manifestazione sia sacrosanto, garantito dalla Costituzione. E se lo dice la Costituzione deve essere vero.

Deve pensarlo anche Erri De Luca, scrittore e intellettuale “de sinistra” (in tutti i sensi), quello che giustifica le violenze ed i vandalismi dei No Tav. Violenze che dagli inquirenti sono state definite come “atti finalizzati al terrorismo ed all’eversione“, ovvero un reato gravissimo (Accuse di terrorismo per i No Tav). E De Luca li giustifica. Anzi, ha affermato di aver partecipato personalmente ad alcune proteste: “Ho partecipato ai sabotaggi No Tav(La Repubblica). Ma stranamente nessuna procura apre un fascicolo nei suoi confronti per “apologia di reato“. Strano, vero?  Sarà che quando gli indiziati sono di sinistra si chiude un occhio e “l’obbligatorietà dell’azione penale” viene momentaneamente sospesa?

C’era anche lui all’Ottobrata romana di oggi, per portare sostegno ai compagni No Tav. Non poteva mancare. Dove si protesta lui c’è. Lo abbiamo visto intervistato in strada, durante la manifestazione, dal TG2. Dice De Luca che i manifestanti di oggi sono come i “Comitati di salute pubblica…così li chiamo io“. Immaginiamo che, mentre lo dice,  veda scorrere nella mente immagini di sommosse popolari, sans culottes e teste mozzate. Già, gli intellettuali di sinistra sono così, hanno la fantasia fervida e sognano ancora di rivoluzioni, processi di piazza e nobili giustiziati in nome della libertà.

Non è il solo a sognare una nuova presa della Bastiglia. Anche i grillini si fanno chiamare “Cittadini“. Sarà un caso? Di questo passo torneremo presto al “Terrore“. A quando la ghigliottina in piazza?

Masquerade

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

linus

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

Siena fra Palio e rete

A Siena devono avere una particolare passione per gli animali. Dopo aver fatto correre i cavalli al Palio delle contrade, hanno fatto sfilare gli animali da cortile nel Palio delle contrarie, quelle che sono sempre pronte a starnazzare contro qualcosa o qualcuno. Così si son potute ammirare oche, pavoncelle, anatre, gallinelle e vecchie galline da brodo. Ma invece che fare l’uovo, hanno fatto la “Rete“.  Deve trattarsi, ovviamente, della rete di recinzione del pollaio…

Carnevale romano

Grande successo dell’Europride. Un lungo e festoso  corteo ha attraversato Roma a suon di musica, slogan, cartelli, striscioni. Una parata in cui hanno sfilato personaggi pittoreschi, maschere e perfino 40 carri allegorici, come a Viareggio. Insomma, una carnevalata romana fuori stagione. Presenti anche numerosi esponenti della politica. Immancabile, ovviamente, Nichi Vendola che appare ovunque ci sia una manifestazione, una protesta, un corteo o un palco da cui arringare i suoi fedeli. Subito attorniato da cronisti d’assalto, ansiosi di ricevere la dichiarazione quotidiana del nuovo guru della sinistra, il nostro Nichi ha rilanciato il vecchio e caro slogan in difesa dei diversi o, se volete, dei diversamente normali: “La diversità è una ricchezza“.

Questo slogan, però, bisognerebbe trattarlo come i prodotti tossici, con estrema cautela e tenere lontano dalla portata dei bambini, perché si presta a diverse interpretazioni. Facciamo degli esempi pratici. Al mondo esistono persone oneste e delinquenti i quali, chiaramente, sono diversi dagli onesti. Ne consegue che, essendo una diversità, i delinquenti sono una ricchezza. Esistono persone moderate, miti e pacifiche ed esistono prepotenti e violenti i quali, sono, evidentemente diversi. Quindi anche i violenti, essendo diversi, sono una ricchezza. Anche i mafiosi sono diversi o, se preferite, “diversamente onesti“; quindi anche i mafiosi sono una ricchezza. Ed anche i mafiosi sono orgogliosi di essere dei boss. In futuro, quindi, potrebbe svolgersi una manifestazione per rivendicare l’orgoglio della diversità mafiosa: il “Mafiapride”.

Esistono i ricchi ed esistono i poveri la cui diversità dai ricchi è evidente a tutti. Anche i poveri, dunque, essendo diversi sono una ricchezza. Può sembrare un’interpretazione distorta del motto vendoliano, ma non lo è. Anzi, è del tutto logica. Così logica che potremmo esprimere il concetto con un classico sillogismo:

a) La diversità è ricchezza.

b) La povertà è diversità.

c) La povertà è ricchezza.

Beh, signori, questa è logica, mica un editoriale di Repubblica. Come se non bastasse, a complicare le cose ci si mette anche Lady Gaga, giunta a Roma come madrina della manifestazione ed ormai icona di gay, lesbiche, trans, monosessuali, bisessuali, plurisessuali etc…Anche lei, intervenendo prima dell’esibizione canora, ha voluto lanciare il suo slogan, urlandolo alla folla plaudente: “Uguaglianza subito“. Ora, come è risaputo, uguaglianza e diversità non sono solo difficilmente compatibili, ma sono opposti e contrari. Ma allora ha ragione Vendola o Lady Gaga? Ragazzi, mettetevi d’accordo. E’ chiaro che in zona europride hanno le idee un po’ confuse e non solo in materia sessuale.

Come conciliare questa contraddizione? Sembra che in un primo momento avessero pensato di basarsi sul calendario. Nei giorni pari si esalta la diversità e nei giorni dispari si chiede l’uguaglianza. Ma non è molto funzionale, perché i due concetti sono ugualmente importanti e possono essere usati secondo le circostanze e la convenienza. Potrebbe capitare, quindi, che nei giorni pari sia più utile alla causa parlare di uguaglianza ed in quelli dispari appellarsi alla diversità come ricchezza. Per non precludersi alcuna possibilità, sembra che abbiano optato per uno slogan double face, utilizzabile sempre. In verità gli slogan sono due: “Uguaglianza delle diversità“, oppure “Diversità delle uguaglianze“. Da usare a piacere. Ricorda un po’ le convergenze parallele di Moro, ma è facile da usare e va sempre bene.

uguaglianza acli

Insomma, è una nuova corrente di pensiero. Quella di chi dice che il vento è cambiato,  che esiste un’Italia migliore, che si propone come il nuovo che avanza. Ecco due esemplari del nuovo che avanza, due modelli sociali da seguire e imitare, due icone del nuovo mondo migliore: Vendola e Luxuria. Con questi modelli sociali si prospetta per l’Italia un futuro roseo. Anzi, rosa shocking. Ma non lasciatevi ingannare, oggi niente è quello che sembra. Chi indossa abiti maschili non sempre è un maschio.  E chi indossa  abiti femminili non necessariamente è una donna. Apparentemente sembrano uomini e donne, sono quasi uguali, ma sono diversi. Diciamo che sono diversamente uguali o ugualmente diversi. In ogni caso, è bene leggere attentamente le istruzioni, maneggiare con cura, tenere lontano dalla portata dei bambini e, per evitare spiacevoli sorprese, accertarsi bene prima dell’uso.

Vendola, Luxuria, Paola Concia

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L'uccello di Berlusconi

Un centinaio di colibrì, dono del Perù all’Italia, felicemente ospiti del parco di Miramare a Trieste, rischiavano di essere “sfrattati“. Già, la burocrazia non perdona, si sfrattano anche gli uccelli. Per fortuna sono stati salvati dall’intervento personale di Berlusconi, come riferisce oggi Vittorio Sgarbi sul Giornale: “Gli uccelli di Berlusconi“. Pare che del caso si siano occupate personalmente anche i ministri Prestigiacomo e Brambilla; non è charo se per competenza ministeriale, oppure perché esperte di uccelli.

Il caso, come prevedibile, ha suscitato scalpore e polemiche. L’opposizione, tanto per cambiare, attacca. Bersani accusa il premier di “Trasformismo” per nascondere le difficoltà del Governo, spostando l’attenzione: “Dalle passere ai colibrì“. La Finoccchiaro, tanto per fare qualcosa, ha chiesto che Berlusconi riferisca in Parlamento. Un gruppo di deputati ha presentato una mozione di sfiducia chiedendo le dimissioni di un ministro: uno a caso. Di Pietro accusa il premier di interessi personali, sollevando il dubbio che sia una manovra per spostare i preziosi colibrì ad Arcore. Ma Berlusconi smentisce: “A casa mia basta un uccello: il mio.”.

Nichi Vendola, governatore della Puglia, accusa Berlusconi di abuso di potere e di ingerenza negli affari di competenza regionale. E minaccia: “Giù le mani dagli uccelli pugliesi.  Ci penso io.“. L’associazione “Uccelli d’Italia” accusa il premier di usare due pesi e due misure. Salva i colibrì, ma non ha fatto niente per le tortore di Faenza. Intanto esplode l’interesse per gli uccelli, di ogni genere e specie e, fiutando l’affare, fioriscono le iniziative. A Milano viene in tutta fretta allestita una mostra su Paolo Uccello e la Scala inserisce in cartellone “L’uccello di fuoco” di Stravinskij. A Roma Veltroni, forte della sua competenza come cineoperatore, organizza una rassegna di celebri uccelli del cinema: dal capolavoro di Hitchcock “Gli uccelli“, a “Uccellacci e uccellini” di P.P.Pasolini e “L’uccello dalle piume di cristallo” di Dario Argento. Seguirà dibattito moderato dal noto critico cinematografico Enrico Ghezzi, quello che “Mi spezzo, ma non mi spiego“.

Anche la stampa cavalca la notizia. Il Manifesto riporta in prima pagina una grande foto di Berlusconi con un lungo becco e titola “L’uccello del malaugurio“. Repubblica, in un lungo editoriale, avanza sospetti sugli interessi privati del premier e prepara un elenco di dieci domande sulla sua vita privata e sul rapporto con gli uccelli. L’Unità tenta lo scoop e lancia l’ipotesi che si tratti di una sorta di outing del premier e titola “Berlusconi cambia gusti: dalla gnocca all’uccello“. Anche Bruno Vespa, sempre pronto a cavalcare la notizia, ha annunciato una puntata speciale di “Porta a porta”, con immancabile plastico delle voliere, dal titolo “Tutti gli uccelli del Presidente“.

Intanto nascono manifestazioni spontanee in tutta Italia. A Roma un lungo corteo attraversa via del Corso e si dirige verso palazzo Chigi. In testa al corteo spiccano alcuni noti appassionati di uccelli: Vendola, Aldo Busi, Alessandro Cecchi Paone, Cristiano Malgioglio, Platinette e Luxuria. Dietro un migliaio di donne, bruttine stagionate e casalinghe disperate, che sostengono un lungo striscione “Più uccelli per tutti“.

Rivoluzione: sì, ma con calma, non c'è fretta…

Le idee rivoluzionarie e sovversive o, più moderatamente, il senso di ribellione verso la società, sono come le malattie esantematiche: ci passano quasi tutti. Per fortuna si superano abbastanza facilmente e senza conseguenze. Poi si cresce e restano solo un ricordo. Ma non sempre. In alcuni casi i sintomi permangono anche in età giovanile o adulta. Così, capita di incontrare persone che continuano a propugnare la necessità di cambiare il mondo e fare le loro piccole o grandi rivoluzioni contro le multinazionali, il capitalismo, la borghesia, la società consumistica o, più semplicemente, contro il potere di qualunque genere e colore. Ma è da giovani che si sente con più forza questo istinto rivoluzionario. E in qualche modo bisogna sfogarlo. Così, ogni pretesto è buono per scendere in piazza, sfilare in corteo, urlare qualche slogan, bruciare quello che capita, tanto per riscaldare il clima, e fare le prove di guerriglia in previsione del grande giorno della rivoluzione.

Poi, la sera, questi piccoli apprendisti rivoluzionari tornano a casa, dove sono assicurati vitto, alloggio, paghetta settimanale e dove c’è sempre la mamma che li attende con ansia e provvede a fare la spesa, cucinare, lavargli la biancheria ed il culo. Mangiano, bevono, dormono tranquilli nella loro bella cameretta adornata con le immagini di Che Guevara, e il giorno dopo riprendono, con calma, la loro opera di predicatori e salvatori del mondo, contro il capitalismo, il consumismo, il potere e le comodità borghesi. E qualche volta aprono un blog…

Il futuro è dei giovani.

Oggi grande manifestazione della CGIL a Roma. Più se ne fanno, meglio è. Sembra che in Italia i problemi si risolvano con i cortei, gli scioperi, le manifestazioni e passeggiate sui tetti romani. Ne sono convinti. Del resto, questa gente ha impiegato 70 anni a capire che il comunismo era fallito. Hanno bisogno di tempo per riflettere e capire, sono lenti, ma prima o poi ci arrivano. Basta dargli tempo. Non risolvono i problemi, ma servono a tenere alta la tensione, la protesta e far credere che questo sia lottare per i lavoratori. Intanto, i capi popolo, lautamente stipendiati, dopo, tornano nei loro salotti TV, nelle loro belle case riscaldate, al Parlamento, negli attici romani a discutere di fuffa. Gli altri, operai, impiegati, precari, disoccupati, pensionati, tornano in fabbrica, nei casermoni di periferia con il riscaldamento fuori uso, mille euro al mese, si guardano il TG che mostra il loro corteo,  pensando orgogliosamente “Io c’ero“, e così si tira a campare, fino al prossimo corteo. Va avanti così da 60 anni. E ancora non l’hanno capito.

Presenti, con la Camusso, nuovo segretario generale della CGIL, anche Bersani e Rosi Bindi, sorridenti. Cos’abbiano da ridere non si sa, ma l’importante è mettersi in posa per la foto ricordo. Bersani è appena sceso dal tetto di Architettura, per mostrare solidarietà agli “studenti”, si fa per dire, ed eccolo pronto a dare solidarietà anche alla CGIL. Beh, visto che non sanno più cosa fare, non hanno uno straccio di idea propria, almeno partecipano alle manifestazioni degli altri. Così si fa finta di occuparsi di politica e di guadagnarsi pane e companatico. L’importante è partecipare, esserci, mostrarsi e finire in prima pagina.

bersani bindi camusso

In testa al corteo, come riporta la stampa, il solito striscione con lo slogan del giorno che recita “Il futuro è dei giovani“. Ma pensa tu, chi l’avrebbe detto! Noi eravamo convinti che il futuro fosse dei vecchi, dei nonni, degli anziani in ospizio. Invece no, sbagliavamo, il futuro è dei giovani. Meno male che c’è la CGIL a farci la grande rivelazione. Certo un’idea come questa mica vine così, su due piedi, a chiunque. E’ roba da intellettuali, da maestri del pensiero, da grandi leader politici, insomma da cervelloni. E chissà quanto tempo hanno passato, spremendosi le meningi, per arrivare a scoprire questa nuova fondamentale legge dell’universo. Geniali! La stampa non lo riporta, ma non mi stupirei che in coda al corteo ci fosse lo striscione di chiusura che recita “Non ci sono più le mezze stagioni – Governo ladro“.

Il bello di internet

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