Jazz e casu marzu

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita.

In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino col giornalista Mameli che sfoglia i quotidiani e fa la sua rassegna stampa. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il “disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato.

Altafini

Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura e la cultura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per cultura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“.

Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a pane, melone e Shakespeare.

Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza (da quando queste iniziative sono finanziate con contributi pubblici). Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.

setzu-sagra-fregua-2014

Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  “Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

Cagliari la città più felice d’Italia

Oh, come sono felice! Chi l’avrebbe mai detto:  Cagliari è la città più felice d’Italia. Incredibile, specie dopo le ultime statistiche dell’Istat dalle quali risulta che la Sardegna è fra le regioni più povere (vedi “I sardi sono poveri“) e che le province del Medio Campidano e di Iglesias Carbonia sono, in assoluto, le province più povere d’Italia (vedi “Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia“).

Ed ecco l’ultima notizia, riportata due giorni fa dal quotidiano locale L’Unione sarda (“La città più felice? Cagliari“), che ci racconta una realtà non solo meno preoccupante, ma addirittura stravolge tutte le precedenti valutazioni sulla qualità della vita. Cagliari è “la città più felice d’Italia“, un nuovo Eden dove sono tutti felicissimi, se la spassano un mondo, ridono a crepapelle, hanno la gioia che sprizza da tutti i pori e, come nelle favole a lieto fine, vivono a lungo felici e contenti. Oh, perbacco!  E dire che proprio di recente, nel post “Sardegna Felix“, riportavo un elenco di reati commessi nell’isola (in particolare proprio nel cagliaritano) che non davano proprio l’idea di una regione tranquilla e felice. Anzi, al contrario, scippi, furti, rapine, incendi dolosi, violenza, piccola criminalità in aumento; tutti segnali che non lasciano certo dormire sogni tranquilli.

Di recente il ministro dell’interno Alfano, per lodare il proprio operato e tranquillizzare gli italiani, ha sciorinato in televisione una serie di dati “ufficiali” per dimostrare che  i reati sono in diminuzione. Peccato che i dati Istat, dicano il contrario. Peccato che la stessa Polizia lanci l’allarme sulla crescita della criminalità in Sardegna e nel resto d’Italia: “Crimini e bugie“. E per finire ecco la notiziona sulla felicità dei cagliaritani che ha tutta l’aria di una presa per il culo. Sì, lasciamo perdere gli eufemismi e chiamiamo le cose col loro nome.

Ma in base a quali dati hanno stilato questa classifica della felicità? Udite udite, sulla base di un indice “iHabby” che analizza i messaggi su Twitter!  Twitter, il mezzo di comunicazione preferito dal nostro mattiniero premier che già alle prime luci dell’alba comincia a twittare, cip cip cip, come gli uccellini di Villa Borghese. La differenza è che i passerotti cantano e non fanno danni, lo sbruffone toscano di Palazzo Chigi se la suona e se la canta a spese nostre.

Ora, quanti saranno i cagliaritani che usano inviare messaggini su Twitter? In prevalenza giovani. Non credo che twittare sia il passatempo preferito di adulti che lavorano, di anziani, malati, disoccupati, precari e gente che ha altri problemi per la testa che non passare la giornata a mandare messaggini in 140 caratteri. Allora bisogna concludere che una stima della felicità fatta con questi criteri, detto alla Fantozzi, è “Una cagata pazzesca“. L’attendibilità di queste classifiche è pari a zero. Eppure queste notizie vengono diffuse dai media, stampa, internet, televisione, riempiono le pagine dei giornali e fanno notizia.  Ovvero, la nostra informazione oggi si basa su dati fasulli, ricavati da indagini fasulle, che riempiono la testa della gente di idee fasulle. Si può prendere seriamente una società che prende come base per le indagini i messaggini degli adolescenti? No, non si può. A meno che questa non sia una società di rincoglioniti totali.

E purtroppo ormai questa è la prassi dell’informazione, della comunicazione in genere, della politica, dei rapporti sociali: stiamo creando una società fasulla, una realtà virtuale in cui niente è quello che sembra.  Un mondo fasullo che crede di poter valutare la felicità della gente sulla base dei messaggini in 140 caratteri; roba da adolescenti, da ragazzini delle medie. O da presidenti del Consiglio.  Bisognerebbe fare un riscontro. Provate a chiedere ai minatori del Sulcis, ai cassintegrati delle fabbriche sarde in eterna crisi, ai precari e disoccupati cronici, ai cittadini alle prese con problemi di lavoro, di burocrazia, di mutui, affitti e bollette da pagare, di anziani e malati che attendono mesi per una visita, ai cittadini vessati da uno Stato sadico che gode nel sottoporre il popolo a torture psicologiche con l’invenzione di sempre nuove norme cervellotiche, imposte, tasse e balzelli di ogni genere e considera i cittadini come polli da spennare. Chiedete a loro se sono felici. Forse vi risponderanno anche loro con un tweet brevissimo, entro i 140 caratteri, anzi, molto meno: “#Ma vaffanculo….”.