Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

Vignette sismiche

E’ satira

Satira da morire

Satira libera: dipende…

Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

Vauro e gli imam pedofili

C’è poco da ridere

Si può ridere dei musulmani?

Vignette sismiche

C’è un limite alla satira? Che è come chiedersi se c’è o deve esserci un limite alla libertà di espressione, quella per la quale tutti sono pronti a stracciarsi le vesti e fare appello all’art.21 della Costituzione. Guai a mettere paletti a quella libertà, si rischiano accuse pesanti, insulti e proteste. Eppure sono in tanti oggi ad essersi posti la domanda, dopo la pubblicazione da parte del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, di una vignetta che ha provocato reazioni indignate quasi unanimi.

Eccola la vignetta incriminata “Sisma all’italiana“. Giocando sull’appellativo di italiani “mangia spaghetti”  vede i terremotati come “penne al pomodoro e penne gratinate” quelli solo feriti, e come classiche “lasagne” i morti sepolti sotto strati di macerie. Sinceramente la trovo di pessimo gusto. Ma non mi sorprende più di tanto; non mi sento indignato, né scandalizzato, né offeso. La stupidità umana non merita tanta attenzione. Ma il clamore è stato grande su tutti i media, tanto che perfino l’ambasciata di Francia si è sentita in dovere di intervenire per dire che quella vignetta “non rappresenta assolutamente la posizione della Francia“: ci mancherebbe altro che rappresenti l’opinione comune del popolo francese.  Leggendo le varie reazioni si vede che mentre c’è un coro quasi unanime di persone indignate  che si sentono offese e vedono la vignetta come un insulto ai morti ed agli italiani, c’è anche chi invece difende la vignetta e l’autore, sempre in nome della libertà di espressione, trovando, o tentando di trovare, delle spiegazioni accettabili all’ironia discutibile dell’autore Felix. Il mondo è bello perché è vario, di dice. Infatti si può prendere un fatto qualunque, un evento tragico, un atto violento, o perfino terroristico, ma ci sarà sempre qualcuno che si discosta dall’opinione comune, giustifica l’ingiustificabile e trova scusanti ed attenuanti anche per i crimini più orrendi.

Ed è questo che mi sorprende, più che la legittimità o il valore della vignetta e quel tipo di satira molto discutibile. Mi sorprende sempre la diversa visione della realtà che porta ad esprimere sentimenti contrastanti. Ed ecco che la domanda “C’è un limite alla satira?”, rischia di non trovare risposta perché ci saranno sempre posizioni diverse e opposte. Ma comunque è almeno lecito porsi la domanda: “Fin dove può spingersi la satira?”. Già, ma la domanda bisognerebbe porsela prima, non dopo la pubblicazione delle vignette, perché dopo può essere troppo tardi. Come bisognerebbe chiedersi prima di scatenare una guerra se è giusta o meno, perché chiederselo dopo, piangendo sulle macerie, non avrebbe più senso. Ricordiamo ancora le reazioni violente suscitate  nel mondo arabo dalle “Vignette sataniche” pubblicate su un quotidiano danese nel 2005: manifestazioni di protesta davanti alle ambasciate, bandiere bruciate, chiese incendiate. Ma ancor più ricordiamo la più recente strage compiuta da terroristi islamici nella redazione parigina di Charlie Hebdo, a seguito della pubblicazione di altre vignette che ironizzavano su Maometto (Vedi “Satira da morire“).

Forse è meglio evitare di ironizzare su Maometto, anche perché i musulmani sono molto sensibili, per un niente gli animi si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco. Allora forse è bene riflettere un attimo e chiederci cosa è lecito e cosa non lo è. Dovremmo stabilire, una volta per tutte, dove comincia e dove finisce la libertà di espressione (e non solo quella di satira). Quando fecero l’attentato al grido di Allah Akbar, scesero tutti in piazza con i cartelli “Je suis Charlie” per difendere il diritto alla libertà di espressione e la satira libera.  Ci fu addirittura una imponente manifestazione a Parigi con la partecipazione di moltissimi capi di Stato, a braccetto in corteo, in segno di solidarietà alla redazione della rivista ed alla Francia ed a difesa della libertà di espressione.(Vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni“). Ma allora perché oggi si scandalizzano per le vignette di quel giornale per il quale sono scesi in piazza?

Ed ecco come oggi Felix ringrazia l’Italia per l’espressione di solidarietà al suo giornale ed approfitta della libertà di espressione per “esprimere” la sua riconoscenza agli italiani; con una vignetta oscena sui morti. Rivedremo nelle piazze d’Italia quei cartelli “Je suis Charlie“? Ne dubito perché anche la solidarietà è elastica; dipende dalle circostanze. Anzi, la solidarietà va benissimo, ma solo quando ci fa comodo. Anche la satira va benissimo, ma solo quando ridicolizza gli avversari. Anche la libertà di espressione va benissimo ed è sacra, ma solo quando ad esprimersi sono i nostri: se lo fanno gli avversari non va bene (VediEsercizio di libertà“). Diceva il Nobel per caso Dario FoLa satira deve essere libera e contro il potere“. Ma, ospite in una puntata di “Parla con me” del 2006, a Serena Dandini che gli chiedeva se si potesse fare satira contro la sinistra (era appena salito al potere Romano Prodi), rispose: “E’ pericoloso, è difficile e pericoloso“. Aggiungendo, a dimostrazione della grande “onestà intellettuale“, tipica della sinistra e di questo Nobel per sbaglio, che è difficile fare satira sulla sinistra perché il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla. Ecco, questa è l’idea di satira libera per i nostri giullari di regime; va bene solo contro gli avversari (specie, ovviamente, se contro Berlusconi, come hanno fatto per 20 anni tutti i comici di regime); sulla sinistra è meglio non farla, non la capiscono, dice Fo. Che a sinistra avessero qualche difficoltà a capire (e non solo la satira) lo avevamo già sospettato. Fo ce lo conferma.

Bisogna ricordare che, da sempre, la rivista Charlie Hebdo è vicina alle posizioni dell’estrema sinistra e che, quindi, la sua satira molto spesso prende di mira personaggi della parte politica avversa o della Chiesa. E quale sia il loro concetto di satira lo abbiamo constatato spesso, vedendo vignette irriguardose e blasfeme nei confronti della Chiesa e della divinità. Questa a lato ne è un esempio lampante.  Guai a ironizzare su Maometto, ma sulla Chiesa c’è ampia libertà di offesa (Vedi “E’ satira“). Eppure il Papa, che di solito ha le idee confuse, in merito alla strage di Parigi si espresse molto chiaramente, condannando sì la violenza, ma condannando  anche la eccessiva libertà di satira e quasi giustificando gli attentatori islamici che, secondo lui, avevano fatto una strage perché la rivista aveva offeso Maometto provocando la reazione dei musulmani. Abbiamo un Papa che condanna la violenza, ma la giustifica se è una reazione ad una vera o presunta offesa. Bergoglio ha una morale elastica; si allunga o si accorcia secondo i casi (Forse usa un Vangelo taroccato Made in China). Disse: ” Se qualcuno parla male della mamma, gli arriva un pugno in faccia“. Espressione che, comunque la si voglia interpretare, giustifica una reazione anche violenza ad un’offesa; alla faccia del porgere l’altra guancia.  Eppure su questa vignetta che offende non la mamma, ma Dio e la Trinità, Il Padre, il Figlio Cristo e lo Spirito Santo, non ha detto una parola. Forse per Bergoglio Dio si può offendere, ma la mamma no. Non c’è dubbio, ha una copia taroccata del Vangelo. Ecco due idee opposte sulla satira. Per Dario Fo deve essere libera (purché non sia contro la sinistra), per il Papa deve essere controllata per evitare che possa risultare offensiva e provocare reazioni violente. Mettetevi d’accordo (Vedi “Papa, ci sei o ci fai?”)

La vignetta di Felix è disgustosa, ma bisogna dire che anche Vauro, il nostro vignettista di regime, in quanto a fantasia macabra non è da meno. Ne diede dimostrazione con una vignetta sui morti a L’Aquila (Vedi “Vauro ride sui morti“), e con altre sul Papa e sul crocifisso (ma siccome Vauro è di sinistra, tutto gli è concesso). La conclusione è che abbiamo una strana idea di ciò che è bene e giusto, e non solo in fatto di satira: dipende, se ci conviene o no, se ci piace o no, se serve alla causa o no. Diceva Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito”. Questo è ancora il principio etico al quale si ispira la nostra cultura dominante, la politica, l’informazione e l’opinione comune: la verità è ciò che ci conviene. Facile, no? Ecco cosa trovo intollerabile. Non le vignette che possono essere più o meno offensive, ma lasciano il tempo che trovano. E’ intollerabile la doppia morale che approva o condanna gesti, azioni, parole, giudizi, non per il loro contenuto e significato, ma a seconda di chi li esprime. Succede questo quando si ha un’idea molto confusa della morale e si scambia la libertà col permissivismo più sfrenato e si pone alla base della democrazia e della convivenza sociale non la verità, l’etica e regole certe e valide per tutti, ma l’opinione e la convenienza personale. Succede che la filosofia, l’etica, la logica, l’estetica, non hanno più ragion d’essere e qualunque cretino ha diritto di parola; e di satira.

Ma questa non è satira. Non è nemmeno umorismo o ironia. E’ solo una maschera dietro la quale si nascondono per dissimulare la loro vera musa ispiratrice: l’odio. Questi sono comunisti; che si camuffino o si chiamino con altri nomi sempre comunisti sono e restano. E notoriamente i comunisti possiedono molte caratteristiche che li contraddistinguono, ma non brillano per l’ironia, non hanno un grande senso dell’umorismo. Quello che rappresentano è solo odio di classe, odio verso l’umanità, odio verso chiunque non la pensi come loro, odio verso gli avversari politici, odio verso le religioni, verso la società, verso le istituzioni e chi le rappresenta. E’ l’odio atavico che i comunistelli hanno nel Dna, gli scorre nel sangue fin dalla nascita al posto dei globuli bianchi (hanno solo globuli rossi, quelli bianchi generano crisi di rigetto). Ecco cos’è: è odio allo stato puro espresso graficamente e camuffato da satira. Per avere la conferma basta guardare la faccia di un noto disegnatore satirico di casa nostra che appartiene a quella stessa specie di iena ridens gallica. Indovinate chi.

E’ satira

Charlie Hebdo, per ricordare l’attentato di un anno fa, esce con una edizione speciale con questa vignetta in copertina.

Un anno dopo, l’assassino è ancora libero“, dice. La vignetta  mostra chiaramente il Dio biblico, come viene spesso rappresentato nella iconografia classica, che scappa armato di mitra. Ora, tutti sanno che gli attentatori erano musulmani che hanno fatto la strage al grido di “Allah è grande”. Se proprio volevano attribuire la strage ad un dio, avrebbero dovuto raffigurare Allah o, al massimo il suo profeta Maometto. Ma evidentemente, preferiscono non provocare ulteriormente i troppo suscettibili musulmani; così invece che Allah, raffigurano il Dio cristiano. Vanno sul sicuro, sanno bene che i cristiani sono buoni, perdonano, porgono l’altra guancia e, quindi, non scateneranno nessuna vendetta. Qualcuno oggi ha scritto che in questa vignetta hanno raffigurato “un dio generico“. Altri sostengono che quel triangolo sulla testa sia il simbolo massonico. E no, caro cronista distratto, e cari commentatori ugualmente distratti, quello non è un dio generico, e se è vero che è “anche” un simbolo massonico, non lo è in questo caso, è la classica icona che rappresenta il Dio biblico.

La conferma l’abbiamo in un’altra vignetta della stessa rivista nella quale il triangolo che racchiude un occhio rappresenta, come sempre nelle raffigurazioni sacre, lo Spirito santo. La spiegazione è che quella rivista da sempre è schierata all’estrema sinistra e, come tutti i compagni sinistri, hanno un occhio di riguardo per la Chiesa e ne fanno il bersaglio preferito della satira. Un altro degno compare di questa congrega di umoristi a senso unico è il nostro vignettista Vauro. Da noi, come nell’intera Europa, per un ipocrita senso di rispetto verso l’islam, stanno stravolgendo le tradizioni, si attacca la Chiesa in tutti i modi, si cancella il Natale, si vietano canti e simboli religiosi, si annullano presepi ed alberi, si evita qualunque riferimento sacro “per non urtare la sensibilità dei non credenti” (leggi musulmani). Guai a provocarli, sono molto sensibili. Ma nessuno, stranamente, si preoccupa della sensibilità dei cristiani.

Meglio prendersela con la Chiesa, il Papa, i cristiani. Infatti la rivista satirica francese lo fa spesso e volentieri. Ecco a lato un’altra vignetta in cui raffigura la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo (in forma di triangolo con l’occhio al centro), visti con l’occhio della satira. Anche questa non ha suscitato nessuna protesta, nessuna reazione, nessuno scandalo. E nessuno si chiede se questa vignetta possa risultare offensiva, blasfema e possa urtare la sensibilità dei cristiani. No, i cristiani si possono insultare e sbeffeggiare tranquillamente, tanto sono tolleranti, buoni e perdonano sempre. E’ una curiosa interpretazione della satira e della libertà di pensiero. Me lo chiedevo nel post “Satira da morire” di gennaio scorso, e già 10 anni fa nel post “Si può ridere dei musulmani?”, ed in altri post dedicati a questo mistero della libertà di satira: “Satira libera, dipende…”, “Vauro e gli imam pedofili“, “C’è poco da ridere“, ed altri. E’ un aspetto della comunicazione che tratto spesso perché è un esempio chiarissimo dell’ipocrisia e della doppia morale dei mezzi di comunicazione e della cultura dominante del pensiero unico politicamente corretto.

E’ un enigma irrisolto dell’applicazione del principio della libertà di espressione, e di satira, garantita dalla nostra Costituzione; quella più bella del mondo, ma solo quando e se fa comodo. Chissà perché fare ironia sul Corano e su Maometto è mancanza di rispetto per i musulmani,  mentre insultare la Chiesa, sbeffeggiare i cristiani, usare immagini e linguaggio blasfemi, è espressione della libertà di pensiero.  Ridere dei musulmani è islamofobia, oltraggiare Cristo, la Chiesa ed i cristiani è satira. Mah, misteri della fede.

Bastardi e moralisti col timer

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

Popper: Tv e violenza (video intervista)

Ti odio, ti ammazzo

AdolesceMenza

Il mondo visto dalle mutande

Il Papa ha ragione

Pane, sesso e violenza

Quando i bambini fanno “Ahi”

Manicomio Italia

Parigi, day after bis

Come scrivevo due giorni fa nel post “Parigi e le stalle chiuse“,  da due giorni non si parla d’altro che della strage di Parigi. Praticamente i canali televisivi trasmettono, mattina pomeriggio e sera.,  lo stesso talk show a reti quasi unificate, e si ha l’impressione che gli ospiti (più o meno sempre le stesse facce che saltano da uno studio all’altro) praticamente bivacchino negli studi televisivi. E se ne sentono di tutti i colori. Analizzare i loro discorsi sarebbe lungo e noioso, visto che si ripetono come messaggi da segreteria telefonica. Ormai fanno più pena che rabbia. Ma ciò che lascia stupiti è il fatto che queste tragiche circostanze diano la possibilità a chiunque di esprimersi e di dire le sciocchezze più mastodontiche (e spesso autentiche cazzate madornali, tanto per usare un eufemismo), condite con una buona dose di ipocrisia e rispettose della disciplina di partito, di sagrestia o di moschea, e che tutto sia giustificato dal pluralismo e dalla libertà di espressione. Allora mi viene in mente un post di gennaio scorso, subito dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Tanto vale riproporlo per intero, senza cambiare una virgola, perché si adatta perfettamente, purtroppo, anche a questo secondo  “day after” parigino. Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris“, non è cambiato quasi niente: cambia  solo lo slogan ed i nomi dei morti. Ma la Francia e l’Europa, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione. Dopo ogni tragedia, come la strage di Charlie Hebdo o l’esplosione di violenza devastatrice nelle banlieue parigine,  si fanno dichiarazioni di circostanza, cortei, fiaccolate, solita passerella di autorità che esprimono solidarietà e posano per la foto di gruppo, e poi tutto procede come prima. Lo ricordava anche di recente, il 26 ottobre scorso, quasi come un tragico presagio di ciò che stava per succedere, questo articolo del Corriere.it: “Francia, le banlieue 10 anni dopo la crisi: non è cambiato niente.“.

Voltaire e l’islam (19 gennaio 2015)

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

 

Papa, mamme e kalashnikov

Dice il Papa che se qualcuno dice una parolaccia contro sua madre, gli arriva un pugno in faccia. “E’ normale…è normale…”, aggiunge, come a confermare che reagire anche in modo violento ad una offesa è cosa del tutto naturale, istintiva e giusta. E precisa ancora “Non si offende la religione degli altri...”, riferendosi esplicitamente alle vignette pubblicate da Charlie Hebdo e ritenute offensive dai seguaci di Maometto. Si può anche girarci intorno e cercare una spiegazione di comodo, ma sostanzialmente il Papa ha detto chiaro e tondo che quelle vignette sono offensive (quindi da censurare),  che di fronte all’offesa è più che giustificata la reazione anche violenta e che, per logica conseguenza,  i vignettisti, offendendo i musulmani, “se la sono cercata” e la strage compiuta è la “normale” reazione all’offesa.

Lo ha detto durante una conferenza stampa, mentre era in volo,  (guarda video).   Il senso è chiarissimo; se offendi qualcuno, devi aspettarti una reazione anche violenta. Non ci sarebbe niente di strano se lo avesse detto un bulletto di periferia. Ma se lo dice il Papa, in netto contrasto col messaggio evangelico, lascia perplessi per le implicazioni del principio che giustifica la violenza come reazione all’offesa; oltre, s’intende, a giustificare implicitamente  una reazione commisurata all’offesa. Così se per una parolaccia basta un pugno, a chi mi spara addosso col kalashnikov devo limitarmi a rispondere con un pugno, oppure posso usare metodi più efficaci di difesa?

Si ha l’impressione che questo Papa parli troppo e spesso a sproposito. Come se, invece che sul Soglio pontificio, pensi di trovarsi  ancora in un bar del Barrio Palermo a chiacchierare del più e del meno con amici, sorseggiare mate e  commentare l’ultima partita del San Lorenzo.  Ama parlare e viaggiare. Così viaggia e parla, parla e viaggia. Parla dalla finestra a Roma, parla sulla spiaggia a Rio de Janeiro, parla nella moschea a Istanbul, parla a Strasburgo, parla a Manila e spesso parla a…vanvera.

Quella frase ha suscitato reazioni, polemiche e commenti non proprio favorevoli. Il pugno del Papa, infatti, è un vero pugno nello stomaco  a chi fino a ieri ha sempre sentito da parte della Chiesa il messaggio evangelico del “porgi l’altra guancia…perdona settanta volete sette…ama il prossimo tuo come te stesso...” ed improvvisamente si ritrova davanti un Papa aggressivo che sembra uscito dal set di Gomorra.  Come si concilia quel messaggio con la frase  del Papa che giustifica una reazione violenta ad un’offesa? Il Papa ha finito le guance da porgere?

In quella dichiarazione si possono rilevare tre concetti diversi. Il primo è che la satira su aspetti religiosi è un’offesa. Il secondo è che si giustifica la violenza come reazione. Il terzo è che devono esserci delle limitazioni alla libertà di espressione. Con una sola frase ha sconvolto tre principi fondamentali, sia laici che religiosi. Ha preso non due, ma addirittura tre piccioni con una fava. Vediamoli uno per uno.

1) Che la satira su temi religiosi sia un’offesa, è una affermazione alquanto azzardata, considerato che esistono decine e decine di  religioni e che  ciò che può essere del tutto normale per noi, può essere offensivo per altri.  Allora bisognerebbe concordare, con i rappresentanti di tutte le religioni,  una esatta definizione di “offesa” e stilare un elenco preciso di tutto ciò che può offendere (con parole, gesti, comportamenti) i cristiani, i musulmani, gli indù, i buddisti, i taoisti, gli animisti, i seguaci di Manitù e di tutti i riti tribali, compresi i tagliatori di teste del Borneo (Guardate qui quante sono le religioni praticate nel mondo).  Dovremmo forse lasciare libere le vacche di scorrazzare in piazza San Pietro per non offendere gli indù che le considerano sacre? Si finirebbe per vietare quasi tutto.

2) Un pugno non è una carezza, è un atto violento. Ma la reazione all’offesa deve essere commisurata all’entità dell’offesa. Più grande è l’offesa, più violenta sarà la reazione. E poiché per i musulmani offendere Maometto o il Corano è molto più grave che offendere la mamma (tanto è vero che per la blasfemia è prevista la pena di morte), non basterebbe un pugno a lavare l’offesa, ma sarebbe normale ricorrere anche alle armi. Da qui a giustificare una raffica di kalashnikov contro chi offende il profeta, il passo è breve.  Questa è l’interpretazione, portata alle estreme conseguenze, del principio papale del pugno in faccia.  Ma giustificare una risposta violenta ad una offesa non solo è contro le leggi vigenti, e perseguibile come reato, ma è anche  in netto contrasto con il messaggio evangelico da sempre insegnato dalla Chiesa. Ma non è pensabile che il Papa inviti a commettere un reato e stravolgere il messaggio evangelico. Allora significa che  il Vangelo fino ad oggi è stato interpretato in maniera errata?  Significa che ci sono delle eccezioni al “porgi l’altra guancia” o “ama il prossimo tuo come te stesso“? Oppure, più semplicemente, Bergoglio ha avuto solo un momento di confusione, forse a causa dell’affaticamento del viaggio? Ma allora dovrebbe correggere quella frase e scusarsi. E, soprattutto, riflettere bene prima di esprimere concetti che possono facilmente essere travisati; se si giustifica un pugno, si fa presto a giustificare anche le raffiche di mitra.

3) Porre dei limiti  alla libertà di satira e di stampa (ma anche un semplice giudizio o una critica che possa essere vista come offensiva) sarebbe in contrasto con il principio della libertà di espressione garantita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da tutte le Carte costituzionali dei paesi democratici. Ovvero, va contro il principio per il quale ed a difesa del quale sono scesi in strada ed hanno sfilato milioni di francesi; uno dei principi cardine delle società occidentali fondate sulla democrazia e sulla tutela dei diritti fondamentali. Si deve rinunciare a questo diritto per evitare di urtare la sensibilità di qualcuno? Anche in questo caso si finirebbe per vietare quasi tutto.

Forse il Papa si è lasciato andare ad un impulso “umano, troppo umano“. E’ comprensibile, del resto quella è la reazione istintiva di una persona normale. Ecco perché ha esclamato “E’ normale…è normale“. Già, ma allora, se questa è la natura umana, dovrebbero ricordarselo i predicatori, quando invitano a porgere l’altra guancia, a non reagire alle offese, a perdonare, ad amare anche il nostro nemico, perché stanno invitando i fedeli a fare qualcosa che non è nella natura umana. E se non è nella natura umana è contro natura. E se è contro natura è contro il Creatore che quella natura l’ha voluta così, esattamente com’è. Altrimenti l’avrebbe fatta diversa.  E se il Papa, che dovrebbe essere l’esempio vivente del messaggio evangelico dell’amore e del perdono, reagisce ad un’offesa con un pugno, perché non dovrebbe farlo l’ultimo dei cristiani? C’è una postilla poco conosciuta del Vangelo che prescrive libertà di pugno per il Papa e la vieta a tutti gli altri?

Ovviamente non si tratta solo di stare a cavillare sulla frase del Papa. Il problema si pone in generale sull’interpretazione del concetto di libertà che, spesso, diventa molto elastico e lo si adatta alle situazioni ed alla convenienza del momento. Posso essere d’accordo con il Papa sul fatto che bisogna evitare di offendere il prossimo e sul fatto che sia umano e normale rispondere con un gesto anche violento ad un’offesa. Ma allora è chiaro che non posso essere d’accordo con il Papa quando predica il messaggio evangelico che mi invita a perdonare, porgere l’altra guancia ed amare anche il nemico. Non si possono sostenere principi contrastanti: o il pugno o il perdono. Si decida, Santità, si decida.

Forse dovrebbe parlare meno. Ma non è la prima volta che fa delle affermazioni alquanto discutibili. Tempo fa, durante la sua visita pastorale a Cagliari, a chi gli chiedeva un giudizio sull’omosessualità e sui gay, disse “Chi sono io per giudicare?”. Chi è lui per giudicare? E’ il Papa, il capo spirituale della Chiesa, la guida suprema dei cattolici, il rappresentante di Cristo in terra, ecco chi è; mica il vice parroco di Pompu! Non solo ha il diritto di giudicare, ma ha il preciso dovere di fornire una guida morale ai fedeli. E non sarebbe male che si ricordasse anche di Sodoma e Gomorra. Non mi pare che Dio li avesse guardati con benevolenza, perdono e misericordia, dicendo “Chi sono io per giudicare i sodomiti…”. Ma quella frase fu subito colta al volo da gay, lesbo, trans e vari sessoconfusi per farne uno slogan da usare in tutte le circostanze e dire che anche il Papa non si permette di giudicare le loro tendenze sessuali. E bravo Bergoglio, ha fornito un ottimo argomento alla causa gay, gli ha dato anche la benedizione papale.

Quando andò a Lampedusa, dopo il naufragio del barcone che causò centinaia di morti, per stemperare la possibile reazione negativa nei confronti degli immigrati e l’atteggiamento di diffidenza nei confronti dei musulmani, disse che dobbiamo accogliere tutti ed assisterli perché “Sono nostri fratelli“. Intanto, in tutti i paesi islamici i cristiani sono perseguitati, dall’Africa al Pakistan, vengono distrutti interi villaggi, bruciate le chiese e ammazzati i fedeli, è una strage continua; lo sport più praticato dai “fratelli musulmani” è la caccia al cristiano, che è sempre aperta, con o senza porto d’armi. Poi i “fratelli musulmani” dell’Isis non si sono accontentati più di sparacchiare a qualche cristiano di passaggio, hanno cominciato a fare le cose in grande e per realizzare il loro Stato islamico, hanno deciso che bisognava liberare l’intero territorio dalla presenza dei cristiani; un repulisti totale.  Più o meno quello che fece Hitler con gli ebrei. Così inizia lo sterminio sistematico dei cristiani, distruggendo le loro abitazioni, confiscando tutti i beni, seppellendoli vivi, ammazzandoli o abbandonandoli nel deserto senza acqua, né cibo.

E cosa dice il Papa di questo genocidio attuato con ferocia criminale dai terroristi islamici che, è bene ricordarlo, sono nostri “fratelli musulmani“? Ancora una volta parla durante una conferenza stampa improvvisata sull’aereo che lo riporta dalla Corea del sud. Curioso, sembra che volare stimoli la sua loquacità. Ogni volta che si trova in aereo si lascia andare a dichiarazioni alquanto discutibili (Vedi “E’ lecito fermare l’aggressore ingiusto“).

Un giornalista chiede al Papa se approva l’intervento aereo americano che bombarda i terroristi dell’Isis per fermare lo sterminio dei cristiani e l’avanzata in Iraq. Beh, mi pare che lo sterminio di migliaia di cristiani sia qualcosa di appena appena più grave di una parolaccia offensiva sulla mamma. Certo fa più danni. Quindi, si presume che se alla parolaccia si risponde con un pugno, a chi usa le armi per lo sterminio di un popolo si debba rispondere con qualcosa di più energico di un pugno. No? Ed ecco, infatti, la risposta papale: “In questi casi dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto.”.  Quindi, penserete voi, giustifica l’intervento armato? No, calma, non proprio. Ecco come prosegue: “Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati.”. Ad una parolaccia sulla mamma risponde con un pugno, ma a chi fa strage di cristiani non risponde nemmeno; si limita a suggerire di “fermarli”, senza specificare come.

Immagino che i circa settanta giornalisti al seguito, dopo queste parole, abbiano avuto un attimo di imbarazzante silenzio e di stupore, anche se nessuno ha osato porre al Papa la domanda che tutti avevano in mente. Anche noi ci siamo posti quella domanda ed avremmo gradito una risposta. Papa Bergoglio, come si “fermano” i terroristi islamici “nostri fratelli“, senza usare le armi o i bombardamenti? Al loro avanzare si  stende un tappeto rosso cosparso di petali di rose e li si accoglie  con la banda musicale che esegue allegre marcette? Gli si offrono, in elegante pacco regalo, confezioni giganti formato famiglia di sedativi, tanto per calmare i bollenti spiriti? Gli  offriamo confetti e cioccolatini purganti ad effetto immediato che li obbligherà a ripiegare velocemente in “ritirata“? Li invitiamo a trasferirsi in Honduras e partecipare al reality “L’isola dei famosi”? Santità, può darci un aiutino? E se azzecchiamo la risposta giusta, cosa vinciamo?

La risposta è nel vento, cantava Dylan. Ma non disperate, forse la risposta ce la darà al prossimo viaggio. Lui le idee  migliori le ha in volo, lontano dalle beghe terrene che lo distraggono. Sorvolando le nuvole si sente ispirato dalla vicinanza col regno dei cieli. Visti i risultato, però, abbiamo il dubbio che lo Spirito Santo sia momentaneamente distratto o in missione speciale in un universo parallelo. Così, continua a fare dichiarazioni confuse, contrastanti e pericolose; per la gioia dei “fratelli musulmani” dell’Isis che fanno strage dei cristiani, ma non si beccano nemmeno un pugno,  dei gay che “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu...”, con tanto di  benedizione papale, e dei terroristi parigini che hanno uno strano senso dell’umorismo e per qualche vignetta si offendono a morte (quella dei vignettisti), ma si sentono giustificati perché reagire con violenza ad un’offesa è normale…è normale. Lo ha detto il Papa.

N.B.

Questo Papa è gesuita. Sarà una strana coincidenza, ma il termine “gesuitismo“, nella accezione comune, è sinonimo di ipocrisia e di “dissimulazione“, atteggiamento tipico di chi si mostra buono e remissivo ed assume atteggiamenti tesi a nascondere intenti potenzialmente pericolosi (arma che l’islam usa benissimo, fa parte della strategia usata per infiltrarsi nell’occidente senza destare sospetti o paure: sarà un caso?).  (Vedi Treccani)

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Satira da morire

Si può ridere dei musulmani? Meglio di no, sono molto suscettibili, sensibili, si risentono e si offendono per un nonnulla. Per una vignetta (quelle danesi scatenarono reazioni violente in tutti i paesi arabi), una maglietta con l’effige del profeta (specie se mostrata da Calderoli in TV) o una semplice battuta, si scaldano gli animi, si accendono le coscienze e si scatenano reazioni così focose da incendiare bandiere (danesi, israeliane, americane…), chiese (meglio se con i cristiani dentro), ambasciate, assaltare giornali ed esplodere in reazioni a raffica (specie se raffiche di  kalashnikov).

L’attentato di ieri alla sede del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo, che ha causato 12 morti e 11 feriti, rilancia il problema della convivenza fra occidente e musulmani. La satira è solo uno degli aspetti, e nemmeno il più grave, delle incompatibilità fra due culture e due mondi profondamenti diversi. Solo le anime belle della sinistra possono ancora blaterare di società multietnica e multiculturalismo. Altre nazioni, che prima di noi hanno affrontato i temi dell’accoglienza e dell’integrazione, hanno dovuto riconoscere, a distanza di anni, che quel progetto di integrazione e di multiculturalismo è drammaticamente fallito. Ne parlavo nel post precedente “Eurabia news“, quindi non mi ripeterò.

Ma oggi si scatenano anche gli opinionisti del giorno dopo e l’indignazione col timer dei nostri osservatori, giornalisti, politici, intellettuali e strenui difensori della libertà di stampa e dell’art. 21 della Costituzione, quelli che “la satira deve essere libera“. Così in rete si scatenano i messaggi di solidarietà al grido di “Nous sommes tous Charlie” e si rilanciano le vignette incriminate. Già, libertà di satira, ma attenti a scegliere bene l’oggetto della satira, perché se sbagliate bersaglio correte grossi rischi. Ne sa qualcosa Forattini che anni fa venne querelato (con richieste di danni per miliardi di lire) per due vignette su D’Alema (questa a lato) ed il giudice Caselli, del tutto innocue e per niente offensive, quasi ingenue rispetto  alle vignette comparse sul giornale francese. Vedi qui “Satira libera: dipende…”.

E’ incredibile constatare quanta ipocrisia esista nel mondo della cultura, dell’informazione, dello spettacolo. Questa gente si nutre a pane e ipocrisia. Tutta gente che si straccia le vesti per garantire la libertà di pensiero, di stampa e di satira, ma guai a toccarli direttamente. Diventano ipersensibili. Romano Prodi, in piena campagna elettorale nel 2005, diede mandato ai suoi legali di denunciare un sito, e chiederne la chiusura (cosa che avvenne), che pubblicava vignette satiriche, perché aveva “contenuti altamente diffamatori del Partito Politico Uniti per l’Ulivo e del suo leader l’ex Premier Italiano ed ex Presidente della Commissione Europea Prof.Romano Prodi“. Chiaro? Questo è solo un esempio. La satira deve essere libera, ma guai a toccare Prodi, o D’Alema, o Caselli, si offendono. Eppure sono certo che oggi anche il Baffetto velista ed il Mortadella dichiarino la propria solidarietà a Charlie Hebdo e difendano la libertà di satira. Se questa non è ipocrisia cos’è? Vedi “Satira a senso unico, vietata la satira su Prodi“.

Noi, però, non corriamo i rischi dei francesi, sappiamo bene come regolarci e su chi fare satira, Non avremo mai attacchi terroristici alla stampa per vignette sui musulmani. Sappiamo come regolarci e ci autocensuriamo. Satira su tutto, o quasi, ma mai toccare l’islam. E’ una regola che abbiamo imparato presto. Già da una decina d’anni, da quando è cominciata l’invasione di africani e arabi, in gran parte proprio musulmani, abbiamo fatto una piccola modifica al tanto decantato art. 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero. Vale per tutto eccetto che per musulmani, neri, zingari, gay, trans, lesbo e categorie assimilate. Su questi non si può esprimere liberamente la propria opinione perché qualunque affermazione che non sia benevola nei loro confronti viene subito stigmatizzata come offensiva, discriminatoria, xenofoba, razzista e omofoba. Quindi, in questo caso l’art. 21 è momentaneamente sospeso, per il quieto vivere e per evitare guai.

Prova ne sia il fatto che di recente Magdi Cristiano Allam, per aver scritto in passato alcuni articoli in cui critica la religione musulmana e parla del pericolo del fondamentalismo islamico è finito sotto accusa dell’Ordine dei giornalisti ed è stato sottoposto a provvedimento disciplinare (Allam sotto processo. è islamofobo). Non ricordo casi di giornalisti o scrittori messi sotto accusa per aver parlato male del cristianesimo. Sulla Chiesa, il Papa, il cristianesimo, si può dire di tutto e di più, comprese vignette oltraggiose e blasfeme, ma guai a toccare l’islam; ti denunciano per islamofobia. Stesso discorso, naturalmente, vale per la satira. Ne parlavo, a dimostrazione che la questione è vecchia, 8 anni fa nel post che riporto sotto; ci si interrogava allora, a seguito dell’esplosione della rabbia nei paesi arabi in seguito alla pubblicazione delle famose vignette danesi (Vignette sataniche), sulla possibilità di fare satira sull’islam. E’ la conferma di ciò che dico e del fatto che in tanti anni non è cambiato nulla, anzi forse, visti gli ultimi tragici fatti di Parigi, è peggiorata.  Stiamo cominciando a raccogliere i frutti di una scriteriata e fallimentare campagna di accoglienza indiscriminata e di una cultura fondata sul mito del multiculturalismo, della società multietnica, sull’integrazione e sulla convivenza pacifica fra occidente e islam che non solo è impossibile, ma porterà conseguenze tragiche.

Si può ridere dei musulmani? (28 ottobre 2006)

Questo era il titolo della puntata odierna di “Otto e mezzo” di Ferrara su La7. Ospiti in collegamento esterno Lella Costa e Maurizio Crozza. In studio Freccero, autore televisivo, e Khaled Fouad Allam (o qualcosa del genere) deputato in Parlamento nel gruppo dell’Ulivo. Questo signore era ospite anche ieri in un altro dibattito TV ed avantieri pure. Ogni due giorni ve lo trovate in qualche rete TV. Il guaio di questi arabi è che è difficile ricordare i nomi. Hanno sempre una “H” da qualche parte, ma non ti ricordi mai dove sia esattamente. Pazienza. Ultimamente ci sono più islamici nella televisione italiana che non su Al Jazeera. Se non è Fouad Allam è Piccardo, o l’ex ambasciatore Scialoja convertito all’islam, o una certa Patrizia Del Monte, anche lei convertita, e responsabile delle pari opportunità dell’UCOII, o c’è la ragazzina col velo a Porta a Porta, o c’è l’imam di Segrate, o quello di via Jenner a Milano… Insomma, sembra che non si possa fare un programma se non c’è l’ospite islamico di turno.

Bene, c’era anche a “Otto e mezzo“. Quindi è tutto OK. Se qualcuno non sapesse esattamente il significato dell’espressione “Arrampicarsi sugli specchi” dovrebbe farsi dare la registrazione di questa puntata e studiarsela. Capirebbe subito cosa significa quella espressione. Si è detto di tutto, ma nessuno ha risposto alla domanda. Niente di nuovo, è più che normale. E’ ciò che si vede spesso nei dibattiti TV nei quali tutti sono capaci di blaterare per due ore senza mai affrontare il vero problema.

Fuhad Allam la prende larga, come suol dirsi, e parte da lontano, tirando in ballo il “contesto culturale e politico…”. Lella Costa nei suoi pochi interventi insiste sulla necessità di individuare i “codici di comunicazione”. Freccero, noto autore (collaborò anche con Celentano a Rockpolitik), tira in ballo una serie di difficoltà generiche dello spettacolo, dagli autori all’individuazione del pubblico al quale far riferimento, il famoso “target”, chiedendosi chi poi guarderebbe un programma di satira sull’Islam. Ed infine aggiungendo perfino difficoltà varie di fare il “Casting”. Cosa non si riesce a tirare in ballo pur di non rispondere! Crozza, invece, se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a dire che lui non fa satira sull’Islam perché è un mondo che “Non conosce…”. Infatti, afferma, si limita a fare satira su Bush, sul Papa. Ed accenna una breve imitazione del Papa che manda in visibilio la conduttrice Luisanna Armeni che continua a sbellicarsi dalle risate. Certo, perché sul Papa si può ironizzare, si può ridicolizzarlo a piacere, ma l’Islam? Eh no, quello Crozza “Non lo conosce…”. Strano. Vuol dire, forse, che fa satira sul Papa e su Bush perché li conosce benissimo? Vanno a colazione insieme? Frequentano con Bush lo stesso circolo del golf? Fa le meditazioni serali insieme a Benedetto XVI? E’ per questo che si permette di sbeffeggiarli? Curioso dover constatare che Crozza conosce bene, e quindi può farli oggetto di satira, sia Bush che il Papa, che forse non ha mai incontrato, né incontrerà mai, e non “conosce” il mondo musulmano che, probabilmente, ha tutti i giorni sotto gli occhi, in TV o nella sua città. Strano, vero?

Già, questo è quello che si chiama “Arrampicarsi sugli specchi“. In realtà, tutta questa gente ha una paura matta di urtare la suscettibilità degli islamici e si guarda bene dal provocarli. Basta ricordare quanto è successo con le famose “Vignette sataniche”; il finimondo. E ancora con le parole male interpretate (intenzionalmente) della lezione del Papa a Ratisbona. Basta ricordare cosa è successo a Teo Van Gogh, accoltellato per aver osato fare un breve film sulla condizione delle donne islamiche. Di recente a Berlino è stata annullata una edizione dell’Idomeneo di Mozart, preoccupati delle possibili ritorsioni islamiche. Ed un professore francese, giusto per aver scritto un articolo critico sull’Islam, è dovuto scappare e nascondersi per evitare gli effetti della solita fatwa. E’ di pochi giorni fa l’altro scontro fra l’imam di Segrate e la Santanché, rea di aver negato che il velo islamico sia una imposizione religiosa. E’ stata accusata pubblicamente in TV di essere falsa, bugiarda e ignorante. E adesso gira con la scorta. Magdi Allam, colpevole di mettere in guardia l’Occidente sul pericolo dell’invasione islamica, vive da anni sotto scorta e sempre sotto minaccia. Questo è il vero motivo per cui non si può ridere dei musulmani. O meglio, non si può fare satira sull’Islam. Altro che “Codici di comunicazione…Contesto culturale…Difficoltà di casting…Mondo che non conosco…” e balle varie!

E come se non bastasse c’è anche un altro piccolo dettaglio da non trascurare. Tutto ciò che in Italia ha a che fare con l’Islam, con l’immigrazione, l’integrazione, le moschee, la tolleranza, ed annessi e connessi, in qualche modo è sotto tutela della cultura di sinistra. E tutto ciò che può essere sgradito alla sinistra non si può fare. O meglio, a rigore si potrebbe anche fare (non c’è alcuna legge che lo vieti), ma diciamo che è preferibile evitare. Così va bene? E’ un concetto che ripeto spesso e che può sembrare azzardato e non rispondente alla realtà, ma è la pura verità. E se stiamo attenti, ogni tanto, casualmente, qualcuno ha il coraggio di ammetterlo. Ma sono casi rari, non fanno notizia e vengono subito dimenticati.

Per esempio, tempo fa Rutelli, in un impeto di onestà, affermò che l’unica cosa che teneva unita la coalizione dell’Unione era “L’antiberlusconismo”. Lo disse in una intervista al TG. Mica mi invento le cose. L’esponente dei Verdi Francescato, ancora in una intervista in TV, a proposito dell’immigrazione ed in contrasto con la posizione di gran parte della sua coalizione, disse che bisognava affrontare il problema tenendo i piedi per terra e che, invece, la sinistra, spesso “Mette l’ideologia al di sopra della realtà.” E brava Francescato. Onestamente è quello che sospettavo da tempo, ma fa piacere che a dirlo sia una esponente dei Verdi, quelli che sono culo e camicia con i comunisti.

Ma a confermare quello che sostengo da tempo ecco che arriva un guru della cultura di sinistra, un mostro sacro, un Nobel che ha fatto della satira il suo regno. Quello che è sceso perfino in piazza per protestare contro le censure sulla satira. Quello che ha sempre dichiarato che la satira deve essere libera, che per sua natura è, e deve essere, contro il potere e bla, bla, bla… Bene, stiamo parlando di Dario Fo. E’ stato ospite alla prima puntata della nuova serie di “Parla con me” della ditta Dandini-Vergassola, in onda su RAI3 la domenica sera.

La stessa Dandini, in apertura della puntata si era mostrata un po’ preoccupata, scherzando sul fatto che loro avevano sempre, fino all’anno scorso, fatto satira sul Governo e chiedendosi cosa avrebbero potuto fare ora che il Governo è cambiato. Già, è quello che mi chiedevo anch’io. E infatti aspettavo proprio di vedere cosa sarebbe successo. Visto che per anni hanno ridicolizzato Berlusconi in tutti i modi possibili, perché era capo del Governo e la satira deve essere contro il potere, ora che il Governo è cambiato se la prenderanno con Prodi?

Ed infatti arriva l’ospite Fo e la prima domanda che Dandini gli pone è proprio questa: “Chi ha il cuore a sinistra può fare satira sulla sinistra?“. Bella domanda. Anche perché, come tutti sanno, i comici nostrani sono quasi tutti di sinistra. E allora ci si chiede cosa faranno adesso che al Governo c’è la sinistra. Ci si aspetterebbe che l’irriducibile difensore della libertà di satira rispondesse confermando la sua posizione, quella per la quale è sceso in piazza, ha organizzato convegni, serate teatrali. E invece? Invece no.

Ecco cosa risponde il nostro giullare Fo: “E’ pericoloso. E’ difficile e pericoloso…” “Oh bella, ma cosa mi dici mai?”, sembra pensare una sbigottita ed incredula Dandini. Già, e chiarisce che è difficile fare satira sulla sinistra perchè il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla.

E bravo anche il Nobel Dario Fo che dopo tante giullarate riesce ad essere onesto, almeno una volta, e raccontarla giusta. Chiaro? Contenta Dandini? Ora sai come regolarti. Insomma, potere o non potere, continuate a fare satira su Berlusconi. Questa sì che la sinistra la capisce e l’apprezza. E non crea problemi. Alla faccia della libertà di satira. Alla faccia di chi ci crede. Alla faccia dell’onestà intellettuale. Alla faccia tosta di questi difensori della libertà di satira a senso unico. Alla faccia di bronzo di certi comici che fanno militanza politica mascherata da satira. E stranamente sono sempre sinistri; come gli incidenti.

Tranquillo Crozza, continua anche tu a fare satira solo su chi conosci molto bene, Bush, il Papa, Berlusconi… Gli islamici? No, no, quelli non li conosciamo. Anzi, forse non esistono neanche. Forse sono una leggenda, un falso storico. Si dice che ci siano, ma chi li ha mai visti? Io non c’ero e se c’ero dormivo. E poi Crozza…Tengo famiglia! Giusto? Viva l’Italia.

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