Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)

Stampa, gossip e maccaroni

La stampa periodica oggi offre di tutto. Si va dai grandi quotidiani nazionali ai mensili, settimanali e piccole riviste specializzate in settori di nicchia per appassionati. Insomma, non c’è settore dell’attività sociale che non abbia la sua bella rivistina specializzata.

La parte del leone la fanno, a sentire le statistiche, le riviste di gossip. Sembra incredibile, ma pare che le riviste gossipare  siano un centinaio. Sono quelle riviste che si trovano accatastate sui tavolini delle sale d’attesa di parrucchiere, dentisti, avvocati e consulenti vari. Vanno bene per tutte le stagioni. L’aspetto inquietante non è che esistano un centinaio di riviste gossipare, ma che, evidentemente, ci siano milioni di persone che le acquistano e le leggono.

Come si fa a riconoscerle? Se vedi un articolo con la foto  di George Clooney, in compagnia dell’ultima aspirante “fidanzata“, si tratta di una rivista di gossip. Se leggi un pezzo sullo spread e l’andamento della borsa si tratta di una rivista di finanza. Quindi, una volta stabilito quali sono i nostri interessi, sappiamo cosa acquistare in edicola. Se non interessa il gossip non si acquisterà mai Novella 2000 o simili. E se non vi interessa l’economia e la finanza non comprerete mai Il Sole 24 Ore. Chiaro?  In rete, invece, non è così facile, perché l’informazione è ormai un mixer di ogni genere, un fritto misto, spesso difficile da digerire. Nello stesso sito ci trovi l’articolo di scienza, di costume, di letteratura, di politica, le gnocche in bikini e gli amori della Canalis.  Facciamo un esempio pratico con delle notizie che comparivano in rete proprio ieri (alcune ci sono ancora oggi). Ecco la prima notizia.

C’è poco da sbagliare, si tratta della classica gossipata sugli amori di un calciatore. La tipica notizia di riviste tipo Novella 2000 (ma c’è ancora?). Non c’è dubbio. Vediamo ora una serie di box (compaiono così in serie, uno appresso all’altro) dedicati ad altri argomenti simili.

Direi che siamo ancora in pieno gossip, fra l’ennesimo “fidanzato” di Paris Hilton, consigli per i capelli ed un servizio di moda. Eccone un’altra che ci informa sulle notti brave del calciatore Messi a Las Vegas.

NOTA. Oggi, ancora sullo stesso sito compare la smentita. Questa foto di Messi è stata taroccata con Photoshop. Alla faccia della serietà dell’informazione. Intanto, però, si riempiono le pagine.

Ed ecco, infine, un’altra serie di box con altre notizie tipiche da gossip estivo.

Ce ne sarebbero anche altre, tutte oggi e nella stessa pagina, ma basta e avanza così. Rende benissimo l’idea del tipo di notizie trattate. Già, ma in quale rivista compaiono queste belle gossipate?  Sono certo che a questo punto si dia quasi per scontato che si tratti del solito settimanale di gossip. E invece, sorpresa, queste notiziole compaiono tutte insieme nella Home page del Corriere della sera versione on line. Non Novella 2000, ma il più importante, diffuso ed autorevole quotidiano italiano. Figuriamoci gli altri periodici! E questo ci dà la misura di quale livello di sbracamento totale regni nella stampa.

Ma non è tutto. C’è ancora una chicca, sempre sul Corriere.it. Un articolo che parla del pericolo che “scoppi” la pancia per eccesso di cibo. Il pezzo è corredato da questa foto:

La foto ritrae Sordi nella famosissima scena dei “maccaroni” nel film “Un americano a Roma“. Questo, almeno, dice la didascalia. Ma c’è un piccolo dettaglio. In quella scena la bottiglia di “Carpano” che si vede in primo piano, non c’era. E’ stata aggiunta a scopi pubblicitari sfruttando l’immagine di Sordi. Oggi, come abbiamo appena visto con la nota sulla foto taroccata di Messi, con Photoshop si fanno miracoli. L’avevo già vista in rete qualche tempo fa, non ricordo dove.

Quello che è strano è che al Corriere abbiano preso questa foto taroccata, scambiandola per buona, e l’abbiano pubblicata, non rendendosi conto non solo che si tratta di un tarocco, ma che viola le norme sulla pubblicità, perché la bottiglia incriminata è talmente evidente che non può passare nemmeno per una svista o per pubblicità occulta. Più sbracati di così! Ma evidentemente al Corriere, pur di riempire le pagine, sono di bocca buona, si bevono tutto. E dire che una volta la stampa era una cosa seria. Ed Il Corriere più di tutti. Che tempi, signora mia, non ci sono più i quotidiani di una volta!

Vedi la famosa scena dei Maccaroni

Biennale di Venezia

Uno degli appuntamenti culturali più prestigiosi al mondo. Una rassegna del meglio del meglio dell’arte contemporanea (News ANSA). Strano che ci siano così poche notizie e che i media dedichino poca visibilità all’evento. Forse si vergognano (La Biennale).

Molti gli artisti presenti. Uno per tutti, Roberto Cuoghi che ha ricevuto una menzione speciale e che in questo video illustra la sua opera e la genesi artistica. Ascoltatelo con molta attenzione perché gli artisti sono geniali e pertanto non sempre si esprimono in maniera chiara e comprensibile al volgo. Altrimenti non sarebbero geni. No?

Ecco un esempio di arte contemporanea esposta alla Biennale. A prima vista, ma solo per i profani, sembrerebbe un semplice mucchio di sassi. Invece no, è un’opera d’arte dell’artista spagnola Lara Almarcegui.

Quest’opera dell’artista americana Sarah Sze è più complessa. Non è chiaro se l’opera d’arte sia il macigno o la pedana in legno. Oppure entrambi in combinazione risparmio. Ma siccome l’arte può ingannarci, la vera opera d’arte potrebbe essere, invece,  la signora a lato intenta a fotografare. Tutto è possibile.

Questa opera si intitola “Ideologia e natura” dell’italiano Fabio Mauri ed è costituita da una sequenza di foto in cui una ragazza si spoglia dei vari indumenti restando nuda. Oggi il nudo va come il pane. O forse (la cosa non è chiaramente individuabile) parte nuda e pian piano si veste. Boh! (Qui la sequenza)

Già, oggi l’arte è sempre più difficile da comprendere. Così difficile che non è molto chiaro se quella che spacciano come arte sia davvero arte o sia una presa per il culo. Più probabile la seconda ipotesi. Bisogna essere dei veri intenditori per scoprirne il significato remoto, molto remoto, così remoto che non c’è proprio o c’è solo nella testolina bacata degli “artisti”; spesso nemmeno lì. Oppure basta essere pseudo artisti, galleristi o spregiudicati mercanti d’arte che campano sull’ingenuità della gente.

Sì, questa pseudo arte la capiscono (o meglio, fanno finta di capirla) solo quelli che ci campano e gli intellettualoidi radical chic con la puzzetta sotto il naso, la erre moscia, il sesso incerto e la crusca nel cervello. Il lungo percorso involutivo dell’arte moderna parte dal famoso “orinatoio” di Marcel Duchamp, passa per le tele tagliate di Fontana ed arriva fino alla Merda d’artista di Piero Manzoni. Dall’orinatoio alla merda. Un bel progresso. No?

Di recente ha fatto notizia la vendita all’asta a New York di una tela di Barnett Newman. L’opera è una tela quadrata, di circa due metri di lato, dipinta di blu con una riga verticale bianca e si intitola “Onement VI“. Eccola…

La tela è stata pagata “solo” 43.845.000 milioni di dollari (circa 34 milioni di euro). Un vero affare. Qualche giorno dopo si è scoperto che l’anonimo acquirente, secondo uno scoop del NYT, sarebbe Miuccia Prada. Alla faccia dei cassintegrati, dei precari, dei giovani senza lavoro e dei pensionati che vendono la fede nuziale per comprare il pane.

Ma siamo sicuri che questa gente sia normale? Direi di no. Anzi, come dico da anni, secondo me la gente, lentamente, ma inesorabilmente, giorno per giorno, sta perdendo il ben dell’intelletto. La gente sta impazzendo, ma non lo sa, non se ne rende conto, proprio perché è come sotto effetto di una droga leggera. Non si perde completamente la coscienza. Si ha la sensazione di essere del tutto normali, anzi più lucidi del solito. In realtà si vive in un progressivo aggravamento delle capacità intellettuali fino alla più o meno grave alterazione dello stato di coscienza.   Non sembri un’affermazione esagerata. Proprio qualche giorno fa una notizia “scientifica” sembrerebbe confermare questa mia ipotesi: “Il quoziente intellettivo dell’uomo occidentale? Nell’ultimo secolo è crollato“.

Secondo uno studio congiunto delle università di Amsterdam, dell’Ateneo di Umea in Svezia e dell’University College di Cork, oggi siamo più informati, più ricchi di conoscenze tecnologiche, ma meno intelligenti di un secolo fa. E mica di poco. Il nostro QI è sceso di ben 14 punti. Insomma, se non siamo proprio rincoglioniti, come dico spesso, poco ci manca. E se continuiamo su questa strada finiremo al livello intellettuale dei primati. Risaliremo sugli alberi, da cui siamo scesi (così dicono gli scienziati) milioni di anni fa per diventare umani e ridiventeremo scimmie (Vedi “Zapatero e le scimmie“). Cari studiosi, non per sminuire il valore della ricerca, ma sinceramente qualche sospetto lo avevamo già.

A proposito di Biennale e di arte moderna…

 

Punti di vista

Anche ieri il nostro Presidente Napolitano ci ha regalato la consueta e quotidiana lezioncina. Da buon padre premuroso, non passa giorno che non esterni le sue riflessione su tutto lo scibile umano e dintorni. L’uomo che sa tutto, vede tutto e pontifica su tutto (una specie di enciclopedia britannica), come riportato ieri dall’Osservatore romano, ha scritto una paginetta in occasione del compleanno del cardinale Ravasi. Ne dà notizia l’ANSA in un box che è visibile ancora oggi.

Cosa c’è di rilevante in questa dichiarazione? Una notizia che non ti aspettavi. Eccola: “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica  del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista”.

Che dire, una semplice presa d’atto di una realtà che il mondo aveva già riconosciuto da tempo: il fallimento del comunismo. Lo sanno tutti, eccetto gli ex/post comunisti, Napolitano compreso; quelli che pensano di ingannare il prossimo cambiando bandiera, inni, segretari, slogan, nome del partito, stemma, presentandosi in maniche di camicia e facendosi chiamare “democratici“. Ma sempre comunisti sono. Hanno solo cambiato pelle: come i serpenti.

Bene, questi sepolcri imbiancati della politica, hanno fatto, negli ultimi anni, sforzi immani per cercare di cancellare ogni ricordo del passato comunista. Per esempio evitano accuratamente di parlare del comunismo, della sua storia, di tutto ciò che li lega al passato. E’ una precisa strategia che mira a far dimenticare la loro provenienza e la loro militanza nel PCI. Così, per evitare di rinnegare il passato e, ancor più, condannare chiaramente il comunismo, semplicemente evitano di parlarne. Compagni zitti e Mosca!

Sono diventati così bravi che riescono a non citare il comunismo nemmeno quando si parla di comunismo e dei suoi crimini.  Sembra una battuta, ma è vero. Guardate qui: “Foibe e amnesie“. Già, si vede che a forza di eliminare le tracce del vecchio partito, hanno eliminato anche le tracce di coscienza, onestà intellettuale. Scomparso anche il senso del ridicolo. Ma non infieriamo oltre. Bisogna, invece, riconoscere che il Presidente Napolitano, anche se in ritardo, ha riconosciuto chiaramente il fallimento comunista. Chissà quanto gli è costato affermarlo. Ma ormai, vecchio e privo di ulteriori aspettative di carriera, può trovare uno slancio di onestà. Curioso che sia necessario aspettare di oltrepassare gli 80 anni per riuscire ad essere sinceri e capire la realtà, anche quella più evidente. Ma bisogna essere comprensivi. Non tutti hanno la perspicacia di capire subito il mondo e distinguere la verità dal falso, la realtà dall’utopia. Ci vuole tempo. Ed i nostri ex/post comunisti sono lenti a carburare e capire, sono diesel. Hanno bisogno di tempo, di anni e, spesso, di decenni. Ma prima o poi ci arrivano.

Bene, questa era la notizia. Ora, ci si aspetta che, vista l’importanza di questa dichiarazione, un’autentica rarità, i media diano ampio spazio a questa condanna di Napolitano e che si scateni la solita ridda di commenti, interpretazioni e polemiche sulle dichiarazioni presidenziali. Invece niente. Diamo uno sguardo ai vari siti d’informazione e scopriamo che, a parte l’ANSA, gli altri sembrano ignorare questa notizia. Sui maggiori quotidiani on line (Corriere, Repubblica, Stampa) non c’è proprio traccia. E L’Unità, che dovrebbe sentirsi toccata direttamente, che dice? Ecco come presenta la notizia il quotidiano del PCI/PDS,DS,PD “fondato da Antonio Gramsci“…

Ecco la notizia, secondo L’Unità: “Non c’è politica senza ideali“. Bella frase, certo. Gli ideali sono una gran bella invenzione. Hitler aveva un suo ideale. Stalin aveva il suo ideale. Anche Mao Tse Tung aveva il suo ideale. Tutta gente piena di ideali. Ma, e il comunismo? Non lo si cita nel titolo, ma almeno all’interno, nell’articolo, se ne parlerà. Invece, se cliccate sul link, scoprite che anche nel pezzo, il termine proibito “comunismo” non viene nemmeno sfiorato. Miracolo. Beh, ma loro sono bravi, sono giornalisti liberi ed indipendenti, mica come quei servitori del padrone che scrivono sul Giornale. Sono della stessa scuola del Presidente Napolitano, quello che riesce a fare un lungo discorso sulle foibe e sulle vittime dei comunisti di Tito, senza mai citare la parolina proibita “Comunismo“.

Questa è quella che chiamano informazione. Specie quelli che si appellano alla libertà di stampa, si dichiarano indipendenti, imparziali, obiettivi, liberi e bla bla bla! Ora, per dimostrare questa obiettività giornalistica, faccio un altro piccolo esempio, preso ancora dalla cronaca di oggi.

Fabio Volo era ospite nel programma “Otto e mezzo” di Lilly Gruber, insieme a Oscar Giannino ed al direttore del Giornale Sallusti, in collegamento esterno. Ecco come riferiscono la notizia due autorevolissimi quotidiani come Corriere e Repubblica.

Repubblica, articolo  “Fabio Volo e gli alieni della politica in TV” a firma di Guia Soncini: “…prendiamo  Fabio Volo, col pretesto del film in uscita da promuovere, e mettiamolo davanti  a due ospiti che parlino in politichese purissimo“. Il concetto di Soncini è che Volo sia stato chiamato col pretesto di promuover l’uscita del film, ma in realtà per metterlo in contrapposizione a Giannino e Sallusti, smascherare i loro discorsi in politichese e metterli in imbarazzo.

Sarà così? Leggiamo ora cosa scrive il critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso, nella sua rubrica quotidiana in cui analizza i vari programmi TV: “Il regalo di Gruber all’indeciso Volo“. Dice Grasso: “E mentre Giannino e Sallusti discutevano animatamente del destino dell’Italia, si è infine capito il perché di Fabio Volo. Era lì a promuovere il suo ultimo film. Insomma, Lilli gli stava regalando una smisurata marketta“.

Personalmente credo ad Aldo Grasso, perché so come funziona la telepromozione in TV (ne abbiamo esempi ogni giorno su tutte le reti,  e perché Grasso, di solito, è un attento critico di tutto ciò che passa in TV. Basta ricordare come anche il salottino televisivo di Fazio sia una tappa fissa per tutti coloro che devono pubblicizzare un proprio libro, un CD o un film. Lo stesso sistema lo abbiamo visto proprio qualche giorno fa a Porta a porta di Vespa, dove era presente il cast del film “Il principe abusivo“, con Cristian De Sica e Alessandro Siani il quale è anche il regista del film. Siani è quello che è convinto di essere comico. Beh, è in buona compagnia di altri personaggi che hanno la stessa strana convinzione: lo stesso De Sica, Vincenzo Salemme, Paola Cortellesi ed uno stuolo di battutari da bar dello sport che si spacciano per comici in TV. Molti di questi non fanno altro che rimasticare vecchie gag, battute e atteggiamenti di Totò, Sordi ed altri grandi del passato. Ma solo chi si ricorda di questi interpreti ormai scomparsi è in grado di notare le citazioni.Tempi moderni.

Insomma, mentre per Soncini la promozione del film era solo un pretesto, per Grasso era, invece, il vero scopo della presenza di Fabio Volo. Sembra solo una sottigliezza di interpretazione giornalistica, Ma non lo è; cambia completamente il messaggio della notizia. Grasso ha semplicemente notato quello che tutti avrebbero visto, la promozione del film di Volo. Soncini, invece, usa la presenza di Volo per criticare Giannino e Sallusti e metterli in cattiva luce. C’è, dietro questa lettura del programma, una chiara visione politica tesa a screditare sia Giannino che Sallusti. Niente di straordinario, è normale applicazione della ormai collaudata strategia di Repubblica e della stampa di sinistra: usare la realtà per sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari; anzi, i nemici. E così, come se niente fosse, si scambia il vero scopo finale con un “pretesto“. E’ la stampa, bellezza!

Bene, questo è quello che sto cercando di dire da anni, segnalando l’uso spregiudicato, e spesso in perfetta malafede, dell’informazione. Ecco perché non bisogna mai prendere per oro colato ciò che leggiamo sulla stampa, in rete, o ascoltiamo e vediamo in TV. Ma i lettori e gli spettatori sono preparati ad affrontare in maniera critica i mezzi di comunicazione e, quindi, difendersi da una informazione manipolata ed usata in maniera subdola e strumentale? Ho molti dubbi.

Arte nuda

La definizione “Arte contemporanea” contiene una verità ed una menzogna. La verità è che sia contemporanea, la menzogna è che sia arte. E poiché uno dei termini è falso, l’intera definizione risulta falsa. Quella che chiamano arte contemporanea è un bluf, un’autentica truffa culturale tenuta in piedi da personaggi senza scrupoli che ci campano. La conferma è questa “opera” di Gaetano Pesce in bella mostra alla Biennale di Venezia. Il bello di quest’opera è che, contrariamente alla stragrande maggioranza delle opere moderne, si capisce cos’è: una donna nuda. E’ la pornostar Vittoria Risi. Che sia nuda è evidente, che sia contemporanea non c’è dubbio, che sia arte…beh, questa è un’altra storia!

Vittoria Risi pornostar

Sordi e signora alla Biennale

Se avete ancora qualche dubbio sulle porcherie spacciate per arte, leggete questo illuminante resoconto di alcune performances di questi “artisti moderni”: “Venezia offre (anche) sodomia d’artista”.

La sintesi, forse, è questa “opera” che, onestamente, si autodefinisce per quello che è l’arte contemporanea…

arte shit

Tutti dentro

E’ un vecchio film del 1984 con Alberto Sordi che interpreta il ruolo del giudice Salvemini. Magistrato molto zelante e scrupoloso, appena prende il posto del Consigliere anziano che va in pensione, non perde tempo e firma centinaia di mandati d’arresto. Un copione che sembra anticipare quanto successe pochi anni più tardi con le inchieste di Tangentopoli. Ho l’impressione che questo film stia ispirando qualche procura italiana. Magari, come nel celebre film di Fantozzi in cui gli impiegati erano obbligati periodicamente ad assistere alla visione di una “rara copia analogica” della Corazzata Potemkin, ci sono serate dedicate alla visione privata del film, riservata a magistrati in cerca di gloria.