Categorie protette

Devi avere un cancro per lavorare“, dice Rosanna Banfi, come riportato ieri dal Giornale. Un’affermazione forse esagerata, ma mica tanto. Oggi per avere successo e visibilità devi fare scandalo, provocare, insultare, creare polemiche, dichiararsi gay o lesbiche  o…avere un cancro da rivelare al mondo. E’, più o meno, quanto dico da anni sull’informazione mediatica molto disinvolta, spregiudicata e attenta più a proporre in primo piano mostri e richiami morbosi per attirare lettori, invece che notizie serie e utili.

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L’ho ripetuto anche di recente nel post “Miss bioniche“, per ribadire come oggi per avere visibilità e successo bisogna essere “strani” (settembre 2018). Ecco un brano del post:

“Oggi per guadagnarsi l’attenzione dei media e qualche forma di aiuto e assistenza, bisogna essere strani, fuori dalla norma, avere qualche deficit, diversità o stranezza di qualche tipo, bisogna appartenere a quelle che chiamo “categorie protette“: zingari, immigrati, neri, musulmani, gay, lesbiche, trans, carcerati, drogati, disagiati fisici e mentali, poveri e ultimi.

C’è uno stuolo di soggetti assistenziali e umanitari (finanziati spesso con fondi pubblici) che si occupano di loro: associazioni umanitarie, gruppi di volontari, enti, Onlus, Ogn, benefattori privati, filantropi, ONU, Unhcr, Unar, Coop, Consulte, Caritas, preti, vescovi e perfino il Papa. E tutto ciò che rientra in queste categorie finisce in prima pagina perché è un richiamo per la curiosità morbosa dei lettori. Ecco un recentissimo esempio di ieri sul Giornale (ma si vede anche di peggio): “Ho rischiato la vita per una infezione“. Se non vi sembra abbastanza schifosa guardate questa: “Gessica Notaro; la prima foto dopo l’aggressione“) Se volete vedere le foto cliccate sul link; qui non le inserisco perché, sinceramente, sono orribili.

Mi è venuto spontaneo inserire un commento su quell’articolo: “Sì, ci dispiace, ma non è il caso di sbattere l’immagine in prima pagina. Ormai siamo all’esaltazione dell’orrido, del ripugnante, dello splatter, delle deformazioni fisiche, di visi sfregiati dall’acido o da malattie, di aspiranti Miss senza braccia o gambe, di tutto ciò che crea ribrezzo e disgusto: fa spettacolo e richiama l’attenzione del pubblico. Questo almeno è ciò che credono gli addetti ai lavori dei media; quelli che soffrono di qualche forma di psicopatologia e farebbero bene a curarsi, invece che scrivere sui giornali.“.

Ormai l’informazione è indigesta; ci vuole uno stomaco molto forte per digerire certe notizie di cronaca quotidiana e certe immagini raccapriccianti.  Giornali e tg sembrano bollettini guerra e riviste per maniaci e amanti dell’orrido. Facciamo qualche esempio recente.

Sophia, la modella orgogliosa del suo “monociglio“. Eccola sotto (ci mancava solo il monociglio):

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Ed ecco altre notiziette edificanti, di quelle che ti infondono serenità, gioia di vivere, fiducia e speranza nel futuro:

Carbonia: allevatore cinquantenne abusa della madre di 80 anni.

Croazia: padre getta i 4 figli dal balcone.

Padre ammazza la figlia di 4 mesi perché piangeva durante la partita di calcio in TV.- 

Melanie, la modella calva e senza denti.

Melanie Gaydos

– Ricordate Conchita Wurst, la drag queen con la barba (a destra nella foto) che nel 2014 vinse il festival europeo della canzone?

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Ha avuto una crisi d’identità e ci ha ripensato. Ora si chiama Tom Neuwirth (ha la sessualità e il gender “fluttuante“, come diceva Paola Concia). Non sarà più Conchita Wurst, ma torna al vecchio look da uomo (si fa per dire – a sinistra nella foto). Oggi si usa così; ci si sveglia al mattino e, secondo i ghiribizzi del mattino, come si sceglie la cravatta o la giacca, si sceglie  anche il gender da indossare; si decide se fare il maschio, la femmina, il trans, la drag queen, il bisex, a piacere. Più sei “estroso” e più hai successo. Ecco perché nei vari salotti in Tv stazionano in permanenza vari personaggi stravaganti come Alfonso Signorini, Cecchi Paone, Platinette, Malgioglio, Luxuria; il fior fiore della cultura “estrosa” italica.

Conchita ridiventa Tom (per il momento, poi si vedrà)

E cosa ne dite di questo crocifisso “artistico” di Giuseppe Veneziano, con Cristo in costume leopardato e la scritta Lgbt al posto di Inri? No comment.

crocifisso_lgbt

Ci fermiamo qui, perché l’elenco delle zozzerie umane sarebbe troppo lungo e tutte finiscono in prima pagina.  Bastano queste notizie per capire a quale bombardamento di negatività siamo sottoposti ogni giorno. Queste  non sono notizie, sono spazzatura maleodorante, sono rifiuti indifferenziati; questa quotidiana rassegna di schifezze non è informazione, è merda. E tutti i giorni stampa e Tv ce ne forniscono a tonnellate, in abbondanza, su stampa, TV, internet. Ci forniscono un’immagine della società alterata e tossica, la peggiore possibile,  che nuoce gravemente al nostro già precario equilibrio psichico.

Vedi:

– “In aumento le malattie mentali a livello mondiale“)

Quoziente intellettivo in picchiata; specie umana sempre più stupida. (Appunto, ed io cosa dico da anni?)

.  Poi si sorprendono se la gente impazzisce, ammazza mogli e figli e butta dal balcone i neonati di pochi mesi. E per evitare di chiamare le cose col loro nome, ovvero di dire che la gente sta impazzendo, usano eufemismi e parlano di persone che agiscono in preda a “tempeste emotive“. Non siete solo impazziti, siete proprio completamente rincoglioniti.

Così, le uniche buone notizie, quelle che magari ci strappano un sorriso, sono quelle che riguardano gli animali e le loro prove di affetto per i padroni: “Senzatetto ricoverato; i cani lo aspettano per ore fuori dall’ospedale“. “Più conosco gli uomini, più amo i cani“, diceva Heinrich Heine.

cani aspettano padrone2

Meglio i cani, meglio…

 

Vedi: Miss bioniche e dintorni.

Caffè tra veleni e antidoti

Il caffè aiuta a prevenire il cancro: anzi no, forse lo causa. Per anni abbiamo letto notizie rassicuranti su uno dei riti più amati dagli italiani; la tazzina di caffè.  Ci hanno sempre detto che fa bene al cuore e che aiuta a prevenire cancro e tumori. Gli articoli sono  tanti che è impossibile citarli. Ma su questa pagina Google ce ne sono alcuni riportati dalle maggiori testate giornalistiche. Alcuni titoli a caso: “Rivincita del caffè; previene i tumori.“, “Tre tazzine di caffè proteggono dal cancro alla prostata.”, “Il caffè previene il cancro al colon.“, “Caffè previene tumore al cavo orale.”, “Caffè previene tumore della pelle.”, “Cinque caffè al giorno dimezzano rischio cancro al fegato.”, “Caffè riduce rischio tumore al seno.“. Basta e avanza. A quanto pare il caffè è la miglior prevenzione contro il cancro.  Dopo queste notizie è strano che nei reparti di oncologia, invece che fare la chemioterapia non distribuiscano ai pazienti bidoni di caffè a colazione, pranzo e cena, o facciano direttamente delle flebo al caffè. Poi succede che…

caffè cancroDue giorni fa arriva in prima pagina questo titolo: “Il caffè ora rischia; è una sostanza cancerogena.”. lo sostengono i soliti scienziati americani che hanno individuato nella “acrilammide“, una sostanza che si sviluppa durante la cottura ad alte temperature, una possibile causa scatenante di effetti cancerogeni. E se lo dicono gli scienziati americani bisogna credergli; no? Così ci rovinano uno dei pochi piaceri che ci sono rimasti nella vita. Il guaio è che non sappiamo se credere a questi ricercatori californiani, oppure a tutti quelli che, negli anni precedenti, hanno decantato i pregi del caffè e le sue particolari caratteristiche anticancro. Intanto continuiamo a berlo, poi i vedrà. Ma non è il solo caso di “contrordine compagni” che ci viene propinato dalla stampa, contribuendo a confonderci le idee già abbastanza confuse.

Sembra che si divertano a dare notizie contrastanti, un po’ per riempire le pagine, un po’ per accontentare gli sponsor che devono promuovere i loro prodotti e decantarne le virtù. Ricordate la telenovela sull’olio di palma? E’ dannoso, è innocuo, dipende dalla quantità? Ancora non c’è una risposta sicura. E così per tanti altri casi di prodotti di volta in volta esaltati, demonizzati, messi all’indice o fatti oggetto di grandi campagne promozionali per incentivarne l’uso.

aspirina sìAltro esempio, notizia riportata dall’ANSA: “Aspirina, riduce incidenza tumori fino al 50%; effetto forte su cancro stomaco, colon, esofago.“.”. Caspita, quasi quasi, in quanto a efficacia della prevenzione, fa concorrenza al caffè. E se lo dice l’ANSA dobbiamo crederci, mica è il Manuale delle Giovani marmotte. Ma sarà vero?, Non proprio, infatti, dopo poco tempo ecco un’altra notizia “Contrordine compagni…”.

aspirina uccideNon solo non previene il cancro, ma fa una strage: “Aspirina; uccide centinaia di persone l’anno.“. E questa volta a dirlo sono dei ricercatori inglesi del prestigioso St. George hospital di Londra, secondo i quali l’uso continuato dell’aspirina può provocare ictus e infarto. E mica saranno meno autorevoli dei colleghi californiani! Il problema, però, è decidere a chi bisogna credere. Oppure, per tagliare la testa al toro, invece che prendere una compressa intera, che potrebbe far bene o fare male, basta prenderne mezza. Così, se fa bene, il beneficio è minore, ma poco male. Se, invece, fa male,  il danno è dimezzato. Sembra una soluzione di buon senso; all’italiana. Insomma, l’informazione è double face, bisogna prenderla con le molle. Un giorno ti propone e consiglia un prodotto ed il giorno dopo te lo sconsiglia. Ti offre il veleno e, subito dopo, l’antidoto. E’ un’informazione tossica. E non finisce qui.

Ecco altri esempi di veleni e antidoti offerti addirittura dallo Stato. Fino a non molti anni  il gioco d’azzardo era vietato.

gioco azzardoPoi hanno abolito il reato ed hanno introdotto nuovi giochi, macchinette mangiasoldi, sale Bingo, Gratta e vinci, estrazioni lotto a tutte le ore ed anche la pubblicità del gioco d’azzardo è libera. Così, in rete, si sprecano gli annunci di casino e giochi on line per tutti i gusti (per invogliarti, anticipano addirittura un bonus per cominciare a giocare), ma al tempo stesso, anche se molto velocemente e quasi sottovoce, ti avvertono che “può creare dipendenza“, come la droga. Così la gente invogliata da questi annunci, comincia a giocare, diventa dipendente e spesso si rovina giocandosi lo stipendio, la pensione, i risparmi e perdendo tutto. Tanto che ormai si parla apertamente di dipendenza dal gioco d’azzardo e la ludopatia è considerata a tutti gli effetti una malattia.

E chi gestisce questa lucrosa attività? Lo Stato che, direttamente o indirettamente, incassa fior di euro da licenze, concessioni, imposte e balzelli vari.

Lo stesso che, però, ti avverte che il gioco può “creare dipendenza“.

Così ti dà il veleno del gioco, ma, subito dopo, ti offre l’antidoto e ti avverte che è pericoloso.

fumoLo stesso discorso vale per la lavorazione e vendita del tabacco, di cui lo Stato detiene il monopolio. Lavora, vende e incassa milioni di euro dalle sigarette, però poi sui pacchetti mostra immagini che dovrebbero scoraggiarti dal fumare e ti avverte che il fumo fa male. Uno Stato che  specula sulla vendita del tabacco, vende ogni giorno milioni di pacchetti di sigarette, però proibisce di farsi uno spinello. E se te li trova in tasca, ti sbatte in galera come spacciatore. Si può essere più ipocriti di così? Difficile.

Ecco, quando è lo Stato a fornire il veleno ai cittadini significa che questo mondo è marcio; senza possibilità di rimedio. Questi sono solo alcuni esempi di pericolose contraddizioni dell’informazione (e della politica) che non solo non è seria, ma è essa stessa un veleno che ci ammorba ogni giorno. E’ una forma di avvelenamento lento, ma costante e letale. E’ una forma di mitridatismo mediatico e culturale. Meglio non lasciarsi influenzare troppo da questa informazione subdola e pericolosa e godiamoci la nostra sacrosanta tazzina di caffè. Alla faccia dei ricercatori.

Linguaggio, cancro e battaglie vinte (o perse)

Diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”. Frase cult di tutti quelli che si occupano di comunicazione. E nella comunicazione è insito il pericolo dell’inganno (Le parole ci ingannano). L’inganno è subdolo perché non ce ne rendiamo conto. Quando il linguaggio, ed il sistema comunicativo in generale, diventa di dominio comune, perde un po’ del suo significato originario, dell’essenza concettuale e si trasforma in una espressione assiomatica, addomesticata dall’uso popolare, che diamo per vera e scontata ed usiamo senza più chiederci il vero significato di una parola, una frase, un’espressione idiomatica.

Così assimiliamo il linguaggio e le sue regole, senza chiederci se quel modo di esprimersi, quel termine, quella espressione, siano corretti ed esprimano il vero significato di ciò che vogliamo comunicare, oppure contengano una piccola o grande mistificazione, un inganno che travisa il senso del messaggio. Il linguaggio non è solo il mezzo per esprimere idee, sentimenti, sensazioni e comunicare informazioni e messaggi; è esso stesso informazione e messaggio. Allora forse bisognerebbe prestare più attenzione alla comunicazione nel suo complesso, sia al medium che al messaggio di McLuhan, perché l’inganno può essere duplice. Facciamo dei piccoli esempi.

Nel mondo della comunicazione è normale usare termini che sono propri di specifiche discipline, ma che, usate frequentemente anche al di fuori del loro contesto originario, diventano di uso comune. Un esempio ricorrente è quello dell’uso della parola “bagnasciuga” (termine prettamente navale, che indica quel tratto dello scafo che, secondo la pesantezza del carico, può trovarsi sopra o sotto il livello dell’acqua; bagnato o non bagnato), al posto di “battigia”, che indica il tratto della costa sul quale si infrangono le onde. E’ abitudine dei cronisti, specie di quelli sportivi, usare anche un linguaggio volutamente esagerato, iperbolico, per  esaltare ed ingigantire azioni di gioco o imprese individuali. E’ un linguaggio usato in prevalenza sulla stampa per richiamare l’attenzione e la curiosità dei lettori; ma poi lo stesso linguaggio, di estrazione militaresca, viene usato anche nelle cronache in radio e TV. Così se un attaccante tira in porta con particolare potenza, non basta dire che ha tirato, no, bisogna esagerare ed allora quel tiro diventa “una staffilata, una fucilata, una rasoiata, una cannonata, una bomba…”. Infatti il calciatore che segna più reti si chiama “bomber“.  In compenso, nel linguaggio non sportivo, per indicare un intervento particolarmente scorretto, brutale o aggressivo (in un dibattito, una contesa verbale, una polemica), si usa un termine calcistico “entrare a gamba tesa“. Ecco un classico esempio di mistificazione metaforica. E così siamo pari.

Lo stesso inganno avviene quando i politici, quelli che stanno distruggendo l’Italia, affermano di “lavorare per il bene del Paese”, frase che fa un uso opinabile, se non improprio, di due concetti: il termine “lavorare” che richiama alla mente le pesanti fatiche del lavoro fisico dei campi, delle fabbriche, delle miniere, e che riferito ai politici suona quasi sarcastico, ed il termine “bene del Paese” che lascia aperti tutti i dubbi e le interpretazioni possibili su cosa si intenda per “bene del Paese“.  Visti i risultati, viene spontaneo pensare che sarebbe meglio se lavorassero meno; farebbero meno danni. Stesso uso disinvolto del linguaggio lo si fa nel mondo dello spettacolo:  chiunque salga su un palco e si esibisca cantando, ballando, recitando, è sempre bravissimo, fantastico, eccezionale, meraviglioso, straordinario. Uno semplicemente bravo non esiste. Sono tutti bravissimi, “superlativi assoluti”, anche quando non fanno niente, basta la presenza.

Sembra di sentire Petrolini quando, nelle vesti di Nerone, arringava la folla inferocita che lo accusava di aver provocato l’incendio della  città. Per tacitare la protesta prometteva la ricostruzione assicurando che  “Roma rinascerà più bella e più superba che pria“, riscuotendo l’applauso della folla, evidentemente affascinata dalla parola “pria“; “quando il popolo sente le parole difficili, si affeziona”, dice. E visto che continuavano ad applaudire ogni volta che ripeteva la frase e perfino anche solo all’accenno della pronuncia della parola, concludeva: “Lo vedi, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo“. Appunto.

Così se un attore o un artista in passato ha avuto il suo momento di gloria, grazie ad un successo momentaneo, più o meno grande, quel successo se lo porta dietro tutta la vita, anche se poi non fa nient’altro di decente. La bravura si dà per acquisita e valida vita natural durante. Questo fatto è facilmente riscontrabile con le comparsate e ospitate televisive di personaggi dello sport o vecchie glorie dello spettacolo, i quali magari non fanno niente, nessuna esibizione, ma vengono osannati semplicemente per la presenza, perché sono ospiti per dieci minuti, dicono quattro fregnacce di circostanza, fanno i complimenti alla trasmissione ed ai conduttori, ringraziano e salutano il “pubblico meraviglioso”, incassano l’assegno e via.

Nel linguaggio giornalistico l’iperbole è il sale della comunicazione; lo spargono a piene mani  dappertutto. Qualunque avvenimento, anche quello più insignificante, viene sempre raccontato come qualcosa di straordinario. Ecco perché leggiamo spesso titoli come “L’Italia sotto choc…”, o “Tutti pazzi per…”, o ancora “La rete impazzisce per…”, o “La Francia piange le vittime dell’attentato…”, “Pubblico in delirio…”. Sono evidentissime esagerazioni: non tutta l’Italia è sotto choc, ovviamente, come non tutta la Francia piange (anzi, qualcuno ha esultato e festeggiato), e non è vero che tutta la rete è impazzita per un certo video (qualche migliaio di cretini che si esaltano per un video idiota non sono “tutta la rete”), ed il pubblico al massimo sarà molto contento e soddisfatto, ma non è mai “in delirio”, che è una grave forma di alterazione mentale, uno stato patologico.

Ma allora perché usano questo linguaggio? Lo fanno perché per attirare l’attenzione del pubblico bisogna urlare ed esaltare ciò che si vuole vendere. L’immagine simbolo è il mercante ciarlatano da fiera paesana che urlava per attirare l’attenzione dei villici e vendere le proprie cianfrusaglie, o lo strillone di una volta che, per vendere i quotidiani, andava in giro urlando le notizie più importanti della giornata. Ma oggi si usa lo stesso sistema. Gli strilloni hanno solo cambiato luogo di lavoro. Ora strillano in televisione per vendere materassi, pentole, vasche da bagno e diete miracolose che in breve tempo trasformano corpi flaccidi e grassi in modelle perfette come statue greche (quelle che copriamo per non urtare la sensibilità del presidente iraniano).  Bisogna urlare, esagerare, usare le iperboli più fantasiose per rendere il prodotto che si propone più interessante di quanto sia in realtà (qualunque esso sia; un video, una notizia di cronaca, un detersivo, un evento sportivo o un materasso; il principio è lo stesso) . E’ lo stesso principio del mercante o dell’oste che decantano la qualità di ciò che vendono: stessa strategia applicata ai mezzi di comunicazione.

Lo stesso inganno avviene anche quando si parla di argomenti che non dovrebbero essere soggetti a questi piccoli trucchi. Per esempio quando si parla di argomenti seri e gravi, come malattie o drammi personali. Eppure si usa lo stesso meccanismo. Lo usano i media, ma lo usa anche la gente comune, perché ormai ha acquisito lo stesso linguaggio usato dai media e, quindi, senza rendersene conto, perpetua l’inganno.

Quando si tratta di personaggi più o meno celebri che, per loro sfortuna si trovano ad affrontare un tumore, finiscono sempre in prima pagina, con tanto di foto, e dichiarano di combattere la loro battaglia perché non bisogna arrendersi e perché alla fine vinceranno (quando e se vincono).  Ne siamo felici per loro. Ne parlavo di recente (Tumori e pudori) e temo che, leggendo quel post, qualcuno possa aver pensare che sia stato insensibile, cinico o peggio, nei confronti di chi soffre. Ed ecco l’ultimo caso, proprio una settimana fa (Fausto, modello dopo la chemio “Ricomincio senza capelli“); un altro che “ha combattuto la sua battaglia” ed ha lottato contro la malattia, perché bisogna andare avanti, non lasciarsi abbattere, perché “ha voglia di vivere” (lui ha voglia di vivere, gli altri, invece, sono tutti aspiranti suicidi schifati dalla vita!).

E’ un modo di manipolare la realtà, di adattarla, trasformarla, mascherarla, mistificarla, adulterarla, con l’uso improprio, superficiale e disinvolto del linguaggio. La metafora prende il posto del significato reale. Realtà e rappresentazione diventano una cosa unica, così come per il medium ed il messaggio di McLuhan.  Anzi la vera realtà è la sua rappresentazione, quella raccontata dai media, stampa, televisione, internet. Se qualcosa non passa in TV viene il sospetto che non esista. E se riescono a confondere le idee parlando di argomenti seri e gravi come le malattie, figuriamoci cosa riescono a fare con argomenti frivoli. Dovremmo chiedercelo spesso, se vogliamo capire quale sia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione (Realtà e fiction).

Allora, per evitare equivoci e giudizi errati, forse è bene che mi spieghi meglio. Se tu hai un tumore, tutto quello che puoi fare è affidarti alle cure mediche, seguire la terapia, qualunque essa sia, e sperare che funzioni e che guarisca. E le malattie si affrontano in silenzio, con pudore e senza clamori mediatici. Punto. Tutto il corollario che ci si ricama intorno a base di “lotta contro la malattia… combattere la mia battaglia…non lasciarsi andare…voglia di vivere…etc…”, e immancabile foto della testa pelata, è solo un mucchio di stronzate inutili e senza senso che servono solo per imbastire un articolo e riempire le pagine. Ed è un modo di esprimersi assimilato, pari pari, dal linguaggio usato da quei rincoglioniti cronisti che per far passare come interessante la notizia del tumore al personaggio più o meno famoso (evitiamo di fare nomi per carità cristiana) devono ingigantirla e parlare di “battaglia vinta” contro la malattia.

Ed ecco, per tornare a quanto accennavo all’inizio, un altro esempio di uso improprio del linguaggio. Non c’è nessuna battaglia, come non c’è nessuna vittoria, non ci sono scontri epici e nemmeno duelli o giostre a cavallo, non c’è nemmeno un accenno di competizione. Una malattia non è una gara di atletica o un torneo di calcetto fra scapoli ed ammogliati, con vincitori e vinti. A meno che a qualcuno non venga in mente di stilare una graduatoria anche dei malati di tumore per vedere chi è più motivato, chi combatte meglio, chi ha più voglia di vivere, chi vince e chi perde, con i servizi “esclusivi” degli inviati nei vari reparti oncologici d’Italia, con tanto di classifica finale ed assegnazione al più combattivo, del premio per il vincitore: “La flebo d’oro“.

Non ci sono battaglie e non si vince niente, non è una lotteria. Se si guarisce è solo perché è  andata bene, contrariamente ad altri meno fortunati. Quindi bisogna ringraziare il cielo, tacere e godersi la vita, finché si è vivi. Quello che questi “terroristi” mediatici del linguaggio non capiscono (ma non lo capiscono perché sono cretini ed i cretini sono tali perché non sanno di esserlo), è che affermando che qualcuno “ha combattuto contro la malattia ed ha vinto la battaglia  perché non si è lasciato andare ed ha voglia di vivere…”, stanno dicendo, pari pari, che tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di guarire sono morti perché non sono stati bravi, non hanno lottato, non si sono impegnati abbastanza e non avevano voglia di vivere. Questo è il significato. Un po’ come si diceva a scuola per i ragazzi un po’ svogliati: è intelligente, ma non si applica. Per i malati di tumore è come se si dicesse che…è malato, ma non vuol guarire.

State dicendo questo? Che i morti di tumore sono morti perché non si sono “applicati” abbastanza? Steve Jobs, David Bowie o Virna Lisi (che, a causa di un tumore, se n’è andata nel giro di un mese), per fare i primi nomi che mi vengono in mente, sono morti di cancro perché non hanno lottato e non avevano voglia di vivere? E come loro tantissime persone sono morte, nonostante si siano sottoposte a tutte le cure possibili. Tutta gente che è morta perché non ha lottato e non aveva voglia di vivere? Sì, il significato delle vostre parole è proprio questo; anche se forse non ve ne rendete conto. Sono io cinico? No, siete voi rincoglioniti.

Tumori e pudori

La spettacolarizzazione della sofferenza sta diventando una moda. Una volta le malattie si sopportavano in silenzio con pudore e riservatezza, ora si devono rendere pubbliche, come qualcosa di cui andare fieri, da condividere. E di solito a farlo sono personaggi pubblici. Tempo fa lo ha fatto Emma Bonino, annunciando di avere un cancro al polmone (forse effetto del fumo passivo delle 100 sigarette al giorno di Marco Pannella) e invece che curarsi e sperare nella guarigione, come fanno tutti i malati di questo mondo, sente il bisogno di annunciarlo “Urbi et Orbi“, approfittandone per mostrarsi su tutti i media con le cuffiette colorate che nascondono la testa pelata e salire in cattedra per dispensare saggi consigli sui “sette alleati contro il cancro“.

Immagino che ora, grazie ai preziosissimi consigli della Bonino, l’oncologia farà passi da gigante. Pochi giorni fa è stata la volta di una giornalista della BBC, Victoria Derbyshire, che comunica al mondo di avere un tumore al seno, fa l’immancabile selfie d’ordinanza, “con coraggio” si mostra senza capelli, e dichiara di “combattere la sua battaglia contro il cancro“.

Oggi è la volta di un’altra donna, Carolyn Smith, coreografa, che annuncia di avere un tumore al seno e, per mostrare gli effetti della chemioterapia, fa il solito autoscatto insieme al marito e si mostra completamente calva. E anche lei parla di  lotta e promesse di vittoria: “Sto combattendo contro un nemico odioso che chiamo l’intruso. E’ un tumore maligno al seno che mi è stato diagnosticato due mesi fa. Lo sconfiggerò.”. Le auguriamo di cuore di guarire, così come lo auguriamo a tutte le persone malate, anche se  non fanno autoscatti, non rilasciano dichiarazioni, non annunciano battaglie, non parlano di coraggio, non compaiono in TV, non finiscono in prima pagina ; semplicemente si curano e sperano di guarire.

Ma oggi sembra che tutto debba diventare di pubblico dominio; gioie, dolori, sofferenza, malattia, morte. Tutto fa notizia e diventa pubblico. Tutti smaniano dalla voglia di mostrarsi e raccontare i fatti e fatterelli privati, decenti o indecenti. Apparire è diventato l’undicesimo comandamento di una società fondata sulla rappresentazione di se stessa. Non esiste più la realtà, esiste solo la sua rappresentazione mediatica. Se non appari non esisti.  Ecco perché stampa, TV e web, sono invasi da messaggi, informazioni e foto di ogni genere, del tutto inutili, ma che sono il pane quotidiano di questa umanità frastornata che ha perso il senso della realtà. E’ una battaglia quotidiana per guadagnare visibilità con scandali, provocazioni, nudi sempre più nudi, confessioni pubbliche di fatti privati, intimità e segreti più o meno pruriginosi. Sta diventando motivo di orgoglio e titolo di merito l’ostentazione pubblica dei vizi privati.

Ecco perché in una società in cui apparire diventa quasi un obbligo sociale, anche la malattia diventa un fatto pubblico, da mostrare, raccontare, usare come pretesto per affermare la propria presenza nel mondo, per partecipare al rito collettivo dell’esibizione pubblica del privato, per guadagnarsi quel quarto d’ora di celebrità che ipotizzava Andy Warhol. Anche quando, come il caso dei personaggi dello spettacolo, quel quarto d’ora di celebrità lo hanno già avuto in abbondanza. Non è il caso, quindi, di parlare di grandi battaglie o di prove di coraggio nel mostrarsi senza capelli e annunciare vittorie. Quando si ha un cancro, le “battaglie” personali non esistono, il coraggio non serve, c’è solo la malattia e la cura: o si guarisce o si crepa. Punto. E non per particolari meriti personali.

Ci sono migliaia di persone che ogni anno vengono colpite da tumori, si sottopongono a lunghe terapie, a controlli periodici che vanno avanti per anni, sopportano gravi complicazioni ed effetti collaterali, dei quali la perdita dei capelli è il minore dei danni, e spesso muoiono; coraggio o non coraggio. Ma non vanno in TV a raccontarlo per mostrarsi come delle eroine che “combattono una battaglia“. Quando anche il cancro diventa quasi uno status symbol da mostrare con orgoglio, significa che anche il pudore è morto: amen.

Solo e pensoso

Sembra l’inizio di un famoso sonetto del Petrarca “Solo e pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti...”. Invece è il titolo del solito box dedicato oggi dal Corriere al nuovo fenomeno italico, Matteo Renzi. Si vede che, dopo la serie di osannanti articoli dei giorni scorsi (Stampa di regime),  oggi i redattori addetti alla santificazione quotidiana del “Bomba” si sono svegliati con l’afflato poetico.

Si tratta di una serie di foto che lo ritraggono mentre va alla sede del PD a Roma. In realtà, come si vede nel servizio (vedi foto), non è né solo, né pensoso. Telefona, saluta i passanti, si mette in posa per la foto ricordo, entra in un negozio di camicie, saluta gli automobilisti. Insomma è esattamente quello che il Corriere vuol mostrare: un apprendista stregone…pardon, premier,  alla mano, umile, simpatico, democratico, senza scorta (“mi difende la gente“, dice) uno che si confonde con la gente comune, uno “de noantri“. Ma quanto è bravo Renzi. Ma quanto è democratico Renzi. Ma quanto è simpatico Renzi. Così facciamo la marketta quotidiana (anche al Corriere tengono famiglia). Ma non basta. Per esaltare ancor più l’immagine del giovane talento della politica nostrana il Corriere, ormai completamente votato alla causa del “lupetto” rignanese (già fra i boy scout aveva aspirazioni da leader; era il capo branco), pubblica anche un altro box in Home  riportando un fotomontaggio che compare sul NYT in cui il nostro Lupetto nazionale viene rappresentato nei panni del “Ragazzo con canestro di frutta” di Caravaggio. Insomma, il nostro “Bomba” è già un’opera d’arte. Per assegnargli il Nobel si stanno preparando. Chissà cosa si inventeranno domani, per fare la marketta del giorno, i solerti redattori del Corrierino dei lupetti. Non ci resta che aspettare a domani per scoprire le creazioni quotidiane della fervida mente dei cronisti di regime.

Ma lasciamo perdere le sciocchezze finto-cronaca e parliamo di cose serie: Papa Francesco. Solo due giorni fa, affacciato al balcone, ancora una volta, rivolgendo il pensiero agli scontri di Kiev, ha lanciato un appello alla pace. L’invito forse non è arrivato a destinazione, o si è smarrito lungo strada. Fatto è che a Kiev avantieri si contavano una ventina di morti, ma dopo l’appello del Papa, oggi i morti sono già un centinaio. L’ho già detto in passato e questa è l’ennesima conferma: non sarà che questi appelli del Papa alla pace portano sfiga e più auspica la pace e più morti ci sono? Certo che il dubbio resta.

Oggi, invece, ancora Papa Francesco ne ha detta un’altra, tanto per consolare i cristiani e ricordare che il Signore ci ama. E più ci ama, più mette alla prova la nostra fede con la sofferenza e le malattie. Più malattie ci arrivano, più è grande la vicinanza e la benevolenza del Signore. Ed i cristiani, che più soffrono e più gioiscono (vedi “Corvi e colombe“), si sentono tanto più amati quanto più devono sopportare malattie, guai, privazioni, dolore e tragedie. Contenti loro! Così oggi il Papa ha detto: “Il malato è un dono per la comunità” (ANSA).

Più malati ci sono e più il dono è grande. Così gli abitanti della “Terra dei fuochi“, che contano migliaia di malati e morti per tumore, devono sentirsi dei privilegiati: è un segno della benevolenza del Signore. Ed i camorristi che hanno avvelenato il territorio con i rifiuti tossici sono dei messaggeri del Signore, perché sono gli artefici,  i realizzatori del dono celeste. Se non ci fossero i camorristi non ci sarebbe  l’inquinamento, non ci sarebbero malati di cancro e, quindi, non  ci sarebbe il “dono” del Signore. Sì, le malattie sono un dono per la comunità. Più morti ci sono e più grande è il dono; lo dice il Papa. Per tutti i morti di cancro, dunque, ringraziate il Signore. E un po’ anche i camorristi…

Scimmie, serpenti e presidenti

Calderoli dice che quando vede il ministro Kyenge pensa ad un orango. E scatta immediatamente lo sdegno di Stato. Tutti a condannare il gravissimo insulto razzista del leghista Calderoli. In primo piano, ovviamente, lo sdegno del Presidente Napolitano che, come riferiscono “fonti del Quirinale“, è “colpito ed indignato“. Anche quando non interviene direttamente ci pensano le “fonti” a comunicare alla stampa ed al mondo il quotidiano pensiero presidenziale. Sembra che per i nostri commentatori italici la realtà sia vista non per quello che è, ma in funzione della reazione  del Presidente Napolitano. Qualunque sia la notizia, in prima pagina finisce sempre, come apertura, il commento di Napolitano.

L’uomo è misura di tutte le cose...” diceva il buon Protagora. Oggi modificherebbe il suo famoso detto in “Napolitano è la misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“. Sì, abbiamo un Presidente che funge da metro dell’universo, da geometra del cosmo, da giudice unico e supremo dello spazio-tempo.

Il dubbio, però, riguarda la frase di Calderoli. Non possiamo fare a meno, infatti, di ricordare quanti insulti ed epiteti di ogni genere siano stati indirizzati a Berlusconi. Ci vorrebbe un intero libro per elencarli tutti. Da psiconano a mafioso, da criminale a pedofilo, da “serpente a sonagli” (Di Pietro) a “cancro” (Vendola).

Allora il dubbio è questo. Perché dire che la Kyenge ricorda una scimmia è un gravissimo insulto razzista e scatena la reazione indignata e bipartisan di tutti i partiti e delle alte cariche dello Stato, e dire che Berlusconi è un serpente a sonagli non è un insulto e nessuno si indigna? Presidente Napolitano, lei che ha l’indignazione facile, ci spiega la differenza?

Perché se Borghezio dice che la nomina della signora congolese come ministro dell’integrazione  è stata una scelta “del cazzo“, l’affermazione è gravissima e Borghezio viene espulso dal suo gruppo al Parlamento europeo e se Vendola dice che Berlusconi è un “cancro della politica” è semplice dialettica e nessuno si indigna? Presidente Napolitano ci spiega la differenza?

Perché Sabina Guzzanti, quella che è convinta di far satira e di essere simpatica e divertente (la gente ha strane convinzioni) sul palco in piazza Navona, qualche anno fa,  disse che Mara Carfagna era diventata ministro perché “succhiava l’uccello a Berlusconi” e nessuno si indignò (nemmeno il Presidente), anzi applaudirono? (Guarda il video). Perché paragonare la Kyenge ad una scimmia è un gravissimo insulto razzista e dire che la Carfagna fa i pomp… i servizietti alla Monica Lewinsky  è satira? Presidente, ce lo spiega?

Perché dare della scimmia a qualcuno è un insulto e dare del serpente è un complimento? Perché dire che la nomina di Kyenge ministro è stata una scelta sbagliata è un insulto razzista e dire che Berlusconi è un cancro è una semplice battuta, un’opinione? Avere tratti scimmieschi è una sensazione devastante, mentre avere un cancro è una piacevole sensazione? I serpenti a sonagli sono molto più carini, simpatici, miti e mansueti delle scimmie? Preferire i serpenti alle scimmie non è una ingiustificata discriminazione nei confronti delle povere scimmie? E le pari opportunità e l’uguaglianza, concetti così cari alla sinistra buonista? Un altro illustre esponente del socialismo europeo, l’ex premier spagnolo Zapatero, riteneva che le scimmie ci somiglino tanto che voleva addirittura estendere ai primati il riconoscimento dei diritti umani (vedi “Zapatero e le scimmie“). E allora perché essere paragonati alle scimmie è un insulto?  Anzi, da buoni socialisti lo si dovrebbe considerare un onore. Ma allora, Presidente, da buon ex/post comunista, perché si indigna? Ce lo spiega?

Già, il nostro Presidente ha l’indignazione facile. Ma deve essere una caratteristica acquisita di recente. In passato era meno suscettibile a queste indignazioni. Per esempio non si indignò quando, da europarlamentare,  dei cronisti della televisione tedesca gli chiesero spiegazioni sui rimborsi di viaggio. La questione passò sotto silenzio. Nessuno dei solertissimi giornalisti d’inchiesta nostrani, da Santoro a Gabanelli, da Annunziata a Iacona, da Ruotolo a Travaglio, se ne occuparono. Strano, vero? Vedi sotto…

Non si indignò neppure quando, in pieno processo “Mani pulite” sui finanziamenti illeciti ai partiti, Bettino Craxi  lo tirava in ballo a proposito dei lauti finanziamenti che il PCI riceveva da Mosca e di cui Napolitano non poteva non essere a conoscenza. Vedi sotto…

In Italia abbiamo l’indignazione elastica, a tempo, col timer. Si attiva o si spegne secondo i luoghi e personaggi. Non c’è una regola fissa. Ci si indigna o meno secondo le circostanze; dipende. Ora, per tornare a Calderoli, bisogna riconoscere che ha sbagliato. E giustamente provoca l’indignazione generale, dal Presidente super indignato speciale a tutte le altre anime belle del Bel Paese. Io stesso mi sento indignato, non avrei mai pensato di paragonare la Kyenge ad una scimmia per una ragione semplicissima; le scimmie mi sono simpatiche, tanto che ne ho scelta una, nelle vesti di Amleto, come avatar.