Chiesa e censura

Mi censurano? Ed io lo scrivo qui. Ho accennato spesso alla censura sui social e sui siti di informazione, compresi quotidiani in rete. Ormai sono rassegnato, ma certe volte dà veramente fastidio, ci si sente truffati, privati anche del diritto di esprimere le proprie idee. E questo succede spesso quando si esprimono giudizi poco lusinghieri sui politici, il Papa, la Chiesa e quando si critica il contenuto di certi articoli, il pensiero del giornalista,  la linea editoriale  di un quotidiano o i fanno notare banali errori grammaticali e strafalcioni lessicali (cosa he succede più spesso di quanto si pensi). Per esempio, due degli errori più frequenti (e nemmeno tra i più gravi) sono l’uso del termine bagnasciuga (errato) al posto del corretto “battigia” e l’espressione cacofonica “scontro tra treni” invece che “fra treni” (regoletta che una volta si imparava già alle scuole medie). E non parlo del Giornalino delle Giovani marmotte, questi errori li trovate molto spesso anche su prestigiosi quotidiani nazionali come il Corriere. Ma se lo fate notare quasi mai il commento viene pubblicato (non vogliono riconoscere di aver sbagliato). Ma la cosa ancora più incredibile è che, nonostante gli si faccia notare l’errore, non si prendono nemmeno la briga di correggere. Il che dimostra quanta considerazione e rispetto abbiano dei lettori; quasi pari a zero. I media possono riversarci addosso montagne di schifezze, di gossip e pettegolezzi da lavandaie, imporci il pensiero (si fa per dire) di intellettuali di regime, le corbellerie quotidiane delle autorità e dei personaggi di primo piano della cultura e dello spettacolo; ma se vi permettete di lamentarvi, vi censurano; alla faccia dell’art. 21. E’ consentita la libertà di espressione purché sia omologata al pensiero unico di regime. Era anche il pensiero di Stalin. “Siete liberi di esprimervi liberamente, purché siate d’accordo con me.”, diceva ai suoi stretti collaboratori.

O addirittura si rischiano denunce, come ha minacciato di recente Laura Boldrini. Lei può dire tutte le sciocchezze possibili (e infatti le dice speso e volentieri; può permetterselo, è al terza carica dello Stato), ma se vi permettete di risponderle a tono, usando qualche termine non proprio elegante, le critiche diventano insulti e Boldini minaccia di querelarvi (Boldrini contro gli haters: ora basta, vi denuncio). Bene, la censura quotidiana è arrivata anche oggi e, guarda caso, ancora con un commento che riguarda il Papa e la Chiesa. Già, ancora il Papa. Qualcuno dirà che, visto che ne parlo spesso,  ce l’ho con Bergoglio. Io? No, è lui che ce l’ha con me e con milioni di italiani; ed ogni giorno  rilascia dichiarazioni Urbi et Orbi  e consigli non richiesti che riempiono giornali e Tg e  che suonano come un insulto, una provocazione. Ma il vero problema non è Bergoglio (se nessuno gli dà ascolto è innocuo). il problema sono i media che danno tanto spazio  alle sue esternazioni quotidiane e riportano con grande risalto ogni santo giorno tutti gli starnuti del Vaticano e le flatulenze papali.

Anche avantieri, la sua presa di posizione a favore dello ius soli era l’articolo di apertura del Giornale (Sì a ius soli e ius culturae), e di altri quotidiani (ne parlo qui: Il Papa non sta bene), Mi è venuto spontaneo lasciare un commento (questo stranamente l’hanno pubblicato). “Perché ogni giorno c’è Bergoglio in primo piano? Vi siete convertiti tutti al pensiero cattomarxista? E’ una provocazione? Oppure siete così sadici da farlo apposta per rovinare la giornata ai lettori? Ieri, commentando un articolo di Borrelli, dicevo che il suo pezzo era perfetto per l’Avvenire; e gli consigliavo di farsi assumere al quotidiano della CEI dove avrebbe avuto un “avvenire” assicurato. Ma non c’è bisogno, qui si trova benissimo; anzi, Bergoglio ha più spazio qui che su Avvenire. Ogni giorno c’è in home un articolone con i suoi consigli non richiesti. Ormai non c’è differenza; stessa identica noiosa litania buonista. I media di regime (stampa, TV, web) sono un coro di voci bianche che da decenni cantano all’unisono (anche se non se ne rendono conto), ed a reti unificate (Mediaset compresa), l’Inno terzomondista, multietnico e politicamente corretto. “Che noia, che barba, che barba che noia…”, diceva Mondaini.

Ieri, invece, tanto per non privarci della sua faccia in prima pagina,  c’era anche un articolo a firma di Stefano Zurlo “Metodo Bergoglio; il Pontefice che parla da politico“. Basta? No, perché anche il direttore Sallusti si sente in dovere di dedicargli il suo editoriale: “Il golpe del Papa re“.

A questo articolo ho lasciato ieri un primo commento (pubblicato). “Il Papa “ne ha facoltà, fa il suo mestiere.”, dice Sallusti. No, va ben oltre il suo mestiere. Così come, per tutta la durata dei suoi due incarichi presidenziali, è andato “oltre il suo mestiere” Napolitano che ogni giorno interveniva su tutto e tutti, senza che nessuno si azzardasse a farglielo notare. Così come va oltre il suo mestiere Laura Boldrini. Stranamente Gentiloni incontra in segreto Bergoglio, così come ha incontrato in segreto Soros (si è mai saputo di cosa hanno parlato?). E chissà quanti altri incontri segreti avvengono nelle “segrete stanze”, di cui non sappiamo niente proprio perché sono segreti. Le risulta che, solitamente, Bergoglio intervenga su leggi e questioni di politica interna dell’Austria, l’Arabia saudita, il Liechtenstein, o altri paesi? Non mi risulta. Allora perché si permette di farlo con pesanti ingerenze sulla politica interna dell’Italia? E perché nessuno glielo fa notare?”. Del resto, non mi pare che l’Italia dia consigli al Papa su come governare il Vaticano (il cui sistema di governo, a rigore può essere definito totalitario), sui criteri di nomina dei cardinali ed altre sue specifiche competenze. Allora, se noi non diamo consigli a Bergoglio, perché Bergoglio si sente in diritto e dovere di darne a noi?

Ma poiché Sallusti, dicendo che il Papa “fa il suo mestiere”  sembra giustificare Bergoglio, ho voluto chiarire un aspetto che è fondamentale in quello che nei discorsi del Papa sembra essere dettato dal messaggio evangelico e sul quale ho molti dubbi da sempre. Il Papa fa il Papa ed è giusto che lo faccia, ma è il messaggio che è sbagliato. Come dire che se l’oste dice che il suo vino è buono è comprensibile; l’oste fa l’oste. Sì, ma ciò che dobbiamo valutare non è il fatto che l’oste sia libero di esprimere la sua opinione ed il suo giudizio sul vino che vende, ma verificare se la sua opinione corrisponde al vero ed accertare se il vino è buono o è adulterato.  Anche Dulcamara ingannava gli ingenui paesani illudendoli che il suo “specifico” fosse  una  pozione miracolosa,  un rimedio che curava tutti i mali; dal mal di pancia al mal d’amore. E così, per sollevare qualche dubbio sulla qualità del  vino di Bergoglio ho inviato questo breve commento (il limite dei mille caratteri non consente un discorso articolato; bisogna essere sintetici):

La Chiesa ha molte colpe ed errori da farsi perdonare. La prima è che si fonda su una morale da schiavi, sull’esaltazione dei poveri e la beatificazione degli ultimi che saranno i primi, sull’amore per il prossimo, sul perdono delle offese, sul porgere l’altra guancia ed amare il nemico come se stessi, anche se minaccia la tua vita. Con un morale simile un popolo può solo soccombere a chiunque lo attacchi e lo minacci. Ecco perché ci stiamo calando le braghe davanti a quattro sfigati africani che ci stanno invadendo grazie alle nostre stesse leggi ed alla nostra “morale da schiavi”. La nostra tragedia è che siamo in mano ai cattocomunisti. Quindi, alla morale da schiavi cattolica si abbina il progetto mai accantonato dei comunisti che sognano ancora il totale sconvolgimento della società occidentale, con o senza rivoluzione armata. E per realizzarla fomentano e sostengono qualunque situazione favorisca disordini e conflitti sociali. Un mix tragico e letale.”.

L’ho inviato 3 volte, dal pomeriggio alla sera, a distanza di ore,  e non passa. Evidentemente in questo commento c’è qualcosa che non si può dire. Forse non si può dire che: Non è diventando poveri che si aiutano i poveri. non è facendo gli eremiti, i flagellanti o i penitenti di professione che si aiuta il prossimo. Non è amando il prossimo come se stessi e porgendo l’altra guancia che si ferma la violenza. Non è vestendosi di stracci e predicando agli uccelli che si porta la pace nel mondo. Non è con la bontà che si ferma la cattiveria umana. Non è con l’amore che si ferma l’odio. Per aiutare davvero i poveri, i bisognosi, gli ultimi, bisogna  disporre di risorse economiche.  Solo la ricchezza può aiutare i poveri, non la povertà.  Scegliere volutamente di vivere in povertà per sentirsi più buoni, umili e vicini ai poveri, non è da santi, è da idioti. Fare gli eremiti non serve a nessuno, è una scelta inutile, rinunciataria, vigliacca e stupida, da falliti. Non si può generalizzare il messaggio evangelico che va interpretato ed applicato  secondo le circostanze storiche e sociali. Le opere di misericordia vanno benissimo in condizioni normali, ma sono inapplicabili e diventano insostenibili o devastanti per l’individuo e la comunità se portate all’eccesso ed applicate senza tener conto della realtà. “Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini” sono belle parole e vanno benissimo se gli affamati, gli assetati ed i pellegrini sono pochi e non abbiamo difficoltà a fornire cibo e alloggio.

Ma se già abbiamo difficoltà economiche a far quadrare il pranzo con la cena, e   in un tempo molto ristretto ci arrivano in casa centinaia di migliaia di pellegrini africani, è un’invasione che fa saltare tutti gli equilibri sociali, politici, economici, e diventano un gravissimo pericolo per la stessa sopravvivenza di una nazione.  Non si può togliere il pane ed il tetto  ai propri figli per aprire la porta di casa ed offrire vitto e alloggio a tutti i poveri ed i pellegrini di passaggio; questo non è essere buoni, non è messaggio evangelico; sarebbe da idioti.  Chi continua a predicare queste sciocchezze o è uno sciacallo che specula su questa accoglienza  realizzando facilmente grandi guadagni, o è un fanatico rivoluzionario che spera in tal modo di creare conflitti e disordini che favoriscano il totale sconvolgimento della civiltà  occidentale, o è malato di buonismo cronico, la malattia del secolo. Il buonismo è come la droga; altera lo stato di coscienza e fa vedere un mondo diverso dalla realtà. Oppure è semplicemente gente che a causa di qualche grave  psicopatologia che altera le normali funzioni mentali, ha una visione distorta del mondo ed è fuori dalla realtà e pure fuori di testa; che sia Papa o sagrestano. E’ questo che non si può dire?

Ma naturalmente non c’è solo Bergoglio in prima pagina. I nostri quotidiani, per distrarci e alleggerire la tensione, non mancano di fornirci anche notizie leggere che non hanno alcun interesse reale, ma servono benissimo a riempire le pagine.  Così non mancano mai i selfie di Naike Rivelli quasi sempre nuda;le foto di Naike vestita sono più rare delle figurine del feroce Saladino(viene da chiedersi. ma siete proprio così scemi, o fate finta?) e di altre sciacquette in cerca di visibilità, le notizie sulle peripezie sentimentali di Belen Rodríguez  ed i pettegolezzi su tutte le vere o presunte divette, oltre alle immancabili foto sexy che non sfigurerebbero su Playboy (servono come specchietto per le allodole, il richiamo erotico funziona sempre). Ormai questa è la linea editoriale della stampa italiana. Continuo da anni a lasciare commenti critici sull’eccesso di gossip e di foto erotiche su un quotidiano che dovrebbe avere un linea editoriale più seria e non rincorrere Novella 2000 o le riviste porno, ma inutilmente; 4 volte su 5 vengono censurati. Ho dedicato molti post a questo argomento, ne segnalo due per tutti: “Guardi siti porno’” del 2008, e più recentemente, nel 2014 “Pane, sesso e violenza“.

Ecco un esempio di commento che sto inviando da anni, con qualche variazione riferita allo specifico articolo al quale è riferito. Questo l’ho inviato circa una settimana fa per commentare un articolone che in prima pagina sparava questa notizia “Laura Freddi sarà di nuovo mamma“.  Vi interessa la notizia? Ne dubito; credo che la prima risposta  a quel titolo sia “e chi se ne frega?”. Infatti quello è il commento che più spesso lasciano i lettori. Ma i nostri solerti giornalisti gossipari sono convinti che queste siano notizie importantissime per la nazione (o meglio fingono di crederlo, perché su queste gossipate ci campano e portano a casa la pagnotta). Ed ecco il commento: “Ogni quotidiano o periodico ha un suo target di riferimento ed a quel target bisogna attenersi per stabilire la linea editoriale. Non tenerne conto è da…incoscienti. Se si propone ad un pubblico di anziani il gossip sulle peripezie amorose degli idoli di adolescenti e casalinghe disperate o, al contrario, in un settimanale indirizzato agli adolescenti si parla di politica, economia e finanza, si sbaglia target e si rischia la chiusura per fallimento. Questo almeno ve lo hanno spiegato? Oppure avete saltato proprio quella lezione? Peccato. Il lettore medio del Giornale è maschio adulto ed ha già superato da molto la mezza età. Allora, voi pensate che al signor ZXY40, pensionato settantenne della Ciociaria interessi sapere che Laura Freddi è in dolce attesa? Lo pensate davvero? Sì? Allora, cambiate mestiere.”. Questo è passato, ma più spesso questi commenti vengono censurati.

E’ cambiato qualcosa in questi anni? Direi di no, qualunque pretesto è buono per inserire immagini erotiche, sia che vendano auto, frigoriferi o detersivi, l’immagine fissa è sempre quella; una donna più o meno nuda. Ed ecco l’ennesima conferma, anche oggi, sempre in prima pagina.

Bella foto, vero? Sembra proprio presa da una rivista porno. Invece era tutto il giorno nella Home del Giornale (ora è stata tolta). Ma la cosa divertente è che era a corredo di un articolo sui pericoli delle creme per il corpo: “Essere belli costa. perché la crema a buon mercato ci fa venire allergie ed eczemi“.  Potevano usare una foto di mani, braccia, gambe, viso. Invece no, usano la foto di un bel culo in primo piano. Quindi, leggendo il titolo e guardando la foto, si è portati a pensare che si parli di creme specifiche per quella parte del corpo umano. E mi è venuto spontaneo lasciare questo commento (che stranamente è stato pubblicato): “Parlate di creme e mostrate in primo piano la gigantografia di un cul… pardon, di un Lato B (dimenticavo che lo si può mettere in primo piano e mostrarlo in tutti i modi e le diverse angolazioni, ma non lo si può nominare; abbiamo uno strano senso del pudore). Si tratta di speciali creme per uso anale?”. La domanda finale mi sembra più che naturale; “Sorge spontanea“, direbbe Lubrano. No? Ma sì, meglio riderci sopra e prenderla con  ironia. “E’ la stampa, bellezza”.

Pasquinate romane

Questo Papa proprio non va giù ai fedeli, e neppure ad una parte della gerarchia ecclesiastica. Curiosamente gli unici che lo apprezzano, lo difendono e lo esaltano, sono quelli che fino ad oggi hanno sempre contestato Papi, Chiesa, fede e Vaticano. Ma allora, se questo Papa Bergoglio è tanto apprezzato dai mangiapreti comunisti e non piace ai fedeli cattolici la ragione non è che  sono cambiati i cattolici o i comunisti, ma perché è cambiato il Papa.

Non ricordo manifesti e proteste così chiare nei confronti di altri Papi (e ne ho visti già parecchi). Evidentemente Bergoglio ha superato il limite della sopportazione e la misura è colma. Come è colma nei confronti di questa nostra disastrosa classe politica litigiosa, incapace, arrogante e inconcludente. La recente elezione del presidente Trump in USA è un segnale chiarissimo, e dovrebbe far riflettere anche i politicanti di casa nostra. Basterebbe un minimo di intelligenza per capire che non si può tirare troppo la corda, che anche la pazienza dei cittadini ha un limite, la rabbia della gente prima o poi esplode, e non sempre si limita ad affiggere manifesti o pasquinate contro il Papa Re.

Purtroppo l’intelligenza è come l’araba fenice di Metastasio “Come l’araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”; non viene contemplata nella Costituzione, neppure nel Vangelo, e neanche nella Guida delle Giovani marmotte. Dovrebbe essere di casa nei palazzi del potere, invece non è un requisito richiesto per diventare parlamentari, Papi, sindaci di Roma, ministri o qualunque altro incarico pubblico. Possono essere richiesti altri requisiti, ma non l’intelligenza. Strano, incredibile, ma vero. E non è detto che l’istruzione compensi la carenza intellettuale e migliori la situazione; anzi, la peggiora. Un cretino ignorante ha un pregio: fa meno danni di un cretino istruito. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Il Papa si fa le scarpe

Anch’io ho le mie cose”, ha detto il Papa, intervistato dalla TV in un negozio di articoli sanitari di via del Gelsomino. Ha le sue cose? Per un attimo abbiamo avuto il sospetto che si trovasse lì per acquistare assorbenti.

Ma ha chiarito subito: non si riferiva a “quelle cose”, ma al fatto che soffre di disturbi alla schiena e per questo motivo deve usare delle scarpe ortopediche. Meno male, ci mancava solo un Papa transgender  (video: il Papa fa spese nel negozio di sanitari). E così, in attesa che siano i cardinali che lo contestano a fargli le scarpe, per evitare sorprese le scarpe se le fa da solo. Esce in utilitaria e, come un qualunque trasteverino, va in un negozio appena fuori dal Vaticano: “come una persona normale”, dice la gente.  Già, ma lui non è una persona normale, è il Papa. Ormai ci ha abituati a queste uscite inusuali. Tempo fa, sempre in utilitaria ed accompagnato solo dal suo autista, andò a cambiare le lenti presso un ottico nelle vicinanze di Piazza del popolo. Un giorno o l’altro lo vedremo seduto dal barbiere di Trastevere, oppure dietro un carrello che fa la spesa al market, scegliendo detersivi, broccoli, salumi e tagliatelle di nonna Pina.

Dicono che questo suo modo di comportarsi sia segno di umiltà, di vicinanza alla gente, di rottura con la vecchia immagine di un Papa isolato, distante, inavvicinabile, chiuso nella sua austera residenza pontificia, immerso in una dimensione spirituale e distaccato dalla gente e dalle cure terrene.

Bergoglio ha introdotto un nuovo stile, alla mano, da persona normale. E forse sogna proprio di vivere e fare cose normali: andare a passeggio per il Lungotevere, chiacchierare con i pensionati al parco, andare in pizzeria con gli amici. Gli manca la normalità quotidiana. Ecco perché ogni tanto fa delle cose inconsuete per un pontefice.  Ieri mattina, per esempio, ha sorpreso tutti telefonando alla RAI mentre in studio festeggiavano i 30 anni di Uno mattina, per fare gli auguri di Buon Natale in diretta (“Pronto? Sono Francesco” Il Papa chiama in diretta RAI1). Niente di strano che domani chiami una radio libera romana per dedicare “Tu scendi dalle stelle, o Astro del ciel” alle suore di Santa Marta. Si ha l’impressione che quest’uomo abbia sbagliato strada nella vita. Doveva fare altro; il sindacalista, il contadino, l’artigiano, il gaucho, il suonatore di bandoneon. Tutto, meno che fare il prete. E’ diventato Papa per caso.

Anche il suo modo di esprimersi, che spesso lascia perplessi i fedeli più tradizionalisti, viene giudicato positivamente e, secondo alcuni osservatori, quel suo “linguaggio colloquiale” piace alla gente. Pochi giorni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno del Papa, Serena Sartini sul Giornale ha scritto: “È un linguaggio colloquiale, un linguaggio non ingessato, un fraseggio vicino alla gente comune, che ben si addice a questo Papa che vuole essere più un sacerdote «con l’odore delle pecore» e che ama definirsi vescovo di Roma, prima ancora che Pontefice.” (“Il sacerdote con l’odore delle pecore“). Appunto, un curato di campagna che nella piazzetta del paese si intrattiene con i paesani a parlare di pecore e agnelli, di mungitura, di ricotta e pecorino.  Più che un Papa ricorda un don Camillo della Barbagia. Ma siamo sicuri che sia questa l’immagine del Papa che i fedeli prediligono? Ho molti dubbi in proposito, vista la crescente contestazione nei suoi confronti sia su temi di fede, sia su questioni sociali, specie in merito all’immigrazione, non solo da parte dei fedeli, ma anche di preti e vescovi (Ultimatum del cardinale Burke a Papa Bergoglio: chiarisca entro Epifania gli “errori dottrinali“).

Un Papa non deve usare un linguaggio colloquiale, da gente comune, per il semplice fatto che non è una persona comune; è il Papa. E deve parlare da Papa, non da curato di campagna o da sagrestano. Quando si ricoprono ruoli pubblici importanti la forma è sostanza; ed il linguaggio, l’aspetto, l’abbigliamento, il comportamento devono essere consoni al ruolo ricoperto. Ecco perché trovo intollerabile l’atteggiamento di Renzi; perché un presidente del Consiglio non può presentarsi di fronte ai capi di Stato in maniche di camicia e con le mani in tasca. E’ cafonaggine pura.

Così in tempi di attentati, terrorismo, disagi e insicurezza della gente a causa dell’invasione degli immigrati che mette a rischio la stessa sopravvivenza della nostra civiltà, Bergoglio non può dire “L’Europa è invasa dagli arabi, ma non è un male“, senza suscitare reazioni critiche e perfino insulti e sospetti sulla sua salute mentale. Allo stesso modo il Papa non può dire “Chi sono io per giudicare?”; una delle sue prime affermazioni, riferita ai gay, che lasciarono stupiti molti fedeli ed osservatori. Sei il Papa, ecco chi sei; sei il capo e la guida spirituale del cristianesimo e come tale non solo hai il diritto, ma hai il dovere di giudicare e di essere faro e riferimento spirituale e  morale per la Chiesa.

Non puoi assumere atteggiamenti falsamente umili da sguattero. Non puoi fare ciò che fanno le persone comuni. Non puoi andare in utilitaria dall’ottico di Piazza del Popolo a cambiare le lenti, come un qualunque coatto di periferia. Non puoi andare con gli amici a farti una pizza alla “Bella Napoli”. Non puoi farlo perché non sei una persona qualunque, sei il Papa. Se Bergoglio non ha ancora capito questa piccola differenza farebbe bene a rinunciare ad un ruolo troppo alto e gravoso per il quale, evidentemente, è inadeguato. Per sentirsi più a suo agio, farebbe bene a tornare nelle periferie di Buenos Aires o nelle pampas a bere mate con i gauchos e discutere di pecore e vitelli. Memento: “Quod licet Iovi non licet bovi”. E viceversa.

Safari e lavapiedi

“Non sempre perde il toro…”, è la battuta finale di una vecchia barzelletta. Eccola…

Un turista, recatosi in Spagna per vedere l’Expo di Siviglia, va in un ristorante tipico e, non conoscendo bene la lingua, ordina la solita fettina di carne. Accanto a lui c’è un signore che ha sul piatto due enormi polpettoni al sugo  e li sta mangiando con evidente piacere. Incuriosito chiama il cameriere: “Mi scusi, che piatto è quello che sta mangiando il signore qui a fianco?”.
Ah senor, es la nuestra especialidad, es un plato muy tipico llamado Pelotas a la Matador.
Il giorno dopo il turista torna nel ristorante e, desideroso di assaggiare la specialità, chiede il famoso piatto. Dopo un po’ il cameriere gli porta due polpettine misere e minuscole. Sorpreso, chiede spiegazioni al cameriere che spiega: “Senor no siempre perde el toro!”.

Già, qualche volta le palle sono quelle del torero. Mi è venuta in mente vedendo questa notizia: “Padre e figlio italiani uccisi nello Zimbabwe, scambiati per bracconieri“.

Le vittime sono Claudio e Massimiliano Chiarelli, padre e figlio, uccisi all’interno di una riserva di caccia. Li vediamo in questa foto presa dal loro profilo Facebook, nel quale mostravano con orgoglio queste enormi zanne di elefante. Già, perché vivono nello Zimbabwe dove, come riporta l’articolo,  il padre Claudio faceva  la guida ed accompagnava i turisti nei safari, mentre il figlio era un cacciatore professionista. Ora, la caccia all’elefante, specie protetta ed a rischio estinzione, è vietata. Il commercio dell’avorio è vietato pure. Allora, dove hanno preso quelle zanne?Saranno frutto di una battuta di caccia del “professionista“, oppure le avranno trovate per puro caso facendo due passi nella savana tanto per favorire la digestione? Non ho molta simpatia, l’ho già detto spesso in passato, per gli amanti dell’avventura, della ricerca del rischio, del pericolo, delle situazioni estreme; quelli che fanno di tutto per mettersi nei guai e poi devono intervenire i soccorsi per salvarli. Quando poi questo amore per l’avventura si realizza facendo il cacciatore professionista nella savana, allora non riesco a provare nessun senso di pietà per le vittime di incidenti sul lavoro.

Questa storia ricorda molto quella di Walter James Palmer, dentista americano che un anno fa fece scalpore e suscitò l’indignazione mondiale, perché pubblicò in rete la sua foto accanto ad un leone appena ucciso nel corso di una battuta di caccia, anche questa  nello Zimbabwe. Ma quello non era un leone normale (premesso che non esistono leoni “normali” che si possono ammazzare), era Cecil, il leone più popolare ed amato dello Zimbabwe, un bellissimo esemplare di 13 anni, con tanto di collare e monitorato dall’università di Oxford, quasi un simbolo della regione e del parco nazionale. Così scrive La Stampa: “Palmer è andato nello Zimbabwe alla fine di giugno, per dare la caccia a un leone. Si è rivolto a Theo Bronkhorst della compagnia Bushman Safaris, e a Honest Trymore Ndlovu, proprietario di un terreno vicino all’Hwange National Park. I due gli hanno detto che per 50.000 dollari si poteva fare. Quindi il primo luglio scorso hanno legato la carcassa di un animale alla loro auto, e l’hanno trascinata nel parco, per attirare un felino verso la postazione dove lo aspettava Palmer. Quando il leone è uscito dai confini della riserva, entrando in un terreno privato, il dentista ha scoccato la sua freccia. Il felino è rimasto ferito ed è scappato, ma dopo un inseguimento durato 40 ore si è fermato sfinito. A quel punto Palmer gli ha sparato, lo ha scuoiato, e gli ha tagliato la testa per farne un trofeo. “. Bravo, davvero un bel trofeo. Ieri scrivevo della “foto simbolo” dei profughi fermi al confine fra Grecia e Macedonia. Anche questa foto a lato può essere una foto simbolo. Sì, della stupidità umana.

E i nostri italiani d’Africa? “Accompagnavano i turisti nei safari“, dicono. Più o meno quello che facevano i due complici del dentista Palmer. Già, quelli che organizzano safari per ricchi annoiati i quali per distrarsi vanno a rompere i cogl…pardon, le zanne ed altro  a elefanti, leoni, giraffe; quelli che stanchi di star bene, tranquilli e sereni a casa loro, vanno in giro per il mondo, attraversano deserti, giungle e foreste, scalano montagne inesplorate, cercano emozioni forti, l’avventura, l’adrenalina. E per 50.000 dollari tendono la trappola al primo leone che passa, compreso Cecil. Se restassero a casa farebbero meno danni, a se stessi, agli animali, alla natura, e non darebbero ulteriore conferma dell’idiozia umana. Intanto La Farnesina si sta già occupando del caso. Stiamo ancora indagando sulla morte di Giulio Regeni, ammazzato in Egitto, ed ecco un nuovo caso. Sembra che Regeni scrivesse per il Manifesto e facesse il ricercatore. Oggi nessuno fa più mestieri normali come il ragioniere, il meccanico, il barbiere, il calzolaio; sono tutti dottori e ricercatori, oppure artisti. Se proprio non hanno nessuna competenza specifica possono sempre darsi alla politica. Sembra che Regeni stesse “ricercando” in Egitto il funzionamento del sistema sindacale egiziano. Beh, se qualcuno studia i sindacati egiziani (come se non ne avessimo abbastanza in Italia), deve esserci un motivo serio; magari è fondamentale per fornire utili consigli alla Camusso su come organizzare gli scioperi, i cortei, come disegnare gli striscioni, impugnare i megafoni, creare slogan efficaci e soffiare trombette e fischietti a tempo di marcia.  Anche questa è una ricerca utile all’umanità. Tuttavia, visto come va a finire spesso, l’impressione è che l’unica cosa che certi ricercatori ricercano è la maniera di cacciarsi nei guai.

Non abbiamo ancora risolto il caso Regeni, ed ecco il caso Chiarelli. Anche qui scatteranno inchieste, sospetti, depistaggi, congiure e trame segrete, come nel caso del ricercatore ucciso in Egitto? Assisteremo al solito tormentone di comunicati della Farnesina, dichiarazioni del ministro Gentiloni, ipotesi strampalate sulle cause della tragedia e interpretazioni fantasiose dei soliti complottisti? E adesso anche questi li riportiamo a casa con volo di Stato, con passerella delle autorità all’arrivo, funerali di Stato,  cordoglio nazionale? Sì, ormai sembra che questa sia la prassi. Almeno si fa finta che lo Stato si occupi dei cittadini. La cosa curiosa è che, invece che occuparsi dei cittadini vivi in Italia, si occupano degli italiani morti in Africa. Fatta salva la pietà per i morti, non posso fare a meno di pensare che, così come a Siviglia non sempre perde il toro, così nello Zimbabwe non sempre crepa l’elefante. E guardando quella foto penso che quelli che fanno i safari, le guide,  gli accompagnatori, i cacciatori di professione o dilettanti, e tutti quelli che amano scorrazzare per la savana alla ricerca di emozioni forti, e sparano a leoni ed elefanti, giusto per la foto ricordo da postare su facebook, le zanne dovrebbero ficcarsele in quel posto (indovinate dove).

Il Papa e le pulizie di Pasqua.

Papa Bergoglio ha uno spirito creativo, non perde occasione per inventare qualcosa che faccia notizia. Ogni giorno una ne fa e cento ne pensa. Così è sempre in prima pagina. Roba da far invidia a Belen Rodríguez. Ed ecco l’ultimissima della giornata: “Il Papa lava i piedi agli immigrati“.

Ora, già spendiamo 300.000 euro al giorno di spese fisse per il servizio taxi della Marina  che va a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia, poi li accogliamo in deliziosi alberghetti 3 stelle o in agriturismo, gli assicuriamo vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, lavaggio e stiratura, assistenza sanitaria, sindacale e legale, TV satellitare, wi-fi, sigarette, ricariche telefoniche, paghetta settimanale, corsi di lingua e di formazione professionale. C’è davvero bisogno che gli laviamo anche i piedi , la testa, le orecchie e magari anche le palle?  Bergoglio, non è che sta un po’ esagerando?

 

Non è il caso di ripetere cose già dette. Quindi, giusto una breve considerazione. Questo Papa si sta rendendo ridicolo. Quando si esagera con l’ostentazione di una  esasperata, eccessiva, ipocrita forma di pauperismo, falsa umiltà e di amore per i poveri, e si confonde il Vangelo con il Capitale di Marx, si diventa ridicoli e si rende ridicolo anche il cristianesimo e tutta la Chiesa.  L’ho già detto in passato e lo ripeto: non si rende conto di quello che fa, di quello che dice, del suo atteggiamento, delle sue dichiarazioni, delle conseguenze e della strumentalizzazione mediatica del suo operato. Un Papa non può permettersi di avere queste gravissime carenze caratteriali e culturali. Sta distruggendo la Chiesa, la sua storia e sta stravolgendo anche il Vangelo e pure il messaggio di Francesco al quale crede di ispirarsi. E’ la perfetta guida spirituale del cattocomunismo, ma un pessimo capo della Chiesa. Non so, come dicono quelli pratici di profezie, che in San Pietro sia entrato il fumo di Satana. Ma certo se proprio non c’è fumo, c’è almeno una leggera puzza di bruciato. Speriamo che si tratti solo di una stufetta difettosa.

E’ satira

Charlie Hebdo, per ricordare l’attentato di un anno fa, esce con una edizione speciale con questa vignetta in copertina.

Un anno dopo, l’assassino è ancora libero“, dice. La vignetta  mostra chiaramente il Dio biblico, come viene spesso rappresentato nella iconografia classica, che scappa armato di mitra. Ora, tutti sanno che gli attentatori erano musulmani che hanno fatto la strage al grido di “Allah è grande”. Se proprio volevano attribuire la strage ad un dio, avrebbero dovuto raffigurare Allah o, al massimo il suo profeta Maometto. Ma evidentemente, preferiscono non provocare ulteriormente i troppo suscettibili musulmani; così invece che Allah, raffigurano il Dio cristiano. Vanno sul sicuro, sanno bene che i cristiani sono buoni, perdonano, porgono l’altra guancia e, quindi, non scateneranno nessuna vendetta. Qualcuno oggi ha scritto che in questa vignetta hanno raffigurato “un dio generico“. Altri sostengono che quel triangolo sulla testa sia il simbolo massonico. E no, caro cronista distratto, e cari commentatori ugualmente distratti, quello non è un dio generico, e se è vero che è “anche” un simbolo massonico, non lo è in questo caso, è la classica icona che rappresenta il Dio biblico.

La conferma l’abbiamo in un’altra vignetta della stessa rivista nella quale il triangolo che racchiude un occhio rappresenta, come sempre nelle raffigurazioni sacre, lo Spirito santo. La spiegazione è che quella rivista da sempre è schierata all’estrema sinistra e, come tutti i compagni sinistri, hanno un occhio di riguardo per la Chiesa e ne fanno il bersaglio preferito della satira. Un altro degno compare di questa congrega di umoristi a senso unico è il nostro vignettista Vauro. Da noi, come nell’intera Europa, per un ipocrita senso di rispetto verso l’islam, stanno stravolgendo le tradizioni, si attacca la Chiesa in tutti i modi, si cancella il Natale, si vietano canti e simboli religiosi, si annullano presepi ed alberi, si evita qualunque riferimento sacro “per non urtare la sensibilità dei non credenti” (leggi musulmani). Guai a provocarli, sono molto sensibili. Ma nessuno, stranamente, si preoccupa della sensibilità dei cristiani.

Meglio prendersela con la Chiesa, il Papa, i cristiani. Infatti la rivista satirica francese lo fa spesso e volentieri. Ecco a lato un’altra vignetta in cui raffigura la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo (in forma di triangolo con l’occhio al centro), visti con l’occhio della satira. Anche questa non ha suscitato nessuna protesta, nessuna reazione, nessuno scandalo. E nessuno si chiede se questa vignetta possa risultare offensiva, blasfema e possa urtare la sensibilità dei cristiani. No, i cristiani si possono insultare e sbeffeggiare tranquillamente, tanto sono tolleranti, buoni e perdonano sempre. E’ una curiosa interpretazione della satira e della libertà di pensiero. Me lo chiedevo nel post “Satira da morire” di gennaio scorso, e già 10 anni fa nel post “Si può ridere dei musulmani?”, ed in altri post dedicati a questo mistero della libertà di satira: “Satira libera, dipende…”, “Vauro e gli imam pedofili“, “C’è poco da ridere“, ed altri. E’ un aspetto della comunicazione che tratto spesso perché è un esempio chiarissimo dell’ipocrisia e della doppia morale dei mezzi di comunicazione e della cultura dominante del pensiero unico politicamente corretto.

E’ un enigma irrisolto dell’applicazione del principio della libertà di espressione, e di satira, garantita dalla nostra Costituzione; quella più bella del mondo, ma solo quando e se fa comodo. Chissà perché fare ironia sul Corano e su Maometto è mancanza di rispetto per i musulmani,  mentre insultare la Chiesa, sbeffeggiare i cristiani, usare immagini e linguaggio blasfemi, è espressione della libertà di pensiero.  Ridere dei musulmani è islamofobia, oltraggiare Cristo, la Chiesa ed i cristiani è satira. Mah, misteri della fede.

Il prete sodomita

Ovvero; “toccarsi” è peccato, ma non per i monsignori. Premessa. Una volta la confessione era l’incubo dei ragazzini. Allora, molti e molti anni fa (non so come si siano evolute nel frattempo le consuetudini), era quasi un obbligo settimanale, perché la domenica dovevi fare la comunione, che era un  altro “obbligo” irrinunciabile; guai a non farla, ti  si prospettava la visione delle fiamme eterne e si alimentava nella comunità dei fedeli il gravissimo sospetto che, se non facevi la comunione, dovevi essere in peccato gravissimo ed aver compiuto  chissà quali orrendi crimini.  E forse eri anche scomunicato. Rito, quindi, al quale si doveva sottostare senza possibilità di rinuncia, ovviamente previa confessione.

Ma quali peccati può mai commettere un bambino? Difficile immaginarlo, oggi, in tempi in cui  le marachelle infantili ed i piccoli peccatucci quotidiani sembrano scomparsi e derubricati a caratteristiche individuali del comportamento e sono competenza non del confessore, ma dello psicologo. Oggi le anomalie comportamentali, anche le più aggressive e pericolose, e qualunque psicopatologia o disturbo più o meno grave della personalità, vengono giustificate dalle moderne teorie  pedagogiche e da stuoli di psicologi sempre ben disposti a scaricare sulla famiglia e la società le colpe delle turbe infantili, e pure quelle degli adulti, con cause esogene, esterne al soggetto ed involontarie. Insomma, l’individuo, specie se un bambino, quasi mai è responsabile del proprio comportamento; la colpa è della società, della famiglia, della scuola, della televisione, ma mai del diretto interessato. Ma allora non c’erano scusanti più o meno scientifiche, ognuno era responsabile dei propri errori e tutto poteva essere considerato “peccato” grave. Già, perché l’uomo  ha il peccato segnato nel destino. Fin dalla nascita, anzi ancor prima, già nel grembo materno,  l’essere umano si porta appresso l’onta indelebile del “peccato originale“. Ovvio che quando si parte già in peccato, tutto quello che segue non può che essere peccaminoso.

Quindi l’uomo è peccatore per il solo fatto di esistere. Non sei ancora nato, ma già sei un peccatore che, senza la misericordia divina, le più o meno plenarie indulgenze e la benevola intercessione  della Chiesa (una specie di succursale divina sulla Terra, con potere di giudizio insindacabile), sei destinato irrimediabilmente alle fiamme eterne. Ed è evidente che arrostire a fuoco lento per l’eternità non è proprio il massimo delle aspirazioni. Ma se l’uomo è peccatore fin dalla nascita, perché Dio l’ha creato peccatore? Per dimostrare poi la sua misericordia e perdonare quel peccato (forse un errore accidentale, un difetto di lavorazione; può succedere a tutti) che Egli stesso ha creato? Tanto valeva creare da subito un uomo perfetto, puro ed innocente, ed  evitarsi poi  la cura di doverlo perdonare. Oppure, dopo averlo creato, invece che spedirlo subito a colonizzare la Terra, avrebbe potuto sottoporlo ad un periodo di prove e verifiche per accertare il buon funzionamento e scoprire eventuali anomalie; e poi, nel caso si riscontrassero errori di progettazione, correggerli.  Con i controlli preventivi si evitano anche brutte figure,  gravi danni e conseguenze per l’immagine e la credibilità del produttore. Altrimenti, in mancanza di verifiche, succede, come alla Volkswagen, che poi si scoprono le magagne e si devono richiamare milioni di modelli.  Ma come si fa oggi a richiamare miliardi di uomini per correggere quel piccolo difettuccio iniziale che è il peccato originale?

Per fortuna Dio è così misericordioso che è disposto a perdonare tutto e tutti, anche i propri errori: può farlo, è Dio! Ma in ogni caso  quel peccato resta. Ne consegue che ogni atto e pensiero umano  è comunque viziato da questo “peccato originale“, così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia esattamente. Ora, per capire la gravità di questo “bug della creazione“, pensiamo che se in un calcolo matematico si commette un errore di partenza, l’errore si ripercuote sull’intero  procedimento ed il risultato finale sarà, inevitabilmente, errato.  Così tutta l’esistenza dell’uomo, viziata da quel “peccato originale” di partenza, da quell’errore iniziale,  è  irrimediabilmente fonte di errore e peccato. Ecco perché la Chiesa, per alleggerire questo insopportabile peso, ha inventato la confessione. Quel peccato è una colpa gravissima, una macchia di disonore nel cuore dell’uomo. Per fortuna si lava facilmente. Così, grazie alla confessione ed alla misericordia divina, con tre Pater Ave e Gloria, ti assolve dai tuoi peccati e torni lindo, pulito e fresco, come appena uscito dalla lavatrice; dicono.

Questo insegnavano già alle elementari ed al catechismo. Ovvio che, con queste premesse da Santa Inquisizione ci si sentisse sempre colpevoli di qualcosa. Si inculcava già nei bambini, anche se teneri e innocenti come  puttini, la consapevolezza e la convinzione di essere in peccato comunque, anche se non avevi commesso azioni peccaminose; basta il pensiero (come i regali di Natale).  Allora, tanto per giustificare la confessione, si dava sfogo alla fantasia e si “confessava” di aver disubbidito ai genitori, di aver detto le bugie, di aver bestemmiato, di aver fatto qualche dispetto ai compagni di scuola. Insomma, colpe gravissime di questo tipo. Te le inventavi anche se non era vero, perché dire o pensare  di non aver commesso peccati sarebbe stato, a sua volta,  un grave peccato di superbia; peggio che mai. L’uomo deve essere peccatore per forza, per natura, senza scampo o possibilità di redimersi dal peccato. A meno che non si sia San Francesco, o santi e beati equipollenti.

La confessione partiva, quindi, scaricando subito in pochi secondi peccati e peccatucci gravi e meno gravi, veniali e mortali, veri o presunti, e si restava in attesa della fatidica domanda che arrivava implacabile. La voce bassa, inquisitoria e minacciosa di quel Torquemada che si celava dietro la grata, ti chiedeva se avevi commesso atti impuri, se “ti toccavi“. Ora, toccarsi a quella età è istintivo e naturale, come succhiare il latte materno. Se il buon Dio non vuole che i bambini “si tocchino” non doveva mettere quel gingillo sporgente e penzolante proprio lì, a portata di mano. Altrimenti dobbiamo pensare che lo abbia fatto per  pura cattiveria, per indurti in tentazione e metterti alla prova. E non è un bel gesto, è proprio mancanza di fiducia. Posto, dunque, che è scontato che i bambini si tocchino, la risposta era sempre un “Si”, sussurrato in tono di vergogna e di supplichevole richiesta di perdono.  Ma non bastava, perché avuta la conferma, il confessore continuava chiedendoti anche come, dove, quando lo facevi e, soprattutto, quante volte.  E la richiesta di questi dettagli ti lasciava sempre una sensazione di disagio, come se quelle domande non fossero strettamente indispensabili,  ma sconfinassero nella curiosità morbosa. Il dubbio era legittimo e resta ancora oggi.

Bene, fatta questa lunga premessa sulla confessione (ma necessaria per capire il nesso con la notizia del giorno), arriviamo al dunque. Due giorni fa monsignor Krysztof   Charamsa, nel corso di una conferenza stampa in Vaticano, ha fatto “outing“; ha dichiarato pubblicamente la sua omosessualità (“Io gay, ho un compagno“), dedicando questo suo atto alla “fantastica comunità gay, lesbica e transessuale“, e chiedendo al vaticano ed al Papa comprensione, rispetto per le scelte sessuali e riconoscimento dei diritti.  E’ il trend del momento, non passa giorno che qualche noto personaggio non dichiari pubblicamente le sue bizzarre abitudini sessuali. Anzi, dichiararsi gay oggi sembra quasi un titolo di merito. Lo ha fatto anche questo prete.

Non un qualunque curato di campagna, un insignificante don Abbondio, ma un monsignore, teologo e componente della Conferenza per la dottrina della fede. E lo ha fatto proprio alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Un caso? Non credo, anzi ha valutato bene il momento per dare massima visibilità alle sue dichiarazioni. Oggi l’aspetto mediatico è quasi tutto, il mezzo è il messaggio stesso, come diceva McLuhan. Eccolo a lato in una foto che lo ritrae mentre posa teneramente il capo sulla spalla del suo amato compagno. Che carini i nostri fidanzatini del Vaticano. Mancano solo i fiorellini,  i cuoricini, o un Cupido con arco e frecce, come i fidanzatini di Peynet.

Ma, come dicevo, niente di strano, questa è la tendenza, non c’è più una definizione netta e chiara di cosa sia il genere sessuale e di cosa sia la normale attività sessuale. Quelle che una volta erano perversioni, aberrazioni, depravazioni, vizi  e pratiche sessuali  immorali, oggi sono semplicemente abitudini stravaganti, gusti “diversi”. Così, eliminati tutti i limiti e le regole, tutte le variazioni sul tema sono lecite e “normali“; uomini con uomini, donne con donne, trans con trans, bisex, plurisex, in tutte le combinazioni possibili. Fra non molto, ormai ci siamo quasi, ciò che farà notizia non sarà vedere coppie gay e lesbiche, ma sarà vedere una coppia formata da un uomo e una donna; questo sarà lo scoop da prima pagina. E’ di questi giorni la notizia che al Grande fratello, non soddisfatti di aver fatto entrare in partenza un trans, hanno voluto esagerare ed hanno fatto entrare anche una coppia apparentemente costituita da un uomo e una donna. In realtà si tratta di una coppia di trans; lui è una donna diventata uomo e lei è un uomo diventato donna. A questo punto non possiamo più sorprenderci di niente, tutto è possibile.

Certo, ognuno è libero di avere i gusti sessuali che preferisce. Ma se tu vuoi dare libero sfogo alle tue bizzarrie e fantasie sessuali non fai il prete, fai altro. Puoi fare il cantautore e scrivere canzoni rock sui coccodrilli, puoi fare il filosofo ed inventarti una teoria sul pensiero debole, puoi scrivere romanzi che parlano di sodomie, puoi fare il direttore di settimanali di gossip, puoi fare il concorrente al Grande fratello o il giudice al concorso di Miss Italia, puoi anche dedicarti alla politica e diventare presidente di una Regione, oppure fare lo stilista e saresti in buona compagnia. Insomma, le opportunità non mancano. Tutto puoi fare, meno che il prete. Fare il prete, che significa rispettare il voto di castità, e pretendere di avere una relazione affettiva e sessuale, significa avere le idee molto, ma molto confuse. Pretendere poi, di avere questa relazione nemmeno con una donna, ma con un uomo  e, per di più, di avere anche l’approvazione della Chiesa, rasenta l’alzheimer; è idiozia pura.  Né più, né meno.

Questo monsignore, che  è anche un autorevole teologo e membro della Conferenza della dottrina della fede, dovrebbe conoscere a menadito le sacre scritture, compresa la storiella di quelle città  distrutte dal fuoco divino a causa della perversione sessuale degli abitanti. O forse monsignor Charamsa ha studiato su una Bibbia apocrifa di produzione cinese, taroccata, nella quale mancavano alcune pagine importanti, fra le quali proprio quelle su Sodoma e Gomorra?  Non si sa; è proprio il caso di dire “Mistero della fede”.

Ora, fatta questa lunga premessa su peccati più o meno originali, su “toccamenti infantili“, su confessione e confessori curiosi, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché se un bambino innocente “si tocca” commette peccato mortale, e se invece lo fa un adulto, prete, monsignore e teologo, che non solo si tocca, ma lo tocca anche al suo “compagno”, e ne fa uso improprio (e contro le sacre scritture), infilandoselo in pertugi corporali atti a contenerlo, non commette peccato, anzi, fa cosa di cui essere orgogliosi e per cui chiede la benedizione della Chiesa? Perché? Ecco, questo è un grande mistero della fede che il monsignore teologo, che dovrebbe conoscere molto bene la materia.  ha dimenticato di spiegarci. E’ a questi preti e monsignori che i bambini devono confessare la colpa di toccarsi e sentirsi per questo in gravissimo peccato mortale? E’ questa la Chiesa che ci fa sentire sempre colpevoli e ci chiede di far penitenza per i peccati? Sono questi i preti che fin da piccoli ci inculcano il senso di colpa su tutto ciò che riguarda il sesso? Quei preti che poi si gingillano toccandosi, toccandolo al compagno e sul resto stendiamo un velo pietoso? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. E non infieriamo oltre giusto per un piccolo residuo di carità cristiana. Per sua fortuna il Signore è molto misericordioso con tutti: delinquenti, ladri, assassini, mafiosi; e anche preti.

Vedi: “Il peccato originale“.

Gay, fra cinema e Papi confusi

Desde allà“, del venezuelano Lorenzo Vigas, ha vinto il Leone d’oro del festival del cinema di Venezia. “Una storia di solitudine e di incontri a sfondo omosex tra due personaggi estremamente diversi in una caotica Caracas.“. (La Stampa).

Toh, ha vinto un film che parla di gay. Curioso, vero? Sarà un caso che da anni ai festival di Venezia e Cannes, e nelle varie rassegne cinematografiche, sia sempre presente almeno un film sul tema gay o sull’immigrazione, e che questi temi siano sempre  trattati dal punto di vista della lobby gay e del buonismo terzomondista ed accoglientista dei cattocomunisti, del boldrinismo, dei preti confusi e degli sciacalli che fanno i milioni sugli immigrati?  Sarà un caso che anche le fiction televisive sempre più spesso affrontino le stesse tematiche, con lo stesso spirito benevolo e positivo, tanto che sembrano sponsorizzate dall’Arci gay e dall’UNHCR? Sarà un caso che nei programmi e salotti TV spopolino ospiti, conduttori, semi-conduttori (non elettronici), opinionisti tuttologi ed assortiti e pittoreschi personaggi dello spettacolo  gay e trans? Sarà un caso? Eccheccasooo …direbbe Greggio. No, non è un caso. Anzi, oggi se si vuole avere attenzione e visibilità mediatica, successo, vincere qualche premio, fare gli ospiti e opinionisti in TV, insomma essere VIP, bisogna essere gay, trans, lesbiche, neri, musulmani, zingari, comunisti, borderline, drogati…anche nelle varie combinazioni. O almeno essere sostenitori di queste categorie. Anche essere mafiosi, camorristi o almeno parenti di un boss, aiuta molto: si può andare in televisione e, magari, anche a Porta a porta. Tutto, fuorché essere persone normali. Regolatevi.

Papi in crisi. Se un quotidiano che si rivolge ad un pubblico di lettori non proprio storicamente mangiapreti, lancia un sondaggio per chiedere se si è a favore o contro il Papa, beh, significa che dalle parti del Vaticano qualche problemino deve esserci. Lo fa Libero con un articolo di Antonio SocciPapa Francesco scatena il divorzio nella Chiesa. Il pezzo inizia così: “Newsweek ha messo in copertina Bergoglio e questo titolo: «Il papa è cattolico?». Sottotitolo: «Naturalmente sì. Ma non lo diresti stando a ciò che si legge sulla stampa».”.  E se anche Newsweek solleva qualche dubbio sul cattolicesimo del Papa, allora la questione è seria.

Diventa ancora più seria quando, dai risultati del sondaggio,  si scopre  che quasi i 2/3 (67% contro 33%) dei lettori si dichiarano “Contro” il Papa.  Va bene che la Chiesa ultimamente è in crisi e che i cattolici praticanti sono sempre meno. Ma nonostante questa crisi della fede, restava sempre il massimo rispetto per la figura del Papa. Fino a quando non si è insediato il nuovo Pontefice,  Papa Francesco. Le sue dichiarazioni che si prestano spesso ad interpretazioni ambigue e strumentalizzazioni, il suo atteggiamento nei confronti dell’immigrazione, la sua apertura verso i temi sociali con una visione del mondo  che a molti appare ispirata più al marxismo che al Vangelo, non hanno mancato, fin dal suo insediamento, di suscitare dubbi, critiche ed aperte contestazioni.

Uno dei più accesi contestatori di Bergoglio è proprio Antonio Socci,  uno dei pochi scrittori dichiaratamente cattolici nel mondo dell’informazione in cui il laicismo impera ed è quasi un obbligo, e se non si è proprio atei o acerrimi nemici della Chiesa, va già bene quando ci si dichiara semplicemente agnostici. Perché Socci ha cambiato atteggiamento nei confronti di Papa Francesco e non perde occasione per criticarlo (Il partito di Bergoglio)? Cosa sta succedendo? Succede che il “nuovo corso” bergogliano sta creando malcontento e confusione anche tra i fedeli. L’ultimo spunto per l’ennesima contestazione del Papa viene da  provvedimenti che riguardano la famiglia, con la recente semplificazione delle cause di annullamento del matrimonio (Sacra Rota, più facile l’annullamento delle nozze) e l’apertura nei confronti di famiglie di divorziati e gay (Il sinodo apre a divorziati e famiglie gay).  Al centro di questa battaglia c’è, dunque, la famiglia.

Ed ecco come Socci chiude l’articolo: “Suor Lucia, la veggente di Fatima, un giorno disse al cardinal Caffarra: «Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva di Satana con Cristo sarà il matrimonio e la famiglia». Ci siamo. Se è il tempo del «vescovo vestito di bianco» saranno dolori per tutti (ricordate la visione della città in rovina?)”. Considerato che l’Isis , un giorno sì e l’altro pure, minaccia di arrivare a Roma e portare morte e distruzione, e che in Parlamento si discutono proposte di legge per riconoscere unioni di fatto, diritti  e matrimoni gay, portando un ulteriore attacco alla famiglia tradizionale, è evidente che, se dobbiamo dare un qualche valore alla profezia di Suor Lucia, il futuro non è proprio roseo, per i fedeli, per la Chiesa e per Papa Francesco. Mala tempora currunt.

Papi e occhiali

Il Papa doveva cambiare le lenti. Così, come avrebbe fatto  un qualunque romano de Roma, è andato da un ottico di Via del Babuino, a due passi da Piazza del Popolo.  Strano, ma non ci sono ottici in Vaticano?  Oppure non sono affidabili? Ovvio che si sia radunata una piccola folla incuriosita. Tutti i media hanno riportato la notizia, il negozio ha avuto una grande pubblicità gratuita ed il Papa ha avuto modo, ancora una volta, di mostrarsi umile, alla buona, confermando l’immagine che da subito ha voluto dare di se stesso, quella del Papa che rifugge il lusso, gli sprechi,  il fasto, l’esibizione di ricchezza e potere ed  i privilegi che gli competono per il ruolo ricoperto. Insomma, un Papa che si comporta come una persona normale, un cittadino qualunque. Anzi, molto attento a non spendere più del dovuto, per dare esempio di modestia: “Cambio solo le lenti, non voglio spendere“. Che bravo Bergoglio: “Com’è umano lei…”, direbbe Fantozzi.

Peccato che il Papa non sia una persona qualunque; altrimenti non sarebbe Papa. Ci sono cerimonie, circostanze,  ruoli sociali, che richiedono il rispetto di esteriorità e rigidi cerimoniali. Per certi personaggi  che ricoprono incarichi pubblici o, ancor più, assumono un ruolo di simbolo di istituzioni civili o religiose, il rispetto del protocollo è d’obbligo; la forma diventa sostanza.  Soprattutto quando si tratta del Papa. Bergoglio sembra dimenticare troppo spesso  che il ruolo di capo della Chiesa comporta dei doveri che non sempre sono compatibili con atteggiamenti da popolani. Ne va di mezzo l’immagine,  l’autorevolezza ed il rispetto della figura del Pontefice.  Viene svilito e sminuito il valore del capo della cristianità,  del simbolo di un potere che fa del Papa una persona al di sopra della comunità, un rappresentante del Cristo in Terra, che non è, non può e non deve essere “una persona normale, uno qualunque“. C’è e deve esserci una differenza sostanziale, chiaramente individuabile anche dai segni esteriori e dal comportamento,  tra il Papa ed un curato di campagna, tra il capo della Chiesa ed il vice parroco di Zagarolo.

L’umiltà, la sobrietà, lo sprezzo del lusso, degli agi  e della ricchezza sono doti lodevoli che ben si addicono a chi ha preso il nome del poverello di Assisi (anche se, viste le ricchezze accumulate nei secoli dalla Chiesa, qualche dubbio sull’umiltà dei Papi ci viene). Ma quando si esagera si corre il rischio che tale atteggiamento esteriore appaia falso, un’ipocrita ostentazione, giusto per accreditare l’immagine di un Papa umile, modesto., alla buona, vicino al popolo ed ai poveri.  Poco ci manca che domani lo si veda andare dal barbiere alla Garbatella o aggirarsi con la borsa della spesa a Campo dei fiori a comprare broccoli e patate. Santità, si ricordi che “Quod licet Iovi, non licet bovi “.

 

Il peccato originale

Il peccato originale è così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Però ci fa sentire in colpa. Ecco perché i fedeli cristiani, quando entrano nella casa del Signore, hanno sempre quell’aria contrita, compunta, afflitta, mogia mogia, da  cani bastonati. E’ la convinzione, inculcata nei fedeli da secoli di sermoni e prediche alienanti, di essere peccatori e, quindi, di doversi presentare davanti al Signore in atteggiamento da penitenti.

Anche la liturgia ha sempre un che di penitenziale. Perfino i canti, specie i gregoriani, sono tristi, deprimenti, sanno di conventi di clausura, di monaci in penitenza ed evocano immagini da inquisizione. Ascoltare questi canti può comportare reazioni allergiche, casi di orchite acuta o arrivare, in casi più gravi, a suscitare istinti suicidi, pur di evitare la tortura dell’ascolto. Sembra che la Chiesa viva un’eterna quaresima, anche a Natale. Sembra che sia rimasta al medioevo. Sembra di vedere ancora  schiere di penitenti, vestiti di stracci e col capo cosparso di cenere, che pregando e flagellandosi, percorrono i sentieri sacri che portavano ai santuari, per invocare il perdono divino per i propri peccati.

Già, il peccato. Questo è il punto cruciale, l’origine di quel senso di colpa che affligge gli uomini e che, al cospetto del Signore, li rende così tristi, sottomessi e con la sensazione di essere già condannati e destinati alle fiamme dell’inferno per l’eternità. Non solo i piccoli peccatucci quotidiani, ma quello fondamentale, il primo, il peccato originale. Così originale che nessuno ha ancora capito cosa sia. Ce lo portiamo appresso fin dalla nascita, come il debito pubblico. Sei appena uscito dal caldo e rassicurante ventre materno, indifeso, inerme,  innocente, incapace di parlare e proferire bestemmie, incapace di muoverti e compiere qualsiasi azione malvagia, incapace perfino di pensarla, ed hai già dentro di te 30.000 euro di debiti ed il “peccato originale”.

Ecco perché il primo atto del neonato è piangere; forse ha già la consapevolezza di questa sua tara iniziale. Partiamo già svantaggiati con un gravissimo handicap che condiziona tutta la nostra esistenza. E non c’è modo di liberarsi dal fardello di quest’onta indelebile. Non c’è penitenza o implorazione di grazia che tenga. Il peccato ce l’hai e te lo tieni.

Pazienza, si può pensare, visto che siamo peccatori fin dalla nascita, ce ne facciamo una ragione e cerchiamo di vivere la nostra vita da peccatori consapevoli e rassegnati. No, troppo facile; per complicare ancor più l’esistenza e tenerti sempre sulle spine come un feroce assassino braccato da tutte le polizie del mondo, ecco l’invenzione geniale: la confessione. Così, per alleggerire quel senso di colpa, bisogna confessarsi frequentemente e raccontare tutte le nostre piccole o grandi malefatte, e perfino la fugace e momentanea intenzione di commettere un piccolo peccatuccio, a qualcuno che non conosciamo, che sta dietro una grata e sembra interessatissimo a conoscere i nostri più intimi pensieri.

Per fortuna ce la caviamo con poco; il più delle volte basta un Padre nostro e quattro Ave Maria e siamo assolti; lindi e puliti, freschi di bucato, appena usciti dalla lavatrice spirituale, profumati di borotalco e innocenti come neonati. Anche i bambini. Ma quali peccati gravissimi può mai commettere un bambino? E gli adulti, uomini e donne che si uniscono, seguendo il dettato biblico, formano una famiglia, allevano dei figli con dedizione, amore e sacrifici e che hanno l’unico pensiero di procurarsi il necessario per garantire la sopravvivenza e trascorrere la vita serenamente ed in pace con Dio e con gli uomini? Salvo che non abbiano rubato, ucciso, usato violenza, o rechino gravi danni alla comunità, quali peccati mai possono commettere?

Eppure il peccato c’è, è sempre in agguato. Basta uno sguardo concupiscente nei confronti di una bella donna, un pettegolezzo scambiato fra comari in cortile, un eccesso di edonismo, uno scatto  d’ira  o il semplice e naturale desiderio di godere dei piaceri della vita.  E scatta subito il cartellino rosso del peccato che ci obbliga a confessarci. Eppure la maggior parte di questi peccati sono una diretta conseguenza delle debolezze, degli istinti, delle pulsioni, dei pensieri che fanno parte integrante della natura umana. Allora verrebbe da dire che se l’uomo è predisposto al peccato, allora c’è stato un errore iniziale nella sua creazione e che, se si voleva un uomo perfetto che non cadesse in peccato, bastava crearlo senza tutti quei difetti e quella inclinazione naturale. Bastava crearlo direttamente perfetto.

Ai bambini poi, basta un niente per essere in peccato: basta “toccarsi”. E non è nemmeno un peccatuccio leggero, veniale; no, è un gravissimo “peccato mortale”.  Mortale, capite? Ma se toccarsi il pisellino è peccato mortale perché Dio ha messo quella protuberanza in bella evidenza proprio lì a portata di mano? Se non deve essere toccato, poteva sistemarlo in una posizione meno agevole, oppure farlo con un cartellino di serie “Vietato toccare”.

Lo ha fatto apposta per tentarci e mettere alla prova la nostra ubbidienza? Ma se davvero i pensieri e le azioni umane sono una costante occasione di peccato, significa che quando ha fatto l’uomo Dio era distratto. Poteva farlo meglio, esente da colpe, da imperfezioni e da pensieri negativi. Visto che c’era poteva prendersi un giorno in più e farlo un po’ meglio. Cosa gli costava, mica doveva registrare il brevetto o pagare le royalties a qualcuno. Invece lo ha creato imperfetto, con una serie di errori di progettazione.

Se all’umanità si applicassero le attuali norme europee a tutela del consumatore, l’uomo verrebbe ritirato dalla circolazione, come si fa per certi modelli di auto o di elettrodomestici; per gravi difetti di costruzione.  Invece niente, siamo ancora qui, imperfetti, propensi al male e peccatori incalliti. Ma se Dio è perfetto, come ha fatto a creare qualcosa di imperfetto? Si era distratto un attimo? Lo ha fatto apposta per divertirsi a vedere come ce la saremmo cavata? Ma questa sarebbe cattiveria bella e buona, altro che perfezione, misericordia e perdono; sarebbe sadismo puro.

Proprio di recente, il Papa ne ha detto un’altra delle sue. Spesso il Papa si lascia andare a dichiarazioni che suscitano sconcerto e polemiche. In occasione della recente presentazione ufficiale dell’Expo a Milano, a proposito della necessità di usare meglio le risorse naturali per garantire un’equa distribuzione del cibo anche al terzo mondo, ha detto che bisogna rispettare la Terra ed evitare di sfruttarla eccessivamente come stiamo facendo. “Dio perdona sempre. L’uomo perdona a volte. La Terra non perdona mai”, ha detto, rimarcando le parole.

Questo Papa parla troppo, parla a vanvera e non si  rende conto delle conseguenze. Sembra una bella frase, che non si presta a polemiche. Invece in queste poche parole c’è una evidentissima contraddizione.  Ed ecco nascere un altro dubbio. Se Dio perdona sempre, come è possibile che abbia creato qualcosa, la Terra, che non perdona mai? Dal perdono e dalla misericordia infinita può nascere il “non perdono”? Dal perdono e dalla misericordia infinita non può nascere la sua negazione. Dalla perfezione non può nascere l’imperfezione. Dal bene non può nascere il male. Dalla volontà creatrice di Dio non può nascere qualcosa che vada contro la sua volontà.

Forse non dovremmo porci queste domande irriguardose. Non abbiamo la facoltà di giudicare il pensiero di Dio. Viene in mente l’aneddoto di Einstein che, sollevando delle perplessità sulle implicazioni della fisica quantistica, diceva che “Dio non gioca a dadi“. Ma Planck gli rispondeva di rimando “Non dire a Dio quello che deve fare“. Ma se lo facciamo è perché l’uomo è un essere imperfetto che, fra i tanti difetti, ha anche quello di porsi troppe domande; è nella sua natura.

Per i credenti l’uomo è il prodotto, la creazione di un essere perfetto, Dio. Ed allora, nella nostra ignoranza e costante ricerca di risposte ai dubbi esistenziali, viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un essere “perfettissimo” faccia qualcosa di non perfetto.  Ma ci si chiede anche perché  gli istinti, le pulsioni, i pensieri che sono parte integrante dell’uomo e della sua natura e ne determinano il comportamento, siano considerati peccati. Sarebbe come dire che per gli uccelli sia peccato volare e per i gatti fare le fusa.

Ma anche pensare che Dio abbia commesso un errore è peccato gravissimo, è dubitare della perfezione divina. Non c’è scampo, qualunque cosa l’uomo faccia o pensi, rischia di cadere in peccato. Sembrerebbe, quindi, che l’uomo sia in condizione di peccato per il solo fatto di esistere, di vivere. La natura umana è essa stessa incline al peccato e, quindi, è già peccato in sé.

Ma in fondo i peccatucci quotidiani non sarebbero nemmeno tanto  gravi se non si sommassero a quel peccato  originale che ci portiamo dietro dalla nascita; quel peccato grave, anzi gravissimo, anzi  “mortale”; il peccato di vivere. Ma se già vivere è peccato e la vita è un dono di Dio, allora il peccato è un dono di Dio? Quindi è Dio l’origine del peccato? No, non può essere. E se lo pensate state commettendo un grave peccato e dovete correre a confessarvi. Non c’è scampo.

Vescovi, gay e ladri in chiesa

Gay e trans a scuola sì, vescovi no. Le recenti notizie circa lezioni sulle delizie della “diversità di genere” tenute dalla nostra trans nazionale ed onnipresente (Vedi “Luxuria in un liceo di Modena“), la distribuzione di opuscoli sull’amore omosessuale e lezioncine tenute dall’Arcigay sul sesso anale (Vedi: “Lezioni di sesso anale“), confermano la grande apertura  della scuola italiana verso la nuova didattica politicamente corretta che integra le normali materie scolastiche con altre iniziative più o meno attinenti alla formazione dei ragazzi. Spesso si tratta di iniziative molto discutibili, ma oggi, in tempi di “rottamazione“, tutto ciò che ricorda il passato sembra destinato a scomparire, sostituito da nuovi metodi, nuove ideologie, nuovi modelli educativi, nuova morale ed anche nuovi docenti. Ultimamente nelle aule scolastiche tengono  lezione fior fiore di…Fiorello, Jovanotti, Valentino Rossi, Checco Zalone, Vasco Rossi, e Luxuria!

In Veneto, però, succede che il vescovo abbia inviato una lettera alle scuole per annunciare la visita pastorale e chiedere conferma per concordare il calendario delle visite. E succede che la dirigente scolastica di un istituto di Brugnera abbia declinato l’invito, di fatto negando la disponibilità alla visita del vescovo (Vedi “La preside non vuole il vescovo a scuola“). Gay sì, preti no.

Questa è la nuova scuola italiana; Luxuria sì, il vescovo no. Dobbiamo rassegnarci, è il nuovo corso della società multietnica, multiculturale e multiconfusa. Già da qualche anno stiamo assistendo ad episodi di stravolgimento delle tradizioni e della cultura e delle consuetudini popolari, in nome di una generica necessità di integrazione con immigrati di ogni provenienza. Per non urtare la sensibilità dei “nuovi italiani” e per rispetto alla loro cultura, religione e tradizione, stiamo rinunciando alla nostra cultura ed alle nostre tradizioni. Stiamo abolendo  il Natale, i canti natalizi, il presepe ed anche l’alberello; per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani. In Europa hanno abolito direttamente la festa; non si chiama più Natale, ma “Festa d’inverno“, per non offendere i musulmani (vedi “Auguri di stagione“)..

In omaggio alle “nuove famiglie“,  composte non più da un uomo e una donna, marito e moglie, ma da due uomini o due donne (oggi si usa così, ma non mettiamo limiti alla provvidenza, potrebbe arrivare anche la poligamia),  in alcune scuole, quest’anno, hanno abolito perfino la festa del papà, per rispetto a quei bambini che invece che avere un papà ed una mamma (ormai la coppia normale è anacronistica, fuori moda) hanno due mamme (Abolita la festa del papà per non turbare l’alunno con due mamme”).  Non hanno risolto, però, un problema: se un bambino ha “due papà” o “due mamme” cosa deve fare? Deve festeggiare per due giorni di seguito, uno per ciascun papà o ciascuna mamma? Oppure due papà o due mamme, essendo dello stesso “segno”, algebricamente si annullano e, quindi, è come non averli, non si fa nessuna festa e addio torta? Oppure eliminiamo direttamente il 19 marzo, festa di San Giuseppe, dal calendario? Ma San Giuseppe era il genitore 1 o il genitore 2 di Gesù?  Mistero evangelico.

Infatti, per compiacere le coppie gay e lesbo, hanno abolito perfino i termini “padre e madre“, sostituiti con “genitore uno e genitore due” (La scuola abolisce padre e madre). Così si evitano imbarazzanti riconoscimenti di mamme con la barba e papà con le tette.  Fra poco, per adeguarci alle nuove disposizioni politicamente corrette, anche i “Dieci comandamenti” saranno modificati. Non si dirà più “Onora il padre e la madre“, ma “Onora il genitore uno e il genitore due“. Visto che ci siamo sostituiamo anche le feste comandate con un  Gay pride settimanale (come il sabato fascista) ed il VI° comandamento, che vieta gli atti impuri ed è difficile da rispettare, lo aboliamo direttamente: cassato. Il problema si pone con il “Padre nostro che sei nei cieli…”. Come dovremo chiamarlo; genitore uno o genitore due? Misteri teologici. Gli italiani devono farsene una ragione. Questo è il futuro che ci aspetta. Ed il cambiamento lo stanno già attuando proprio nelle scuole, dove le menti dei ragazzi sono più facilmente plasmabili. Ormai a scuola possono andare tutti a tenere la loro lezioncina, purché siano politicamente corretti: Luxuria e l’Arcigay sì, il vescovo no. (Vedi “Mamme, babbi e bebè“)

E’ la scuola moderna. Pian piano hanno cambiato i programmi, hanno eliminato materie, hanno inserito nuove discipline. Hanno eliminato il latino, perché ormai inutile. Hanno eliminato lo studio delle poesie a memoria perché sforza inutilmente la debole mente dei ragazzi. Hanno eliminato lo studio di nomi, date, eventi, formule, perché considerato “inutile nozionismo“. Vogliono abolire la geografia, la filosofia (Abolire la filosofia?) e, sembra, anche la storia dell’arte. Nel Paese che, secondo le stime ufficiali, detiene circa il 60% del patrimonio artistico mondiale, vogliono abolire lo studio della storia dell’arte. Roba da ricoverarli in manicomio, se non li avessero chiusi. Poi i risultati della nuova didattica possiamo constatarli ogni giorno, leggendo i giornali, guardando la televisione, leggendo i commenti dei lettori sui siti in rete. Si fa scempio della lingua italiana. E’ ignoranza pura e semplice, ma si giustifica qualunque arbitrio con la necessità di adeguare la lingua alla comunicazione moderna, più popolare, veloce e condizionata dalla tecnologia e dall’assimilazione di termini, specie inglesi, entrati ormai nel linguaggio comune. Il gergo ed il dialetto diventano così linguaggio letterario usato ed abusato anche da esimi professori, giornalisti, scrittori ed opinionisti televisivi da mercato rionale. Ma questi sono i tempi e bisogna adeguarsi.

Furto sacrilego.

Ecco un piccolo esempio delle conseguenze di una scuola “fai da te” ormai allo sbando. Notizia vista stamattina nella prima pagina della più importante agenzia di stampa italiana, l’ANSA. Nell’occhiello leggiamo “Padre Cantalamessa sferza gli amministratori che rubano, durante la celebrazione della Passione in San Pietro, presieduta da Bergoglio.”. Ad una lettura veloce sembra tutto regolare. Ma non lo è. La proposizione principale, escludendo l’inciso in rosso, sarebbe questa: “Padre Cantalamessa sferza gli amministratori che rubano…presieduta da Bergoglio“!  Che vuol dire? Non ha alcun senso logico. Una vera perla, una castroneria da finire a pieno titolo in una antologia umoristica. E non basta, perché l’inciso, evidenziato in rosso, se la sintassi ha ancora un valore, va riferito e collegato al termine che lo precede immediatamente; ovvero, agli “amministratori che rubano“. In conclusione il senso di quella frase è che, mentre padre Cantalamessa tiene la sua predica, gli amministratori rubano durante la cerimonia. Un vero furto sacrilego.

Si potrebbe pensare, tanto per trovare una giustificazione, che l’errore sia dovuto alla necessità di concisione del titolo. Allora entriamo nella pagina (Predicatore Papa…) e vediamo cosa dice il testo dell’articolo. Comincia così: “Il predicatore pontificio, padre Cantalamessa, sferza gli amministratori che rubano durante la celebrazione della Passione…”. Cambiata la costruzione della frase ed eliminata anche la virgola dopo “rubano”, che potrebbe lasciare qualche dubbio interpretativo, non ci sono più dubbi, il significato è quello: “gli amministratori rubano durante la celebrazione...”.  No, non si tratta di errore casuale, è proprio una evidente questione di incompatibilità genetica fra il redattore e la sintassi. Niente di straordinario, si legge anche di peggio.

Ho la sensazione che il cronista che ha scritto questa notizia sia lo stesso che inciampa spesso e volentieri sulla sintassi. Ecco due esempi presi sempre dall’ANSA: “Vivisezione umana” e “Pubblicità progresso: les liaisons dangereuses“. Che siano tutti opera dello stesso autore? Sembrerebbe proprio di sì. E’ una specie di marchio di fabbrica.

Ma l’ANSA non è il solo sito ad avere redattori che usano un linguaggio casual. Strafalcioni anche peggiori di questi si leggono ogni giorno sui vari quotidiani. Sarà colpa dello stress, dei tempi sempre più ristretti per garantire l’informazione in tempo reale, delle news sparate senza accertare la fondatezza, della necessità di riempire gli spazi della pagina. Sarà, ma forse è anche colpa di una scuola che  offre una preparazione superficiale e, per garantire a tutti la prosecuzione degli studi, chiude un occhio, e spesso anche due, sulla preparazione degli alunni e promuove tutti. E le conseguenze le vediamo, purtroppo.

 Vedi anche…

Di chi è l’ombrello?

Dubbi sintattici

Cacofonia mediatica

Mani, cervelli e cronisti

Ma non ci sono solo gli svarioni sintattici e la superficialità di cronisti che scrivono con i piedi. C’è anche di peggio. Ci sono pezzi da prima pagina scritti da autorevolissimi professori che lasciano  senza parole per la loro banalità ed inconsistenza. Ecco uno splendido esempio di questo tipo di editoriali: “Donne, uomini, erotismo ed altro“.

Buona Pasqua a tutti, finché c’è ancora. Sì, perché, prima o poi, sempre per non turbare i non cristiani, dopo aver abolito il Natale, aboliranno anche la Pasqua. Che bella la società multietnica…