Frizzi di giornata

La telenovela necrologica su Frizzi continua da 15 giorni. Se poi qualcuno fa notare a Rita Dalla Chiesa che parla troppo di Frizzi, lei si risente e li accusa di essere “haters – odiatori” (lo ha fatto ieri rispondendo a dei commenti  su Facebook). E se, invece, fossero i VIP, o presunti tali, che sfruttano la morte di Frizzi per dire banalità e finire sui media? Si può dire che avete stancato? Oppure anche invitarvi al silenzio è un insulto, un’offesa da “haters – odiatori”? Il giorno del funerale scrivevo, in un commento sul Giornale, che ormai anche i funerali vengono spettacolarizzati ad uso e consumo dei media. Eventi per passerelle di Vip che rilasciano dichiarazioni di circostanza banali, scontate, inutili e spesso anche ipocrite; pensionati che vanno ai funerali per passatempo e ragazzi che fanno i selfie da diffondere in rete, per avere la conferma, per sé e per il mondo, che esistono. Sono certo che domani ci diranno quante persone hanno seguito in TV la cerimonia e riferiranno i dati Auditel e lo Share, perché alla fine, quello è ciò che conta. E magari sabato a TV talk faranno il confronto con altri programmi per vedere chi ha vinto la gara ed ha fatto più ascolti in settimana: il funerale di Frizzi, la partita dell’Italia. L’isola dei famosi, Don Matteo, Montalbano? Vergognatevi. Ma dovreste vergognarvi davvero, avete superato da tempo la soglia della decenza; anche se non ve ne rendete conto (o non volete rendervene conto) perché ci campate.

Sono io troppo cinico? Due giorni dopo ecco una dichiarazione di Gianfranco D’Angelo, al quale è stato impedito di entrare in chiesa,  che, parlando proprio della spettacolarizzazione del funerale, conferma la mia idea: “Quando un funerale diventa spettacolo e non ti viene permesso di entrare in Chiesa per salutare un Collega che ci lascia, allora consideri che si può essere vicini alle persone anche senza essere ripresi dalla TV: Mi hanno respinto dicendo che era una cerimonia “per pochi intimi“.

Alla morte e al dolore c’è una sola risposta; il silenzio. Tutto il di più è solo un pretesto per maniaci del protagonismo (malattia assai comune nel mondo dello spettacolo) che sfruttano anche i funerali per ritagliarsi uno spazio di esibizionismo (a favore di telecamere), ostentando un dolore che, non sempre, ma talvolta, è solo di facciata, per dimostrare che il mio dolore è più grande del tuo: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più addolorato del reame?”.

Invece non passava giorno che non ci fosse in prima pagina l’articolo su Frizzi con la testimonianza del dolore ed il ricordo di colleghi e amici; Dalla Chiesa, Gerry Scotti, Carlo Conti, Marco Columbro, etc. Alcuni talmente ridicoli come pretesto da lasciare senza parole. Per esempio un articolo riporta il ricordo di Marco Columbro che riferisce che tempo prima aveva incontrato Frizzi al ristorante “allegro e sereno“, come sempre. E su questa grande rivelazione ci hanno imbastito un articolo. Cosa dobbiamo aspettarci ancora? Magari la dichiarazione “in esclusiva” di  un usciere della RAI che racconterà che un giorno lo ha salutato e gli ha offerto un caffè? E poi? Forse la donna delle pulizie che ricorderà che una volta le ha augurato “Buon Natale”? E poi? Vedremo. Intanto c’è stata la notizia (smentita, la solita fake news) che qualcuno avesse proposto la beatificazione. Forse non si arriva a tanto, ma la proposta di intitolare a Frizzi una strada di Roma è vera e confermata dal Campidoglio.

Ed ecco che in pieno delirio frizziano, qualcuno accusa Rita Dalla Chiesa di parlare troppo di Frizzi, di eccesso di protagonismo e di mettere in ombra la seconda moglie di Frizzi. Lei non gradisce e minaccia di abbandonare Facebook (sai che sciagura): “I cafoni e quelli in malafede basta bloccarli per non sporcare una pagina di persone perbene…”., dice. Già, i cafoni o “Haters – odiatori”, o “Webeti“, come li chiama Mentana, o “Imbecilli” come li definiva Umberto Eco,  o “leoni da tastiera“, come li chiama Maurizio Crozza che, nel suo programma di satira, ne fa un personaggio che chiama “Napalm 51“, il prototipo dei critici di rete.  Ovvero quelli che, sui social, esprimono critiche o giudizi poco lusinghieri su personaggi dello spettacolo, della politica, della cultura, dello sport; insomma i VIP (gli intoccabili).  Tempo fa, a proposito degli Webeti, scrissi questo pezzo.

Webeti

Spiegatemi perché gli “webeti” sono sempre quelli che parlano male dei Vip e mai i VIP che debordano da tutti i media con la loro presenza quotidiana su stampa, TV, internet; quelli che devono ostentare la loro bellezza, la loro ricchezza, la loro fortuna; quelli che sono convinti che tutte le loro scoregge private siano una questione di interesse nazionale; quelli che dall’alto della loro ineguagliabile ignoranza, dispensano al mondo le loro inutili e strampalate “perle di saggezza” da ombrellone; quelli che con il loro presenzialismo asfissiante  provocano un senso di vera repulsione nei loro confronti. Spiegatemi perché i Napalm51 sono solo quelli che insultano i VIP e non coloro che tutti i giorni riempiono web, stampa e TV con inutili notizie gossipare di cui non importa niente a nessuno, spacciando per informazione seria e cultura popolare i pettegolezzi da comari al mercato.

Spiegatemi perché i cittadini che ogni giorno subiscono la visione di autentiche discariche di spazzatura mascherate da informazione, non possono nemmeno reagire o lamentarsi; pena essere censurati o definiti “imbecilli” da Eco o “webeti” da Mentana. Perché è il pubblico ad essere “webete” e non i media (e tutto quello che ci gira intorno e ci campa) che impongono al pubblico dettagli non richiesti sulle peripezie e le vicissitudini familiari, affettive, economiche, professionali, dei VIP e dei personaggi dello spettacolo, nonostante alla gente non interessino affatto. Spiegatemi perché ogni giorno in Home deve esserci un articolo su Belen Rodriguez o l’ultimo selfie di Naike Rivelli; perché da decenni in TV, qualunque sia l’argomento trattato c’è l’immancabile presenza di Alba Parietti, e   perché l’opinione di Luxuria, ormai immancabile presenza nei salotti TV, conta più di quello della casalinga di Voghera.

Spiegateci perché Al Bano e Romina continuano a scassarci gli zebedei con “Felicità, è un panino e un bicchiere di vino, la felicità…” e se poi, dopo 40 anni di questa lagna, si perde la pazienza e li si manda elegantemente a quel paese si è definiti “webeti”. A lui ha fatto venire l’infarto, dice. A noi la telenovela infinita della Al Bano family fa venire improvvisi attacchi di orchite acuta. I veri “webeti” non sono gli italiani, sono quei personaggi invadenti, assillanti, ossessivi, vanitosi, megalomani, egocentrici, esibizionisti, narcisisti, convinti di essere al centro dell’universo. I veri webeti sono gli addetti ai lavori dei media che sulle insulse notizie gossipare ci campano e portano a casa la pagnotta. Spiegatemi perché dei Vip se ne può parlare solo bene. Se ne parli bene sei un critico, se ne parli male sei imbecille. Avete mai sentito Vincenzo Mollica parlare male di un artista? No, per lui sono tutti straordinari, fantastici, eccezionali, geniali; e tutte le canzoni sono capolavori. Possibile che fra migliaia di personaggi non ce ne sia nemmeno uno che sia appena appena meno che straordinario? O non ci sia una canzone che non sia un capolavoro, ma sia appena appena passabile?  Non vi viene il sospetto che si esageri con le iperboli, i superlativi e lodi sperticate?

Perché la stampa può abusare di superlativi e iperboli fantasiose per parlare dei presunti VIP, dalla sciacquetta da reality al rapper di turno (meglio se nero; va di moda), ed esaltare la magnificenza degli inesistenti vestiti nuovi dell’imperatore. E perché se poi arriva il bambino che grida “Il Re è nudo” lo definite “webete” o imbecille?  Ho la sensazione (come ripeto spesso e inutilmente) che la stampa sia un po’ in ritardo sui tempi. Sono ancora convinti di dettare le regole ed influenzare il pubblico a loro piacimento. Cosa che in parte è anche vero, ma in misura molto minore rispetto a decenni fa. Oggi la gente non si beve più qualunque sciocchezza giusto perché “lo ha detto la radio” o “C’è sul giornale”. Ma non volete capirlo. Così ci si i sorprende se sui social, invece che lodi e complimenti, si ricevono critiche e insulti. Anche esprimere la propria opinione è democrazia. Oppure la democrazia va bene solo se si è d’accordo col capo o con la linea editoriale del proprio giornale?

Insulti e offese gratuite sono certo da condannare, ma bisogna anche chiedersi la ragione di questa insofferenza del pubblico nei confronti dei VIP in genere; quelli dello spettacolo, della politica, della finanza, dello sport, della cultura, dell’informazione. Sono presenti dappertutto, occupano tutti gli spazi possibili; sembra che esistano solo loro e che tutto ciò che dicono e fanno sia oro colato. La verità è che hanno stancato, la gente non li sopporta più.  E lo dice, perché oggi, grazie alla rete, tuti hanno la possibilità di esprimersi; cosa impossibile in passato. Qualcuno esagera, certo, ma ciò che dà fastidio agli addetti ai lavori non sono le critiche, gli insulti, i casi isolati di troll e maniaci che sfogano le loro frustrazioni sul web. Ciò che percepiscono come un pericolo  è che la gente comincia a dire quello che pensa e che spesso le opinioni del pubblico sono in contrasto con l’opinione che i media cercano di far passare come opinione pubblica, ma non lo è. La rappresentazione della realtà che ogni giorno ci viene propinata dai media non è la vera realtà, è solo una sua rappresentazione, spesso faziosa, manipolata ed alterata ad uso e consumo di interessi nascosti.  Questa libertà di espressione viene percepita come un pericolo dalla stampa e dal potere che continua a credere che quella libertà sia un loro esclusivo diritto e temono di vedere sminuito il loro potere, la loro autorevolezza, e pure il loro conto in banca. Hanno paura del bambino che grida “Il re è nudo”.

Volete capire come funziona l’informazione, i trucchi nascosti e la manipolazione scientifica delle notizie? Leggete “Gli stregoni della notizia” (Ed. Guerini, € 21.50), di Marcello Foa, appena pubblicato.

Nota

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Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Tette, Papi e Femen

Non tutte le tette sono uguali. O meglio, come direbbero  i maiali di Orwell, si potrebbe dire che “Tutte le tette sono uguali, ma alcune tette sono più uguali di altre“. Insomma, secondo il più classico doppiopesismo dei moralisti a corrente alternata, c’è tetta e tetta.  Ha fatto scalpore il curioso “incidente hot” successo nel corso del programma  Tale e quale show, condotto da Carlo Conti.  Veronica Maya, durante la sua esibizione canora, forse per un movimento eccessivo del corpo, ha causato lo scivolamento del vestito lasciando in bella vista il seno (Video su Corriere.it).

Grande imbarazzo, ma la nostra “Maya desnuda” continua ad esibirsi, facendo finta di coprirsi ( sembra che sia  recidiva; lo stesso “incidente” le era successo già in passato), e intervento di Conti che  interrompe il numero e cerca di coprire le grazie nude della Maya. Del resto, scoprire improvvisamente alcune parti del corpo solitamente nascoste, è un “incidente” che succede molto frequentemente nel mondo dello spettacolo.  Basta ricordare Belen Rodriguez che in diretta TV a Sanremo mostra con disinvoltura la sua farfallina inguinale. O Laura Pausini che durante un concerto in Messico, rientra sul palco, dopo una pausa,  indossando solo un accappatoio che si apre sul davanti, lasciando vedere a tutto il pubblico che, forse per una dimenticanza o per la fretta di rientrare, ha dimenticato di indossare le mutandine (Guarda qui il video). Succede a tutti, no? Strani incidenti che lasciano molti dubbi sul fatto che si tratti di un “incidenti casuali“.

Si tratta, comunque, di immagini di nudità che, solitamente, sui media  appaiono ritoccate o censurate (esempio classico è quel ridicolo quadratino o fascetta che nasconde i capezzoli o la sfocatura su foto e video). Poi magari, subito dopo va in onda un film della serie Giovannona coscia lunga, dove si vede di tutto e di più, ma continuano a mettere le fascette sui capezzoli. E’ lo stesso principio per cui, quando ci sono espressioni forti o scurrili in TV vengono censurate col classico Bip. Poi guardate un talk show, dove piovono insulti di ogni genere, o un monologo di Crozza e comici vari, e volano cazzi, culi, fighe e coglioni  come libellule a primavera.  Valli a capire questi censori ed i loro criteri.  Infatti anche nel video pubblicato dal Corriere.it, sopra linkato, si può vedere che il seno viene offuscato da una macchia biancastra. Quanto pudore! E quanta ipocrisia, in dosi industriali.

Ma anche il pudore in Italia, come la morale,  è a corrente alternata. Questa a lato è Eva Grimaldi, reduce da non ricordo quale reality, ospite al programma “Quelli che il calcio” su RAI3, di primo pomeriggio, ora di massimo ascolto. Qui un servizio fotografico che documenta la sua performance da far invidia a Sharone Stone (Eva Grimaldi accavalla le gambe e infiamma lo studio). Il fatto è che indossa un vestitino che non può dirsi nemmeno “mini“, è già a livello pubico e, come se non bastasse, ha due lunghi spazi laterali, col risultato che quando si siede, praticamente è come se fosse in  mutande. C’è chi mostra il sopra e chi mostra il sotto. E sembra una gara a chi mostra di più. Le tette della Maya alle 10 di sera fanno scandalo, le mutande della Grimaldi alle 3 del pomeriggio no. Qual è, secondo voi, il parametro di giudizio su ciò che è lecito e ciò che non lo è? Ah, saperlo. Ma non è il caso di farsene un problema, non lo sanno nemmeno gli addetti ai lavori,vanno a caso; questo sì, questo no.

Ma torniamo alle tette. Abbiamo appena detto che mostrare il seno in TV non è consentito. Ora, proprio due giorni fa al programma Anno uno su LA7 si sono viste non due tette, ma addirittura 10, tutte nude, ben in vista e con i capezzoli in primo piano, senza sfumature o  quadratini che li coprissero. Erano le Femen, ormai famose per le loro azioni di protesta a seno nudo. Non sono capitate lì per caso, né si è trattato di una incursione, come sono solite fare. No, sono state espressamente invitate dalla conduttrice Giulia Innocenzi, quella che ha poche rivali nel giocarsi il ruolo di più antipatica della TV, grazie alla sua vocina leggermente nasale, il parlare cantilenante e l’aria spocchiosa e supponente della ragazzina  impertinente con la puzza sotto il naso. Ma questa esibizione è considerata del tutto normale. Infatti la Innocenzi, essendo “innocente“, ingenua e pura di cuore, non ci vede niente di male, non corre a coprile ed anzi le ringrazia per la partecipazione. Conclusione: le tette delle Femen sì, quelle della Maya no.

Ma cosa c’entrano le Femen in quel programma? Sono andate per protestare contro la visita del Papa al Parlamento europeo, programmata per il prossimo 25 novembre. Dicono: “Siamo qui per annunciare che la parità, i vostri diritti, i nostri diritti, sono in pericolo e, sfortunatamente, la fonte del pericolo è proprio qui in Italia. Il 25 novembre il Papa si reca a parlare al Parlamento europeo, a Strasburgo in Francia. E questo è un attacco diretto alla laicità, alla parità, ai diritti umani ed alla separazione fra Chiesa e Stato, che deve diventare una priorità oggi.“.  Insomma, queste ragazzotte accaldate vogliono decidere chi può e chi non può andare al Parlamento europeo. Alla faccia della libertà di pensiero. (Vedi qui Femen ad Announo)

Come se non bastasse, non si sono accontentate di fare la loro apparizione in TV. Visto che si trovano in Italia, approfittano delle “Vacanze romane” per fare, come tutti i bravi turisti, una visita a San Pietro. Ma loro sono turiste un po’ particolari e, quindi, si esibiscono in una performance non proprio rispettosa del luogo e del simbolo della fede cristiana.  Eccole che tengono un crocifisso in mano e se lo mettono…nel sedere.  Ecco, queste “brave ragazze“, invece di denunciarle e sbatterle in galera, noi le ospitiamo in televisione e le ringraziamo. Saremmo curiosi di vederle andare a Teheran (o in un altro paese musulmano) e fare una cosa del genere tenendo una copia del Corano sul culo. Non credo che le ospiterebbero sulla televisione nazionale. Di recente due cristiani (marito e moglie) in Pakistan, con l’accusa di blasfemia per aver offeso il Corano, sono stati bruciate in una fornace per laterizi. Altro che ospiti in TV. Ma è risaputo, la Chiesa ed  il Papa si possono offendere, sbeffeggiare, oltraggiare tranquillamente: è libertà di pensiero. Ma guai anche solo ad insinuare qualcosa di poco simpatico contro i musulmani: sarebbe gravissimo atto di islamofobia.  Ecco, questo è un perfetto esempio di doppia morale. (Qui è visibile il video della loro esibizione: “Femen a San Pietro“).

Ora, oltre alla sottile differenza fra tette sì e tette no, tette scandalose e tette lecite, fra “tette buone” e “tette No buone“, si pone un altro problema. Non solo le tette delle Femen sono permesse (forse sono politicamente corrette e progressiste, al contrario di quelle della Maya che, evidentemente, sono reazionarie),  ma si tira in ballo il Papa ed il suo diritto di intervenire al Parlamento europeo. Allora bisogna fare un passo indietro e bisognerebbe leggere questo articolo del 28 settembre “Conchita Wurst in Europa; nell’Unione europea si parla di gay e trans”.

Conchita Wurst è una trans (oggi vanno come il pane), ma con tanto di barba, che tempo fa ha vinto il festival europeo della canzone. Non è molto chiaro se abbia vinto perché più brava degli altri partecipanti, oppure perché è trans (sembra essere un titolo di merito: si vincono i festival, i reality, si va in Parlamento, si è ospiti fissi in TV)); resta il dubbio. Ovviamente è una delle attiviste militanti della lobby che raggruppa gay, lesbo, trans, bisex  e varia sessualità. Come programmato, lo scorso 8 ottobre, è intervenuta al Parlamento europeo dove ha tenuto un discorso sui diritti omosessuali, con interventi di altri europarlamentari di diversi gruppi. Successivamente si è esibita all’esterno interpretando alcune canzoni. (Vedi AnsaConchita e i diritti gay” e video “Conchita canta“).

Bastano questi pochi esempi (ma se ne potrebbero fare a centinaia) per  capire che, evidentemente, esiste una strana morale grazie alla quale certe nudità sono oscene ed altre sono del tutto naturali. Basterebbe ricordare che tempo fa la solita sinistra con la doppia morale fece una campagna contro Striscia la notizia, accusando il programma di Ricci di sfruttare il corpo femminile. Ora riguardate la foto di Eva Grimaldi e giudicate le differenze con le due veline che ballano a Striscia e che sono molto più coperte della Grimaldi. Basta ricordare le tante show girl che stazionano perennemente nei salotti TV ad ogni ora del giorno e della notte per notare che tutte sembrano impegnate in quel giochino del mostrare tette, gambe e culi, perché più mostri e più facilmente finisci sulla stampa.

Ma allora come si fa a distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è? Non è possibile; l’unico criterio è che non esiste un criterio, vale la regola della doppia morale. Tutto ciò che è in sintonia col pensiero unico dominante e politicamente corretto è bene, lecito, giusto e democratico. Tutto il resto, fossero anche le stesse cose (o le stesse tette), è deleterio, provocatorio, indecente, maschilista, osceno, esecrabile, fallocratico. Chiaro? Ecco perché le veline di Striscia sono un’offesa alle donne e sfruttano il corpo femminile e le tette della Maya sono un “incidente” e vanno subito coperte,  mentre le tette delle Femen dalla Innocenzi sono lecite e regolamentari.

Ma, soprattutto, si pone una domanda: perché al Parlamento europeo ci possono andare i trans e non ci può andare il Papa? E perché se una trans va al Parlamento europeo per sostenere la causa dei diritti gay, lesbo, trans, bisex, plurisex, annessi, connessi ed assimilati,  è una legittima e democratica espressione della libertà di pensiero,   mentre se ci va il Papa  è un grave attentato ai diritti umani? Provate a dare una risposta logica ed onesta.

Vedi anche “Pane, sesso e violenza“.

Musica e tagliatelle

Ovvero, tagliatelle di nonna Pina e Giuseppe Verdi. Se non ho capito male, stasera in televisione sulla RAI dovrebbe esserci una serata speciale all’Arena di Verona. Serata dedicata alla grande musica di Giuseppe Verdi. Ospiti illustri, cantanti di “grido”. Insomma un omaggio al grande maestro ed alla sua musica immortale. E’ tutto quello che so e che ricordo dalla fugace visione, nei giorni scorsi, di un promo in TV, insieme ad una scena di cavalli e cavalieri, vestiti all’egiziana, che irrompono sul palco. Ovvio che si tratta di una scena dell’Aida.

E chi presenta la serata? A prima vista si penserebbe che sia un personaggio che abbia dimestichezza con l’opera lirica, il bel canto, il melodramma, le grandi voci, la storia della musica. Non sforzatevi di indovinare. Anche perché se l’ho visto io è molto probabile che quel promo l’abbiano visto in molti. Quindi sappiamo già chi sarà la conduttrice della serata: Antonella Clerici.  Quella che ogni giorno, cascasse il mondo, intorno a mezzogiorno, conduce il suo programma di ricette “creative” e di cuochi allo sbaraglio: “La prova del cuoco“.

Quella che quando parte la sigletta delle “Tagliatelle di nonna Pina“, si agita, scodinzola, ancheggia, ride, sgrana gli occhi e fa le smorfiette come una bambina. Sì, ma lei ha 50 anni! E allora ti chiedi “Ma questa ci fa o è proprio scema?”.  Quella che sembra un tortellone gigante che nelle serate speciali, tipo Sanremo e simili, si veste come un uovo di Pasqua (Bonolis, la fatina bionda e du’ palle!). Quella che non perde occasione per mostrare le tette in primo piano ed in bella evidenza (Le tette di Antonella). Quella che si ostina ad indossare scarpe col tacco 12 (vedi i tacchi della Clerici), non ci sa camminare e si muove a piccoli passetti come se corra in bagno perché le scappa la pipì. Ecco, quella.

Sembra che in Italia ci siano solo due conduttori che possono alternarsi in tutti i programmi, diurni, serali, notturni, di qualunque genere. Vanno bene per tutte le stagioni: Antonella Clerici e Carlo Conti. Infatti conducono giochini pomeridiani (L’eredità” ?), programmi serali (I migliori anni) e “speciali” TV. Due giorni fa Conti ha presentato una serata speciale di musica leggera dal grande piazzale della basilica di Assisi. Antonella Clerici, oltre a condurre programmi di cucina ha condotto in passato programmi con bambini canterini (non ricordo il titolo. Forse era “Ti lascio una canzone“?), poi ha condotto un altro serale ancora dedicato all’arte culinaria “La terra dei cuochi” (?). Insomma, non c’è scampo: o ti becchi Conti o la Clerici.

Conti è quello che è sempre cotto al punto giusto. Anche a dicembre sembra appena tornato da un mese di vacanza sotto il sole dei tropici. Si dice che sia un patito delle lampade. Ma forse non si tratta proprio di semplici lampade. Forse ogni giorno lo inseriscono per una decina di minuti in un forno da pizzeria. Ecco perché ha sempre quel bel colorito dorato da fette biscottate.

Già, e la Clerici? Quella che ogni giorno ti spiattella, letteralmente, ricette così assurde ed improbabili che bisognerebbe prendere i piatti e rovesciarli in testa ai cuochi? Cosa c’entra con il bel canto, con la lirica e l’opera? Cosa c’entrano le tagliatelle di nonna Pina con l’Aida di Verdi?

Ricordo di aver visto, tempo fa, un’altra serata speciale dall’Arena, sempre condotta dalla Clerici. Evidentemente deve avere un contratto speciale. Riuscii a seguire giusto qualche minuto, sempre con lo spirito di Totò nella scenetta di “Pasquale” che si chiedeva “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare“. Ecco, la guardavo e mi chiedevo “Vediamo cosa dice e dove va a parare”. I suoi interventi erano incentrati sull’immancabile sviolinata al pubblico, (sempre grande, fantastico, meraviglioso, così lo si lusinga e si guadagna un applauso) e sulle difficoltà del mettere in scena una serata come quella, i ringraziamenti ai tecnici, alle comparse, a tutti quelli che collaborano alla realizzazione, alla RAI, alle telecamere, ai ragazzini che portano le bibite, alle sarte, agli elettricisti, ai carpentieri, agli scenografi, alla “Regia” (ovvio), al pubblico che segue da casa, allo sforzo della produzione RAI, alla gran fatica delle prove, a tutti quelli che operano dietro le quinte.

Insomma, tutta la sua conduzione era basata non su ciò che accadeva sul palco, ma su ciò che “prepara” lo spettacolo. Come se un cantante o un attore che esca sul palco, invece che cantare o recitare si limitasse a raccontare quante prove ha fatto, com’è duro studiare il pezzo, quanta fatica ha fatto e cosa ha mangiato a colazione. Ecco, questo è il leit motiv della conduzione della Clerici. Sembra assurdo, ma è proprio così. Se avrete la pazienza di seguirla stasera, verificate se dico cose campate per aria, oppure se c’è un po’ di verità. E, giusto per curiosità statistica, provate a contare quante volte, sgranando gli occhi per l’ammirazione e la sorpresa, con un sorriso estatico da bambina al Luna Park, esclamerà “Ma che meraviglia!”.

Che meraviglia le “palle” di Antonella…

P.S.

Ho visto alcuni passi del programma. Questa volta non ha improvvisato parlando a vanvera delle prove, del lavoro dei tecnici e del dietro le quinte. Per evitare che straparlasse, questa volta gli autori le hanno scritto il testo con tutte le battute; giusto poche parole per presentare cantanti e brani. Infatti, abbassava lo sguardo e leggeva tutto dal gobbo. Ecco perché è stata “QUASI” normale e non ha fatto eccessivi danni. Il vestito, però, è sempre da uovo di Pasqua. I tacchi sono sempre troppo alti e le tette sono sempre in esposizione. Bisogna capirla, deve sostituire Eddy che l’ha mollata.