Razzismo, ebrei e censura.

Il razzismo sta diventando come il prezzemolo; lo mettono dappertutto. Basta uno sguardo infastidito verso l’ambulante troppo insistente o verso la centesima zingarella che ti chiede l’elemosina in strada, basta un accenno di protesta o semplice preoccupazione per la presenza sempre più numerosa di immigrati sul territorio, basta una semplice allusione a banane e oranghi, e sei marchiato a fuoco: razzista. Pochi giorni fa il solito Tavecchio è finito di nuovo in prima pagina perché avrebbe espresso un gravissimo insulto razzista verso gli ebrei: (Tavecchio nella bufera; insulti a ebrei e omosessuali).

Ecco la frase incriminata: “La sede della Lega Nazionale Dilettanti? Comprata da quell’ebreaccio di Anticoli.”. Ebreaccio è un insulto? Lo è per quella desinenza in “accio” che di solito ha un significato spregiativo? Quindi anche toscanaccio e romanaccio, termini usati normalmente senza alcun intento offensivo, sono insulti razzisti? Allora perché nessuno denuncia come razzista chi li usa? Ma allora “polpaccio” è un grave insulto ai cefalopodi? E brogliaccio, carpaccio, Ajaccio, poveraccio, ghiaccio, laccio, braccio, castagnaccio, pagliaccio, sono tutti insulti? Chiamare Boccaccio e Masaccio per nome era un’offesa?

Anche il grande Gino Bartali veniva chiamato non solo “toscanaccio” per le sue vena polemica, ma era soprannominato “Ginettaccio” (doppio insulto, quindi), e così lo chiamavano tutti anche sulla stampa (La Gazzetta dello sport: “Ginettaccio, l’uomo di ferro che spianava le montagne“). Era un gravissimo insulto razzista? E se così era perché  né Bartali, né altri, hanno mai denunciato la Gazzetta e tutti gli altri giornali che usavano quell’insulto razzista?  Ed il quartiere romano di Testaccio è un insulto alle teste di…? Sì, forse alle teste di certi giornalisti e moralisti di borgata.

A proposito di teste ecco un altro titolo, nello stesso quotidiano, nel quale compare proprio il termine “toscanacci“: “Una testa di legno, ma di buon senso.”. A rigore, se “ebreaccio” è un insulto agli ebrei, questo dovrebbe essere  un insulto ai toscani.  Ma nessuno ha accusato Mascheroni di insulto razzista per quell’articolo. Infatti, nell’uso comune del termine, non è un epiteto offensivo, anzi è un’espressione gergale usata bonariamente quasi con simpatia nei confronti della  gente toscana per indicare il loro spirito polemico e  la battuta sempre pronta, caustica, salace, arguta e spesso sarcastica. Tanto è vero che, mentre i media accusano Tavecchio per il suo “ebreaccio”, nessuno crocifigge Mascheroni o altri per l’uso di “toscanacci”.

Non sono questi gli insulti verso gli ebrei, e non sono nemmeno razzismo, che è tutt’altra cosa. Insulto agli ebrei è quello di chi brucia le bandiere di Israele durante i cortei “pacifisti”. Insulto è quello di chi, qualche anno fa, contestava ed organizzava la protesta in piazza contro la presenza di Israele al Salone del libro di Torino. Insulto è aver venduto gli ebrei in cambio dell’assicurazione da parte del terrorismo palestinese dell’OLP di Arafat che non ci sarebbero stati attentati in Italia (Vedi “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani” – “Vi abbiamo venduti” –  “Mani libere a noi palestinesi“, e “Cossiga, Moro e i misteri d’Italia“). Insulto è aver spedito in Libano la missione Unifil che parteggiava spudoratamente per Hezbollah a danno di Israele (vedi “Amenità libanesi“) Insulto è quello di chi, come la COOP, boicottava i prodotti israeliani, col pretesto che provenissero dai territori occupati dai coloni. Insulto è quello dell’Unione europea che, col pretesto di fornire aiuti per lo sviluppo di Gaza, versa miliardi di euro (450 milioni solo per il 2015) ad una organizzazione terroristica come Hamas,  che nel proprio statuto afferma esplicitamente di avere come fine la distruzione totale di Israele, che poi usa quei fondi per acquistare armi, esplosivi e razzi da lanciare verso Israele.

Insulto agli ebrei è quello di D’Alema il quale, arrivando in Israele in visita ufficiale come ministro degli esteri, a chi lo riceveva all’aeroporto salutandolo con “Benvenuto in Israele“, rispose correggendolo “In Palestina…”. Lo stesso D’Alema che non perde occasione per dichiarare la sua simpatia e vicinanza alla causa palestinese (vedi “Il baffetto velista ha strambato“). Insulto agli ebrei è ancora quello dello stesso D’Alema che, sempre in qualità di ministro degli esteri, volava in Libano e  dichiarava di essere orgoglioso di andare a passeggio a Beirut tenendosi a braccetto con i capi di Hezbollah e di andare a cena con loro, e subito dopo andava ad abbracciare i capi di Hamas a Gaza; tutta gente che ha come scopo dichiarato la distruzione di Israele. (vedi “L’equivicinanza secondo D’Alemhamas“)  Insulto agli ebrei è quello di Prodi, allora capo del governo, che al palazzo dell’Onu correva ad abbracciare affettuosamente Ahmadinejad, lo scravattato capo dell’Iran, il quale dichiarava un giorno sì e l’altro pure che avrebbe cambiato la carta geografica, facendo scomparire Israele dalla faccia della Terra. Insulto è la politica della sinistra italiana, sempre spudoratamente a favore della Palestina, contro Israele (vedi “Mi ricordo, sì, io mi ricordo“). Quelli sono i veri insulti, e non chiamare qualcuno ironicamente “ebreaccio”; quelli sono insulti che fanno davvero male agli ebrei ed all’intelligenza umana.

Ennesima dimostrazione (come sostengo da anni) del fatto che, specie sui mass media, i concetti di etica, estetica, giustizia, deontologia professionale, sono molto elastici e variano secondo le circostanze e la convenienza (di chi scrive). Ecco perché un’affermazione o una battuta che in altri tempi sarebbe stata del tutto normale e sarebbe passata inosservata, e sulla quale lo stesso Anticoli avrebbe sorriso, oggi diventa un insulto razzista. E ci si chiede perché “ebreaccio” sia un insulto e “toscanaccio” non lo sia. Perché? Semplice, è la quotidiana dimostrazione che esiste una doppia morale; quella ormai consolidata dei sinistri detentori della “superiorità morale” che hanno l’esclusiva di questa sorta di morale a tempo e che  la tirano fuori e la usano a loro piacimento e la applicano secondo la convenienza per condannare gli avversari, delegittimare chi  non la pensa come loro ed emarginare, bollando pretestuosamente con l’infamia del “razzista”, chi  non è allineato al pensiero unico dominante. E’ lo stesso principio caro a certa magistratura per cui la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Per questi ipocriti moralisti col timer, morale e giustizia diventano micidiali armi improprie da usare per demolire gli avversari.

Censura (attenzione, post scurrile)

Ora vediamo un altro esempio di criteri molto elastici, applicati alla censura dei commenti sui forum e quotidiani.

Di recente, commentando un pezzo sulla revoca delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e l’immediata reazione di 26 consiglieri che, dimettendosi, lo hanno mandato a casa, (Per Marino è finita: 26 consiglieri si dimettono) scrissi questo breve commento: “Avrebbe fatto meglio a mantenere le dimissioni. E’ stata proprio una sceneggiata ridicola che conferma la pochezza di quest’uomo. Come direbbero a Striscia citando la famosa espressione del direttore Fede. “Marino, che figura di merda!”.  Ma quando il commento viene pubblicato quel termine finale diventa “mxxxa“.  Non so dire con certezza se la correzione sia opera di un solerte censore, oppure di un correttore automatico che non gradisce certi termini e sostituisce alcune lettere con delle X o degli asterischi. I termini più censurati, oltre a merda, sono culo, stronzo e stronzate, cazzate, cazzo, fica, etc…

Non dico che il turpiloquio debba essere libero, e nemmeno che debba essere censurato. Dico che ancora una volta di applicano due pesi e due misure; è questo che è incomprensibile ed intollerabile. Ciò che lascia perplessi è che quei termini vengono usati tranquillamente in televisione, a tutte le ore del giorno, senza che nessuno intervenga o si scandalizzi. Per esempio, quella espressione ormai mitica di Emilio Fede, la sentiamo e risentiamo a Striscia la notizia, ogni volta che c’è qualche figuraccia da evidenziare; invariabilmente, a chiusura del servizio,  parte il video originale con l’esclamazione “Che figura di merda…”. Ormai è un classico, come la mitica  “La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca…” del ragionier Fantozzi..

Basta poi sentire il linguaggio di certi personaggi in televisione, con Maurizio Crozza in testa seguito da uno stuolo di comici, meno comici e personaggi assortiti anche tragici, e si sentono “cazzi e culi” volare come farfalle. Allora è ovvio chiedersi come mai certe parole si possono usare tranquillamente in televisione, davanti a milioni di spettatori, in prima serata, in fascia protetta e in orari di massimo ascolto, e se invece  vengono scritte in un commento che leggono in pochissimi, all’interno di un articolo di un quotidiano in rete, viene censurato. Perché? Non sto dicendo che il linguaggio scurrile sia o non sia consentito in pubblico. Mi chiedo solo perché si applica la solita doppia morale; questo è insopportabile. E’ il sintomo della completa confusione culturale e morale di una società che ha smarrito tutti i riferimenti e, in mancanza di criteri precisi, decide di volta in volta e secondo le circostanze, ciò che è o non è permesso, ciò che è o non è consentito e legittimo. E con lo stesso principio molto elastico decide anche ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, bene o male.  Abbiamo adottato una nuova morale; usa e getta, come la carta igienica.

Ma torniamo al commento censurato. Visto che la parola “merda” viene sostituita con le X, se ne deduce che sul Giornale, attentissimo a non usare termini scurrili, quella parolina non si possa usare. Giusto? No, sbagliato. Infatti, negli stessi giorni, leggendo la stessa prima pagina, bastava spostare lo sguardo sulla colonna laterale riservata ai blog dei giornalisti, per vedere in bella evidenza (è rimasto lì per almeno 15 giorni) questo titolo a lato in cui figura proprio la parolina proibita (vedi “Troppo merda, Caritas“).  Ed ecco che ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, ad un principio ballerino. Si può usare la parola “merda” sul Giornale? Dipende; i giornalisti sì, i lettori no.  Perché Enrico Galletti può scriverlo in prima pagina ed io non posso farlo in un commento? Perché? Come James Bond aveva la licenza di uccidere, Galletti ha una speciale “licenza di merda” negata ai comuni mortali?

Questa strana applicazione dei criteri di ciò che è corretto o non lo è, di ciò che si può o non si può dire o scrivere, è un dilemma che pongo da anni in rete ed al quale nessuno ancora ha risposto. Ed ogni volta che mi ritrovo di fronte a simili casi di morale ballerina e ipocrisia mediatica (il che, leggendo le notizie sui vari quotidiani, capita tutti i giorni) è come un pugno nello stomaco. Ne parlavo anche sei anni fa nel post “Si può dire culo?”. Sono le cose incomprensibili della vita; come i balletti di Don Lurio o gli occhiali neri a mezzanotte. Sono quelle incongruenze e contraddizioni di una strana morale elastica che si applica secondo criteri che non hanno alcuna spiegazione logica e razionale. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione di questa curiosa doppia morale. Perché Crozza può parlare tranquillamente di cazzi in prima serata TV e noi no?  Spiegatecelo, cazzo!

Vedi:

Si può dire culo?

Bavagli e querele

Satira libera: dipende

Cossiga e il tonno

Vedi qui altri post su “Censura, trucchi e inganni mediatici e morale ballerina“.

Shoah e buoni ideali

Domani si celebra la Giornata della memoria, in ricordo della shoah e delle vittime del nazismo. Sarà il  trionfo, come avviene da anni, di dichiarazioni di circostanza piene di buoni propositi, di condanna del nazismo e di appelli alla ragione, alla solidarietà, ai principi della tolleranza, al rispetto reciproco, alla democrazia, alla libertà, alla pace; tutto il repertorio della migliore retorica di circostanza. Siamo bravissimi, in queste occasioni, a condannare i soprusi, la guerra, le ideologie totalitarie, lo sterminio di innocenti. Ma spesso ci lasciamo trasportare da reazioni emotive, confidiamo nella ipotetica, e mai dimostrata, fondamentale bontà dell’essere umano  e pensiamo di combattere il male facendo appello ai buoni sentimenti. E’ l’effetto liberatorio che deriva dal trovarsi di fronte a crimini aberranti e dalla convinzione illusoria che siano atti lontanissimi dal comune sentire, frutto di menti malate, e che mai più si ripeteranno. Il messaggio rassicurante è che noi non commetteremmo mai simili atrocità; quindi i nazisti sono mostri criminali, un caso eccezionale ed unico nella storia dell’umanità (ma la storia dimostra il contrario), mentre noi siamo buoni, docili e mansueti come innocenti agnellini.

Un esempio di tale atteggiamento ingannevole è questa frase che mi è capitato, tempo fa,  di leggere  fra i commenti in un blog. Diceva, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una bella frase, condivisibile, dettata da una visione ottimistica e positiva del mondo. Ma è anche vera? No, non lo è affatto. Non è vera perché si dà per scontato che tutti gli uomini seguano una fede e perseguano grandi ideali umanitari e che questi siano sempre positivi e portatori di pace, solidarietà e amore universale. Ma anche il male è un ideale; distorto, aberrante, ma un ideale.

Anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo, ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza, determinazione  e cieca follia, sostenuto dalla “fede” dei suoi seguaci, perché i nazisti erano sicuri di essere dalla parte giusta e  di avere Dio dalla loro parte;  “Gott mit uns“, anche quando sterminavano il popolo eletto di quel Dio il quale, forse, in quella occasione era distratto. Anche i crociati combattevano per un ideale, la riconquista della Terra santa, ed erano convinti di lottare per una causa giusta, anzi santa; “Dio lo vuole“.  Ma anche gli ottomani combatterono per conquistare terre e genti, dalla Spagna alle porte di Vienna, perché dovevano diffondere la parola del profeta e “Allah era con loro”. Anche  i conquistadores spagnoli, che sterminarono le popolazioni indigene, lo facevano con la benedizione della Chiesa e dei frati al seguito, i quali non mancavano di benedire i morti, innalzare croci sui territori conquistati e convertire gli indigeni, volenti o nolenti, perché “Dio era con loro“. Anche i coloni americani che avanzavano verso ovest appropriandosi delle terre e sterminando i pellerossa, avevano Dio dalla loro parte. Lo cantava benissimo già Bob Dylan in un brano del 1964 “With God on our side” (Con Dio dalla nostra parte): “Il mio nome non conta e la mia età nemmeno, il paese da cui vengo è chiamato midwest, là sono cresciuto ed ho imparato a obbedire alle leggi e che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte. I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene, la cavalleria caricava e gli indiani cadevano, la cavalleria caricava e gli indiani morivano, perché il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.”.   

Così le guerre del passato erano sempre determinate da qualche “alto ideale“: poteva essere l’indipendenza dai dominatori, la presunta necessità di civilizzare popoli barbari, la necessità di allargare i propri confini, la ricerca della “quarta sponda”,  o il nuovo irrinunciabile “ideale” del terzo millennio, il sacro dovere di esportare la democrazia. Dietro le bombe ci sono sempre “alti ideali” e tutti hanno un Dio dalla loro parte; anche i cannibali del Borneo.  Forse anche gli atei, pur non credendoci, hanno un loro dio: il dio degli atei (che, non essendo abilitato ad esercitare, in quanto non esiste ufficialmente, si scrive minuscolo e non compare nella guida ufficiale degli dei riconosciuti).

Oggi, per non perdere le buone abitudini ed essere fedeli a qualche ideale, anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente combattono per una “giusta causa”: la conquista dell’occidente e la sottomissione dei “cani infedeli“. Ed anch’essi compiono stragi in nome di Dio gridando “Allah Akbar“. E stanno attuando il loro piano criminale con la violenza, le armi, il terrorismo, lo sterminio dei cristiani e la conquista di interi territori dove instaurare il califfato e la sharia.  Anche l’ex premier iraniano Ahmadinejad aveva un suo ideale e lo dichiarava continuamente in ogni occasione; cancellare Israele dalle carte geografiche. Anche i militanti di Hamas hanno un ideale, espresso molto chiaramente nel loro statuto e nel loro programma politico: distruggere Israele, cacciare gli ebrei dalle loro case e impadronirsi del loro territorio. Tutti combattono per un “ideale” ed hanno Dio dalla loro parte. Così Dio, invocato a destra e a manca,  sta con tutti, si distrae e si dimentica di stare con  il popolo eletto, quelli che dovrebbero essere i primi ad averlo dalla loro parte: gli ebrei.

La persecuzione degli ebrei non è finita con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Gli ebrei sono ancora oggi al centro di una campagna di odio razziale e sono bersaglio di attentati ovunque si trovino (le ultime vittime del terrorismo islamico sono i quattro morti nel negozio kosher a Parigi). Perfino Israele, che è l’ultimo rifugio dei sopravvissuti alla shoah e degli ebrei che vi sono arrivati provenienti da ogni angolo della terra, per vivere finalmente in pace nella terra dei Padri,  vede costantemente minacciata la propria esistenza; non solo dall’Iran, da Hezbollah e da Hamas, ma dall’opinione quasi unanime del mondo islamico.  Eppure i personaggi, le istituzioni, gli intellettuali, le nazioni che oggi commemorano la Shoah e la criminale violenza nazista contro gli ebrei, quelli che oggi depongono corone di fiori e tengono toccanti discorsi commemorativi, sono gli stessi che, passata la giornata della memoria, ricominceranno a sostenere i regimi islamici, a concludere lucrosi affari con loro, a tollerare, se non addirittura giustificare, l’antisemitismo mascherato da antisionismo in nome della libertà di espressione, aprire le porte all’invasione islamica dell’Europa, a rinnegare le proprie usanze e tradizioni per non urtare la sensibilità dei musulmani.

Ed infine, per dimostrare quanto siamo buoni e caritatevoli (ed “equidistanti”  o “equivicini” fra Israele, Hamas ed Hezbollah, come sosteneva  l’allora ministro degli esteri D’Alema, dichiarando di essere onorato di andare a cena con i capi di Hezbollah) continueranno a finanziare direttamente organizzazioni come Hamas, considerate terroristiche dalla comunità internazionale, con aiuti umanitari e milioni di euro versati dall’Europa a Gaza. Fondi che servono in gran parte a finanziare l’acquisto di armi, munizioni, missili e razzi da sparare contro Israele. Ma noi siamo fatti così, siamo umanitari, non facciamo differenza fra ebrei e tagliagole islamici, sono tutti figli di Dio. E giusto per non destare eccessiva preoccupazione o creare inutili allarmismi, i nostri media di solito usano tacere sugli attentati dei terroristi palestinesi e i razzi sparati verso i villaggi israeliani di confine. Ecco perché raramente le notizie di lanci di razzi verso Sderot trovavano spazio nella nostra stampa. Luoghi lontani, i botti dei razzi non arrivano alle tranquille, calde o fresche (secondo la stagione) ed insonorizzate redazioni romane o milanesi. Salvo svegliarsi improvvisamente, acuire la vista e l’udito e indignarsi appena c’è una qualche reazione israeliana. Allora ci si ricorda del medio oriente, si trova ampio spazio in prima pagina, si condanna l’aggressione,  si denuncia la risposta sempre “esagerata” di Israele, si contano le vittime civili (sono armati fino ai denti, ma risultano sempre civili), meglio se ci sono donne o bambini (fanno più notizia e servono alla causa palestinese) e si chiede l’intervento dell’ONU ed il cessate il fuoco.

Ma il 27 gennaio, nel “Giorno della memoria“, dimenticano di essere i finanziatori di Hamas, (quelli che vorrebbero portare a termine il lavoro iniziato da Hitler), e con una improvvisa e repentina metamorfosi da far invidia a Gregor Samsa, si trasformano in ferventi difensori del popolo ebraico. Manca solo che si appendano al collo, come si usa oggi, un bel cartello con la scritta “Siamo tutti ebrei“.  Ma fanno il percorso inverso a quello di Samsa.  Da insetti, blatte, scorpioni,  scarafaggi zecche, quali sono solitamente, assumono di colpo l’aspetto di uomini normali: vestono i panni della penitenza, assumono contrite espressioni, condannano la persecuzione degli ebrei, il razzismo, il nazismo, l’antisemitismo, sfilano in corteo sotto braccio con i pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, recitano un tardivo mea culpa, si addossano le responsabilità dei padri, si impegnano solennemente a riaffermare  “Never more“, lanciano in televisione qualche film intonato alla giornata, o qualche programma speciale con filo spinato, camere a gas, forni crematori, scheletriche parvenze umane,  fantasmi con la stella di David, SS in divisa di ordinanza e latrati di cani. Insomma, tutto il repertorio che, per l’occasione, recuperano dagli archivi polverosi dove poi quei documenti giaceranno per il resto dell’anno, per lasciare spazio a reality, fiction, talent, talk show, cuochi, comici, opinionisti tuttologi e  cialtroni assortiti. E così mettono a tacere la coscienza; per un giorno. Poi, passata la “festa“, ripetono la metamorfosi inversa, riacquistano le solite sembianze da coleotteri e affini, si scordano degli ebrei e…ricominciano ad amoreggiare con gli islamici, gli eredi di Arafat e gli arabi in genere; perché gli affari sono affari e “Tengo famiglia…”. Ipocriti, falsi, in malafede e vigliacchi. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, lo vincerebbero a mani basse.

Hamas, l’Europa e l’albero di Natale…

Hamas ha vinto le elezioni. Programma di governo? La distruzione di Israele. Bella notizia in un giorno in cui l’Europa celebra la "Giornata della memoria" con varie manifestazioni in ogni parte d’Italia e politici compunti che recitano parole, come d’obbligo, di circostanza. Un giorno per ricordare la Shoah e 364 per finanziare i terroristi che, visto il successo della prima edizione, programmano una "Shoah 2 – La vendetta".

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Povero Arafat…!

Ultimissime… "(ANSA) – NEW YORK, 10 NOV – Il presidente dell’Autorita’ nazionale palestinese (Anp) Yasser Arafat manderebbe ogni mese centomila dollari alla moglie Suha che vive a Parigi. Lo sostiene la rete americana Cbs, secondo cui Arafat avrebbe ammassato circa un mld di dollari grazie alle tasse pagate dai palestinesi e li avrebbe investiti in un impianto di imbottigliamento della Coca Cola a Ramallah, in una societa’ di telefonia cellulare tunisina e in fondi di ‘venture capital’ negli Usa e nel paradiso fiscale delle isole Cayman. © ANSA" Come il cacio sui maccheroni. Si parlava dei Paesi poveri e guarda guarda… Ma Arafat non è il capo di quei " poveri " palestinesi ??? No Comment !
Riferimenti: ( Torre di Babele )