Bellezza e calendari

Il calendario Pirelli è sempre un evento mediatico che crea attesa, curiosità e commenti più o meno entusiasti. Da pochi giorni è stata annunciata l’uscita del nuovo calendario 2018, con la diffusione di alcune foto. Il Giornale.it  gli ha dedicato addirittura ben 5 articoli in due giorni, firmati da Marco Lombardo. Ma anche la TV ha dedicato al nuovo calendario ampio spazio e servizi speciali; a dimostrazione della grande importanza che ha l’evento per tutti coloro che sono addetti ai lavori e che ci campano (alla gente normale non gliene può fregar di meno; ma non si può dire).

Ecco il primo: “Calendario Pirelli 2018“, in cui si espone l’idea che è alla base di questa edizione curata dal fotografo inglese Tim Walker; una interpretazione di “Alice nel paese delle meraviglie“, riveduta e corretta in chiave Black Power politicamente corretta. Infatti tutti i 28 modelli ritratti sono rigorosamente neri. Il secondo articolo è questo che mostra alcune foto: “Calendario 2018; Gallery“. Il terzo è questo: “Calendario Pirelli: tendenza Naomi“. Il quarto è questo: “Il Paese delle meraviglie? E’ dove la bellezza è dentro di te.”. con intervista alla celebre modella Naomi Campbell che riconosce apertamente l’intento provocatorio ed in linea con il trend del momento, l’omologazione alla causa del Black Power. E questo è il quinto: “Volevamo qualcosa di magico per un mondo senza barriere“, che riporta il giudizio entusiasta del Sig. Pirelli, Tronchetti Provera, che dietro l’espressione “Un mondo senza barriere“, nasconde un ben più ampio progetto di riscatto degli afroamericani, dei neri, dell’abbattimento dei confini, del nuovo mondo meticcio, delle società multietniche e di tutto ciò che vi ruota intorno. Ma oggi questo è il pensiero unico; niente di nuovo.

Dice Walker, per spiegare il senso dell’operazione: “Il mio scopo principale è la celebrazione della bellezza.”. Se non capite perché  la celebrazione della bellezza venga attuata esclusivamente con modelli e modelle nere, non preoccupatevi, non l’hanno capito nemmeno gli autori del calendario. Ma loro sono pagati per farlo. E sono pagati anche per non capire quello che fanno e per fare quello che non capiscono. Ma questa non è una novità. Oggi c’è un sacco di gente che fa quello che non dovrebbe fare perché non sa farlo e non ha alcun titolo per farlo, ma è pagata profumatamente per farlo. Ogni riferimento a personaggi e fatti della vita reale (parlamentari, ministri, amministratori locali e loro titoli, capacità e competenze che giustifichino gli incarichi) è puramente casuale: o forse no. A dimostrazione che lo scopo dell’autore è la “celebrazione della bellezza“, tra le foto mostrate nella Gallery (vedi qui) c’è anche un’icona, un simbolo, un emblema, la personificazione dei canoni della bellezza classica. La Nascita di Venere? No, Whoopi Goldberg in abbigliamento da carnevale vestita con una specie di piumone acquistato nel mercatino cinese (quelli sono dappertutto), ed un cappellino molto fine, elegante, sobrio e di classe alla Carmen Miranda (tanto per passare inosservata). Che strani criteri estetici deve avere questo mister Walker. Bisogna riconoscere che per vedere in questa oscena composizione i tratti di una sia pur vaga espressione di bellezza bisogna essere dotati di grande fantasia; quella che solo i grandi fotografi e artisti come Walker possiedono.  Ma se voi, gente normale, non riuscite a vedere la bellezza in questa foto, non preoccupatevi; non è che non la vedete, non c’è proprio. Usare la Goldberg come esempio di bellezza è come fare l’aerosol con lo smog e le polveri sottili. Ma i gusti sono gusti; anche quelli barbari.

Ora, capisco che i tempi sono cambiati, che il pensiero unico è diventato dominante ed i media devono adeguarsi.  Capisco che tutto sia finalizzato alla creazione di un nuovo mondo dominato dal meticciato, dalle società multietniche e dalla riscossa dei neri e delle categorie dei “diversi”. Ma poi non lamentatevi se questa ossessiva campagna che vuole stravolgere la società genera qualche reazione non voluta. Una nota legge fisica dice: “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.”. Da tempo è in atto una continua, ossessiva, incessante, pervasiva, insopportabile campagna mondiale a favore del meticciato, delle diversità, della società multietnica, dei neri, gay, teorie gender, immigrati, rom, musulmani, dell’integrazione, del terzo mondo, del Black power, dell’uguaglianza, della fratellanza universale, dell’abbattimento dei confini, della cancellazione di storia, tradizioni e consuetudini, simboli, cultura, morale, dell’identità nazionale di un popolo, dell’esaltazione di tutto ciò che è “diverso”, fuori dagli schemi, provocatorio, che rompe con le tradizioni, che rompe con l’estetica, rompe con la morale; insomma, che rompe. Questa martellante “Pubblicità Regresso” a lungo andare genera fastidio, insofferenza, conflitti e reazioni anche violente. Anche un principio giusto imposto con la forza diventa un intollerabile atto di arroganza, prepotenza e autoritarismo. L’eccesso di anti razzismo, come reazione, genera il razzismo. Lo dimostra il crescente numero di episodi di intolleranza nei confronti dell’immigrazione africana e di tutto ciò che confligge con la cultura occidentale.

La nuova forma di razzismo e intolleranza sta nascendo dall’eccesso di anti razzismo e dall’arroganza di chi vuole realizzare lo Stato etico ed imporre per legge i principi morali la cui osservanza dipende solo da una scelta individuale e risponde solo alla propria coscienza. Non si può essere buoni per legge. Anche chi è buono per natura, se obbligato al buonismo, per reazione col tempo comincia a covare istinti malvagi. Ma uno Stato non è un ente morale, non è un’associazione umanitaria, non è un’associazione delle dame della carità o una grande mensa della Caritas. La solidarietà, l’aiuto ai poveri del terzo mondo, l’amore per il prossimo, la fratellanza universale, l’accettazione delle diversità, l’accoglienza degli immigrati, sono scelte personali, non possono essere legge dello Stato. Non è scritto in nessuna Costituzione del mondo che dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, che dobbiamo sopportare tutti gli insulti e le minacce, porgere l’altra guancia,  sfamare tutti gli affamati del terzo mondo ed essere tutti santi e beati.

E poi, calendari a parte, la gente ne ha le tasche piene del Black power, del razzismo al contrario, quell’antirazzismo che è più razzista ed intollerante dei peggiori razzisti. E comincia a perdere la pazienza. Ora dovrei ripetere cose già dette in passato. Ma siccome sono state già dette, tanto vale riprenderle. Ecco alcuni post dedicati proprio ai calendari Pirelli.

Nudo d’autore (2008)

Il calendario e le gomme (2009)

Ed ecco un altro post del 2015 che riporto per intero.

Calendari horror (3 dicembre 2015)

Il calendario Pirelli è sempre stato simbolo di bellezza, eleganza, raffinatezza. O almeno così si usa dire; personalmente ho qualche riserva. Quello che lo distingue è che quasi sempre è stato realizzato da grandi fotografi. Va da sé che un grande fotografo dovrebbe produrre un eccellente lavoro. Ma così non è, non sempre e non necessariamente il livello estetico corrisponde al livello tecnico. Una foto può essere perfetta sotto l’aspetto della realizzazione tecnica, ma il soggetto (e quindi il risultato finale) può essere brutto esteticamente. Cosa che succede assai spesso, perché una merda fotografata dal più grande fotografo del mondo, non diventa cioccolata, resta sempre una merda. Ed oggi, per darsi un tono da innovatori, anticonformisti e di creatività artistica, non si cerca più di mostrare e valorizzare la bellezza; no, si preferisce mostrare ciò che magari è orribile e ripugnante, ma che fa scalpore, scandalo, che provoca indignazione e polemiche (se poi si riesce anche a venderlo ancora meglio: il fotografo Oliviero Toscani è la dimostrazione vivente).

Così, a furia di propinarci orribili sconcezze spacciandole per arte, il gusto estetico sembra scomparso. E si può tranquillamente proporre come arte qualunque obbrobrio, come bellezza la negazione della bellezza stessa, e come sperimentazione e ricerca di nuovi linguaggi artistici qualunque bizzarria venga in mente ad uno sfigato ubriaco con velleità artistiche (specie se si abita a New York  o si  frequentava la “Factory” di Andy Warhol). Ecco perché, quando si perde ogni riferimento estetico, anche i “4 minuti e 33 secondi di silenzio” del pianista compositore John Cage, diventano  evento musicale, provocazione, ricerca, spettacolo, invece che semplice stronzata. Dall’orinatoio di Duchamp in poi, passando per i sacchi di Burri, i tagli di Fontana, la merda d’artista di Piero Manzoni, fino all’arte concettuale contemporanea, tutto è possibile, tutto è arte: anche il silenzio, un rutto o un calendario.

Una volta i calendari erano diversi. C’erano i calendarietti profumati con le donnine in abbigliamento succinto che venivano regalati dai barbieri. Questo a lato, del 1953, è un esempio di quell’erotismo appena accennato ed un po’ ingenuo, che fa sorridere  in confronto a ciò che oggi si vede sui media. Da notare “Qual’è” scritto con l’apostrofo: ma tanto allora nessuno faceva caso alla grammatica.  Oggi non solo sono scomparsi i calendarietti, ma sono scomparsi anche i barbieri; sono diventati tutti parrucchieri o hair stylist. Dice il protagonista di “This must be the place” di Sorrentino: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti; o filosofi. Nelle case era quasi immancabile il calendario di Frate Indovino che dispensava utili consigli per tutte le occasioni e le attività, dalle ricette di cucina ai consigli per la semina, o il classico calendario da cucina che riportava semplicemente i giorni del mese, segnalando le festività in rosso e con lo spazio a lato per segnare ricorrenze o il cambio della bombola. Bei tempi quando in ogni cucina c’era sempre una pentola in ebollizione con dentro la gallina ripiena (la domenica) o profumi di minestre campagnole, di stufati e ragù. Oggi in cucina basta un frigo, un congelatore ed un forno a microonde. E’ il progresso. Poi, oltre alla cucina,  anche il calendario si è evoluto, è diventato oggetto da collezione, sempre più elegante, patinato e sexy. Per le nostre attricette ed aspiranti show girl spogliarsi e “fare il calendario” è quasi un obbligo, una tappa importante del curriculum artistico. Quindi il calendario ha quasi perso il suo significato e la sua utilità originaria per diventare una semplice esposizione di forme femminili più o meno nude in pose che si usa definire “artistiche”.

Ed il calendario per antonomasia è il calendario Pirelli. Il calendario 2016, appena presentato alla stampa (Le star del calendario Pirelli 2016), è dedicato sempre alla donna, ma non al nudo artistico, alla bellezza e la perfezione delle forme. La donna celebrata in questa edizione è la donna che ha raggiunto il  successo in campo professionale, artistico, culturale, sportivo; la donna che, secondo Pirelli,  acquista fascino e seduce non grazie alla bellezza, ma in virtù del successo. Vediamo.

Questa a lato non è la sorella gemella di Mike Tyson. E neppure  la ricostruzione di un esemplare femminile della specie   Neandertal. E’ la campionessa di tennis Serena Williams. Se a prima vista vi sfugge il fascino della Williams, osservatela meglio: se i curatori del calendario, che di bellezza femminile se ne intendono, dicono che il successo conferisce fascino e seduzione, non possono sbagliare. Se proprio non vi convince, provate a dare uno sguardo a Yoko Ono; quella che era bruttina anche da giovane, ma visto che anche lei è una donna di successo, ora  ultraottantenne diventa sexy e seducente (sempre secondo il Pirelli 2016). Se così è, anche noi abbiamo tante donne di successo con le quali potremmo ricavare un bel calendario. Susanna Camusso, Rosi Bindi, Rosa Russo Iervolino, Emma Marcegaglia; donne che nel loro campo hanno raggiunto il successo. Per non dimenticare, anche se scomparse, l’astrofisica Margherita Hack o addirittura un premio Nobel come Rita Levi Montalcini. Chi è che non vorrebbe avere in casa un bel calendario con queste donne di successo in déshabillé e pose sexy?

Eppure una volta esisteva quello che si chiamava senso estetico, gusto del bello. C’era, non c’è più; scomparso, come le mezze stagioni. Col pretesto che bisogna cambiare, modificare, evolversi, adeguare i canoni estetici ai nostri tempi, sperimentare, proporre nuove idee e nuove visioni del mondo e dell’arte, si sta dimenticando ciò che ha accompagnato l’umanità per millenni. In nome del nuovo si getta via l’arte, la cultura, il pensiero, la storia. Oggi vanno di moda ed hanno successo i “rottamatori” (specie se toscani e con la S sibilante).  Ma la bellezza ha dei canoni che sono immutabili da sempre. Possono esserci delle piccole variazioni, secondo il tempo ed i luoghi, ma il criterio fondamentale è universale. Il fascino del corpo femminile è dato dalla sua sinuosità, dall’eleganza della forma, dall’andamento curvilineo della figura e del corpo. Possono esserci delle piccole variazioni nei criteri comuni, passando dalle forme più o meno prosperose dell’antichità, e di certe popolazioni, a quelle meno abbondanti di oggi. Ma l’essenza della bellezza è sempre la stessa. Il rapporto perfetto della sezione aurea è sempre valido. La spirale di certe conchiglie che si sviluppano secondo la successione di Fibonacci è sempre quella da milioni di anni. E la bellezza femminile è sempre quella. Checché ne dicano i relativisti ad oltranza, la bellezza è bellezza e la si riconosce a prima vista. Ecco perché la gente continua ad ammirare la Pietà o il Mosè di Michelangelo, le opere di Bernini o Canova, con lo stesso stupore con cui ammira i capolavori dell’arte antica. La Venere di Milo, Afrodite di Cnido, la Venere Callipigia(dalle belle natiche), hanno più di 2.000 anni, ma la bellezza, la perfezione e l’armonia delle forme restano immutate nel tempo. Non so se fra mille anni ci sarà qualcuno che ammirerà con lo stesso stupore le opere della cosiddetta “arte concettuale”; ho molti dubbi.

Non si può prendere un’orribile vecchia baldracca e dire che è sexy, affascinante e seducente solo perché è ricca e potente. E’ una stronzata colossale, buona solo per deliranti pseudo esteti della domenica. Non si può affermare, come fece Paolo Limiti in televisione molti anni fa, guardando in estasi Whoopi Goldberg ospite in studio: “Sei bellissima“. Limiti, o stai mentendo spudoratamente, oppure hai urgente bisogno di una visita dall’oculista. Certe disquisizioni sull’arte contemporanea (calendari artistici compresi) hanno tutta l’aria di essere le solite elucubrazioni, anzi proprio seghe mentali per intellettuali annoiati e mercanti d’arte che ci campano. Il risultato è questo calendario, studiato da e per radical chic, che nessuna persona normale che abbia un minimo di senso estetico, e non soffra di qualche forma di perversione, si metterebbe in casa. Come dubito che siano in molti ad essere convinti del fascino della Williams o di Yoko Ono e sognino di avere ogni giorno sotto gli occhi quella immagine sopra riportata. E non sono per niente convinto che le donne diventino seducenti, sexy e affascinanti grazie al successo. Se sono un cesso restano un cesso; donna di successo, ma un cesso di donna. E la Pirelli farebbe bene a lasciar perdere i calendari e pensare a far bene le gomme, se ci riesce, perché in fatto di donne mi sa che hanno le idee un po’ confuse.

Calendari horror

Il calendario Pirelli è sempre stato simbolo di bellezza, eleganza, raffinatezza. O almeno così si usa dire; personalmente ho qualche riserva. Quello che lo distingue è che quasi sempre è stato realizzato da grandi fotografi. Va da sé che un grande fotografo dovrebbe produrre un eccellente lavoro. Ma così non è, non necessariamente. Anzi non sempre il livello estetico corrisponde al livello tecnico. Una foto può essere perfetta sotto l’aspetto della realizzazione tecnica, ma il soggetto (e quindi il risultato finale) può essere brutto esteticamente. Cosa che succede assai spesso, perché una merda fotografata dal più grande fotografo del mondo, resta sempre una merda. Ed oggi, per darsi un tono da innovatori, anti conformisti e di creatività artistica, non si cerca più di mostrare e valorizzare la bellezza; no, si preferisce mostrare ciò che magari è orribile e ripugnante, ma che fa scalpore, scandalo, che provoca indignazione e polemiche (se poi si riesce anche a venderlo ancora meglio).

Così, a furia di propinarci orribili sconcezze spacciandole per arte, il gusto estetico sembra scomparso. E si può tranquillamente proporre come arte la sua negazione, come bellezza la negazione della bellezza stessa, e come sperimentazione e ricerca di nuovi linguaggi artistici qualunque bizzarria venga in mente ad uno sfigato ubriaco con velleità artistiche (specie se si abita a New York  o si  frequentava la “Factory” di Andy Warhol). Ecco perché, quando si perde ogni riferimento estetico, anche i “4 minuti e 33 secondi di silenzio” del pianista compositore John Cage, diventano  evento musicale, provocazione, ricerca, spettacolo, invece che semplice stronzata. Dall’orinatoio di Duchamp in poi, passando per i sacchi di Burri, i tagli di Fontana, la merda d’artista di Piero Manzoni, fino all’arte concettuale contemporanea, tutto è possibile, tutto è arte: anche il silenzio, un rutto o un calendario.

Una volta c’erano i calendarietti profumati con le donnine in abbigliamento succinto che venivano regalati dai barbieri. Oggi non solo sono scomparsi i calendarietti, ma sono scomparsi anche i barbieri; sono diventati tutti parrucchieri o hair stylist. Dice il protagonista di “This must be the place” di Sorrentino: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti; o filosofi.

Nelle case era quasi immancabile il calendario di Frate Indovino che dispensava utili consigli per tutte le occasioni e le attività, dalle ricette di cucina ai consigli per la semina, o il classico calendario da cucina che riportava semplicemente i giorni del mese, segnalando le festività in rosso e con lo spazio a lato per segnare ricorrenze o il cambio della bombola. Bei tempi quando in ogni cucina c’era sempre una pentola in ebollizione con dentro la gallina ripiena (la domenica) o profumi di minestre campagnole, di stufati e ragù. Oggi in cucina basta un frigo, un congelatore ed un forno a microonde. E’ il progresso.

Poi, oltre alla cucina,  anche il calendario si è evoluto, è diventato oggetto da collezione, sempre più elegante, patinato e sexy. Per le nostre attricette ed aspiranti show girl spogliarsi e “fare il calendario” è quasi un obbligo, una tappa importante del curriculum artistico. Quindi il calendario ha quasi perso il suo significato e la sua utilità originaria per diventare una semplice esposizione di forme femminili più o meno nude in pose che si usa definire “artistiche”. Ed il calendario per antonomasia è il calendario Pirelli. Il calendario 2016, appena presentato alla stampa (Le star del calendario Pirelli 2016), è dedicato sempre alla donna, ma non al nudo artistico, alla bellezza e la perfezione delle forme. La donna celebrata in questa edizione è la donna che ha raggiunto il  successo in campo professionale, artistico, culturale, sportivo; la donna che, secondo Pirelli,  acquista fascino e seduce non grazie alla bellezza, ma in virtù del successo. Vediamo.

Questa a lato non è la sorella gemella di Mike Tyson. E neppure  la ricostruzione di un esemplare femminile della specie   Neandertal. E’ la campionessa di tennis Serena Williams. Se a prima vista vi sfugge il fascino della Williams, osservatela meglio: se i curatori del calendario, che di bellezza femminile se ne intendono, dicono che il successo conferisce fascino e seduzione, non possono sbagliare. Se proprio non vi convince, provate a dare uno sguardo a Yoko Ono; quella che era bruttina anche da giovane, ma visto che anche lei è una donna di successo, ora  ultraottantenne diventa sexy e seducente (sempre secondo il Pirelli 2016). Se così è, anche noi abbiamo tante donne di successo con le quali potremmo ricavare un bel calendario. Susanna Camusso, Rosi Bindi, Rosa Russo Iervolino, Emma Marcegaglia; donne che nel loro campo hanno raggiunto il successo. Per non dimenticare, anche se scomparse, l’astrofisica Margherita Hack o addirittura un premio Nobel come Rita Levi Montalcini. Chi è che non vorrebbe avere in casa un bel calendario con la Hack o Rosi Bindi?

Eppure una volta esisteva quello che si chiamava senso estetico, gusto del bello. C’era, non c’è più; scomparso. Col pretesto che bisogna cambiare, modificare, evolversi, adeguare i canoni estetici ai nostri tempi, sperimentare, proporre nuove idee e nuove visioni del mondo e dell’arte, si sta dimenticando ciò che ha accompagnato l’umanità per millenni. In nome del nuovo si getta via l’arte, la cultura, il pensiero, la storia. Oggi vanno di moda ed hanno successo i “rottamatori” (specie se toscani e con la S sibilante).  Ma la bellezza ha dei canoni che sono immutabili da sempre. Possono esserci delle piccole variazioni, secondo il tempo ed i luoghi, ma il criterio fondamentale è universale. Il fascino del corpo femminile è dato dalla sua sinuosità, dall’eleganza della forma, dall’andamento curvilineo della figura e del corpo. Possono esserci delle piccole variazioni nei criteri comuni, passando dalle forme più o meno prosperose dell’antichità, e di certe popolazioni, a quelle meno abbondanti di oggi. Ma l’essenza della bellezza è sempre la stessa. Il rapporto perfetto della sezione aurea è sempre valido. La spirale di certe conchiglie che si sviluppano secondo la successione di Fibonacci è sempre quella da milioni di anni. E la bellezza femminile è sempre quella. Checché ne dicano i relativisti ad oltranza, la bellezza è bellezza e la si riconosce a prima vista. Ecco perché la gente continua ad ammirare la Pietà o il Mosè di Michelangelo, le opere di Bernini o Canova, con lo stesso stupore con cui ammira i capolavori dell’arte antica. La Venere di Milo, Afrodite di Cnido, la Venere Callipigia (dalle belle natiche), hanno più di 2.000 anni, ma la bellezza, la perfezione e l’armonia delle forme restano immutate nel tempo. Non so se fra mille anni ci sarà qualcuno che ammirerà con lo stesso stupore le opere della cosiddetta “arte concettuale”; ho molti dubbi.

Non si può prendere un’orribile vecchia baldracca e dire che è sexy, affascinante e seducente solo perché è ricca e potente. E’ una stronzata colossale, buona solo per deliranti pseudo esteti della domenica. Non si può affermare, come fece Paolo Limiti in televisione molti anni fa, guardando in estasi Whoopi Goldberg ospite in studio: “Sei bellissima“. Limiti, o stai mentendo spudoratamente, oppure hai urgente bisogno di una visita dall’oculista. Certe disquisizioni sull’arte contemporanea (calendari artistici compresi) hanno tutta l’aria di essere le solite elucubrazioni, anzi proprio seghe mentali per intellettuali annoiati e mercanti d’arte che ci campano. Il risultato è questo calendario, studiato da e per radical chic, che nessuna persona normale che abbia un minimo di senso estetico, e non soffra di qualche forma di perversione, si metterebbe in casa. Come dubito che siano in molti ad essere convinti del fascino della Williams o di Yoko Ono e sognino di avere ogni giorno sotto gli occhi quella immagine sopra riportata. E non sono per niente convinto che le donne diventino seducenti, sexy e affascinanti grazie al successo. Se sono un cesso restano un cesso; donne di successo, ma cessi di donna. E la Pirelli farebbe bene a lasciar perdere i calendari e pensare a far bene le gomme, se ci riesce, perché in fatto di donne mi sa che hanno le idee un po’ confuse.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Razzismo cromatico

E’ facile essere accusati di razzismo. Basta esprimere dei giudizi poco lusinghieri sul colore della pelle o sulle caratteristiche somatiche di una persona o di un popolo. Basta mostrarsi infastiditi davanti all’insistenza di chi in spiaggia vi offre cianfrusaglie varie. Basta avere delle riserve ad accettare culture diverse dalla nostra. Basta anche semplicemente sollevare il sospetto che la nostra cultura sia “superiore” a quella dei tagliatori di teste del Borneo e, immancabilmente, scatta l’accusa di razzismo.

L’accettazione o meno di usanze, tradizioni, abitudini, consuetudini sociali distanti dalle nostre, o addirittura in contrasto,  è un fatto culturale; non c’entra niente il razzismo. Il gradimento o meno delle persone sulla base del colore della pelle, o fare degli apprezzamenti sulla “bellezza” o meno delle diverse etnie,  è  una questione che riguarda più l’estetica che il razzismo. Eppure si cerca di diffondere l’idea che non debbano esserci differenze e che tutte le variabili etniche, culturali e di colore della pelle, siano da considerare sullo stesso piano, senza differenziazioni o discriminazioni di alcun genere. Si vuol perseguire la realizzazione di un mondo indistinto, omologato, una specie di blob di popoli, razze, culture, religioni. “Tutto fa brodo“, come diceva lo slogan di un vecchio Carosello.

vanessa-hessle kyenger

La ministra Kyenge, per esempio, ogni giorno suscita critiche e polemiche, non solo per le sue proposte discutibili, ma anche perché è la prima ministra nera della Repubblica. Ma guai ad avere dei dubbi sulla sua bravura, cultura, capacità e bellezza. Qualunque giudizio meno che entusiasta sarebbe considerato “razzismo”. Secondo questa nuova ideologia dell’uguaglianza totale, qualunque paragone fra bianchi e neri è già “razzismo“, a prescindere.  Ne consegue che se la paragoniamo con una donna bianca, a parte le sfumature cromatiche della pelle, non ci sono altre grandi differenze. Perché mai dovremmo preferire le donne bianche a quelle nere? Entrambe hanno una bocca, un naso, due occhi, due orecchie, i capelli.  Una vale l’altra. No? (Post del 2013)

vanessa-hessler

Spesso sentiamo notizie di episodi di razzismo. Si parla di razzismo, in maniera impropria, ogni volta che qualcuno compie un’azione che in qualche modo offende, discrimina o reca danno ad una persona di colore. E diamo per scontato che quello sia razzismo e ci indignamo. Ma cos’è che determina il fatto che si parli di razzismo? L’azione in sé o il colore della pelle di chi subisce una certa azione? Esempio pratico. Se un bianco aggredisce un bianco è solo violenza. Se un bianco aggredisce un nero è razzismo. E se è un nero ad ad aggredire un nero? In sintesi: “I negri che ammazzano i negri sono negri razzisti?”. E’ solo una domanda. Semplice curiosità… (Da “Razzismo? Si, no, forse, dipende… del 2003)

Vedi:

 – Razzismo e razzisti (2004)

I sardi sono razzisti? (2010)

Bellezze tipiche e polpette Ikea

I prodotti tipici sono inconfondibili per la loro genuinità e per le caratteristiche che li rendono diversi da altri prodotti simili; sono unici. Ecco perché vengono tutelati con appositi marchi che garantiscono l’origine, la lavorazione e la qualità. Pensiamo al classico prosciutto di Parma, al Parmigiano, al San Daniele, al Grana padano, al Chianti, al Brunello di Montalcino. Nomi e marchi che rimandano subito all’alta qualità di questi eccellenti prodotti italiani.

Poi, grazie ad un recente servizio di Striscia la notizia, scopriamo che in Canada ci sono aziende che producono salumi, formaggi e vini, spacciandoli per prodotti italiani, mentre di italiano non hanno assolutamente nulla. Vedi articolo e video (Formaggi italiani tarocchi).

Ormai non ci si può fidare più di niente e nessuno e tutti i criteri finora ritenuti intoccabili sono definitivamente crollati e sostituiti con nuovi parametri.. Anche i canoni estetici sono mutati. Non esistono più le caratteristiche che distinguevano, per esempio, la bellezza nordica da quella cosiddetta  latina. La donna svedese non è più necessariamente alta, bionda e con gli occhi azzurri. Così come quella meridionale non risponde più ai canoni che finora l’hanno contraddistinta.

Anche la classica bellezza italiana sembra aver perso i connotati che la identificavano. Non ci sono più le “maggiorate” dei concorsi di bellezza di una volta. Scomparse le belle ragazze formose  e procaci come Silvana Pampanini, Lollobrigida, Lucia Bosè, Silvana Mangano, Sofia Loren. Erano l’immagine della salute. Ora vanno di moda le magre. Più sono magre e più sono quotate. Infatti non le pagano un tanto al chilo, non pagano il pieno, pagano il vuoto. Più sono vuote e più valgono.

Ora, proprio in questi giorni, mentre sono in corso le sfilate di moda a Milano, vediamo servizi in TV che ci mostrano delle ragazze magrissime che sfilano in passerella con lo sguardo inespressivo fisso nel vuoto, come in catalessi,  camminando con l’incedere tipico delle anatre, e in completa assenza di quelle forme femminili che distinguono una donna da una scopa vestita o da uno spaventapasseri. Ci siamo evoluti anche in quel campo. Tanto che in un concorso di miss Italia di qualche anno fa, siamo riusciti a far vincere il titolo ad una ragazza di colore proveniente da Santo Domingo, Denny Mendez, neppure tanto bella.

La seconda classificata, la sarda Ilaria Murtas era molto, ma molto più bella (Italiani divisi sulla perla nera). Ma, forse per non farci accusare di razzismo la Mendez fu votata facendole superare tutte la fasi eliminatorie, fino a farle vincere il titolo e suscitando, come prevedibile, un mare di polemiche.  Ecco il commento di Giuliano Zincone sul Corriere: ” Da Gramsci alla Mendez”. L’Unità ne faceva addirittura il titolo d’apertura, esaltando la vittoria della Mendez come segno di cambiamento, di apertura, di mutamento degli schemi, un segno di rottura. Già, per L’Unità tutto ciò che rompe col passato è positivo: loro hanno la “rottura” nel DNA. Come rompono loro non rompe nessuno.

Sì, va bene, anche i popoli si evolvono e mutano anche le caratteristiche genetiche. Le svedesi possono essere piccole e scure, le siciliane possono essere bionde e con gli occhi azzurri e Balotelli è il tipico calciatore italiano. Bisogna aggiornarsi ed adeguarsi ai tempi. Ecco, per esempio, la bella ragazza che ha vinto proprio di recente, il titolo di Miss Israele.

Si chiama Yityish Aynaw, ha 21 anni e non è molto abbronzata, come potrebbe sembrare, è scura di pelle perché è…etiope.  Che dicevamo dei canoni estetici stravolti? Ecco, appunto, una ragazza etiope diventa miss Israele. Poi, forse, una ragazza svedese diventerà miss Etiopia e miss Svezia sarà una esquimese.  Deve essere uno degli effetti collaterali della globalizzazione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le miss di una volta.

E’ di qualche giorno fa la notizia sulla presenza di carne equina nelle confezioni di polpette Ikea. Tempi duri per la casa svedese. Oggi arriva un’altra grana. Non bastavano le polpette, ora anche i dolciumi sono sotto inchiesta. Nelle torte prodotte dall’Ikea sono state trovate tracce di colibatteri fecali.  Immediato il ritiro delle torte da 23 paesi.

Di questo passo, dopo il ritiro delle polpette con carne equina e delle torte ai colibatteri, forse, ritireranno anche i famosi mobili Ikea, perché  negli armadi e nelle credenze troveranno tracce di polpette.

Jennifer Lopez ?

Ieri sera, facendo il solito zapping Tv, sono capitato su “Shall we dance”. Ne ho seguito qualche scena, era proprio il pezzo con il celebre tango, e mentre guardavo la Lopez pensavo “Però, bruttina, tratti del viso grossolani e irregolari, un nasino schiacciato a patatina…sì bruttina”. Eppure viene tanto osannata e celebrata. Mah, misteri della moderna estetica.

Oggi, dando uno sguardo ai quotidiani on line, arrivo su La Stampa e, guarda che coincidenza, c’è un box in cui si riferisce che la rivista americana People ha dedicato la copertina proprio alla nostra Jennifer Lopez, avendola designata come “donna più bella del mondo“.  Che? Sarebbe questa la donna più bella del mondo?

Jennifer lopez

Ora, i gusti son gusti e va bene. De gustibus non est disputandum e va bene anche questo. Però non esageriamo. Come possiamo pretendere di migliorare il mondo, di pontificare di politica, cultura, etica ed estetica, se non siamo più in grado nemmeno di riconoscere una bella donna? Altro che massimi sistemi, qui mi sa che bisogna tornare a livelli primitivi di pensiero e discutere. al massimo, del costo delle zucchine al mercato.

Forse a People non lo sanno, ma la ragazza che mi serve salumi al market, e non ha una copertina sulle riviste, è molto, ma molto più bella di Jennifer. E se fate quattro passi in giro per la città, di ragazze più belle della Lopez ne trovate a migliaia. Il che significa che, ancora una volta, saltati tutti i criteri di giudizio, non siamo più nemmeno capaci di giudicare la bellezza. Abbiamo bisogno che ce lo dica People. Ma mi faccia il piacere..direbbe Totò!

Scena da Shall we dance

 

Il seno a rate

Segno dei tempi, che dovrebbero essere, a giudicare dai media, tempi di crisi, ristrettezze, di gente che non arriva a fine mese. Invece, udite udite, c’è gente che chiede un prestito in banca per farsi il ritocchino: “Indebitati per avere un seno nuovo“. Dicevo proprio due giorni fa, a proposito di una modella rifiutata perché ha 3 cm di troppo ai fianchi (Lato B fuori taglia), che ormai la gente è completamente rincoglionita. Confermo.

La notizia non è nuova, si sapeva da tempo. Ciò che lascia perplessi è che non sono solo le persone abbienti a permettersi il ritocchino, ma anche persone che non potrebbero concedersi questo tipo di spesa “voluttuaria”, il cui costo si aggira intorno ai 5000 euro, ma che la considerano “esigenza irrinunciabile“. Tuttavia, a causa della crisi, si registra un lieve calo di interventi a seno, naso, palpebre. Sono invece in crescita interventi più a buon mercato come le iniezioni di botox e di acido ialuronico per labbra e zigomi, che costano meno.

C’è gente che si indebita per farsi le iniezioni che permettono di avere quelle orribili labbra a canotto come la Marini, la Moric o la Gruber? Beh, che la gente sia rincoglionita non c’è dubbio, ma qui si esagera. Un consiglio: provate a farvi delle iniezioni di buon senso al cervello. Hai visto mai che funzioni…

seno rifatto

Lato B fuori taglia

La bellezza di una donna si può valutare in centimetri? Sembrerebbe di sì, leggendo questo articolo dell’ANSA: “La miss anti-anoressia; non sono taglia 44“. E’ una notizia che da circa una settimana è in evidenza su tutti i siti di informazione. Ancora oggi compare, appunto, nella Home dell’agenzia Ansa. Sono quelle gossipate che non leggo mai. Ma talvolta, a furia di ritrovarti il titolo sempre sotto gli occhi per giorni e giorni, finisci per chiederti cosa ci sia di così importante in quella notizia, clicchi e leggi. Ed ecco la grande notizia.

Sembra che una modella, Giulia Nicole Magro,  già classificatasi seconda al concorso Miss Italia, sia stata rifiutata da agenzie di moda, perché le misure dei fianchi sono di 3 cm, diconsi tre centimetri, fuori dalle misure consentite (92 cm, invece che 89); ha 3 cm in più di lato B, perché di questo si tratta. Quindi è “Fuori taglia“. Boh, sono quelle notizie che lasciano senza parole, increduli e sconcertati. Ma davvero le donne si misurano in centimetri? Ora, si potrebbe commentare con ironia, con eleganza, con una metafora, in tanti modi. Ma, per dirla tutta e senza giri di parole è la conferma che ormai la gente è completamente rincoglionita. Punto e a capo.

Ed ecco la modella “fuori taglia“…

modella Giulia Nicole Magro

Ragazzi, averne di fuori taglia come questa. Non solo ci stanno benissimo i 3 centimetri in più, ma, mi voglio rovinare, anche se fossero 5 centimetri facciamo uno sforzo e ci accontentiamo. Sto esagerando? Eh sì, lo so, sono un tipo molto esagerato…

La bellezza è morta.

E se non è morta, certo non sta molto bene. Quanto sia importante la bellezza lo scopriremo solo quando sarà scomparsa. Ne ho parlato spesso, intendendo la bellezza nel senso più generale ed in tutte le sue espressioni. Una delle forme della bellezza è la musica. Anzi, è forse l’espressione di bellezza che più si avvicina alla perfezione. In testa, nella colonna a destra, si legge "La musica è il linguaggio dell’anima". Giusto per dire che questo interesse per la bellezza e per la musica non è un fatto sporadico. Della musica in particolare ho parlato anche una settimana fa, a proposito del concerto di Capodanno. Dicevo: "Strano che questi omaggi alla bellezza che il genio umano ha saputo creare nel tempo siano relegati, come qualcosa da mostrare raramente e con cautela, in una sola giornata.". Già, non ho usato il termine musica, anche se mi riferivo in particolare ad un concerto, ma ho parlato di "bellezza". E non a caso. Ancora nella colonna a destra, sotto i vari video musicali, c’è un pensiero che scrissi anni fa, riguarda le radici culturali e storiche. Radici che, come la bellezza, stiamo cercando, giorno dopo giorno, di dimenticare per sostituirle con altri valori culturali. Così come per la bellezza, capiremo il valore delle nostre radici solo quando le avremo perse per sempre.

Continua a leggere “La bellezza è morta.”