Televisione, snob e Flaiano

Quando si parla di televisione bisogna sempre chiarire da quale punto di vista  la si guarda. Quelli che ci lavorano e ci campano ne parlano sempre bene, ci mancherebbe. Gli spettatori che la guardano, invece,  si dividono in varie categorie che vanno dagli entusiasti  ai nemici giurati della TV. In mezzo, tante sfumature più o meno favorevoli o contrari.

Poi ci sono quelli che non solo guardano la televisione, ma dovendolo fare per lavoro, come giornalisti e critici, ne parlano e sono pagati per farlo. Uno su tutti, Aldo Grasso che scrive sul  Corriere della sera e che, per dovere professionale, deve guardare tutto, ma proprio tutto quello che passa in TV sulle centinaia di canali terrestri e satellitari, dalla BBC a Tele Pompu libera. Non lo invidio. Roba da farsi venire le crisi isteriche, le allucinazioni e gli incubi notturni.  Strano che, dopo anni di schifezze televisive di ogni genere, dimostri ancora una apparente calma e tranquillità; sembra quasi normale. Non vorrei sembrare menagramo, ma temo sempre che da un giorno  all’altro arrivi la notizia che è stato ricoverato d’urgenza alla neurodeliri in preda ad improvvise ed acute crisi di convulsioni da telecomando. Se penso al lavoro del critico televisivo che deve guardare la televisione per ore ed ore ogni giorno, mi viene da paragonarlo alle torture in stile Arancia meccanica. Che Grasso sia al limite della sopportazione lo si capisce dal fatto che  solitamente è molto duro con i programmi televisivi. E di solito sono d’accordo con lui. Le uniche volte che non sono d’accordo con Grasso è quando, raramente, ne parla bene.

L’atteggiamento più frequente e diffuso riguardo alla televisione è quello che tende a giustificare tutto ciò che viene propinato al pubblico; trovano sempre qualche motivo per mettere in luce l’aspetto positivo e rintuzzare le quotidiane critiche e polemiche sulla qualità dei programmi, visto che  ogni volta che  va in onda uno dei classici programmi della TV di casa nostra, parte la solita litania di pareri favorevoli e contrari. Succede sempre, immancabilmente, sia che si tratti del festival di Sanremo, del reality di turno, di Miss Italia o di  programmi quotidiani a base di cuochi e politici (sono le due categorie più presenti in TV).

Nei giorni scorsi, per esempio, la stampa ha riportato le dichiarazioni di Alessia Marcuzzi (rilasciate al settimanale Chi, diretto da Alfonso Signorini; buono quello) che, alla vigilia dell’avvio della nuova stagione del Grande fratello (se non ho capito male dovrebbe cominciare proprio oggi), gioca d’anticipo e se la prende con chi parla male dei reality e del suo in particolare (Marcuzzi contro gli snob). Dichiara: “Sapete cosa mi infastidisce? Il fatto che citando il Grande Fratello si parli di trash. Quella dei reality che sono trash è un’idea retrò, antica, perbenista.”. Lo dice Alessia Marcuzzi. Già, ma lei sui reality ci campa. So che è un consiglio sprecato, ma non sarebbe male se tutta questa gente che campa di beate idiozie in televisione, si prendesse la briga di leggere “Cattiva maestra televisione” di K.R.Popper, o “La civiltà dello spettacolo” di Mario Vargas Llosa. Così, giusto per avere un punto di vista diverso da quello delle veline, degli opinionisti tuttologi, delle conduttrici di programmi per casalinghe disperate, dei fan delle tagliatelle di nonna Pina. e di tutti quelli che campano di televisione e sono convinti di essere persone serie e che andare in TV a mostrare seni straripanti,  mutandine in primo piano e atteggiamenti da zoccole di periferia sia un lavoro.

Sorprende, invece, un intervento di Vittorio Feltri,  tre giorni fa sul Giornale (La selva oscura dei telecomandi), che, quasi a dare man forte alla Marcuzzi, se la prende con quelli che, secondo lui, la televisione la guardano, ma, per puro snobismo, lo negano. “La televisione è come il computer e il cellulare: tutti la criticano, talvolta la insultano, ma nessuno può farne a meno.”, dice. E ancora: “Coloro che snobbano la tv probabilmente vogliono soltanto darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue. In realtà, ciò che emettono le antenne, pubbliche o private, non è da rigettare in toto: bisogna sapere selezionare le trasmissioni in grado di soddisfare le attese personali.”. Assumere una posizione nazional-popolare nei confronti della televisione e lanciare accuse nei confronti dei presunti snob, è, a sua volta, una forma di snobismo. Ma forse Feltri non se ne rende conto. Devono essere i primi sintomi della senescenza. Del resto, di recente, forse per dimostrare apertura mentale e sentirsi al passo con i tempi,  si è iscritto all’Arci gay. Sì, l’età gioca brutti scherzi, anche alle menti migliori.

Feltri ha “quasi” ragione. E’ vero, basta saper scegliere i programmi giusti. Ma se i vari programmi si somigliano tutti e sono tutti spazzatura, c’è poco da scegliere. Cambia solo il cassonetto, la discarica, o il canale, ma sempre spazzatura è. Questione di gusti e di esigenze estetiche e culturali. Non so quali siano i gusti di Feltri, ma immagino, da quanto afferma, che si accontenti facilmente. Qualche programma  guardabile ogni tanto lo si vede, ma succede così raramente che, se non capita di beccarlo casualmente mentre nervosamente si fa zapping,  si rinuncia perfino a cercarli e, scoraggiati, si spegne la Tv. E non perché si abbiano, o si finga di avere, gusti particolarmente raffinati, come dice Feltri, ma perché ognuno ha un proprio limite di sopportazione delle schifezze catodiche. Anche se tutti gli spettatori sono convinti di avere “gusti raffinati” e di essere in grado di  valutare la qualità dei programmi: anche i polli.

E’ il caso di ricordare una famosa battuta di Groucho Marx: “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende vado nell’altra stanza a leggere un  libro“. Quella battuta è sempre valida; oggi, forse, più che in passato. Credo che i Groucho che vanno nell’altra stanza a leggere un libro siano più di quanti si pensi. Affermare che tutti la criticano, ma poi tutti la guardano, è anche poco onesto, perché non corrisponde a verità e rivela, da parte di certi giornalisti, una scarsa considerazione del livello medio di intelligenza del pubblico. Forse lo si dimentica spesso, per distrazione o perché fa comodo, ma non tutti gradiscono il livello culturale medio dei programmi televisivi. Non per snobismo, ma per convinzione.

Mi permetto di citare ancora uno dei più acuti osservatori del costume nazionale: Ennio Flaiano. Negli anni ’60, in pieno boom economico e televisivo,  gli chiesero se ritenesse che la televisione abbassasse il livello culturale degli spettatori. Rispose: “No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali.”. Quando leggo affermazioni come quelle di Feltri, e di altri intellettuali, critici e giornalisti (i cui giudizi spesso sono interessati e di parte, visto che ormai stampa e TV si sostengono a vicenda e procedono in perfetta simbiosi), che difendono la televisione ed i suoi programmi, ho la sensazione, anzi la conferma e la certezza,  che Flaiano avesse perfettamente ragione.

Ancora Flaiano, nel suo “Diario degli errori“, ricorda un episodio del 1968, riferito proprio alla televisione ed al festival di Sanremo di quell’anno. Dice: “Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena a casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per motivi di studio, essendo psicologi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva.”. A Flaiano, invece, no. E lo spiega chiaramente, con osservazioni molto critiche sulla qualità del programma, per poi concludere: “So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse.”.

Non credo che Flaiano si esprimesse in questi termini per snobismo o perché, come ipotizza Feltri, volesse “darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue” . Troppo onesto intellettualmente per assumere atteggiamenti ipocriti o fare affermazioni di cui non fosse convinto. Quello era semplicemente il suo pensiero. Allora bisogna concludere che non è vero che “tutti criticano la televisione, ma poi non possono farne a meno“. Non tutti sono snob o guardano con piacere Sanremo fingendo di farlo per motivi di studio. No, la verità è che esistono gli amici, snob ed ipocriti, di Flaiano (e ammettiamo pure che siano tanti). Ma per fortuna esistono anche quelli come Flaiano.

 Se si opera nel mondo dei media e dell’informazione, e si è onesti con se stessi e con il pubblico, bisogna tenerne conto e riconoscere che esistono molti Flaiano; più di quanto si pensi. Il giorno in cui mi sorprendessi a guardare per dieci minuti il Grande fratello o ciò che passa solitamente in Tv, e magari trovarlo interessante (l’elenco dei programmi spazzatura sarebbe troppo lungo, fino a comprendere quasi completamente i palinsesti televisivi), beh, comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale. Con buona pace di Feltri e di Marcuzzi, non solo si può fare a meno di guardare la televisione, ma meno la si guarda e più si guadagna in salute, ed anche in cultura (Groucho docet)..

Mondiali e delitti

Ci sono molti modi di vedere il mondiale di calcio. Ognuno lo guarda con occhi diversi e   ne evidenzia gli aspetti più interessanti secondo il proprio punto di vista.

Ecco, per esempio, come lo vede il quotidiano Libero. Una bella visuale, non c’è che dire. Se non altro è una prospettiva diversa dal solito. Niente campi di calcio, spalti gremiti, tifosi in delirio e calciatori in mutande. Ecco un aspetto poco conosciuto del tifo calcistico visto da dietro…le quinte. Diciamo che è una “retrospettiva“, quella di una certa “Laura Cremaschi” che, onestamente, visto che non viene specificato, non so  chi sia e cosa faccia, ma possiede delle evidenti doti naturali. L’unica relazione fra lei ed il mondiale in Brasile sembra essere, a prima vista, il suo notevole culetto “alla brasiliana“.   E’ un’immagine che, insieme ad altre due è da due giorni al centro pagina e, per restare in ambito artistico, costituisce un “trittico” dedicato appunto ai mondiali. Oltre alla retrospettiva della Cremaschi, si possono vedere qui le altre due “pale“: “Galleria di tifose brasiliane” e “Claudia Romani, sexy tifosa dell’Italia“. Magari oggi, cambieranno le foto e ci mostreranno altre tifose ed una nuova “prospettiva” dei mondiali.

Segreti e delitti.

Aldo Grasso è il critico televisivo del Corriere. Leggo quasi sempre i suoi pezzi perché non risparmia critiche a nessuno e di solito concordo con i suoi giudizi negativi. Le uniche volte che non sono d’accordo con lui è quando, raramente, parla bene di qualche programma (come in questo caso).

Stamattina dedica il suo pezzo ad un nuovo programma di Gianluigi NuzziSegreti e misteri“, che sostituisce il vecchio “Quarto grado“. Non ho visto questo nuovo programma, così come non ho mai visto nemmeno il vecchio. Fanno parte di quel genere di programmi che evito come la peste. Eppure sono programmi di successo. Prima di Nuzzi c’era Salvo Sottile a condurre “Quarto grado”, poi trasferitosi, armi e bagagli, su LA7 con un altro programma, non ricordo il titolo, che si occupa sempre di cronaca nera e delitti irrisolti. Ma pare abbiano grande successo anche “Chi l’ha visto?” condotto da Federica Sciarelli, ed altri programmi simili. Ricordo, se non sbaglio, ancora su RAI3, “Storie maledette” ed un altro programma che si occupa sempre di delitti irrisolti condotto da Lucarelli, quello che già la faccia, il tono di voce  e l’espressione è da tragedia. Evidentemente RAI3 ha una passione ed una attenzione speciale per questo tipo di programmi basati sulla cronaca nera. Ma sono certo di dimenticare altri programmi simili. Bisogna aggiungere che, a parte i programmi espressamente dedicati alla cronaca nera, ci sono una serie di talk show e programmi di intrattenimento che dedicano ampio spazio ai fatti di cronaca. Uno per tutti Porta a porta con i suoi classici plastici in studio o i vari talk salottieri del pomeriggio. Ma c’è chi apprezza il genere.

Ricordo che una volta, decenni fa, c’era una rivista, mi pare “Cronaca vera“, che si occupava esclusivamente di cronaca nera e di storie torbide: lo si capiva dai titoli di copertina. Era l’unica che si dedicava esclusivamente a quel genere e non credo che avesse un gran numero di lettori. Non l’ho mai letta, né mi risulta che la leggessero amici o persone di mia conoscenza. Forse si trovava qualche copia dal barbiere! Poi c’è stata l’esplosione delle riviste di ogni genere e la cronaca nera ed il gossip sono diventati pane quotidiano di lettori curiosi e dai gusti particolari. E la televisione ha amplificato e sfruttato pienamente questa curiosità. Oggi la cronaca nera, da argomento per pochi lettori amanti del genere, è diventato fenomeno di massa, da prima pagina, da prima serata TV.

Bisognerebbe chiedersi il perché dell’esplosione di questo interesse un po’ macabro e maniacale per i fatti di sangue  Dovrebbe essere oggetto di studio per psicologi e sociologi, dovrebbero spiegarci questo graduale e progressivo aumento dell’interesse per i fatti di cronaca nera e la moltiplicazione di riviste e programmi televisivi che se ne occupano. Si fanno tanti programmi di nera perché la gente ama occuparsi di delitti, oppure la curiosità della gente cresce perché i media dedicano tanto spazio a quel genere? Difficile stabilire quale sia la causa e quale l’effetto. Ma ho la sensazione che la motivazione che giustifica certi programmi (non solo di nera, ma di gossip, di sport, di politica etc.) non sia tanto la volontà di assecondare i gusti del pubblico, ma sia perché su quei programmi ci campano in tanti.  In ogni caso, ho sempre avuto l’impressione che le persone che amano questo genere di notizie ed hanno una curiosità morbosa per i delitti, il sangue, le tragedie, debbano avere qualche problemino di carattere psicologico. Non sarebbe male fare un salto presso un centro di igiene mentale. Tanto è gratis, paga la ASL.

Quello che mi lascia perplesso (è un mistero, un caso clinico) è il fatto che Aldo Grasso, pur facendo un lavoro che lo obbliga a guardare tutto quello che passa in televisione, sia sempre vivo e vegeto e, apparentemente, goda di buona salute. Il suo non è un lavoro, è una tortura, un supplizio. Guardare la televisione ogni giorno e seguire tutti i programmi, è come assorbire quotidianamente delle dosi massicce di elementi tossici che provocano un lento, ma inarrestabile avvelenamento e possono alterare la funzionalità cerebrale.  Dovrebbe avviare una causa di servizio e chiedere i danni all’editore.

Ragazzi, stress e cavalli

Stamattina sul sito Ansa c’è l’ennesima notizia del suicidio di un ragazzo: “Ragazzino suicida a Roma, sms alla fidanzata“.

Siamo sempre più stressati,  in balia di una società che ci obbliga a ritmi convulsi e modelli di vita che creano tutti i presupposti per far crescere dei ragazzi insicuri, immaturi e con un precario equilibrio psichico. Ne abbiamo conferma, purtroppo, quasi quotidianamente. Oggi, basta un niente per mettere in crisi un adolescente. Spesso sono motivi che lasciano perplessi e quasi increduli. Eppure le tragedie ci dicono che questi motivi che per noi sono quasi insignificanti, in ragazzi ancora immaturi possono sfociare in tragedie. Pare che questo ragazzo si sia suicidato a causa dei continui litigi con la fidanzatina (lo ha rivelato lei stessa).  E’ difficile pensare che una volta ci si suicidasse a 15 anni per un litigio con la fidanzatina.  Ma se non vogliamo fare paragoni con le generazioni precedenti, allora spiegateci perché oggi i ragazzi sono così instabili emotivamente. Deve esserci una spiegazione.

Li chiamavano “Ragazzi del ’99“, quelli che nel 1917, appena diciottenni, partivano per il fronte, in trincea e lì, sotto il fuoco nemico, non c’era il tempo per pensare o per essere in crisi; bisognava crescere in fretta e lottare per salvare la vita che era appesa ad un filo: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie“, scriveva al fronte il soldato Ungaretti. Anche dopo la seconda guerra mondiale i ragazzi non ebbero il tempo di pensare o di deprimersi per questioni sentimentali. In uno scenario di macerie, desolazione  e fame,  bisognava crescere in fretta e rimboccarsi le maniche per ricostruire ciò che era distrutto e pensare al futuro.

I ragazzi di oggi, quelli cresciuti a merendine, PlayStation e Grande fratello hanno trovato tutto già pronto. Sarà per questo che sono così fragili? Anche questo dovrebbero spiegarci gli studiosi della psiche umana. Oggi gli psicologi vanno come il pane, te li ritrovi ad ogni angolo di strada, pronti  a fornire dotte spiegazioni per tutti i problemi ed i conflitti di carattere affettivo, sentimentale ed esistenziale; cominciano a seguire i bambini fin dalle materne. Ma allora, com’è che ci sono tanti ragazzi che si ammazzano?  Mi ricorda la storiellina del Papa, che ripeto spesso: più fa appelli per la pace e più scoppiano conflitti nel mondo. O ancora quanto dicevo poco sopra a proposito del nesso fra programmi di cronaca nera e curiosità della gente. Quale è la causa e quale l’effetto? Nel nostro caso, si direbbe; ci sono tanti psicologi perché c’è sempre più gente che ha problemi? Oppure la gente scopre sempre nuovi problemi perché ci sono troppi psicologi in giro? Mistero.

Per fortuna, però, ecco una buona notizia, come da box in alto, riportata proprio qualche giorno fa: “L’equitazione riduce l’ormone dello stress“. Capito, cari ragazzi, se avete qualche problema sentimentale, esistenziale o di altro genere, non deprimetevi, non lasciatevi abbattere dalle difficoltà della vita, c’è l’equitazione che vi salva. Viene spontaneo ricordare il classico consiglio che una volta si dava a chi tentava maldestramente di occuparsi di faccende per le quali non era portato o a chi, per inadeguatezza e incapacità, produceva solo danni. Cari ragazzi coraggio, l’equitazione fa bene; quindi, invece che suicidarvi…datevi all’ippica.

Lirica kitsch

E io che dicevo? Lo so, non si dovrebbe dire, ma ormai succede molto spesso di vedere che autorevoli penne del giornalismo o della letteratura esprimano, certo in maniera più dotta di quanto faccia io, gli stessi concetti che ripeto da anni. Fa piacere perché almeno si ha la sensazione di non essere dei visionari o dei contestatori ad oltranza per partito preso. Un esempio recente è l’uscita in Italia, edito da Einaudi, di un libro del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, “La civiltà dello spettacolo“, in cui lo scrittore ribadisce esattamente alcuni concetti su società, spettacolo, media, arte, cultura, che condivido in pieno e che io stesso, molto spesso, ho scritto in molti post (Vedi “Cultura in offerta speciale“). L’importante non è che quei concetti li abbia espressi io o un premio Nobel; l’importante è che la gente legga, capisca e finalmente cerchi di porre rimedio a quella che è una grande truffa culturale.

Oggi, ecco l’ultima conferma. Un pezzo del critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso. Lo leggo ogni giorno, perché senza remore o timori, parla chiaro e, soprattutto, non risparmia osservazioni anche molto forti nei confronti dei guru televisivi e dei personaggi dello spettacolo. Ovvio che, quasi sempre, sono d’accordo con lui. Oggi parla del programma dedicato alla musica operistica andato in onda lunedì su RAI 1 e condotto da Antonella Clerici.

Già leggendo il titolo capisco già dove andrà a parare e sorrido pensando che, per fortuna, ancora una volta, sarò completamente d’accordo con Grasso. Anche perché riprende le stesse osservazione che ho fatto due giorni fa nel post “Musica e tagliatelle” scritto addirittura prima che andasse in onda il programma.

Ecco l’incipit del pezzo: “Si educa il pubblico con il kitsch? È giusto sopperire alla mancanza di valori etici di base con l’esaltazione di valori estetici facili e fittizi? Queste domande mi assalivano ogni volta che osservano Antonella Bon Bon Clerici, vestita con carta di caramella rosa. Leggeva il gobbo e parlava di musica lirica come fosse una prova del cuoco. Bassa cucina, insomma”.  (Vedi articolo completo “La lirica kitsch e la caramella Clerici”)

Grasso dice che veste come una “caramella rosa“, io dico che veste come un uovo di Pasqua. Cambia la carta, ma la sostanza è quella, così pure il senso generale dell’articolo di Grasso. E  rientra pienamente nello spirito della critica alla “Civiltà dello spettacolo” del citato Vargas Llosa. Sì, perché la nostra Antonellina, che continua a 50 anni a fare le smorfiette da ragazzina, conduce tutto allo stesso modo, il suo, quello delle “Tagliatelle di nonna Pina“. Anzi, come ho scritto nel post citato, quest’anno, contrariamente a quanto aveva fatto in un’altra serata dall’Arena, almeno si è limitata a leggere il gobbo; ha fatto meno danni. Ma la domanda è sempre quella: cosa c’entra quella specie di grosso tortellone ripieno vestito come un uovo di Pasqua con la musica lirica?

Non entro nel merito della serata, anche perché ho visto solo una parte, quella finale. Ma, a parte la conduttrice, ci sarebbero alcune osservazioni da fare. Oltre a chiedermi cosa c’entra la Clerici con Verdi, potrei chiedermi cosa c’entrava un balletto che danzava in primo piano davanti al coro, in abito nero lungo, che cantava il “Dies irae” dal Requiem di Verdi. Cosa c’entravano due bambini ed una Vespa anni ’50, sul palco mentre il tenore cantava “Una furtiva lagrima” dall’Elisir d’amore”? Cosa c’entrava un reticolato di filo spinato con dei ballerini orrendamente truccati che guardavano con occhi spiritati, mentre il coro cantava “Va pensiero”? Bisogna per forza “coprire” il coro con rappresentazioni del tutto arbitrarie e fuori luogo giusto per soddisfare le paturnie creative del regista? Non si può semplicemente ascoltare il “Va pensiero” in silenzio e senza essere disturbati e distratti da un balletto che nulla ha a che vedere con la musica di Verdi?

Non infieriamo oltre. Quando non si può mangiare caviale bisogna accontentarsi delle uova di lompo. A proposito, ma era un omaggio a Giuseppe Verdi o ad Andrea Bocelli (visto che ha cantato tutto lui, o quasi)?  Lo avete ascoltato? Sì? Anche “Di quella pira” a fine serata? Sì? Bene, bravo, vero? Sì, come le uova di lompo. Sentite un po’ come la cantava Mario Del Monaco in questo video realizzato proprio all’Arena di Verona, durante una pausa delle prove del Trovatore. Non è una registrazione dal vivo, ovviamente. E’ una ripresa esterna sulla quale è stata sovrapposta la registrazione in studio. Ma la voce è quella, possente, affilata e tagliente come una spada di Toledo, impressionante. Ascoltatelo, così giusto per fare un paragone. Già, ma se non si ha il caviale…

 

Punti di vista

Anche ieri il nostro Presidente Napolitano ci ha regalato la consueta e quotidiana lezioncina. Da buon padre premuroso, non passa giorno che non esterni le sue riflessione su tutto lo scibile umano e dintorni. L’uomo che sa tutto, vede tutto e pontifica su tutto (una specie di enciclopedia britannica), come riportato ieri dall’Osservatore romano, ha scritto una paginetta in occasione del compleanno del cardinale Ravasi. Ne dà notizia l’ANSA in un box che è visibile ancora oggi.

Cosa c’è di rilevante in questa dichiarazione? Una notizia che non ti aspettavi. Eccola: “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica  del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista”.

Che dire, una semplice presa d’atto di una realtà che il mondo aveva già riconosciuto da tempo: il fallimento del comunismo. Lo sanno tutti, eccetto gli ex/post comunisti, Napolitano compreso; quelli che pensano di ingannare il prossimo cambiando bandiera, inni, segretari, slogan, nome del partito, stemma, presentandosi in maniche di camicia e facendosi chiamare “democratici“. Ma sempre comunisti sono. Hanno solo cambiato pelle: come i serpenti.

Bene, questi sepolcri imbiancati della politica, hanno fatto, negli ultimi anni, sforzi immani per cercare di cancellare ogni ricordo del passato comunista. Per esempio evitano accuratamente di parlare del comunismo, della sua storia, di tutto ciò che li lega al passato. E’ una precisa strategia che mira a far dimenticare la loro provenienza e la loro militanza nel PCI. Così, per evitare di rinnegare il passato e, ancor più, condannare chiaramente il comunismo, semplicemente evitano di parlarne. Compagni zitti e Mosca!

Sono diventati così bravi che riescono a non citare il comunismo nemmeno quando si parla di comunismo e dei suoi crimini.  Sembra una battuta, ma è vero. Guardate qui: “Foibe e amnesie“. Già, si vede che a forza di eliminare le tracce del vecchio partito, hanno eliminato anche le tracce di coscienza, onestà intellettuale. Scomparso anche il senso del ridicolo. Ma non infieriamo oltre. Bisogna, invece, riconoscere che il Presidente Napolitano, anche se in ritardo, ha riconosciuto chiaramente il fallimento comunista. Chissà quanto gli è costato affermarlo. Ma ormai, vecchio e privo di ulteriori aspettative di carriera, può trovare uno slancio di onestà. Curioso che sia necessario aspettare di oltrepassare gli 80 anni per riuscire ad essere sinceri e capire la realtà, anche quella più evidente. Ma bisogna essere comprensivi. Non tutti hanno la perspicacia di capire subito il mondo e distinguere la verità dal falso, la realtà dall’utopia. Ci vuole tempo. Ed i nostri ex/post comunisti sono lenti a carburare e capire, sono diesel. Hanno bisogno di tempo, di anni e, spesso, di decenni. Ma prima o poi ci arrivano.

Bene, questa era la notizia. Ora, ci si aspetta che, vista l’importanza di questa dichiarazione, un’autentica rarità, i media diano ampio spazio a questa condanna di Napolitano e che si scateni la solita ridda di commenti, interpretazioni e polemiche sulle dichiarazioni presidenziali. Invece niente. Diamo uno sguardo ai vari siti d’informazione e scopriamo che, a parte l’ANSA, gli altri sembrano ignorare questa notizia. Sui maggiori quotidiani on line (Corriere, Repubblica, Stampa) non c’è proprio traccia. E L’Unità, che dovrebbe sentirsi toccata direttamente, che dice? Ecco come presenta la notizia il quotidiano del PCI/PDS,DS,PD “fondato da Antonio Gramsci“…

Ecco la notizia, secondo L’Unità: “Non c’è politica senza ideali“. Bella frase, certo. Gli ideali sono una gran bella invenzione. Hitler aveva un suo ideale. Stalin aveva il suo ideale. Anche Mao Tse Tung aveva il suo ideale. Tutta gente piena di ideali. Ma, e il comunismo? Non lo si cita nel titolo, ma almeno all’interno, nell’articolo, se ne parlerà. Invece, se cliccate sul link, scoprite che anche nel pezzo, il termine proibito “comunismo” non viene nemmeno sfiorato. Miracolo. Beh, ma loro sono bravi, sono giornalisti liberi ed indipendenti, mica come quei servitori del padrone che scrivono sul Giornale. Sono della stessa scuola del Presidente Napolitano, quello che riesce a fare un lungo discorso sulle foibe e sulle vittime dei comunisti di Tito, senza mai citare la parolina proibita “Comunismo“.

Questa è quella che chiamano informazione. Specie quelli che si appellano alla libertà di stampa, si dichiarano indipendenti, imparziali, obiettivi, liberi e bla bla bla! Ora, per dimostrare questa obiettività giornalistica, faccio un altro piccolo esempio, preso ancora dalla cronaca di oggi.

Fabio Volo era ospite nel programma “Otto e mezzo” di Lilly Gruber, insieme a Oscar Giannino ed al direttore del Giornale Sallusti, in collegamento esterno. Ecco come riferiscono la notizia due autorevolissimi quotidiani come Corriere e Repubblica.

Repubblica, articolo  “Fabio Volo e gli alieni della politica in TV” a firma di Guia Soncini: “…prendiamo  Fabio Volo, col pretesto del film in uscita da promuovere, e mettiamolo davanti  a due ospiti che parlino in politichese purissimo“. Il concetto di Soncini è che Volo sia stato chiamato col pretesto di promuover l’uscita del film, ma in realtà per metterlo in contrapposizione a Giannino e Sallusti, smascherare i loro discorsi in politichese e metterli in imbarazzo.

Sarà così? Leggiamo ora cosa scrive il critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso, nella sua rubrica quotidiana in cui analizza i vari programmi TV: “Il regalo di Gruber all’indeciso Volo“. Dice Grasso: “E mentre Giannino e Sallusti discutevano animatamente del destino dell’Italia, si è infine capito il perché di Fabio Volo. Era lì a promuovere il suo ultimo film. Insomma, Lilli gli stava regalando una smisurata marketta“.

Personalmente credo ad Aldo Grasso, perché so come funziona la telepromozione in TV (ne abbiamo esempi ogni giorno su tutte le reti,  e perché Grasso, di solito, è un attento critico di tutto ciò che passa in TV. Basta ricordare come anche il salottino televisivo di Fazio sia una tappa fissa per tutti coloro che devono pubblicizzare un proprio libro, un CD o un film. Lo stesso sistema lo abbiamo visto proprio qualche giorno fa a Porta a porta di Vespa, dove era presente il cast del film “Il principe abusivo“, con Cristian De Sica e Alessandro Siani il quale è anche il regista del film. Siani è quello che è convinto di essere comico. Beh, è in buona compagnia di altri personaggi che hanno la stessa strana convinzione: lo stesso De Sica, Vincenzo Salemme, Paola Cortellesi ed uno stuolo di battutari da bar dello sport che si spacciano per comici in TV. Molti di questi non fanno altro che rimasticare vecchie gag, battute e atteggiamenti di Totò, Sordi ed altri grandi del passato. Ma solo chi si ricorda di questi interpreti ormai scomparsi è in grado di notare le citazioni.Tempi moderni.

Insomma, mentre per Soncini la promozione del film era solo un pretesto, per Grasso era, invece, il vero scopo della presenza di Fabio Volo. Sembra solo una sottigliezza di interpretazione giornalistica, Ma non lo è; cambia completamente il messaggio della notizia. Grasso ha semplicemente notato quello che tutti avrebbero visto, la promozione del film di Volo. Soncini, invece, usa la presenza di Volo per criticare Giannino e Sallusti e metterli in cattiva luce. C’è, dietro questa lettura del programma, una chiara visione politica tesa a screditare sia Giannino che Sallusti. Niente di straordinario, è normale applicazione della ormai collaudata strategia di Repubblica e della stampa di sinistra: usare la realtà per sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari; anzi, i nemici. E così, come se niente fosse, si scambia il vero scopo finale con un “pretesto“. E’ la stampa, bellezza!

Bene, questo è quello che sto cercando di dire da anni, segnalando l’uso spregiudicato, e spesso in perfetta malafede, dell’informazione. Ecco perché non bisogna mai prendere per oro colato ciò che leggiamo sulla stampa, in rete, o ascoltiamo e vediamo in TV. Ma i lettori e gli spettatori sono preparati ad affrontare in maniera critica i mezzi di comunicazione e, quindi, difendersi da una informazione manipolata ed usata in maniera subdola e strumentale? Ho molti dubbi.

Le belle statuine

E’ finita la sfilata delle belle statuine a Montecatini. A furor di popolo è stata eletta la statuina più bella, le hanno messo una corona in testa e adesso, per un anno,  la porteranno in tour per esporla in tutte le nicchie, altarini e cappelle d’Italia.  L’anno prossimo altra sfilata, altre statuine, altro tour. Per un attimo  mi viene il dubbio di essere troppo cattivo. Ma oggi, per fortuna, trovo le stesse considerazioni espresse da Aldo Grasso,  critico televisivo del Corriere.  Sentite cosa dice in questo video: “Alla fine ha vinto miss ipocrisia“.

Aldo Grasso conferma.

Una quindicina di giorni fa, facevo le mie considerazioni in merito alla tragedia di Avetrana e su come i media hanno trattato, anzi “maltrattato“, la morte di Sara Scazzi. Ribadivo per l’ennesima volta le responsabiità dei media, e della televisione in particolare, nel fornire la loro rappresentazione della realtà. Dicevo, fra l’altro: “Si sta verificando quello che ho detto spesso: un cortocircuito fra la realtà e la sua rappresentazione.  Non è più molto chiaro cosa sia davvero reale e cosa sia, invece, frutto dell’interpretazione mediatica della realtà. Si perde il filo logico della storia. La continua interazione fra realtà e rappresentazione rende sempre più confusa l’identificazione della cronologia spazio-temporale degli eventi ed il rapporto causa-effetto.“. (Scazzi: realtà e rappresentazione).

E ancora:”Questo strano fenomeno, legato all’enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione, non è nuovo e non riguarda solo i fatti di Avetrana, ma riguarda tutto ciò che passa quotidianamente attraverso i mezzi di informazione, specie in televisione ed in quel nuovo Far West che sono i social network e la rete in generale, dove l’identità è sostituita da un avatar. Così, il risultato è una realtà che viene rappresentata attraverso i media che, a loro volta, influenzano la realtà che, a sua volta, viene rappresentata dai media che interferiscono con la realtà che…e così all’infinito; un loop! Insomma, la realtà diventa la rappresentazione della rappresentazione della rappresentazione della realtà. Sembra un gioco di parole, una bizzarria lessicale, un espediente dialettico. Ma, purtroppo, ho l’impressione che il nostro mondo stia diventando proprio questo; una rappresentazione mediatica. O, forse, un ologramma…”

Aldo Grasso è il critico televisivo del Corriere e tiene una sua rubrica quotidiana sul giornale. Lo seguo perché mi interessa l’analisi del mezzo televisivo, per le sue conseguenze ed effetti sulla società. Ultimamente, oltre alla classica rubrica scritta, utilizza per i suoi commenti anche il video. Lo fa col suo solito stile, garbato, conciso e con parole chiare e comprensibili a tutti. Oggi, sul Corriere,it c’è un suo commento in video dedicato all’ultima puntata del programma domenicale della D’Urso che, tanto per gradire, trattava ancora di Sara. La cosa che mi ha piacevolmente colpito è che conferma, pari pari, esattamente quello che dico da anni. E la cosa mi consola, perché evidentemente, se un noto critico come Grasso esprime questa opinione, allora significa che non sono un visionario. Beh, anche questo può essere rassicurante in un mondo sempre più confuso. Ecco il video, ascoltate bene cosa dice: “La TV realtà in mano alla D’Urso? Preoccupante.”