Diritti umani e islam

Le grandi riforme dell’islam: “Divorzio tramite sms“. E’ notizia recente, lanciata come esempio di apertura dell’Arabia saudita nei confronti dei diritti delle donne; una delle grandi conquiste recenti , insieme a quella di poter guidare le auto (Storico decreto del re; le donne potranno guidare) ed entrare allo stadio di calcio, in zone riservate. Sembra una sciocchezza, ma non lo è; se pensiamo che fino ad oggi i mariti potevano divorziare senza nemmeno informare le mogli.

arabia sms

Sono gli effetti collaterali della finale  della Supercoppa italiana fra Juve e Milan che, per qualche strana ragione che forse sanno giusto i tifosi di calcio,  non si gioca in Italia, ma si gioca appunto in Arabia (boh!?). E sono il pretesto per parlare di “diritti umani” e della diversa concezione che, secondo i luoghi, si ha di questi diritti.

II 10 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la “Dichiarazione universale dei diritti umani“. Ecco alcune considerazioni scritte in passato su questo documento fondamentale della società moderna.

Ci sono due momenti cruciali nell’evoluzione del pensiero moderno: il motto della rivoluzione francese “Liberté, egalité, fraternité” e la Dichiarazione universale dei diritti umani. Sul motto dei “sans coulottes“, al di là della letteratura che ne esalta la spinta rivoluzionaria che sarebbe alla base della società moderna, basta considerare che i suoi principi restano tranquillamente sulla carta.

La “fraternité” la si può trovare, forse, in qualche convento di clausura (non esiste nemmeno fra i cuccioli appena nati; c’è sempre competizione e qualcuno che cerca di prevalere a scapito degli altri); la “egalité” è solo un’invenzione letteraria ed un concetto astratto di cui non c’è traccia nella realtà, e la “liberté” è un’arma usata dal potere (in tutti i suoi aspetti) che la interpreta, secondo le circostanze e la convenienza, a proprio uso e consumo. Sulla pomposa dichiarazione dei diritti dell’uomo, infarcita di retorica e buoni sentimenti, invece che ripetermi, riporto quanto già scritto, a proposito di qualche incongruenza, nel seguente post di sei anni fa.

Diritti e doveri (2008)

Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, si sono celebrati i 60 anni della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo“. Bel documento, pieno di lodevoli propositi e buone intenzioni. Peccato che restino tali. Peccato che sia un lungo elenco di “diritti” che restano sulla carta. Peccato che non sia citato, fra i tanti diritti, nessun dovere. Quando avremo anche una bella “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, forse, saremo a posto.

Peccato, infine, che il principio stesso della “libertà”, che è alla base della Carta, sia messo in dubbio, o contraddetto, già nel primo articolo.
Art. 1): ” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Già la prima frase dell’articolo 1 si presta a molte considerazioni sul concetto di “eguaglianza”, che però ci porterebbero molto lontano. Limitiamoci, quindi, alla seconda proposizione. Ci sono in una sola riga due affermazioni ed entrambe discutibili. La prima riguarda l’affermazione che tutti gli esseri umani siano dotati di ragione e di coscienza. E’ un’affermazione o un auspicio? Già, perché la ragione è la capacità raziocinante, che può manifestarsi in misura diversa in ciascun individuo, fino ad essere molto limitata o quasi inesistente, se non, a causa di traumi o malformazioni congenite, inibita del tutto. Lo stesso dicasi per la coscienza che, al di là di differenze concettuali astratte e non rispondenti alla realtà, non è altro che un aspetto della capacità raziocinante, ovvero della stessa ragione, o della attività mentale, o di quello che chiamiamo genericamente “Pensiero“. Questa differenza della capacità ragione/coscienza, presente nei singoli individui in maniera diversa, contraddice il principio di eguaglianza.

La seconda affermazione, ove afferma che tutti gli esseri umani “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza“, è ancora più contradditoria. Non solo è l’esempio lampante di quelle belle affermazioni che sono solo buone intenzioni, ma non hanno alcun riscontro nella realtà, ma è anche in contraddizione con il diritto fondamentale alla libertà di pensiero e di espressione (articoli 18 e 19). Il verbo “devono” esprime, infatti, non un auspicio, ma una imposizione comportamentale che, come tutte le imposizioni, pone necessariamente dei limiti alla libertà di scelta individuale.

Si stabilisce con una norma che la fratellanza non è una norma comportamentale ed un  auspicabile atteggiamento nei confronti dei propri simili, ma è un “obbligo” morale. E se qualcuno non avesse voglia di agire secondo questo criterio? Non è libero di dissentire? Oppure è libero di essere un criminale, un assassino, un terrorista, un pedofilo, un razzista, un dittatore sanguinario che stermina milioni di avversari, e continuare a godere di tutti i diritti garantiti dalla Carta, nonché di essere dotato di “ragione e di coscienza“? Ma nessuno ha il diritto di rifiutare la fratellanza?

La libertà di pensiero individuale non può essere limitata da un “obbligo” morale. Si può limitare, con opportune leggi, l’attuazione pratica di forme di libertà di pensiero che si concretizzino in atti dannosi per la comunità. Ma non si può obbligare qualcuno a pensare di dover agire in spirito di fratellanza. Non c’è Carta che tenga e che possa ottenere questo risultato.

Questa dichiarazione, quindi, o è solo una dichiarazione di buone intenzioni, oppure si applica solo alle persone che già, per natura, siano inclini ad agire in spirito di fratellanza. Ma in tal caso non avrebbero bisogno di regole scritte.
In fondo, affermare che gli uomini “devono” agire in spirito di fratellanza, non è altro che riconoscere ed affermare l’esistenza di un “dovere” dell’uomo. Ovvero, riconoscere che non esistono solo i diritti, ampiamente ribaditi dalla Carta, ma anche i doveri. Ecco, quindi, che la necessità di stilare anche una “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, non è poi così campata per aria o provocatoria, come potrebbe sembrare.
La dichiarazione di principi astratti, che non tenga conto della natura umana, è destinata a restare solo una bella dichiarazione d’intenti. Come è, appunto, la Carta in questione che, al di là delle celebrazioni, resta inattuata e disattesa tranquillamente in gran parte del mondo. E se dopo 60 anni è ancora inattuata, qualche motivo deve esserci.

C’è ancora un’ultima considerazione, riguarda il razzismo. Oggi va come il pane, qualunque atteggiamento esprima anche solo un minimo di diffidenza o di fastidio per immigrati, neri, nomadi, gay e diversi di vario genere, viene immancabilmente definito “razzismo”. Basta che tu guardi storto il marocchino che cerca insistentemente di venderti i fazzolettini di carta o reagisca infastidito con quello che al semaforo, senza che tu lo chieda, vuole pulirti il parabrezza, e automaticamente sei razzista. Il concetto di razzismo, che era una teoria basata sulla presunta superiorità di una razza rispetto alle altre, ha esteso il suo significato; qualunque affermazione vada contro l’uguaglianza di tutti gli uomini,  in tutti i sensi, è diventata razzismo. Ad avvalorare questa uguaglianza si citano spesso anche eminenti scienziati i quali confermano che non esistono le razze, ma esiste solo una razza alla quale appartengono tutti gli uomini, quella umana. E per difendere i diritti di tutti gli uomini ci si appella, come ad una Bibbia, ancora alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Bene, allora vediamo cosa dice la Dichiarazione.

Art. 2): “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere…”.
Lo stesso concetto viene ribadito chiaramente nell’art. 16: “… senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione.”. Affermare che non devono esserci limitazioni per differenza di razza significa affermare, pari pari, che le razze esistono. Se non esistessero non avrebbe senso dire che non devono esserci distinzioni di razza. Non si possono porre limiti a qualcosa che non esiste. Ma se si dice che tutte le razze hanno uguali diritti significa affermare che le diverse razze umane esistono. E’ pura e semplice logica elementare. Ma allora, visto che la Dichiarazione afferma l’esistenza delle varie razze, significa che questa Dichiarazione è razzista? Delle due l’una; o non è razzista, ma le razze esistono, oppure le razze non esistono e la Dichiarazione è chiaramente razzista. Tertium non datur.

Dunque, quando combattete il razzismo e dichiarate l’uguaglianza di tutti gli uomini, citate pure chi vi pare, ma non citate la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Oppure cambiatela.
Credo che la storia del pensiero umano, pur costellato di lampi di genialità, nella sua attuazione pratica in politica e nell’organizzazione sociale, sia in parte condizionata da fattori spesso tragicamente concomitanti: la sostanziale stupidità di fondo dell’essere umano, una saltuaria e apparentemente casuale comparsa di dosi massicce di devastante follia ed una altrettanto buona dose di ipocrisia.

diritti umani

Da “Islam e diritti umani” (2006)

Ma voi sapete che la famosa “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, risalente al 1948, non è poi tanto “universale” poiché non è stata mai firmata e sottoscritta dai Paesi islamici? E sapete perché? Perché i principi in essa contenuti sono incompatibili con la concezione islamica della persona e dei suoi diritti che sono visti solo ed esclusivamente in funzione del Corano, e le norme di comportamento, ed i diritti, sono valutate solo alla luce della legge islamica, la sharia. Tanto è vero che i Paesi islamici hanno proclamato una loro “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” in data 19 settembre 1981, modificata nella versione approvata al Cairo nel 1990.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani” una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello che i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente alla luce della legge islamica? Lo sapevate? No? Allora informatevi, poi cercate di trovare la soluzione a questo piccolo problema: come conciliare i diritti dell’uomo secondo l’Islam e secondo il resto del mondo.

(Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione universale dei diritti umani)

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P.S.

Come si può ipotizzare la convivenza fra culture profondamente diverse, contrastanti e inconciliabili? Può esserci integrazione fra chi ha una visione del tutto diversa dell’uomo, della società, dei diritti, della morale?