ll Papa è sereno

Bergoglio mi ricorda un vecchio personaggio di Carosello: “Lo frate Cimabue, che se una cosa fa ne sbaglia due“. Poi non dite che ce l’ho col Papa, è questo Papa che ogni giorno ne spara una nuova. Ma non sarà che lo Spirito Santo che dovrebbe ispirarlo e proteggerlo, ultimamente è distratto? Ecco l’ultima della giornata: “C’è corruzione, ma non perdo la serenità“.

Papa serenoSi riferisce ai tanti guai che deve affrontare all’interno della Chiesa ed anche alla contestazione interna che lo mette sotto accusa. I manifesti apparsi nei giorni scorsi a Roma ne sono un chiaro sintomo (Pasquinate romane). Ma lui non si preoccupa più di tanto. Anzi, ecco cosa dice: “Per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo“. Come dire che lui delle contestazioni se ne frega e tira dritto. Buono a sapersi. Così, quando ci ricorda, un giorno sì e l’altro pure,  che dobbiamo pensare ai poveri, agli ultimi, agli emarginati, ci ricorderemo del suo saggio consiglio; invece che occuparcene, risponderemo con un “sano menefreghismo” e con una buona dose di “sano egoismo” penseremo ai cavoletti nostri. Lo stesso faremo davanti a quelli che scappano dalla guerra e dalla fame, ai fratelli musulmani che ci invadono ed ai naufraghi che muoiono in mare: menefreghismo.

Ho detto spesso in passato che quest’uomo non si rende conto di quello che dice. Parla troppo ed a vanvera, senza riflettere sulla possibilità che le sue parole vengano male interpretate, distorte e strumentalizzate.  E questa superficialità non depone certo a favore del suo livello intellettuale.  Immagino che, riferendosi alle accuse che gli vengono mosse, il suo atteggiamento sia quello di non dare troppo peso e di non lasciarsi influenzare e condizionare dalle contestazioni e dalle accuse. Bene, e fin qui gli possiamo dar ragione. Ma se questo concetto lo esprime dicendo che risponde con un “sano menefreghismo“, allora sorge un problema, perché quella frase non la si legge come una dichiarazione valida solo su un problema specifico, contingente e circoscritto ad un episodio isolato. ma assume valore generale. E lo assume perché quella frase non è detta da Gigetto al bar dello sport della Garbatella, ma dal Papa, capo e guida spirituale della Chiesa, il quale, anche quando non parla Urbi et Orbi, ha sempre l’autorevolezza del ruolo ricoperto. Quindi non può fare battute come le farebbero quattro amici al bar; prima di parlare deve riflettere bene sul significato di ciò che dice. Chiaro? Se il menefreghismo è la risposta saggia a qualunque problema possa turbarci, allora questo menefreghismo è chiaramente in netto contrasto con tutto ciò che Bergoglio predica in merito al messaggio evangelico di fratellanza e amore per il prossimo.

Perché mai dovrei occuparmi dei poveri e degli ultimi, di chi soffre, di chi è perseguitato, di chi chiede aiuto? Solo il pensiero mi crea ansia e mi pone degli obblighi morali. Allora, per vivere sereno e tranquillo, adotto il consiglio del Papa; un sano menefreghismo. Chiaro? Chiunque senta queste parole ne ricaverà esattamente la stessa conclusione: bisogna essere menefreghisti. Lo dice il Papa.  Allora, sono io che ce l’ho con il Papa oppure è Bergoglio che non si rende conto di quello che dice?

Scuola e residui tossici

Rifiuti, scorie, residui tossici, possono avere diversa origine e provenienza; scarti di lavorazione, scarichi fognari, residui industriali e ospedalieri, prodotti non biodegradabili, fumi e ceneri inquinanti, rifiuti urbani, acidi, detersivi, veleni di ogni genere. Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“. Sono tutti quei concetti, slogan, idee, miti e ideali,  nati sull’onda dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70 e che per decenni hanno caratterizzato e dominato l’opinione pubblica con effetti pesanti sulla cultura, la scuola, l’informazione, la società, l’etica e la politica. Gli effetti di questa ubriacatura ideologica si fanno sentire ancora oggi.

Molti di quegli ideali rivoluzionari si sono persi per strada nel corso degli anni. Sono come l’acne giovanile, i brufoli e le malattie esantematiche; ci passano quasi tutti, poi si guarisce.  Ma qualche traccia è rimasta in alcuni personaggi che sembrano rimpiangere le assemblee studentesche, occupazioni, autogesione, comuni, collettivi e “sesso, droga e rock’n roll“. I residui tossici sessantottini sono peggio dell’amianto; hanno effetti mortali ancora a distanza di decenni.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la dichiarazione del sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che elogiava le occupazioni studentesche. Dice che sono formative ed aiutano a crescere. E ricorda con nostalgia i bei tempi del ’68 quando “nei sacchi a pelo si faceva sesso“. Sono i nostalgici dell’amore libero, della promiscuità delle comuni, di Marcuse, del 6 politico, dello spinello, delle occupazioni e dell’autogestione che sono “esperienze di grande partecipazione democratica“. Dice Faraone che “le occupazioni sono illegali“, ma sono necessarie per la crescita degli studenti. Un rappresentante dello Stato, delle istituzioni, che ricopre un importante incarico di governo e che dovrebbe educare i ragazzi al rispetto della legalità, sta legittimando l’illegalità ed invita esplicitamente gli studenti a compiere atti illegali. E per rispondere alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, oggi ha ribadito il concetto (Vedi ANSA “Faraone ribadisce difesa occupazioni; servono a crescere“).

Poi ci meravigliamo che l’Italia sia in piena decadenza e che i giovani non abbiano più valori. Ecco, non tutti i ragazzi di quegli anni ’60 sono maturati ed hanno superato senza traumi la patologia sessantottina. Alcuni ne portano ancora i segni, rimpiangono le occupazioni, il sacco a pelo, la contestazione della scuola e dell’autorità, il “Vietato vietare“.  Ma siccome bisogna pur campare, poi si danno alla politica, fanno carriera e possono diventare anche sottosegretari all’istruzione; ovvero impersonano e rappresentano quell’autorità e quelle istituzioni che hanno sempre combattuto. Alla faccia della coerenza.

Ma non è un caso anomalo vedere un ex sessantottino che dovrebbe occuparsi della scuola. Nel governo dell’ammucchiata ulivista di Prodi era sottosegretario all’economia Paolo Cento il quale, da buon rappresentante dei Verdi, esaltava i No global, le barricate, le proteste di piazza, la contestazione giovanile, la lotta alla globalizzazione, alle multinazionali ed al capitalismo. Così non deve destare stupore che oggi la formazione e l’educazione dei ragazzi e la funzionalità della scuola sia nelle mani di gente che nel passato ha contribuito a   distruggerla e che oggi, invece che insegnare il rispetto della legalità e  dell’autorità, invita gli studenti ad occupare le scuole; e magari a bivaccare con il sacco a pelo. E’ l’effetto dei residui tossici culturali non ancora smaltiti.

Un comunista alla Scala

Sono diventati come le mezze stagioni: non ci sono più i comunisti di una volta. Niente più proletari, braccianti, operai, mangiapreti alla Peppone e don Camillo. Stenti a riconoscerli. Col tempo si sono evoluti, sono diventati artigiani, piccoli imprenditori, commercianti. I più avveduti, riunitisi in cooperativa, hanno costituito gruppi commerciali che registrano fatturati milionari, in euro. Sono quotati in borsa e danno perfino la scalata alle banche. E’ l’evoluzione della specie.

Così i vecchi proletari che lottavano contro i padroni ed i capitalisti, oggi possiedono belle ville in campagna, con piscina e frutteto intorno, fanno le vacanze a St. Moritz, solcano i mari su eleganti barche a vela da 18 metri, indossano pregiati capi d’abbigliamento  in cachemire, partecipano ad esclusivi party nei salotti romani o milanesi con vista Madonnina o Cupolone, vanno a braccetto con nobili e ricchi borghesi, sono diventati democratici, progressisti e liberal. Insomma, hanno abbandonato il vecchio ed anacronistico Manifesto del Partito comunista, ma hanno tenuto “Il Capitale”,  lo hanno investito in Borsa ed hanno realizzato enormi profitti, diventando dei pilastri dell’economia italiana. Chiamali scemi!

Uno degli illustri esponenti di questa nuova specie sociale, derivata dall’evoluzione comunista, è il sindaco di Milano, Pisapia. Dopo una militanza giovanile in Democrazia proletaria, grazie alla metamorfosi in corso, è approdato a Rifondazione comunista e, col sostegno di SEL di Vendola, ha vinto  le primarie del centro sinistra per la candidatura a sindaco e poi ha vinto le elezioni contro la candidata del centro destra, Letizia Moratti. Ed è diventato sindaco di Milano. Immagino che negli anni della contestazione fosse fra quelli che, fra un corteo, una barricata, uno sciopero, un’assemblea studentesca, un’occupazione di facoltà, si ritrovavano, come appuntamento fisso ed immancabile, a  lanciare uova addosso al pubblico che entrava alla Scala; specie alla Prima, notoriamente appuntamento fisso della borghesia milanese.

Ma il tempo passa, cambiano le stagioni, dalle crisalidi nascono le farfalle e Pisapia, da contestatore, diventa borghese, veste un elegante smoking da sera, con regolamentare farfallina, e va ad assistere alla Prima della Scala, nel palco reale, insieme a varie autorità locali, nazionali ed internazionali. Eccolo, immortalato, elegantissimo, in compagnia del premier Monti il quale, dimenticando per una sera lo spread, l’economia a rotoli, i milioni di disoccupati, le aziende che chiudono, i precari, gli imprenditori che si ammazzano perché assillati dai debiti, l’Italia sull’orlo del baratro (lo ha detto lui), si rilassa nel palco reale, assistendo alla rappresentazione del Lohengrin; cinque ore di Wagner. Roba da strapparsi le budella dalla disperazione.

Eccolo il Pisapia in versione Scala. Dalle uova marce sul pubblico al palco reale. Non c’è che dire, questi comunisti hanno avuto proprio una trasformazione radicale; irriconoscibili. Che bello fare i comunisti in Italia!

Siena fra Palio e rete

A Siena devono avere una particolare passione per gli animali. Dopo aver fatto correre i cavalli al Palio delle contrade, hanno fatto sfilare gli animali da cortile nel Palio delle contrarie, quelle che sono sempre pronte a starnazzare contro qualcosa o qualcuno. Così si son potute ammirare oche, pavoncelle, anatre, gallinelle e vecchie galline da brodo. Ma invece che fare l’uovo, hanno fatto la “Rete“.  Deve trattarsi, ovviamente, della rete di recinzione del pollaio…

Walkiria e manganelli.

Va in scena la Prima della Scala con la Walkiria di Wagner diretta da Baremboim. Evento musicale, culturale, mondano, l’evento clou per Milano e per tutti gli appassionati di lirica, trasmesso in diretta in mezzo mondo. Finalmente anche la RAI si ricorda di essere un servizio pubblico ed inaugura il suo nuovo canale “RAI 5”, sul digitale terrestre, trasmettendo in diretta l’intera serata. Ovvio che anche la stampa se ne occupi. E’ suo dovere informare il pubblico. Anche perché non tutti conoscono la Walkiria, Wagner e Baremboim. Quindi è l’occasione per fornire notizie utili sull’opera, il compositore, il direttore d’orchestra e, se proprio vogliamo esagerare, anzche qualche notizia curiosa sulla mondanità dell’evento. Questo è il compito dell’informazione. Allora, incuriositi, andiamo a vedere come la stampa on line riporta la notizia. Ecco i titoli d’apertura di alcuni fra i maggiori quotidiani nazionali…

Corriere della sera

Scala corriere 

 

Repubblica

Scala Repubblica 

 

La Stampa

Scala Stampa

L’Unità

Scala Unità

Si resta perplessi a leggere questi titoli; lacrimogeni, feriti, manganelli. Tutto sembra meno che parlino di un evento musicale. Potrebbe essere il resoconto di un qualunque sciopero o corteo No global, uno dei tanti. Eppure non abbiamo sbagliato sito o quotidiano. Allora ci ricordiamo che oggi la stampa è come le medicine; leggere attentamente le istruzioni prima dell’uso. In questo caso significa ricordarsi che la stampa fornisce le notizie secondo un particolare criterio che non necessariamente è quello più logico o quello che ti aspetti. Così, se parlano della Prima della Scala, non devi aspettarti che parlino necessariamente dell’opera. Parlano dei contestatori. Ci frega assai della Walkiria, di Wagner, di Baremboim, ciò che conta sono quei quattro cialtroni protestanti di professione che contestano davanti al teatro. Questa è la notizia da prima pagina. Al diavolo la cultura. 

Questa è quella che chiamano informazione, diritto di cronaca e libertà di stampa.  E’ lo stesso sistema che usano quando trattano di politica. Non parlano dei fatti concreti, degli atti di Governo, parlano del contorno, delle chiacchiere di corridoio, di battute raccolte al volo, di pettegolezzi. Ecco perché invece che parlare del’opera di apertura della Scala, parlano dei protestanti fuori dal teatro. Così si evita di fare vera informazione. E’ la stampa, bellezza!

A proposito, vorrei dare un consiglio agli “studenti” manganellati dalla polizia. C’è un sistema molto semplice per evitare manganellate: stare lontani dai manganelli. Per esempio, invece che uscire al freddo ed al gelo, restare a casa a studiare. Nessuno verrà a manganellarvi nella vostra calda cameretta addobbata con bandiere rosse, caschi e passamontagna d’ordinanza (fanno parte della divisa da studente) e ritratti di Marx e Che Guevara. Così voi state tranquilli e L’Unità non dovrà fare quei titoli allarmistici da guerra civile.

 

Abbiamo l’eufemismo nel sangue (ma non è grave…)

A quanto pare, chiamare le cose con il loro nome non si fa, non è politicamente corretto. L’ultimo esempio è dato dall’etiope arrestato a Roma per essere uno degli attentatori del 21 luglio scorso a Londra. Le bombe non sono esplose solo per un errore di fabbricazione. Ma, come l’etiope ha affermato, e come viene riportato dagli organi di informazione, e ribadito anche dall’avvocato difensore, non si deve parlare di attentato, ma di "azione dimostrativa". E a nessuno scappa da ridere. Ma non c’è da meravigliarsi, per noi è normale evitare di chiamare le cose con il loro nome. Siamo portati ad addolcire la pillola, ad inventarci circonlocuzioni e neologismi. Storia vecchia, fin da quando si usava chiamare lucciole le puttane.

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Effetti collaterali a distanza…


Ormai non c’è più limite alla scienza ed alla tecnologia umana. Una volta per trasmettere informazioni a distanza si usavano segnali di fumo o acustici. Ma erano molto limitati. Poi arrivarono i segnali radio. I primi esperimenti di trasmissione di segnali radio a distanza risalgono addirittura agli ultimi anni dell’ottocento, ad opera di Guglielmo Marconi. E fu proprio Marconi, il 26 marzo del 1930, a stupire il mondo con un esperimento clamoroso. Dal suo yacht Elettra, ancorato a Genova, inviò un segnale radio e, incredibile, accese le luci del municipio di Sidney in Australia. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti (e anche fuori dai ponti…e se solo l’avessero raccolta non si avrebbe paura della siccità) e la scienza non si è fermata. Oggi si riesce a trasmettere a distanza qualunque cosa, con effetti spesso incredibili. Per esempio, proprio oggi in Scozia si tiene un importante incontro fra i potenti della terra. Bene, sembra che per festeggiare l’incontro si siano radunati molti giovani. E si sa, i giovani sono impulsivi, giocherelloni, e così, tanto per distrarsi, si divertono a spaccare qualche vetrina, bruciare qualche auto, lanciare cassonetti e oggetti vari sui poliziotti, così tanto per fare un po’ di casino. Ma la cosa incredibile è che, a quanto pare, tutto questo ha un effetto collaterale a distanza. Sì, loro fanno casino a Edimburgo e in Africa diventano meno poveri. Incredibile, vero? Eh sì, miracoli della scienza moderna. Boh…!?
Riferimenti: ( Torre di Babele)

Da grande voglio fare la rivoluzione (ma con calma…non c’è fretta…)

Le idee rivoluzionarie e sovversive o, più moderatamente, il senso di ribellione verso la società, sono come le malattie esantematiche: ci passiamo quasi tutti. Per fortuna si superano abbastanza facilmente e senza conseguenze. Poi si cresce e restano solo un ricordo. Ma non sempre. In alcuni casi i sintomi permangono anche in età giovanile o adulta. Così, capita di incontrare persone che continuano a propugnare la necessità di cambiare il mondo e fare le loro piccole o grandi rivoluzioni contro le multinazionali, il capitalismo, la borghesia, la società consumistica o, più semplicemente, contro il presunto capitalista affamatore del popolo, titolare di una piccola attività artigiana o commerciale nel quartiere, la cui gravissima colpa è quella di essere il "padrone".

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