‘O scar…rafone.

Ogni scarrafone è bello a mamma soja“, dicono a Napoli.  Ma il motto si è diffuso nel mondo, e forse fra i giurati del recente premio cinematografico “Europen film awards” di Siviglia, doveva esserci un napoletano o almeno un oriundo partenopeo. Ecco perché hanno assegnato l’Oscar come miglior attore europeo a  Marcello Fonte, come interprete del film “Dogman” di Garrone. Insomma, hanno dato l’Oscar a ‘O scar…rafone.

Così, dopo aver ricevuto il premio come miglior attore a Cannes, ha vinto anche a Siviglia.  Potevamo pensare che a Cannes sia stato un errore, una svista; succede. Ma se la cosa si ripete a Siviglia, allora è una cosa seria: “Premiato Marcello Fonte come miglior attore agli EFA” (Europen Film Award).

fonte oscar

In altri tempi non lo avrebbero preso nemmeno per una recita scolastica, per evitare traumi ai bambini sensibili. Ma oggi sono cambiati i canoni e i criteri estetici e artistici. Lo spettacolo è alla continua ricerca di ciò che  crea scalpore, reazioni  violente, polemiche, proteste. Bisogna essere sempre sopra le righe, borderline, stupire, provocare, per ottenere l’attenzione mediatica e del pubblico, per fare notizia. Così, in questa folle corsa verso l’horror, il trash, lo splatter, l’orrido, il ripugnante, truculento, si deve sempre superare il precedente limite; sempre oltre, sempre peggio.

Così si finisce per assegnare l’Oscar  a ‘O scar…rafone. Segno dei tempi che cambiano anche nel cinema. Siamo passati da registi come De Sica, Visconti, Fellini,  che hanno fatto la storia del cinema, a Emma Dante, quella che, per soddisfare le sue irrefrenabili velleità artistiche e creative (arte, fantasia e  e creatività le fuoriescono da tutti i pori), cura la regia di un Rigoletto che apre la stagione operistica a Roma, ambientando la storia non secondo il libretto dell’opera, ma “creativamente“, nel periodo della Repubblica sociale di Salò.  Cosa c’entra Rigoletto con Salò?  Niente, ma così può presentare il duca di Mantova come una specie di podestà o federale ante litteram, prepotente, autoritario, maschilista e fallocratico, e lasciare il messaggio antifascista (che oggi va sempre bene, si adegua al regime e ti garantisce futuri incarichi; e compensi).

Siamo passati dai capolavori del passato alle fiction TV, a Montalbano, Provaci ancora prof e Medici in famiglia; da Anna Magnani a Veronica Pivetti, da Gassman a Lino Banfi, da Sordi a Marcello Fonte e Rocco Papaleo, da mostri di bravura come Sordi e Gassman, a mostriEbbasta“; interpreti di fiction e B movies da salette di periferia per un pubblico di coatti e burini di bocca buona orfani di Er monnezza. Mi ricorda i premi e riconoscimenti ad Alba Rohrwacher ed al film Via Castellana Bandiera (regia di Emma Dante). Del resto, se qualche anno fa a Parigi hanno fatto una retrospettiva delle pierinate di Alvaro Vitali, possiamo aspettarci di tutto; anche un Oscar a Lino Banfi o un riconoscimento postumo alla carriera per i grandi meriti artistici a Franco e Ciccio.

E’ l’ennesima conferma che questo mondo è completamente rincoglionito e senza speranza. Qui lo dico e qui lo ridico.

Ma chi sono le menti geniali che assegnano questi premi? Ovvio, esperti di cinema, intellettuali, gente che se ne intende. Per esempio, questo critico cinematografico, autore di Blob  e della rassegna di cinema “Fuori orario; Cose mai viste” di cui scrivevo nel 2006: Il genio incompreso“.

Il genio incompreso (2006)

Il genio è incompreso, necessariamente. Se tutti lo capissero non sarebbe un genio. Ma non tutti coloro che sono incompresi sono dei geni. Anche coloro che hanno idee confuse e le esprimono in maniera confusa sono incompresi ed incomprensibili. Gli incompresi, quindi, appartengono a due specie: i geni ed i confusionari. Enrico Ghezzi è incomprensibile: a quale specie appartiene?

Corollario: Anche lo specchio riflette, ma non è un pensatore. La Nike di Samotracia ha perso la testa, ma non è pazza. Enrico Ghezzi parla, parla, parla, ma… Chi è Enrico Ghezzi? E uno degli autori di Blob, quello che presenta, il sabato e la domenica notte su RAI3, la rassegna di cinema “Fuori orario; cose mai viste”, che ricordano molto i classici film da cineforum alla Fantozzi (tipo film coreano anni ’40, ma con sottotitoli in cecoslovacco); quello che parla in asincrono ed usa un microfono che “sputacchia” fastidiosamente; quello che si assesta gli occhiali sul naso con una media di 15/20 volte al minuto; quello che presentando un film vi fa passare la voglia di vederlo.

Ecco la battuta storica da una famosa scena del Secondo tragico Fantozzi del 1976, che sintetizza benissimo il concetto di cinema impegnato.

Domanda: “Cos’è un incubo?“
Risposta: “Un incubo è sognare di imbarcarsi su un aereo per un lunghissimo volo di 8 ore, senza scalo, e di avere accanto Enrico Ghezzi il quale, per tutta la durata del viaggio, vi parla del cinema dell’Est o del cinema muto giapponese.”.
Curiosi? Volete verificare? Ok, leggetevi questo articolo di Ghezzi …Illuminazioni“. E’ davvero…Illuminante! Non è molto chiaro? Pazienza, gli intellettuali sono così, un po’ criptici, ermetici, astrusi. bisogna avere pazienza. Chi è l’intellettuale? Eccolo…

L’intellettuale Doc.

Ma esistono ancora gli intellettuali? Ceeeerto che esistono! Ecco uno splendido esemplare di intellettuale DOC made in Italy; Enrico Ghezzi. Quello che riesce sempre ad esprimere concetti complessi con un linguaggio semplice, chiaro e comprensibile a tutti. Beh, si fa per dire! Potete constatarlo subito guardando questo video in cui appare calmo, composto, rilassato ed esprime concetti semplici e chiari. No? Poi ci lamentiamo che il mondo vada a rotoli (come dicono alla Scottex). Questi sono i pensatori, gli intellettuali; figuriamoci i cretini!

 

Chiaro?

Sto esagerando? No, è che che abbiamo perso l’orientamento, la bussola, il buon senso, il buon gusto, il senso della realtà, della misura e della decenza;  e che stiamo prendendo una deriva pericolosa che ci spinge sempre più in basso, dritti nelle fogne. Leggete questo: Le Miss bioniche.

Miss Italia bionica

A proposito di intellettuali e registe creative vedi:

– “Blob e Arbasino“.

Un minuto d’ipocrisia, please… (2009)

 

 

Femminicidio e TV

Anche oggi tre donne ammazzate. Tutti i giorni c’è qualcuno che ammazza la compagna; per “futili motivi”, dicono i cronisti. Ma se questi “futili motivi” scatenano la furia assassina, forse non sono poi così futili. No? Vedi: “Futili motivi, TG e inviati speciali“.

Ma non ammazzano solo le compagne; spesso ammazzano anche i figli o, come è successo oggi, anche l’amica della compagna: “Ortona: due donne uccise a coltellate“. A Vicenza, invece, l’assassino si è limitato ad accoltellare la moglie. Per fortuna la figlia piccola non era in casa. E i media ci sguazzano per giorni, con dovizia di dettagli macabri. Ora dovrei ripetere quanto dico ormai da tempo. Ma facciamola breve. Se tutti i giorni i media ci raccontano di donne  ammazzate dai compagni, alla fine ci si abitua e la gente comincia a pensare che quando due persone litigano sia normale che debba finire a coltellate; anzi se lo aspettano. E così, se una persona dal precario equilibrio psichico si trova ad affrontare situazioni di crisi, conflitti, liti familiari, la prima reazione è quella di fare quello che sente ripetere ogni giorno in TV, quello che fanno tutti: ammazzare la compagna. Si chiama “emulazione”. Semplice no? E’ un primordiale istinto umano.

Ma naturalmente, i media sono innocenti. Non si può nemmeno lontanamente sollevare un leggerissimo sospetto che forse, dico forse, tanta quotidiana evidenza mediatica alla violenza possa generare qualche forma di emulazione. Anzi, dicono gli esperti che la violenza in TV non è pericolosa; serve a scaricare l’aggressività e sublimare gli istinti violenti. Ricordo bene una simile affermazione fatta in TV anni fa da una “esperta” psicologa. E se lo dicono gli esperti! E poi c’è sempre la giustificazione che non ammette repliche: il diritto di cronaca. Anche ieri parlavo di violenza e sfruttamento mediatico della cronaca nera: “Igor, media e violenza“. Nella colonna a destra “Mass media, società e violenza” ci sono alcuni dei post dedicati a questo argomento.

Ma sembra che nessuno si renda conto della serietà del problema. Anzi tendono a sminuire il pericolo e negare che fra media e violenza ci sia qualche legame e relazione. Purtroppo la relazione c’è ed è piuttosto stretta. Solo dei ciechi, sordi e pure in malafede possono fingere di non vederla. Oppure, come li definisce K. Popper, degli “Imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza.”. Ma molti sulla cronaca nera ci campano ed allora continuano a negare che la quotidiana diffusione di messaggi violenti possa creare effetti di emulazione. Ho fatto spesso esempi pratici. Ed ecco oggi l’ultima conferma: “Si ispirano al film Manchester by the sea ed uccidono il figlio“.

Più chiaro di così non si può. Se questi genitori, ispirandosi ad un film (pare che abbia vinto due premi Oscar) appena visto in televisione, ammazzano il figlio ed incendiano la casa, si può dire che esista una relazione tra i fatti? Oppure continuiamo a negare l’evidenza?  Ma gli psicologi negano; anzi per loro le immagini violente  hanno un effetto positivo perché permettono di sublimare l’aggressività.  Ho il sospetto che abbiano studiato per corrispondenza ed abbiano smarrito qualche fascicolo; magari i più importanti. Oppure hanno preso la laurea in Albania, o nei corsi serali nelle capanne del Burundi. Sì, deve essere così, perché se nelle nostre università si insegna questo, allora è meglio chiuderle e ricavarci alloggi per i senzatetto.

L’orchestra

L’orchestra è un film breve, dura meno di un’ora, del 1990 del regista polacco Zbigniew Rybczynski. Ricordo di averlo visto in televisione molti anni fa, forse uno di quei film che andavano in onda in orari notturni. Mi colpì l’originalità, la fantasia e la bravura del regista, tanto che mi è rimasto in mente come uno dei film davvero geniali che ricordo con piacere (e non sono molti). Mi è venuto in mente ascoltando la Ballata in sol minore di Chopin (scena dal film “Il pianista“) del post precedente “Giorno della memoria, fra crimini e talenti“, che mi ha richiamato alla mente un brano celebre di Chopin, la Sonata n° 2, nota come Marcia funebre. Era uno dei brani che facevano parte della colonna sonora di quel film. Rientra nel genere  che si può definire “sperimentale”, ed è denso di simbolismi, allegorie, di visioni quasi oniriche, di trucchi tecnici ed effetti speciali e di personaggi che si muovono in silenzio in suggestive ambientazioni, accompagnati da una colonna sonora con musiche di Mozart (Concerto per piano e orch. n° 21, 2° mov.), Chopin (Sonata n° 2, op 35), Albinoni (Adagio in sol minore), Rossini (Gazza ladra: Ouverture), Schubert (Ave Maria) e Ravel (Bolero). Con un po’ di pazienza, superando le indicazioni fuorvianti di Google che con quel titolo mi forniva altri risultati su orchestre varie, film come Concerto ed altre notizie, l’ho rintracciato su Youtube. Vale la pena di vederlo.

 

Ancora di Rybczynski, una delle prime opere sperimentali, il corto “Tango” del 1980 che gli fece vincere nel 1983 l’Oscar come miglior cortometraggio di animazione

Morti a sorpresa

E’ morto Gian Luigi Rondi, critico cinematografico, ex direttore e presidente del festival cinematografico di Venezia, di quello di Roma, del premio David di Donatello, e chissà cos’altro.

L’ultima volta che mi è capitato di vederlo in Tv, anni fa, era ospite di Gigi Marzullo, in uno dei suoi programmi per chi soffre d’insonnia e, naturalmente, si parlava di cinema. Più che un essere vivente era un ectoplasma, sembrava quasi un miracolo che fosse ancora in circolazione. Ebbi il sospetto che per farlo stare dritto nella poltrona, fosse tenuto su con una qualche impalcatura invisibile. Mi ricordò Enzo Biagi (Vedi qui alcuni post su Enzo Biagi). Altri due personaggi di primo piano che sono sulla buona strada per emulare Biagi e Rondi e per la beatificazione in vita sono Eugenio Scalfari e Dario Fo. Sono quei personaggi che sono convinti del fatto che la loro presenza, ed i loro commenti, siano indispensabili per la sopravvivenza della specie umana che, in loro assenza, sia destinata alla completa estinzione. E ne sono tanto convinti che sono sempre lì, ovunque gli si conceda uno spazietto (in TV, sulla stampa, nei festival, convegni, dibattiti, premi, concorsi  e premiazioni), a sentenziare su tutto lo scibile umano. Allora la notizia, anzi la sorpresa, non è che Rondi sia morto, ma che fosse ancora vivo. Cinico? Sì, in questo mondo di pazzi essere cinici è l’unico modo per sopravvivere.

Donne da macello

Ammazzare le donne sembra diventato lo sport nazionale. Non passa giorno che qualche pazzo non decida di far fuori la compagna, la moglie, la fidanzata, l’amante, la ex. Negli ultimi tempi la media è di una vittima al giorno. E’ l’unica cosa che cresce in Italia: il numero delle vittime di violenza.

Cambiano solo le modalità di esecuzione, lasciate alla fantasia  ed all’immaginazione. Si va dallo stile incendiario al pluri-accoltellamento stile Giulio Cesare, fino alle martellate, come successo pochi giorni fa a Laveno Mombello (Uccide la moglie a martellate), metodo un po’ rozzo, ma efficace. Eppure in tempi recenti hanno approvato con grande clamore una legge sul “Femminicidio” che, nelle intenzioni dei legislatori, grazie all’aumento delle pene, doveva servire a far cessare o almeno limitare le violenze sulle donne. Forse hanno dimenticato qualcosa. Certe volte basta un niente, una svista, una virgola fuori posto, un refuso, una parola di troppo e la legge si inceppa, si blocca, non funziona. Oppure non funzionano i legislatori. Il fatto drammatico è che, nonostante la legge e le buone intenzioni di chi l’ha proposta ed approvata, le violenze sulle donne non solo non sono diminuite, ma sono in aumento. Chi pensa di fermare la violenza, l’odio, la malvagità umana e di risolvere tutti i problemi del mondo con leggi, norme e decreti è un idiota. Punto. E  non dovrebbe ricoprire incarichi pubblici; ancora meno governare o fare il legislatore.

La verità, che non si vuole ammettere,  è che la violenza non i ferma con una legge o con l’aumento delle pene. Nemmeno il rispetto delle donne e della vita umana si impone per legge, se manca la cultura del rispetto, se non si fa opera di sensibilizzazione proprio sul piano culturale, se non si pone un limite al dilagare sui media di rappresentazioni della violenza in tutte le salse, che sono autentici spot pubblicitari a favore della violenza e costituiscono modelli da imitare per menti malate o facilmente influenzabili.  Quello che stiamo facendo attraverso film, fiction, serie televisive, telegiornali, servizi e programmi speciali, stampa, internet, è  usare i media per riproporre continuamente, dalla mattina alla sera a reti unificate, l’esaltazione della violenza. Certi giorni i TG sembrano bollettini di guerra, a base di morti ammazzati, di sangue in primo piano e scene da cinema splatter; sempre più realistiche, più crudeli, più cruente, perché l’assuefazione obbliga, per attirare l’attenzione, a proporre scene sempre più forti. Forse chi opera nel mondo dell’informazione non si rende conto dell’enorme potere condizionante dei media. E già questo sarebbe un fatto grave. Ancora più grave sarebbe, però, rendersi conto di quali siano i rischi ed i pericoli di un uso spregiudicato dei media, e non fermarsi. In ogni caso, se sussiste anche solo un piccolo dubbio che la continua rappresentazione della violenza possa favorire l’emulazione (per me è una certezza), certi addetti ai lavori dovrebbero essere incriminati per istigazione alla violenza. Popper, benevolmente, li chiama solo imbroglioni, io li chiamerei criminali; sarebbe più adatto.

Proprio oggi in un TG ho seguito un breve servizio in cui la rappresentante delle Case di accoglienza per le vittime di violenza era preoccupata per gli ultimi casi di femminicidio. Ma ancora più preoccupata sembrava per il mancato arrivo dei fondi previsti dalla legge, che se non ho capito male sono cifre dell’ordine di milioni di euro. Sembra che più che preoccuparsi di spiegare le ragioni e trovare una soluzione al dilagare della violenza, stiano pensando ad incamerare soldi pubblici. Da parte del governo, però si pensa di risolvere il problema con l’introduzione, a settembre, di una “Cabina di regia“. Dice la ministra Maria Elena Boschi: “Abbiamo costituito la cabina di regia interistituzionale per rafforzare e promuovere azioni di contrasto alla violenza sulle donne e al femminicidio: ho convocato la prima riunione per l’8 settembre.”. Oh, finalmente, ecco ciò che manca per fermare la violenza: la “cabina di regia”. Perché nessuno ci aveva pensato prima? Magari poteva scegliere una data meno funesta dell’8 settembre, ma non stiamo a sottilizzare. L’ultima trovata ridicola di un governo di cialtroni. Poi, oltre al regista, ci metteranno anche il direttore della fotografia, gli scenografi, i costumisti, i tecnici delle luci, il trucco, il cestino con il pranzo per le comparse, ovviamente una buona sceneggiatura che sappia coinvolgere il pubblico (specie donne e anziani; quello è il target), si fa una fiction e si manda in onda su RAI 1 in prima serata; il tutto annunciato da un bel promo di “Pubblicità progresso“. Ed il problema è risolto. E se non si risolve il problema della violenza sulle donne, almeno si risolve il problema economico di chi lavora alla fiction; produttori, autori, sceneggiatori, registi, attori, tecnici, comparse e figuaranti. In tempi di crisi è già qualcosa. No?

E’ un argomento di cui parlo spesso perché lo ritengo fondamentale, uno dei problemi più gravi della nostra società moderna, sempre più condizionata dai messaggi mediatici. Se non affrontiamo la questione rendendoci conto che dobbiamo cambiare radicalmente tutto il sistema comunicativo e culturale, specie spettacolo e informazione, non risolveremo nulla, non ci sono leggi che tengano. Lo dicevo per l’ennesima volta anche di recente: “Femminicidio e leggi flop” (maggio 2016), “Buoni per legge” (febbraio 2016), ed in tanti altri post, alcuni riportati nella colonna laterale a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza.

Ecco un piccolo esempio, giusto perché ce l’ho sotto gli occhi, di come tutti i giorni la stampa, forse inconsapevolmente (ma non ne sarei troppo sicuro; penso, invece, che siano precise scelte editoriali per attirare l’attenzione dei lettori) propone immagini violente. Questo box si trova oggi sul sito del Messaggero (Ragazzina accoltella il fratello), esattamente sotto l’altro box inserito più in alto.  A parte la notizia del litigio finito a coltellate, cosa che ormai sembra del tutto normale (una volta, al massimo si faceva a botte, ora ci si ammazza) guardate quella immagine del coltello da macellaio in primo piano. Ricorda la scena più drammatica di Psyco di Hitchcock, quella della protagonista accoltellata sotto la doccia. Era proprio necessario inserire quella foto? E’ essenziale per capire la notizia? E’ il coltello usato dalla ragazzina? No, nessuna delle tre cose. E allora che senso ha mostrare un coltellaccio in primo piano? Forse non vi rendete conto di ciò che significa, di quale sia il messaggio che trasmette, dell’enorme potere evocativo della fotografia, della sua capacità di suggestionare, influenzare e coinvolgere il pubblico (basta pensare al cinema),  e di quali reazioni può suscitare nei ragazzi o nelle persone particolarmente sensibili ed influenzabili, peggio ancora se psichicamente labili. Se non capite queste cosette elementari sulla comunicazione, siete degli idioti ai quali dovrebbe essere vietato per legge (in questo caso sì, per legge) di lavorare nel campo dei mass media. E se non siete idioti, o imbroglioni, come dice Popper, siete comunque inadatti ad operare nel mondo dell’informazione e della comunicazione in generale. Anzi, costituite un vero e serio pericolo. Quindi cambiate mestiere, andate in campagna a coltivare patate, farete meno danni.

P.S.

E gli psicologi cosa dicono? Già, perché dovrebbero essere psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, secondo le loro specifiche competenze, a spiegarci le ragioni di questa violenza dilagante e, soprattutto, a mettere in guardia contro il pericolo che l’eccessiva rappresentazione della violenza possa creare emulazione; perché questo è il problema. Avete mai sentito qualcuno in televisione spiegare i motivi di questo potere negativo dei media? No, se qualcuno raramente accenna a questo pericolo è un caso isolato, messo subito a tacere da chi invoca la libertà di espressione e il dovere di cronaca. Anzi, ho sentito spesso autorevoli psicologi affermare tranquillamente in TV che la rappresentazione della violenza ha un potere catartico, serve ad esorcizzare la paura ed ha un effetto positivo perché  permette di sublimare l’aggressività. A questo punto non si sa più a che santo votarsi. Se anche gli psicologi non si rendono conto del pericolo, allora non c’è speranza. E dire che oggi  in Italia ci sono più di 100.000 psicologi e psicoterapeuti (Troppi psicologi) dei quali 3 su 4 sono donne (vi dice niente questo dettaglio?), circa  un terzo di tutti gli psicologi d’Europa. O sono troppi gli psicologi o ci sono troppi matti in Italia (matti non è il termine esatto, ma tanto per semplificare). Ma allora, se ci sono più matti in Italia che in tutta Europa, perché abbiamo chiuso i manicomi?  No, forse non siamo tutti matti, la verità è che sono troppi gli psicologi, farebbero bene a cambiare mestiere; ci guadagnerebbero tutti.

La banca del seme

Creare piccoli geni è possibile? Fra poco “produrre bambini” sarà una normale attività imprenditoriale a livello industriale. E sarà anche possibile scegliere, su appositi cataloghi, come si desidera il bambino. Li faranno su ordinazione e con le caratteristiche richieste; soddisfatti o rimborsati. Oltre all’utero in affitto, che ormai è normale come noleggiare un’auto (Uteri in affitto: boom di offerte), sono già attive le Banche dello sperma (Banca inglese cerca donatori di sperma) ed in Cina stanno già selezionando gli spermatozoi (Creati in Cina i primi spermatozoi in laboratorio, con DNA certificato).  Tutti, ma proprio tutti, potranno farsi un bambino; basta pagare.

Almeno fino a quando i governi del mondo, adducendo qualche pretesto, non decideranno di controllare le nascite (un pretesto lo troveranno: garantire la sicurezza, migliorare la razza umana, creare ominidi immuni da patologie, o destinati ad attività pericolose, oppure migliorare la resistenza agli attacchi di virus, batteri e parassiti, come si fa con gli Ogm). E sarà l’inizio della fine dell’umanità come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Non ci saranno più limiti alla possibilità di manipolazione genetica che consentirà di creare una nuova razza di umanoidi con caratteristiche predeterminate e particolari che li rendano adatti per attività specifiche nei diversi campi di attività; dalla scienza, allo sport, dalle attitudini artistiche a quelle letterarie. E tutto sarà deciso da un “Ministero della programmazione sociale” che impartirà precise disposizioni in merito alla procreazione e ne controllerà la pianificazione. Così sarà possibile creare una razza di sub-umani da utilizzare come operai o soldati,  oppure umanoidi opportunamente modificati per affrontare lunghi viaggi spaziali. Saranno programmati secondo le esigenze dei piani stabiliti dai governi mondiali. Proprio come abbiamo già visto in certi film di fantascienza (Metropolis di Fritz Lang del 1927). Mengele era un povero dilettante.

Date queste premesse, sarà possibile anche selezionare gli spermatozoi e programmare così la nascita di bambini dotati di un altissimo coefficiente di intelligenza? Non è fantascienza, qualcuno ci ha già provato molti anni fa. Ripropongo due vecchi articoli pubblicati dieci anni fa su Discovery Italia.

La “Banca del seme” di Robert Graham ( giugno 2005)

Sarebbe possibile creare società fatta esclusivamente di geni? Robert Graham, un miliardario americano ci ha provato istituendo una fondazione dedicata al determinismo biologico: in altre parole, una “banca del seme“, in cui i semi provengono esclusivamente da cervelloni della scienza. Nel 1980, un miliardario californiano decise di istituire un’esclusiva fondazione dedicata al determinismo biologico. Sebbene la vicenda sembri essere tratta da un romanzo di fantascienza, il Repository for Germinal Choice (Deposito per la Scelta Germinale) di Robert Graham fu realmente creato allo scopo preciso di produrre una “razza superiore” costituita da individui eccezionali. Come si addice a tutti i progetti di supremazia plutocratica, la sede della fondazione era situata in un bunker sotterraneo di cemento. Ma a rendere speciale questo piano sullo “stile di Blofeld” fu il fatto che solo i cervelloni della scienza potessero essere donatori: la crème de la crème, cioè coloro in grado di donare un seme di genio, che poi venga congelato in azoto liquido.

Graham aveva fatto fortuna sviluppando delle lenti per occhiali, infrangibili e fatti di plastica. Nel 1978 però, egli vendette la sua società, chiamata Armorlite, e si concentrò su quello che era il suo vero sogno: la preservazione della grandiosità americana attraverso la riproduzione selettiva. Afflitto dalla sua discutibile teoria secondo la quale il pool genetico americano sarebbe stato gradualmente diluito da poveri “esseri umani retrogradi“, Graham decise di passare all’azione per cambiare la situazione. “Già da giovane mi ero reso conto che i cittadini intelligenti e desiderabili non stavano procreando“, disse Graham in una rara intervista del 1983. “Il medico locale aveva solo un figlio, così come il banchiere, mentre l’uomo più benestante e più noto della città di figli non ne aveva affatto.” In realtà, Graham deve l’ispirazione di questa “banca del super-seme” a Hermann Muller, genetista americano vincitore del premio Nobel nel 1946. Muller aveva sostenuto a lungo l’idea della creazione di “banche di semi”, nelle quali le donazioni di uomini geniali potessero essere conservate fin dopo la loro morte. Quando rese pubblico il suo progetto, Graham fu attaccato sia dai media che dalla comunità scientifica, accusato di cercare di creare una “razza superiore“. Sparì quindi dall’attenzione pubblica fino al 1982, anno che vide la nascita del suo primo bambino super intelligente. Si ritiene che già dal 1983, la “banca del super-seme” di Graham avesse 19 donatori di geni, tre dei quali ex premi Nobel per la scienza.

Ad eccezione di uno, i donatori erano tutti anonimi. Il Dott. William B. Schockley della Stanford University vinse il Premio Nobel per la fisica nel 1956. Schockley, che al tempo aveva già superato i settant’anni, commentò: “Accetto con piacere l’opportunità di essere coinvolto in questa importante causa. Desidero tuttavia mettere in chiaro che non mi ritengo affatto un essere umano perfetto né il candidato ideale. Non è mia intenzione creare superuomini.” Graham era frustrato dal fatto che così pochi colleghi vincitori di premi Nobel avessero partecipato alla donazione. Inoltre, anche coloro i quali avevano partecipato dovettero essere eliminati in quanto troppo anziani per produrre un seme valido. Graham iniziò allora a coprire un’area più ampia di ricerca, rivolgendosi ai giovani scienziati emergenti delle Università della California. Iniziò inoltre a contattare vincitori di medaglie d’oro olimpioniche e giovani imprenditori di successo nel tentativo di ampliare il suo campo di ricerca. Sebbene l’identità dei donatori fosse tenuta segreta, altre informazioni erano disponibili, tra cui: – peso, altezza ed età – colore degli occhi, pelle e capelli – varie caratteristiche ereditarie comprendenti informazioni relative a figli esistenti – requisito più importante: un QI di circa 180 (dell’intera popolazione britannica approssimativamente 20 persone hanno questo QI) Graham scrisse inoltre i propri commenti su ogni campione, del tipo: “Scienziato molto famoso. Persona fattiva. Praticamente un superuomo.” I donatori venivano identificati tramite appellativi codificati per colore: per esempio, Sig. Fucsia, Sig. Bianco e Sig. Arancione. Al rigore dei criteri di selezione corrispondeva una selezione delle donne altrettanto rigida. Le donne dovevano infatti essere sposate con un uomo sterile. I potenziali genitori dovevano anche essere persone affettuose molto benestanti al fine di poter fornire un ambiente ideale nel quale i super bambini di Graham potessero prosperare. Graham cercò potenziali madri mettendo un annuncio su una rivista della Mensa. Solo donne accuratamente selezionate che desideravano incrementare la possibilità di produrre figli eccezionali potevano essere sottoposte ad inseminazione. Le donne che ricevevano lo sperma dovevano inoltre impegnarsi a tenere Graham informato sul corso della gravidanza e sul successivo sviluppo del bambino. Già dall’inizio degli Anni ’90, venivano al mondo ben 20 “bambini geni” ogni anno. Fonte: Discovery-Italia

La “Banca” vent’anni dopo (giugno 2005)

Robert Graham morì nel 1997, all’età di 90 anni, durante un incontro della American Association for the Advancement of Science (Associazione Americana per il Progresso Scientifico). Negli anni successivi alla sua morte, la fondazione cessò l’attività e tutte le donazioni e la documentazione vennero eliminate. Inoltre, la maggior parte dei segreti nascosti dietro a questo sogno di perfezione umana scomparve con il suo creatore. Si ritiene che l’esperimento di Graham abbia portato alla nascita di 230 bambini. Essendo l’identità di questi “piccoli geni” sconosciuta, l’entità del successo rimane per lo più un mistero. Ciononostante, alcuni di questi piccoli geni si sono resi noti; tra questi, Doron Blake è stato il caso più celebre. Blake sembra essere stato il secondo nato del progetto: egli dimostrò abilità eccezionali fin dalla nascita, fatto noto in quanto la madre, Afton Blake, lo esibì in pubblico innumerevoli volte fin dal giorno in cui il bimbo venne alla luce. Già dall’età di 18 anni, Doron dice di avere concesso ben 100 interviste. L’interesse generato non è sorprendente se si considera lo sviluppo del bambino: – appena nato muoveva le mani a tempo di musica classica – all’età di due anni usava il computer – all’asilo leggeva Shakespeare e imparava l’algebra – all’età di 6 anni aveva un QI di 180 – da adulto, si distinse quale musicista di talento e genio matematico Nonostante ciò, Blake non ritenne che la partecipazione di sua madre all’esperimento di Graham avesse aumentato in maniera esponenziale le sue capacità: “Non penso che sia il livello di intelligenza a rendere un individuo una persona di successo, ma piuttosto l’essere cresciuto in una famiglia unita, con genitori affettuosi che non esercitano pressione. Quello che più amo di me stesso non è tanto l’essere intelligente quanto il fatto che mi piace occuparmi delle persone e che cerco di rendere migliore la loro vita. A mio parere, la bontà è una qualità che non può essere riprodotta artificialmente.“.

Naturalmente, il problema principale sta nel determinare se le abilità dei mini geni derivino dalla natura o dall’ambiente in cui sono cresciuti. Questo è un processo particolarmente difficile da decifrare nei bambini geni di Robert Graham: sono essi il risultato dell’ambiente in cui crescono o della genetica? Parte del contratto di Graham per l’inseminazione prevedeva che le famiglie provvedessero affetto, cura, attenzione e sicurezza finanziaria. Di conseguenza, risulta impossibile determinare quanto l’intelligenza dei bambini sia stata influenzata dal background sociale. Fonte: Discovery_Italia

Vedi

Mi presta l’utero?

Figli, utero in affitto e zio Nichi

L’odore della madre

 

Quote nere, rosa e varie

Anche gli Oscar del cinema sono razzisti. Lo sostiene il regista Spike Lee, annunciando che non parteciperà alla cerimonia della consegna dei premi in segno di protesta per la mancanza, fra i designati all’Oscar, di attori neri. La protesta si allarga e sono già molti ad aver espresso la propria adesione; non solo artisti neri, ma anche  bianchi, come Michael Moore (dove c’è da protestare lui c’è sempre, a prescindere dal motivo: l’importante è protestare). Protestano tutti, bianchi e neri. Quelli bianconeri, invece, protestano solo quando perde la Juventus.  

Oplà, e anche questa è fatta. In realtà non è che i neri sono completamente assenti fra quelli selezionati per la designazione, sono in minoranza. E questo basta e avanza a far gridare al razzismo (Accademy razzista). Bisogna dire, però,  che esiste un premio “Black Entertainment Television“, che ogni anno viene assegnato ad artisti neri. Ma in quel caso nessun bianco protesta o si sente discriminato. La cosa non è reciproca. Se premiano i neri è perché sono bravi, se premiano i bianchi è perché sono razzisti. In perfetto stile politicamente corretto. Ormai in qualunque settore di attività umana deve regnare l’uguaglianza, le pari opportunità e, per evitare discriminazioni, deve essere garantita la partecipazione a tutte le categorie a rischio, o meglio protette, quelle che sono “un po’ diverse” dalla norma. Così, dopo l’invenzione delle “quote rosa“, a garanzia della riserva di posti per le donne, arriveranno anche le “Quote nere“, per garantire ai neri la presenza in tutte le possibili graduatorie, classifiche, e premiazioni. A prescindere, ovviamente da valutazioni di merito che sarebbero discriminanti.

Sembra di vivere in una commedia dell’assurdo, ma è quello che sta succedendo nel mondo, da quando ha preso piede la cultura del politicamente corretto. La cosa strana è che, come è facile verificare ogni giorno, non c’è film, fiction, telefilm, serie televisiva di produzione americana, in cui non compaiano interpreti neri. Anzi ci sono stati, e ci sono ancora , film, fiction e serie televisive interpretate quasi esclusivamente da interpreti neri.

Due esempi, ma l’elenco è lungo, di serie televisive di grande successo anche da noi negli anni ’80: I Jeffersons, ed I Robinson (nella foto). E non perché i neri siano particolarmente bravi, ma per una semplice questione di cassetta, di ritorno economico. Gli americani non fanno niente a caso; tutto per loro è condizionato dal mercato, dalla ricerca del successo commerciale, dal profitto, unico parametro comune a qualunque prodotto venga proposto. Cinema e televisione non fanno eccezione. Anzi, per venire incontro ai gusti ed alle aspettative di un pubblico più vasto possibile, non mancano di inserire personaggi di colore, latinos, asiatici, spesso anche in ruoli di primo piano, e di raccontare storie in cui sono protagonisti.  

Questo gratifica il pubblico delle minoranze etniche (che, nel complesso, sono  una presenza massiccia negli USA) per il quale l’identificazione in quei personaggi costituisce una specie di rivalsa, di nemesi. Ecco perché si vedono tanti neri nelle fiction americane. Si può quasi pensare che debbano essere presenti per accordi contrattuali: e non è detto che non esista davvero una simile norma.  Stessa motivazione è alla base di tutta la produzione cine-televisiva degli ultimi anni che tocca argomenti, storie e personaggi del mondo gay. Pensate che lo facciano perché hanno a cuore il tema dell’uguaglianza, dei diritti umani e balle varie? No, forse in parte c’è anche quella motivazione, ma lo scopo principale è quello di sfruttare un tema che è di moda, stimola la curiosità, attira il pubblico e produce profitti. Per lo stesso motivo anche da noi, in cinema e TV, nel prossimo futuro saranno sempre più frequenti le presenze di personaggi gay, neri, migranti, musulmani, e storie relative.

Non possono certo dire che non abbiano spazio nel mondo dello spettacolo. Anzi, la loro presenza è costante e massiccia. Ma se non ci sono neri candidati all’Oscar si grida alla discriminazione: è razzismo. Bene, allora prepariamoci alle “Quote nere“, così gli artisti neri saranno premiati per forza, non per la bravura, ma per legge. Così come succede con le “Quote rosa“, grazie alle quali, in certi organismi pubblici e nei consigli di amministrazione di aziende quotate in Borsa, deve essere presente, per legge, una certa percentuale di donne. Non perché siano particolarmente brave e capaci, ma semplicemente perché sono donne. Ancora devono spiegarci la ratio di questo principio, ma così è. Non sarebbe male prevedere che in questi organismi, oltre a quelli nominati per “diritto di quota“, ci siano anche persone capaci, oneste e competenti (Speranze perdute). Comunque, il mondo fa sempre schifo, però almeno lo fa in rosa. E’ un bel progresso; no?

Ma perché tutelare solo i neri? E gli altri sono figli di nessuno? Se dobbiamo combattere la discriminazione facciamolo per tutti. Quindi prevediamo anche “Quote etniche” riservate per asiatici, arabi, esquimesi, pellerossa, zingari e meticci di ogni provenienza. Subito dopo, però, insorgeranno le associazioni gay (in continua crescita come numero e potere) per denunciare la discriminazione nei loro confronti. E si dovrà procedere anche all’istituzione di “Quote gay“. E volete che le lesbiche stiano a guardare? No, vorranno le “Quote lesbiche“, così come i transessuali vorranno le “Quote trans“. Ma anche i bisessuali vorranno le loro belle “Quote bisex“. Forse anche i vegetariani chiederanno le loro “Quote verdi“.

E sarà tutto un proliferare di categorie che sentendosi discriminate, chiederanno per loro una riserva di posti. Saranno le nuove categorie protette; avranno un punteggio particolare in relazione alla loro categoria di appartenenza, ed avranno una percentuale di posti riservata in tutti i concorsi pubblici, nelle selezioni, casting, premiazioni, a teatro, negli stadi, nei trasporti, nei ristoranti, in spiaggia e perfino nei parcheggi. Insomma il mondo sarà suddiviso in zone ed aree riservate.  Tutti avranno le loro belle “Quote” riservate. Tutti, eccetto i cretini. Già, perché essendo cretini non gli verrà nemmeno in testa di chiedere le “Quote cretini“; altrimenti non sarebbero cretini. A pensarci bene, però, non le chiederanno per una ragione semplice; perché in realtà i cretini non solo le loro quote le hanno già, ma sono essi stessi gli artefici dell’invenzione delle quote; una stronzata simile, infatti, possono pensarla solo degli emeriti cretini. Sì, deve essere questa la spiegazione. Del resto, basta guardarsi intorno, vedere come si sta riducendo questo vecchio e caro mondo, per avere il forte e fondato sospetto che sia governato da cretini.

Shoah: El Mole Rachamim

Giornata della memoria, di ricordi, di discorsi ufficiali, di cerimonie commemorative, di frasi di circostanza, di retorica, di documentari, di servizi speciali, di immagini strazianti, di sensi di colpa mai sopiti, di “Never more“, di apparente presa di coscienza collettiva dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo o deporre una corona di fiori al binario 21 di Milano. Non basta organizzare dei treni della memoria e partire in gita scolastica verso Aushwitz.

Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza reale e concreta del male, della sua costante e tangibile presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori ed i loro seguaci. Occorre avere l’intelligenza ed  il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi. Il male si combatte distruggendo le sue radici, non piangendone le vittime. Ma non voglio essere polemico proprio oggi e ripetere cose già dette e ripetute. Chi vuol capire ha già capito da tempo e chi non vuol capire non lo capirà mai.  Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e le tragiche conseguenze per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal racconto omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano, insieme ad altri capolavori del nostro cinema.

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, ai suoi oggetti, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina, gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste e disperato che abbia sentito. E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza struggente e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino.

Quel canto è proposto in un video che riprende i titoli del film ed  alcune scene. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim”. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz. Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. E’ la separazione che ci allontana dal passato, dalle cose amate, conosciute, dai suoni, dalle parole, dagli odori, dai volti, dai ricordi.

La separazione. Un ultimo sguardo, in silenzio. Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, con la disperata sensazione che non la si vedrà più. Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese. Separazione. Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più. Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera. “Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.