Calendari horror

Il calendario Pirelli è sempre stato simbolo di bellezza, eleganza, raffinatezza. O almeno così si usa dire; personalmente ho qualche riserva. Quello che lo distingue è che quasi sempre è stato realizzato da grandi fotografi. Va da sé che un grande fotografo dovrebbe produrre un eccellente lavoro. Ma così non è, non necessariamente. Anzi non sempre il livello estetico corrisponde al livello tecnico. Una foto può essere perfetta sotto l’aspetto della realizzazione tecnica, ma il soggetto (e quindi il risultato finale) può essere brutto esteticamente. Cosa che succede assai spesso, perché una merda fotografata dal più grande fotografo del mondo, resta sempre una merda. Ed oggi, per darsi un tono da innovatori, anti conformisti e di creatività artistica, non si cerca più di mostrare e valorizzare la bellezza; no, si preferisce mostrare ciò che magari è orribile e ripugnante, ma che fa scalpore, scandalo, che provoca indignazione e polemiche (se poi si riesce anche a venderlo ancora meglio).

Così, a furia di propinarci orribili sconcezze spacciandole per arte, il gusto estetico sembra scomparso. E si può tranquillamente proporre come arte la sua negazione, come bellezza la negazione della bellezza stessa, e come sperimentazione e ricerca di nuovi linguaggi artistici qualunque bizzarria venga in mente ad uno sfigato ubriaco con velleità artistiche (specie se si abita a New York  o si  frequentava la “Factory” di Andy Warhol). Ecco perché, quando si perde ogni riferimento estetico, anche i “4 minuti e 33 secondi di silenzio” del pianista compositore John Cage, diventano  evento musicale, provocazione, ricerca, spettacolo, invece che semplice stronzata. Dall’orinatoio di Duchamp in poi, passando per i sacchi di Burri, i tagli di Fontana, la merda d’artista di Piero Manzoni, fino all’arte concettuale contemporanea, tutto è possibile, tutto è arte: anche il silenzio, un rutto o un calendario.

Una volta c’erano i calendarietti profumati con le donnine in abbigliamento succinto che venivano regalati dai barbieri. Oggi non solo sono scomparsi i calendarietti, ma sono scomparsi anche i barbieri; sono diventati tutti parrucchieri o hair stylist. Dice il protagonista di “This must be the place” di Sorrentino: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti; o filosofi.

Nelle case era quasi immancabile il calendario di Frate Indovino che dispensava utili consigli per tutte le occasioni e le attività, dalle ricette di cucina ai consigli per la semina, o il classico calendario da cucina che riportava semplicemente i giorni del mese, segnalando le festività in rosso e con lo spazio a lato per segnare ricorrenze o il cambio della bombola. Bei tempi quando in ogni cucina c’era sempre una pentola in ebollizione con dentro la gallina ripiena (la domenica) o profumi di minestre campagnole, di stufati e ragù. Oggi in cucina basta un frigo, un congelatore ed un forno a microonde. E’ il progresso.

Poi, oltre alla cucina,  anche il calendario si è evoluto, è diventato oggetto da collezione, sempre più elegante, patinato e sexy. Per le nostre attricette ed aspiranti show girl spogliarsi e “fare il calendario” è quasi un obbligo, una tappa importante del curriculum artistico. Quindi il calendario ha quasi perso il suo significato e la sua utilità originaria per diventare una semplice esposizione di forme femminili più o meno nude in pose che si usa definire “artistiche”. Ed il calendario per antonomasia è il calendario Pirelli. Il calendario 2016, appena presentato alla stampa (Le star del calendario Pirelli 2016), è dedicato sempre alla donna, ma non al nudo artistico, alla bellezza e la perfezione delle forme. La donna celebrata in questa edizione è la donna che ha raggiunto il  successo in campo professionale, artistico, culturale, sportivo; la donna che, secondo Pirelli,  acquista fascino e seduce non grazie alla bellezza, ma in virtù del successo. Vediamo.

Questa a lato non è la sorella gemella di Mike Tyson. E neppure  la ricostruzione di un esemplare femminile della specie   Neandertal. E’ la campionessa di tennis Serena Williams. Se a prima vista vi sfugge il fascino della Williams, osservatela meglio: se i curatori del calendario, che di bellezza femminile se ne intendono, dicono che il successo conferisce fascino e seduzione, non possono sbagliare. Se proprio non vi convince, provate a dare uno sguardo a Yoko Ono; quella che era bruttina anche da giovane, ma visto che anche lei è una donna di successo, ora  ultraottantenne diventa sexy e seducente (sempre secondo il Pirelli 2016). Se così è, anche noi abbiamo tante donne di successo con le quali potremmo ricavare un bel calendario. Susanna Camusso, Rosi Bindi, Rosa Russo Iervolino, Emma Marcegaglia; donne che nel loro campo hanno raggiunto il successo. Per non dimenticare, anche se scomparse, l’astrofisica Margherita Hack o addirittura un premio Nobel come Rita Levi Montalcini. Chi è che non vorrebbe avere in casa un bel calendario con la Hack o Rosi Bindi?

Eppure una volta esisteva quello che si chiamava senso estetico, gusto del bello. C’era, non c’è più; scomparso. Col pretesto che bisogna cambiare, modificare, evolversi, adeguare i canoni estetici ai nostri tempi, sperimentare, proporre nuove idee e nuove visioni del mondo e dell’arte, si sta dimenticando ciò che ha accompagnato l’umanità per millenni. In nome del nuovo si getta via l’arte, la cultura, il pensiero, la storia. Oggi vanno di moda ed hanno successo i “rottamatori” (specie se toscani e con la S sibilante).  Ma la bellezza ha dei canoni che sono immutabili da sempre. Possono esserci delle piccole variazioni, secondo il tempo ed i luoghi, ma il criterio fondamentale è universale. Il fascino del corpo femminile è dato dalla sua sinuosità, dall’eleganza della forma, dall’andamento curvilineo della figura e del corpo. Possono esserci delle piccole variazioni nei criteri comuni, passando dalle forme più o meno prosperose dell’antichità, e di certe popolazioni, a quelle meno abbondanti di oggi. Ma l’essenza della bellezza è sempre la stessa. Il rapporto perfetto della sezione aurea è sempre valido. La spirale di certe conchiglie che si sviluppano secondo la successione di Fibonacci è sempre quella da milioni di anni. E la bellezza femminile è sempre quella. Checché ne dicano i relativisti ad oltranza, la bellezza è bellezza e la si riconosce a prima vista. Ecco perché la gente continua ad ammirare la Pietà o il Mosè di Michelangelo, le opere di Bernini o Canova, con lo stesso stupore con cui ammira i capolavori dell’arte antica. La Venere di Milo, Afrodite di Cnido, la Venere Callipigia (dalle belle natiche), hanno più di 2.000 anni, ma la bellezza, la perfezione e l’armonia delle forme restano immutate nel tempo. Non so se fra mille anni ci sarà qualcuno che ammirerà con lo stesso stupore le opere della cosiddetta “arte concettuale”; ho molti dubbi.

Non si può prendere un’orribile vecchia baldracca e dire che è sexy, affascinante e seducente solo perché è ricca e potente. E’ una stronzata colossale, buona solo per deliranti pseudo esteti della domenica. Non si può affermare, come fece Paolo Limiti in televisione molti anni fa, guardando in estasi Whoopi Goldberg ospite in studio: “Sei bellissima“. Limiti, o stai mentendo spudoratamente, oppure hai urgente bisogno di una visita dall’oculista. Certe disquisizioni sull’arte contemporanea (calendari artistici compresi) hanno tutta l’aria di essere le solite elucubrazioni, anzi proprio seghe mentali per intellettuali annoiati e mercanti d’arte che ci campano. Il risultato è questo calendario, studiato da e per radical chic, che nessuna persona normale che abbia un minimo di senso estetico, e non soffra di qualche forma di perversione, si metterebbe in casa. Come dubito che siano in molti ad essere convinti del fascino della Williams o di Yoko Ono e sognino di avere ogni giorno sotto gli occhi quella immagine sopra riportata. E non sono per niente convinto che le donne diventino seducenti, sexy e affascinanti grazie al successo. Se sono un cesso restano un cesso; donne di successo, ma cessi di donna. E la Pirelli farebbe bene a lasciar perdere i calendari e pensare a far bene le gomme, se ci riesce, perché in fatto di donne mi sa che hanno le idee un po’ confuse.

Corsi, ricorsi e varie

Quindici giorni fa Usain Bolt ha corso i 100 metri in 9″,85 (Il dramma e la tragedia). Non soddisfatto, ieri ha ri-corso altri 100 metri in 9″,77. Corre, ri-corre, quest’uomo passa la vita a correre. E lo pagano per correre. Chi l’avrebbe detto che correre sarebbe diventato un mestiere. Quando, oltre a pagare per correre, pagheranno anche per stare fermi, parteciperò anch’io. Magari vinco qualcosa.  Intanto nessuno ci ha ancora spiegato l’utilità pratica di correre i 100 metri in meno di 10 secondi. Quando qualcuno riuscirà a trovare una spiegazione soddisfacente pagheranno anche lui. Il nostro corridore si è lamentato perché, durante il riscaldamento, nessuno rideva (Ansa: il rimprovero di Bolt). Dice che i russi sono troppo seri. Ha ragione. Sapendo che, specie in tempi di crisi mondiale,  c’è gente che paga per vedere qualcuno che corre, viene proprio da spanciarsi dalle risate. Se i russi non ridono significa che o non hanno il senso dell’umorismo, oppure non pagano, entrano gratis; sono russi, ma fanno i portoghesi..

Due giorni fa, nel post “Balo news“, dicevo che Balotelli ogni giorno è in prima pagina. E riportavo le sue presenze quotidiane degli ultimi tre giorni. A conferma di quanto detto, anche ieri ecco l’immancabile box riservato al nostro calciatore, in bella evidenza sulla Home del Corriere. “Il meraviglioso mondo di Balotelli” è il titolo che rimanda ad una serie di foto (orribili) della sua casa. Ecco, ne sentivamo proprio la mancanza. Ripropongo la domanda già posta in passato: Balotelli è sempre in prima pagina perché è più bravo, più bello, più simpatico di altri, oppure perché è nero?

IMU sì, IMU no, IMU forse. L’abolizione dell’IMU era l’unica proposta concreta fatta dal PDL al momento dell’accordo di governo col PD. E nessuno, allora, ha avuto niente da ridire. Anzi, sembrava scontato che sarebbe stata abolita. Sono passati tre mesi ed ancora non si sa che fine farà la proposta. Ora, nel PD,  si stanno rimangiando gli impegni. Epifani (abolizione IMU non era in accordi governo), Fassina (no al ricatto sull’IMU), Franceschini (le urgenze sono altre), dicono che bisogna pensare ai poveri ed al lavoro. Ma se così è, come mai il premier Letta ed i suoi ministri, invece che adottare provvedimenti per combattere la povertà e la disoccupazione, hanno discusso ed approvato un decreto (urgente?) sul  femminicidio? E come mai la Boldrini ha già annunciato che, a breve,  si discuterà  la legge sull’omofobia? Qual è il nesso tra femminicidio, omofobia, povertà e lavoro? Le donne vengono ammazzate perché sono povere? I gay vengono insultati perché sono senza lavoro, oppure tutti i poveri sono gay? Oppure i nostri parlamentari hanno le idee un po’ confuse e sono anche leggermente ipocriti? Buona l’ultima.

Ma la situazione è seria. Così seria che la presidente della Camera, Boldrini, è molto preoccupata. Anzi, ne soffre. Eccola in una immagine recente mentre appare molto, ma molto sofferente. Oh, povera donna, quanto soffre. Soffre per i poveri, per gli immigrati, per i casi di femminicidio, per i gay, per i trans, per i profughi, per gli ultimi. Soffre per tutti. Ha la sofferenza innata, in dotazione di serie. Soffre perché, appena eletta, andando in visita a Civitanova Marche, per essere vicina ai parenti di tre suicidati per crisi economica, scoprì che anche gli italiani sono poveri: “Non immaginavo che in Italia oggi ci fosse tanta povertà, tanto bisogno delle cose essenziali“.

Povera donna, se invece che pensare agli africani si fosse occupata anche degli italiani, l’avrebbe scoperto prima. Ma ora ne soffre. Oh, quanto soffre. Soffre tanto che anche gli italiani, vedendola soffrire,  soffrono con lei. E’ tutta una sofferenza generale, un pianto, un fiume di lacrime amare. Certo che, volendo, lei potrebbe alleviare le nostre sofferenze. Per esempio lasciando la Camera e trasferendosi in Africa, magari in compagnia di Walter Veltroni (anche lui disse che avrebbe lasciato la politica e si sarebbe dedicato ad attività umanitarie in Africa). Saremmo tutti più tranquilli ed appagati. Lei, Boldrini, perché sarebbe, finalmente, a diretto contatto con i suoi amati migranti. E noi perché saremmo privati della straziante visione della sua sofferenza.

L’immigrazione, però, continua e sta diventando un’emergenza molto seria. Per fortuna abbiamo dei ministri che hanno le idee molto chiare, sanno come affrontare il problema e presto lo risolveranno. Il premier Letta, quello dalla bocca extra large, ha detto che l’Italia fa la sua parte ed ha scaricato il problema all’Unione europea: “L’Europa deve cambiare passo“, dice. Il problema è drammatico, ma Letta dice che basta cambiare passo; visto che non si può andare avanti così e non si può nemmeno tornare indietro, proviamo ad andare di lato. Così, dopo che l’Europa in passato ha visto il passo romano ed il passo dell’oca, provi con  il passo del granchio. Hai visto mai che funzioni? Geniale questo Letta. Ecco perché ha la bocca così larga; le cazzate escono meglio.

Ma a dare una mano al premier ci pensa il ministro degli esteri, Emma Bonino col suo eterno caschetto biondo con la ciocca sull’occhio destro, quella che ha tanta fantasia e creatività che in tutta la vita non è riuscita nemmeno a cambiare pettinatura (Fuffa di Stato). Anche lei affronta il problema dell’immigrazione ed ha le idee molto chiare. Dice: “Tragedia migranti? Non c’è una soluzione miracolosa”. Fantastico, vero? Nessuno avrebbe immaginato una così acuta analisi del problema. Ma siccome lei non si risparmia, regala ancora un’altra perla. Dice: “Sono persone che scappano per fame o per guerre“. Questa poi è una scoperta degna di un Nobel. Ma come fanno ad avere queste idee geniali? Nessuna persona normale immaginerebbe che questi disperati stiano scappando   dalla povertà, dalle guerre o dalle persecuzioni. Ecco perché lei è ministro e voi no. In verità, a pensarci bene, sono le stesse cose che sentite dire dal barbiere o dal tassista. Ma il barbiere le dice gratis, un ministro ci costa circa 15 mila euro al mese, più annessi e connessi. Tanto vale mandare a casa i ministri e  farci governare dai barbieri; si risparmia un sacco di soldi.

Grilli, giaguari, tassisti e barbieri.

Bersani. l’uomo che voleva smacchiare i giaguari e che finì per essere smacchiato, conclude le lunghe consultazioni e riferisce a Napolitano il fallimento del tentativo di trovare una maggioranza. Ma il PD precisa subito che “Bersani non rinuncia“. Mah, si vede che non ha ancora capito bene che aria tira. O forse spera di continuare ancora a consultare la gente per strada, i condomini, Paperino e Topo Gigio. Ora, però, qualcuno dovrebbe spiegare agli italiani perché Bersani ha sprecato tre giorni per consultare mezza Italia e, soprattutto, a cosa sono servite quelle consultazioni anomale, irrituali ed uniche nella storia parlamentare della Repubblica. Ed ora che Napolitano assegnerà un nuovo incarico si ricomincia con le consultazioni del Touring club, di don Ciotti, di sindacati, parti sociali e Mago Zurlì? A quanto pare, l’unico che Bersani non ha consultato è stato proprio…il giaguaro. Ecco perché gli è andata male.

A proposito, resta un dubbio. Bersani ha riferito a Napolitano che le sue consultazioni non si sono concluse positivamente. Insomma, non c’è possibilità di trovare una maggioranza che gli garantisca la fiducia. Lo dice Bersani. E Bersani è un uomo d’onore. Ma Napolitano, ora, sente il bisogno di consultare di nuovo tutte le forze presenti in Parlamento. Allora, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: Napolitano non crede a quanto gli ha riferito lo smacchiatore di Bettola? Non si fida di Bersani? Boh, misteri presidenziali.

Ma non dobbiamo preoccuparci se non si riesce a formare un governo. Grillo dice che il Parlamento può lavorare anche senza un governo (!?). E se lo dice un comico deve essere una cosa seria. No? Ora, però, comincia ad essere chiaro a molti quello che scrivevo circa un mese fa (Grillo for dummies).  Il fatto che i grillini non vadano in TV, evitino la stampa e non rilascino interviste ha una spiegazione precisa: hanno paura di dire sciocchezze o di dover rispondere a domande imbarazzanti alle quali non sanno rispondere. Meglio tacere o uscire mascherati per sfuggire i cronisti (come fa Grillo).

E lo stanno dimostrando giorno per giorno. Ignoranza, impreparazione ed improvvisazione sembrano essere caratteristiche dominanti del M5S. Ne abbiamo visto una prova anche nelle classiche interviste un po’ a trabocchetto delle Iene. L’ultima conferma arriva dalla nomina di un camionista, “Nick il nero“, quale consulente della comunicazione (Video). Cosa che ha scatenato forti polemiche anche fra i grillini stessi. Succede questo quando in Parlamento si mandano tassisti e barbieri. Sono bravissimi , sanno tutto ed hanno sempre la risposta giusta per ogni problema. E finché si limitano a chiacchierare con i clienti, o al bar dello sport, sono anche simpatici, ma il Parlamento non è il bar dello sport o Ballarò, come ha detto la deputata Roberta Lombardi a Bersani.

Eppure in questi ultimi giorni di estrema incertezza sulla possibilità di formare un governo, abbiamo visto i media impegnatissimi nel costruire un’atmosfera favorevole ad un accordo fra PD e M5S. Giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti, personaggi della cultura e dello spettacolo, tutti impegnati in prima persona nel sostenere l’unica possibilità per consentire a Bersani di trovare i necessari voti per garantire la fiducia al suo governo. Dario Fo, Celentano, Fiorella Mannoia, Battiato, sono solo alcuni dei personaggi che hanno invitato espressamente Grillo a dare la fiducia a Bersani. Anche l’Unità sosteneva questa proposta e cercava di convincere Grillo ed i grillini a sostenere il PD. Poi, quando hanno capito, dopo l’ultimo rifiuto, che non c’era niente da fare, hanno cambiato musica ed ora dicono peste e corna di Grillo e del suo movimento, accusandolo di aver stipulato un patto con Berlusconi per fermare Bersani (!?).

Sembra che ormai siano comici e cantanti ad occuparsi di politica. Diventano anche assessori come Franco Battiato il quale, alla sua prima uscita pubblica all’assemblea dell’UE, in qualità di assessore al turismo della Regione Sicilia, la spara grossa parlando di “troie in Parlamento“. Ed il presidente Crocetta, vista la reazione indignata e la condanna di tutte le forze politiche,  non può far altro che destituirlo dall’incarico. Già, un conto è cantare la stessa lagna da 40 anni, altro è occuparsi di politica. Un conto è fare spettacolini in piazza a metà strada fra il comizio ed il cabaret, altro è sedere in Parlamento. Ho paura che, a forza di dare spazio eccessivo a personaggi dello spettacolo, questi si siano montati la testa e credono davvero di potere occuparsi di cose di cui sono completamente digiuni. Esattamente come barbieri e tassisti.

Grillo for dummies

Spiegare il fenomeno Grillo è facile. Bisogna, però, fare un piccolo sforzo di fantasia ed  immedesimarsi in coloro che lo seguono, che lo osannano, che riempiono le piazze e lo applaudono. Non è difficile. In fondo sono persone normali, comuni mortali che campano alla meno peggio, sfogando rabbia e frustrazioni allo stadio di calcio o accalorandosi in accese discussioni con amici e colleghi di lavoro su tutti gli argomenti possibili, convinti di avere sempre la risposta giusta per tutto e la soluzione per ogni problema.  Gente così, un po’ Fantozzi, un po’ Filini. Gente comune, specialmente giovani, che una volta si limitava a scambiarsi commenti e  lamentele assortite al bar dello sport, dove tutti sono esperti di tutto, dal calcio allo spettacolo, dall’economia agli UFO, dall’alta finanza alla politica.

Qualcuno, non ricordo chi, ha detto: “Peccato che tutti coloro che sanno benissimo come governare il Paese siano impegnati a tagliare capelli o guidare taxi“. Già, barbieri e tassisti possono discutere di tutto lo scibile umano con l’apparente sicurezza di chi non ammette repliche. Ma una volta queste “autorevolissime” chiacchiere restavano confinate fra le quattro mura del bar, ma non restava traccia perché, come dice il vecchio adagio latino, “Verba volant“. Scenette da piccoli pseudorivoluzionari di periferia, da sfigati in attesa di posto fisso, roba da “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”, come dicevo nel post “Tutti giù per terra“.

Poi, grazie al progresso ed alla tecnologia, è successo qualcosa di imprevedibile e dalle conseguenze non ancora del tutto comprese nel loro potenziale rivoluzionario. E’ successo che questi commentatori ed opinionisti da bar dello sport si sono adeguati ai tempi, si sono informatizzati, si sono trasferiti nella rete internet, dove chiunque può aprire una sua pagina web ed esprimersi liberamente, hanno creato legami di affinità ideologica e si sono ritrovati uniti ed aggregati attorno al blog di un comico in crisi esistenziale che si è riciclato come guru spirituale e tribuno della plebe. Di colpo, il blog di Grillo è diventato come un faro nella notte, punto di riferimento per contestatori, rivoluzionari della domenica, individui dalla personalità debole in cerca di una figura paterna che funga da guida, cuccioli smarriti nella foresta della vita, felici di aggregarsi ad altri cuccioli smarriti per costituire un branco che li rassicura e li protegge.  Questo è successo.

Ora si trattava solo di dare una finalità a questa aggregazione. E Grillo, da uomo di spettacolo, sapeva benissimo come sfruttare la situazione. Il suo istrionismo si è espresso al meglio nelle piazze, davanti ad un pubblico che lo applaudiva perché diceva esattamente le cose che quel pubblico voleva sentire. E’ la regola d’oro di tutti i comizianti del mondo. Mischiando sapientemente battute ad effetto, ironia, insulti, sarcasmo, denuncia sociale e critica feroce alla politica, ha creato un mix dialettico che è un capolavoro dell’arte retorica. Cicerone non avrebbe saputo fare di meglio. Marcantonio, e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare, al confronto è nulla; un dilettante. Il trionfo della sofistica in versione moderna.

C’è un solo accorgimento da rispettare: evitare, finché è possibile,  di  fornire proposte precise e concrete, o stilare programmi dettagliati che potrebbero dividere il pubblico in favorevoli e contrari. Limitarsi, piuttosto, a poche cose essenziali sulle quali più o meno tutti sono d’accordo: lotta alla corruzione, al malaffare, al malgoverno, agli sprechi del denaro pubblico, ai privilegi assurdi ed ingiustificabili, denunciare gli imbrogli, i sotterfugi, gli inciuci, le truffe della finanza, lo strozzinaggio bancario, stigmatizzare  tutto ciò che è come uno schiaffo in faccia al popolo, tutto ciò che suscita rabbia e sdegno. Ma tenendosi sul vago, senza entrare troppo nei dettagli, perché prima o poi qualcuno dei duri e puri, quelli che predicano bene e razzolano male,  potrebbe essere scoperto con le mani nella marmellata.  Poi basta alimentare questa indignazione trasformandola in desiderio di rivolta. Ed il gioco è fatto. Si organizza una giornata di protesta in piazza, la si chiama “Vaffa Day” e così comincia l’avventura.

Sembra un gioco, un’allegra goliardata, una specie di gita fuori porta, un picnic fra amici, un semplice happening  o un flash mob, come dicono oggi, senza conseguenze. Ma è qualcosa di più serio e non se ne era colta appieno l’importanza. Tutte le rivoluzioni cominciano così, con semplici adunate di piccoli gruppi. Ed una volta partita la rivolta non si sa mai come va a finire, quali saranno gli effetti ed è sempre difficile, se non impossibile, fermarla, perché una piccola palla di neve che rotola giù dalla montagna diventa subito valanga.

E così i nostri opinionisti da bar dello sport si ritrovano, di punto in bianco, in condizioni di partecipare alle elezioni sotto l’ala protettrice di Grillo e dell’eminenza grigia Casaleggio. Tutto quello che devono fare è proporre la propria candidatura nella sede virtuale del movimento, il blog di Grillo. Fanno una parodia di “primarie“, si autocandidano, si autovotano, nessuno controlla l’autenticità di quelle poche migliaia di persone che votano in rete e, senza sapere chi sono e cosa vogliono, si ritrovano in lista per le elezioni.

E siccome la gente ormai ha perso ogni speranza di vedere segni di cambiamento della politica, è talmente schifata della casta che vota per questi grillini che si propongono come anti politica. E’ l’unica cosa che si capisce di questo movimento, essere contro la politica e proporre un cambiamento radicale. Ma è l’idea che, come dicevo prima, accomuna gran parte degli italiani. Basta questo per dargli il voto.  E così, abbiamo svuotato bar, taxi e barberie, abbiamo preso gli opinionisti della domenica ed abbiamo mandato tassisti e barbieri in Parlamento. Poi non lamentiamoci se ci faranno barba e capelli.

Eppure, il buon senso dovrebbe farci riflettere. Va bene il cambiamento, va bene la protesta, va bene dare fiducia a chi si propone come rinnovamento, va bene cambiare le regole della politica, ma bisogna stare attenti ai cambiamenti improvvisi e drastici. Prima di gettar via le vecchie sedie, accertatevi che abbiate quelle nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

E poi, soprattutto, ricordiamoci che basta poco per passare da una semplice protesta ad innalzare il patibolo in piazza. Il passo è breve. Il paragone non sembri azzardato, visto che la stampa riportava, nei giorni scorsi,  un’altra delle proposte grillesche; gli eletti non dovranno chiamarsi “onorevoli“, ma “Cittadini“. Vi ricorda niente? Sì, evoca scenari di un lontano 14 luglio 1789, da presa della Bastiglia. E sembra di sentire il sinistro e lugubre sferragliare della lama della ghigliottina. Attento Grillo, perché Robespierre, col pretesto della giustizia ed in nome del popolo,  creò un terrificante tribunale degno della peggiore Inquisizione e grazie a quella stessa sua creatura, che gli si rivoltò contro, perse la testa; letteralmente. Tempo al tempo, scommettiamo che…

Evoluzione del maschio latino

Fa quasi tenerezza questa vecchia istantanea. E’ una foto realizzata da Ruth Orkin a Firenze nel 1951. Erano i tempi del “gallismo“, dei pappagalli e del mito del Latin lover. Per documentare questo aspetto del costume dell’Italia di quegli anni, la fotografa assunse una modella (Ninalee Craig, che oggi ha 83 anni), la fece passeggiare per le strade di Firenze ed immortalò le reazioni del maschio italico al passaggio della ragazza. Questo l’interessante articolo sul Corriere di oggi: “Addio all’uomo sulla Lambretta“.

Tempi di ricostruzione post bellica, ma anche di fiducia nel futuro e, perché no, di svago. Il cinema celebrava la figura del Latin lover, del gallismo e spopolavano le commediette balneari con ragazzotti squattrinati in vacanza, ricchi commendatori sempre alla ricerca dell’avventura galante e storie di sfaccendati che davano sfogo alla fantasia per trovare il modo di trascorrere le giornate. Erano film che in qualche modo riprendevano il nuovo spirito ottimista, scanzonato e la voglia di dimenticare gli orrori della guerra. Film semplici  di storie sentimentali a lieto fine, come “Poveri, ma belli” o più impegnati resoconti di vita come “I vitelloni” (1953) di Federico Fellini.

Erano copioni basati su una realtà verosimile, frutto della fantasia dei soggettisti e degli sceneggiatori. Ma erano storie che,  forse involontariamente (o talvolta volutamente), proponevano, rappresentandoli,  modelli, stili di vita, atteggiamenti, comportamenti, battute e linguaggio da imitare che venivano assimilati dal pubblico e diventavano parte integrante del bagaglio culturale degli italiani. La rappresentazione di una realtà fittizia, nel momento in cui andava in scena, modificava la realtà stessa. Questo era ed è l’enorme potere del cinema e degli altri mezzi di comunicazione. Tale che ha condizionato non poco l’evolversi della società. Oggi, grazie al grande sviluppo tecnologico della comunicazione attraverso stampa, televisione ed internet, questo potere condizionante è centuplicato e, pertanto, enormemente più pericoloso. Ma questa è un’altra storia.

Erano i tempi in cui gli uomini si voltavano a guardare le donne. Gli sguardi maschili seguivano ogni gonna che gli passasse davanti, con la bramosia del cacciatore che segue la preda. Ne osservavano le movenze, l’incedere più o meno elegante, la sinuosità delle forme. E la fantasia si scatenava, perché allora le donne erano molto coperte, le gonne erano lunghe, ben al di sotto delle ginocchia, e più che vedere bisognava immaginare. Erano i tempi in cui cinema e riviste celebravano le maggiorate; belle ragazze floride e dalle forme generose. Erano una specie di rivalsa dopo le privazioni della guerra, una promessa ed una garanzia di un futuro migliore. E gli uomini, come per doveroso omaggio a tanta abbondanza di forme, erano sempre pronti ad ammirare, commentare e, quando possibile, tentare un approccio. Esempio di questa celebrazione delle forme femminili nel cinema è la quasi esordiente Sofia Loren, con un seno ed un lato B (oggi si dice così) prorompenti, nell’episodio “Pizze a credito” nel film del 1954 “L’oro di Napoli di Vittorio De Sica.

Era quel fenomeno di costume che chiamavano “gallismo” e che all’estero destava curiosità e commenti sarcastici. Ma è anche vero che questa fama di italiani come eterni seduttori, sempre pronti a corteggiare qualunque donna gli passasse a tiro, era un richiamo irresistibile e carovane di straniere sbarcavano in Italia con la speranza di incontrare il loro latin lover e godersi un’avventura stagionale.  Per il maschio italiano corteggiare una bella ragazza, specie se straniera, era un fatto naturale, scontato, quasi un dovere civico.

Non c’erano ancora le minigonne che scoprivano le gambe, né le “magliette fini” alla Baglioni, che lasciavano immaginare tutto. Non c’erano nemmeno i “balconcini” che mettono tutto in bella mostra, né i pantaloni a vita bassa che lasciano intravedere il culetto, né i chirurghi estetici che ti montano dei palloncini al posto delle tette. Tutto era naturale, ruspante, fatto in casa. Eppure, al passaggio di una bella ragazza, anche coperta con un cappotto fino ai piedi, l’uomo italico si voltava a guardarla e la seguiva con sguardo avido e peccaminoso. Talvolta si sottolineava l’avvenenza della ragazza con un fischio di ammirazione o con apprezzamenti spesso anche pesanti e volgari. Ma solitamente ci si limitava allo sguardo ammirato. Voltarsi a guardare era una regola, una specie di irrefrenabile predisposizione genetica. Era scontato, istintivo, un riflesso condizionato; come il cane di Pavlov.

Erano i tempi in cui, a fine anno, i barbieri regalavano ai clienti il classico calendarietto profumato con le donnine in costume. Le donne, invece, divoravano i seguitissimi fotoromanzi, sognavano il principe azzurro, amori romantici e tenevano in camera la foto dei loro idoli.  Realtà e fantasia si confondevano creando una sorta di realtà parallela, come narrato stupendamente in un altro celebre film dell’epoca, “Lo sceicco bianco” (1952), ancora di Fellini, con un bravissimo Alberto Sordi. Già, le distrazioni erano poche, i soldi pure e non era ancora esploso il consumismo degli anni del boom economico. Anche una semplice lambretta, quella che si vede nella foto, per moltissimi era e restava un sogno. Costava relativamente poco, infatti, ma sempre più di quanto un ragazzo avesse a disposizione. Quindi quel “poco” era comunque “molto“, anzi troppo.

Molto tempo è passato. Le gonne si sono accorciate, le camicette si sono aperte, le tette sono cresciute di volume, le donne nude le vedi ovunque e non resta più spazio per l’immaginazione e la fantasia. Chissà cosa regalano oggi i barbieri. Mah, forse un CD con l’ultimo film porno. Così, come tante altre cose, sono scomparsi anche i gruppetti di ragazzi che sostavano perennemente nelle strade e nelle piazze. Ora vanno di corsa.  Sono tutti impegnatissimi, non hanno più tempo per regalarsi una mattinata di dolce far niente e crogiolarsi al sole. Oggi anche i disoccupati sono occupati, anzi occupatissimi a correre da qualche parte. Non si sa dove e perché, ma tutti corrono. E non si voltano più a guardare le ragazze, perché la mente è già satura di immagini sexy, erotiche e porno.

Ecco perché oggi una foto del genere sarebbe difficilissima da realizzare. C’è stata una lenta e progressiva mutazione. Sono scomparsi i galletti, i pappagalli, i vitelloni, i latin lover. Dicono che la società si sia evoluta, che sia progredita.  Oggi non si ha più tempo da perdere, la gente va di fretta. Così si è passati direttamente dalle parole ai fatti. Oggi le donne non temono più di essere oggetto di sguardi concupiscenti, di ricevere fischi di ammirazione o apprezzamenti galanti; oggi vengono direttamente aggredite e violentate brutalmente. Dagli innocui galletti e dai mansueti vitelloni si è passati alle belve feroci. Un bel progresso, no? Di questo passo, in futuro compariranno anche gli orchi ed i draghi sputafuoco. E’ l’evoluzione della specie, bellezza!