Siamo sul baratro, quasi…

Ricominciano gli allarmi mediatici che ci ricordano che “l’Italia è sul baratro“. Sentiamo questa profezia funesta da decenni, tanto che ormai ci siamo abituati e non ci fa più paura. O forse siamo sempre sul bordo del baratro, ma non cadiamo, aspettiamo che qualcuno ci dia una spintarella per finirci dentro. Insomma, non siamo proprio sul baratro; ci siamo quasi (non spingete). Anche nella recente manifestazione del PD a Roma hanno ripetuto l’allarmi (da che pulpito!). Stranamente, però, negli ultimi anni di governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, il baratro era scomparso. Non se ne sentiva più parlare. Ricompare di colpo appena la sinistra perde il potere ad al governo vanno gli avversari. Curioso, vero?E la stampa fa da eco alle Cassandre ed ai  vari menagrami politici, intellettuali, liberi pensatori, opinionisti,  Saviano (che fa categoria a parte). E se non bastassero i gufi di casa nostra, ci  si mette pure la Germania, sempre pronta a controllarci i compiti e darci buoni consigli: “L’Italia è un paese sul baratro“.

baratro

Siccome il ritornello è sempre lo stesso da anni, tanto vale vedere cosa scrivevo 5 anni fa su questo tema nel post “Priorità” (maggio 2013), visto che la situazione non è cambiata.

Priorità

“Siamo sull’orlo del baratro“, dicono in coro i commentatori; imprenditori, sindacati, politici. E’ un ritornello che, purtroppo, sentiamo da anni. Accusavano Berlusconi di essere responsabile della crisi, del calo della borsa e della crescita impazzita dello spread. Di Pietro in Parlamento lo definì “Criminale” indicandolo come responsabile unico della crisi. Fatto fuori Berlusconi è arrivato il tecnico Monti, a capo di un governo di “esperti” che avrebbero dovuto risolvere tutti i problemi. E siccome la situazione non migliorava di molto si dovette riconoscere che la crisi aveva radici complesse, riguardava tutto l’Occidente e non era in relazione con il governo Berlusconi (lo dissero diversi osservatori politici e lo stesso Monti). Tanto è vero che, dopo più di un anno, i vari commentatori continuavano a dire che “Siamo sull’orlo del baratro“.

Chiuso ingloriosamente il capitolo del tecnico Monti (egli stesso riconobbe che le misure adottate non solo non ebbero efficacia per risolvere la crisi, ma addirittura aggravarono la recessione), le elezioni ci hanno regalato un Parlamento bloccato, in stallo. Che fine hanno fatto ed a cosa sono servite le lunghe consultazioni di Bersani che, non essendo in grado di formare un governo, giusto per prendere tempo, ha ascoltato tutte le “parti sociali“, compresi i boy scout e le Giovani marmotte? A niente, solo fumo. A cosa è servita, subito dopo, la nomina da parte di Napolitano, di un comitato di “saggi” che dovevano individuare i punti più importanti da affrontare con urgenza? A niente, solo fumo. Ma Napolitano disse che, comunque, il loro lavoro sarebbe stato utilissimo per chi fosse andato al governo. Vi risulta che Letta ne abbia preso visione o lo abbia preso come spunto per le urgenze da affrontare? Per niente. L’unica cosa urgente è stata una gita con ritiro spirituale in una ex abbazia “per fare spogliatoio“. Ed il lavoro dei saggi a cosa è servito? A niente, solo fumo. I nostri politici ormai comunicano come i pellerossa americani, con “segnali di fumo“.

Così ancora oggi, a tre mesi dalle elezioni, con un nuovo governo di larghe intese e dopo un ritiro bucolico in un pensatoio a 5 stelle, forse lo spogliatoio è migliorato, ma nessuno ha la più pallida idea di come affrontare la crisi e si continua a prendere tempo, sperando in un intervento divino, trincerandosi dietro dichiarazioni generiche sulla necessità di rilanciare l’economia. Siamo sempre “sull’orlo del baratro“. Lo ha ribadito pochi giorni fa anche Squinzi all’assemblea di Confindustria. Anche il premier Letta, presente ai lavori, si è associato all’analisi pessimista degli imprenditori, senza riuscire a formulare uno straccio di proposta reale, concreta e fattibile per affrontare la crisi. Forse dovrà convocare di nuovo l’intera compagine governativa e portarli di nuovo in ritiro spirituale nell’antica abbazia per migliorare ancora lo “spogliatoio“. Chissà che, complice l’atmosfera monastica, qualcuno non abbia le visioni mistiche e trovi una buona idea. Oppure decida di abbandonare la politica e rinchiudersi a vita in monastero (questa sì che sarebbe un’ottima idea).

Ed in questa situazione tragica di cui ancora non si vede la fine, cosa fa il governo? Quali sono le priorità? Eccone una proposta dall’on. Boldrini, quella che andò a portare il proprio sostegno ai parenti delle tre persone suicidatesi a Civitanova Marche per la disperazione causata da problemi economici e scoprì che non pensava che in Italia ci fossero quei livelli di povertà (!) Comprendiamo, era troppo impegnata, come portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, ad occuparsi degli immigrati. Non aveva tempo per occuparsi degli italiani. Ecco la proposta…

La gente continua a suicidarsi per la disperazione e la Boldrini pensa alle leggi contro l’omofobia. Siamo sull’orlo del baratro e questi pensano all’omofobia, alla cittadinanza agli stranieri, a dare la casa agli zingari ed alle unioni gay. I sinistri non si smentiscono mai. Anche in Francia, che non se la passa meglio dell’Italia, mentre la gente chiede interventi sul lavoro, il socialista Hollande che fa? Nonostante le proteste di piazza, fa una bella legge per garantire il matrimonio fra omosessuali. Risultato? Pochi giorni fa lo scrittore e storico Venner, quasi ottantenne, si è suicidato a Notre Dame per protesta contro le unioni gay. Intanto continuano le proteste ed i cortei contro la legge. Ma Hollande non sente ragioni. La volontà popolare e le proteste di piazza hanno valore solo quando sono organizzate dalla sinistra. Altrimenti non contano. Evidentemente, anche per Hollande “le nozze gay sono una priorità“.

Un altro esempio della fantasia socialista l’abbiamo avuto in Spagna con il governo del socialista Zapatero, quello che invece di preoccuparsi di problemi seri (la crisi spagnola, grazie alle scelte scellerate dei socialisti stava portando la Spagna ad una situazione simile alla Grecia), pensava a tutelare i gay, i trans (è una loro fissazione) e proponeva di estendere i “diritti umani” ai primati. (La Spagna ed il pene superfluo Zapatero e le scimmie La Spagna si masturbaEl gobierno sombra)

Questa gente ha in mente una strana idea di società che stentiamo a riconoscere (Mamme, babbi e bebè). E stanno facendo di tutto per stravolgere secoli e secoli di usi, costumi, tradizioni, cultura, tutto ciò su cui è fondata la civiltà occidentale. Vagheggiano una società multietnica, multiculturale, priva di identità nazionale, priva di valori e riferimenti precisi, una specie di grande blob in movimento che tutto assorbe, omologa, metabolizza e trasforma in maleodoranti escrementi; una specie di ammucchiata generale in cui tutti i ghiribizzi sessuali diventano “diritti umani” e l’unico riferimento sarà una morale da suburra.

Ora abbiamo capito quali sono le priorità del governo: gay, lesbiche, trans, zingari e immigrati. Dovremo abituarci e cominciare a modificare i nostri principi etici ed i criteri estetici. Vietato criticare gay, trans, zingari, neri e assimilati. Puoi dire che Berlusconi è mafioso, criminale, serpente a sonagli, cancro della politica. Tutto è concesso; è libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Ma con una riserva, la libertà di espressione è sospesa se si riferisce alle “categorie protette“; omosessuali, neri, trans, immigrati e zingari. Così tu, allo stadio, puoi urlare tutti gli insulti possibili a calciatori ed arbitro. Ma se fai “Buuu…” a Balotelli è razzismo, la società paga una multa e chi fa Buuu rischia la galera. Non puoi nemmeno dire semplicemente che Balotelli non ti è simpatico, che i neri non ti piacciono perché esteticamente preferisci i caratteri somatici europei, che forse gli immigrati stanno creando qualche problema di sicurezza e che bisognerebbe limitare e regolamentare il flusso di migrazione, che preferisci le relazioni normali a quelle gay e che Luxuria non è propriamente una bellezza; sarebbe razzismo, xenofobia, omofobia, transfobia, sarebbe un reato.

Questo è ciò che stanno proponendo. Queste sono le loro “priorità“. Questo è il loro ideale di società civile. Questo è il messaggio culturale che stanno diffondendo da molto tempo attraverso i media, l’arte, il cinema, lo spettacolo, la canzone, la letteratura, la televisione. Non è un caso che al festival del cinema di Cannes abbia vinto un film, “La vita d’Adele“, che racconta una storia di amore lesbo. Stanno imponendo questi canoni etici ed estetici come valori normali, come esemplari modelli da imitare ed apprezzare.

Guai ad esprimere giudizi poco simpatici o, peggio ancora, dire che non vi piacciono Vendola, Aldo Busi, Malgioglio o Cecchi Paone. Sarebbe reato di omofobia, si rischia una multa salata o, addirittura, la galera. Alla faccia dell’art. 21. La gente si suicida per la disperazione causata dalla crisi economica, dal fallimento delle aziende e dalla mancanza di lavoro e la Boldrini pensa all’omofobia. Complimenti!

Scimmie_Blog

 

 

 

Grillocrazia e la sciolta politica

La democrazia secondo Beppe. A Genova si tengono le primarie del Movimento 5 stelle. Vince una donna, Marika Cassimatis. Ma a Beppe Grillo, padre padrone del Movimento, la sua vittoria non piace. Così annulla tutto col pretesto che Cassimatis ed altri componenti della sua lista, avrebbero “danneggiato l’immagine del M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e gli altri iscritti.”. Tanto basta per annullare tutto e proporre un altro nome ed un’altra lista semplicemente rivolgendosi agli iscritti e chiedendo la fiducia: “Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me.”, dice. Ormai il mondo va avanti sulla fiducia. Renzi ha governato per 3 anni col “voto di fiducia”. Obama, appena eletto, ricevette il premio Nobel per la pace; sulla fiducia, come incoraggiamento. Così anche Grillo annulla il voto degli iscritti e decide lui chi deve essere eletto; sulla fiducia.

Questo è la democrazia rivista e corretta ad uso e consumo di un comico che ha deciso di occuparsi di politica, fondando un movimento che gestisce secondo criteri di democrazia che trovano riscontro solo a Cuba e nella Corea del Nord. Ed i sudditi possono solo obbedire e rispettare le rigide regole interne; altrimenti rischiamo l’espulsione, come è già avvenuto per diversi casi di militanti M5S (vedi il sindaco di Parma Pizzarotti). Per questi dilettanti allo sbaraglio guidati da un comico in disarmo la democrazia interna ha questo significato: adeguarsi alla volontà di Grillo. Tanto è vero che probabilmente nel loro vocabolario il termine “democrazia” scomparirà e verrà sostituito con  “Grillocrazia“. La cosa assurda, e che dovrebbe creare qualche preoccupazione, è che, secondo gli ultimi sondaggi, dopo il calo del PD a seguito della scissione di Bersani & C. il M5S, nonostante il suo strano concetto della democrazia, è il primo partito in Italia.  Significa che la gente li segue e li preferisce agli schieramenti tradizionali. Ma non perché gli italiani abbiano fiducia nelle loro capacità, nei programmi, nei principi e l’ideologia (ammesso che ne abbiano una e sappiano quale sia). Nemmeno perché convinti dai risultati spesso disastrosi (vedi la Raggi a Roma) delle loro amministrazioni. Li sostengono perché esasperati da una classe politica inetta, corrotta, incapace e funesta come una calamità naturale o le piaghe bibliche che da decenni sta portando l’Italia alla rovina economica, politica, morale e sociale.

E così, dopo decenni di cambi della guardia, di partiti che nascono, muoiono e risorgono, si sfasciano, si moltiplicano dividendosi come le cellule, dopo l’alternanza di governi di destra e sinistra e tutti con esiti disastrosi, la gente non sa più a che santo votarsi. E per disperazione è disposta a dare fiducia perfino a Grillo ed al suo Movimento di ragazzini che hanno scambiato la politica per un talent show (infatti votano in rete; scelgono i candidati, i vincitori e quelli “nominati“, come fosse un televoto stile Grande fratello). Ma questo talent, dove per essere eletti alle primarie bastano i voti del condominio (Monza, primarie M5S: Doride Falduto eletta con 20 voti), invece che in TV si svolge sul Blog del padre padrone. Si fa tutto in casa; si votano, si eleggono, si sospendono, si sanzionano,  se la suonano e se la cantano. L’importante è rispettare la volontà del capo branco: il Grillo parlante. Eppure, nonostante abbiano uno strano concetto della democrazia,  sono il primo partito e la gente li sostiene; non per i loro meriti, ma per i demeriti degli altri, non perché siano migliori degli  altri politici, ma perché gli altri sono inqualificabili. Quindi sono visti come fossero l’ultima spiaggia, l’ultima ancora di salvezza, l’ultima speranza. In alternativa resta solo Lourdes e i miracoli.

Come volevasi dimostrare.

I partiti in Italia continuano a dividersi, anche quando sono a livelli di consenso minimi. A forza di dividersi restano in quattro gatti, ma si dividono: due gatti da una parte, due gatti dall’altra.

Ecco l’ultima della giornata: “Si scioglie Nuovo centrodestra; Alfano fonda Alternativa popolare“. Dite la verità, questa vi mancava, vero? Sì, sentivamo proprio la mancanza di un altro partito. E così il Nuovo centrodestra si scioglie. Ancora non si era nemmeno ben capito perché questo Nuovo centrodestra fosse nato, cosa fosse e cosa volesse (oltre alle poltrone), e già è finito e ne fonda un altro fresco di giornata. Oggi anche i partiti hanno la data di scadenza, come lo yogurt e le mozzarelle. Dopo lo scioglimento del Popolo delle libertà, fu tutto uno sciogli sciogli generale: tutti i “cani sciolti“, non soddisfatti della prima “sciolta”, continuarono a sciogliersi. Il primo a sciogliersi fu Gianfranco Fini. Poi si sono sciolti Meloni e La Russa. Poi, dopo la rottura del patto del Nazareno, desiderosi di sostenere Renzi per mantenere le poltrone, si sono sciolti Alfano, Bondi, Lupi, Verdini e l’allegra compagnia delle sciolte. Poi Schifani e Quagliarella si sciolgono da Alfano. Parisi si scioglie da Forza Italia per creare il “Megawatt” e “illuminare il sud”. Ed ora Alfano, ormai esperto di sciolte, si ri-scioglie e si inventa “Alternativa popolare” al posto del Nuovo centrodestra.  Cosa cambia non si sa. Forse ce lo spiegherà alla prossima sciolta.

Intanto anche a sinistra Bersani, Orlando, Emiliano si sciolgono dal Pd. Poi Emiliano prende gusto alla sciolta e nel giro di una notte ci ripensa, si scioglie da  Bersani e Orlando e resta nel PD. L’ex sindaco di Milano Pisapia, giusto per ricordare che è ancora vivo, visto che non ha un partito, né seguaci, ma volendo partecipare allo scioglimento generale, si scioglie da solo. Boldrini si scioglie da Vendola e va al “Misto” (non come “Fritto”, ma come gruppo parlamentare), Vendola si scioglie da Sel per accudire e cambiare i pannolini al pupo, e Sel si scioglie perché non c’è più nessuno da sciogliere. E’ tutta una sciolta generale. Questa classe politica ha la “sciolta” facile. Da noi la sciolta si chiama cagarella. Infatti, la si si riconosce dalla puzza; come la politica.

Questa specie di aforisma è una mia vecchia battuta che ripeto spesso, quando parlo di questa classe politica inqualificabile e si adatta benissimo a questo post: “I partiti politici, per adeguarsi ai tempi e mostrarsi progressisti, ogni tanto fingono di rinnovarsi. Cambiano nome, stemma, bandiere, inni, segretari, pur di mantenere poltrone e potere. Per sopravvivere periodicamente cambiano pelle: come i serpenti!”. Appunto, come i serpenti. Amen.

Natale con gli ultimi

Meno male che anche questo Natale è passato. Aveva ragione Brecht: “Grazie a Dio, tutto passa presto, anche l’amore e persino l’affanno. Dove sono le lacrime di ieri sera? Dov’è la neve dello scorso anno?”. (Da “La canzone di Nanna“). Già, tutto passa, anche il Natale.

Non ne potevo più di questa bontà che esonda, tracima, deborda, straripa da tutti i media, un gigantesco e micidiale blob di melassa retorica buonista così mielosa e sdolcinata che si rischia il diabete. E’ vero, a Natale siamo tutti più buoni; o quasi. Siamo così buoni che trasudiamo bontà da tuti i pori. La bontà è così prorompente che ci esce dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, ma soprattutto dalla bocca; perché è a parole che siamo particolarmente buoni. Con i fatti forse lasciamo un po’ a desiderare, ma a parole siamo tutti santi, o quasi; diciamo apprendisti beati.

E questa bontà la si vede dappertutto, negli addobbi delle strade, degli alberelli, i presepi, i bambini che cantano canzoncine di Natale e ricevono regali, imbecilli vestiti da Babbo Natale che spuntano ad ogni angolo di strada ed in tutti i mercati, mercatini e centri commerciali. E la televisione ci mostra un mondo che di colpo sembra uscito dalle favole, con casette di marzapane, elfi, fatine e animali parlanti, dove tutti sono buoni e vivono a lungo felici e contenti. Il mondo diventa un grande parco divertimenti in stile Disneyland, con sottofondo permanente di musichette natalizie ed un personaggio di bianco vestito che fa da gran cerimoniere del mondo delle favole: il Papa.

Lo vediamo a reti unificate mentre ripete il suo ritornello preferito: la vicinanza ai poveri, ai diseredati, agli emarginati; in una parola, agli ultimi. Ecco la parola magica; gli ultimi. Glielo sentiamo ripetere ogni giorno, in qualunque occasione, ma specialmente per Natale diventa una parola d’ordine. Così tutti si adeguano, preti e fedeli. Si visitano ospizi e ospedali, si portano doni ai barboni di strada e allestiscono mense speciali per il pranzo di Natale con i poveri. Tutta questa improvvisa attenzione nei riguardi degli poveri, degli ultimi è anche encomiabile, finché non diventa eccessiva e rischia di sembrare falsa. Non voglio dire che si debba prestare attenzione anche ai primi, ai ricchi, ai fortunati, alle persone di successo; non ne hanno bisogno. Ma a quelli che non sono primi, né ricchi, ma neppure ultimi e poveri, quelli che stanno a metà classifica e che a malapena vivacchiano, almeno uno sguardo ed un pensiero ogni tanto glielo vogliamo dare? Invece niente, nessuno li pensa. Sembra che il mondo sia composto esclusivamente di poveri buoni e ricchi cattivissimi. In mezzo non c’è niente. Tanto che sentendosi ignorati, anche quelli di metà classifica finiranno per sentirsi emarginati. E così, finalmente, qualcuno se ne occuperà.

Stranamente, però, fra i diseredati, gli emarginati, gli ultimi dimenticano qualcuno. Anche gli ultimi non sono tutti uguali. Per esempio, quasi in tutte le città per Natale si allestiscono mense per i poveri. Ma avete mai sentito che si allestisca una mensa per i cretini? No, vero? Eppure, a pensarci bene, la categoria più emarginata è proprio quella dei cretini. Non li pensa e non li vuole nessuno.

I poveri invece sono ricercati perché stare con i poveri è di moda, è politicamente corretto. Fanno a gara le autorità religiose e politiche per fare il pranzo con i poveri; si acquisisce punteggio per il premio “Bontà”. Lo fa il Papa, lo fa Boldrini, lo fa Virginia Raggi, sindaco di Roma, che va al pranzo dei poveri a Santa Maria in Trastevere.

Natale: S. Egidio, 800 persone a pranzo poveri a Roma

Stare con i poveri è motivo di onore ed orgoglio. Ma i cretini non li vuole nessuno. Eppure sono in tanti, molti, troppi. “La mamma dei cretini è sempre incinta”, si usa dire, con il massimo disprezzo e con l’invito a starne alla larga; come e peggio degli appestati. La categoria più maltrattata, emarginata e vessata è proprio quella dei cretini.

Eppure nemmeno i Radicali, sempre pronti a tutelare i criminali, li difendono. Neppure i sindacati e le associazioni umanitarie  li aiutano. Nemmeno qualche organismo dell’ONU. Gli assassini sì, i cretini no. Avete mai sentito qualcuno che si fa vanto di stare con i cretini, di andare a mangiare con loro, di assisterli, difenderli, tutelarmi, portargli conforto sostegno umano? Esiste un pranzo di Natale dei cretini? No, Esiste una mensa dei poveri, ma una mensa dei cretini non esiste. Strano, vero? I poveri mangiano alla Caritas, i panda li tutela il WWF, gli ultimi hanno l’attenzione particolare del Signore, ma ai cretini niente, né una parola buona, neanche una fetta di panettone, e nemmeno un panino con salame.

E nemmeno il Papa, che pure ha parole di conforto per tutti, ha mai detto una sola parola per i cretini. Non vengono citati nemmeno nel Vangelo, dove tutti trovano una parola buona ed il perdono, compresi  ladri e prostitute. Tutti, ma non i cretini. Non c’è una parabola che li riguardi. Dimenticati anche dal Signore.  Evidentemente non sono abbastanza “ultimi“. Oppure non sono figli di Dio? C’è qualche passo del Vangelo in cui si dice “Ama il prossimo tuo come te stesso; eccetto i cretini“? No. Allora è chiaro che anche il Papa fa figli e figliastri e tutti gli uomini sono figli di Dio eccetto i cretini. Più ultimi di così non si può; sono fuori classifica.

Così anche il vescovo di Ales, in Sardegna alla periferia dell’impero, per non essere da meno si adegua al coro ed alla moda “ultimista” e per Natale va a fare un giro pastorale fra gli “ultimi”: “Vescovo di Ales, Natale fra gli ultimi“. Visita un centro sanitario per l’assistenza ai disabili ad Ales, un ospedale a San Gavino per incontrare i malati, e la colonia penale di Is Arenas ad Arbus. Ma qualcuno ha avvisato questi malati e carcerati che sono “ultimi“?  Ed hanno qualche speranza di risalire la classifica? Cambieranno allenatore? Ma poi, cosa succede quando ricevono il conforto della parola del Signore? Gli scontano la pena? Scompaiono i dolori? Gli cambiano il pappagallo o il catetere? Cosa succede? E poi, siamo sicuri che questa gente trovi davvero conforto da queste visite pastorali? Mi ricorda quelli che si vestono da pagliacci e vanno negli ospedali a portare conforto, dicono, e far ridere i malati per tenerli su di morale. Ho sempre pensato che se fossi in un letto d’ospedale ed arrivasse un imbecille con una palla rossa sul naso, il volto dipinto e vestito da clown, per farmi ridere, gli lancerei addosso il pappagallo con tutto il contenuto.

Sarebbe interessante sapere se, dopo queste visite, ci siano state delle guarigioni miracolose nell’ospedale o se i detenuti della colonia penale si siano convertiti ed abbiano promesso che, appena usciti dalla colonia penale, si rinchiuderanno in un convento di carmelitani scalzi per espiare i peccati. Qualcuno dovrebbe spiegarci, prima o poi, quale sia l’effetto reale di queste visite e discorsi di circostanza delle autorità religiose e politiche. Cosa significa portare una parola di conforto? Ci sono parole speciali che confortano ed alleviano le pene, e si possono usare all’occorrenza come una compressa o una supposta? Si trovano sul vocabolario, oppure solo in testi segreti? Se esistono queste parole miracolose che guariscono le malattie, si vendono in farmacia o in libreria? E’ una domanda che mi pongo da sempre e temo che resterà senza risposta. L’importante, però, è stare vicini agli ultimi, anche se e quando gli ultimi preferirebbero restare da soli.

Penso, per esempio, alla visita di Mattarella ai terremotati per portare la “vicinanza” dello Stato e, ovviamente, una parola di conforto (Mattarella visita Amatrice). Ma voi avete presente la faccia di Mattarella?

mattarella jpg

Ha un’espressione così abbacchiata, triste, da funerale, che viene spontaneo fargli le condoglianze perché pensate che gli sia successa una disgrazia recente. Ed uno con quella faccia va a sollevare il morale dei terremotati?  Mi sa che sono i terremotati a confortarlo, dargli una pacca sulla spalla e sussurrargli “Coraggio Presidente, non si abbatta, riuscirà a superare questo momento difficile.”.

Ma così va il mondo. Ed oggi per chi ricopra più o meno alte cariche pubbliche o religiose l’imperativo categorico è stare con gli ultimi, portare conforto e vicinanza ai poveri ed alle vittime di cataclismi e disgrazie varie. Quindi, se anche voi volete adeguarvi e sentirvi in linea col pensiero corrente, trovatevi un “ultimo” da tenere vicino e coccolare. Se non avete qualche “ultimo” a portata di mano, nelle vicinanze, chiedete all’ufficio “Natale con gli ultimi, Onlus” che, su richiesta,  fornisce poveri, diseredati, emarginati e ultimi (tutti garantiti con bollino, certificato e marchio C€) , per cerimonie, pranzi, cene e foto di gruppo.  Se fossero momentaneamente sprovvisti, a causa della grande richiesta, non vi resta che una soluzione. Andate in un ufficio o sportello pubblico dove la gente è in fila, o in una sala d’attesa affollata, chiedete “Chi è l’ultimo?”. Appena lo  individuate, accostatevi e stategli vicino il più possibile. Meglio ancora seguite il vostro “ultimo” fino a casa. Più è lunga la “vicinanza agli ultimi” e più è meritoria.

Ecco perché oggi è quasi un obbligo stare vicino ai poveri ed agli ultimi; è diventato un segno distintivo, uno status simbol. Così si fa a gara ad assistere barboni, zingari, immigrati e derelitti vari, purché siano “ultimi” Doc e certificati (meglio se puzzano. Più puzzano e più la vicinanza è meritoria). Ma il massimo è ospitarne uno a pranzo, al posto d’onore. Poi si fanno le foto e si appendono alle pareti del salotto in ricordo dell’evento, o si mettono insieme alle foto del matrimonio, dei battesimi e cresime dei bambini e dei compleanni della nonna. Fanno parte integrante dell’album di famiglia, sono cari ricordi, documenti e testimonianze da tramandare a figli e nipoti, tesori di famiglia di cui andare fieri e mostrare orgogliosamente ad amici e parenti. Gli ultimi e i poveri, specie in occasione di importanti festività, sono così ricercati che, a quanto pare, in certe località in cui scarseggiano, i pochi poveri che hanno se li giocano, fanno una specie di tombolata e vengono estratti a sorte i fortunati che potranno ospitarli a pranzo. Del resto è giusto che godano di tanta attenzione, perché, come dice il Signore “Gli ultimi saranno i primi”.

Anche i Radicali, come loro consuetudine, per Natale, Pasqua e feste comandate, invece che passarle in famiglia, vanno in carcere a portare conforto, solidarietà e sostegno morale ai detenuti. Curiosi questi Radicali. Il loro pensiero fisso è quello di tutelare i delinquenti: non è un’offesa, se non fossero delinquenti non sarebbero in carcere. Mai una volta che vadano a portare conforto anche alle vittime dei delinquenti, truffatori, criminali, assassini, alle persone che subiscono furti, rapine, violenza sessuale, anziani massacrati e spesso ammazzati barbaramente dentro casa per rubare pochi euro. Non succede mai: si vede che le vittime dei criminali non sono abbastanza “ultimi”.

Certo che è uno strano Paese quello in cui, più che dare sostegno alle vittime, ci si preoccupa di aiutare i carnefici. Così succede che esiste un’associazione come “Nessuno tocchi Caino” che tutela e difende criminali e terroristi, ma non esiste un’associazione “Nessuno tocchi Abele”; come sarebbe logico, visto che ad essere “toccato a morte” è stato Abele e non Caino. Anzi, per come vanno le cose e ragionano certi intellettualoidi sinistri di casa nostra, poco ci manca che accusino Abele di aver provocato Caino e, quindi, di essere la causa, il responsabile morale del fratricidio. Non è una battuta; certi ragionamenti che si sentono fare oggi (e certe sentenze) seguono proprio questa strana logica tutta sinistra.

Eppure tutto questo eccessivo ed ostentato sfoggio di buoni sentimenti diventa quasi fastidioso, irritante. E appare falso, ipocrita, una forzatura, come una nota stonata, qualcosa fuori posto, avulso dalla realtà, artefatto, una bontà taroccata, costruita per l’occasione, da consumare nello spazio di una festività. Poi, come dice il vecchio adagio “Passata la festa, gabbato lo santo”, si smontano alberelli e presepi e si torna alla normalità.

Da domani cambia già lo scenario. Basta con la vicinanza agli ultimi, basta pranzi con i poveri, si sparecchiano le modeste tavolate con piatti di plastica e tovaglioli di carta e si imbandiscono ricche tavolate con porcellane, cristalli e argenteria; e via con i preparativi del gran botto di fine anno, con feste in piazza, concerti, spumante, luci, fumi, musica ed effetti speciali, spettacoli pirotecnici, cenoni pantagruelici, abbuffate proletarie in squallide trattorie di borgata, Capodanni aziendali fantozziani, e raffinati banchetti in palazzi aristocratici.

E la cronaca, abbandonati gli “ultimi” tornerà ad occuparsi dei primi e di quelli di mezza classifica con servizi quotidiani su mala sanità, corruzione, beghe politiche, tangenti, immigrati, terrorismo, Sanremo, sesso droga e rock’n roll, violenza assortita a tutte le ore, morti ammazzati, TG come bollettini di guerra, immagini splatter, mostri in prima pagina, scoop gossipari su chi scopa con chi, fiction e reality, commissari cani, squadre speciali e “Signor giudice, Montalbano sono“.

E la bontà col timer la lasciamo al Papa, ai preti di periferia ed a quelle sempre più rare vecchiette che continuano ad andare in chiesa per inerzia, perché lo hanno sempre fatto, e per assicurarsi il paradiso. Ma resta il dubbio che questa sceneggiata buonista sia solo un paravento per nascondere le brutture della realtà e mettere a tacere la coscienza sporca. Ed evitiamo di entrare nel merito della morale, dei riti e della liturgia che non sempre hanno giustificazione nel Vangelo.

Non entriamo nemmeno nel merito delle magagne della Chiesa, perché si aprirebbe un baratro di abominio, tra cardinali che vivono da nababbi, speculazioni finanziarie di banche Vaticane, preti che cantano Bella ciao alla messa di Natale (vedi “El gallo rojo“) ed altri che sul pulpito leggono L’Unità invece che il Vangelo. Dovremmo parlare di preti che a Potenza fanno un Presepe islamico con un San Giuseppe vestito come Totò in Un turco napoletanoed una Madonna in burqa sotto una tenda beduina con una bandiera arcobaleno al posto della Stella cometa ed il motto papale che invita all’accoglienza degli immigrati; oppure di preti di strada che fanno le barricate coi No global, preti che hanno la stanza del sesso nella canonica dove fanno prostituire l’amante, ed altri che abitualmente si sollazzano sessualmente con donne e ragazzini.

Costoro non sono certo “ultimi”. Anzi sono già ben piazzati in classifica. Forse, mentre il Papa è distratto perché intento ad occuparsi degli ultimi, i primi, non sentendosi osservati, ne combinano di cotte e di crude. Ecco perché dicevo che, forse, ogni tanto bisognerebbe dare uno sguardo non solo agli ultimi, ma anche a quelli di metà classifica. Così, tanto per evitare sorprese.

Vedi

El gallo rojo

Preti, Vangelo e Concita

Non c’è più religione

Santi in paradiso

Aboliamo la ricchezza

Come eliminare la povertà

Ricchezza e oscenità

I cristiani sono buoni

Ultimi e penultimi

Gli ultimi saranno i primi

Caro Papa ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Ama il prossimo tuo

Servire i servi

Papa: acqua e fogne per tutti

Santi in paradiso

Beati i poveri, hanno un’altra santa: Madre Teresa di Calcutta. Un’ altra santa dei poveri, dei deboli, degli ultimi. dei malati. Massimo rispetto per la sua storia, la sua attività e la sua fede.  Certo, però, che i poveri saranno poveri, ma c’è un sacco di gente che si occupa di loro. Non passa giorno che il Papa  non parli dei poveri e lanci appelli al mondo perché li aiuti, li accolga e li sostenga. Nascono come funghi associazioni umanitarie che raccolgono fondi per i poveri del terzo mondo; sono tante che fra un po’ ci saranno più sigle umanitarie che poveri. L’ONU ed i governi del mondo da decenni stanziano miliardi di dollari per aiutare i paesi poveri. I nostri governanti, Boldrini in testa, accogliendo in pieno l’invito del Papa, dicono che dobbiamo pensare ai poveri, ai deboli, agli ultimi, ai migranti. Perfino i santi, quando li fanno santi, sono santi dei poveri. Non c’è e non si è mai sentito di un santo dei ricchi. E’ chiaro che per avere l’attenzione, l’aiuto ed il sostegno del mondo, bisogna essere brutti, sporchi e cattivi, poveri, malati, ultimi in tutte le classifiche e pure sfigati. Altrimenti nessuno ti pensa.

I ricchi, quelli che sono primi,  belli, sani, forti e fortunati,  non vengono neanche presi in considerazione; sono fuori gara. Ma anche quelli che non sono ricchi, ma solo benestanti, reddito fisso e ferie pagate, quelli di metà classifica, e pure quelli non del tutto nullatenenti, appena al di sopra della soglia di povertà, quelli con una salute così così, passabile, quelli non li pensa nessuno, non hanno né un santo, né un beato, nemmeno un apprendista santo o un beato in lista d’attesa. Niente, per avere dei santi in paradiso bisogna essere ultimi in tutte le graduatorie possibili, compresa quella degli alloggi popolari e delle mense Caritas, di salute precaria, più si è malaticci e meglio è, e così poveri che i piccioni vi portano le briciole di pane. Allora vi pensano tutti: il Papa, Boldrini, l’Onu, la FAO, e pure il WWF che considera i poveri come elemento tipico della fauna terrestre e quindi li protegge, come i panda.

I ricchi niente. Poveri ricchi. Non solo, dice il vangelo, i ricchi non entreranno in Paradiso, ma non hanno nemmeno un santo che li protegga, né in vita, né dopo morti. Poverini, che sfigati. Ecco cosa li frega; non sono poveri, sono solo poverini. Eppure, quando qualcuno, come suol dirsi, ha “santi in paradiso” non è mai un poveraccio, uno sfigato, uno in fondo alla classifica. No, è sempre uno che ha successo, fortuna, che se la cava sempre anche in situazioni difficili, uno ricco, un magnate, un banchiere, un “signur”. Ma allora vuol dire che i santi stanno con i ricchi, non con i poveri. Altrimenti farebbero di tutto per aiutare i poveri a migliorare la loro condizione; una bella vincita alla lotteria, fargli trovare un tesoro nascosto, ricevere un’eredità miliardaria dallo zio d’America. Insomma, se sono santi il sistema lo trovano. Se invece i “santi in paradiso” continuano ad aiutare i fortunati, i ricchi, vuol dire che la storia che i santi siano sempre dalla parte dei poveri è un trucco, un inganno; magari  per non pagare le tasse e avere l’esenzione sui ticket sanitari sulla Terra ed avere un sussidio celeste o il reddito di cittadinanza in Paradiso.

Eppure la gente ci crede e quando la Chiesa celebra un nuovo santo, accorrono tutti in Piazza San Pietro per partecipare  all’evento. Renato Farina dice che più di centomila persone  che, per testimoniare la loro fede, affrontano sacrifici e disagi, sono “persone diverse“, speciali: “Madre Teresa, la gigante più forte della povertà” (e dagli con la povertà). Certo, quelli che sono rimasti per 5 ore in piazza, sotto il sole, senz’acqua, in spazi angusti, sottoposti a mille controlli per motivi di sicurezza, sono persone “diverse”. Come sono diverse tutte quelle persone che ogni domenica si accalcano in piazza, con o senza beatificazioni in corso, aspettando che il Papa si affacci, reciti il suo pistolotto domenicale e benedica la folla. Poi il Papa rientra nelle sue stanze, la gente torna a casa felice e contenta, con la medaglietta benedetta, qualche foto ed il souvenir col Cupolone,  e tutto procede come prima. Ma la gente partecipa con lo stato d’animo di chi si aspetta che ogni volta che il Papa si affaccia alla finestra stia per succedere un miracolo; talvolta, invece succede questo “Papa, colombe e presagi funesti“.

Poi i miracoli non avvengono, ma la gente continua ad andare in piazza, sotto il sole o la pioggia, e credere che la malvagità umana, le guerre, le malattie, le persecuzioni (ed anche i terremoti), si possano fermare con una preghiera, un sorriso, con l’amore per il prossimo, la fratellanza universale e porgendo l’altra guancia. Basta che il Papa auspichi la pace, garantisca la propria vicinanza alle vittime di tragedie, guerre e calamità naturali, o assicuri una preghiera per loro, e la gente è soddisfatta, si commuove ed è convinta che basti a risolvere i problemi. Ci sono persone che ci credono davvero e, come dice Farina, sono persone “diverse”. Appunto, sono diverse, non sono normali.

Ed infine questo amore sviscerato per i poveri e la povertà, ostentato come segno di santità, sinceramente ha stancato. Si accredita l’idea che i poveri siano tutti buoni ed i ricchi tutti cattivi: è falso, ma l’opinione corrente è quella. La solidarietà, la carità, l’aiuto verso i bisognosi sono opere meritorie, ma sono scelte personali. I principi morali non si possono imporre. Né si può imporre la solidarietà per legge, come sta succedendo con l’aiuto ai migranti; peggio ancora se diventa “beneficienza di Stato” contro la volontà dei cittadini. Così è l’amore per il prossimo, per gli ultimi, per i poveri e la povertà: fino ad un certo punto è comprensibile e lodevole; oltre un certo limite diventa patologico.

Un giornalista inglese, Christopher Hitchens, nel 1994 realizzò un documentario piuttosto critico nei confronti di Madre Teresa e della sua attività. Scriveva che la suora più che amare i poveri amava la povertà in sé: “Lodava la povertà, la malattia e la sofferenza come doni dall’alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia.”. Ecco, c’è gente che è innamorata della povertà. Papa Bergoglio ne è un esempio lampante. Se poi alla povertà si aggiunge anche qualche malattia grave, ancora meglio. Così questa visione della vita, e della fede, si diffonde e qualcuno si convince davvero che le malattie, la povertà, il dolore, le mutilazioni, la sofferenza, le malformazioni e tutte le disgrazie che possono capitare ad un essere umano, sono dei “doni del cielo” da accettare con gioia; anzi si dovrebbe ringraziare il Signore perché il metterci alla prova con la sofferenza è un segno del suo amore per l’uomo. Chi lo pensa dovrebbe farsi ricoverare d’urgenza; c’è un limite a tutto. Quella non è santità, è idiozia.

Vedi

Aboliamo la ricchezza

Come eliminare la povertà

Ricchezza e oscenità

I cristiani sono buoni

Ultimi e penultimi

Gli ultimi saranno i primi

Caro Papa ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Ama il prossimo tuo

Servire i servi

Papa: acqua e fogne per tutti

 

Ponti, muri e fasce tricolori

Il Presidente Mattarella, intervenendo al Meeting di Rimini di CL, a proposito di immigrazione, dice che non sarà un cartello “Vietato l’ingresso” che li fermerà.  Dice che “Non faremo barriere, ma ponti“. Insomma, bisogna accogliere tutti a braccia aperte, tanto mica se li porta a casa sua. Sembra di sentire esattamente le parole di Papa Bergoglio; un altro che fa accoglienza e beneficenza con i soldi degli altri. Forse hanno lo stesso ghostwriter che gli scrive i discorsi. O forse, visti i tempi di crisi, per risparmiare lo hanno preso in comproprietà, al mattino scrive in Vaticano, la sera al Qurinale, o viceversa. O magari, visto che i concetti sono sempre quelli, lo stesso discorso se lo  passano in fotocopia al Vaticano, al Quirinale, a Montecitorio, alle redazioni di stampa e telegiornali (e per competenza, alle coop, la Caritas, la Kyenge, l’Unhcr, l’ONU, Al Jazeera e gli scafisti libici).

Certi personaggi, apparentemente del tutto normali, perfino banali e mediocri, quando si ritrovano ad occupare posti di potere subiscono una trasformazione improvvisa e sono convinti che avere addosso una fascia tricolore li autorizzi a pensare di avere la verità in tasca, di poter decidere in nome e per conto del popolo e, soprattutto, di interpretare il pensiero comune. E più sono in alto, più ne sono convinti. Caro Presidente, visto che sono gli italiani a subire le conseguenze e pagare le spese dell’accoglienza, lasci che siano gli italiani a decidere se costruire muri o ponti, o se accogliere o meno gli invasori sotto forma di migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo o ad altro titolo; e non il Presidente della Repubblica, quello della Camera, l’abusivo di Palazzo Chigi o il sindaco di Lampedusa. L’Italia non è di Mattarella, di Renzi, della Boldrini, della Kyenge, o delle belle statuine al governo. L’Italia è degli italiani, anche se lo si dimentica troppo facilmente. E se è vero che siamo una Repubblica ed il potere appartiene al popolo, si chieda al popolo come intende regolarsi. Si dovrebbe prendere esempio dalla Svizzera: quando si devono assumere decisioni importanti di particolare interesse nazionale si tiene un referendum. La nostra Costituzione non lo prevede? Si cambia la Costituzione. E se non lo si può fare con un referendum, almeno si tenga conto del sentire comune, della volontà popolare. Se il Presidente della Repubblica rappresenta la nazione deve tener conto dell’opinione dei cittadini, e non impartire lezioncine moraleggianti non richieste e, soprattutto, imporre con arroganza una politica di accoglienza incontrollata “contro” la volontà degli italiani.

E’ curioso come certe persone, prima quasi sconosciute, quando assumono importanti incarichi pubblici, con o senza fascia (specie se si tratta di Colli romani; uno a caso), come per miracolo, da un giorno all’altro diventino depositari di tutta la saggezza del mondo: un’enciclopedia vivente di tutto lo scibile umano. Ed in virtù di tale saggezza, comincino a pontificare ex cattedra in ogni occasione possibile. Succede a chi di colpo si ritrova a ricoprire alte cariche politiche, civili o religiose. D’improvviso li vediamo ovunque ci sia una cerimonia, una commemorazione, una corona da posare su un monumento, un nastro da tagliare. Ed in ogni occasione devono tenere il loro discorsetto di circostanza (sempre scritto dal ghostwriter di fiducia) in cui dispensano perle di saggezza.

Scopriamo così che personaggi come Mattarella, Renzi, Boldrini, Grasso, presidenti di Regioni, segretari ed esponenti di partito, e giù fino all’ultimo sindaco della penisola (ai quali si aggiungono saltuariamente esponenti vari della politica, del sindacato, dell’imprenditoria, della cultura e perfino comici e cantanti, anche senza fascia d’ordinanza), hanno sempre la risposta pronta per tutte le domande, la soluzione per tutti i problemi, la sentenza giusta per ogni controversia, il consiglio giusto per ogni difficoltà, la scelta migliore per ogni momento storico. Ma allora, se c’è tanta gente che ha la soluzione per tutti i problemi d’Italia, com’è che siamo sempre più nella merda? Dov’erano questi sapientoni fino a ieri? Per decenni abbiamo avuto fra noi questi geni, tuttologi, queste fonti perenni di sapienza, da far invidia a Budda, Confucio, Zaratustra ed ai sette saggi dell’antichità, e nessuno lo sapeva, finché non gli hanno messo addosso una fascia tricolore. Meno male che li abbiamo scoperti in tempo. Pensate che fortuna. Comincio a pensare che quelle fasce abbiano un potere speciale, miracoloso, come le bacchetta magica di Merlino; ma solo a chiacchiere.

Terrorismo e immigrazione

Quando accadono tragedie come quella di oggi (attentati, scontri violenti, ribellioni nelle periferie, aggressioni e violenze sulle donne come quelle avvenute a Colonia), oltre ai primi resoconti fatti da stampa e TV e le prime dichiarazioni di circostanza delle autorità, le prime riflessioni a scattare sono quelle di chi teme che queste violenze possano incrementare l’odio verso gli immigrati e alimentare xenofobia e razzismo. La cronaca è cronaca, nuda e cruda, e ci racconta di 34 morti ed un centinaio di feriti: “Bombe in aeroporto e metro. Isis attacca Bruxelles“.  Le dichiarazioni delle autorità sono talmente scontate e inutili che sarebbe  meglio tacere e sorvolare. Ma non possiamo evitarle perché riempiono stampa e televisione.

Oggi l’ex lupetto boy scout Renzi, dopo una riunione urgente del Cdm, ha riferito in diretta TV, che non è il caso di dividersi o di fare sciacallaggio, è il momento di essere tutti uniti (ogni volta che si sente sotto attacco, si appella all’unità nazionale, così pensa di evitare le critiche dell’opposizione) per combattere il terrorismo e che l’Europa deve avere una strategia comune. Poi ha detto di voler parlare ai nonni che hanno lottato contro il nazismo (quello ci sta sempre bene), poi ha detto di voler parlare ai padri che hanno superato gli anni di piombo e le Brigate rosse (per evitare di chiamarle per nome, invece che Brigate rosse, ha parlato genericamente di “brigatismo”), ed infine parla a quelli della sua generazione. E cosa propone? Impegno, interventi nelle periferie dove portare non solo strutture per accogliere i migranti, ma anche maestri e progetti culturali.  Solo così, dice, si può creare una nuova generazione di immigrati che siano perfettamente integrati e così si combatte la formazione del terrorismo.  Chiude con Viva il Belgio, Viva l’Europa e Viva l’Italia. E via, il discorsetto l’abbiamo fatto, ora siamo tutti tranquilli. Questo ragazzo non è scemo, come sembra. E’ molto peggio, è convinto che siano scemi gli italiani e si bevano tutte le sue cazzate. Infatti non dice mai niente di concreto, pratico, attuabile, mai una soluzione al problema, solo parole e concetti generici e vaghi. Non dice niente, ma lo dice bene e convinto.

Ma non è il solo. La Boldrini lo segue a ruota ed in quanto a dichiarazioni fuori di testa non è seconda a nessuno. Appena pochi giorni fa ha detto che in Italia abbiamo pochi immigrati e che dovremmo accoglierne almeno altri 400.000. E vai, qualcuno offre di più? Ora cosa vai a dire ad una così. Niente, semplicemente che “dice cazzate“. Esattamente quello che ha detto Daniela Santanché pochi giorni fa intervistata a Radio 24, dove ha criticato la Boldrini per i suoi interventi e dichiarazioni non sempre in linea con il suo ruolo istituzionale. “Secondo te parla troppo la Boldrini?”, le chiede l’intervistatore. “Non è che parla troppo, dice cazzate, parla a sproposito.”, risponde Santanchè.  Ma guai a dirlo, in rete già c’era un box, con l’audio dell’intervista,  che titolava “Santanché insulta la Boldrini“. Già, perché non è la Boldrini che insulta gli italiani con le sue cazzate; l’insulto è farle notare che dice cazzate.  E’ la strana logica sinistra. Se hai la tessera PD la capisci, altrimenti no.

Oggi in Romania, davanti all’assemblea plenaria dei deputati, ha rilanciato la proposta di far entrare la Romania nell’area Schengen. Ora un’osservazione bisogna farla. La Boldrini è Presidente della Camera e, come tale, il suo compito istituzionale è quello di convocare e presiedere l’Assemblea, stabilire l’ordine dei lavori e garantire che si svolgano nel pieno rispetto delle norme. Punto. Pochi giorni fa è stata prima a Scampia, poi allo Zen di Palermo, per verificare la presenza in quei quartieri di strutture sociali. Oggi è in Romania per proporre il suo ingresso in area Schengen. I piani urbanistici delle periferie di Napoli e Palermo rientrano fra le competenze del presidente della Camera? No. E l’ingresso o meno della Romania in area Schengen è competenza della Boldrini? No. Allora cosa c’entrano col suo mandato e le sue competenze queste visite ufficiali? Nulla; ma questa gente, appena ha qualche incarico lo sfrutta al massimo, anche andando spesso e volentieri oltre le proprie competenze, per avere visibilità, coltivare la propria immagine, aggiungere nomi illustri alle sue relazioni, ed intrattenere rapporti internazionali che fanno sempre comodo. Ecco perché è sempre in giro per il mondo (ricordate i suoi viaggi in America?) e non manca di intervenire ogni giorno su tutti i temi possibili (in questo degna allieva di Napolitano), specie sull’immigrazione. Ma guai a ricordarle di non andare oltre i limiti delle competenze; sarebbe un insulto.

Ora, bisognerebbe ricordare alla nostra Boldrini in trasferta che i romeni, Schengen o non Schengen, già da parecchio scorrazzano per l’Europa.  In Italia sono già più di un milione perché, contrariamente ad altri paesi europei che al momento dell’ingresso della Romania nell’Unione europea (ma non nell’area Schengen), hanno mantenuto delle clausole di riserva sul libero transito, frenando gli ingressi, noi, grazie al lungimirante Prodi, non abbiamo attuato nessuna riserva, col risultato che, già nel giro di un anno, un milione di romeni si sono riversati come cavallette sul nostro territorio. E non erano proprio il fior fiore della cultura, dell’arte e della scienza romena; anzi. Sarà un caso, ma la maggior parte dei furti in case, appartamenti e villette, come riportano le cronache degli ultimi anni, sono opera di bande di ladri romeni specializzati proprio in furti in appartamenti. E nei casi di omicidio stradale (non azzardiamo numeri, ma la percentuale è molto alta), si tratta molto spesso di stranieri (quasi sempre romeni o rom) ubriachi o drogati, spesso entrambe le cose in combinazione risparmio. Un caso? E lei va in Romania a sostenere la libera circolazione? Bene, vada per la Romania in area Schengen. Ma poi chiediamo la Boldini in area Romania (e che ci resti), Bergoglio in Argentina, e Renzi a Rignano; insomma, a quel paese.

Invece la Mogherini, alto Commissario europeo per gli affari esteri, era in visita ufficiale ad Amman e, appena ha saputo della tragedia di Bruxelles, in lacrime ha detto “E’ un giorno molto triste per l’Europa“. Questo è tutto, basta il pensiero, andiamo oltre, linea alla regia, pubblicità. Anche il giorno che la Mogherini è stata nominata responsabile della politica estera europea è stato “un giorno molto triste“. Non abbiamo pianto, ma ci siamo toccati le palle. Invece monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, è più loquace e azzarda anche una soluzione: “Questa guerra si argina soltanto con l’integrazione“. Ecco, basta integrarsi. Peccato che i terroristi di Bruxelles, e prima ancora quelli di Parigi, e quelli che ancora verranno (perché siamo appena all’inizio), non abbiano capito questo particolare, o forse non hanno una particolare predisposizione ad integrarsi.  Pochi giorni fa il cardinale Bagnasco ha accusato i media di alimentare ansie e paure, a proposito dell’immigrazione, e di fare un’informazione ideologica, mentre si tratta di un fenomeno che “porta con sé un contributo di ricchezza per tutto il Paese e, quindi, un reciproco vantaggio.”. Già, la solita litania che i migranti sono “preziose risorse“. Lo dice anche la Kyenge. Del resto l’esempio viene dall’alto, dal Papa, che un giorno sì e l’altro pure non manca di ricordare che non bisogna erigere muri, ma ponti, che bisogna accogliere tutti, buoni e cattivi, che sono tutti fratelli, e che “E’ in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è per forza un male.”. Chiaro? Ci invadono, ci massacrano, ci terrorizzano, ci mettono le bombe sotto il culo, ma il Papa dice che non è un male; anzi fa molto bene alla salute.

Ora bisognerebbe chiedere alla Santanchè, come hanno fatto a proposito della Boldrini: “Il Papa parla troppo?”. E non ci sarebbe niente di strano nel  sentirsi rispondere “Non è che parla troppo, dice cazzate.”. Ma anche questo, ovvio, sarebbe considerato un grave insulto. Già perché il Papa può dire cazzate, ma se glielo fai notare è un insulto, anzi vilipendio.

Bene, dicevo all’inizio che i primi a farsi sentire sono quelli che temono che questi attentati possano incrinare l’atteggiamento di favore nei confronti degli immigrati. E corrono subito ai ripari, rilasciando dichiarazioni che invitano a non generalizzare, e soprattutto non identificare il terrorismo con gli immigrati. Tanto per cominciare precisano subito che i terroristi non sono stranieri, ma sono cittadini francesi o belgi, già di seconda o terza generazione. E già questo, a loro giudizio, chiuderebbe il discorso dell’equiparazione immigrati-terrorismo, perché non sono “immigrati”, ma sono cittadini europei. Ovviamente fanno i finti tonti, fingono di non sapere, oppure pensano che i tonti siano gli altri. Già, perché saranno anche di seconda o terza generazione, ma sempre figli di immigrati sono. E se i padri erano immigrati è da lì che bisogna partire, perché quello è il problema, quella è la radice della questione immigrazione e del fallimento dell’integrazione. Se i figli di immigrati si sentono esclusi, discriminati, emarginati, non integrati nella società, e per reazione covano odio verso l’occidente e diventano terroristi o scatenano guerriglie urbane nelle banlieue, l’origine del problema è sempre nell’immigrazione dei padri. Quindi dire che sono cittadini europei è una scusa che non regge, ma loro ci provano sempre. Come quando, parlando degli stranieri che delinquono, si accenna ai rom che rubano, scippano e praticano l’accattonaggio anche usando i bambini. C’è sempre il solito difensore d’ufficio che pensa di fare chissà quale rivelazione dicendo che molti rom non sono stranieri, sono italiani. Saranno pure italiani, ma sempre zingari sono, anzi rom, e  molti di loro delinquono. E per chi viene derubato, che il rom sia italiano o straniero non fa alcuna differenza. Chiaro?

Ecco, quindi, l’immancabile articolo di Giovanni Maria Bellu sulla Home Tiscali. Sembra che dorma, assente, ma il nostro attento osservatore si sveglia ogni volta che un fatto tragico, un atto di violenza, un attentato, compiuto da immigrati, può gettare una luce poco simpatica sul fenomeno dell’immigrazione. E trova sempre qualche spunto per rimescolare le carte, guardare il fatto sotto una luce diversa e, soprattutto, fare di tutto per evitare che la gente accomuni l’immigrazione con il pericolo di terrorismo o l’aumento della violenza e della criminalità. La sua visione del problema è sempre dalla parte dei migranti. Chissà perché. E lo sa fare bene. Qualche tempo fa, giocando con i numeri ed usandoli in maniera fantasiosa, annunciò come uno scoop che gli immigrati delinquono meno degli italiani; cosa che anche un bambino darebbe per scontato, visto che gli italiani sono 60 milioni e gli stranieri sono circa 6 milioni. Ma se consideriamo la percentuale di delinquenti fra italiani e stranieri, i numeri dicono un’altra verità; i delinquenti sono una minima parte degli italiani, ma un’alta percentuale fra gli stranieri. Del resto, se un terzo dei detenuti in carcere sono stranieri, ci sarà una ragione, o no?  Leggete questo articolo del 30 ottobre 2014 per capire di cosa sto parlando e quale sia l’affidabilità e l’onestà deontologica di Bellu e come riesca a manipolare i dati a suo uso e consumo (ma non è il solo, è una pratica molto diffusa da quelle parti): “Gli immigrati commettono meno reati degli italiani, un dossier demolisce i luoghi comuni xenofobi.”.  

E sembrava pure convinto. Del resto, è quasi un suo preciso dovere,  non per niente è presidente dell’associazione Carta di Roma, nata nel 2011 “per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008“.  Avete capito bene? Ordine dei giornalisti e sindacato della stampa, hanno fondato l’associazione per attuare i principi deontologici che stabiliscono come trattare il problema dell’immigrazione. Tutto quello che leggiamo sulla stampa nazionale in relazione all’immigrazione ed ai problemi collegati, viene scritto e pubblicato attenendosi a questo protocollo, stabilito dalla Carta di Roma di cui è presidente Bellu. Chiaro? Per avere un’idea dell’aria che tira nell’associazione basta vedere che, oltre ai fondatori (Ordine giornalisti e sindacato stampa) ne fanno parte le seguenti associazioni: “Arci, Acli, Amnesty Internazional Italia, Cospe, Lunaria, Cestim, A buon diritto, Asgi, Federazione chiese evangeliche italiana, Centro Astalli, Redattore Sociale, Associazione 21 luglio, Articolo 21, Il Pettirosso. Sono invitati permanenti: l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)”. Praticamente sembra un’associazione a tutela dei migranti. Non c’è una sola associazione che rappresenti e tuteli i diritti dei cittadini italiani. Nessuno che si occupi e si preoccupi  dei gravi problemi causati dal flusso migratorio incontrollato e che possono generare attriti e conflitti sociali, squilibri economici, oneri insostenibili a carico dello Stato o problemi di sicurezza pubblica. Tutti si preoccupano degli immigrati, nessuno degli italiani. Buffo, vero?

E non è detto che questo “protocollo” non condizioni pesantemente l’intera informazione in Italia. E se anche lo facesse noi dovremmo apprenderlo dai media. Ma non lo sapremmo mai perché la stampa, ovviamente, non rivelerebbe mai le proprie colpe e magagne. Noi sappiamo solo ciò che vogliono che si sappia. E non è una battuta. Forse per questo la stampa nazionale appare omologata ad un pensiero unico dominante, quello che solitamente uso definire di sinistra. Ma forse adesso alla luce del “protocollo” di Roma appare chiaro che questa omologazione non è casuale e non è molto diversa dal pensiero unico della sinistra. Lo stesso Bellu viene dall’Unità dove è stato anche condirettore; sarà un caso?  Ma per fare un esempio pratico basta ricordare che Giorgia Meloni lo scorso anno ricevette una specie di censura in merito ad un’affermazione proprio sulla necessità di regolare il flusso migratorio. Ricevette una lettera con la quale le si intimava di moderare i toni sull’immigrazione. E chi era il mittente di quella lettera quasi minacciosa? Era l’UNAR, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Guarda che combinazione, proprio una di quelle associazioni che fanno parte della Carta di Roma. Curioso, vero? Qui la notizia: “Censura di Stato sugli immigrati.”.

Non c’è bisogno di essere grandi conoscitori dell’universo delle associazioni per capire che ci troviamo di fronte ad un organismo che, in tutto e per tutto, opera chiaramente a favore dei migranti, intervenendo sulla stampa per evitare che il problema dell’immigrazione possa essere trattato in maniera non rispettosa del protocollo approvato;  suggerendo perfino il tipo di linguaggio e la terminologia da usare (pensate quanto sono sensibili), secondo quanto “suggerito” anche dalla presidente Boldrini. Ecco perché non li chiamiamo più immigrati clandestini, ma solo genericamente migranti. Anche se Boldrini suggerisce che sarebbe ancora più corretto chiamarli rifugiati o richiedenti asilo. Sembra lo stesso, ma non lo è; e loro sanno bene che anche queste differenze linguistiche hanno il loro peso. Si comincia col chiamare le cose con un altro nome e piano piano quella cosa cambia completamente di significato. E’ un trucco semantico subdolo che gli addetti ai lavori conoscono molto bene. Come se non bastasse, lo scorso anno una “direttiva politica” suggeriva alle Questure  di evitare di passare alla stampa notizie su piccoli reati commessi da stranieri, per evitare di alimentare sentimenti di xenofobia e reazioni negative nei loro confronti (Vedi qui: “I crimini dei richiedenti asilo? Censurati per la pace sociale“). Ecco, così funziona l’informazione in Italia. E’ chiaro, oppure, come dice qualcuno, bisogna farvi il disegnino? A questo punto voi vi fidate di quello che scrive la stampa sull’immigrazione? Vi fidate sui dati sulla criminalità forniti da Alfano? Vi fidate sugli studi sull’impatto dell’immigrazione sulla società e sulla sicurezza dei cittadini? Io no.

Ed ecco che, per commentare i fatti di Bruxelles,  Bellu intervista un personaggio che conosce benissimo le problematiche dei migranti e che darà una visione onesta, corretta ed obiettiva dei fatti (?). Si tratta di Christopher Hein, portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati. Ora, volete che il portavoce del Consiglio per i rifugiati parli male dei rifugiati e degli immigrati e dei possibili pericoli che comporta l’immigrazione? O che possa avere una visione del fenomeno non dico distaccata, ma appena appena passabile di un minimo di obiettività? Ma nemmeno per sogno, non esiste. Sarebbe come sentire l’oste che parla male del proprio vino. Ovvio che difenda i rifugiati e tutto ciò che li riguarda. Ma allora come si fa a pensare che Bellu faccia del giornalismo obiettivo e affidabile? Non lo fa, non vuole farlo e non può farlo. Ecco perché oggi, per mettere le mani avanti e parare il colpo dell’attentato a Bruxelles, spara quel box in Home col titolo “E’ una sciocchezza associare il terrorismo islamico all’immigrazione“.

E così fa ogni volta che, come dicevo, fatti di cronaca possono mettere in cattiva luce gli immigrati.  Ed il fine è quello di negare che l’immigrazione sia un problema, che possa creare conflitti sociali, che possa essere causa di aumento della criminalità, che possa essere un pericolo per i cittadini, che l’accoglienza indiscriminata di migliaia di migranti possa favorire l’arrivo e la nascita di cellule terroristiche, che le moschee possano essere centri di indottrinamento. Negare tutto questo, negare ogni legame tra immigrati, terrorismo e violenza. Ecco il loro compito. Con grande gioia di Coop, associazioni, Caritas, imprenditori privati, albergatori, che con gli immigrati incassano milioni di euro, come Buzzi e Mafia Capitale ci hanno spiegato molto bene. Forse associare il terrorismo all’immigrazione è esagerato ed è una sciocchezza, perché non tutti gli immigrati sono delinquenti o terroristi e nessuno ha mai affermato questo. Ma negare che esista una relazione fra l’immigrazione e l’aumento delle violenze e della criminalità nelle città è da idioti. Oppure da sciacalli che speculano sui disperati e intascano profitti con l’accoglienza.

Profughi pianisti del TG1 e ragazzi modello

TG1 delle ore 13.30. Il primo servizio parla dei profughi che, dopo la chiusura della rotta balcanica di ingresso in Europa, sono fermi in un campo tra Grecia e Macedonia. Sono 12.000  e non sanno dove andare. Molto probabilmente arriveranno in Italia. Già, perché mentre Austria, Ungheria, Macedonia ed altri paesi europei, hanno capito quale sia il rischio dell’invasione incontrollata e chiudono le porte, noi le apriamo. Anzi, invece che muri innalziamo cartelli di benvenuto e, per evitare i disagi ed i pericoli del viaggio, Emiliano, governatore della Puglia, propone di andare a prenderli direttamente alla partenza con i traghetti (Dobbiamo mandare i traghetti a prendere i migranti). Tutti chiudono le porte, noi andiamo a prenderli. Cosa si può dire a chi ragiona in questo modo? O sono scemi i governanti europei o sono scemi i nostri governanti: non so voi, ma io ho la mia idea.  

Come si può pensare di arginare il flusso di migranti quando facciamo di tutto per favorire e incentivare la migrazione. Ogni giorno sentiamo dichiarazioni di esponenti della sinistra che continuano a parlare degli immigrati come “preziose risorse“, e dire che è nostro dovere accoglierli. Abbiamo già in calendario proposte di legge per migliorare l’accoglienza, introdurre lo Ius soli e garantire la cittadinanza a tutti. Li ospitiamo in ridenti località marine o montane, in deliziosi alberghetti 3 stelle o agriturismo, e garantiamo vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, assistenza medica, legale, sindacale, paghetta settimanale, wi-fi e Tv satellitare (dicono che è un loro diritto). E se la paghetta arriva in ritardo, oppure il menu non è di loro gradimento, scioperano e distruggono le strutture di accoglienza. Come si può pensare di fermare l’invasione quando le più alte cariche civili e religiose, dal Papa al Presidente della Repubblica, dai cardinali e vescovi alla Caritas, ai Centri sociali, alle associazioni umanitarie, Coop, e tutto il sinistrume buonista, è tutto un coro di messaggi favorevoli all’accoglienza.  E’ un invito preciso a venire in Italia, nemmeno le agenzie turistiche o le aziende di soggiorno saprebbero essere più convincenti. Manca solo che andiamo direttamente a prelevarli dai villaggi e caricarli su navi da crociera (ma è quello che propone Emiliano); a spese nostre, ovvio. In verità lo stiamo già facendo, ma per il momento arriviamo solo fino alle acque libiche. Con queste premesse è strano che in Africa ci sia ancora qualcuno che non è partito verso Lampedusa.

 Anche ieri la nostra presidente della Camera, Laura Boldrini (la signora che vediamo a lato e che resta un mistero; non si capisce perché sia così antipatica), ha tuonato contro chi innalza muri (Miope chi innalza muri per fermare i migranti); sembra di sentire Bergoglio. Ma tanto ormai sentire il Papa o i cattocomunisti confusi non fa differenza; dicono le stesse sciocchezze. E siccome è convinta che l’Italia abbia accolto pochi immigrati (cosa che fa sorgere qualche dubbio sulle sue fonti di informazione, visto che solo negli ultimi due anni ne sono arrivati più di 300.000),  ha chiesto che l’Italia ne accolga molti di più; auspica che ne arrivino ancora almeno 400.000 (sai che pacchia per le Coop, associazioni umanitarie e albergatori con calo di presenze). Dice che così si compensa il calo demografico (Ora più immigrati in Italia).  Roba che fa sorgere il dubbio che  Boldrini abbia qualche problema di salute e che, forse, sarebbe il caso di sottoporla a qualche controllo, giusto per sicurezza sua; e anche nostra. Sembrerebbe la battuta di un buontempone leggermente alticcio in vena di provocazioni. Invece questa donna, che una sciocchezza dice e cento ne pensa, è la terza carica dello Stato. E non passa giorno che non rilasci qualche dichiarazione  non richiesta che, stranamente, è sempre contraria al senso comune degli italiani.

Ma torniamo al nostro TG1, quello che ogni giorno ci informa sulle tragedie che affliggono gli italiani:  disastri naturali, valanghe, alluvioni, morti ammazzati, calamità naturali, bambini acquistati su internet, falsi naufraghi su isole “quasi” deserte, falsi profughi, falsi invalidi (oggi circolano più falsi che originali), e  dichiarazioni dei politici. Il primo servizio, come dicevo, riguarda quelli che cercano di arrivare in Europa, quelli che prima chiamavamo “immigrati clandestini“, poi abbiamo eliminato il termine “clandestini” e li abbiamo chiamati non più immigrati, ma più genericamente “migranti“; poi, visto che anche questo termine appariva  non troppo politicamente corretto, sempre la Boldrini ha suggerito di chiamarli profughi o richiedenti asilo. Noi siamo specialisti in queste operazioni di restauro linguistico; gli spazzini li chiamiamo operatori ecologici, i bidelli diventano collaboratori scolastici e gli handicappati sono “diversamente abili“: invenzioni così ridicole che gli stessi interessati ci ridono su. E’ il politicamente corretto, bellezza. Ecco perché quei disperati nella tendopoli, magari non hanno ancora raggiunto la meta agognata e la sicurezza del futuro, però qualche miglioramento  lo hanno già fatto: fino a ieri venivano chiamati “migranti”, oggi sono già diventati “profughi“. Non è molto, ma è già un piccolo passo avanti. Così facciamo contenta Boldrini, il Papa, l’ONU, l’Arcigay (quelli ormai c’entrano sempre), Kyenge, Iacona, Formigli, il TG3 , la Carta di Roma e tutta la coorte dei buonisti terzomondisti di casa nostra. Partono, dunque, le immagini di una tendopoli e la foto  di un bambino appena nato sotto una tenda, lavato alla meno peggio con l’acqua di una bottiglia. Per restare in tema, visto che è nato in mezzo al fango, più che lavato possiamo chiamarlo “diversamente sporco“. Oggi questa è “l’immagine simbolo“. Domani vedremo.

Già, oggi abbiamo un bisogno disperato di “immagini simbolo” da sbattere in prima pagina e per arricchire i servizi televisivi;  solitamente sono foto di donne o bambini. E più sono tragiche, più diventano “simbolo”. Come quella del bambino morto sulla spiaggia della Turchia. Sono immagini toccanti che accrescono il senso di colpa di noi occidentali e predispongono ad essere più tolleranti e ben disposti all’accoglienza. I media lo sanno molto bene e le sfruttano. Chissà perché  l’immagine simbolo non è mai quella di barconi pieni di maschi africani, giovani, in buona salute, e magari alle prese con l’ultimo modello di smartphone. Oppure quella dei parchi cittadini invasi da gente dalla pelle scura, dove i bambini non vanno più a giocare per paura dell’uomo nero. Oppure degli anziani che hanno paura ad uscire di casa perché le città ormai sembrano periferie di Nairobi. O ancora la foto di pensionati aggrediti in casa propria, torturati o ammazzati da bande di delinquenti dell’est che li massacrano per rubare qualche centinaio di euro. Ma evidentemente non tutte le foto simbolo sono uguali. Chissà perché poi si ha bisogno di “simboli” per capire le cose; o perché gli operatori mediatici sono convinti che la gente ne abbia bisogno. Come se in assenza della “foto simbolo” le gente non capisca bene di cosa si stia parlando. Ma oggi è così, vallo a capire il perché. Purtroppo anche il semiologo Umberto Eco, esperto di simboli e del loro significato, uno che avrebbe potuto spiegarci bene l’arcano significato della foto simbolo, è morto. Arrangiatevi.

La successiva immagine è quella di alcune persone che trasportano un pianoforte bianco Yamaha attraverso le tende, in mezzo al fango. E’ il dono di un artista cinese che ha donato il piano perché, dice il cronista, convinto che “l’arte sia più forte della guerra“. Geniale, ecco come fermare la guerra, con la musica. Questi cinesi sono talmente abituati a taroccare tutto e produrre falsi di ogni genere che forse anche il cervello non deve essere più quello originale; in testa hanno dei cervelli taroccati. Ecco perché funzionano male. Allora basterebbe mandare in Siria vagonate di flauti, violini, arpe, trombe: fine delle ostilità. Tutti a suonare, cantare e ballare, come alla sagra della pecora bollita di Pompu. Ecco perché abbiamo perso l’ultima  guerra; siamo andati al fronte con fucili e cannoni, invece che portare chitarre e mandolini. Ah, averlo saputo prima. E passano le immagini di una ragazza seduta al piano che suona poche note, a caso, con difficoltà ed usando un solo dito, l’indice, come i bambini. Ma il cronista dice, udite udite, che si tratta di una “profuga pianista siriana” che non toccava il piano da tre anni. Si può vedere il brevissimo servizio in questo video: “Migranti, l’Austria all’Italia, chiudere le frontiere“. E’ solo un esempio di come oggi l’informazione sia talmente abituata a taroccare tutto per adattare la realtà a proprio uso e consumo, che non si rendono nemmeno conto che, modificando il significato di fatti e immagini, travisano la realtà e si rendono ridicoli.  Quella ragazza, come anche un bambino capisce facilmente vedendo come suona, non solo non è una pianista, ma forse è la prima volta che vede un pianoforte. Ma l’importante è dare al servizio  un tocco di colore, tanto ormai la gente si beve tutto.

Che l’informazione stia diventando quasi surreale e non ci sia più limite alla vergogna, lo dimostra, poco dopo nello stesso TG, un servizio sul delitto di Roma di pochi giorni fa. Mostrano una breve clip dell’intervento a Porta a porta del padre di Manuel Foffo, uno dei due ragazzi della “Roma bene“, che hanno brutalmente torturato ed ammazzato il giovane Luca Varani, durante un festino a base di alcol, cocaina e droghe assortite (oggi i ragazzi perbene si divertono così; si drogano e poi ammazzano qualcuno per “vedere l’effetto che fa“). Dice il padre: “Mio figlio è un ragazzo modello“. Chiaro? Il figlio modello che tutti i padri e le madri vorrebbero avere. O no? E’ un ragazzo modello così come quella ragazza siriana è una pianista. Questa è oggi l’informazione che passa in TV. Non serve nemmeno cambiare canale, perché cambia solo la visione della discarica, ma sempre spazzatura è. Anzi, “diversamente monnezza“.

Dubbio democratico

Quando l’Italia è governata da personaggi che non si sa bene con quale legittimazione popolare ed a che titolo rappresentino la nazione, viene il sospetto che ci stiano fregando. Quando un ciarlatano come Renzi diventa capo del governo, non perché votato ed eletto dal popolo, ma per aver vinto una competizione interna al suo partito e per volontà di un Presidente della Repubblica sul quale pesa il sospetto di aver ordito un golpe per sostituire Berlusconi con un premier più malleabile e pronto ad eseguire gli ordini del potere politico ed economico che governa l’Europa; quando  Laura Boldrini, eletta nel SEL di Vendola, che rappresenta circa il 3% degli elettori votanti (se riferito agli aventi diritto o, ancora meglio, all’intera popolazione italiana, la percentuale è intorno al 2%), diventa presidente della Camera e terza carica dello Stato non perché rappresenti la maggioranza degli italiani, ma per volontà di Bersani che così pagava il prezzo dell’accordo elettorale con SEL; quando un personaggio come Angelino Alfano è ministro dell’interno e gli italiani si chiedono se si possa affidare la sicurezza del Paese a chi ha dimostrato di essere completamente inaffidabile per aver  tradito il mandato ricevuto dagli elettori e, in cambio di qualche poltrona,  sostenere il governo della sinistra che avrebbe dovuto combattere; quando due belle statuine del tutto insignificanti, ma fedeli ancelle del premier, come Madia e Boschi diventano ministre non si sa per quali meriti e  speciali capacità e competenze, ed un’altra donna, Roberta Pinotti, diventa ministro della difesa; quando un personaggio poco sveglio come Paolo Gentiloni, dal caratteristico eloquio soporifero e apparentemente affetto da narcolessia (magari non lo è, ma l’impressione è quella), diventa ministro degli esteri ed è responsabile dei rapporti internazionali; quando una persona come Mattarella, sconosciuto agli italiani fino al giorno della sua elezione, diventa Presidente della Repubblica non per volontà collegiale del Parlamento o perché particolarmente rappresentativo della nazione, o perché votato dai cittadini, ma perché lo ha deciso un premier abusivo, nemmeno lui eletto dal popolo; quando ci rendiamo conto che l’Italia è in mano ad una classe politica composta da personaggi che non brillano per il possesso di particolari doti, competenze, capacità e requisiti politici, culturali e morali; beh, allora come minimo agli italiani dovrebbe sorgere un dubbio e dovrebbero chiedersi se in questa democrazia, che spacciano come il miglior sistema di governo possibile, non ci sia qualche errore di fondo. Non dico che si debba avere la certezza e la prova scientifica che questa democrazia sia una truffa, ma che almeno ci si ponga il problema; ecco, almeno avere il dubbio.

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)

Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)