Scuola in piazza

Una volta gli studenti andavano a suola; oggi vanno in piazza. Comincia l’anno scolastico e, immancabilmente, cominciano le proteste, i cortei, i vandalismi e le prove di guerriglia urbana. Ieri sono scesi in piazza in diverse città, bloccando il traffico, inscenando le solite prove di guerriglia urbana e vandalismo, bruciando i manichini di Salvini e Di Maio, e creando disagi alla popolazione, per protesta contro il “governo del cambiamento“. (Vedi immagini)

studenti corteo

Sono i nipotini di quelli che nel ’68 scendevano in piazza contro il conformismo borghese e chiedevano il “cambiamento“; volevano cambiare il mondo. Oggi sono contro il cambiamento; avranno avuto una crisi esistenziale ed hanno cambiato idea. Oppure hanno cambiato gli spinelli e gli effetti derivanti.

 Studenti d’Italia (ottobre 2015)

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale (con interrogazione di gruppo e 6 politico).

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“. Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri.

studenti milano

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura. Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti, e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro? Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”.

In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.
Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e non ha, quindi, la capacità di informarsi, come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile, alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica?

Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.
Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto normale e scontato. Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese, occupando posti di responsabilità  in politica, scuola, magistratura, cultura, informazione; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri generano allievi ancora peggiori. Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Scorie culturali e residui tossici. 

Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“.”. (Da Scuola e residui tossici)

 

Il ’68

Hanno sbagliato il tempo di poco. Bastava aspettare un anno e, invece che il ’68, avrebbero fatto il ’69, meno impegnato politicamente, ma molto, molto più piacevole. Siamo in piena celebrazione del sessantotto. Sui media si sprecano articoli, servizi speciali, vecchi documentari, interviste ai sopravvissuti e nostalgici. E si tenta in ogni modo di fornire una giustificazione culturale, ideologica, politica, sociale a quello che era solo un pretesto per far casino, sognare la rivoluzione proletaria, occupare le scuole e tenere lunghe assemblee dove riempirsi la testa di chiacchiere inutili e plagiare le menti più deboli, invece che studiare (tanto poi c’era il 6 politico). La cosa strana è che il ’68 lo fanno commentare a quei personaggi ormai imborghesiti ed organici al potere, che furono i protagonisti di quella sciagurata stagione di utopie fallimentari. Quelli disillusi, rassegnati, ormai completamente omologati al pensiero unico che, smessi i panni dei rivoluzionari, si identificano piuttosto in quei nostalgici dei tempi andati, quando “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo“. Qualche anno fa scrissi questo post…

Sessantotto, ma non li dimostra”. (2015)

Tre giorni fa, nel post “Studenti d’Italia“, parlavo degli effetti dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70, degli ideali rivoluzionari, della rabbia giovanile e dell’utopia di cambiare il mondo. Il mondo è rimasto più o meno com’era (anzi, forse, è addirittura peggiorato; basta pensare alle centinaia di vittime degli anni di piombo), i rivoluzionari si sono imborghesiti, hanno pian piano scordato gli slogan e gli ideali, i sogni sono “morti all’alba” e le tante domande sono ancora sospese nell’aria; la risposta a quelle domande, ancora oggi, “soffia nel vento“, come cantava Dylan nel 1963. Intanto Dylan è diventato miliardario, i poveri continuano ad essere poveri, centinaia di migliaia di giovani sono morti in Vietnam ed in tutti i conflitti che da allora continuano a portare morte e distruzione nel mondo, chi aveva il potere continua a tenerselo stretto, i media continuano a plagiare le menti, i giovani continuano a commettere errori di cui si renderanno conto solo invecchiando, le mille domande restano inascoltate e le risposte continuano a volare nel vento, inafferrabili. Si dovrebbe imparare dall’esperienza passata, ma, per un destino atroce e beffardo, ogni nuova generazione deve ripetere gli stessi errori e compierne di nuovi, deve imparare a proprie spese, sulla propria pelle, spesso tragicamente.

scontri 68

E come è andata a finire tanta rabbia giovanile, tanta voglia di cambiare il mondo? E’ andata a finire che è stato il mondo a cambiare loro. Così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, molti di quei ragazzi del ’68, che urlavano contro il potere, la ricchezza, i padroni, l’America, gli agi, la borghesia, la scuola, si sono adeguati, adattati, hanno rinunciato alle utopie rivoluzionarie. I più hanno trovato un modesto lavoro in fabbrica o in ufficio. I più fortunati (o più furbi) si sono sistemati benissimo nei vari campi lavorativi, dalla politica al giornalismo, dal commercio all’insegnamento o nel mondo dello spettacolo. Già, quelli che contestavano gli insegnanti, li minacciavano e distruggevano le aule scolastiche, oggi, incredibilmente, siedono in cattedra, dirigono giornali, siedono in Parlamento, fanno i tribuni in televisione pagati a suon di milioni. Hanno fatto carriera; tutti sistemati.

Sono nomi ormai famosi di politici, giornalisti, scrittori, conduttori televisivi, direttori di prestigiosi quotidiani: Gad Lerner, Michele Santoro, Paolo Mieli, Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Massimo Cacciari, Renato Mannheimer, Giampiero Mughini, Ritanna Armeni, Toni Capuozzo, Erri De Luca, Carlo Panella, Vincenzo Gallo (Vincino), Ferruccio De Bortoli, Sergio Cofferati, Gino Strada, ed altri più o meno noti.

Molti di questi rivoluzionari della domenica hanno abbandonato l’eskimo per il loden, ed oggi stanno in pantofole a godersi la meritata pensione. Oppure sono ancora in piena attività politica o professionale: sono scrittori e intellettuali di successo, autorevoli firme giornalistiche o, addirittura, direttori di storiche testate, di organi di stampa della borghesia, come Mieli e De Bortoli, o celebri e celebrati conduttori televisivi, come Gad Lerner e Santoro. Uno per tutti, Mario Capanna, il leader più noto e arrabbiato del Movimento studentesco sessantottino, che ha fatto carriera politica ed è entrato in Parlamento (mentre i sessantottini che lo seguivano, se gli è andata bene, si sono sistemati in banca, in uffici pubblici, a scuola, o sono finiti in fabbrica; perché questa è la fine di tutte le rivoluzioni, qualcuno sale al potere e gli altri crepano). Oggi, grazie ai benefici da ex parlamentare, gode di una pensione di 5.000 euro al mese (alla faccia dei sessantottini di allora e degli italiani che, dopo una vita di duro lavoro, prendono pensioni minime da fame). E siccome qualcuno gli contestava questi benefici (a lui, come a molti altri) che contrastano con la sua storia di lotte contro i privilegi, tempo fa è andato in televisione, all’Arena di Giletti, a difendere appassionatamente la legittimità della sua “rendita” (“Il curioso caso di Mario Capanna; da leader studentesco a difensore dei vitalizi“) .

Ecco perché, vedendo le immagini di questi cortei studenteschi, sentire i soliti slogan, vedere i soliti striscioni, viene tristezza. Sono convinti di essere migliori del resto della società e di lottare per ideali giusti e sacrosanti, per una giusta causa. Devono dare sfogo alla carica contestatrice che è fisiologica nei giovani. E si aggrappano al primo vessillo che qualcuno gli mette in mano, che molto spesso è una bandiera rossa. Si illudono di cambiare il mondo e non sanno che sarà il mondo a cambiare loro, come recita l’amara riflessione di un personaggio del film “C’eravamo tanto amati” (1974) di Ettore Scola. Non immaginano che finiranno tutti come i loro padri, ex sessantottini che oggi sono in pensione, che si indispettiscono (come Capanna) se qualcuno gli fa notare l’incoerenza con le loro lotte giovanili. Non sanno, però, che non avranno la fortuna dei padri, non avranno le stesse possibilità, né le stesse opportunità di lavoro, e nemmeno la stessa pensione.

C'eravamo tanto amati

No, questi sono già fregati in partenza. Ma non lo sanno e impiegheranno molti anni a capirlo. Ecco perché fanno tristezza; perché hanno la possibilità di capire il mondo guardando il passato, e di evitare di commettere gli stessi errori, ma non lo fanno. La storia si ripete continuamente, ma l’uomo non impara mai dal passato, non fa tesoro dell’esperienza, deve sbagliare di nuovo, sempre, sulla propria pelle. Certo, sventolare una bandiera rossa fa sempre il suo bell’effetto cromatico, ma quante fregature e tragedie ci sono dietro quelle bandiere color sangue. Ma quei ragazzi non lo sanno ancora. E’ il tragico destino dell’umanità; bisogna invecchiare per capire gli errori giovanili. E quando ormai sei vecchio e pensi di averlo capito non ti serve a niente, perché stai per crepare.

Album di famiglia di alcuni dei sessantottini di successo.
Servire il popolo: Angelo Arvati, Marco Bellocchio, Pierangelo Bertoli, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Fulvio Abbate, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Michele Santoro, Linda Lanzillotta, Nicola Latorre.
Potere operaio: Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Toni Negri, Oreste Scalzone, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Ritanna Armeni, Francesco “Pancho” Pardi, Lanfranco Pace, Gaetano Pecorella.
Lotta continua: Adriano Sofri, Luigi Manconi, Gad Lerner, Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Enrico Deaglio, Erri De Luca, Gianfranco Micciché, Vincenzo Gallo (Vincino), Carlo Panella, Francesco Pigliaru, Marco Rizzo, Giorgio Pietrostefani, Mauro Rostagno, Marco Boato, Guido Viale.
Movimento studentesco: Mario Capanna, Sergio Cofferati, Alfonso Gianni, Gino Strada, Giuseppe Liverani.
Movimento lavoratori per il socialismo: Gianni Barbacetto, Stefano Boeri, Tito Boeri, Michele Cucuzza, Sergio Cusani, Nando Dalla Chiesa, Ferruccio De Bortoli, Paolo Gentiloni, Claudio Pagliara, Salvatore Toscano, Luca Cafiero.

Vedi: Studenti d’Italia  (2015)

Vedi: Ma ci conviene cambiare il mondo?

Studenti d’Italia

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione  dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà  inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale.

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“.  Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri a Milano.

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura.  Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti,  e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro?  Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”. In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o  non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.

Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e  non ha, quindi, la capacità di informarsi,   come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile,  alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica? Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.

Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto  normale e scontato.  Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati  ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse  e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere“.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri  generano allievi ancora peggiori.  Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Vedi

Scuola e residui tossici

Okkupato

Cortei e branchi

Walkiria e manganelli

Studenti moderni

Tutti a sQuola 1

Tutti a sQuola 2

La meglio gioventù

Ragazzi e generazioni a confronto; i ragazzi del ’99 ed i ragazzi del 2000.  I “Ragazzi del ’99” erano quelli nati nel 1899;  appena compiuti i 18 anni in piena Grande guerra, ricevettero la cartolina precetto, abbandonarono casa, famiglia, lavoro, amori, amicizie, vestirono una divisa, imbracciarono un fucile, andarono al fronte e contribuirono in maniera determinante alla vittoria dell’Italia nella Grande guerra del 1915/’18.

Ne furono reclutati circa 250.000 a partire dai primi mesi del ’17, ma solo a novembre dopo la terribile disfatta di Caporetto,  dopo un breve addestramento,  vennero mandati al fronte e furono artefici decisivi  della riscossa italiana.  Prima fermarono l’esercito austriaco sulla linea del Piave, poi furono protagonisti dell’avanzata fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto.  Il loro motto divenne quello scritto su un muro di una casa distrutta dai bombardamenti a Sant’Andrea di Barbarana: “Tutti eroi. O il Piave o tutti accoppati.”. Un motto che richiama lo spirito degli avi: “Dulce et decorum est pro patria mori“, diceva Orazio. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Piave e del Tevere. Sono cambiati i tempi, il mondo, la società, usi e costumi, morale, valori, ideali. Oggi i pronipoti di quei ragazzi del ’99 non solo non combattono al fronte e non pensano che sia dolce morire per la patria, ma non fanno più nemmeno il servizio di leva.   Infatuati di multiculturalismo e società multietnica, forse non sanno più nemmeno cosa sia la patria. Di ragazzi come quelli del ’99 non se ne fanno più, hanno perso lo stampo.

I ragazzi del 2000, nati alla fine del secolo scorso,  sono appena arrivati in un mondo completamente diverso, trasformato, irriconoscibile rispetto al passato. Grandi cambiamenti a partire dalla fine degli anni ’60 hanno modificato radicalmente la società. I motti patriotici sono stati sostituiti dai figli dei fiori con  un più prosaico “Sesso, droga e rock’n roll” e, vista l’evoluzione della musica pop negli ultimi anni, anche il rock’n roll è roba d’antiquariato; rimane solo sesso e droga. E gli effetti si vedono. Ieri il quotidiano L’Unione sarda riportava la notizia del Gay pride che si terrà a Cagliari a giugno prossimo (Sardegna pride, a Cagliari 40 giorni di festa). Ma già sabato 16 maggio si darà il via con una fiaccolata ai festeggiamenti che prevedono una quarantina di iniziative che si svolgeranno in diverse località della Sardegna e che dureranno 40 giorni, con balli, canti, razzi, mortaretti, granate, granatine, tarallucci e vino, tamburi, tamburelli e triccheballacche.

Il 1° maggio a Cagliari è sfilato il cocchio con il simulacro di Sant’Efisio, a giugno sfilerà il carro con Luxuria. E’ l’evoluzione dei tempi. Ecco un’immagine del gay pride di due anni fa. Dai “Ragazzi del ’99” ai ragazzi del 2000, la “Meglio gioventù“, quelli che rappresentano la prossima classe dirigente, la spina dorsale della nazione, quelli che difenderanno il sacro suolo della patria dal barbaro invasore, quelli che rappresentano il  futuro dell’Italia. Auguri!

P.S.

L’immagine sopra, che ieri figurava come immagine di apertura dell’articolo,  oggi è stata eliminata dalla pagina del quotidiano. Forse hanno avuto un sussulto di decenza e buon gusto.