Il prete sodomita

Ovvero; “toccarsi” è peccato, ma non per i monsignori. Premessa. Una volta la confessione era l’incubo dei ragazzini. Allora, molti e molti anni fa (non so come si siano evolute nel frattempo le consuetudini), era quasi un obbligo settimanale, perché la domenica dovevi fare la comunione, che era un  altro “obbligo” irrinunciabile; guai a non farla, ti  si prospettava la visione delle fiamme eterne e si alimentava nella comunità dei fedeli il gravissimo sospetto che, se non facevi la comunione, dovevi essere in peccato gravissimo ed aver compiuto  chissà quali orrendi crimini.  E forse eri anche scomunicato. Rito, quindi, al quale si doveva sottostare senza possibilità di rinuncia, ovviamente previa confessione.

Ma quali peccati può mai commettere un bambino? Difficile immaginarlo, oggi, in tempi in cui  le marachelle infantili ed i piccoli peccatucci quotidiani sembrano scomparsi e derubricati a caratteristiche individuali del comportamento e sono competenza non del confessore, ma dello psicologo. Oggi le anomalie comportamentali, anche le più aggressive e pericolose, e qualunque psicopatologia o disturbo più o meno grave della personalità, vengono giustificate dalle moderne teorie  pedagogiche e da stuoli di psicologi sempre ben disposti a scaricare sulla famiglia e la società le colpe delle turbe infantili, e pure quelle degli adulti, con cause esogene, esterne al soggetto ed involontarie. Insomma, l’individuo, specie se un bambino, quasi mai è responsabile del proprio comportamento; la colpa è della società, della famiglia, della scuola, della televisione, ma mai del diretto interessato. Ma allora non c’erano scusanti più o meno scientifiche, ognuno era responsabile dei propri errori e tutto poteva essere considerato “peccato” grave. Già, perché l’uomo  ha il peccato segnato nel destino. Fin dalla nascita, anzi ancor prima, già nel grembo materno,  l’essere umano si porta appresso l’onta indelebile del “peccato originale“. Ovvio che quando si parte già in peccato, tutto quello che segue non può che essere peccaminoso.

Quindi l’uomo è peccatore per il solo fatto di esistere. Non sei ancora nato, ma già sei un peccatore che, senza la misericordia divina, le più o meno plenarie indulgenze e la benevola intercessione  della Chiesa (una specie di succursale divina sulla Terra, con potere di giudizio insindacabile), sei destinato irrimediabilmente alle fiamme eterne. Ed è evidente che arrostire a fuoco lento per l’eternità non è proprio il massimo delle aspirazioni. Ma se l’uomo è peccatore fin dalla nascita, perché Dio l’ha creato peccatore? Per dimostrare poi la sua misericordia e perdonare quel peccato (forse un errore accidentale, un difetto di lavorazione; può succedere a tutti) che Egli stesso ha creato? Tanto valeva creare da subito un uomo perfetto, puro ed innocente, ed  evitarsi poi  la cura di doverlo perdonare. Oppure, dopo averlo creato, invece che spedirlo subito a colonizzare la Terra, avrebbe potuto sottoporlo ad un periodo di prove e verifiche per accertare il buon funzionamento e scoprire eventuali anomalie; e poi, nel caso si riscontrassero errori di progettazione, correggerli.  Con i controlli preventivi si evitano anche brutte figure,  gravi danni e conseguenze per l’immagine e la credibilità del produttore. Altrimenti, in mancanza di verifiche, succede, come alla Volkswagen, che poi si scoprono le magagne e si devono richiamare milioni di modelli.  Ma come si fa oggi a richiamare miliardi di uomini per correggere quel piccolo difettuccio iniziale che è il peccato originale?

Per fortuna Dio è così misericordioso che è disposto a perdonare tutto e tutti, anche i propri errori: può farlo, è Dio! Ma in ogni caso  quel peccato resta. Ne consegue che ogni atto e pensiero umano  è comunque viziato da questo “peccato originale“, così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia esattamente. Ora, per capire la gravità di questo “bug della creazione“, pensiamo che se in un calcolo matematico si commette un errore di partenza, l’errore si ripercuote sull’intero  procedimento ed il risultato finale sarà, inevitabilmente, errato.  Così tutta l’esistenza dell’uomo, viziata da quel “peccato originale” di partenza, da quell’errore iniziale,  è  irrimediabilmente fonte di errore e peccato. Ecco perché la Chiesa, per alleggerire questo insopportabile peso, ha inventato la confessione. Quel peccato è una colpa gravissima, una macchia di disonore nel cuore dell’uomo. Per fortuna si lava facilmente. Così, grazie alla confessione ed alla misericordia divina, con tre Pater Ave e Gloria, ti assolve dai tuoi peccati e torni lindo, pulito e fresco, come appena uscito dalla lavatrice; dicono.

Questo insegnavano già alle elementari ed al catechismo. Ovvio che, con queste premesse da Santa Inquisizione ci si sentisse sempre colpevoli di qualcosa. Si inculcava già nei bambini, anche se teneri e innocenti come  puttini, la consapevolezza e la convinzione di essere in peccato comunque, anche se non avevi commesso azioni peccaminose; basta il pensiero (come i regali di Natale).  Allora, tanto per giustificare la confessione, si dava sfogo alla fantasia e si “confessava” di aver disubbidito ai genitori, di aver detto le bugie, di aver bestemmiato, di aver fatto qualche dispetto ai compagni di scuola. Insomma, colpe gravissime di questo tipo. Te le inventavi anche se non era vero, perché dire o pensare  di non aver commesso peccati sarebbe stato, a sua volta,  un grave peccato di superbia; peggio che mai. L’uomo deve essere peccatore per forza, per natura, senza scampo o possibilità di redimersi dal peccato. A meno che non si sia San Francesco, o santi e beati equipollenti.

La confessione partiva, quindi, scaricando subito in pochi secondi peccati e peccatucci gravi e meno gravi, veniali e mortali, veri o presunti, e si restava in attesa della fatidica domanda che arrivava implacabile. La voce bassa, inquisitoria e minacciosa di quel Torquemada che si celava dietro la grata, ti chiedeva se avevi commesso atti impuri, se “ti toccavi“. Ora, toccarsi a quella età è istintivo e naturale, come succhiare il latte materno. Se il buon Dio non vuole che i bambini “si tocchino” non doveva mettere quel gingillo sporgente e penzolante proprio lì, a portata di mano. Altrimenti dobbiamo pensare che lo abbia fatto per  pura cattiveria, per indurti in tentazione e metterti alla prova. E non è un bel gesto, è proprio mancanza di fiducia. Posto, dunque, che è scontato che i bambini si tocchino, la risposta era sempre un “Si”, sussurrato in tono di vergogna e di supplichevole richiesta di perdono.  Ma non bastava, perché avuta la conferma, il confessore continuava chiedendoti anche come, dove, quando lo facevi e, soprattutto, quante volte.  E la richiesta di questi dettagli ti lasciava sempre una sensazione di disagio, come se quelle domande non fossero strettamente indispensabili,  ma sconfinassero nella curiosità morbosa. Il dubbio era legittimo e resta ancora oggi.

Bene, fatta questa lunga premessa sulla confessione (ma necessaria per capire il nesso con la notizia del giorno), arriviamo al dunque. Due giorni fa monsignor Krysztof   Charamsa, nel corso di una conferenza stampa in Vaticano, ha fatto “outing“; ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità (“Io gay, ho un compagno“), dedicando questo suo atto alla “fantastica comunità gay, lesbica e transessuale“, e chiedendo al vaticano ed al Papa comprensione, rispetto per le scelte sessuali e riconoscimento dei diritti.  E’ il trend del momento, non passa giorno che qualche noto personaggio non dichiari pubblicamente le sue bizzarre abitudini sessuali. Anzi, dichiararsi gay oggi sembra quasi un titolo di merito. Lo ha fatto anche questo prete.

Non un qualunque curato di campagna, un insignificante don Abbondio, ma un monsignore, teologo e componente della Conferenza per la dottrina della fede. E lo ha fatto proprio alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Un caso? Non credo, anzi ha valutato bene il momento per dare massima visibilità alle sue dichiarazioni. Oggi l’aspetto mediatico è quasi tutto, il mezzo è il messaggio stesso, come diceva McLuhan. Eccolo a lato in una foto che lo ritrae mentre posa teneramente il capo sulla spalla del suo amato compagno. Che carini i nostri fidanzatini del Vaticano. Mancano solo i fiorellini,  i cuoricini, o un Cupido con arco e frecce, come i fidanzatini di Peynet.

Ma, come dicevo, niente di strano, questa è la tendenza, non c’è più una definizione netta e chiara di cosa sia il genere sessuale e di cosa sia la normale attività sessuale. Quelle che una volta erano perversioni, aberrazioni, depravazioni, vizi  e pratiche sessuali  immorali, oggi sono semplicemente abitudini stravaganti, gusti “diversi”. Così, eliminati tutti i limiti e le regole, tutte le variazioni sul tema sono lecite e “normali“; uomini con uomini, donne con donne, trans con trans, bisex, plurisex, in tutte le combinazioni possibili. Fra non molto, ormai ci siamo quasi, ciò che farà notizia non sarà vedere coppie gay e lesbiche, ma sarà vedere una coppia formata da un uomo e una donna; questo sarà lo scoop da prima pagina. E’ di questi giorni la notizia che al Grande fratello, non soddisfatti di aver fatto entrare in partenza un trans, hanno voluto esagerare ed hanno fatto entrare anche una coppia apparentemente costituita da un uomo e una donna. In realtà si tratta di una coppia di trans; lui è una donna diventata uomo e lei è un uomo diventato donna. A questo punto non possiamo più sorprenderci di niente, tutto è possibile.

Certo, ognuno è libero di avere i gusti sessuali che preferisce. Ma se tu vuoi dare libero sfogo alle tue bizzarrie e fantasie sessuali non fai il prete, fai altro. Puoi fare il cantautore e scrivere canzoni rock sui coccodrilli, puoi fare il filosofo ed inventarti una teoria sul pensiero debole, puoi scrivere romanzi che parlano di sodomie, puoi fare il direttore di settimanali di gossip, puoi fare il concorrente al Grande fratello o il giudice al concorso di Miss Italia, puoi anche dedicarti alla politica e diventare presidente di una Regione, oppure fare lo stilista e saresti in buona compagnia. Insomma, le opportunità non mancano. Tutto puoi fare, meno che il prete. Fare il prete, che significa rispettare il voto di castità, e pretendere di avere una relazione affettiva e sessuale, significa avere le idee molto, ma molto confuse. Pretendere poi, di avere questa relazione nemmeno con una donna, ma con un uomo  e, per di più, di avere anche l’approvazione della Chiesa, rasenta l’alzheimer; è idiozia pura.  Né più, né meno.

Questo monsignore, che  è anche un autorevole teologo e membro della Conferenza della dottrina della fede, dovrebbe conoscere a menadito le sacre scritture, compresa la storiella di quelle città  distrutte dal fuoco divino a causa della perversione sessuale degli abitanti. O forse monsignor Charamsa ha studiato su una Bibbia apocrifa di produzione cinese, taroccata, nella quale mancavano alcune pagine importanti, fra le quali proprio quelle su Sodoma e Gomorra?  Non si sa; è proprio il caso di dire “Mistero della fede”.

Ora, fatta questa lunga premessa su peccati più o meno originali, su “toccamenti infantili“, su confessione e confessori curiosi, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché se un bambino innocente “si tocca” commette peccato mortale, e se invece lo fa un adulto, prete, monsignore e teologo, che non solo si tocca, ma lo tocca anche al suo “compagno”, e ne fa uso improprio (e contro le sacre scritture), infilandoselo in pertugi corporali atti a contenerlo, non commette peccato, anzi, fa cosa di cui essere orgogliosi e per cui chiede la benedizione della Chiesa? Perché? Ecco, questo è un grande mistero della fede che il monsignore teologo, che dovrebbe conoscere molto bene la materia.  ha dimenticato di spiegarci. E’ a questi preti e monsignori che i bambini devono confessare la colpa di toccarsi e sentirsi per questo in gravissimo peccato mortale? E’ questa la Chiesa che ci fa sentire sempre colpevoli e ci chiede di far penitenza per i peccati? Sono questi i preti che fin da piccoli ci inculcano il senso di colpa su tutto ciò che riguarda il sesso? Quei preti che poi si gingillano toccandosi, toccandolo al compagno e sul resto stendiamo un velo pietoso? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. E non infieriamo oltre giusto per un piccolo residuo di carità cristiana. Per sua fortuna il Signore è molto misericordioso con tutti: delinquenti, ladri, assassini, mafiosi; e anche preti.

Vedi: “Il peccato originale“.

Il peccato originale

Il peccato originale è così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Però ci fa sentire in colpa. Ecco perché i fedeli cristiani, quando entrano nella casa del Signore, hanno sempre quell’aria contrita, compunta, afflitta, mogia mogia, da  cani bastonati. E’ la convinzione, inculcata nei fedeli da secoli di sermoni e prediche alienanti, di essere peccatori e, quindi, di doversi presentare davanti al Signore in atteggiamento da penitenti.

Anche la liturgia ha sempre un che di penitenziale. Perfino i canti, specie i gregoriani, sono tristi, deprimenti, sanno di conventi di clausura, di monaci in penitenza ed evocano immagini da inquisizione. Ascoltare questi canti può comportare reazioni allergiche, casi di orchite acuta o arrivare, in casi più gravi, a suscitare istinti suicidi, pur di evitare la tortura dell’ascolto. Sembra che la Chiesa viva un’eterna quaresima, anche a Natale. Sembra che sia rimasta al medioevo. Sembra di vedere ancora  schiere di penitenti, vestiti di stracci e col capo cosparso di cenere, che pregando e flagellandosi, percorrono i sentieri sacri che portavano ai santuari, per invocare il perdono divino per i propri peccati.

Già, il peccato. Questo è il punto cruciale, l’origine di quel senso di colpa che affligge gli uomini e che, al cospetto del Signore, li rende così tristi, sottomessi e con la sensazione di essere già condannati e destinati alle fiamme dell’inferno per l’eternità. Non solo i piccoli peccatucci quotidiani, ma quello fondamentale, il primo, il peccato originale. Così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Ce lo portiamo appresso fin dalla nascita, come il debito pubblico. Sei appena uscito dal caldo e rassicurante ventre materno, indifeso, inerme,  innocente, incapace di parlare e proferire bestemmie, incapace di muoverti e compiere qualsiasi azione malvagia, incapace perfino di pensarla, ed hai già dentro di te 30.000 euro di debiti ed il “peccato originale”.

Ecco perché il primo atto del neonato è piangere; forse ha già la consapevolezza di questa sua tara iniziale. Partiamo già svantaggiati con un gravissimo handicap che condiziona tutta la nostra esistenza. E non c’è modo di liberarsi dal fardello di quest’onta indelebile. Non c’è penitenza o implorazione di grazia che tenga. Il peccato ce l’hai e te lo tieni.

Pazienza, si può pensare, visto che siamo peccatori fin dalla nascita, ce ne facciamo una ragione e cerchiamo di vivere la nostra vita da peccatori consapevoli e rassegnati. No, troppo facile; per complicare ancor più l’esistenza e tenerti sempre sulle spine come un feroce assassino braccato da tutte le polizie del mondo, ecco l’invenzione geniale: la confessione. Così, per alleggerire quel senso di colpa, bisogna confessarsi frequentemente e raccontare tutte le nostre piccole o grandi malefatte, e perfino la fugace e momentanea intenzione di commettere un piccolo peccatuccio, a qualcuno che non conosciamo, che sta dietro una grata e sembra interessatissimo a conoscere i nostri più intimi pensieri.

Per fortuna ce la caviamo con poco; il più delle volte basta un Padre nostro e quattro Ave Maria e siamo assolti; lindi e puliti, freschi di bucato, appena usciti dalla lavatrice spirituale, profumati di borotalco e innocenti come neonati. Anche i bambini. Ma quali peccati gravissimi può mai commettere un bambino? E gli adulti, uomini e donne che si uniscono, seguendo il dettato biblico, formano una famiglia, allevano dei figli con dedizione, amore e sacrifici e che hanno l’unico pensiero di procurarsi il necessario per garantire la sopravvivenza e trascorrere la vita serenamente ed in pace con Dio e con gli uomini? Salvo che non abbiano rubato, ucciso, usato violenza, o rechino gravi danni alla comunità, quali peccati mai possono commettere?

Eppure il peccato c’è, è sempre in agguato. Basta uno sguardo concupiscente nei confronti di una bella donna, un pettegolezzo scambiato fra comari in cortile, un eccesso di edonismo, uno scatto  d’ira  o il semplice e naturale desiderio di godere dei piaceri della vita.  E scatta subito il cartellino rosso del peccato che ci obbliga a confessarci. Eppure la maggior parte di questi peccati sono una diretta conseguenza delle debolezze, degli istinti, delle pulsioni, dei pensieri che fanno parte integrante della natura umana. Allora verrebbe da dire che se l’uomo è predisposto al peccato, allora c’è stato un errore iniziale nella sua creazione e che, se si voleva un uomo perfetto che non cadesse in peccato, bastava crearlo senza tutti quei difetti e quella inclinazione naturale. Bastava crearlo direttamente perfetto.

Ai bambini poi, basta un niente per essere in peccato: basta “toccarsi”. E non è nemmeno un peccatuccio leggero, veniale; no, è un gravissimo “peccato mortale”.  Mortale, capite? Ma se toccarsi il pisellino è peccato mortale perché Dio ha messo quella protuberanza in bella evidenza proprio lì a portata di mano? Se non deve essere toccato, poteva sistemarlo in una posizione meno agevole, oppure farlo con un cartellino di serie “Vietato toccare”.

Lo ha fatto apposta per tentarci e mettere alla prova la nostra ubbidienza? Ma se davvero i pensieri e le azioni umane sono una costante occasione di peccato, significa che quando ha fatto l’uomo Dio era distratto. Poteva farlo meglio, esente da colpe, da imperfezioni e da pensieri negativi. Visto che c’era poteva prendersi un giorno in più e farlo un po’ meglio. Cosa gli costava, mica doveva registrare il brevetto o pagare le royalties a qualcuno. Invece lo ha creato imperfetto, con una serie di errori di progettazione.

Se all’umanità si applicassero le attuali norme europee a tutela del consumatore, l’uomo verrebbe ritirato dalla circolazione, come si fa per certi modelli di auto o di elettrodomestici; per gravi difetti di costruzione.  Invece niente, siamo ancora qui, imperfetti, propensi al male e peccatori incalliti. Ma se Dio è perfetto, come ha fatto a creare qualcosa di imperfetto? Si era distratto un attimo? Lo ha fatto apposta per divertirsi a vedere come ce la saremmo cavata? Ma questa sarebbe cattiveria bella e buona, altro che perfezione, misericordia e perdono; sarebbe sadismo puro.

Proprio di recente, il Papa ne ha detto un’altra delle sue. Spesso il Papa si lascia andare a dichiarazioni che suscitano sconcerto e polemiche. In occasione della recente presentazione ufficiale dell’Expo a Milano, a proposito della necessità di usare meglio le risorse naturali per garantire un’equa distribuzione del cibo anche al terzo mondo, ha detto che bisogna rispettare la Terra ed evitare di sfruttarla eccessivamente come stiamo facendo. “Dio perdona sempre. L’uomo perdona a volte. La Terra non perdona mai”, ha detto, rimarcando le parole.

Questo Papa parla troppo, parla a vanvera e non si  rende conto delle conseguenze. Sembra una bella frase, che non si presta a polemiche. Invece in queste poche parole c’è una evidentissima contraddizione.  Ed ecco nascere un altro dubbio. Se Dio perdona sempre, come è possibile che abbia creato qualcosa, la Terra, che non perdona mai? Dal perdono e dalla misericordia infinita può nascere il “non perdono”? Dal perdono e dalla misericordia infinita non può nascere la sua negazione. Dalla perfezione non può nascere l’imperfezione. Dal bene non può nascere il male. Dalla volontà creatrice di Dio non può nascere qualcosa che vada contro la sua volontà.

Forse non dovremmo porci queste domande irriguardose. Non abbiamo la facoltà di giudicare il pensiero di Dio. Viene in mente l’aneddoto di Einstein che, sollevando delle perplessità sulle implicazioni della fisica quantistica, diceva che “Dio non gioca a dadi“. Ma Planck gli rispondeva di rimando “Non dire a Dio quello che deve fare“. Ma se lo facciamo è perché l’uomo è un essere imperfetto che, fra i tanti difetti, ha anche quello di porsi troppe domande; è nella sua natura.

Per i credenti l’uomo è il prodotto, la creazione di un essere perfetto, Dio. Ed allora, nella nostra ignoranza e costante ricerca di risposte ai dubbi esistenziali, viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un essere “perfettissimo” faccia qualcosa di non perfetto.  Ma ci si chiede anche perché  gli istinti, le pulsioni, i pensieri che sono parte integrante dell’uomo e della sua natura e ne determinano il comportamento, siano considerati peccati. Sarebbe come dire che per gli uccelli sia peccato volare e per i gatti fare le fusa.

Ma anche pensare che Dio abbia commesso un errore è peccato gravissimo, è dubitare della perfezione divina. Non c’è scampo, qualunque cosa l’uomo faccia o pensi, rischia di cadere in peccato. Sembrerebbe, quindi, che l’uomo sia in condizione di peccato per il solo fatto di esistere, di vivere. La natura umana è essa stessa incline al peccato e, quindi, è già peccato in sé.

Ma in fondo i peccatucci quotidiani non sarebbero nemmeno tanto  gravi se non si sommassero a quel peccato  originale che ci portiamo dietro dalla nascita; quel peccato grave, anzi gravissimo, anzi  “mortale”; il peccato di vivere. Ma se già vivere è peccato e la vita è un dono di Dio, allora il peccato è un dono di Dio? Quindi è Dio l’origine del peccato? No, non può essere. E se lo pensate state commettendo un grave peccato e dovete correre a confessarvi. Non c’è scampo.

Dura la vita!

Vivere è sempre più difficile. Anche la tecnologia, che dovrebbe facilitarci l’esistenza, si rivela fonte di preoccupazioni, problemi per la salute e spesso anche di tragedie. Lo conferma questa notizia: “Maresciallo spara alla figlia e si uccide“. Sembra che la causa sia il fatto che la ragazza passava troppo tempo su “Facebook“. Appunto, la tecnologia è pericolosa!

Meglio lasciar perdere Facebook, il web, e pensare a cose più pratiche, magari preparare un bel pranzetto. Ottima idea, così si esce di casa, si fanno due passi, si va al vicino mercatino rionale e “Frosinone: rapita e stuprata mentre era al mercato“. La ragazza, 25 anni, è stata trascinata dentro un furgone e stuprata da due, o forse tre, extracomunitari di colore. Di che colore? Indovinate un po’. Beh, comunque fa piacere che questi immigrati apprezzino le ragazze italiane. Si vede che si stanno integrando.

Non si è più sicuri in nessun posto. Tanto vale rifugiarsi in quel luogo ancora sacro che è la chiesetta del borgo natio. Si fa una preghierina, magari ci si confessa e ci si sente in pace con Dio e con gli uomini. Poi scopri che “Vent’anni di confessioni e messe; non era prete“. Non era prete? E allora a chi avete raccontato i vostri segreti peccati? Boh! Eh, signora mia, non c’è più religione!

Già, stiamo impazzendo tutti. Continuo a ripeterlo da anni. Deve esserci una specie di virus sconosciuto che ci sta facendo perdere il ben dell’intelletto. Ed i media ci danno una grossa mano d’aiuto in questa corsa alla follia. Stiamo impazzendo, ma non ce ne rendiamo conto. Proprio perché i matti non si rendono conto di essere matti. Chi ha la pazienza di leggere il mio blog sa che ripeto spesso questa considerazione. Ma un bloggherino di provincia non fa testo. Per fortuna, o purtroppo, ogni tanto arrivano le conferme. Eccola, è un’intervista a Sandro Veronesi, autore di successo: “Siamo immersi nella follia: Ma non ce ne accorgiamo“. (Questa pagina non è più disponibile, scomparsa ogni traccia anche dal web. Chissà perché.)

Non c’è scampo. Per fortuna ci resta ancora la libertà di fare le nostre scelte e tentare di salvare il salvabile. Libertà? Sì, quella che, un giorno sì e l’altro pure, tutti rivedicano e reclamano, specie a sinistra; se vecchi comunisti tutti d’un pezzo e antifascisti ancora meglio. Infatti, ecco cosa dice un comunista duro e puro da sempre e antifascista, Andrea Camilleri: “Sotto il fascismo ero più libero dei giovani di oggi“.

Boh…dicevamo? Ah, già, dura la vita…