Fisica e sandali

Carlo Rovelli è un fisico, autore di un libro di successo “Sette brevi lezioni di fisica” (Ed. Adelphi). Un libretto che  mantiene la promessa del titolo. Infatti conta solo 88 pagine, scritte in forma semplice e comprensibile a tutti, limitandosi ad esporre il concetto che è alla base di alcune teorie (dalla relatività di Einstein alla meccanica quantistica, dall’ordine del cosmo alla nozione di tempo), senza la pretesa di approfondire o di spiegare formule complesse. Si direbbe un classico libro poco impegnativo da leggere sotto l’ombrellone. Forse per questo ha riscosso molto successo. L’ho letto due anni fa, appena pubblicato, e devo riconoscere che ha una scrittura piacevole, nonostante gli argomenti non siano proprio facilissimi da trattare e spiegare. Ma la semplicità è dovuta perché si rivolge non agli specialisti, ma ad un pubblico di profani,  come dice nella premessa: “Queste lezioni sono state scritte per chi la scienza moderna non la conosce o la conosce poco“.

La bellezza, e l’utilità, di questi libri di divulgazione scientifica è che non hanno la pretesa di spiegare alla casalinga di Voghera la teoria della relatività, con formule allegate. Il loro pregio è quello di stimolare la curiosità ed invogliare allo studio e l’approfondimento di temi scientifici. E non tutti sono capaci di farlo in maniera semplice. Rovelli sa farlo, senza annoiare. Un altro studioso che ha questo dono della semplicità è il biologo genetista Edoardo Boncinelli. Il suo “Noi siamo cultura” edito da Rizzoli nel 2015, è un invito allo studio, alla conoscenza: “Possiamo rinunciare a tutto tranne che alla conoscenza. Perché è la nostra ricchezza più grande, l’unica eredità che conta e non perde mai valore.”.

Ma è al tempo stesso, ecco l’aggancio alla semplicità, un’accusa nei confronti di certo accademismo che, più che invogliare alla conoscenza, scoraggia gli studenti: “E poi ci si lamenta che i giovani non si incamminano verso le carriere scientifiche. Mi è capitato spesso di partecipare a iniziative promosse per invogliare i giovani a indirizzarsi in quella direzione e di uscirne indignato per aver ascoltato niente più che una gragnola di critiche alla scienza stessa. Se fossi stato un giovane, dopo aver assistito a tali fiere della vanità e della banalità, mi sarei certo allontanato per sempre dal pensiero di imboccare questa strada.”. La semplicità è una dote dei grandi. Si attribuisce ad Einstein questa riflessione: “Non puoi dire di aver capito veramente qualcosa finché non riesci a spiegarla con parole semplici a tua nonna“.

Carlo Rovelli Di martedìLa settimana scorsa Rovelli è stato ospite di Floris a “Di martedì“. Già nella precedente stagione del programma Floris ebbe in studio sia Rovelli che Boncinelli.  Ai loro interventi ho dedicato a gennaio scorso il post “La felpa di Boncinelli“. Floris mi stava leggermente sulle scatole a causa della sua faziosità. Ma devo riconoscere che da quando ha lasciato Ballarò e la RAI, ed è passato a La7 col nuovo programma “Di martedì”, che non è solo la pallosissima passerella di politici che si accusano a vicenda dei mali del mondo, è più guardabile. Se non altro perché dà spazio, appunto, a personalità della scienza e della cultura e ad argomenti diversi dalla politica. E questo è già un grande progresso in un panorama televisivo in cui dominano cuochi, delitti e ochette starnazzanti.

Floris continua a starmi un po’ sulle palle e continuo a non guardarlo, se non a brevi tratti secondo l’ospite e l’argomento, però un punto a favore glielo concedo. Ciò che mi ha incuriosito della presenza di Rovelli è, però, un dettaglio che notai già alla precedente partecipazione: i sandali. Sia questa volta che in quella precedente porta ai piedi i classici sandali aperti. Roba che forse non li  usano più nemmeno i frati francescani o i carmelitani scalzi. Glieli fanno apposta su misura? Oppure sono sandali esclusivi per scienziati (forniti dal CNR) che oltre ad avere sempre la mente fresca devono avere freschi ed arieggiati anche i piedi?

Ora, è vero che gli scienziati notoriamente hanno la testa fra le nuvole e, quindi, non badano a ciò che portano ai piedi. Però mi sembra che Rovelli esageri. Sarà pure un grande fisico, ma ho l’impressione che qualche rotellina fuori posto ce l’abbia. Magari, fra quark, bosoni, fotoni, gluoni, mesoni, muoni, leptoni, minchioni e buffoni (particelle poco note perché scoperte da poco in zona Montecitorio – Palazzo Chigi), dovrebbe trovare il tempo di farsi una controllatina alle sinapsi intasate; un tagliando, come si fa con le vecchie auto. Non vorrei che di questo passo, alla prossima ospitata da Floris, si presenti in pigiama, pantofole, con uno scolapasta in testa e  cantando “Le tagliatelle di nonna Pina…”.

Vedi

La felpa di Boncinelli

Diffidate degli intellettuali

Il pensiero corto

La morale è un optional

In politica la morale è un optional; si può avere o non avere. Anzi, meglio averne due, una di scorta. La doppia morale fa sempre comodo, è come la legge: per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Storia vecchia, non fa più nemmeno notizia. Specialisti in questa sottile arte della morale double face è la sinistra; è una conseguenza della presunta superiorità morale. Siccome sono “superiori” moralmente, anche quando fanno le peggiori porcherie ( e ne fanno a iosa, come e più degli avversari), il partito deve sempre restarne fuori, pulito; chi sbaglia lo fa per responsabilità personale e non tocca il partito che resta sempre pulito. Al contrario se qualche avversario commette reati è perché è il suo partito che è corrotto. L’esempio più tragico fu quello dei brigatisti rossi, che erano rossi, erano comunisti, ma il PCI non c’entrava nulla; erano “compagni che sbagliano“.  Quella curiosa interpretazione delle responsabilità del partito, che deve sempre restare fuori,  non è cambiata nel tempo; è sempre quella, ferma ai “compagni che sbagliano“.

Altro clamoroso esempio di questa doppia morale e dell’estranietà del partito alle malefatte dei suoi dirigenti lo si ebbe in occasione dell’inchiesta “Mani pulite” che, di fatto, decapitò l’intera classe politica dirigente italiana, coinvolgendo tutti i partiti: tutti meno uno, il PCI. In quel caso, il principio applicato dai magistrati e che portò in tribunale decine e decine di dirigenti politici (alcuni finirono direttamente in carcere e qualcuno ci morì) era quello che i dirigenti “non possono non sapere” quello che succede all’interno del partito; specie in merito a finanziamenti illeciti. Così inguaiarono Craxi, Forlani e tutti gli altri. Tutti, eccetto i dirigenti del PCI. Il partito comunista non solo riceveva finanziamenti illeciti come tutti, ma da decenni era abbondantemente finanziato da Mosca (cosa che era risaputa).  In tempi di guerra fredda e di cortina di ferro ricevere finanziamenti da una potenza ostile non era solo finanziamento illecito, ma poteva configurarsi come intelligenza col nemico ed alto tradimento. Ma niente di questo fu contestato al PCI.

Anche quando si scoprì l’esistenza di “fondi neri” in Svizzera, riconducibili al PCI, il compagno Greganti si accollò tutta la responsabilità, escludendo qualunque coinvolgimento del partito e dei dirigenti, dichiarando che si trattava  di un suo conto personale. Ed il bello è che gli credettero (o finsero di credergli). Come credettero anche a chi disse che non sapeva nulla di qualcuno che entrò nella sede romana del PCI, in Via delle Botteghe Oscure, con una valigetta piena di 150 milioni di lire. Era provato che c’era stato un versamento di denaro, ma non si trovava materialmente colui che lo aveva ricevuto. Inspiegabilmente, nel momento della consegna della valigetta, in ufficio non c’era nessuno: forse erano tutti al bar o erano distratti, o dormivano. Ergo, il denaro è stato consegnato, ma nessuno lo ha preso. Sono i bizzarri paradossi giuridici all’italiana. E, stranamente, il principio che il capo “Non poteva non sapere“, in questo caso non si applica. Curioso, vero? Forse anche la magistratura ha una morale ballerina; forse hanno addirittura due codici diversi e separati da usare secondo i casi e le circostanze. Questo è l’andazzo della politica, della magistratura, della sinistra e Così è se vi pare; e anche se non vi pare.

Certo, anche a destra non scherzano, ma a sinistra è proprio una caratteristica innata; forse la doppia morale te la danno con la tessera. Ti iscrivi al PD e ti danno la tessera, il distintivo, la bandierina, il manualetto “La doppia morale: istruzioni per l’uso“, e l’attestato di scienza enciclopedica  infusa che ti autorizza a partecipare a tutti i salotti televisivi e discutere con autorevolezza di tutto lo scibile umano; avendo sempre, ben inteso, la verità in tasca. Le ultime elezioni ne danno ancora una volta la conferma, anche se non abbiamo bisogno di ulteriori prove.

Il PD si è lamentato con Giannini, conduttore di Ballarò, perché, a loro dire, ha mostrato dei cartelli con i risultati elettorali, dai quali risultava un forte calo di voti, che sarebbero fuorvianti: “Il PD all’attacco di Ballarò. Cartelli sul voto fuorvianti – Ballarò dimostra (numeri alla mano) il flop elettorale di Renzi. IL PD accusa “E’ fazioso”. E chiama in causa la Bignardi “Chiarisca la violazione”. Il PD ha perso una vagonata di voti, è vero, ma non si può dire; e se lo dici sei fazioso e fuorviante. Ora, la faziosità dei programmi televisivi è risaputa, come pure che quasi tutti i conduttori sono di sinistra e quindi la loro faziosità è ben individuata, scontata, a senso unico; basta saperlo. Fra tanti programmi faziosi, uno dei più faziosi era proprio Ballarò, condotto da Floris; come del resto è sempre stata, ed è tuttora,  faziosa tutta RAI3, da sempre feudo del PCI, PDS, DS, PD. Allora, lamentarsi va bene, denunciare la faziosità di programmi e di conduttori anche, ma dovrebbe esserci un limite, perché se all’improvviso, dopo anni di faziosità sinistra di quel programma, e di tanti altri,  qualcuno si sveglia per accusare Ballarò di faziosità si passa il limite della vergogna.

E’ solo l’ennesima dimostrazione pratica della doppia morale sinistra. Finché la faziosità è a loro favore (come lo è da decenni), la chiamano informazione, giornalismo, inchiesta, o intrattenimento, spettacolo, satira. Se però non gli è favorevole, allora scatta l’allarme; non è informazione corretta, è fuorviante. Non ricordo proteste quando per anni ed anni, su tutti i canali, i “cartelli fuorvianti” erano quelli di Floris, Santoro, Gad Lerner, TeleKabul. Non sento proteste nemmeno per quelli attuali di Iacona, Formigli, Greco e l’allegra brigata dei conduttori militanti, addetti stampa del partito mascherati da opinionisti o giornalisti, giullari e pennivendoli di regime che affollano ogni giorno ed a tutte le ore i salotti televisivi. E nemmeno per le interviste su tutti i canali a Renzi (da Annunziata a D’Urso, Fazio, Del Debbio, Vespa, Gruber), sempre solo e senza contradditorio. E non sento proteste nemmeno per l’atteggiamento sempre aggressivo nei confronti del centrodestra, di Salvini in particolare (fino a raggiungere il vero e proprio insulto) su quasi tutti i talk show, politici e non politici, e programmi vari di militanza politica mascherata da intrattenimento o satira (Crozza e Fazio-Littizzetto fanno scuola; ma per anni in TV hanno imperversato Dandini, Guzzanti e programmi come “Parla con me“, autentico spot militante di sinistra mascherato da satira. Ma nessuno ha mai denunciato la loro faziosità: quella è satira). Ricordiamo ancora “Rockpolitic” di Celentano, un autentico grande spot elettorale a favore della sinistra e di Prodi (si era in prossimità di elezioni). Ma non ricordo lamentele ed accuse di faziosità: quello era spettacolo. I sinistri sono così; se la faziosità è a loro favore è sempre giustificata, la chiamano spettacolo, informazione o satira. Se è sfavorevole, è grave faziosità ed informazione fuorviante. La morale degli ex/post comunisti travestiti da democratici mi ricorda una battuta di Woody Allen sui politici: “L’etica dei politici è una tacca sotto quella dei pedofili.”.

Il mercato dei voti a Napoli

Ricordiamo ancora le scene di rom, cinesi e immigrati di varia provenienza, in fila per votare alle primarie del PD a Napoli, Milano, Roma. E ricordiamo anche che alcuni hanno dichiarato tranquillamente che per andare a votare ricevevano dei soldi. Ma trattandosi di primarie del PD tutto finisce a tarallucci e vino; niente di grave, sono casi isolati e non intaccano l’immagine del partito che è sempre quello dei duri e puri, persone perbene che hanno le mani pulite (rubano come e più degli altri, ma usano i guanti). Bene. La cosa, però, si è ripetuta anche alle ultime elezioni a Napoli (ma non è detto che non avvenga anche in altre città); ci sono testimonianze e video che lo dimostrano. Ma anche in questo caso tentano di minimizzare. Si tratta di candidati nelle liste PD che “comprano” i voti. Ma come sempre finisce che li considerano casi isolati e la responsabilità è personale; il partito deve sempre restare fuori. Sono del PD, ma il Pd non c’entra. Anzi, fanno di più; diventano le vittime, perché questi episodi gettano una luce poco simpatica sul partito che viene danneggiato, quindi…il PD è “parte lesa“.  E non gli scappa nemmeno da ridere. Lo ha dichiarato serenamente al TG,  la vice presidente del PD, Debora (senza la H) Serracchiani: “Il PD è parte lesa“. La foto a lato la mostra in tutto il suo splendore, naturale, senza trucco né inganno. Molto diversa da come appare, carina e sorridente, doverosamente truccata in Tv. E’ l’emblema delle due facce del PD: una pulita, buona rasserenante, perbene, moralmente integra, come si presenta agli elettori; l’altra, senza trucco, al naturale, com’è nella realtà.

Se le porcate le fanno gli avversari è perché sono tutti corrotti, se le fanno loro sono vittime, sono “parte lesa“.   Le magagne del centrodestra sono sempre fatti gravissimi, quelle del PD sono sciocchezze, quisquilie, pinzillacchere, casi isolati, la responsabilità è personale, il PD è pulito, candido e innocente come un angioletto. Da ridere; questa non è politica, è cabaret. Intanto, però, la procura, poco propensa a vedere il lato comico della questione, ha già aperto un’inchiesta; vedremo chi riderà per ultimo. Anche Marrazzo, allora governatore del Lazio, venne scoperto a fare i festini a base di coca con una trans brasiliana. Ma per Santoro e tutta la claque sinistra, non era l’imputato, era la vittima di un complotto; sotto processo erano i carabinieri che l’avevano scoperto. Anche Marrazzo era vittima, era  “parte lesa”. A sinistra ragionano così. Ma guai a farglielo notare; si alterano, si adombrano, si offendono e magari vi accusano di strumentalizzare i fatti per scopi elettorali. Per questa gente dall’ipocrisia congenita e la doppia morale in dotazione di serie, vale sempre un famoso titolo di Cuore:Hanno la faccia come il culo“.

 

Baudo e il bacio negato

Pippo Baudo a Ballarò, per dimostrare quanto è di mente aperta e politicamente corretto, cerca di baciare una ragazza musulmana ospite in studio; ma gli va buca, la ragazza rifiuta. Ormai sembra che in televisione  non si possa fare un programma se non c’è ospite un immigrato, un musulmano, un imam  qualunque a caso (va bene anche l’imam di Pompu), una ragazza convertita all’islam con velo d’ordinanza, un deputato PD che difende gli immigrati (meglio se marocchino) e una delle renzine di rappresentanza che spopolano ad ogni ora su tutti i canali, che  ripete a memoria la storiella che il governo sta lavorando bene, che ha diminuito le tasse, che l’Italia riparte grazie alle riforme e che tutto va ben madama la marchesa. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che su Al Jazeera.

A proposito, sarà un caso, ma da qualche tempo (da quando è iniziata l’era renziana) in televisione succede sempre più spesso di sentire ospiti, esperti, opinionisti, conduttori, giornalisti, perfino cuochi e casalinghe, con un forte accento toscano. Anche ieri a Ballarò, Lady Fisco (così viene indicata, ma non ricordo il nome) intervistata su tasse ed evasione, parlava con uno spiccato accento toscano. Poco dopo intervistano una signora anziana che è in attesa di andare in pensione ed anche lei parla con accento toscano. Qualche giorno fa una ragazza ospite in uno di quei pollai pomeridiani, non ricordo a che titolo, pure con accento toscano. Non sto esagerando, fateci caso e noterete che da quando il fanfarone toscano ex boy scout si è insediato a Palazzo Chigi, in televisione (ma credo anche in altri settori) c’è un’invasione di toscani. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio!

In quanto al nostro Baudo nazional-popolare, non si rassegna proprio a starsene buono a casa e godersi il meritato risposo. No, deve essere sempre in primo piano sotto i riflettori. Non potendo avere un programma suo, si accontenta di fare l’ospite, il giudice, una comparsata, insomma, tutto va bene purché ci sia una telecamera che lo inquadra. Per questi personaggi  la visibilità mediatica è essenziale, come l’aria. Se non vanno in TV sono morti. Ed assumono sempre quell’aria di superiorità, di distacco, di super partes, da vecchi saggi, pronti a dispensare preziosissimi consigli su tutto. Anche ieri, Baudo, poteva starsene tranquillo ed in silenzio (o stare a casa, ancora meglio), invece deve sempre rubare la scena, essere al centro dell’attenzione, dimostrare quanto lui sia di larghe vedute, a favore dell’immigrazione, dell’integrazione, dell’uguaglianza, del rispetto delle diversità etniche, culturali, razziali e religiose. Deve mettersi in mostra. E per farlo, dopo aver dichiarato “Io sono per l’integrazione“, si alza e si avvicina alla ragazza musulmana con l’intenzione di baciarla. Ma la ragazza rifiuta decisamente; non è nella cultura islamica concedere baci ad un uomo pubblicamente.

Ben ti sta, caro Baudo. Succede questo quando, per fare i buonisti e per mostrare ipocritamente vicinanza e solidarietà con questa gente, si tenta di farlo con modi che essi non accettano e che non fanno parte delle loro tradizioni. Non si può baciare una persona che non vuole essere baciata e non considera il bacio come un semplice gesto di stima, come riteniamo noi, ma quasi un oltraggio, un’offesa. E Baudo, da tuttologo, dovrebbe saperlo. Islam e Occidente sono due mondi inconciliabili, non c’è possibilità di dialogo, né di integrazione. Ovunque hanno tentato di realizzare la società multietnica, e multi religiosa, è stato un fallimento. Lo stanno scoprendo a loro spese, anche se in ritardo, nazioni come l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia e pure la Germania (vedi i recenti fatti di Colonia). Solo gli idioti e quelli in malafede, o gli sciacalli che sull’accoglienza fanno milioni (Buzzi docet),  pensano di poter dialogare ed instaurare una convivenza pacifica con i musulmani, i quali possono anche sembrare moderati e disposti ad accettare la cultura e le tradizioni occidentali, ma non abbandoneranno mai la loro cultura e le imposizioni del Corano per tentare l’integrazione nella nostra società; troppa differenza (la cronaca riferisce ogni giorno di fatti di violenze subite dalle donne musulmane che tentano di condurre uno stile di vita occidentale). Non si può imporre l’integrazione a chi non vuole integrarsi. Un pacifista simbolo della non violenza, Gandhi, diceva che non si può stringere la mano di chi ti porge il pugno chiuso. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ecco perché la ragazza ha rifiutato un semplice bacio che da noi è solo un segno di affetto, di stima, di vicinanza, di simpatia. Per loro è qualcosa di molto diverso. Tentare di baciare in pubblico una donna musulmana è come offrire ad un musulmano un piatto di prosciutto o mortadella. Come regalare un film porno ad una suora di clausura. Come regalare le sinfonie di Beethoven ad un sordo. Come… come Baudo che cerca di baciare una ragazza musulmana pubblicamente in televisione. E’ da idioti.

 

Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)

Immigrazione, democrazia e volontà popolare

Il problema dell’immigrazione è uno dei più sentiti, sia per la gravità del fenomeno, sia per i costi insostenibili, sia per le conseguenze in termini di impatto sociale e di rischio per la sicurezza. In tutti i talk show se ne discute con posizioni contrapposte. Semplifichiamo. La destra è contraria all’immigrazione incontrollata e denuncia i pericoli derivanti da un flusso migratorio incontrollato e crescente.  La sinistra difende gli immigrati, sollecita interventi per  migliorare l’accoglienza, giustifica la missione Mare nostrum e non pone limiti all’immigrazione giustificando l’accoglienza con le norme vigenti, la Costituzione, gli accordi internazionali e la solidarietà. Se si dovesse scegliere politicamente con chi stare, la scelta sarebbe semplicissima. Se siate favorevoli all’arrivo degli immigrati sostenete la sinistra, altrimenti sostenete la destra. Ma una cosa è scontata in democrazia: chiunque vada al governo dovrebbe rispettare la volontà popolare.

Ne consegue che il governo, sia di destra o sia di sinistra,  dovrebbe rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini. Così, se la maggioranza degli italiani è favorevole all’accoglienza, il governo dovrebbe adottare tutti i provvedimenti necessari per attuare questa scelta popolare. In caso contrario dovrebbe  adottare misure opportune a bloccare o regolamentare il flusso migratorio.

Ma non è così semplice. Anzi, scegliere con chi stare è del tutto ininfluente. Il pensiero comune dominante, sposato dal PD e dalla sinistra, è quello di accogliere chiunque arrivi in Italia, giustificando l’accoglienza con il richiamo agli accordi sul diritto d’asilo e sull’aspetto umanitario della solidarietà nei confronti di gente che scappa da guerre e povertà. Questa visione del fenomeno è talmente diffusa e scontata che se non si è d’accordo con la visione della sinistra si viene automaticamente accusati di xenofobia, razzismo, intolleranza, discriminazione, islamofobia e pure di fascismo (che ci sta sempre bene e fa sempre effetto). In ogni dibattito televisivo c’è sempre il difensore d’ufficio degli immigrati e dei rom. Guai a sollevare qualche problema connesso alla loro presenza, scatta subito l’accusa di strumentalizzazione, di ricerca di consenso popolare, di voti e, immancabile, di populismo e demagogia. Insomma, sembra che non si possa dissentire dal pensiero unico imposto dalla sinistra. E se lo si fa si corrono grossi rischi.

Ora bisognerebbe chiedersi se questa posizione è condivisa o no dalla gente., se rispetta o no la volontà popolare, se rispetta il principio fondante della democrazia, il diritto della maggioranza a decidere la linea politica. Perché in democrazia il Parlamento ed il governo, in quanto rappresentativi dei cittadini, dovrebbero rispettare la volontà popolare e non imporre la propria volontà, anche contro quella dei cittadini. Fanno questo? No, in merito al problema dell’immigrazione, stanno operando “contro” la volontà del popolo. Ho scritto spesso di questa strana anomalia italiana che tutti sembrano ignorare. Ne parlavo già sei anni fa in un lungo post, riportando dei sondaggi che dimostravano, già allora, che la maggioranza (circa i 2/3) degli italiani è contro l’accoglienza incontrollata degli immigrati. Magari servirà a poco, ma forse è bene ricordare quei sondaggi, almeno per confrontarli con l’atteggiamento del governo e per chiedersi se la nostra sia ancora una democrazia o sia diventata qualcosa di diverso.  Ecco il post…

Democrazia e volontà popolare (13 maggio 2009)

In democrazia, si dice, il popolo è sovrano ed esercita il potere attraverso la libera elezione dei propri rappresentanti. I quali rappresentanti, è il caso di ricordarlo, in quanto eletti dal popolo dovrebbero rappresentarne le istanze ed attuarle nei modi previsti dalle norme vigenti. In parole povere, i rappresentanti eletti dal popolo devono, una volta in Parlamento ed al Governo, attuare la volontà popolare. La realtà ci dimostra che, invece, questo sacrosanto principio viene tranquillamente disatteso per le motivazioni più diverse. Non mi dilungherò sulle aberrazioni del sistema democratico. Voglio solo notare come ogni giorno, attraverso quel  classico “Gioco delle parti” pirandelliano che chiamano dialettica politica, abbiamo delle dimostrazioni di come questo principio sia continuamente rimesso in discussione a favore di più o meno chiare finalità che rispondono più alla logica dell’ideologia e della propaganda di partito che al rispetto del volere popolare.

Un esempio evidente è l’ormai quotidiana polemica sul problema dell’immigrazione, e sulle conseguenze per la sicurezza dei cittadini, sulla necessità di accogliere chiunque voglia arrivare in Italia, di garantire lavoro, casa, assistenza e diritti. Ogni giorno assistiamo sulla stampa, radio e TV, alla contrapposizione fra opposte fazioni. Normale dialettica? Libertà di espressione? Certo, ma…e la volontà popolare? Già, perché, come ho detto spesso in passato, tutti sembrano dimenticarsi, in questa questione fondamentale per il futuro dell’Italia, di chiedere il parere del popolo e, soprattutto, di tenerne conto. Eppure è quello che si dovrebbe fare in una democrazia reale. E se ciò non avviene significa che questa tanto decantata democrazia ha un qualche difetto, un bug, una falla, c’è qualcosa che non quadra.

Detto questo, vediamo di capire cosa vuole la gente in merito al problema immigrazione. Lo facciamo prendendo in esame alcuni sondaggi, fatti da grandi quotidiani nazionali e da istituti specializzati. Già tempo fa, in merito alle norme di sicurezza proposte dal Governo, si alzarono le barricate contro l’istituzione del reato di immigrazione clandestina. Ed ecco un primo sondaggio.

La risposta non lascia adito a dubbi o interpretazioni. Su quasi 16 mila votanti la schiacciante maggioranza, 85.7% è favorevole a considerare l’immigrazione clandestina un reato. Vediamone un altro sulla costruzione di moschee…

Anche in questo caso c’è ben poco da giocare sulle cifre. La volontà è chiarissima. Due terzi degli italiani non vogliono che si costruiscano liberamente le moschee. Eppure su questi argomenti le discussioni, le polemiche e le contrapposizioni continuano. Ed ancora la sinistra, le associazioni varie e la Chiesa vogliono convincerci che costruire moschee nelle nostre città è cosa buona e giusta. Ed il rispetto della volontà popolare? Mah, forse è un optional non necessariamente da rispettare. E veniamo a fatti recenti, le norme del decreto sicurezza proposte dal Governo. Ecco il risultato di un altro  sondaggio lanciato di recente dal Corriere.

No, per quasi il 70% dei lettori quelle norme non sono troppo dure. Che siano tutti fanatici sostenitori della Lega? Molto improbabile, visto che il Corriere non è propriamente il quotidiano di riferimento leghista. E sui “Respingimenti” dei barconi carichi di migranti, cosa che ha ancora provocato l’indignazione della sinistra e le solite accuse da parte dell’ONU? Strano, ma né il Corriere, né Repubblica, né L’Unità hanno lanciato dei sondaggi. Almeno fino a ieri notte. Il Corriere ne lancia uno sul futuro della Ferrari e Repubblica lancia un sondaggio su chi sostituirà Ranieri alla Juve. Beh, certo, questi sono argomenti molto più seri. Forse hanno paura di leggere i risultati. Vediamo, quindi, quelli disponibili. Questo è de La Stampa, aggiornato a ieri sera.

Favorevoli ai respingimenti 64%, contrari 35%. Ancora un dato inequivocabile. Vediamo il sondaggio del Messaggero…

Favorevoli 66.2%, contrari 33.3%. Chiarissimo. Vediamo anche un sondaggio lanciato due giorni fa nel forum della piattaforma Tiscali, quella di Soru, per intenderci, che non è propriamente un fanatico di Bossi e Maroni.

Beh, 3 su 4 sono favorevoli al respingimento. E allora? Mi pare che non ci siano dubbi sulla volontà popolare. Non vi basta ancora? Ok, allora vediamo un altro sondaggio presentato da Pagnoncelli, ieri sera, alla puntata di Ballarò. A meno che anche Floris, Pagnoncelli, Ballarò  e tutta RAI3 siano improvvisamente diventati leghisti o berlusconiani, almeno questi li prenderemo per buoni.  Ecco il primo cartello che riguarda la proposta di denuncia degli immigrati clandestini. Argomento caldissimo che ha fatto alzare la solite barricate sinistre e  della Chiesa, con la solita accusa di xenofobia e razzismo nei confronti di Berlusconi, del Governo e di chiunque sostenga la proposta. Ma la gente cosa ne pensa? Ecco il risultato…

Ma guarda guarda, quasi il 60% degli italiani è favorevole. E dire che, a seguire la  stampa di regime ed i “bravi conduttori” della TV, sembrerebbe che la maggioranza degli italiani siano indignati da questa proposta e pronti, nel caso fosse approvata, a non applicarla. Questione di coscienza, dicono. Ma allora questi dati sono fasulli? Oppure il 60% degli italiani sono xenofobi e razzisti? Oppure Floris ha truccato i risultati? Mah, vediamo l’altro sondaggio sui “Respingimenti”. Beh, almeno su questo avranno ragione i sinistri detentori della “superiorità morale” ed i buonisti? Vediamo…

Ahi, ahi, di male in peggio, qui addirittura cresce la percentuale, il 65% è favorevole ai provvedimenti di Maroni e del Governo. Beh, mi pare che questi sondaggi siano più che attendibili e rappresentativi dell’opinione della maggioranza degli italiani.

Ora, se è vero quanto dicevo in apertura sul rispetto della volontà popolare, a questo punto la domanda sarà anche impertinente, ma è del tutto logica e legittima: se questa è la volontà degli italiani, perché semplicemente non se ne prende atto e la si rispetta?  Ma allora perché, invece, la sinistra continua a lanciare anatemi e accuse di razzismo e xenofobia, di regime, di fascismo, di violazione delle norme internazionali? E la volontà popolare? Eppure anche Fassino ha detto che è del tutto legittimo il respingimento. D’Alema, addirittura, rivendica il merito di aver attuato per primo quelle norme al tempo degli sbarchi degli albanesi. Ma allora Franceschini, che è attualmente impegnato in una gita turistica in treno, perché continua ad accusare Maroni, Berlusconi ed il Governo di aver attuato dei provvedimenti ignobili, di mancanza di rispetto delle norme internazionali, di spregio dei diritti umani e bla bla bla? Beh, non c’è da meravigliarsi, è la solita doppia logica sinistra. Quello che fanno loro è sempre buono, giusto e sacrosanto. Se le stesse cose le fa Berlusconi è razzismo.

Eppure sono quelli che, dopo una lunga crisi esistenziale, da comunisti sono diventati PDS, poi DS, ora Democratici. Già, sono diventati gli strenui difensori della democrazia. Sì, proprio quella in cui il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra. E loro, da buoni democratici, la rispettano, quando vincono loro, perché allora si tratta di una grande vittoria della democrazia. Quando, però, vincono gli avversari, allora contrordine compagni, non è più democrazia, è regime. La volontà popolare non è più vangelo, anzi se il popolo sbaglia bisogna rieducarlo. E non gli scappa nemmeno da ridere. Ci sarebbe da stracciarsi le vesti, cambiare mestiere, politici e giornalisti al seguito, e vagare in pellegrinaggio col capo cosparso di cenere verso antichi santuari, in segno di penitenza. Ma non succede niente. Anzi, come se questi sondaggi fossero acqua fresca, Floris fa finta di niente, gli altri pure, e la puntata prosegue  chiacchierando di tutto, meno che della volontà popolare. Come volevasi dimostrare. Sì, ho la quasi certezza che quando si dice che in democrazia il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra, poi, dietro le quinte, si facciano delle grasse e sonore risate; risate sinistre.

Napolitano e la cresta

Dopo le recenti rivelazioni di Alan Friedman che sollevano molti dubbi sulla correttezza istituzionale del Presidente Napolitano (Hillgate , i misteri del Colle), e confermano con le prove ciò che già si sospettava, ecco un’altra notizietta che riguarda Re Giorgio; quando da europarlamentare faceva la cresta sul rimborso spese. Lo riferiva già un articolo di tre anni fa “Toh, Napolitano…”. citando un video del 2004, di un canale televisivo tedesco, che circolava da tempo su internet. Stranamente quel video oggi non è più disponibile; è stato eliminato da YouTube di recente. Guarda che combinazione! E’ stato, però, ripreso e riproposto l’anno scorso in una puntata di La Gabbia su LA7. Sarà bene rivederlo, tanto per ricordarsi chi sono questi personaggi che si ergono a integerrimi custodi della morale, quelli che hanno la verità in tasca, quelli che sono sempre dalla parte giusta, i “migliori”, quelli che si autodefiniscono “Persone perbene“. Gli stessi che anni fa, ai tempi di Tangentopoli, graziati dalla magistratura amica, proclamavano “Noi abbiamo le mani pulite…”. Ecco, quelli, i compagni di Napolitano…

Stranamente quel video non è mai passato nelle reti televisive italiane. Distratti? Non si sapeva? Non era una notizia importante? Curioso che con tanti giornalisti d’assalto, sempre pronti a denunciare le magagne dei politici, nessuno abbia sentito il dovere di parlarne. Non lo ha fatto Santoro, il tribuno della plebe che da 20 anni usa la televisione per condurre la sua battaglia personale contro Berlusconi. Non ne ha parlato la Gabanelli nelle sue inchieste a Report, dove si denuncia la cattiva amministrazione, la corruzione e gli sprechi della politica. Né lo abbiamo visto a Ballarò di Floris. Nemmeno Fazio ne ha parlato nel suo salottino TV “Che markette che fa…” dove pubblicizza tutto, libri, CD, film in uscita, specie se sono opera di “compagni“.  Non ne hanno parlato i telegiornali, sempre attenti a illuminarci su tutta la spazzatura nazionale ed estera, che chiamano informazione, e sempre pronti a riservare al nostro Presidente Napolitano il suo spazio quotidiano e dove tutti gli starnuti presidenziali diventano notizie di primo piano. “Tutto Napolitano minuto per minuto“; tutto, eccetto questa piccola magagna; non si deve sapere. Eppure tutti sono pronti a scendere in campo per difendere il diritto di cronaca, la libertà d’informazione. Ogni tanto, però, hanno delle amnesie, degli attimi di distrazione; io non c’ero, e se c’ero dormivo.

Non ne sapevano nulla nemmeno i tanti buffoni e giullari di regime sempre pronti a sbeffeggiare i politici (meglio se sono di destra) con qualunque pretesto. Quelli che da anni sono militanti politici mascherati da comici e fanno propaganda mascherandola da satira. Sono un esercito agguerrito, hanno i loro spazi  in televisione, sui giornali, alla radio. Ma nessuno ha mai visto quel video che da anni era su internet, visto da centinaia di migliaia di persone. Lo hanno visto tutti eccetto i nostri comici ed i nostri giornalisti d’assalto. Curioso, vero? Già, è uno dei tanti misteri d’Italia…

Ultimissime

Box in primo piano sul Corriere.it mostra Prodi appisolato mentre parla Letta (Guarda il video). Dice la didascalia “Letta fra Expo e governo. Ma Prodi si appisola“. Ma il Corriere sbaglia. Quando Prodi dorme, o sembra che dorma, in realtà…sta pensando! Lo aveva rivelato anni fa l’allora ministro Santagata in risposta a Beppe Grillo il quale dichiarò che quando andò a trovare il premier, mentre parlava, Prodi chiuse gli occhi e dormiva: “Prodi-valium che quando sono andato a trovarlo per suggerirgli delle nostre proposte, dopo un po’ dormiva“.  Ne parlavo in questo post del 2007: “Chi è il comico?”.  E c’è ancora chi lo tira in ballo e lo propone come nuovo Presidente della Repubblica. Uno che pensa quando dorme e dorme quando dovrebbe pensare, ma che sarebbe meglio per tutti che continuasse a dormire…farebbe meno danni. Boh…

Crozza, il maiale della RAI

Immancabilmente tutti i siparietti di Crozza finiscono in prima pagina.  Già dopo mezz’ora dalla sua apparizione a Ballarò, il video del suo intervento campeggia nella Home del Corriere. Stesso trattamento dopo le esibizioni del Crozza nazionale nel suo show su LA7. Ormai Crozza è diventato un autorevolissimo commentatore politico (visto che tutto il suo teatrino sempre lì va a parare, sulla politica e sui politici, specie su Berlusconi e gli esponenti di destra. Fateci caso, dei personaggi presi di mira 8 su 10 sono di destra. Sarà un caso?). Ecco perché i suoi interventi sono sempre in prima pagina accanto agli editoriali di Panebianco, Della Loggia, Ostellino. La satira è diventata una modalità di lettura della politica. Anzi, la più amata dal pubblico e, quindi, visto il consenso popolare, bisognerebbe dire che è la più autorevole, la vera interpretazione della politica.

La cosa strana è che gli stessi politici presi di mira, non rendendosi conto di essere presi per i fondelli, si divertono. Questo fatto, apparentemente incomprensibile, crea inquietanti interrogativi sulla statura politica ed intellettuale di certi personaggi della politica. Se un autorevole politico (spesso anche ministri in carica o presidenti di Camera e Senato) consente che un qualunque guitto da avanspettacolo lo sbeffeggi apertamente, pubblicamente ed in diretta televisiva, senza reagire, anzi divertendosi, svilisce il suo ruolo e quello delle istituzioni che rappresenta. Il che dovrebbe farci riflettere sull’infimo livello raggiunto, purtroppo, dalla nostra classe politica. Sono ormai a livello da Bar dello sport o da avanspettacolo da cinemino di periferia degli anni ’50. Ecco perché la “copertina di Crozza” a Ballarò dovrebbe essere oggetto di studio della psicologia e, forse, della psichiatria; potrebbe darci utili spiegazioni sullo stato di salute mentale dei politici.  Crozza satireggia, sbeffeggia, ridicolizza i politici, specie quelli in studio e loro lo trovano divertente. Crozza li umilia e loro si divertono! La scena consueta si è ripetuta anche ieri con in studio Gasparri. Crozza lo prende per il culo e Gasparri ride!

In uno degli ultimi siparietti a Ballarò, forse due settimane fa, il comico Crozza se l’è presa con Brunetta che, ospite a Che tempo che fa, rinfacciava a Fazio il suo contratto da 5 milioni di euro. A causa di queste polemiche sugli stipendi altissimi della RAI, è saltata anche la trattativa per portare Crozza alla RAI per un importo uguale, 5 milioni di euro, a quello di Fazio. La cosa, ovviamente, non è andata giù al nostro comico che, usando una metafora suina, ha detto che il macellaio che acquista un maiale non lo tiene per bellezza, lo paga perché poi lo lavora, lo vende e ci guadagna. Per dire che se la RAI lo avesse anche pagato 5 milioni, poi ne avrebbe incassato molti di più in pubblicità. E’ il classico principio del profitto delle TV commerciali, quelle che tanto schifo fanno ai nostri moralisti sinistri, finché non ci lavorano ed intascano milioni. “Potevo essere il maiale della RAI“, ha affermato il nostro incrocio fra un comico ed un suino.

Stesso discorso che ha fatto Fazio, rispondendo a Brunetta, ricordando che l’azienda paga i costi del programma interamente con gli introiti pubblicitari. Era anche lo stesso discorso che faceva Santoro, quando gli rimproveravano l’eccessiva faziosità del suo “Anno zero”. Invece che rispondere alle accuse di faziosità la buttava sul fatto economico dicendo che il suo programma era pagato dalla pubblicità. Ma questi sono discorsi da TV commerciale, non da RAI servizio pubblico, come amano definirsi. Oppure, si è servizio pubblico o commerciali secondo i casi e la convenienza? Temo di sì, la doppia morale della sinistra vale anche in questo caso, specie se ci sono di mezzo contratti milionari.

Strano che quando si tratta di incassare ingaggi milionari questi militanti della sinistra, che si presentano sempre come difensori dei deboli e fustigatori del capitalismo, della borghesia, dei ricchi brutti, sporchi e cattivi e dei facili guadagni, dimenticano di colpo tanti bei principi e difendono a spada tratta i propri lauti compensi. Ma tant’è, basta saperlo.

Ma su una cosa Crozza ha ragione, sarebbe stato davvero “il maiale della RAI“. E’ un ruolo che nessuno può insidiare, lui ha quel che si dice “le phisique du role“, il fisico adatto, la faccia giusta. Non ha nemmeno bisogno di trucco, la sua è una faccia da maiale naturale. Un vero, autentico suino. Il miglior porco  televisivo. Così,  persa l’occasione RAI, è rimasto a LA7. Tranquillo Crozza, non ha perso granché, ha solo cambiato porcilaia, ma sempre maiale resta!

Bersani a Zelig

Ha consultato mezza Italia. Ancora un po’ ed avrà più “consultati” che voti. Lo dice lo stesso Bersani che queste consultazioni sono un’anomalia. E’ la prima volta che si antepone la consultazione di tante sigle e siglette alla vera consultazione, quella con le forze politiche in Parlamento. Ma il nostro smacchiatore è ricco di fantasia e, oltre ad inventarsi le sue metafore quotidiane, che costituiscono la parte più originale dei suoi discorsi, si inventa anche una nuova procedura parlamentare, interpretando a modo suo l’incarico ricevuto da Napolitano. Il suo è un incarico “creativo” che, fra una metafora ed una birretta al bar, lascia spazio a tutte le variazioni possibili.

Già tre giorni fa ironizzavo su queste consultazioni  anomale (Napolitano, Bersani e la mossa del cavallo  –  Sogni e bisogni), facendo l’elenco di tutte le “parti sociali” già incontrate, sindacati, banche, forum del terzo settore. Un lungo elenco al quale si sono aggiunti il Touring club, don Ciotti ed il cardinale Bagnasco. Forse incontrerà anche il parroco di Zagarolo ed il sagrestano di Ariccia.  Pare che in rete si sia scatenata l’ironia su queste bersanate, immaginando e proponendo  le più fantasiose personalità da consultare. Oggi, meglio tardi che mai, anche il Corriere se ne  è accorto e dedica un articolo a queste consultazioni  anomale: “Dal CAI al WWF, l’agenda del designato Bersani“.

Ancora ieri si lanciavano allarmi catastrofici e si sollecitava la formazione di un governo che affronti subito, superando le contrapposizioni di parte politica, la gravissima situazione. Ma Bersani perde tempo a consultare il CAI, don Ciotti, Saviano, il Touring club e forse Mago Zurlì e Topo Gigio. Questa non è politica, è una pagliacciata. Ma Bersani insiste sulla sua linea, anzi ne rivendica con orgoglio la validità. E si presenta, dopo gli incontri, a fare il punto della situazione e riferire di questa “pagliacciata” come se fosse una cosa seria. e tutti lo ascoltano in silenzio “come se fosse una cosa seria“, invece di spernacchiarlo.

Così pure stampa e televisione ne parlano come se fosse una cosa seria. E tutte le più “autorevoli” penne del giornalismo  e le più “illuminate” menti italiche, sui giornali e nei salotti TV, si esibiscono nella sublime arte, in cui noi italiani siamo maestri,  del futile chiacchiericcio da tuttologi o da lavandaie (dipende dalla location). Interpretano, commentano, azzardano ipotesi, fanno previsioni,  suggeriscono e analizzano a fondo queste allegre e originali consultazioni dal  marchio registrato, tutelate dal copyright “Made by Bersani“. Come se fosse una cosa seria. Ancora meno seria è una stampa che fa finta di prendere seriamente una pagliacciata. Ma se un comico va al Quirinale per parlare della formazione del governo, significa che siamo alle comiche finali. Anche la stampa, quindi,  si sente autorizzata a non essere seria. Tanto vale tornare a leggere Topolino.

Questa è la cosa veramente tragica di questa Italia ormai alla deriva: comici che fanno politica e vanno al Quirinale e incaricati di formare il governo che fanno i comici, ma tutti li prendono seriamente. Evidentemente non siamo più in grado di distinguere la realtà dalla fantasia, il dramma dalla commedia, la farsa dalla tragedia. Ma il governo di un Paese è una cosa tremendamente seria, non può essere lasciata in mano a tribuni improvvisati, ragazzotti di belle speranze in cerca di gloria (e di poltrone)  o politici creativi che, invece che cercare accordi in Parlamento, passano il tempo a consultare soggetti che nulla hanno a che fare con la formazione del governo.

Questa non è politica. E’ una sceneggiata, una pantomima, una parodia, una caricatura della politica: è satira pura. Ed i commentatori non dovrebbero parlarne come se fosse una cosa seria; dovrebbero farsi delle grandi, grasse e fragorose risate. Ecco perché Bersani, invece di andare a Palazzo Chigi, più appropriatamente, dovrebbe andare a Zelig.

Leggo adesso sul Corriere.it che, nel corso dell’incontro col M5S, la deputata  Roberta Lombardi ha detto che, ascoltando le dichiarazioni programmatiche di Bersani, le sembrava di essere a Ballarò.  Risposta un po’ piccata di Bersani: “Qui purtroppo non è Ballarò, qui è una roba seria”. Bella considerazione che ci rivela due verità. La prima è che anche Bersani si è accorto, finalmente,  che Ballarò non è una cosa seria. Ci fa piacere, meglio tardi che mai. La seconda è che, se è vero,  che questi talk show politici non sono una cosa seria, bisogna concludere che, al contrario, altri programmi che passano per essere leggeri, siano, invece, molto seri; esempio, Zelig. Ergo, come suggerivo prima, caro Bersani, sia serio, vada a Zelig!

Crozza di giornata

E’ talmente scontato che puoi scommetterci, vai sul sicuro. Quando apri la pagina del Corriere, il mercoledì o il sabato mattina,  sai già che in alto a destra ci troverai il box riservato a Crozza. Immancabilmente il giorno dopo le sue apparizioni televisive, sia a Ballarò, sia nel suo show su La7, il nostro comico di regime ha il suo spazio riservato sulle prime pagine dei quotidiani on line. Sempre in apertura di pagina, con tanto di link per riascoltare le sue battute ormai scontate e prevedibili. Quando fa il suo siparietto a Ballarò sai già dove andrà a parare. La cosa più interessante del suo monologo, quindi, non sono le sue battute, ma vedere Floris che si diverte da matti. E’ Floris lo spettacolo del siparietto. E’ l’unico a ridere sguaiatamente e senza ritegno, come un ragazzino. Beate anime semplici!

Ed ecco, infatti, il box di oggi, in bella evidenza in alto nella pagina, allo stesso livello delle notizie di primo piano che riguardano la politica ed i fatti più importanti della giornata. Ormai Crozza è sullo stesso piano del Governo, del Papa e dei terremoti. Tanto che non è chiaro se la politica sia una cosa da ridere, oppure se Crozza sia candidato al Quirinale. Del resto ormai pare che la politica, vedi il caso Grillo, sia roba da comici. Il guaio è che non fanno nemmeno ridere.

Sono così presi dal sacro fuoco dell’arte (comica!?) che riescono a fare del sarcasmo anche sulle malattie. Sì, purché il malato sia Berlusconi, altrimenti non è corretto ironizzare sulla salute. Ma per Silvio fanno un’eccezione, sempre. Così ironizzarono quando un tale gli lanciò in testa un cavalletto fotografico. Quando quell’altro pazzo gli lanciò in faccia un modellino del Duomo. Fu motivo di ironia quando ebbe un malore durante un convegno e fu accompagnato fuori a braccia dagli assistenti. Santoro, mandando in onda le immagini di quella scena commentò “Quando c’è la salute…”. Ed è oggetto di scherno l’affezione che lo ha colpito giorni fa.

Tutto ciò che riguarda Berlusconi è oggetto di facile sarcasmo. E’ il loro pane quotidiano. Se Berlusconi lasciasse la politica per loro sarebbe un dramma. Ci campano, è questione di vita o di morte.  Ma ora che Grillo ha deciso di occuparsi di politica, cosa succede? Vedremo i comici che fanno ironia su un altro comico? E poi vedremo Grillo che fa battute su Crozza? E Crozza si candiderà per fare il sindaco di Genova? Visto come vanno le cose non ci sarebbe da stupirci.

Dice Crozza che Ghedini non sa più cosa inventarsi. Non credo che sia stato l’avvocato Ghedini ad inventarsi una diagnosi di “uveite“. Non mi pare che l’oculistica rientri fra le materie di Giurisprudenza. Ma Crozza fa il finto tonto e ci ricava il suo monologo, si inventa un pretesto inesistente. Costruisce un pezzo su una realtà falsa. frutto solo della sua fantasia. E’ quello che fa di solito quando fa le parodie di Formigoni, Marchionne, Maroni. Costruisce dei monologhi facendo dire ai suoi personaggi frasi ed affermazioni mai fatte. Troppo facile fare i comici in questo modo. Se pensiamo poi che dietro i suoi monologhi ci sono diversi autori che scrivono battute per lui ci rendiamo conto che questi nuovi comici che inondano i palinsesti televisivi, al massimo sono quelli che una volta erano i battutari della compagnia. Quelli che divertivano gli amici al bar o i compagni di scuola con qualche battuta spiritosa e tutto finiva lì. Oggi li abbiamo presi e sbattuti sui palcoscenici teatrali, in televisione, al cinema. In mancanza di meglio li spacciano come comici. Bisogna accontentarsi. In mancanza del caviale anche le uova di lompo vanno bene. Siamo diventati una società che campa di surrogati.

Ma soprattutto sono bravi a sfruttare l’onda della satira che oggi rende bene. Tenendo presente un particolare fondamentale: la satira deve essere quasi sempre contro Berlusconi e la destra. E se proprio si deve farla sulla sinistra, che sia benevola, simpatica, senza infierire troppo. Già, perché il popolo di sinistra la satira in casa propria non la capisce e non l’apprezza. Invece si spancia dalle risate quando, anche facendo biasimevole sarcasmo da avvoltoi sulla sua salute, si ridicolizza Berlusconi. E’ bene ricordare che fare satira sulla sinistra è difficile e pericoloso, meglio non farla. Non lo dico io, lo disse un mito della satira italica, il premio Nobel Dario Fo, intervistato nel 2006 da Serena Dandini a “Parla con me” (Si può ridere dei musulmani?). 

Meglio andare sul sicuro e fare del sarcasmo sull’uveite di Berlusconi. Così Giovanni Floris si diverte, gongola per gli ascolti e si fa quattro risate. Gli altri un po’ meno, ma per compiacere il padrone di casa, sorridono e sembrano gradire. Sì,  c’è qualcuno che non sa più cosa inventarsi, ma non è Ghedini. E’ Crozza che si è inventato il fatto che Ghedini abbia inventato l’uveite, tanto per dire le solite quattro banalità fra amici (gioca in casa) che divertono tanto Floris e la sua claque. Si fa bella figura, si guadagna bene ed è sempre meglio che andare a lavorare, magari nelle miniere del Sulcis. Quando i veri comici sono scomparsi e l’umorismo vero è un pallido ricordo, anche Crozza può “inventarsi” comico.  Che squallore.

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C’è poco da ridere

Ballarò e i rubagalline

Ballarò è il nome di uno storico mercato di Palermo. Notoriamente nei mercati e nelle fiere paesane non mancano puttane, truffatori e rubagalline. Ci sono anche, aggiornati e corretti, nella versione televisiva. Ecco perché bisogna stare attenti a non lasciarsi fregare dal giochino delle tre carte nella versione mediatica. Oggi anche i rubagalline si sono evoluti e ricorrono ai più sottili e subdoli trucchetti della comunicazione.

Ieri, subito dopo il siparietto di Crozza (che non ho visto, per fortuna era appena finito) parte la puntata. Dopo l’enorme clamore mediatico sull’affare Monte dei Paschi, ci si aspetterebbe che questo sia l’argomento della puntata. E lo sarebbe stato di certo se MPS, invece che essere  la banca di riferimento del PCI/PDA/DS/PD, fosse stata controllata, a caso, dal PDL o da altra formazione di destra. Ma siccome, lo riferiscono tutti i media, quella banca è ampiamente controllata dal PD, meno se ne parla e meglio è. Quindi, la puntata si apre con il conduttore Floris, (quello che dice di non essere fazioso, né schierato) che afferma di voler affrontare l’argomento delle banche “da un diverso punto di vista“. Così, per cercare di essere originale, il nostro “bravo conduttore” è “diversamente giornalista“.

Quale sia questo punto di vista lo scopriamo subito. Invece che parlare di MPS e degli eventuali legami ed intrecci di potere fra la banca ed il PD (cosa che da diversi giorni, riempie tutta la stampa, compresa quella di sinistra), parla del rapporto fra le banche ed i clienti che, avendo chiesto un prestito o un mutuo, non sono più in grado di pagare il debito. Si parla, quindi, di clienti in difficoltà, di banche in crisi (poverine!) che non riescono a recuperare le somme e di società di recupero crediti. Ed il Monte dei Paschi? Niente di niente, neanche una parola, nemmeno sfiorata lontanamente.  Compagni, zitti e Mosca!

Meno male che Floris è un giornalista indipendente, imparziale, non fazioso, non schierato, neutrale, super partes. Figuriamoci se non lo fosse. Ora facciamo un semplicissimo esercizio di fantasia. Cerchiamo di immaginare cosa sarebbe successo se la banca in questione fosse controllata da, uno a caso, Berlusconi. Floris nella puntata di ieri si sarebbe occupato della difficoltà del recupero crediti delle banche? A voi la risposta, ma siate onesti.

Arrivano, infine, i classici e collaudati “cartelli” di Pagnoncelli, quello dei sondaggi. Ora, giusto per non perdere la memoria, cerchiamo di ricordare che quando, in passato, Berlusconi citava i sondaggi favorevoli al suo governo, l’opposizione lo accusava di fare un uso strumentale di quei sondaggi e che “Non si governa con i sondaggi“. Lo ricordiamo, sì? Bene, da quando i sondaggi sono favorevoli al PD,  i media sono invasi dai sondaggi, con aggiornamenti in tempo reale; sondaggi al mattino, al pomeriggio, alla sera. Tutti i sondaggi, minuto per minuto. Manca poco che se vai al bar a prendere un caffè, ti portino la tazzina, lo zucchero e l’ultimo sondaggio, sfornato fresco fresco, come i croissant.

E veniamo ai sondaggi del giorno. Sono tutti favorevoli al PD che risulta ancora in testa di diversi punti, nelle intenzioni di voto.  Fra i vari sondaggi, però, alcuni riportano le risposte degli intervistati a “domande all’americana” (così le definisce Floris). La prima domanda “all’americana” è questa: “Con chi andrebbe volentieri in vacanza?”. Ecco il cartello che ci svela il risultato. Primo in testa è Berlusconi. Immediata reazione del pubblico che sbotta in una grande risata. Come era prevedibile. Anche Floris, nonostante sia “diversamente giornalista“, ha la sua brava claque ammaestrata, come un qualunque Santoro.

Il secondo sondaggio, invece, è più impegnativo. Domanda: “A chi lascereste le chiavi di casa?”. Qui entra in ballo la fiducia. E la fiducia, si sa, è una cosa seria, come sentenziava un vecchio Carosello. Ma qui arriva la sorpresa. Contrariamente alla consueta impaginazione dei cartelli che vede in testa all’elenco sempre il personaggio o la formazione più votata dagli intervistati, qui Pagnoncelli si concede una variante. Anche lui, ogni tanto, vuole rompere gli schemi ed essere originale; “diversamente sondaggista“. Infatti, visto che la maggioranza  (41%) risponde “A nessuno” e questo dato potrebbe essere visto come un aspetto negativo nei confronti della politica in generale, modifica l’elenco. Quel dato finisce in coda ed in testa alla classifica dei politici che riscuotono maggiore fiducia risulta…indovinate chi…ma lui, ovvio, Bersani.  Questa invenzione è tutta da ridere; roba da far invidia a Crozza.

Questi sono i geni della comunicazione, i nuovi “rubagalline” mediatici. Ma non è la sola invenzione di questi “furbetti del quartierino televisivo“. In perfetto stile Ballarò, arriva un altro servizio sulle spese elettorali sostenute dai partiti e dai singoli candidati. Col solito tono mezzo inquisitorio (da cani da caccia che inseguono la preda) e mezzo sarcastico, in perfetta linea con l’eterno  sorrisino ambiguo del “bravo conduttore“, parte l’inchiesta. Via con le solite interviste volanti (quegli assillanti, irritanti e fastidiosi cronisti di strada con microfono incorporato, che si accaniscono come mosche cavalline su qualunque politico gli passi a portata di microfono).

Beh, non proprio su tutti. Per essere sinceri, intervistano Altero Matteoli, Denis Verdini, Lupi, Dell’Utri; E poi mostrano ancora Mariastella Gelmini, senza intervistarla, ma solo seguendola con la telecamera mentre attraversa un locale interno. Mah, forse vogliono mostrarci la camminata di Mariastella, o l’abito indossato, la pettinatura, la borsa. Non si sa, resta un mistero. Giusto per sembrare imparziali e garantire il pluralismo dell’informazione (loro ci tengono al pluralismo ed alla par condicio), intervistano, per pochi secondi, anche un funzionario del PD che si limita a mostrare un cartello con le spese delle ultime tornate elettorali dei democratici. Intervistano anche un giornalista. E visto che in studio è già presente un altro giornalista, Massimo Giannini di Repubblica, tanto per garantire il pluralismo dell’informazione, intervistano un giornalista de L’Espresso(!?). E’ una interpretazione speciale del pluralismo e della par condicio ad uso di Ballarò; sentire diverse fonti, purché siano dei “nostri”. Alè, Floris.

Cosa c’è di strano in questo servizio? C’è che tutto, dalla premessa alle interviste, alle conclusioni, lascia intendere un atteggiamento di lettura critica delle spese elettorali considerate e presentate come qualcosa di poco chiaro e lecito, un uso spregiudicato di denaro e di fondi sia personali che del partito. Se ne ricava l’idea che i candidati paghino, e profumatamente, per essere inseriti nelle liste e si contendano la posizione in lista, con più probabilità di essere eletti, grazie al più o meno consistente contributo a carico dei singoli candidati. Tutto questo lascia in chi vede il servizio una sensazione spiacevole di qualcosa di negativo e di esecrabile. E dov’è il trucco? Eccolo, tutti i politici intervistati, quelli sopra riportati, sono del PDL. Nemmeno uno, nemmeno per sbaglio, che so, del PD, della lista Monti, di Ingroia, di Grillo o di altre formazioni. No, tutti del PDL.

Quindi l’immagine negativa delle spese elettorali, come un mercato delle vacche, nella percezione degli spettatori, viene abbinato ai rappresentanti del PDL. E gli altri non competono, non hanno spese elettorali, non si accapigliano per avere un posto sicuro in lista? Possibile che i nostri agguerriti inviati speciali non abbiano incontrato un candidato del PD, dico anche solo uno, nelle strade di Roma? No, i brutti, sporchi e cattivi, sono solo quelli del PDL. Gli altri sono tutti puri, disinteressati, anime belle, cavalieri “senza macchia e senza paura” (come Oliviero Beha ha definito Ingroia). Anche questa è cattiva informazione e non rispetta né il tanto sbandierato pluralismo, né la par condicio.

E la Commissione di vigilanza che fa? Vigila? Ma quando mai, quella si sveglia e vigila solo quando in TV appare Berlusconi. Allora tirano fuori il bilancino, il cronometro e contano quanti secondi danno al Cavaliere e quanti agli altri. E guai a chi sbaglia; multa! Non dovrebbero contare solo i secondi. Non basta controllare il tempo assegnato ai vari leader, bisognerebbe vigiliare anche su come viene impegnato quel tempo. Non basta misurare la quantità, occorre valutare anche la qualità dei programmi. Non è par condicio se fai un servizio su Bersani di 5 minuti e lo esalti come un dio in terra e poi fai un servizio su Berlusconi di 10 minuti e lo presenti come un buffone coprendolo di sberleffi e ridicolo. Questa non è par condicio, è uso truffaldino dei media. Ma sono certo che ieri la Commissione di vigilanza non c’era, se c’era dormiva, oppure era momentaneamente in ferie. Oppure, visto il frettoloso rientro in patria di Ingroia, impegnato a fare la rivoluzione (civile), tutti i solerti “Vigilanti” era in missione speciale per conto dell’ONU in Guatemala, per “Vigilare” sulla corretta preparazione del “Fiambre“.

Sono trucchi mediatici ampiamente usati da tutti coloro che fanno informazione in televisione e sulla stampa. Trucchetti apparentemente innocui, ma che a lungo andare, producono il loro effetto. Trucchi che gli esperti di comunicazione conoscono molto bene e sfruttano in maniera scientifica. Trucchetti da mercato, da fiera paesana, da suburra, da rubagalline. O da Ballarò.

A proposito di trucchi mediatici dell’ìnformazione e di pluralismo secondo la sinistra vedi…

Tiscali e la par condicio

Titoli subliminali

Santoro e il pluralismo

Santoreide