Foibe? Non so…

Oggi è la giornata del ricordo delle vittime delle foibe. Foibe? Non ricordo, non c’ero; e se c’ero dormivo. Nella giornata del ricordo sono tutti smemorati. Anzi, per più di 50 anni la sinistra ha imposto un silenzio totale sulle stragi ad opera dei comunisti titini; non se ne doveva parlare. Si può parlare solo delle stragi fasciste e naziste, ma sulle stragi comuniste meglio tacere. Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Ne parlavo anche due anni fa “Smemorati, foibe e ipocrisia di Stato“. Anche il presidente Napolitano, nonostante per dovere istituzionale abbia celebrato la ricorrenza negli anni della sua presidenza, lo ha fatto sempre con dichiarazioni vaghe, generiche, citando le responsabilità del fascismo e del nazismo, ma senza mai citare la parolina proibita “comunismo“. Difficile parlare di foibe senza mai citare il comunismo di Tito, ma Napolitano è bravo e ci è riuscito. Vedi qui alcune edificanti notiziole e link ad articoli su Re Giorgio: “La vecchia, il tiranno e le quirinarie“.  Vedi “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E ancora “Foibe, profughi e smemorati“, “Napolitano, il muro e le amnesie”,  “

Vedi: “Foibe, stragi, esodo.”

Da “Ahi, ahi, presidente, mi è caduto sulle foibe“, un post del 2007.

In occasione della giornata del ricordo, 10 febbraio, il Presidente Napolitano ha tenuto un discorso molto apprezzato da tutti, ricordando che per troppo tempo la tragedia delle foibe è stata ignorata “per cecità”. “Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica” (Corriere.it) Un discorso concluso con un forte richiamo “…ai valori di pace, libertà, solidarietà e tolleranza della nuova Europa…nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia.“.

Parole condivise da tutti, dicevo, eccetto dal presidente croato Stipe Mesic, il quale ha vivacemente protestato accusando Napolitano di “aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico”. Ma non è di questo che intendo parlare. Voglio piuttosto notare come questa “congiura del silenzio” protratta per decenni sia stata perseguita e voluta proprio da quella sinistra comunista nella quale per decenni ha militato il Presidente Napolitano. Un silenzio imposto a tutti i militanti comunisti, specie a coloro che sapevano per diretta esperienza, ai quali era vietato parlarne perfino in famiglia. Un silenzio che, nonostante le belle dichiarazioni del Presidente, permane tuttora, almeno all’interno di quella sinistra che ancora è orgogliosa di chiamarsi comunista.

Basterebbe ricordare come lo scorso anno, subito dopo che la RAI mise in onda una fiction “Il cuore nel pozzo” che rievocava alcuni fatti di quel periodo e della tragedia delle foibe, l’attore Leo Gullotta, intervenendo ad un convegno di Rifondazione comunista, venne accolto con urla di contestazione e fischi. Qual era la colpa di Gullotta? Semplicemente quella di aver partecipato come interprete a quella fiction. Già, perché delle foibe e delle atrocità delle milizie titine non bisogna parlare per un motivo molto semplice: erano comunisti.

E allora va benissimo ricordare la Resistenza, l’antifascismo, le barbarie della guerra, i campi di sterminio nazisti, ma guai a parlare dei crimini commessi dai comunisti. Ecco perché da 60 anni ci ricordano quasi quotidianamente le stragi compiute dai nazisti e gli orrori dei campi di sterminio, ma non si parla mai dei gulag e degli orrori del comunismo. Ecco perché, anche il Presidente Napolitano, parla di “guerra fascista“, ma quella di parte comunista la chiama solo “terrore iugoslavo“. Ed evita accuratamente, quando parla di cecità politica e di responsabilità, di dire chiaramente che quella responsabilità deve assumersela in prima persona. Troppo comodo e troppo facile fare i pacificatori e condannare oggi quei crimini che per 60 anni si è tentato di nascondere.

Ma ormai siamo abituati a questo tipo di pentimenti. Si è pentito anche di aver sostenuto a suo tempo l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest e Praga. Ma non sono errori che si possono cancellare con un semplice atto di pentimento. Specie quando per decenni quella parte politica ha perseguito una ideologia che ha spaccato l’Italia fra comunisti ed anti comunisti. Con tutte le conseguenze del caso, compresa la gravissima responsabilità di aver sempre alimentato l’odio di classe che ha favorito, grazie a questa ideologia dell’odio, la nascita delle brigate rosse, degli anni di piombo e di tante persone morte ammazzate.

Sarà un caso che i quindici brigatisti arrestati ieri avessero come base un centro sociale che, ai lati dell’ingresso, riporta la stella delle brigate rosse e la falce e martello? E’ una associazione di boy scout? E’ un’associazione di beneficienza? No, sono comunisti. E allora diciamolo chiaro e tondo e senza giri di parole. Sarà un caso che 8 di quei 15 siano iscritti alla CGIL? Sarà un caso che una lapide posta a memoria della tragedia delle foibe e dei profughi sia stata divelta dopo poche ore da ignoti? E’ inutile nascondersi dietro un dito e negare ogni responsabilità. La violenza degli anni di piombo nasceva e si alimentava della stessa ideologia marxista leninista, della lotta di classe, dell’utopia rivoluzionaria che era l’anima del PCI. Ed è la stessa aberrante ideologia che nutre i nuovi brigatisi. Ben vengano i ripensamenti ed i pentimenti, ma non basta. Anche perché quando si è militato per decenni in quella parte politica e si riconosce poi di aver sbagliato, come minimo ci si dovrebbe ritirare a vita privata e non restare al proprio posto come se niente fosse.

C’è un vecchio adagio che recita “Chi rompe paga…” nel senso che chi sbaglia ne paga le conseguenze. Ma l’Italia è uno strano paese in cui tutti “rompono”, ma nessuno paga. Ma la vergogna imperdonabile di questa sinistra facile ai pentimenti e corta di memoria è anche un’altra e riguarda l’esodo dei profughi che dovettero abbandonare le loro città compresi tutti i loro averi.

Un breve cenno storico: “Con la firma a Parigi del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 l’Italia cede alla Jugoslavia 7.700 chilometri quadrati con Pola, Fiume e Zara. Su 502.124 abitanti, 350.000 italiani (300.000 secondo Tito) vengono profughi in Italia. Vengono insultati dai comunisti ad Ancona, Bologna, Venezia e Milano.” Chi volesse ulteriori informazioni può consultare questo sito “Lega Nazionale”. Proprio così “Insultati”, italiani che arrivavano in Italia dopo aver perso tutto. Così venivano accolti sbarcando dai piroscafi ad Ancona, con insulti e lanci di pomodori. E poi, caricati su treni simili a vagoni bestiame partivano per Milano. E, non contenti di averli insultati ad Ancona, gli si negò perfino il diritto di bere e rifocillarsi. Quel treno venne bloccato sotto la neve, prima di giungere a Bologna, perché i sindacalisti della CGIL si rifiutavano di far transitare e fermare il treno, minacciando uno sciopero generale.

Nella stazione di Bologna, sessant’anni fa, si verificarono atti odiosi e ignobili nei confronti degli esuli istriani: all’arrivo dei vagoni che trasportavano gli esuli da Pola nei diversi campi profughi, essi furono insultati, sputacchiati e offesi dai comunisti bolognesi; fu gettato sulle rotaie il latte caldo destinato ai profughi e fu impedito ai loro treni di fermarsi.” Questa è una vergogna che non si può lavare facilmente con un semplice “abbiamo sbagliato”. Troppo comodo. E qual era la gravissima colpa di questi esuli? Era quella di aver lasciato il “Paradiso dei lavoratori” del comunista Tito. E per questa gravissima colpa venivano insultati come vigliacchi e fascisti.

Bene, quegli ignobili rappresentati dei comunisti e sindacalisti di allora sono i nonni e i padri di altri comunisti e sindacalisti che oggi aprono le porte a tutti gli immigrati di ogni genere, specie e provenienza e che si fanno paladini dell’accoglienza e tolleranza. No, troppo comdo e troppo facile dire “Ci siamo sbagliati”. Chi sbaglia e sbaglia in questo modo vergognoso ha il dovere morale di assumersi tutte le responsabilità e di ritirarsi da qualunque carica pubblica.

Ma, come ho detto, noi siamo uno strano paese in cui i sindacalisti che sbagliano continuano a fare i sindacalisti, i politici che sbagliano continuano a fare i politici, i comunisti pentiti continuano a fare i comunisti, i terroristi pentiti continuano a fare i terroristi (vedi Scalzone che ha dichiarato che continua a fare il rivoluzionario e “Potrebbe sparare ancora”), e talvolta finiscono in Parlamento e perfino Presidenti. Sì. siamo il paese di Bengodi in cui tutti rompono, ma nessuno paga. Mai!

Documenti Ecco una bella pagina (di Togliatti; il migliore) che illustra chiaramente quale fosse la posizione dei comunisti nei confronti degli esuli istriani: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

Ecco cosa scriveva in un articolo pubblicato sul Foglio del 14 febbraio 2006 (“Una gigantesca menzogna durata mezzo secolo“) Giampiero Mughini, nato e cresciuto politicamente fra le file di “Lotta continua“: “Io che leggevo il supplemento libri di Paese Sera, Mondo nuovo, l’Unità, il Manifesto, il Giorno, Rinascita, Problemi del socialismo, di quel dramma non ne sapevo proprio nulla. (…) Niente sapevo, nessuno di noi sapeva, nessuno ricordava, nessuno aveva messo a mente. Una gigantesca menzogna e una gigantesca omissione durate quasi mezzo secolo nel paese dove più forte e determinante è stata l’influenza culturale della sinistra, e dunque i suoi modi disinvolti di raccontare la storia.“.

E se lo dice Mughini, un comunista  che leggeva e si informava, figuriamoci cosa ne sapevano i compagni comunisti ignoranti.

Rottamazioni e mondi da cambiare

C’è sempre qualcuno che vuole cambiare il mondo. Non gli sta bene come l’ha fatto il Creatore e vuole fare qualche modifica. Specie quando si avvicinano scadenze elettorali la parola d’ordine è “cambiamento“. L’ultimo aspirante novello Demiurgo è Matteo Renzi, il nostro premier per caso (anzi, per grazia ricevuta; da Napolitano), che ha cominciato a rottamare tutti quelli che gli stavano intorno ed ha deciso che “L’Italia cambia verso“. Ora poi vuole convincerci che con le riforme proposte nel referendum si apre un’era di cambiamenti epocali. In realtà il quesito referendario è ingannevole e truffaldino, perché così come sono poste le domande invitano a dare una risposta positiva sia alla riduzione dei parlamentari, sia alla riduzione delle spese della politica. Ma in realtà avere un centinaio di senatori in meno è del tutto irrilevante sia come numero, sia come costo. Ma le implicazioni della formazione del nuovo Senato, unitamente alla legge elettorale, apre la strada a derive pericolose per la democrazia. Il fatto è che fanno finta di cambiare, ma  tutto resta come prima, in perfetto stile gattopardesco. Le poltrone sono sempre le stesse. Al massimo cambiano i culi che vi si adagiano. Ma cambiare i culi dei politici non è la soluzione dei problemi, perché la politica è il problema, non è la soluzione. Non serve a molto cambiare le persone se il sistema resta quello che conosciamo da sempre, marcio e corrotto. Se il cavallo è un brocco non serve cambiare il fantino, bisogna cambiare il cavallo. E poi diceva bene Marcuse già negli anni ’60: “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.  Dieci anni fa scrissi un post sull’argomento. Eccolo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (23 maggio 2007)

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso. In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio. Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente“, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani“, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“. E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Più di un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri“. E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti; ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo“, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori” degli altri, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, con la stessa divisa, i cinesi sembravano tutti uguali. Ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese“. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno. Poi mi sveglio e mi tengo il mondo così com’è.

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

Bastardi e moralisti col timer

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

Popper: Tv e violenza (video intervista)

Ti odio, ti ammazzo

AdolesceMenza

Il mondo visto dalle mutande

Il Papa ha ragione

Pane, sesso e violenza

Quando i bambini fanno “Ahi”

Manicomio Italia

Orrore siberiano e dintorni

Ricordare la Shoah ed i crimini nazisti va bene. Ma perché nessuno si ricorda dei crimini comunisti? Eppure dai documenti storici risulta che anche in Russia gli ebrei siano stati perseguitati. Basta andare su Google e cercare “Persecuzione ebraica in Russia” e non avrete che l’imbarazzo della scelta, fra 150.000 voci. E magari scoprite con sorpresa che l’antisemitismo, i pogrom e le persecuzioni degli ebrei erano ben presenti in Russia fin dall’800, molto, ma molto prima  che in Germania si inventassero le leggi razziali, quando Hitler non era ancora nato. E non solo gli ebrei. E non solo in Russia; i laogai cinesi, campi di rieducazione attraverso il lavoro, non sono certo più confortevoli dei gulag. Che differenza c’è fra i lager tedeschi, i gulag russi ed i laogai cinesi? Eppure  i comunisti, russi o cinesi non fa molta differenza, in quanto a stragi ed orrori, non hanno niente da invidiare ai nazisti. Vedi: “Il lavoro rende liberi; anche in Cina“. E ancora “Laogai? Ssss, zitti e Mosca!” e “La Cina è vicina“, e “Bambini bolliti“.

Stranamente quando si cerca di accennare ai crimini di parte comunista, scatta un’amnesia generale. Come è successo per le foibe; per decenni è stato proibito parlarne (“Foibe e amnesie“). Era così proibito che qualche anno fa il Presidente Napolitano, in occasione della commemorazione delle vittime delle foibe, riuscì a tenere un lungo discorso senza mai pronunciare la parolina proibita “comunismo“. Un capolavoro. Ecco come ne parlavo nel 2007 “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E qui “Foibe, profughi e smemorati“. E ancora qui “Ricordi e amnesie” in cui dico che “Ci sono ricordi da “ricordare” e ricordi da scordare. Sì, anche i ricordi non sono tutti uguali; ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli di prima scelta e quelli di scarto. Insomma, parafrasando il famoso motto da “La fattoria degli animali”, si può affermare che “Tutti i ricordi sono uguali, ma alcuni ricordi sono più uguali di altri”.”.

Sembra proprio che quando si parla di foibe si verifichi una strana epidemia di amnesia collettiva; specie a sinistra (chissà perché). Ma da quelle parti è normale avere una visione “sinistra” della storia. Pensate che il presidente Napolitano, dopo essere riuscito a non citare il comunismo parlando delle foibe, riuscì in un’impresa ancora più disperata, quasi eroica. Riuscì a tenere un discorso in occasione della ricorrenza del ventennale della caduta del muro di Berlino, parlando non del comunismo, ma citando fascismo e nazismo. Il massimo dell’impudenza. Ovviamente, gli dedicai un post “Napolitano, il muro e le amnesie“. Già, forse sarà un segno di senescenza, ma troppe amnesie sono preoccupanti. Ecco cosa disse: “L’evento della caduta del Muro di Berlino, di cui oggi si celebra l’anniversario, è una data che al pari di quella del 9 maggio 1945 ha segnato uno spartiacque nella storia europea e mondiale del XX secolo.”. E fin qui ci siamo, niente da eccepire. Ma ecco come continua: ““…si aprì allora la strada nella Germania Est, ma il cambiamento era già iniziato in Polonia e in tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale, in direzione dell’affermazione dei diritti di libertà, che erano già stati sanciti, subito dopo la seconda guerra mondiale, in particolare con l’adozione della Costituzione a Roma e a Bonn, nei Paesi in cui erano stati sconfitti il nazismo e il fascismo.”.

Et voilà, geniale. Anche qui riesce, invece che parlare dell’obbrobrio di un muro costruito dai comunisti, a rigirare la frittata e parlare dei paesi che hanno sconfitto fascismo e nazismo. E accomuna tutti quei paesi, compresa l’URSS, nell’affermazione dei “diritti di libertà“, dimenticando (solita ricorrente amnesia) che quel muro non era proprio una dimostrazione di grande “libertà”, come non lo era l’invasione dei carri armati russi in Ungheria (invasione che lui giustificò come intervento a difesa della democrazia) o a Praga. Un capolavoro di retorica da far invidia a Marcantonio e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare. Ecco perché si diventa Presidenti; mica tutti riescono a fare queste giravolte, bisogna essere molto bravi per riuscirci.

Ma per rendersi conto che Hitler non era l’unico criminale in circolazione e che Stalin non era certo un benefattore dell’umanità, basta ricordare un altro episodio non solo taciuto per molto tempo, ma addirittura falsificato storicamente dai russi fino agli anni ’90. Si tratta della “Strage di Katyn  Per tanto tempo i russi attribuirono ai tedeschi la responsabilità della strage. In realtà, come venne alla luce da documenti riservati, fu Stalin ad ordinare l’esecuzione, nella foresta di Katyn nel 1940,  di oltre 20.000 detenuti polacchi, militari e civili, di cui circa un terzo erano ufficiali, fucilati insieme a mogli e figli. E’ solo un esempio di come la storia venga scritta spesso ad uso e consumo dei vincitori.

Ma torniamo ai gulag. Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori,  più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici.  Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth,  nel libro “L’isola dei cannibali“. Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

Di questi orrori riferivano alcuni articoli già in occasione dell’uscita del libro. Vedi “L’umanità divorata nell’isola dei cannibali” del 2007. E d ancora un anno prima “In un libro choc le infamie del comunismo“. E tante altre testimonianze si possono trovare in rete (Come l’URSS si inventò l’isola dei cannibali). Perché di questi orrori nessuno ne parla? Perché nessuno li ricorda? Che strane amnesie! Per attuare il comunismo non si esitava a eliminare fisicamente gli oppositori, rinchiuderli in carcere o  in manicomio,  o deportare gli indesiderati nei gulag siberiani, con metodi e sistemi che nulla avevano da invidiare alla pulizia etnica nazista contro gli ebrei ed al progetto della “Soluzione finale“. Ma il comunismo fece molte più vittime dei 6 milioni di ebrei morti nei lager; secondo le stime si va da 20 a 50 milioni di morti. Del resto, non si scopre niente di nuovo. Gli orrori dei gulag erano stati già ampiamente denunciati e descritti da Aleksandr Solženicyn nel suo libro “L’arcipelago gulag“. Ma sembrerebbe che nessuno lo abbia letto, oppure l’hanno dimenticato.

Allora, perché si parla sempre dei crimini nazisti e nessuno ricorda quelli comunisti? Perché si commemorano i 6 milioni di ebrei morti e non i 50 milioni di russi morti? I russi morti valgono meno degli ebrei morti? Perché sui crimini comunisti c’è sempre questa specie di barriera protettiva, un silenzio complice, una sorta di omertà culturale che impedisce di ricordare e commemorare anche le vittime staliniste?  I morti nei gulag sono meno morti di quelli dei lager? Perché sui media, specie in televisione, ci sono sempre ospiti, esperti, intellettuali, scrittori, politici, opinionisti, che ci ricordano un giorno sì e l’altro pure i crimini nazisti e quasi mai si vede qualcuno che ci parli di Stalin e delle delizie dei suoi villaggi vacanze siberiani?

Sul canale 54 “RAI storia” ogni giorno, dico ogni santo giorno c’è un programma su fascismo o sul nazismo. Da anni, anzi decenni,  su RAI 3 vanno in onda questi stessi programmi, visti e rivisti, ma sempre riproposti. Cambia il titolo, l’argomento, i personaggi presi in considerazione, ma si parla sempre di fascismo e nazismo. Per la RAI tutta la storia si limita a quel ventennio. Perché non si vedono mai programmi sulle delizie del regime sovietico o cinese? Perché nei programmi dei paladini della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione, vediamo sempre le stesse facce, gli stessi “autorevoli” opinionisti di regime e raramente vediamo e sentiamo voci dissonanti? Perché i programmi di storia vengono sempre presentati o commentati da Giovanni Minoli o da Paolo Mieli? Certo, il giorno della memoria è giustamente dedicato al ricordo delle vittime del nazismo. Forse sarebbe il caso di dedicare anche una giornata al ricordo delle vittime del comunismo. Oppure non si può perché non sarebbe politicamente corretto? Oppure facciamo finta di non saperlo o di non ricordarlo? Ma non è un controsenso avere delle amnesie nel giorno della memoria? Visto che questi vuoti di memoria sono così frequenti, la cosa è preoccupante. Troppe amnesie,  forse è meglio farsi vedere da uno specialista e curarsi.

Le Pen, democrazia e libertà limitata

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

Comunisti in crisi d’identità

Ieri in televisione si è rivisto “Baarìa” di Tornatore. Ecco cosa scrivevo anni fa, in occasione dell’uscita del film nelle sale.

Baarìa o non Baarìa?

Ovvero: atroce dubbio di un post comunista in crisi. Siamo sinceri, oggi essere di sinistra è un problema. Una volta era più facile. Una volta c’era il PCI, il partito dei proletari, dei poveri. E se tu eri povero, o pensavi di esserlo, non avevi problemi, dovevi solo essere comunista, leggere l’Unità e credere per fede in quello che c’era scritto. Anche perché, come si usava dire:  “La verità è ciò che conviene al partito“. Questa affemazione sembra essere l’unica cosa rimasta alla sinistra del suo patrimonio storico e ideologico. E’ ancora valida. Tutto il resto è cambiato. Sono cominciati i cambiamenti, le divisioni, le proliferazioni di sigle, partiti e partitini, tutti comunisti, ma ognuno con la propria bandiera. Il PCI diventa PDS, nascono Rifondazione e Comunisti italiani, ed il vecchio proletario già è in crisi: con chi andare? Chi ha scelto di restare nel PDS dopo un po’ cambia ancora nome e diventa DS, poi si ritrova, lui vecchio marxista, ateo e mangiapreti, ad andare a braccetto con i cattolici di Rutelli, Rosi Bindi e la Binetti (quella che indossa il cilicio per penitenza), tutti insieme appassionatamente nel nuovo PD. Peppone e Don Camillo diventano compari e dicono di avere le stesse radici e di volere le stesse cose (lo dicono i dirigenti e sembrano anche convinti; gli elettori sono meno convinti, ma stanno al gioco). Molti storcono il naso, ma tutti, allineati e coperti per il bene del partito, marciano insieme (fino a nuovo ordine). Quelli che hanno scelto di seguire Rifondazione dopo qualche anno si trovano a dover scegliere se restare con Rifondazione o seguire Ferrando che lascia il partito e fonda una nuova sigla “Partito comunista dei lavoratori”, come se tutti gli altri fossero partiti comunisti degli scansafatiche! Non basta, perché dopo un po’ Rifondazione tiene il congresso. Sono rimasti in quattro gatti, ma riescono a dividersi ancora: due gatti di qua con Ferrero, due gatti di là con Vendola. E non è detto che finisca qui.

Grandi cambiamenti anche nello stile di vita dei dirigenti. Una volta percorrevano le polverose stradine di un’Italia ancora da ricostruire, per raggiungere i più sperduti paesini e tenere i loro comizi contro il capitalismo, i ricchi e gli sfruttatori del popolo. Oggi, da segretari e dirigenti, li vedi bordeggiare sotto costa a bordo di eleganti barche a vela da 18 metri (D’Alema), oppure acquistano vecchi cascinali in Umbria (Giordano e Bertinotti) e ci ricavano lussuose ville con piscina e parco intorno. Qualcuno, che solo qualche anno fa sognava Mosca e la piazza rossa, oggi fa l’americano a Roma, dice di non essere mai stato comunista e compra casa a Manhattan (Veltroni).

Certo che il povero proletario si trova un po’ spaesato ed in crisi. E non ha più nemmeno il conforto dell’unico giornale di partito che ti diceva cosa pensare. Il PD, per esempio, porta in eredità due quotidiani dei rispettivi partiti di provenienza: L’Unità, organo del partito comunista, ed Europa, quotidiano della Margherita. Quale leggere? Ma soprattutto, a chi credere, visto che spesso e volentieri, su alcuni argomenti fondamentali, specie di carattere etico, hanno posizioni contrarie? Non basta, perché oltre a L’Unità ed Europa, ci sono Liberazione, Rinascita, Manifesto e, tanto per complicare le cose, due direttori defenestrati di Liberazione e L’Unità, Padellaro e Sansonetti, fondano altri due quotidiani, L’Altro ed il Fatto quotidiano. Ora, un vecchio proletario in pensione, magari la minima, mica può acquistare 4 o 5 quotidiani al giorno; è già un lusso poterne acquistare uno, basta e avanza. Già, ma quale? Così, il vecchio proletario è sempre più confuso, in crisi, spaesato, perde l’orientamento, i riferimenti, la bussola. Molti, fidandosi dei compagni, perdono anche i risparmi di una vita investendoli in cooperative rosse che poi falliscono (vedi Argenta), qualcuno è in totale crisi d’identità e invece che cantare Bandiera rossa intona “Over the rainbow“,  altri hanno le visioni mistiche, si convertono e si rinchiudono in convento a meditare.

Sì, tempi duri per i vecchi compagni, quelli che la domenica uscivano in gruppo e facevano il giro di tutto il paese per diffondere L’Unità. Era una passeggiata che sapeva di festa. Scomparsi, come la foca monaca. Scomparse perfino le vecchie “sezioni” dove la sera militanti e simpatizzanti si riunivano e dove spesso arrivava il delegato del partito per impartire lezioni di comunismo; parlava di Marx, del Capitale, del Plus valore, concetti complessi che non tutti capivano bene, ma si fidavano del compagno delegato. Altri tempi, altri volti, altri discorsi. Cose che ormai si vedono solo al cinema.

A proposito, di recente a Venezia è stato presentato l’ultimo film di Tornatore “Baarìa“, una storia autobiografica in cui il regista racconta le vicissitudini della sua famiglia di comunisti in Sicilia. Ne parlano tutti i media, forse sarà segnalato anche per l’Oscar. Insomma un’occasione per rivedere, almeno al cinema, quelle storie di una volta, con i vecchi proletari che lottavano per la giustizia, l’uguaglianza, il comunismo. Ed il vecchio proletario, con un po’ di malinconia, ci fa un pensierino e decide di andare a vedere il film. Ma poi scopre che il film è stato prodotto dalla Medusa, casa di produzione cinematografica della famiglia Berlusconi. Oh, cacchio, e adesso? Anche questo è un bel problema di coscienza. Vado o non vado? Se vado a vederlo è come regalare dei soldi a Berlusconi. Non sia mai detto, sarebbe inaudito, quasi un’ignominia. Ed ecco che il vecchio proletario, assillato, negli ultimi decenni, da dubbi di ogni genere, anche quando vorrebbe concedersi un po’ di svago con una serata al cinema, quasi deve rinunciare perché si ritrova davanti ad un nuovo dilemma che farebbe impallidire ancor più il già pallido prence danese: “Baarìa or not Baarìa? That’s the question!”.

 

Meglio tacere

Dice un celebre aforisma di Oscar Wilde: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio.”. Mi è venuto in mente vedendo ieri il vignettista Vauro, giullare ufficiale della “Corte” del Duca di Sant’ Oro e punta di diamante della satira militante di sinistra, ospite da Lilly Gruber, su LA7. Dice, con l’espressione afflitta di chi ha rimpianto e nostalgia per il “Paradiso perduto dei lavoratori“,  che il comunismo è durato solo 70 anni e poi è finito (per fortuna nostra e loro) perché era accerchiato dal capitalismo (!?).

E’ la conferma che  anche i vignettisti traggono in inganno. Talvolta possono sembrare anche intelligenti; finché non parlano. Se poi sono vignettisti ed anche comunisti, allora la faccenda si complica perché l’inganno è doppio. Anche i comunisti, infatti, si confondono facilmente con la gente comune e sembrano persone normali; finché non parlano!

N.B.

Terzo avviso ai naviganti (Rivolto in particolare aDecima crociata” Facebook)

Quando si copiano dei post in rete e si inseriscono nel proprio sito è buona norma di correttezza citare la fonte ed inserire il link di riferimento. Grazie.

Saldi estivi

Anche l’informazione approfitta delle vantaggiose offerte di fine stagione. Le notizie ormai si acquistano ai saldi o in offerta promozionale: prendi tre, paghi uno. Oltre ai saldi c’è anche il mercatino dell’usato (in tempi di crisi va forte) dove si possono acquistare stock di news quasi nuove o poco usate e riciclarle anche più volte in un mese (Vedi “Riciclare è un’arte” e “Tiscali ed il riciclo“). Se poi si è in molti ad acquistare, o si è associati, allora scatta anche lo sconto comitive, militari e ragazzi. Insomma, un affare.

Così si riempiono pagine e pagine di quotidiani, settimanali, riviste e siti web con notizie che sembrano notizie, ma non lo sono. Figurerebbero bene in una rubrica “Chi se ne frega?” o in riviste gossipare, o come chiacchiere da comari al mercato. Alcune le abbiamo già viste nel post “Colpi di sole“. Vediamone altre fresche di giornata o quasi.

1) Immancabile la sparata del giorno di Oliviero Beha (sempre contro Berlusconi, ovvio) che ti arriva direttamente, che tu lo voglia o no, dal suo blog nella tua casella di posta personale: “La sindrome di Arcore“, tanto per cambiare.

Che fantasia questo Beha, che inventiva, che creatività, che varietà di argomenti; un genio. Se Mediaset fosse un provider,  fornisse l’accesso ad Internet ed inviasse ai suoi utenti lettere ed articoli di Berlusconi, Belpietro o  Feltri, la questione finirebbe subito in Parlamento, per uso personale e propagandistico di servizio pubblico. Ma se questo uso improprio lo fa Tiscali del patron Soru del PD è tutto regolare. Come se la Telecom chiamasse a casa i propri clienti per leggergli direttamente gli articoli di Gad Lerner o i pistolotti di Travaglio e Mentana.

Vedo in questo momento (ore 5 del 31 agosto) che nella casella di posta c’è un altro vecchio articolo di Beha, (deve avere un contratto speciale con Tiscali) “Cartolina illustrata al presidente napolitano”.  Come riferivo nei  post già citati in apertura “Riciclare è un’arte” e “Tiscali ed il riciclo“) questo post è stato già pubblicato una prima volta, sia in Home, sia inviato alla casella di posta, in data 19 luglio, ripubblicato per la seconda volta in data 3 agosto, ri-ripubblicato per la terza volta in data 16 agosto e (incredibile, ma vero) ri-ri-ripubblicato per la quarta volta, oggi 31 agosto. Il tutto senza scrupoli e senza vergogna.

Questa volta, però, per non farla troppo sporca e per ingannare i lettori meno attenti, hanno eliminato tutti i vecchi commenti, grazie ai quali era facile notare che si trattava di un articolo riciclato. L’hanno “lavato“, ma sempre quello è. E magari sono convinti che la gente non se ne accorga. Che gli vuoi dire? Niente; ridicoli. Semplicemente ridicoli.

2) Quirinale News. Giusto per dare l’esempio e contribuire alla riduzione dei costi della politica (!?), il Presidente Napolitano ha appena nominato quattro nuovi senatori a vita: due ricercatori, Rubbia e Cattaneo, un architetto, Renzo Piano ed un direttore d’orchestra, Claudio Abbado. Tutti personaggi illustri, degnissimi di riconoscimenti, onori e gloria nel loro campo. Ma che ci fanno al Senato? Ma per il nostro Presidente è stata una scelta eccellente e dovuta. Sembra che si sia tolto un peso dallo stomaco. Ecco il titolo dell’ANSA: “Napolitano, alleggerito per senatori”. Siamo felici che Napolitano si senta “alleggerito“. Forse nominare dei senatori fa lo stesso effetto di prendere un potente lassativo.

3) Comunisti coreani; gente di poche parole. Kim Jong-un, leader comunista del regime comunista della Corea del Nord, ha mandato a morte per fucilazione la sua ex fidanzata ed altre undici persone (del mondo dello spettacolo), tutti colpevoli, secondo l’accusa, di pornografia. Per completare l’opera di rieducazione sociale, tutti i familiari e parenti dei giustiziati sono stati inviati in campi di lavoro (a meditare sulle delizie del comunismo). Niente di nuovo, questi sono i ferrei principi del comunismo duro e puro. Se leggete l’articolo, noterete una curiosità. In tutto il pezzo non viene mai citata la parolina proibita “Comunismo“. Sono comunisti, ma non si deve dire. Altrimenti si corre il rischio che la gente possa associare questi splendidi esempi di democrazia comunista ai comunisti nostrani, quelli che si dichiarano ex, post, democrat, liberal, progressisti etc. Sempre comunisti sono, ma mascherati. Ecco perché bisogna evitare qualunque cenno al comunismo vero. Sarebbe dannoso alla causa. Compagni, zitti e Mosca!

4) Casca o non casca?

 Tempi difficili per il premier, tira a campare col rischio che il governo non duri. Casca o non casca? Temi scottanti sono l’IMU (problema che sembra appena superato, ma non del tutto, perché è in agguato la Service Tax che forse è anche peggio), l’aumento dell’IVA, la decadenza di Berlusconi dal Senato, il rischio di essere coinvolti in un nuovo conflitto in Siria. Insomma, non c’è proprio da stare tranquilli. Ecco perché il nostro premier, per  pararsi il cu…il cuoio capelluto (i capelli sono ormai un lontano ricordo giovanile), proprio di recente è volato in Afghanistan per provare sul campo un nuovo e modernissimo casco protettivo.  Così se proprio il governo deve cascare, casca col casco. Si fa meno male.

5) Papi e call center. Fanno parte della nostra esistenza quotidiana, rientrano a pieno titolo fra le nuove piaghe dell’umanità. Parlo delle telefonate commerciali che arrivano ad ogni ora del giorno tramite i call center. Sembra che abbiano un particolare intuito per far squillare il telefono proprio nei momenti meno opportuni. Alzate la cornetta e c’è sempre qualcuno che vi propone nuovi contratti di telefonia, di energia elettrica, di TV satellitari, l’apertura di nuovi market, mobilifici etc. Ormai sono in molti, di fronte a queste fastidiosissime chiamate,  ad avere una reazione non proprio elegante; rispondono, lanciano un insulto a caso e chiudono.

Però bisogna stare attenti. Il nuovo Papa, Francesco, ha un debole per le telefonate private. Appena eletto, lo ricorderete, ha chiamato subito Samaria, il suo ottantenne calzolaio personale a Buenos Aires per chiedergli le solite scarpe nere invece che quelle rosse papali. Poi ha chiamato il suo vecchio edicolante di Calle Bolivar, a Buenos Aires per avvertirlo di non portargli più i giornali. Poi ha chiamato direttamente il centralino della Curia generalizia dei Gesuiti (il suo Ordine). Ai primi di agosto ha chiamato il fratello di un imprenditore ucciso durante una rapina. Di recente ha chiamato uno studente di Padova Ciao, sono Francesco, diamoci del tu…”. Pochi giorni fa ha chiamato una donna argentina vittima di uno stupro. L’ultima è una chiamata ad un ragazzo, “Il corvo“, al quale nel 2008 a Baires, aveva lavato i piedi durante la messa del giovedì santo: “Ciao Corvo, come stai?”. E non finisce qui.

Ormai questo Papa può chiamare chiunque, in qualunque momento. Quindi siete avvertiti. Se sentite squillare il telefono non pensate alla solita chiamata commerciale. Evitate di rispondere seccamente o insultare l’operatore di turno chiudendo il telefono. Aspettate, potrebbe essere Papa Francesco.

L’intervista

Ne sentivamo proprio la necessità urgente. I grandi vecchi della politica e del giornalismo faccia a faccia. Eugenio Scalfari intervista Giorgio Napolitano. Più invecchiano e più sono convinti che senza di loro il mondo si fermi. Ne era convinto anche quell’altro grande vecchio, Enzo Biagi, che ormai, alla veneranda età di 87 anni, doveva essere accompagnato nel suo studio in Galleria, a Milano, su sedia a rotelle e con l’ascensore. Ma non demordeva. Così ebbe la sua rubrichetta in televisione, su RAI 3, dove continuava a fare interviste. Forse lo reggevano con una speciale impalcatura, per tenerlo dritto davanti alla telecamera, ma lui, stoicamente, con lo sguardo quasi perso nel vuoto, aveva l’aria di chi sente l’imprescindibile dovere di sacrificarsi per l’umanità; perché l’intervista è fondamentale per il progresso umano e come le faceva lui le interviste non le faceva nessuno. O almeno, forse, lui ne era convinto.

Si sbagliava, ovviamene. Il mondo continua a girare, le interviste si fanno ancora ed oggi un altro grande vecchio, novantenne,  anche lui convinto che come le fa lui le interviste non le fa nessuno, invece che godersi il meritato riposo, si sacrifica per il bene dell’umanità e, dando fondo alle poche energie residue, dopo l’enorme sforzo intellettuale che lo portò a scoprire che “L’uomo è come una mosca“, affronta un’altra fatica improba; intervista Giorgio Napolitano. In realtà più che un’intervista è una lunga ed amichevole conversazione fra “vecchietti” che rievocano avvenimenti della giovinezza per arrivare, poi, ai giorni nostri. Il video compare su Repubblica e l’intervista viene ripresa da tutti i media: “La mia vita, da comunista a Presidente”.

Meno male che si ricorda di essere stato comunista. Non come Veltroni che, dopo una vita passata nel PCI, PDS, DS, PD, ricoprendo tutti gli incarichi possibili, dichiarò “Non sono mai stato comunista”. Napolitano era comunista. Così comunista che approvò l’invasione dei carri armati russi a Budapest perché, secondo lui, la protesta popolare contro il regime comunista era un “pericolo per la democrazia“. Poi ebbe qualche piccolo ripensamento ed una piccola crisi di coscienza e divenne esponente di spicco di quelli che chiamavano  “Miglioristi“, termine che lascia intendere chissà quale linea politica distante o in contrasto con l’ortodossia del PCI. Invece no, “Miglioristi” sì, ma sempre comunisti erano.

E’ giusto intervistare Napolitano. Si hanno pochissime notizie di lui. Non si vede mai sulla stampa o nei TG, qualche notizia o servizio che lo riguardi. E’ così schivo, riservato, discreto, restio a rilasciare dichiarazioni e commenti, quasi timido.  Lo si vede raramente in televisione, appare in pubblico due o tre volte all’anno, solo in occasione di cerimonie ufficiali o quando, a reti unificate in TV, saluta gli italiani con il consueto messaggio di fine anno. Poi scompare nella sua modesta dimora che fu del Re e dei Papi, con 1200 stanze, arredi ed opere d’arte di inestimabile valore, cortili, giardini, scuderie, 2000 dipendenti (che ci costa circa 240 milioni di euro all’anno). Perché mai dovrebbe abbandonare la sua reggia per andare a trovare  regnanti e potenti della Terra?   Perché mai dovrebbe rilasciare dichiarazioni quotidiane su argomenti non di sua competenza? Ecco perché, a parte quelle occasioni ufficiali, il nostro Presidente preferisce non comparire e non invadere campi di competenza altrui. Preferisce defilarsi, ritirarsi nel suo angolino dorato. Cala il “silenzio Quirinale“. (Vedi Il galletto del Colle)

Più che giusto, quindi, che una volta tanto, vincendo la sua naturale ritrosia e riservatezza, rilasci un’intervista per raccontarci qualcosa della sua vita privata e riveli il suo pensiero sulla politica, l’attualità, l’economia, la nebbia in val padana, la corrente del Golfo, il banco di bassa pressione sull’Europa, le polveri sottili, i pollini primaverili e gli ingorghi stradali a Roncobilaccio. Ed è giusto che ad intervistare il grande vecchio della politica sia il grande vecchio del giornalismo. Fra vecchi ci si intende.

Che scoop ha fatto Scalfari! Fa un’intervista esclusiva per far parlare Napolitano che, tutti i santi giorni, immancabilmente, è sempre in prima pagina con dichiarazioni e commenti su tutto lo scibile umano. Ma Scalfari deve essere convinto di aver fatto qualcosa di speciale. Già, perché come le fa lui le interviste non le fa nessuno. Parla più l’intervistatore dell’intervistato. Scalfari usa il pretesto dell’intervista a Napolitano per esprimere il suo parere personale ed i suoi ricordi. Non è un’intervista, è un confronto di idee, ricordi, opinioni. Tanto per riuscire, ancora una volta, ad essere in primo piano, far notizia, comparire sui media, riaffermare la propria presenza nel mondo. Ma Scalfari è convinto di essere un grande intervistatore. Anche Napolitano, del resto, è convinto di avere l’obbligo morale di intervenire quotidianamente su tutti gli argomenti, anche quelli che esulano dalle sue competenze e prerogative. La gente, spesso, ha strane convinzioni. Specie quando invecchia.

La vecchiaia è una brutta malattia. O ti prende alle gambe o ti prende alla testa“, dice Luciano De Crescenzo.

Lavoro e schiavitù

Dice Laura Boldrini che il profitto crea schiavitù. Lo ha detto intervenendo alla Conferenza sullo stato dell’Unione a Firenze, uno di quei convegni in cui si chiacchiera molto e si conclude poco: uno dei tanti che servono ai politici per far finta di essere impegnati a risolvere i problemi del mondo.

Anche da presidente della Camera non dimentica le sue matrici ideologiche e la lotta di classe contro il “profitto” ed i padroni. E’ il solito attacco al lavoro, che la sinistra continua a demonizzare, inteso come sfruttamento dei padroni nei confronti della classe operaia. Da lì non si spostano di un millimetro e continuano a demonizzare il “padronato“. Per loro è “padrone” chiunque, da Marchionne all’ultimo artigiano o piccolo imprenditore, crei lavoro e dia occupazione. Oggi, ipocritamente, dicono che bisogna sostenere la piccola e media impresa, ma da un secolo, mentalmente,  sono fermi al “plusvalore“, alla lotta di classe, ad un mondo diviso fra padroni che sfruttano e lavoratori sfruttati, fra padroni affamatori e lavoratori schiavi.

E’ la loro forma mentis, non c’è scampo. Anche quando sembrano avere una mentalità più aperta, sotto sotto, alla prima occasione, riaffiora la loro anacronistica concezione ottocentesca e marxista e sognano la rivoluzione proletaria contro il potere ed i padroni. Poco importa che queste rivoluzioni proletarie, ovunque siano esplose, dalla Russia alla Cina, da Cuba alla Corea, dalla Cambogia al Vietnam,  a lungo andare si siano rivelate dei fallimenti totali che, invece che realizzare il “paradiso dei lavoratori“,  hanno portato solo povertà, distruzione e morte.

Eppure vediamo ancora conduttori televisivi con villa milionaria e terreno intorno sulla costiera amalfitana che aizzano le piazze contro i “padroni“, si atteggiano a difensori (ricchi)dei poveri e degli oppressi e cantano in diretta “Bella ciao…”. Vecchie glorie canore  che dichiarano orgogliosamente di essere comuniste,”rossa dentro e fuori“, e custodiscono milioni di euro nelle banche del  Liechtenstein. Ragazzine di belle speranze cresciute nella bambagia, con tutti gli agi del benessere, che non sanno cosa sia il lavoro e la fatica, ma amano  identificarsi nelle operaie delle fabbriche ottocentesche o nelle mondine di “Riso amaro” e cantano “Sciur padrun da li beli braghi bianchi…“.  Vecchi dirigenti comunisti duri e puri, che hanno passato una vita a sostenere la lotta di classe conto i padroni, i ricchi ed i borghesi, che oggi, dopo tante battaglie,  si rilassano e si concedono il meritato riposo nelle loro borghesissime  ville con piscina e parco intorno  nell’amena campagna umbra. Ex militanti di Lotta continua che dopo una gioventù dedicata a combattere i ricchi borghesi e gli sfruttatori del popolo, oggi sono diventati “ricchi  borghesi“, fanno i conduttori televisivi e producono ottimo barbera nei loro vigneti nel Monferrato.

L’elenco dei radical chic e dei “ricchi borghesi” della Gauche  caviar sarebbe molto lungo. Un piccolo elenco di questi ricchi borghesi di sinistra, quelli che poi organizzano le manifestazioni “contro la povertà” (!?), e non gli scappa nemmeno da ridere, lo trovate qui: “Poveri riccchi“.  E se non ci bastano i comunisti nostrani, vediamo cosa succede in un paese comunista che più comunista non si può, la Cina di Mao, delle guardie rosse, di centinaia di milioni di persone che per omologarsi vestivano tutti uguali con un unico modello di divisa e sfilavano tenendo in mano il “Libretto rosso” con i pensieri del capo supremo.  Più comunisti di così si muore. Infatti ne sono morti a milioni per la causa socialista. Oggi, fra quei cinesi maoisti ci sono alcuni degli uomini più ricchi del mondo: “83 nababbi nel Parlamento comunista“. Già, perché bisogna ricordare, parafrasando Orwell, che “tutti i comunisti sono uguali, ma alcuni comunisti sono più uguali degli altri“.

Meno male che ultimamente le cose stanno cambiando e c’è sempre meno sfruttamento. Il mondo attraversa una crisi economica drammatica. In Italia hanno già chiuso migliaia di aziende, piccole e grandi, milioni di lavoratori sono rimasti senza lavoro e la fascia di povertà si allarga drammaticamente. La situazione non accenna a migliorare. Anzi, il bollettino di guerra quotidiano ci dice che ogni giorno continuano a chiudere decine di aziende ed imprese e cresce il numero dei senza lavoro. E si moltiplicano gli appelli disperati di persone che , non riuscendo più a campare, si dichiarano disponibili a fare qualunque lavoro e  sognano un “padrone” che li assuma e li “sfrutti“.

Anche i “padroni”, però, sono in crisi e molti di essi, non reggendo di fronte al fallimento delle proprie aziende, per la disperazione e la vergogna, si suicidano. Così non sfrutteranno più nessuno.  Saranno contenti la Boldrini, Vendola, tutti i comunisti d’Italia, i comunisti camuffati da democratici, i comunisti verdi travestiti da ambientalisti, i No global e tutti gli sfigati che, in attesa di una buona sistemazione, giocano a fare i rivoluzionari. Per loro vedere migliaia di “padroni” che falliscono è una goduria, una nemesi, la realizzazione di un sogno. E vedere  milioni di persone senza lavoro dovrebbe essere una grande vittoria del proletariato. Tutta gente che, avendo perso il lavoro,  non è più schiava ed ha smesso di essere sfruttata dai padroni. Finalmente tutti liberi. Che fortuna. No?