Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Pane, sesso e violenza

Il richiamo sessuale, in tutte le sue forme,  nella nostra società è talmente pervasivo che ce lo ritroviamo dappertutto; su stampa, internet, televisione, cinema, manifesti stradali, pubblicità, ad ogni ora del giorno, in tutte le salse, tutte le variazioni e per tutti i gusti. Sesso a colazione, a pranzo e a cena. Già da tempo è diventato l’ingrediente primo e più importante della comunicazione, dello spettacolo, dei media, della letteratura, del gossip, delle cento riviste da spiaggia o da salone parrucchiera, degli esperti di costume e società, degli psicologi  e degli opinionisti tuttologi che dilagano nei salotti televisivi.

pubblicità walkman

L’esempio più eclatante dell’uso mediatico del richiamo erotico come specchietto per le allodole e per altri “uccelli” stanziali, ce lo offre continuamente la pubblicità.  Non c’è prodotto che non usi, per attirare l’attenzione, un corpo di donna o un’atmosfera sensuale. Il corpo nudo  è come il grigio; va su tutto. Ma ormai l’uso del nudo è talmente diffuso che anche sui quotidiani lo si usa per illustrare articoli di vario genere. Questa a lato è l’esempio di come venga usato il corpo femminile. E’ l’immagine di un articolo apparso sul Giornale qualche tempo fa e dedicato all’uscita di un nuovo modello di Walkman. Beh, guardando bene con attenzione (ma non distraetevi), oltre alla bella ragazza in bikini, forse, si vede “anche” il Walkman!

Su questo eccesso di nudi, tette e culi in bella esposizione, si era espresso anni fa anche un illustre premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa, in un articolo apparso su El Pais e ripreso dalla Stampa. Ne parlavo già in un post di sette anni fa “Varie ed eventuali“, a proposito dell’eccesso di nudità sui media e sulle Mail a luci rosse. L’articolo di Vargas Llosa (che non può essere certo considerato un vecchio bacucco bacchettone e moralista) è chiarissimo ed è un preciso atto d’accusa nei confronti della strumentalizzazione del corpo femminile sui mezzi di comunicazione. Vale la pena di leggerlo: “Troppe T.e C. Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip.”.

tette e culi

Perfino umorismo e satira fanno del sesso l’argomento più sfruttato che si presta ad allusioni, battute, barzellette e storielle piccanti buone per tutte le circostanze. Non c’è comico che non abbia in repertorio un’ampia scorta di storielle a sfondo sessuale.  Anni fa in televisione, nel programma “La sai l’ultima?”, si esibivano comici dilettanti che raccontavano barzellette. Su dieci barzellette otto erano di argomento sessuale. Sembra quasi che non si possa nemmeno ridere se non si parla di sesso. Il tema sessuale è così diffuso e sfruttato che l’umorismo di certi “comici” diventa monotematico, sessomaniacale. Classico esempio è la Littizzetto il cui bagaglio umoristico nasce e si esaurisce sempre a livello di genitali. Gira e rigira, da qualunque argomento parta arriva sempre lì, a livello slip. E’ quello che a ragione si può ben definire, letteralmente, un umorismo del cazzo. Ma naturalmente non è la sola; anzi, è in buona compagnia.

Il mondo dello spettacolo è quello più all’avanguardia nella diffusione del messaggio sessuale. Ed essendo quello più seguito dai giovani è anche quello più incisivo e pericoloso. Basta pensare ai concerti pop dove ormai la musica passa in secondo piano. Il vero spettacolo di questi concerti seguitissimi dai giovani  non è l’esibizione musicale, ma le invenzioni di scena, le luci, il fumo, i costumi sempre più succinti e provocanti, le coreografie ed i movimenti con esplicite simulazioni di atti sessuali. Il successo di queste nuove glorie della musica pop non si misura più sulle qualità canore, ma sulla capacità di scandalizzare il pubblico. Negli anni ’60 i movimenti giovanili, i figli dei fiori, gli hippies, i seguaci dell’amore libero, delle comuni e di tante stronzate finite nella spazzatura, avevano un motto: “Sesso, droga e rock’n roll“. Erano illusi di cambiare il mondo con canzoni,  spinelli e qualche slogan che suonava bene nei cortei, ma non funzionava in privato. Peccato che molti siano morti troppo giovani e non abbiano avuto il tempo di capire quanto siano stati stronzi a gettare via la vita in cambio di un po’ di sesso, una siringa e quattro accordi distorti di una Fender.

Il messaggio sessuale lo si assimila fin dall’infanzia.  Le nuove generazioni stanno crescendo a pane e sesso (forse ai neonati, per abituarli gradualmente, sciolgono un po’ di sesso liofilizzato negli omogeneizzati). Tanto che, forse, il Padre nostro verrà modificato così: “Dacci oggi il nostro pane e sesso quotidiano“. Questo messaggio viene diffuso quotidianamente attraverso i nuovi mezzi di comunicazione di massa, sempre più potenti, che garantiscono una penetrazione capillare nella società. Non c’è scampo, ovunque ti rigiri, dalla stampa a internet, dalla televisione ai manifesti stradali,  c’è un’immagine o uno slogan di carattere erotico. La comunicazione, in tutte le sue forme, ha assunto un potere determinante capace di influenzare la cultura, lo stile di vita, l’abbigliamento, l’alimentazione, i gusti artistici, i rapporti sociali e, dulcis in fundo, anche le abitudini sessuali. E non stiamo parlando di pornografia su riviste specializzate, siti e chat erotiche o cinema a luci rosse. Parliamo della presenza del messaggio erotico sui media normali a portata di tutti, compresi bambini.

 Il messaggio più diffuso, esplicito o nascosto, che permea la società moderna è  una specie di continua, assillante, campagna pubblicitaria per l’esaltazione e la promozione dell’attività sessuale. Come se un unico slogan venga diffuso continuamente su radio e TV, giornali e internet: scopate, scopate, scopate. Forse hanno paura che la gente se ne dimentichi; meglio ricordarglielo. Ma ragazzi e adolescenti, già in preda alla tempesta ormonale, non hanno certo bisogno di ulteriori stimoli per  scoprire il sesso o di qualcuno che glielo ricordi. Così, incoraggiati da tanta pubblicità e da onnipresenti messaggi erotici, oggi cominciano presto a fare le prime esperienze. Già a 13/14 anni, riferiscono le cronache, cominciano a scambiare su internet messaggini e foto  a carattere erotico. Passare dalla teoria alla pratica e dal virtuale al reale è solo questione di (poco) tempo.

I mezzi di comunicazione hanno una funzione essenziale nel condizionare la società. Possono creare idoli e modelli da imitare, stili di vita, abitudini, comportamento  e modificare i valori  morali. Tre sono gli argomenti che da sempre costituiscono i pilastri della comunicazione, le famose “Tre S“: sesso, sangue, soldi. Ma c’è un altro aspetto, non meno importante, dell’uso spregiudicato dei mass media. Oltre a diffondere il verbo della più completa libertà sessuale, perseguono un altro scopo: incentivare i consumi con l’offerta di sempre nuovi prodotti.

La moderna società dei consumi ha un fine preciso, che è la ragione stessa della sua sopravvivenza; creare continuamente nuovi bisogni da appagare con l’offerta di  nuovi prodotti che, grazie alla pubblicità martellante, diventano subito oggetto del desiderio e accessori irrinunciabili. Ma per acquistarli occorrono i soldi.  E poiché, da sempre, la mercificazione del sesso è una fonte di reddito, l’abbinamento fra soldi e sesso (come mezzo per procurarseli) porta diritti dritti alla prostituzione. Quella da viale di periferia, quella dei centri massaggi, quella delle inserzioni su giornali o in rete, quella che si consuma  a casa propria, quella delle escort, quella praticata come normale attività lavorativa o quella saltuaria o occasionale, giusto per togliersi un capriccio, per il gusto della trasgressione o per farsi un regalo costoso. Insomma, i motivi per prostituirsi  non mancano.

Purtroppo, in una società improntata al più sfrenato edonismo ed alla massima soddisfazione dei desideri a qualunque costo, anche le adolescenti scoprono presto che fare sesso non è solo un’esperienza piacevole da fare con il fidanzatino di turno. Può essere anche un’attività redditizia per integrare la “paghetta“. E così si comincia quasi per gioco a prostituirsi (come il recente caso delle “baby squillo” dei Parioli). E siccome il giochino rende bene, si prosegue facendone un’attività regolare.  Il sesso, ormai liberato da tutti i tabù del passato, è diventato un atto del tutto normale, come mangiare un panino, bere una birra o fumare uno spinello. Così “normale” che sono sempre più frequenti i casi, riportati dalla cronaca, di coppie che fanno sesso in pubblico, in strada, in macchina, nei parchi, alla luce del sole.

Ma, così banalizzato e senza più limiti, remore  e riserve di carattere morale, perde qualunque significato e si finisce per fare sesso anche per un regalino o per una ricarica telefonica.  Un altro caso che di recente ha fatto scalpore è stato scoprire che in alcune scuole private di Milano (ma poi si è scoperto che succede anche a Roma ed in altre città) le ragazze, “di buona famiglia“, concedono abitualmente prestazioni sessuali varie ai compagni di scuola (ma è pensabile che forniscano il servizio anche fuori dalla scuola), secondo un preciso tariffario. Basta un sms; si sceglie la prestazione da un “menu“, si concorda il compenso, che può essere in soldi o in regalini,  e ci si ritrova nel bagno della scuola per la “consumazione“.  E’ come ordinare una pizza. Le chiamano “ragazze doccia“, perché lo fanno tutti i giorni, come la doccia.

Ma questa “prostituzione” non è in uso solo nelle scuole. Sta diventando una cosa del tutto normale. Lo si fa ovunque sia possibile. Nelle discoteche, per esempio, pare sia del tutto normale ritrovarsi nei bagni per fare sesso. Alcune lo fanno dietro compenso,  ma altre lo fanno anche solo per il gusto di farlo. Sembra che fra le adolescenti che frequentano le discoteche sia molto in voga un gioco, una gara, che consiste nel fare sesso orale nei bagni con più ragazzi possibile.  A fine serata vince quella che ha fatto più pompini… pardon, rapporti orali. In questo pezzo del Fatto Quotidiano si spiega molto bene cosa è il sesso per le adolescenti e come viene praticato (specie a scuola e nelle discoteche): “Sesso a 14 anni; se non ti fai sverginare sei una sfigata.”. Dovrebbero leggerlo molte di quelle mamme che sono ferme a Biancaneve, Cenerentola, Piccole donne e pensano che le loro ingenue “bambine” a 13 o 14 anni vivano nel mondo delle favole. Ma il sesso, anche senza sconfinare nella prostituzione vera e propria,  è molto diffuso come merce di scambio. Può garantire successo, miglioramenti retributivi, avanzamenti di carriera, regali costosi, gioielli, successo nel mondo dello spettacolo. Insomma, il sesso è un’arma potentissima e le donne sanno benissimo come usarlo.

Ma quali sono i riscontri sociali di tanta foga erotica e tanta esposizione mediatica dei richiami sessuali?  Possiamo vederlo ogni giorno nella cronaca; violenza, stupri, prostituzione minorile, adescamenti in rete, pedofilia, tradimento come terapia di coppia in crisi, esaltazione della trasgressione e dei rapporti gay, lesbo, trans, bisex con tutte le possibili variazioni. Il vecchio “Famolo strano” di Verdone è ormai sorpassato, banale, sostituito dal sesso creativo dove  la fantasia non ha più limiti. Il risultato eccolo qui, sintetizzato in questi titoli di apertura del quotidiano L’Unione sarda di due giorni fa…

Esattamente così come riportato in questo screenshot. La prima notizia in apertura è quella del prof che fa sesso con le alunne in cambio di buoni voti. Subito sotto un ex sacrestano condannato per molestie ad u n ragazzino. E per finire in bellezza l’arresto di due persone che abusano di due sorelline che abitualmente assistevano ai rapporti sessuali della madre con gli amici “clienti”. Rassicurante, vero? E non si tratta di fatti isolati. No, purtroppo sono diventati la norma. Non passa giorno che in cronaca non ci siano fatti del genere. E se non bastassero i quotidiani, c’è la televisione che ogni giorno, a tutte le ore,  mostra scene di violenza, possibilmente col morto ed il sangue in primo piano. E quando non bastano film, telefilm, fiction, tutti di genere poliziesco, horror, guerra, disordini, catastrofismi assortiti, si fanno dei programmi speciali dove, tanto per cambiare, si parla di cronaca nera, di delitti e morti ammazzati. La televisione è una specie di università della violenza e del sesso.  E nessuno sembra preoccuparsi dell’influenza negativa che questi programmi possono avere sui bambini, sulla mente di soggetti deboli e persone particolarmente sensibili. Alcuni anni fa ad Olbia dei ragazzini fra gli 11 ed i 13 anni abusarono ripetutamente, anche in gruppo, di una bambina di 9 anni.  Ai carabinieri che li interrogavano, dissero che lo avevano fatto perché “lo avevano visto in televisione“. E’ abbastanza chiaro o bisogna fare il disegnino?

Se al sesso in tutte le salse aggiungiamo il continuo aumento del consumo di droghe di ogni genere e  la quotidiana dose di violenza che ci propinano le reti televisive ad ogni ora del giorno, otteniamo una miscela devastante per la salute mentale di giovani e meno giovani. I media hanno bisogno di  mostri da sbattere in prima pagina per vendere più copie o per accrescere l’audience in TV. E quindi questi mostri li creano, attraverso la somministrazione quotidiana di scene di violenza. I media (in primis la televisione) sono diventati, più o meno inconsciamente,  una fabbrica di mostri; è un mondo che si autoalimenta. Stanno generando una società di nevrotici, stressati, ansiosi, pazzi furiosi e aspiranti pazzi, alimentando l’aggressività, la confusione mentale, un mondo di maniaci sessuali e di potenziali stupratori e assassini. La gente sta impazzendo, ma siccome la pazzia è generale, non se ne rende conto. E siccome sesso e violenza creano dipendenza, come alcol, fumo e droga, ormai non se ne può fare a meno. Abbiamo bisogno della nostra dose quotidiana di “pane, sesso, droga  e violenza“.

Siamo sicuri che questo sia un mondo normale? Siamo sicuri che tutta questa continua ed esasperata esposizione di richiami sessuali attraverso stampa, internet, cinema, televisione, pubblicità, letteratura, non sia in qualche modo responsabile dello scatenarsi di una forma di vera e propria maniacalità sessuale? Siamo sicuri che la violenza in tutte le salse che ogni giorno ci viene propinata attraverso giornali, cinema e Tv non sia responsabile dell’esplosione di atti violenti in soggetti particolarmente sensibile e dall’equilibrio psichico precario? Siamo sicuri che i media non influenzino l’opinione pubblica e diventino in qualche modo responsabili morali di stupri, violenze, femminicidi? Io ho qualche dubbio. Anzi, ad essere sincero, sono proprio convinto, come ripeto da anni, che i media abbiano una grande responsabilità nel generare aggressività  che sfocia, prima o poi, in violenza e tragedia.

E’ un argomento che tratto spesso perché sono convinto della responsabilità dei media.  Fra i tanti post, vedi “Morti di giornata“, in cui, a fondo pagina, ci sono i link ad altri articoli simili. E ancora un post del 2003 “Notizie inutili“,  “Follie di giornata” del 2004,  “Il Papa ha ragione” del 2009 e ancora due video con l’intervista a K.R. Popper sulla televisione cattiva maestra “Popper: TV e violenza“. Ma la gente sembra non rendersi conto della pericolosità dei messaggi che passano sui media. O forse non vogliono capirlo perché su sesso e violenza ci campano. In nome della libertà e del diritto di cronaca sui media passa tutto e di più, senza controlli, senza riserve e senza scrupoli. Ma prima o poi, se non si pone rimedio, ne pagheremo le conseguenze. Anzi, le stiamo già pagando ed anche molto salate.

A quanto pare, stiamo correndo incontro alla distruzione, incuranti del pericolo. Giorno per giorno stiamo minando le fondamenta della società, la stiamo smantellando, ne intacchiamo i pilastri portanti, creiamo i presupposto per il totale dissolvimento. Così come dalla carne in putrefazione nascono i vermi, da una società decadente, corrotta, amorale e depravata nascono i germi di una malattia letale che porterà al completo degrado ed all’autodistruzione.  Al nostro confronto Sodoma e Gomorra sono simboli di sobrietà e morigeratezza di costumi. Ma forse questa fine è già scritta nel destino dell’umanità. Dopo il diluvio universale Dio promise a Noè che non avrebbe più distrutto l’umanità. Ha mantenuto la promessa. Ma non c’è bisogno di un intervento divino e di un altro diluvio; l’uomo si sta distruggendo da solo. E non manca molto alla fine. Per i credenti la fine dei tempi ha un nome: Armageddon.   I non credenti possono chiamarla semplicemente follia umana.

Grillo e le urinarie

Ma Grillo ce l’ha il porto d’armi? E’ probabile, visto che continua a sparare cazzate. Se ne inventa una al giorno. Quando appare in pubblico bisognerebbe gridargli “A Beppe, facce ride…”, come dicevano gli spettatori del vecchio avanspettacolo al temerario comico che si avventurava sul palco, ben sapendo di andare incontro a reazioni non sempre benevole. Ecco perché Grillo e Di Pietro una volta erano in sintonia, avevano lo stesso hobby; inventare epiteti ed insulti.  Anche l’ex pm aveva un solo pensiero fisso. Ogni giorno si alzava dal letto e cominciava a pensare ad inventarsi un nuovo insulto per Berlusconi. E poi lo spiattellava davanti a qualunque telecamera lo riprendesse. Creatività sprecata.

Grillo usa la stessa strategia. Va avanti a forza di epiteti ed insulti con i quali ama riferirsi agli esponenti politici. Ecco l’insulto di giornata riportato dall’’ANSA “‘Berlusconi è una salma riportata in vita e Roma è il cimitero della democrazia’‘. Ma allora, visto che Roma è un cimitero, che ci fanno 170 grillini in Parlamento? Fanno i becchini? Portano i fiori sulle tombe? Si stanno scavando la fossa? Questi politicanti della domenica non hanno ancora capito che ora fanno parte integrante, con tutti gli annessi e connessi, di quella casta che sbeffeggiano, insultano ed offendono quotidianamente. Prima lo capiranno e meglio sarà per tutti; anche per loro.

Prima, per scegliere i candidati al Parlamento, hanno fatto le “Parlamentarie“. Ora, per designare il candidato al Quirinale,  hanno fatto le “Quirinarie”.  Grillo dice che hanno votato, via web, i 50.000 iscritti al movimento. E poche decine di migliaia di italiani, su decine di milioni di aventi diritto al voto,  hanno la presunzione di voler decidere chi debba andare al Colle. Ma siccome i voti sono stati attribuiti e suddivisi fra una decina di candidati, da Gabanelli a Rodotà, da Prodi a Dario Fo e Gino Strada, ogni candidato ha preso al massimo qualche migliaio di voti. E questo li autorizza a sentirsi designati dal popolo? Ho paura che abbiano uno strano concetto della democrazia. Forse hanno studiato per corrispondenza ed il fascicolo sulla democrazia non è mai pervenuto, si è perso per strada.

Pare che la più votata sia stata Milena Gabanelli che, dopo aver superato la prima selezione  delle “Primarie delle Quirinarie” (una sorta di “Nomination” tipo Grande fratello o L’isola dei famosi),  ha vinto anche le “Secondarie”, ovvero le “Finali delle Quirinarie”.  Lo dice Grillo e dobbiamo fidarci. La cosa che lascia perplessi è che questi candidati hanno preso questa farsa delle Quirinarie molto seriamente, invece che farsi una risata; ci credono. La Gabanelli, dopo essersi dichiarata sorpresa per la scelta, si è schernita dicendo di non avere la necessaria preparazione (bontà sua). Ma, subito dopo, ha detto che ci avrebbe pensato la notte. Vuoi vedere che pensa davvero di poter fare il Presidente della Repubblica? Il secondo classificato, Gino Strada, persona apparentemente seria,  non declina l’invito. Anzi, dice che, se la Gabanelli dovesse rinunciare, sarà il Movimento a decidere: “Strada: dopo la Gabanelli? Decide il M5S“.  Un altro che, di colpo, ha perso il senso della realtà e della misura.

E cosa faranno i grillini se rinuncia la prima classificata Gabanelli? Faranno un’altra selezione per designare il sostituto? Dopo le Primarie e le Secondarie faranno le “Terziarie Quirinarie“? E se rinunciasse anche Strada? Faranno  le “Terziarie” francescane, ritirandosi in convento e meditare in silenzio sulla caducità delle umane cose? Se poi, come è molto probabile, la loro permanenza in Parlamento si rivelasse precaria e si tornasse a votare, come designeranno i nuovi candidati per un posto che si è rivelato poco sicuro ed a termine?  Ovvio, voteranno e faranno le “Precarie“. Ma per il momento ci sono ancora e, siccome  votano su tutto, quando dovessero di nuovo occupare Camera e Senato (come hanno già fatto, avendo qualche problema a rientrare in aula dopo essere usciti per andare in bagno), per decidere, a maggioranza, quando, dove e chi possa andare a fare la pipì, faranno anche le “Urinarie“.

 Questa specie di votazione da reality show la chiamano democrazia. E’ una nuova forma di democrazia “virtuale” on line, riservata a chi naviga in rete ed è pratico di informatica. Gli altri sono esclusi. Per loro scegliere i candidati ed i programmi per governare l’Italia è un po’ come fare acquisti su E-Bay, fare trading on line o giocare con i videogames, sparando agli omini verdi. Chi ne ammazza di più vince e va in Parlamento.  La politica sta diventando un mix fra reality show, videogames, follower alla Facebook e Zelig Circus. Ma Grillo dice che questa è la vera democrazia. E Grillo è un uomo d’onore.

La prescelta dai grillini per il Quirinale è, quindi,  Milena Gabanelli, la giornalista di Report. Già, una giornalista, quella categoria tanto odiata dai grillini che si ostinano a non voler concedere interviste, né presentarsi in TV, perché odiano i giornalisti. Li odiano tanto che ora propongono una giornalista come Presidente della Repubblica. Questa è coerenza, ragazzi! In verità denota uno stato confusionale diffuso e preoccupante. Fra poco, per stabilire il grado di confusione del Movimento, faranno le “Confusionarie“.

Se qualche anno fa qualcuno avesse detto che proponeva la Gabanelli come Presidente della Repubblica, avrebbe suscitato l’ilarità generale. Sarebbe come proporre Lucia Annunziata, Fabio Fazio, Littizzetto, Crozza, Guzzanti, Santoro, Floris di Ballarò, la Clerici della Prova del cuoco o, perché no, il mago “Otelma for President“. In effetti sarebbe stata nient’altro che una battuta, roba da Zelig. Oggi, invece è una cosa seria. Significa che ormai è del tutto scomparso anche quel sottile confine fra  la politica e la satira, fra il serio ed il faceto, fra il Parlamento ed il cabaret. Politici e comici sono interscambiabili. Si fa politica scambiandola per satira e si sparano battute comiche pensando di fare dichiarazioni politiche. Ecco perché, più che eleggere il Presidente della Repubblica, sembra che stiano eleggendo il capo condominio del residence virtuale “Il Grillo parlante”.

 Succede questo quando per anni si dà eccessivo spazio e credito a comici, vignettisti e satirici in cerca di gloria e giornalisti e conduttori televisivi d’assalto, in servizio permanente effettivo sul fronte della più sfacciata propaganda. Fanno comodo alla sinistra perché, essendo tutti sinistrorsi, da anni montano una campagna denigratoria, offensiva e delegittimante nei confronti del nemico storico, Berlusconi. E’ un tipo di propaganda vigliacca e subdola, perché è mascherata da satira o da “Informazione“. Ma a forza di essere protetti, corteggiati ed osannati, questi battutari da bar dello sport ed illustri “Penne all’arrabbiata” dell’informazione nostrana si montano la testa e pensano davvero di essere intelligenti, simpatici, divertenti, acuti osservatori dei vizi umani, fustigatori dei costumi travestiti da Catone o Savonarola, dei puri di cuore legittimati a porsi come depositari della morale: la “parte migliore del Paese“, come amano ripetere a sinistra. Il bello è che ci credono!

L’esito di questa strana commistione fra politica e satira è che troppo spesso la satira diventa propaganda ed i comici diventano idoli, modelli da imitare e giudici di parte. Per tanto tempo sulle prime pagine dei quotidiani, come ho notato spesso, compaiono in testa alla pagina, con grande evidenza, le notizie sui fatti più importanti della giornata, i commenti politici di noti editorialisti,  le “Edicole” di Fiorello ed i siparietti di Crozza. Ormai sono sullo stesso piano, hanno la stessa visibilità e la stessa autorevolezza. Ecco perché un tale Grillo, giorno dopo giorno, forse inconsciamente, o forse volutamente, ha modificato i contenuti dei suoi spettacolini in piazza, passando quasi inavvertitamente dalle battute comiche alla contestazione politica.

E siccome il mondo, come suol dirsi,  è bello perché è vario ed è pieno di creduloni pronti a prestar fede al Dulcamara di turno che offre il suo miracoloso specifico agli ingenui, ecco che, da un giorno all’altro, Grillo da comico in crisi d’identità, è diventato un leader politico. Ma, non essendo un politico, continua ad infarcire i suoi discorsi e le sue dichiarazioni quotidiane, di frasi e concetti che sono a metà strada fra la politica e le battute comiche. E così facendo, fra il serio ed il faceto, si arriva a designare come Presidente della Repubblica una giornalista come Milena Gabanelli. Roba che solo qualche anno fa sarebbe stata una battuta da Zelig. Ma questa non è politica, è cabaret. E se questa parodia della politica è, invece, cabaret, allora a Grillo,  grillini e grilletti bisognerebbe rispondere come gli spettatori dell’avanspettacolo: “Grillo, lascia perdere la politica, facce ride…”.

Crozza di giornata

E’ talmente scontato che puoi scommetterci, vai sul sicuro. Quando apri la pagina del Corriere, il mercoledì o il sabato mattina,  sai già che in alto a destra ci troverai il box riservato a Crozza. Immancabilmente il giorno dopo le sue apparizioni televisive, sia a Ballarò, sia nel suo show su La7, il nostro comico di regime ha il suo spazio riservato sulle prime pagine dei quotidiani on line. Sempre in apertura di pagina, con tanto di link per riascoltare le sue battute ormai scontate e prevedibili. Quando fa il suo siparietto a Ballarò sai già dove andrà a parare. La cosa più interessante del suo monologo, quindi, non sono le sue battute, ma vedere Floris che si diverte da matti. E’ Floris lo spettacolo del siparietto. E’ l’unico a ridere sguaiatamente e senza ritegno, come un ragazzino. Beate anime semplici!

Ed ecco, infatti, il box di oggi, in bella evidenza in alto nella pagina, allo stesso livello delle notizie di primo piano che riguardano la politica ed i fatti più importanti della giornata. Ormai Crozza è sullo stesso piano del Governo, del Papa e dei terremoti. Tanto che non è chiaro se la politica sia una cosa da ridere, oppure se Crozza sia candidato al Quirinale. Del resto ormai pare che la politica, vedi il caso Grillo, sia roba da comici. Il guaio è che non fanno nemmeno ridere.

Sono così presi dal sacro fuoco dell’arte (comica!?) che riescono a fare del sarcasmo anche sulle malattie. Sì, purché il malato sia Berlusconi, altrimenti non è corretto ironizzare sulla salute. Ma per Silvio fanno un’eccezione, sempre. Così ironizzarono quando un tale gli lanciò in testa un cavalletto fotografico. Quando quell’altro pazzo gli lanciò in faccia un modellino del Duomo. Fu motivo di ironia quando ebbe un malore durante un convegno e fu accompagnato fuori a braccia dagli assistenti. Santoro, mandando in onda le immagini di quella scena commentò “Quando c’è la salute…”. Ed è oggetto di scherno l’affezione che lo ha colpito giorni fa.

Tutto ciò che riguarda Berlusconi è oggetto di facile sarcasmo. E’ il loro pane quotidiano. Se Berlusconi lasciasse la politica per loro sarebbe un dramma. Ci campano, è questione di vita o di morte.  Ma ora che Grillo ha deciso di occuparsi di politica, cosa succede? Vedremo i comici che fanno ironia su un altro comico? E poi vedremo Grillo che fa battute su Crozza? E Crozza si candiderà per fare il sindaco di Genova? Visto come vanno le cose non ci sarebbe da stupirci.

Dice Crozza che Ghedini non sa più cosa inventarsi. Non credo che sia stato l’avvocato Ghedini ad inventarsi una diagnosi di “uveite“. Non mi pare che l’oculistica rientri fra le materie di Giurisprudenza. Ma Crozza fa il finto tonto e ci ricava il suo monologo, si inventa un pretesto inesistente. Costruisce un pezzo su una realtà falsa. frutto solo della sua fantasia. E’ quello che fa di solito quando fa le parodie di Formigoni, Marchionne, Maroni. Costruisce dei monologhi facendo dire ai suoi personaggi frasi ed affermazioni mai fatte. Troppo facile fare i comici in questo modo. Se pensiamo poi che dietro i suoi monologhi ci sono diversi autori che scrivono battute per lui ci rendiamo conto che questi nuovi comici che inondano i palinsesti televisivi, al massimo sono quelli che una volta erano i battutari della compagnia. Quelli che divertivano gli amici al bar o i compagni di scuola con qualche battuta spiritosa e tutto finiva lì. Oggi li abbiamo presi e sbattuti sui palcoscenici teatrali, in televisione, al cinema. In mancanza di meglio li spacciano come comici. Bisogna accontentarsi. In mancanza del caviale anche le uova di lompo vanno bene. Siamo diventati una società che campa di surrogati.

Ma soprattutto sono bravi a sfruttare l’onda della satira che oggi rende bene. Tenendo presente un particolare fondamentale: la satira deve essere quasi sempre contro Berlusconi e la destra. E se proprio si deve farla sulla sinistra, che sia benevola, simpatica, senza infierire troppo. Già, perché il popolo di sinistra la satira in casa propria non la capisce e non l’apprezza. Invece si spancia dalle risate quando, anche facendo biasimevole sarcasmo da avvoltoi sulla sua salute, si ridicolizza Berlusconi. E’ bene ricordare che fare satira sulla sinistra è difficile e pericoloso, meglio non farla. Non lo dico io, lo disse un mito della satira italica, il premio Nobel Dario Fo, intervistato nel 2006 da Serena Dandini a “Parla con me” (Si può ridere dei musulmani?). 

Meglio andare sul sicuro e fare del sarcasmo sull’uveite di Berlusconi. Così Giovanni Floris si diverte, gongola per gli ascolti e si fa quattro risate. Gli altri un po’ meno, ma per compiacere il padrone di casa, sorridono e sembrano gradire. Sì,  c’è qualcuno che non sa più cosa inventarsi, ma non è Ghedini. E’ Crozza che si è inventato il fatto che Ghedini abbia inventato l’uveite, tanto per dire le solite quattro banalità fra amici (gioca in casa) che divertono tanto Floris e la sua claque. Si fa bella figura, si guadagna bene ed è sempre meglio che andare a lavorare, magari nelle miniere del Sulcis. Quando i veri comici sono scomparsi e l’umorismo vero è un pallido ricordo, anche Crozza può “inventarsi” comico.  Che squallore.

Satira libera: dipende…

Vauro e gli imam pedofili

Satira e magistrati

Si può ridere dei musulmani?

Colorado, che risate!

Bavagli e querele

Scimmie e presidenti

Ballarò; istruzioni per l’uso

– Esercizio di libertà

C’è poco da ridere

Fini, la nonna ed il panda

Lunedì sera, facendo zapping sul tardi, capito su Porta a porta, mentre va in onda un servizio su un’anziana signora che, fra le lacrime, dice di non riuscire a fare la spesa per mancanza di soldi. Pian piano ha dovuto vendere tutti gli oggettini d’oro che aveva, braccialetti, collane, orecchini. Ha venduto perfino la fede nuziale per compare pane e latte. Una delle tante storie, purtroppo ormai diffuse, che possiamo sentire ogni giorno in televisione, o leggere sulla stampa o su internet. Storie di “normale disperazione“. Già, ormai anche la povertà, l’estrema indigenza, la disperazione, stanno diventando normali.

Una situazione drammatica che bisognerebbe affrontare con idee, proposte e progetti ben precisi, chiari, pratici, concreti ed attuabili a breve scadenza. Ardua impresa che è di competenza della classe politica, quella che è lautamente ricompensata per governare l’Italia. Ma nessuno sembra avere idea di come operare. Nessuno dei politici che quotidianamente pontificano a reti unificate in TV, ha mai fatto una proposta seria e concreta. Continuano a blaterare di soluzioni vaghe e generiche, ad accusarsi reciprocamente, a preoccuparsi più di garantirsi la poltrona in Parlamento che risolvere i problemi reali della gente.

Finito il servizio sulla “nonna” che vende la fede per comprare il pane, Vespa si rivolge a Fini chiedendo cosa intenda fare la politica per affrontare queste emergenze drammatiche. E cosa risponde Fini? Ha una sua proposta concreta? Ma quando mai, nessuno ha uno straccio di proposta, nemmeno Fini. Infatti, dopo un attimo di pausa riflessiva, in evidente imbarazzo, comincia a farfugliare qualcosa sulla precarietà del lavoro, sulla disoccupazione giovanile, sulla necessità di garantire il futuro ai giovani, di rilanciare dell’economia e bla bla bla. Solita solfa generica buona per tutte le stagioni e tutti i talk show; quella che, in mancanza di idee concrete, propinano ovunque ci sia un microfono. Ma in pratica niente di niente. Fini, guardi che qui si parlava di anziani che non sanno come campare e vendono le fedi per comprare il pane, non di giovani in cerca di prima occupazione.  In compenso, però, un’idea precisa ce l’ha. Non per risolvere la crisi economica, ma per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Oh, ecco, questa sì è una buona soluzione. Ditelo alla “nonna“, così si tranquillizza.

Del resto, Fini non è il solo a metterla sul vago quando si parla di crisi. Avete mai sentito qualcuno fare una proposta concreta? No, nessuno sa cosa fare. Ho sentito di recente D’Alema, ospite su La7, rispondere alla stessa domanda sul come risolvere la crisi, dicendo che “Occorre una forte azione sociale…”. Geniale, vero? Ma con la forte azione sociale riaprono le fabbriche? Si riassumono gli operai, Ci si compra il pane e il latte? D’Alema, ma che…baffo dice? Non sanno cosa fare e non sanno cosa dire. Ci prendono per i fondelli, facendo finta di essere seri, ma non glielo puoi nemmeno far notare. Se lo fai ti accusano di populismo. L’unica cosa certa di questa genia di politici è che tutti lottano per rientrare in Parlamento. Per il resto l’Italia non può fare altro che sperare in un miracolo. Ora, sarà anche vero che non riusciamo a risolvere i problemi di casa nostra e garantire un’esistenza decorosa agli anziani e pensionati, perché non ci sono i fondi necessari, però dedichiamo notevoli risorse per accogliere ed assistere immigrati, Rom e chiunque decida di venire in Italia.

Così, invece che pensare ai nostri problemi, siamo occupatissimi a garantire finanziamenti ed aiuti a mezzo mondo. Abbiamo promesso, come UE,  5 miliardi di euro all’Egitto, dove abbiamo sostenuto la “primavera araba“, consegnando di fatto l’Egitto ai Fratelli musulmani che predicano e  perseguono la guerra santa contro l’occidente, cioè noi. Ma noi siamo buoni e li finanziamo.

Ora l’Unione europea ha deciso di assegnare altri 20 milioni di euro di aiuti al Mali. Il Mali? Roba che se chiedete a cento persone cosa sia il Mali e dove sia, forse, al massimo, ne trovate dieci che sanno rispondere. Ma noi siamo buoni, siamo altruisti, siamo caritatevoli e, mentre i nostri pensionati sono al limite della sopravvivenza, abbiamo denaro da regalare per aiutare mezzo mondo.

Così spendiamo 30 milioni di euro in Afghanistan per insegnare come si organizza e si amministra la giustizia. Noi che abbiamo una giustizia tutta da ridere, con cause civili che durano dieci anni e spesso passano in eredità a figli e nipoti. Noi che abbiamo una giustizia in mano a magistrati che la usano come arma politica contro gli avversari. Noi andiamo ad insegnare la Giustizia agli afghani. Noi, cittadini di un paese in cui un magistrato, in tempi di crisi economica profonda ed ancora senza via d’uscita, ha il potere di chiudere la più grande acciaieria d’Europa e mettere a rischio il lavoro di decine di migliaia di lavoratori, fra azienda e indotto.

Abbiamo la Giustizia più disastrata del globo, ma andiamo all’estero a tenere lezione. Abbiamo scuole che cadono a pezzi, ma andiamo a costruire scuole in Afghanistan. Abbiamo una vecchissima rete idrica colabrodo che perde il 50% dell’acqua, ma andiamo a costruire pozzi in Africa. Stiamo inquinando il territorio nazionale, fiumi, laghi, falde acquifere, con veleni, discariche e rifiuti tossici di ogni genere, ma vogliamo salvare le foreste dell’Amazzonia. Abbiamo milioni di pensionati che per sopravvivere devono andare a mangiare alle mense della Caritas o recuperare qualcosa fra gli scarti dei mercati, ma raccogliamo fondi per combattere la fame nel mondo. Pazzesco, da non credere.

E se non bastassero gli aiuti sparsi nel mondo, dobbiamo anche garantire l’accoglienza e l’assistenza a tutti coloro che, in barba a tutte le norme che regolano l’immigrazione, decidono di venire in Italia. E non possiamo far niente per arginare l’invasione, altrimenti l’ONU e l’Alto commissario per i rifugiati, Boldrini, ci accusano di xenofobia e razzismo. Dobbiamo accoglierli, dargli assistenza, possibilmente una casa ed un lavoro. E sono milioni. E siccome arrivano in Italia senza arte, né parte, finiscono regolarmente per delinquere. Così nelle nostre carceri su 60 mila detenuti, un terzo, più di 20 mila, sono stranieri. Ed anche questi sono a carico nostro. Ma non è un problema, perché noi siamo buoni e ci sono soldi per tutti; tutti, eccetto per gli italiani, specie se anziani e pensionati. Per gli italiani ci sono sempre e solo nuove tasse da pagare. Così possiamo regalare qualcosa all’Egitto, al Mali, all’Afghanistan, alla Palestina, salviamo le foreste amazzoniche ed il panda.

Ma si fa tanto anche per gli italiani. I nostri politicanti sono impegnatissimi nell’inventarsi soluzioni geniali per problemi serissimi. Per esempio, l’assegnazione di alloggi popolari ai ROM, invece che ad italiani che aspettano da anni. O l’istituzione dei registri delle unioni di fatto (altro provvedimento essenziale per superare la crisi). O importantissime proposte parlamentari come la legge sul “Femminicidio“, ovvero “l’omicidio di una donna in quanto donna“. Scusate, ma ci siete o ci fate? E siccome i nostri parlamentari sono instancabili, lavoratori indefessi, una ne fanno e cento ne pensano. Come la proposta di aggiungere l’omofobia nel testo della legge Mancino del ’93. Gli effetti di quella legge? Ecco, se in uno stadio urli “Cornuto” all’arbitro non succede niente; è una semplice espressione di tifo sportivo. Se tu urli qualunque epiteto offensivo nei confronti di un calciatore bianco, è ancora tifo sportivo; tutto normale. Ma se tu fai “Buuu…” ad un calciatore nero fermano la partita, multano la società e tu passi guai e puoi finire in carcere.  Così, se quella proposta dovesse passare e ti azzardi a dire che preferisci le donne ai gay, ti accusano di omofobia, paghi una multa salata e puoi anche finire in galera. Beh, almeno risolvi il problema della spesa; vitto e alloggio gratis.

Bella la legge Mancino. Condanna l’odio e la discriminazione razziale, etnica e religiosa. Così se tu dici di odiare i neri, gli ebrei o i musulmani, puoi finire in carcere. Se invece dici di odiare Berlusconi, non succede niente. Anzi, se lo scrive Travaglio sul suo giornale, è una libera espressione del pensiero e vende più copie. In Italia abbiamo l’odio fluttuante, come la sessualità della Concia. Berlusconi si può odiare, Balotelli no. Chiaro? Peccato che, inoltre, questa legge sia vigente solo da noi. Per esempio i fanatici islamici, quelli che predicano la Jihad, non conoscono la legge e nemmeno Mancino. Così non solo odiano liberamente i cristiani, ma, ovunque li trovino, li ammazzano e bruciano le chiese. Altro che fargli “Buhhhh…” allo stadio. Ma noi siamo buoni e accogliamo anche questi fanatici, li ospitiamo e gli concediamo spazi per le moschee. E intanto che i cristiani vengono bruciati o devono scappare dai paesi islamici, il Papa auspica la pace. Più auspica la pace e più conflitti scoppiano nel mondo. Mi sa che porta sfiga.

Ci preoccupiamo di tutto e di tutti, anche degli angoli più sperduti del pianeta. Per tutti abbiamo attenzione, associazioni umanitarie che se ne occupano e raccolte fondi quotidiane. Ogni giorno nasce una nuova organizzazione che, mettendo sempre in primo piano i volti di bambini denutriti, ti chiedono 2 euro. con un sms. Di tutto ci occupiamo, eccetto dei bisognosi che abbiamo sotto casa. Quelli non li vediamo. Ne veniamo a conoscenza solo quando fanno notizia, meglio se in cronaca nera. I poveri li abbiamo nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo, ma non li vediamo; pensiamo a salvare il panda. Abbiamo lavoratori disperati che hanno perso il lavoro per la chiusura delle fabbriche. Abbiamo imprenditori disperati che si suicidano perché non reggono davanti al fallimento delle loro aziende. Abbiamo pensionati che con pensioni minime dopo una vita di lavoro, sopravvivono per miracolo, mangiando alla Caritas, come barboni o vendendo i ricordi di una vita per comprare il pane. Ma noi pensiamo a sostenere la “Primavera araba“, ad aiutare il Mali, ad esportare la “Giustizia made in Italy“, finanziare progetti per le discariche di rifiuti a Nairobi (non è una battuta, è vero; era uno dei geniali progetti umanitari del governo Prodi). E, ovviamente, salvare il panda.

E coloro che dovrebbero occuparsene, i politici, blaterano, chiacchierano, farfugliano programmi vaghi e generici, fanno fumo. E sono sempre in TV a fare la passerella, inconsistenti, vuoti, inutili personaggi di un circo mediatico autoreferenziale ed autocelebrativo. Personaggi che si arricchiscono sfruttando la credulità dei poveri o presentandosi in TV come novelli tribuni della plebe,  che sono “onorevoli” anche se cretini, ma cretini di successo. Perché questo insegna la democrazia; tutti sono uguali, tutti hanno diritto di voto, tutti possono essere eletti; anche i cretini. E da cretini hanno spazio mediatico e diritto di dire cretinate in pubblico.

Già, perché anche i cretini hanno libertà di parola. E’ un diritto garantito dalla Costituzione. Quella Costituzione che un ricco giullare di corte, per la modica cifra di qualche centinaio di migliaia di euro,  ha definito di recente in televisione “La più bella del mondo“. Sì, perché ormai sono loro a spiegarci la Costituzione e la politica, i comici: Benigni, Grillo, Guzzanti, Luttazzi, Littizzetto, Crozza e compagnia comicante.  Ecco perché, per rivalsa, i politici si danno all’arte comica e drammatica e, secondo le circostanze, ci fanno ridere o piangere.

Tutti rincorrono il successo, il denaro, il potere, ma fanno finta di farlo per passione, per dedizione, per spirito di servizio, per il bene del Paese. Ma il successo costa, richiede tempo, impegno continuo. Ecco perché tutta questa bella gente, impegnatissima per il bene del Paese,  non ha tempo di accorgersi della nonna che vende la fede nuziale per comprare il pane. Bisogna capirli, non hanno tempo da dedicare agli anziani. Quegli anziani che hanno allevato figli e nipoti a costo di sacrifici e privazioni e, lavorando sodo, hanno garantito  condizioni di vita migliori ai discendenti. Ma oggi quei nipotini sono preoccupati più di garantire il cibo ai panda di lontani e sconosciuti paesi, o tutelare la cultura dei tagliatori di teste del Borneo, piuttosto che assicurare il pane ai nonni.

Stiamo creando una società confusa, frastornata, in piena decadenza, imperniata su falsi valori, relativismo, pensiero debole e vecchi ideologismi anacronistici che hanno generato una nuova forma di barbarie culturale e morale; una società destinata inevitabilmente all’autodistruzione. Purtroppo la presunta profezia Maya sull’apocalisse del 20 dicembre 2012 si è rivelata la solita bufala mediatica. Peccato che non ci sia stata la fine del mondo. Peccato davvero.

Colorado: che risate!

Colorado è un programma “comico” che va in onda su Italia1. Ormai i comici sono ovunque, nascono e crescono come i funghi e ne produciamo tanti che potremmo esportarli in quantità industriali nel terzo mondo, tanto per consolarli un po’. Magari non risolverebbero la piaga della povertà e della fame. Morirebbero lo stesso, ma morirebbero dalle risate. Sarebbe già un progresso. No?

Bene, il mio televisore è difettoso; o non si accende, o se riesco, dopo molti tentativi, ad accenderlo non cambia canale, si blocca. Ieri si è bloccato su Italia1 mentre stava iniziando Colorado ed i conduttori consigliavano di guardare il programma perché “fa ridere” e ridere fa bene alla salute. Beh, se è per il benessere fisico, allora guardiamolo; magari ci passa il mal di pancia, il torcicollo, l’artrosi e si abbassa il colesterolo. Non si sa mai!

Comincia a sfilare sul palco una rassegna di personaggi strani che sembrano affetti da vari disturbi della personalità. Ma li annunciano come comici. Ma dove li vanno a pescare, nelle offerte speciali “prendi tre, paghi due” o ai saldi estivi per comici da strapazzo? Boh!  Intanto, però, il tempo passa, la rassegna di “disturbati” continua, ma risate zero. Ma siccome ogni tanto inquadrano il pubblico che applaude,  ride e sembra divertirsi un mondo, mi sorge un dubbio. Vuoi vedere che lo spettacolo è già iniziato ed io non me ne sono accorto?

Poi, però, arriva l’illuminazione. I comici non sono quelli che sfilano sul palco, ma sono quelli che siedono in platea. Ecco il segreto di Colorado. Un pubblico che fa satira parodiando il classico pubblico televisivo che applaude ad ogni sciocchezza proposta e che fa finta di divertirsi guardando dei personaggi che fanno finta di fare i comici. Svelato il mistero. Sì, in effetti, una volta capito il segreto del programma, bisogna riconoscere che il pubblico è molto divertente. E si sentono anche i benefici per la salute. Avevo un leggerissimo mal di testa che, miracolosamente, mi è passato. In compenso mi è venuto un violento moto rotatorio alle parti basse. Ma non è preoccupante. Classici effetti collaterali!

Silvio ci rovina

Berlusconi si dimette, con grande soddisfazione, giubilo, gaudio e tripudio degli avversari. Ma c’è una categoria che non solo non gioisce, ma è letteralmente nel panico: i comici. Ci hanno campato per anni, andavano sul sicuro, Berlusconi era il loro pane quotidiano garantito, una specie di assicurazione sulla vita. Se Silvio lascia di cosa parleranno? E’ una catastrofe, praticamente sono rovinati.

Alcuni stanno già pensando di riciclarsi in altre attività. Sabina Guzzanti, data la sua dimestichezza con le aragoste, aprirà un banco del pesce ai mercati generali. Serena Dandini, fedele al suo motto “Parla con me…” si dedicherà al volontariato ed attiverà una linea telefonica gratuita per l’ascolto ed il conforto di comici in crisi e depressi. Maurizio Crozza farà il testimonial per una nota casa produttrice di preservativi. Data la grande somiglianza della sua testona pelata con “l’utilizzatore finale” del prodotto, basterà infilargli in testa un preservativo extra-extra large e l’effetto è assicurato: testimonial perfetto.

Sì, ma tutti gli altri? Sembra che per cercare di sopravvivere abbiano fondato una compagnia comica itinerante, la “Iena ridens“, e si esibiranno nei grandi allevamenti avicoli improvvisando spettacolini per far ridere i polli.

Vieni via con me…

Concludono, Cric e Croc, con un lungo elenco di “Vado via perché…”. Tranquilli, non c’è bisogno di giustificarvi o di farla tanto lunga elencando motivazioni fasulle. L’importante è che andiate via. Qualunque ragione è valida. Ma una ragione, cari Fazio e Saviano, le sintetizza tutte: siete così faziosi, ipocriti, falsi e retorici che fate schifo! E lo fate in prima serata TV, a spese degli italiani. Vergognatevi…

Parlo della prima puntata di “Vieni via con me”. Il bello è che ci saranno altre tre puntate. E sono anche certo che avrà avuto un alto numero di spettatori. Domani i giornali metteranno in prima pagina titoloni annunciando il grande successo. Per completare degnamente la serata segue una puntata di “Correva l’anno” in cui, tanto per cambiare, si parla del ventennio fascista. Ma guarda tu che sorpresa e che novità. E si parla dell’organizzazione del tempo libero, una creazione del fascismo. Lo stesso Paolo Mieli, uomo di sinistra ed antifascista, in conclusione della puntata, afferma che la creazione dei Dopolavoro e tutte le attività collegate, contribuì a migliorare le condizioni dei lavoratori, mettendoli in condizione di godere di svaghi, passatempi e attività sportive e culturali che prima erano sconosciuti, specie nelle località di provincia, nelle campagne e nei piccoli centri. Una vera rivoluzione, così la chiama, come è stata poi la televisione. Ma in apertura della puntata si ribadisce che questa innovazione è voluta dal fascismo…per tenere occupata la gente ed evitare che si occupi di politica. In pratica, per “controllare” il popolo. Fate ancora più schifo di Fazio…

Ma due considerazioni su questa prima puntata di “Vieni via con me” bisogna pure farle. Tutto come previsto. Non bisognava essere dei maghi per prevedere che sarebbe stata l’ennesimo programma che, spacciandosi per intrattenimento e informazione, sarebbe stato un pretesto per attaccare Berlusconi ed il Governo in carica, ricorrendo a tutti i mezzi ormai collaudati da conduttori, comici ed ospiti “prestigiosi” scelti in funzione della tesi precostituita.

Il leit motiv della puntata è l’uso degli “elenchi” che ricordano molto quelli di Celentano in Rockpolitic in cui, a modo suo, divideva l’umanità in rock e lenti. Di qua i buoni, di là i cattivi, secondo i personalissimi criteri celentaneschi. Si comincia con una suora che elenca i motivi per cui è giusto costruire la moschea a Torino. Ecco, cominciamo bene. Poverina la nostra “sorella”, chissà se è informata di come trattano i cristiani, comprese suore e preti, nei paesi islamici. Dovrebbe informarsi, prima di impegnarsi tanto a favore delle moschee. Ma, si sa, i cristiani sono buoni, amano anche i loro carnefici ed hanno una fortissima predisposizione al martirio. Come gli islamici. Solo che gli islamici, quando scelgono di diventare martiri, sperano almeno di trovare nel loro paradiso 72 vergini che li aspettano. I cristiani nemmeno quello, perché sono casti e puri.

Ed ecco apparire il messia, il clou della serata, lui, Saviano. Con quella faccia un po’ così, quella espressione un po’ così, che… se lo incontri la notte in un vicolo al buio ti viene un infarto. Ed inizia il suo monologo, lento, ripetitivo, scontato, farcito di luoghi comuni e retorica in offerta speciale. E attacca il Giornale, la macchina del fango. Già, perché se il Giornale fa un’inchiesta per dimostrare le responsabilità di Fini nell’affare Montecarlo quello è fango. Se invece Repubblica, L’Unità e stampa collegata, spargono fango per mesi e mesi contro Berlusconi, rovistando nella sua vita privata, quelle sono “inchieste giornalistiche”. Mah, valli a capire questi intellettuali, hanno una logica tutta speciale. Ovviamente Saviano  può andare in TV, in prima serata, ed accusare il Giornale senza che nessuno possa ribattere alle accuse. Ma questa, per loro, si chiama informazione e libertà di espressione. Se qualcuno facesse lo stesso, parlando di Repubblica, lo accuserebbero di diffamazione, di abuso del mezzo pubblico, di mancanza di contradditorio, invocherebbero la par condicio ed il pluralismo.  E forse organizzerebbero una manifestazione in piazza del Popolo per condannare il tentativo di mettere il bavaglio all’informazione. Ma se lo fanno loro…è libertà di espressione!

Arriva l’altro ospite illustre, Nichi Vendola, il quale ci illumina su un argomento di fondamentale importanza per gli italiani; fa l’elenco di tutti gli appellativi usati, nelle varie regioni, per definire i gay. Beh, ora lo sappiamo. Non so se Vendola goda di particolari permessi o ferie, ma è strano che, essendo Governatore della Puglia, sia sempre in TV, intervistato, ospite nei vari salotti o sia presente a manifestazioni, cortei e scioperi. Lui c’è sempre. Ma non è pagato per fare il Governatore? E allora, quando è fuori sede è in ferie? E’ in permesso sindacale? Mistero. Si potrebbe pensare che è giusto, visto che è un Governatore. Ma allora bisognerebbe dedicare lo stesso spazio a tutti gli altri Governatori regionali. Li avete mai vistiin televisione, ospiti da Santoro, da Floris, nei TG, i governatori della Basilicata, della Sardegna, dell’Umbria, etc…? No, si vede solo lui, Vendola. Si dirà che, però, Vendola è leader di un partito. Ma allora bisognerebbe invitare ed intervistare anche tutti gli altri leader di partito; sono almeno una ventina, tutti piccoli, ma comunque sono dei partiti. Perchè non si vedono mai? Ancora mistero. Si dirà che, però, è vero che non tutti i governatori e leader di partito sono presenti, ma Vendola è gay e gli altri no!. Ah, ecco, ora ci siamo. Infatti è vero, i gay sono di casa in TV, insieme a trans ed escort: onnipresenti ovunque ci sia un salotto TV ed una sedia libera; Grillini, Malgioglio, Cecchi Paone, Alfonso Signorini, Busi, Luxuria, Platinette, D’Addario e, fra poco alla prima occasione, Ruby. Sono ospiti contesi da tutti i conduttori. Sì, deve essere questo il motivo. Oggi essere gay costituisce titolo preferenziale. Ma non tutti hanno successo, Per emergere ci vuole culo…pardon, fortuna!

Ma l’ospite più atteso è Roberto Benigni. E di cosa parlerà Benigni? Ovvio, di Berlusconi, per una mezzoretta buona. Come fece da Celentano. Cita tutto il repertorio possibile, da Ruby alle ville ad Antigua. Potrebbe andare avanti per due ore, purché parli di Berlusconi. Caro Benigni, alla fine cominci a stancare anche tu. Sarà anche bravo, ma qualche volta potrebbe anche cambiare repertorio. Sapete, anche l’aragosta è buona. Ma se vi offrono aragosta a pranzo, aragosta a cena, per un mese di seguito, alla fine vi viene voglia di un panino con mortadella.

Si continua con un ospite prestigioso, il direttore d’orchestra Claudio Abbado. Anche lui fa il suo elenco di motivi per cui è bene sostenere la cultura e la musica. Nessuno lo ha mai messo in dubbio. Ma diventa un pretesto per attaccare i ministri Bondi e Tremonti i quali non essendo presenti non possono ribattere, chiarire e contestare. Ma a Fazio tutto è concesso; è libertà di espressione. Tanto per non perdere l’abitudine. Saviano lo definisce “il più grande direttore del mondo“. Beh, non so a che titolo Saviano esprima questo giudizio e quali siano le sue competenze in campo musicale, ma sono certo che ci sono moltissimi direttori che non condividono il parere di Saviano. Ma Saviano è Saviano, quindi…ha sempre ragione. Forse ieri, mi è capitato di vedere l’inizio di un programma “E se domani” condotto da Alex Zanardi. Non so chi sia, ma se non sbaglio è stato un pilota automobilistico di formula 1. Bene, all’inizio della puntata introduce l’ospite, Massimo Cacciari, presentandolo come “il più grande filosofo italiano“.  Anche in questo caso resto perplesso per questa affermazione. Chissà cosa ne penserebbe Severino! Ma può succedere, quando cronisti di camorra parlano di direttori d’orchestra e piloti di formula 1 parlano di filosofia.

Conclude la puntata, finalmente, ancora Saviano con un lungo comizietto sull’unità d’Italia, che gli serve come spunto per attaccare la Lega e le sue posizioni federaliste che tendono a spaccare la nazione. Senza che nessuno possa, naturalmente, ribattere. Ma ormai siamo abituati, è lo stesso sistema usato da Fazio nell’altro suo progranmma, da Santoro, da Travaglio, dalla Gabanelli. Bisogna prendere per buono ciò che dicono. Ma i monologhi alla Saviano, attaccando certa stampa e certi partiti, ed esponendo la loro personale visione del mondo, non sono intrattenimento, né spettacolo, né informazione; sono veri e propri comizi e si chiama propaganda politica. Cosa che è del tutto lecita e consentita, ma nei luoghi, nei tempi e secondo le modalità previste dalla legge sulla propaganda politica. Non in televisione, in prima serata, a spese dei telespettatori e senza contradditorio. E’ questo piccolo dettaglio che vi sfugge.

La prima cosa che mi è passata per la mente, però, è che questi programmi sono una specie di evoluzione mediatica delle vecchie feste dell’Unità. Si organizza una serata mettendo insieme qualche tematica sociale, la musica, i comici, il comizio del compagno segretario, birra e salsiccia, bandiere, slogan e via…il popolo gode. Ecco, questa è una specie di festa dell’Unità fatta in televisione. E’ vero, non c’era la birra e mancava anche la salsiccia. In compenso c’era il culatello…