Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

News 2014

Cominciamo bene. Una delle prime notizie di questo nuovo anno mi ha messo di buon umore. E speriamo che sia di buon auspicio. Eccola. “Balotelli va in Turchia?”.  Sembra, che il nostro super Mario, super valutato, super pagato e super presente su tutti i media, voglia lasciare il Milan per andare a giocare nella squadra turca del Galatasaray. Magari! Così ce lo leviamo dalle pall…dai palloni una volta per tutte. Pensavo di essere io a non essere proprio un estimatore (è un eufemismo) di questo calciatore. Ma sbagliavo. Basta leggere i commenti a questa notizia, nella pagina linkata, per rendersi conto che questo giovanottone strapagato sta sulle pall…sui palloni alla maggioranza degli italiani. Così, speriamo davvero che vada in Turchia. Ma, soprattutto, che ci resti il più a lungo possibile.

Primarie e buffonarie. Come tutti sanno il Partito democratico ha fatto le sue brave primarie per eleggere il segretario nazionale. Ormai in casa PD le primarie vanno come il pane. E sono motivo di orgoglio per i militanti che le sbandierano come prova di vera democrazia interna. Bene, di recente hanno fatto le primarie anche in Sardegna per eleggere il candidato alle prossime elezioni regionali che si terranno il 16 febbraio. Ha vinto Francesca Barracciu. Ma a causa di dissensi interni pochi giorni fa ha dovuto rinunciare alla candidatura. Ma non era stata votata dalla maggioranza degli elettori del PD? Certo, ma evidentemente talvolta la tanto sbandierata “democrazia” del PD va in crisi. Così, ormai in pieno clima elettorale, mentre tutti gli altri partiti hanno già definito le candidature, il PD sardo è ancora in alto mare, senza un candidato proprio (Regionali: cinque candidati in corsa. Il PD deve ancora scegliere il nome). Buffoni. Visto che le primarie non sono servite a nulla, faranno le secondarie? Non, non c’è più tempo. E allora? Forse faranno le “Buffonarie“. Se questa è serietà!

Le sentinelle dormono. Mentre il PD sardo naviga a vista, in campo nazionale, invece, il nuovo segretario, Renzi, ha le idee molto chiare. Ha già detto che i punti prioritari che il governo Letta dovrà affrontare con urgenza sono la riforma elettorale, lo ius soli e le unioni civili. Bene, così dando la cittadinanza a tutti gli stranieri e favorendo le unioni fra omosessuali, risolviamo la crisi. rilanciamo l’economia e diamo lavoro a milioni di disoccupati. Saranno felicissimi i cassintegrati del Sulcis. No? Ma il segretario del Nuovo cento destra, Angelino Alfano, ha risposto subito che su unioni civili e ius soli non è d’accordo. Per tutta risposta i senatori PD affermano che andranno avanti anche senza il suo consenso.

Ormai, dopo la rottura con Berlusconi questi quattro gatti del Nuovo Centro destra, nel governo Letta non contano più nulla. Forse non l’hanno ancora capito o non vogliono prendere atto del loro fallimento. Ma è solo questione di tempo. La dimostrazione l’abbiamo già avuta. Disse Alfano che sarebbero stati le “Sentinelle delle tasse“. Balle! Intanto non hanno fatto nulla per bloccare il pagamento della seconda rata IMU (in tutti quei Comuni che avevano aumentato l’aliquota). E poi nulla hanno fatto per bloccare tutta la serie di nuovi aumenti che graveranno sui cittadini nel nuovo anno. Mentre Letta & Co. approvavano la Legge di stabilità, con tutti i nuovi balzelli, le sentinelle delle tasse dormivano. Ora l’unico dubbio è questo: quanto tempo impiegherà Alfano a capire che lui e le sue quattro “sentinelle” contano quanto il due di picche?

Letterine di fine anno. E’ consuetudine che a fine anno i bambini scrivano le letterine a Babbo Natale. Poi crescono, diventano adulti e smettono di credere a Babbo Natale. Ma non tutti,  quelli che anche da adulti credono ancora  nelle favole continuano a scrivere letterine non più a Babbo Natale, ma a “Babbo” Napolitano e Papa Francesco. Il Papa risponde ai suoi “amici di penna” chiamandoli direttamente al telefono. Lui chiama tutti, bambini, disoccupati, edicolanti e calzolai in Argentina. Oggi ha chiamato pure le Carmelitane scalze spagnole, rimproverandole perché non hanno risposto subito al telefono (Papa chiama convento, ma non risponde nessuno). Napolitano, invece, preferisce rispondere con messaggi video. Così, durante il suo messaggio di fine anno alla Nazione, invece che affrontare temi seri ed urgenti, ha menzionato alcune delle  lettere che riceve quotidianamente dai cittadini. Circa un terzo del suo intervento lo ha dedicato a questi messaggi. Sembrava l’angolo delle lettere al direttore o la rubrica della contessa Clara. Del tipo “Sono Samantha da Ravenna, cosa posso fare per eliminare i fastidiosi brufoli giovanili?”.

Ed a tutti il nostro Presidente ha dedicato un pensiero ed una risposta. Vi sembra questo messaggio di fine anno agli italiani, a reti unificate,  degno di un Presidente della Repubblica? E’ per sostenere un Presidente e la sua reggia dorata che ci costa quasi 300 milioni di ero all’anno che gli italiani pagano le tasse?  (Napolitano chiede sacrifici, ma vive in una reggia). Eppure i media hanno esaltato il suo discorso, gridando al miracolo degli ascolti in crescita rispetto allo scorso anno: + 2.8%. Una balla grande come un palazzo, quello del Quirinale. Come tutti i media hanno riportato a fine anno, la stragrande maggioranza degli italiani, circa il 75%, contrariamente agli anni scorsi, non è andata in vacanza, né ha festeggiato il Capodanno al ristorante. Gli italiani hanno festeggiato a casa. Il che significa, ai fini degli ascolti, che essendo aumentati i potenziali ascoltatori di alcuni milioni, la percentuale del 2.8% è molto inferiore a quella che avrebbe dovuto essere tenuto conto che gli spettatori sono stati molto più numerosi rispetto all’anno scorso.

Quindi, gli ascolti in percentuale non solo non sono aumentati, ma sono diminuiti di molto. Ed anche il numero di spettatori effettivi, quasi dieci milioni, non è niente di eccezionale: E’ esattamente lo stesso numero che faceva “L’isola dei famosi” o il “Grande fratello“.  Non c’è da essere particolarmente orgogliosi se Napolitano fa gli stessi ascolti, “a reti unificate“, di Maria De Filippi su una sola rete! Questa è la solita maniera di stravolgere anche i numeri pur di manipolare la realtà a proprio uso e consumo, specie quando si tratta di sostenere “Re Giorgio“. Vergogna. Soprattutto per giustificare un discorso presidenziale che più che un messaggio agli italiani ricordava la posta del cuore di Grand Hotel o la rubrica dei cuori solitari di Zia Sally… (Video: Enrico Montesano, Zia Sally)

Siamo un popolo di “Bip”, ma non si può dire…

Ho appena letto una notizia ANSA che, come direbbe Totò, "Capita a fagiuolo…" e mi ha ricordato quanto vado ripetendo da tempo in merito alla qualità dei programmi televisivi. Quando ci si permette di criticare la programmazione TV, quasi sempre si conclude affermando che è colpa di qualcuno, sia il Governo o il potere in genere o chissà chi, che ci propina la solita spazzatura per evitare di far programmi intelligenti, in modo che la gente eviti di pensare. E’ la versione televisiva del classico "Piove, governo ladro". In parte, ma solo in piccolissima parte, può esser vero, ma la spiegazione, a mio giudizio, è un’altra. Come sostengo da molti anni, e come ho anche scritto (con scarso apprezzamento) in altri forum espressamente dedicati alla TV, c’è un’altra verità che, siccome è scomoda, si preferisce non prendere in considerazione. La verità è che la TV mostra, o cerca di mostrare, ciò che la gente vuole vedere. E per far ciò si avvale di tutti i possibili sistemi di sondaggio sui gusti del pubblico in maniera da assecondarlo e realizzare grandi ascolti. Il sistema più importante, oltre a sondaggi sulla carta stampata, è l’Auditel, che ogni giorno registra i dati di ascolto dei singoli programmi, rilevando sia il numero di spettatori, sia la percentuale di ascolti. Se gli ascolti sono soddisfacenti il programma va avanti e gli inserzionisti pubblicitari sborsano miliardi per inserire i loro spot all’interno della puntata. Se il programma non è seguito da un consistente numero di spettatori è un flop e…viene sospeso. Infatti, ecco la notizia:

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