Narcisismo intellettuale

Certi scrittori e intellettuali di professione sembrano scrivere per se stessi o per una ristretta cerchia di appassionati lettori e bibliofili. Lo si capisce dal linguaggio eccessivamente ricercato, forbito, inutilmente aulico, dall’uso di termini desueti o scientifici, dalle frequenti citazioni letterarie  usate come sigillo e marchio di qualità del proprio lavoro.  Non gli interessa tanto comunicare il sapere e la conoscenza, quanto il mostrare ai lettori quanto essi siano preparati, colti, enciclopedici. La ragione di ciò è il narcisismo, caratteristica comune ai personaggi dello spettacolo e buona parte di quelli della cultura in genere. Hanno un costante bisogno di autocelebrarsi, riaffermare la propria presenza nel mondo, elevarsi su un piedistallo, a debita distanza dai comuni mortali,  e promuovere la propria immagine, sentendosi costantemente in cattedra.

In tal modo la cultura diventa spesso un’arena in cui combattono i nostri gladiatori letterari, a colpi di romanzi, saggi, racconti, pamphlet, poesie, recensioni, editoriali, esegesi. E per dimostrare che essi sono in possesso di una conoscenza superiore, sconosciuta al popolino ignorante,  amano citare lavori altrui, autori più o meno celebri, opere note e meno note, scritti quasi sconosciuti, antichi manoscritti in aramaico, frammenti in caratteri cuneiformi da tavolette sumeriche. E’ un trionfo di autoesaltazione individuale e collettiva, il passatempo preferito da certi intellettuali, il solito giochino del “citarsi addosso” autoreferenziale e finalizzato ad appagare ed accrescere  ancor più un Io ipertrofico ed alimentare la  propria autostima.

Così, grazie all’astrusità dei loro scritti, raramente riescono a farsi leggere. Ancor meno riescono a farsi capire. E viene meno quello che dovrebbe essere lo scopo della cultura; l’accrescimento delle proprie conoscenze e la conseguente divulgazione del sapere, al fine di elevare il grado di cultura generale della comunità di appartenenza. La cultura resta, quindi, isolata e racchiusa nell’ambito accademico o nel ristretto giro di specialisti, appassionati e cultori di conoscenze elitarie e quasi esoteriche, a beneficio di pochi eletti che si crogiolano nella propria autostima o nel reciproco scambio di lodi, premi e riconoscimenti. Così gli intellettuali restano beatamente colti ed il popolo resta beatamente ignorante. Con buona pace di tutti.

Diceva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale molti rispondono senza essere chiamati“.

Aggiungo io: “Molto spesso gli artisti maledetti sono solo maledetti. Più che altro sfigati.”

Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Echo_and_Narcissus_-_John_William_Waterhouse

(“Eco e Narciso” –  John W. Waterhouse)

Vedi:

P-S.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Esempio…

 

Alitalia, Adinolfi e crisi varie

Alitalia naviga in cattive acque. E per una società che dovrebbe volare invece che navigare è già un pessimo segnale. Così, col rischio di fallimento e senza un futuro certo, oltre al personale anche gli aerei sono depressi.

 

Anche in casa di Mario Adinolfi, però, ogni tanto deve esserci qualche segnale di crisi familiare, niente di preoccupante,  soliti piccoli screzi quotidiani, visto che la moglie dichiara: “Ogni tanto lo prendo a schiaffi“. “Ogni tanto” lo prende a schiaffi? Ecco l’errore. Dovrebbe fare il contrario:  prenderlo a schiaffi ogni giorno dalla mattina alla sera e “ogni tanto” riposarsi.

Ma anche il mondo dell’arte non se la passa molto bene; anzi è proprio in crisi. Ormai l’arte è personalizzata; ognuno se la fa come vuole. Ecco l’ultimo esempio: “L’arte di Cinus contro la violenza“. Giusto per distinguerli; l’opera d’arte è quel fantoccio crocifisso a sinistra, l’autore è a destra.

Curioso, come passa il tempo e cambiano i criteri di giudizio. Una volta questi si chiamavano spaventapasseri e si mettevano nei campi per tenere lontani gli uccelli. Oppure erano i fantocci che si preparavano a Carnevale per bruciarli in piazza. Oggi si chiama arte. Quanta “arte” hanno prodotto nei secoli scorsi i contadini, senza saperlo. Peccato; certo averlo saputo prima, invece che gettarli via o bruciarli, li avremmo tenuti cari e, magari, avremmo aperto un museo.

Ma ci sono crisi ben più serie e pericolose. Per esempio la Corea del nord, con i suoi test missilistici e nucleari e le continue minacce verso gli USA, la Corea del sud ed il Giappone, sta mettendo davvero in crisi il fragile equilibrio geopolitico di quell’area. Tanto che Trump ha inviato portaerei e sommergibili ed ha minacciato di usare la forza se Kim Jong-un continuerà nei suoi test. Ma il nostro dittatorello  coreano non sembra preoccuparsene più di tanto. Anzi, continua a sperimentare nuove armi e minaccia di affondare la portaerei USA con un sol colpo e di bombardare direttamente l’America. “Vi cancelleremo dalla faccia della Terra“, dice. E intanto, per nascondere il fatto che il popolo è alla fame (come il Venezuela; sono le delizie del socialismo) la stampa di regime diffonde la foto del leader coreano che va a visitare un’azienda che lavora la carne di maiale. Vista la strana rassomiglianza tra Kim ed i maiali è difficile riconoscerlo: è quello con il camice.

Tramonti moderni con barcone

Il tramonto è uno dei soggetti più ricorrenti nella storia dell’arte; ed anche uno dei più suggestivi. Quasi tutti i pittori lo hanno trattato con diversi stili e diverse inquadrature, ma sempre con grande partecipazione emotiva. Dal celebre tramonto di Giorgione al Tramonto al Montmajour di Van Gogh, scoperto recentemente. Dall’atmosfera quieta, raccolta e quasi mistica del tramonto in cui si inquadra l’Angelus (o Preghiera della sera) di Jean Francois Millet  a quello inquietante che fa da sfondo al celebre Urlo di Edvard Munch. Scene che rappresentano momenti di vita visti sullo sfondo di uno degli spettacoli più affascinanti della natura, il tramonto del sole. Poi il tempo passa, i tramonti più o meno sono sempre gli stessi, belli e coinvolgenti, ma cambiano gli scenari. Questa sotto, per esempio, è una buona rilettura moderna del tramonto sul mare. Non più paesaggi naturali o contadini in preghiera, ma un barcone di migranti in mare verso la terra promessa, l’Europa. Potremmo intitolare l’opera “Tramonto con migranti“.

In realtà,  il flusso inarrestabile di migranti africani, arabi, asiatici, in gran parte musulmani, avrà sull’Europa effetti e conseguenze devastanti per la nostra cultura, l’economia, la sicurezza, la stabilità politica e sociale, usi e costumi, tradizioni e morale; il nostro vecchio mondo sarà completamente stravolto dall’arrivo di migranti con cultura, religione, tradizioni, abitudini, completamente diverse che mai riusciranno ad integrarsi col nostro mondo. L’integrazione è fallita dappertutto, come hanno dovuto constatare, in ritardo ed a loro spese,  paesi europei che prima di noi hanno accolto grandi flussi migratori provenienti soprattutto da territori coloniali. Ecco perché ora stanno cercando di rimediare, tardi e male, chiudendo le frontiere, innalzando muri, schierando l’esercito, bloccando i confini con lunghe recinzioni di filo spinato, o adottando misure restrittive sugli ingressi.

Gli unici che non l’hanno ancora capito, o fingono di non capire per qualche strano motivo, sono le anime belle d’Italia: non solo non chiudiamo le frontiere, ma facciamo di tutto per favorire e incentivare l’arrivo di migliaia di immigrati, considerandoli preziose risorse,  schierando le navi della Marina per andare a prenderli direttamente alla partenza dalla costa libica, e stendendo il tappeto rosso all’arrivo, con benedizione papale. I primi segnali di questo lento, ma progressivo degrado sono evidentissimi; basta leggere la cronaca quotidiana. Ed i nostri governanti, in preda a una ideologia terzomondista ipocrita e cieca e ad un malinteso senso di fratellanza universale a metà strada fra Vangelo e marxismo, che non vede le possibili conseguenze in prospettiva,  non riescono a fermare l’invasione per incapacità, o meglio, forse non vogliono fermarla per precisa volontà di perseguire un fine il cui senso sfugge ai cittadini, impossibilitati a reagire, protestare o opporsi a questa scellerata imposizione forzata dell’accoglienza. Ecco perché questa immagine va letta non per quello che appare, ma per quello che rappresenta in prospettiva futura. Più che tramonto con migranti, o tramonto sul mare, più verosimilmente, potremmo chiamarla,  “Tramonto della civiltà occidentale“. Amen.

Arte e rifiuti.

L’arte contemporanea dovrebbe essere ricompresa nella raccolta differenziata dei rifiuti urbani, solidi e liquidi. Resta solo da stabilire, di volta in volta, dove scaricarla; se fra l’umido, il secco, la plastica, il vetro. E’ solo una questione di scegliere il cassonetto giusto.”, scrivevo cinque anni fa nel post “Arte biodegradabile“. Una riflessione che ancora oggi calza a pennello (visto che si parla di arte) al mondo dell’arte contemporanea, a ciò che si vuole far passare per arte, ed al nesso fra arte e spazzatura. Difficile oggi giudicare l’arte, anche perché non esiste un criterio oggettivo di valutazione. L’arte dilaga dappertutto, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, e gli artisti sono tanti che è difficile riconoscere e distinguere un artista da un imbianchino o una scultura da un cumulo di ferrivecchi. Infatti non la chiamano più semplicemente arte, aggiungono sempre un qualche aggettivo che ne specifichi l’appartenenza a qualche corrente o movimento artistico. Si chiamano arte concettuale, installazioni, performance, flash mob, body art, happening, etc. Tutte definizioni utili a fregare la gente e convincervi che quella cagata che vi trovate di fronte non è una cagata, ma “arte concettuale”: c’è chi ci crede, e c’è chi ci campa.

Dice una battuta da “This must be the place“: “Oggi nessuno vuole più lavorare; fanno tutti qualcosa di artistico“. Quando tutti sono artisti e tutto è arte, è impossibile distinguere la normalità dall’eccellenza, la banalità dall’arte. Ed è quasi impossibile stabilire il valore di un’opera. L’importanza di un’opera artistica non è stabilita dal valore intrinseco dell’opera, ma dal contesto in cui si inquadra. Facciamo un esempio pratico. Se vi trovate nella piazza principale di Pompu (ce n’è solo una, non potete sbagliare) e vi scappa una scoreggia, resta una scoreggia. Al massimo si sente l’eco nelle immediate vicinanze, se si possiede un buon udito. Ma se siete un personaggio pubblico che si fa passare per artista e fate una scoreggia a Roma, a Piazza del Popolo, alla presenza di cronisti, telecamere e paparazzi, quella scoreggia ha immediata eco in tutti i media e, come per miracolo, diventa una provocazione, un evento, una performance, un gesto di protesta sociale. Insomma, un fatto artistico. Capita la differenza?

Se invece avete ancora qualche difficoltà a distinguere l’arte da una cagata pazzesca, allora possono sorgere equivoci e può succedere, come è successo a Bolzano, che delle persone normali, delle donne delle pulizie, gente pratica, non avvezza a masturbazioni mentali su pseudo opere d’arte, scambino un capolavoro per dei resti di una festicciola fra ragazzi: bottiglie, bicchieri, coriandoli e festoni sparsi per terra. E facciano quello che qualunque persona normale, al posto loro, avrebbe fatto: raccolgono tutto e gettano i rifiuti nella spazzatura. Ed i media riportano la notizia titolando che le “donne delle pulizia si sono confuse“, scambiando l’opera delle “artiste” Goldschmied & Chiari per residui di una festa. Non è la prima volta che capitano queste “sviste artistiche” di addetti alle pulizie, confondendo arte e spazzatura. Un esempio per tanti: “Pulizie a Palazzo della regione: cancellata per errore l’opera choc.”. Ma vista la documentazione fotografica delle opere, non c’è dubbio: hanno ragione le donne delle pulizie.

In verità la “clamorosa svista” non è quella delle donne delle pulizie, ma quella di chi ha scambiato i rifiuti per opera d’arte e Goldschmied & Chiari per artiste.

Sarebbe interessante fare un esperimento; mettere le donne delle pulizie a produrre opere d’arte (vista la loro competenza in materia di spazzatura, non avrebbero difficoltà ad avviare una copiosa produzione artistica) e le artiste a fare le pulizie. Così, per vedere l’effetto che fa.

Ogni tanto, per chiarirsi le idee o per rinfrescare la memoria, bisognerebbe rileggere un pezzo di Renato Guttuso, apparso su Repubblica 30 anni fa: “Un grande falso che si chiama arte moderna“.

Vedi anche:

Arte biodegradabile.

Poeti Ogm.

Cavalli e polli.

Arte e raccolta differenziata.

Arte nuda.

Biennale di Venezia.

Arte anale e polistirolo.

L’arte è una cosa seria.

L’arte di arrangiarsi.

L’arte di arrangiarsi 2, la vendetta.

Cala il petrolio, sale la merda.

Diffidare è d’obbligo

Nutro da sempre un po’ di diffidenza nei confronti di certa cultura, arte, intellettualismo da salotto e informazione in offerta speciale. Anzi, ad essere sincero, dovrei dire “sana diffidenza”. E’ l’unica arma di difesa nei confronti di un eccesso di informazioni che ci vengono scaricate addosso quotidianamente dai media sempre più presenti ed ossessivi. Si rischia di andare in tilt. Ecco che allora un po’ di sana diffidenza ci aiuta ad operare delle scelte, un minimo di scrematura, fra ciò che è utile, credibile o verosimile e ciò che non lo è.

Spesso scrivo in maniera piuttosto critica di alcune categorie che ritengo responsabili della formazione dell’opinione pubblica e delle sue conseguenze sociali. Una di queste categorie è composta da persone che, a vario titolo, si occupano proprio di tematiche sociali e che, pertanto, sono sempre pronti a fornire spiegazioni per qualunque problema e proporre soluzioni adeguate. Parlo di psicologi, sociologi, opinionisti, criminologi, massmediologi (si definiscono così), filosofi, editorialisti autorevoli: una schiera di esperti con la risposta pronta ad ogni domanda e quotidiani dispensatori di consigli utili e segreti  della felicità. Ma sono davvero esperti? E sono affidabili? Fra le varie letture in rete, seguo talvolta  la rubrica del sociologo Alberoni, sul Corriere. Ogni lunedì c’è un suo pezzo, una ventina di righe al massimo. Sono certo, fra l’altro, che guadagna più lui per quelle venti righe settimanali che non voi in un mese di lavoro. Non commento, anche se spesso sono tentato di dedicargli un post tutto per lui. Ma non vale la pena. Lo leggo con la stessa curiosità con la quale leggerei una rubrica di umorismo e satira: qualche volta mi fa sorridere.

Oggi, invece, ho letto alcuni articoli di una psicologa, Evi Crotti, sul Giornale. Se verso le altre categorie nutro, come ho detto, una sana diffidenza, nei confronti degli psicologi vado oltre, quasi a rasentare il pregiudizio. Quando mi capita leggo con interese e curiosità anche i loro articoli. Ma ci sono anche dei blog tenuti da psicologi che offrono consulenza e risposte a tutte le domande. Mi ricordano tanto le vecchie rubriche che c’erano in tutte le riviste (e forse ci sono ancora), la classica “Posta del cuore” della contessa Clara. Ma oggi i consulenti ed esperti dilagano. Perfino Maurizio Costanzo ha sul Messaggero una rubrica simile nella quale risponde ai quesiti dei lettori e ne tiene una anche alla radio, sempre su problemi affettivi, familiari, sentimentali. Beh, con tanti specialisti sempre pronti, in radio, stampa, TV a rispondere a tutte le domande e risolvere tutti i problemi, dovremmo essere una società perfetta, tutti felici e contenti. No? No, sembra proprio di no. Allora c’è, evidentemente, qualcosa che non va. E veniamo al dunque.

Scrive Evi Crotti in un articolo di agosto 2008: “E’ difficile essere genitori?”:

Per esempio nell’adolescente è molto importare la valorizzazione del fisico; scatta in questa età la necessità di piacere per cui non importa tanto la resa scolastica, poiché l’importante è che egli si senta accettato e amato dall’altro sesso. In questa fase il narcisismo occupa un ruolo importante e occorre che l’adulto faccia attenzione a non competere fisicamente con i figli. I complessi fisici sono causa di mutamenti d’umore, di incoerenza, di timidezza e di chiusure immotivate. E’ necessario che non si sottovaluti questa necessità poiché, se egli non impara ad amare il proprio corpo, potrà in seguito trovare delle difficoltà di interazione. Se un ragazzo si trova bene nei propri panni, anche gli apprendimenti cognitivi troveranno un terreno fertile per mettere a frutto le proprie risorse interiori e il proprio potenziale.”

Chiarissimo,  non c’è pericolo di fraintendere. Dice chiaramente che l’aspetto fisico è importantissimo ed è essenziale per un corretto ed equilibrato sviluppo generale. Bene, abbiamo capito. Ora vediamo cosa scrive nell’ultimo articolo di 3 giorni fa: “La vera crescita interiore”.

Forse i malesseri e i disagi emotivi che si riscontrano nei ragazzi d’oggi sono dovuti alla dimenticanza della crescita interiore; si dà, infatti, tanta importanza alla crescita fisica e ci si dimentica dell’anima.”.  Chiarissimo anche questo; si dà troppa importanza alla crescita fisica e ci si dimentica dell’anima. Ma nel precedente articolo non aveva detto che l’aspetto fisico è fondamentale? Sì, e allora?

Certo, si dirà, l’una non esclude l’altra. Possiamo dire che sia lo sviluppo fisico, sia la crescita interore siano ugualmente importanti. Ma dalla lettura dei due articoli separati si capisce tutt’altro. Poco male, forse nel prossimo articolo farà una sintesi e sarà più chiara. Intanto, però, fornisce anche degli utili consigli come questo: “I figli sono come carta assorbente per cui, se vogliamo che essi siano pronti ad affrontare la vita dobbiamo educarli alla verità, alla giustizia e all’amore. “. Bella frase e, apparentemente, è del tutto condivisibile. Se non fosse per un piccolo dettaglio. Mettere in pratica quel consiglio significa sapere, preventivamente, quale sia il significato dei termini “verità, giustizia, amore”. Come fa il bracciante analfabeta a educare i figli alla verità se da millenni le più brillanti menti umane si interrogano sul suo significato senza aver ancora trovato una risposta definitiva? Se, invece, i genitori sono colti non va certo meglio. Probabilmente, anzi, va anche peggio, perché in tempi di relativismo imperante, e di “pensiero debole” alla Vattimo, affermare il concetto di “verità” è quasi una bestemmia. E allora come fanno ad insegnare il concetto di verità se per loro la verità non esiste? Non vi basta?

Ecco un altro esempio di “consigli per gli acquisti” esistenziali in offerta speciale, lapidario, quasi un assioma: ” Un rapporto armonico con noi stessi è la premessa per costruire un mondo migliore.“. Stabilire un “rapporto armonico” con noi stessi non è propriamente la cosa più facile di questo mondo, ma questo non lo spiega; magari alla prossima puntata. Però è una bella frase, d’effetto. Altre volte ho detto che non sempre le belle frasi sono anche vere; spesso sono solo belle. In realtà queste frasi hanno lo stesso valore oggettivo di quando voi, preparandovi alla gita fuori porta di fine settimana, esclamate “Speriamo che sia una bella giornata”. Né più, né meno. E’ vero che avete pronunciato quella frase. E’ anche vero che lo sperate veramente. Ma la vostra seperanza non influirà minimamente sulle reali condizioni meteorologiche. E’, quindi, una frase vera, ma inutile. Come certi consigli degli esperti. Appunto.

Ecco cosa intendo quando parlo di “sana diffidenza”. Non prendiamo tutto per oro colato perché lo scrive l’eminente sociologo o l’autorevole psicologa. Diffidate, diffidate. (27 febbraio 2009)

Vedi:-

L’esperto risponde”

– “Cazzate d’autore

Scalfari e la mosca

Cavalli e polli

Gli animali ci sorprendono spesso con i loro comportamenti quasi umani. Tanto che usiamo “umanizzarli” in rappresentazioni letterarie e artistiche. Basta pensare all’enorme successo di personaggi dei fumetti, delle favole e della letteratura per ragazzi. Ma gli animali umanizzati li ritroviamo anche nelle varie attività propriamente umane. Dagli sciacalli che speculano sulle disgrazie altrui alle oche giulive che imperversano in televisione, dai cani che amano esibirsi come attori o cantanti ai gufi che gioiscono nel fare sempre previsioni funeree, dagli asini che proliferano a scuola ai porci che grufolano in rete e nei siti porno. Ma è in politica che spopolano questi esemplari: falchi e colombe, trote e caimani, asinelli democratici, elefantini repubblicani, pitonesse, giaguari, quaglie saltatrici, balene bianche ormai estinte e aquile imperiali finite al museo; un vero zoo.

E’ il nostro modo di esorcizzare le nostre peggiori caratteristiche identificandole come comportamenti tipici di alcuni animali ai quali attribuiamo, del tutto arbitrariamente e senza il consenso degli interessati, dei comportamenti negativi che, invece, sono solo ed esclusivamente umani. Ma talvolta alcuni animali, quasi per vendicarsi, ci sorprendono con atteggiamenti ed azioni imprevedibili.

E’ il caso di Metro Meteor, un cavallo da corsa di 11 anni che, data l’età avanzata e qualche acciacco di troppo che ne limitava le prestazioni,  non sentendosi più in grado di correre…la cavallina, si è dato alla pittura (Metro, il cavallo che dipinge; vendute tele per 100 mila euro). A quanto pare riscuote tanto successo che tiene delle mostre e vende tantissime tele. Qualcuno, incredulo, si chiederà: ma chi sono, per restare in tema di animali,  gli allocchi così ingenui da comprare delle tele dipinte da un cavallo? Semplice, altri animali: i polli.

Orgasmo in diretta

Anche questa è arte“, verrebbe da dire, rifacendomi agli ultimi post in cui , prendendo spunto dal film di Sorrentino “La grande bellezza“, facevo alcune considerazioni sull’arte contemporanea. Esagero? Credo proprio di no.

Ecco, a conferma di quando dico,  un altro fulgido esempio di cosa oggi si definisca “Arte“: l’orgasmo. Che sia una meraviglia del creato non c’è dubbio. Ma se così è, allora siamo tutti artisti! O quasi. Ironia a parte, questo titolo compariva ieri su Libero on line. Curiosi? Leggete il pezzo e guardate il video qui: “Hysterical literature: le donne che si masturbano mentre leggono“. Per una curiosa coincidenza, proprio tre giorni fa ho scritto un post dal titolo “Arte e autoerotismo“. Hanno preso spunto da quel pezzo, mi leggono nel pensiero, oppure …”ho i poteri” di preveggenza come Jucas Casella o il mago Otelma? Mah, mistero!

In realtà l’opera d’arte non è l’orgasmo in sé, ma la ripresa video di un orgasmo provocato con un vibratore in funzione mentre la donna legge. Ecco, anche questo oggi è arte. Sì, è solo una delle tante prove del fatto che oggi l’umanità ha smarrito tutti i punti di riferimento e vaga  nella totale confusione di valori e principi. Si brancola nel buio, storditi, ammaliati e plagiati da una visione del mondo falsa, illusoria, adulterata, contraffatta come le cianfrusaglie cinesi vendute come originali di marca.

Una nuova filosofia in cui tutti i principi fondanti del pensiero umano, che per millenni sono stati alla base dell’evoluzione e della convivenza dell’umanità e ne hanno regolato i rapporti, le relazioni, l’organizzazione della “polis”, la giustizia, la morale…e l’arte, oggi sono completamente stravolti, in preda ad un delirio frutto del “pensiero debole“, del relativismo e di una sub cultura  intrisa di cascami marxisti che tutto giustifica e legittima in nome dell’uguaglianza, dell’omologazione, della più pura anarchia scambiata per libertà di pensiero, di azione e di…velleitarismo artistico.  La conseguenza è una umanità in preda ad una totale e persistente alterazione dello stato mentale.  Altro che arte, è pura follia di intellettualoidi confusi che giustificano con la libertà di espressione  le loro elucubrazioni ed i “derivati tossici” prodotti da intuizioni creative “stupefacenti” ( in tutti i sensi). Artisti? No, solo pazzi che non sanno di esserlo.

A proposito di arte, vedi…

Oscar, risate e…

La grande bellezza

Arte e autoerotismo

Arte anale e polistirolo

Cala il petrolio, sale la merda

Arte anale e polistirolo

La grande bellezza di Sorrentino, del quale ho già parlato nei post precedenti,  mi offre l’occasione e lo stimolo per riprendere vecchie, ma sempre valide (per me), considerazioni sul mondo dell’arte in genere e su tutto ciò che consideriamo artistico in quanto frutto della creatività umana.  Chi ha visto il film ricorda che, fra le tante citazioni di decadentismo artistico, culturale e morale di cui il film abbonda, una in particolare riassume benissimo il concetto di degrado dell’arte. Mostra la scena di una bambina che getta secchiate di colore su un grande telone e lo spalma con le mani a caso: davanti all’ammirazione generale.

Potrebbe sembrare un’esagerazione voluta dal regista, ma non lo è. Purtroppo l’arte contemporanea è qualcosa di molto simile a dei getti di colore casuali su una tela. Ricordo il caso di un pittore che, molti anni fa,  si fece beffe di critici e galleristi, inviando ad una mostra collettiva una tela che usava per pulire i pennelli: fu premiato! Niente di particolarmente sconvolgente. E’ la logica conseguenza dell’orinatoio di Duchamp e della “Merda d’artista” di Manzoni.

Proprio ieri sera, sul canale 23 “RAI 5” (uno dei pochi canali televisivi che offre qualcosa di guardabile), ho seguito una puntata di Cool Tour Arte, un programma condotto da Michela Moro che si occupa di  nuove tendenze, mostre ed eventi artistici. A proposito, se siete amanti della musica (quella vera), segnatevi in agenda questa data: 20 marzo, ore 21.15. Sullo stesso canale RAI5  andrà in onda “Il Trovatore“, dal Teatro alla Scala.

Torniamo al nostro Tour artistico. Si può rivedere tutta la puntata a questo link (Cool Tour Arte – 6 marzo). Ma ciò di cui voglio parlare è un servizio, quasi a fine puntata (si può saltare al minuto 30′),  sui “Gelitin“. Chi o cosa sono i Gelitin? Sono un collettivo artistico viennese che definire d’avanguardia sarebbe riduttivo; loro sono già oltre l’avanguardia, oltre le mode del momento, oltre le installazioni (Cattelan gli fa un baffo), oltre la provocazione, sono oltre tutto, oltre l’umana comprensione. L’anno scorso, per esempio, furono i protagonisti a Milano di un evento artistico in cui, davanti ad un pubblico attento ed interessato di veri “intenditori”  realizzavano degli “Ana – ritratti” che prendono il nome non da “analisi“, ma da “Ano“. Già, sono ritratti fatti con l’ano, letteralmente. Qui alcune recensioni e immagini : “Pennelli nell’ano” – “Milano, arte con il culo“. Già da questo si capisce con che razza di “artisti” abbiamo a che fare.

Visto che a Milano riscuotono tanto successo (si vede che i milanesi sono veri intenditori di arte anale), sono tornati sul luogo del delitto ed alla galleria De Carlo hanno allestito un’altra mostra per gli appassionati del genere. Il servizio, oltre all’intervista agli “artisti“, mostra la preparazione e la realizzazione delle opere durante una performance (oggi le cagate artistiche si chiamano così, è più fine e la gente le prende sul serio) fatta a Vienna l’estate scorsa. A lato un’immagine della preparazione. Con dei picconi gli “artisti” scavano dei buchi (come viene viene) in un enorme cubo di polistirolo. I buchi vengono poi riempiti di gesso umido sul quale si infila un bastone. Quando il gesso è asciutto, si estrae l’opera (come fosse un gelato col bastoncino o un lecca lecca) e la si espone al pubblico. Et voilà, l’opera d’arte è servita.

Questa sembrerebbe la foto di un ripostiglio, invece è la sala in cui sono esposte le opere. Già, perché quei grumi informi di gesso  sono “arte“. O meglio, ciò che oggi uno stuolo di galleristi, mercanti, artisti anali e intenditori (anali anch’essi) hanno l’ardire di chiamare “Arte“. Viene spontaneo domandarsi se questa sia arte o sia qualcos’altro. Ma viene spontaneo anche porsi un’altra domanda: ma questi pseudo artisti sono davvero così idioti come sembrano, oppure fingono di esserlo? Forse, è molto probabile,  fingono perché ci campano. E ci campano finché trovano dei polli ingenui,  che si danno aria da intenditori, che gli danno spazio e credibilità e li sovvenzionano. Ma allora la vera domanda finale è un’altra: è possibile che ci siamo tanti imbecilli che danno credito a queste espressioni della idiozia umana camuffata da creatività artistica? Sì, purtroppo, è possibile, perché su questa totale mistificazione molti ci campano (artisti e mercanti d’arte), molti ingenui si lasciano abbindolare dai pifferai magici che si spacciano per critici d’arte (ma anch’essi ci campano), ma soprattutto perché la stupidità umana è infinita, come diceva anche Einstein.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

Che vor di’?

Anche questo 1° maggio è andato. Concertone a Roma,, contestazioni a Napoli e concerto annullato, insulti contro il PD e Fassino a Torino, discorsi “sindacalesi” a Perugia e bandiere, striscioni, cartelli, maschere. Ma soprattutto parole, tante, troppe parole. Rileggendo oggi, sui quotidiani in rete,  i resoconti dei discorsi dei big sindacali verrebbe da chiedersi alla Montesano “Ma che vor dì?”. Boh.

Dice la Camusso (CGIL): “Senza lavoro il Paese muore e questo Paese non può morire“. Ma va? Chissà quanto ci ha pensato per fare questa scoperta. Magari non ci ha dormito la notte per inventarsi questa frase. La Camusso fa l’infermierina davanti all’Italia in coma. Ricorda il classico “Lo stiamo perdendo” di quelle fiction ospedaliere. Bonanni (CISL) aggiunge: “Basta litigi e furbizie“. Anche Bonanni deve aver passato la notte in bianco per mettere insieme questo accorato appello alla pace ed all’amore universale. Visto che c’era poteva aggiungere “Ama il prossimo tuo come te stesso“, così avrebbe rassicurato i minatori del Sulcis. Anche Angeletti (UIL) per non essere da meno, conferma: “O si risolve il problema di dare lavoro o affondiamo“. Un altro che fa la veglia sindacale per inventarsi una dichiarazione da lupo di mare pronto a lasciare la nave e saltare sulla scialuppa di salvataggio.

Ma non è tutto. Insiste ancora la Camusso: “Il Paese è attraversato da una crisi profonda. Bisogna ricostruire speranza e fiducia, solidarietà e rispetto“. Siamo in crisi? Ma va? “Cosa mi dici maiiii…” direbbe Topo Gigio. Sa, Camusso, che non lo aveva notato nessuno? Meno male che c’è lei a ricordarcelo. Per il momento è tutto, accontentatevi. Come si faccia a ricostruire speranza e fiducia ce lo dirà, forse, al prossimo 1° maggio, l’anno venturo.Chi c’è, c’è. Se crepate prima di sapere come si fa a ricostruire la speranza sono cavoli vostri.

Continuo a non capire come sia possibile che questa gente, siano sindacalisti, politici o opinionisti per caso, non si rendano conto che le loro dichiarazioni quotidiane sono del tutto prive di qualunque senso pratico. Eppure da mattina a sera, in televisione o sulla stampa, non vediamo altro che dichiarazioni di questo tipo. Dicono “Bisogna rilanciare l’economia…bisogna rivalutare il potere d’acquisto di stipendi e salari…bisogna garantire il futuro ai giovani…bisogna creare posti di lavoro…bisogna ridare fiducia alla gente…bisogna intervenire a sostegno delle piccole e medie imprese…bisogna…bisogna…”. Ma nessuno, dico nessuno, che dica chiaramente una volta, nemmeno per sbaglio, cosa “bisogna fare concretamente“. Nessuno che abbia uno straccio di idea o di proposta reale, concreta, pratica e attuabile. Una, anche una sola idea, ma che si possa realizzare subito. Niente, solo parole, dichiarazioni generiche e senza senso.

Fare l’elenco dei problemi d’Italia non significa sapere come risolverli. Dire che bisogna rilanciare l’economia non significa nulla, se non si dice “come” rilanciarla. Saprebbe dirlo anche lo scemo del villaggio. Non c’è bisogno di aspettare il 1° maggio, organizzare cortei e sbandieramenti, allestire enormi palchi ed essere grandi sindacalisti  per dire queste stronzate.  Sono banalità da bar dello sport. Anche Flavia Vento saprebbe dire qualcosa di più intelligente. Il che è tutto dire. Ma evidentemente alla gente va bene così. Si accalorano, ci credono, mettono il loro berrettino col marchio sindacale in testa, sventolano una bandiera, agitano cartelli in favore delle telecamere, ascoltano in estasi le baggianate della giornata e tornano a casa felici e contenti di poter dire “Io c’ero”.

Abbiamo anche messo su un governo di “tecnici” per risolvere la crisi. Tecnici, mica aspiranti, apprendisti economisti in prova. No, fior fiore di professoroni, bocconiani, tecnici che tutto il mondo ci invidia (dicono loro). Ci hanno lavorato per un anno e mezzo. Risultato? Hanno solo aumentato le tasse. E la crisi è sempre lì. Anzi, per ammissione dello stesso Monti, le misure adottate hanno aggravato la recessione. Bel risultato.  Hanno sbagliato perfino un elementare conto aritmetico degli esodati (forse non avevano a disposizione un pallottoliere), creando un pasticcio di migliaia di lavoratori che, da un giorno all’altro, si trovano senza stipendio e senza pensione. Ci volevano dei tecnici per fare queste pagliacciate.  E la crisi è sempre lì, anzi è peggiorata. E visto che i tecnici hanno fallito e non si riusciva nemmeno a formare un governo, Napolitano nomina un altro Comitato di saggi.  Da scompisciarsi dalle risate.

In Italia quando non si sa come risolvere i problemi si apre un “Tavolo” con le parti sociali, oppure si crea una Commissione. E campa cavallo! Che fine farà il lavoro dei saggi? Finirà in Parlamento dove verrà esaminato. Ma siccome bisognerà leggerlo e studiarlo con calma, si nominerà una Commissione parlamentare ad hoc. La Commissione, non avendo tutte le competenze necessarie per comprendere a pieno le varie implicazioni delle proposte dei saggi, avrà bisogno della consulenza di esperti. Quindi la Commissione nominerà un Comitato di consulenti i quali avranno bisogno di un tempo adeguato per studiare il documento dei saggi. Così passeranno mesi. Finito il lavoro il Comitato dei consulenti riferirà alla Commissione parlamentare che, però, per rispettare le diverse prerogative e competenze dei due rami del Parlamento, nominerà due sotto Commissioni: una per la Camera ed una per il Senato. Queste Commissioni ci lavoreranno con calma, poi riferiranno alla Commissione iniziale che, però… No, basta, la telenovela prosegue ancora a lungo, peggio di Beautiful.

Il prossimo primo maggio risentiremo gli stessi discorsi, le stesse parole, quelle che sentiamo da 50 anni. Stesse bandiere, stessi palchi, stesse dichiarazioni. Col passare degli anni cambiano solo le facce sul palco, i berrettini, i gadget, gli striscioni, i cartelli disegnati a mano. Sembrano tutti convinti di essere davvero seri, importanti, determinanti, essenziali, per il progresso della nazione. Ed usano le stesse parole, da sempre. Intanto i caporioni, quelli che sbraitano dal palco, col tempo acquistano potere, si dedicano alla politica, finiscono in Parlamento, si sistemano (loro) e gli operai sono sempre operai, i poveri sono sempre poveri e la Terra continua a girare. La gente, però, ci crede. E tanto basta. La gente ha bisogno di radunarsi periodicamente per sentirsi viva. Lo fa indipendentemente da chi sta sul palco e da quello che dice. Si accontenta del “rito” sindacale.  Ma questa è un’altra storia.

Arte moderna

Il nudismo è di moda ed ogni pretesto è buono per denudarsi; dalle foto “artistiche” di Spencer Tunick , fotografo americano che ama riprendere grandi masse di persone completamente nude, alle Femen, movimento di contestazione nato in Ucraina,  che amano spogliarsi in segno di protesta. Ogni giorno c’è qualcuno che si spoglia in pubblico per qualche motivo. E inevitabilmente finisce in prima pagina. Oggi, come vediamo in un box in bella evidenza sulla home del Corriere, è la volta di un “artista” (!?)  svizzero, Milo Moiré, il quale deve avere una strana concezione di cosa sia l’arte e,  non contento di fare l’artista nelle verdi vallate svizzere dove “gli sorridono i monti e le caprette gli fanno ciao“, come alla piccola Heidi, va ad esprimere l’estro creativo in Germania. Ecco la sua opera “The script system“, una modella che gira in città completamente nuda. Nuda sì, ma con il borsone.

E dire che una volta, tanto, ma tanto tempo fa, quando gli uomini non avevano ancora imparato a coprirsi e cucirsi dei vestiti rudimentali, andavano in giro tutti nudi, come le scimmie. Evidentemente, secondo i criteri estetici di certi artisti moderni, gli uomini primitivi erano tutti “artisti“. Oppure quelli che oggi vado in giro nudi sono rari esemplari sopravvissuti degli antichi trogloditi. Buona la seconda.

Ultimissime

E’ morto Massimo Catalano, l’indimenticabile personaggio di “Quelli della notte” di Renzo Arbore. Celebre per le sue considerazioni banali e lapalissiane spacciate per profonde riflessioni. Ho citato spesso una sua celebre frase “Meglio essere ricchi e sani che poveri e malati“, a proposito di dichiarazioni banali ed ovvie di personaggi famosi. Una massima che si adatta benissimo a ciò che ho scritto in questo post  a proposito delle dichiarazioni dei capi sindacali. Sono di una banalità che accomuna le loro dichiarazioni  alle “massime di Massimo“. Solo che quelle di Catalano erano perle d’ironia che facevano il verso proprio agli intellettuali rubati alla campagna che sproloquiano facendosi passare per grandi pensatori. Quelle dei sindacalisti (e di molti politici che imperversano in TV) sono banalità e basta. Ecco, in questo brevissimo video un’altra sua celebre frase.