Adrian, il guru della Padania

Celentano era già vecchio quando era giovane; per la sua supponenza, la presunzione, la puzzetta sotto il naso, lo sguardo schifato di chi guarda tutti dall’alto in basso e la convinzione di essere l’unico pulito in un mondo di brutti, sporchi e cattivi (sono effetti della senescenza); figuriamoci oggi che è vecchio davvero. Vederlo in TV e ascoltare i suoi pistolotti moralistici e le lunghe pause “espressive” (sempre uguali, come fa da 40 anni) è come essere rimasti fermi ai vecchi fotoromanzi di Bolero film o Grand Hotel, come confondere la realtà con la fantasia, come fa la protagonista dello “Sceicco bianco” di Fellini.

Adrian Celentano-2

Celentano è innamorato del suo avatar, la sua immagine virtuale, il personaggio che si è creato in tanti anni e nel quale si identifica, il ragazzo buono e “ruspante” che lotta contro il potere e le ingiustizie del mondo. Ma, guarda caso, interpreta sempre il personaggio del boss, del capo branco, dell’invincibile, del salvatore del mondo, del mega direttore, del tribuno, del ras del quartiere, del ribelle che sconfigge i prepotenti, del profeta, del guru della Val Padana, di Serafino, il pastore buono, semplice e innocente (ma il regista Germi lo scartò al provino perché disse che aveva una faccia da gangster!), che si scontra con la malvagità della metropoli ed il consumismo. E siccome ha bisogno di assecondare le sue velleità artistiche di attore, regista, produttore (fa sempre tutto da solo)  nel ’75 scrive, interpreta e dirige “Yuppi Du. 

yuppiducelentanoMa il suo sogno segreto sarebbe stato interpretare “Jesus Christ superstar“, nel ruolo, ovviamente del protagonista che, però, nella sua versione, cambia il finale della storia; si stacca dalla croce (per miracolo, può farlo) e vola in cielo fra due ali di cherubini che cantano le sue lodi. Amen! Visto, però,  che un film-musical di grande successo  su Gesù lo avevano già fatto nel ’73, ha dovuto ripiegare facendo nel 1985 una specie di parodia, “Joan Lui“.

joan lui

Sì, è modesto il ragazzo. Così, siccome bisogna pur campare, periodicamente si inventa qualcosa da vendere alla Tv e ricavarci qualche milione di euro. Anche perché difficilmente gli darebbero il “reddito di cittadinanza“. E si inventa un cartoon  “Adrian” che celebra se stesso (tutto quello che fa è sempre autocelebrativo), anzi il suo avatar, dove fa tutto lui, autore, sceneggiatore, regista, canta, recita le sue lunghe pause (la sua specialità), fa pure il montaggio, il doppiaggio di se stesso e ordina i panini al bar. Sembra che questo nuovo “evento” (così lo definiscono i media di regime) sia costato fra i 20 ed i 28 milioni di euro.

Guardate le locandine; il personaggio è sempre quello, in 40 anni non è cambiato nulla. E’ sempre quello il suo avatar, qualunque cosa faccia, con l’espressione severa, arcigna, da inquisitore e giudice di un mondo cattivo dove lui è l’unico eroe positivo. E scrive canzoni ambientaliste, sulla Via Gluck, dimenticando la sua villona immersa nel verde. E tutti citano i suoi successi, come prova del suo talento, a cominciare da quella famosissima che è diventata quasi la sua sigla personale. Infatti tutti la citavano come “Azzurro di Celentano”. Dimenticando che quella canzone che tanto successo gli ha dato, non è sua, ma di Paolo Conte il quale, invece, non viene mai citato; chissà perché. O della creazione del Clan, che faceva passare come un’associazione fra amici, ma che attirava gli artisti e ne sfruttava economicamente i successi; infatti lui ha fatto i miliardi, gli altri no.

Classico esempio la vecchia e dura battaglia, anche legale, con Don Backy, appropriandosi delle sue canzoni per interpretarle personalmente (Vedi il caso più famoso; “Canzone” festival di Sanremo 1968, che è di Don Backy, non di Celentano).

O il grande successo di “Pregherò” del 1962, che era solo la cover di “Stand by me” un grande successo di Ben E. King, del 1961; anche questa tradotta e riadattata da Don Backy; guarda caso. Ma nessuno lo ricorda, citano solo la bravura di Celentano, il guru padano. Perché?

Non ho visto il programma; non lo guarderei nemmeno se mi pagassero. Ma ho letto diverse recensioni in rete e tutti ne parlano male, sia per i bassi ascolti, sia per la infima qualità del prodotto (Vedi Maurizio Costanzo che di solito è molto generoso con i personaggi dello spettacolo). E se anche Costanzo lo distrugge, qualche motivo deve esserci. E la cosa mi consola. Caro il nostro guru padano; Adrian, ma vaffanguru.

 

 

 

Gulag e orrore siberiano

Tutti commemorano la giornata della memoria e la Shoah. Ma nessuno si ricorda di queste tragedie. Amnesia, oppure?

Vedi: https://torredibabele.blog/2015/01/28/orrore-siberiano-e-dintorni/

 

gulag

Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori, più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici. Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth, nel libro “L’isola dei cannibali“.

Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

comunismo

Vedi: Laogai? Ssss, zitti e Mosca…(2007)

Crimini e talenti (giorno della memoria)

Giorno della memoria. Occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita. Per chi ha vissuto la tragedia della shoah il giorno della memoria si ripete e si rinnova tutti i giorni.

Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali e aria mesta e contrita di circostanza che, per l’occasione,  si indossa come una maschera, come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere.

Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali (e dei cerimonieri di turno), di corone deposte, di minuti di silenzio (ma a cosa pensano in quei minuti di silenzio? Non lo hanno mai spiegato), di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque. In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna di banalità, frasi fatte, luoghi comuni, retorica ed ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria ha la memoria corta, la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata nuova” in memoria di una vecchia tragedia.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)
Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov (Preludio n°2Preludio n° 5), il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso. (Vedi “Diritti e doveri“).

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.
Vedi
Shoah e buoni ideali
Shoah: El Male Rachamim (Scene dal Giardino dei Finzi Contini e traduzione del testo del canto)

El mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Prima Belen

Sembra che il Giornale, parafrasando il motto “America first” di Trump, abbia adottato il motto “Prima Belen”, poi tutto il resto. Infatti ogni giorno, da anni, c’è in prima pagina un articolo che la riguarda (qualche volta anche due o tre; il perché di tanta attenzione non è chiaro, ma lo scopriremo prima o poi). Ecco quello di ieri “Diletta Leotta e Belen Rodríguez, la foto è “letale”; Instagram in tilt“.  Non se ne può più di vedere tutti i santi giorni in prima pagina questa “gatta morta“, qualunque cosa faccia o non faccia, in tutte le pose, ma sempre nuda o quasi, con quella immancabile espressione fissa; più che un volto sembra una maschera. Guardate questa foto. Per lei è una specie di foto tessera, l’espressione è sempre quella.

belen languida

Sì, al Giornale hanno la passione per la cultura; o forse è meglio dire “La Cul-tura”.  Ieri, per esempio sempre in prima pagina c’era questo articolo che riguardava Fabrizio Corona, un altro personaggio sempre in primo piano, non per particolari meriti artistici o culturali, ma per i pettegolezzi da lavandaie che lo accompagnano sempre e le sue peripezie amorose: “Il mio pene non vuole pensieri“. Già dal titolo si intuisce la profondità del pezzo e dell’argomento trattato; ma, soprattutto, il rapporto conflittuale tra il suo cervello e  l’organo sessuale; una convivenza non facile.  Ma può stare tranquillo perché il suo pene non sarà assillato dai pensieri, sempre scarsi, poco impegnativi e, siccome scambia spesso i due organi, sono pensieri del cazzo; quindi in perfetta sintonia con il titolare di quegli organi. Visto, però,  che finisce in prima pagina, deve essere una notizia importante. Immagino che gli italiani si sveglino ogni mattina chiedendosi come stia il pene di Corona e che uso ne faccia. O almeno questo è quello che forse credono al Giornale. No?

(P.S.) Ancora dubbi sul fatto che al Giornale abbiano delle tendenze maniacali di tipo sessuale? Ecco il titolo di oggi, 25 gennaio, di un  articolo in prima pagina (quindi, di grande interesse sociale e culturale): “La Marcuzzi è senza le mutande?“. E naturalmente anche questa foto, come tutte quelle delle smutandate del giorno, scatena gli utenti e  “fa impazzire i social“. Ma siamo sicuri che siano i social ad impazzire e non i cronisti gossipari che,come ho scritto pochi giorni fa, “Non vanno oltre le mutande”? Non mi sbagliavo.

Ultimamente, in quanto a serietà editoriale, il Giornale fa concorrenza a Libero che fa concorrenza a Chi di  Alfonso Signorini il quale, a sua volta fa concorrenza a Novella 2000 ed  ai rotocalchi rosa ed alle riviste gossip e porno che ormai spopolano; si somigliano tutte, sembrano fatte in fotocopia e riempiono le edicole con foto, notizie e pettegolezzi da comari al mercato e da salone parrucchiera.

sceicco bianco

Sono l’evoluzione delle riviste popolari degli anni ’50, di Bolero film, Grand Hotel e dei fotoromanzi stileLo sceicco bianco” in cui realtà e fantasia si fondono svelando l’altra faccia delle storie romantiche raccontate dai media (ieri e oggi), e che  ispirò nel 1952 l’omonimo film di Fellini interpretato da Alberto Sordi.

Erano le letture predilette una volta da adolescenti e signorine romantiche che si appassionavano a quelle storie d’amore raccontate con foto o fumetti, immedesimandosi nei protagonisti.

Ma torniamo alla nostra Belen eternamente ingrifata. Guardate quest’altra foto, insieme a Leotta,  apparsa ieri sempre sul Giornale.

belen rodriguez, diletta leotta

Notate differenze nell’espressione di Belen? No, nessuna. L’avevamo lasciata con l’espressione da gatta morta in orgasmo, e così la ritroviamo. Leotta guarda l’obiettivo e sorride, Belen ha gli occhi bassi con quella espressione fissa, sempre la stessa, uguale per tutti i giorni, le ore e le stagioni (sia che lavi i piatti o che stia scopando; più facile la seconda ipotesi): languida, passionale, lussuriosa, lasciva, sensuale e libidinosa; sempre in procinto di avere un orgasmo.

Dubbi? Guardate questa foto, insieme alla sorella Cecilia, su L’Unione sarda di oggi: stessa espressione di sempre, stampata, da orgasmo perenne. Se ci fosse una sua statua in un Museo delle cere (magari c’è davvero) la sua maschera di cera sarebbe più espressiva di quella reale.

belen cecilia

Prima o poi farà un selfie alla passerina e la mostrerà Urbi et Orbi sui social. Forse è convinta che ce l’abbia solo lei o che la sua sia speciale. “Instagram in tilt“, dice il titolo. Normale, ogni volta che qualche smutandata pubblica sui social una foto (che deve essere sempre Hot, da urlo, mozzafiato etc.) immancabilmente scrivono che la rete impazzisce, i fan sono in delirio o i social vanno in tilt. Non basta pubblicare la foto; bisogna esaltarne l’effetto, la bellezza, l’impatto sconvolgente sul pubblico e urlare titoli iperbolici;  l’iperbole è la norma, l’ingrediente  più usato per confezionare quel minestrone indigesto a base di fake news, pubblicità mascherata da articoli redazionali e pettegolezzi inutili che chiamano informazione. Più urlano e più la gente ci casca e compra le riviste.  Ecco un esempio di oggi, fresco di giornata: “Sofija Milosevic incanta su Instagram“. E siccome questa epidemia di delirio collettivo e incantesimi di massa succede ogni giorno, significa che in circolazione ci sono milioni di pazzi. Bisognerà riaprire i manicomi.

Mi dispiace non poter aggiungere altro su questa Sofija Milosevic. Non seguo il gossip; al massimo leggo i titoli degli articoli. Quindi non ho capito chi sia questa Sofija, né chi sia Diletta Leotta e tutte le altre sciacquette smutandate che affollano le riviste gossipare, il web, i salotti  TV. Non capisco cosa facciano, perché abbiano tanto spazio sui media,  e perché siano sempre in prima pagina. Ma siccome sono tantissime le cose che non ho ancora capito di questo mondo, non ci faccio caso; sopravvivo lo stesso. A proposito, Belen, guardi che quella cosina ce l’hanno in dotazione di serie tutte le donne normodotate (oggi si dice così). Qualche volta, apra gli occhi, abbandoni quella eterna espressione da orgasmo in atto e sorrida.

E la smetta di cambiare partner come cambia le lenzuola (ma quanti ne ha cambiati?). Si vede che non riesce a trovare quello della misura giusta. Forse per placare i bollenti spiriti si ha bisogno di esperienze forti, straordinarie,  di qualcosa di grosso. Faccia un giro in una fattoria in campagna, magari trova quello con le misure giuste che  si adatta alle esigenze.  Poi ci fa sapere, magari con foto allegata su Instagram.

Scusate, ma non ne posso più di questa società di lavandaie, maniaci e cronisti che non vanno oltre le mutande. Pensate che abbia esagerato? Allora guardate questo box in prima pagina del Giornale, non di ieri o del mese scorso, ma di oggi: “Belen Rodríguez, scollatura bollente su Instagram“.

 

bele hot social

Ed ecco il testo: “Belen Rodriguez pubblica un piccolo video nelle sue Instagram Sories, dove cattura l’attenzione per lo sguardo sensuale e per la scollatura davvero bollente. La canottiera nera evidenzia le forme seducenti e sexy della conduttrice.”.

Appunto, esattamente come dicevo. Il dubbio è se questi del Giornale ci sono o ci fanno. Comincio a pensare che ci siano proprio, ed in maniera irreversibile. Ma guardare il mondo a livello mutande può creare gravi alterazioni nella percezione della realtà e mostrarla del tutto stravolta.

Vedi: Il mondo visto dalle mutande.

– “Tette, culi e libertà di stampa“.

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Strane News

Ogni tanto si leggono notizie diverse dal solito; divertenti, tragiche, insolite o semplicemente curiose, come queste: “Ora faccio la contadina“. Chi sarà mai questa metropolitana pentita che riscopre l’amore per la terra e torna in campagna a “fare la contadina”? Incredibile, è Elsa Fornero, quella che da ministro ha sbagliato i conti e, da un giorno all’altro ha creato la categoria degli esodati, senza lavoro e senza pensione; geniale.

fornero contadina

Brava, finalmente ha capito qual è la sua vera strada; la campagna. E’ quello che dovrebbero fare tutti i politici, tornare a zappare la terra, coltivare patate, allevare polli. Farebbero qualcosa di utile ed eviterebbero di fare danni all’Italia. Temo però che Fornero e la campagna non siano proprio in perfetta sintonia; anzi siano due cose avulse. Mi ricorda quei radical chic che discutono di terzo mondo e di povertà gustando tartine al caviale e sorseggiando champagne nelle terrazze romane. Sì, lo stile è quello. Lo stesso del Trota che disse di aver lasciato la politica e di essersi dedicato alla sua azienda agricola (Vedi Ricette speciali: Trota al Carroccio“.

bossi asino

Ma non dobbiamo essere così scettici. Potrebbe essere una decisione seria. Speriamo che la mantenga, che torni in campagna e, soprattutto, che ci resti.

L’altra notizietta curiosa è questa:”Asti, multa se non puliscono la pipì dei cani“.

cani pipì

Vita da cani. Poverini, non possono più nemmeno pisciare. Non ci siamo ancora abituati del tutto ad usare scopetta e paletta per raccogliere la cacca dei cani, ed ecco che già ci obbligano a raccogliere anche la pipì; poi dovremo raccogliere i peli e pure le pulci, una per una. La cacca si raccoglie con una paletta, ma la pipì come si raccoglie; con le pipette da laboratorio? Ci mancava la pipì canina dopo l’allarme sulle mucche che scoreggiano ed inquinano l’aria producendo ammoniaca e metano (bovini producono più smog delle auto), Strano? Allora sentite questa: “Eccesso di flatulenze; mucche scoreggiano, esplode una stalla“.

mucca 

Così, in attesa di dotare le mucche di regolare marmitta antiflatulenza omologata a norma C€, intanto vietiamo ai cani di fare pipì. Poi vieteremo ai galli di cantare, ai passeri di cinguettare ed agli alberi di stormire al vento per non disturbare la concentrazione sugli smartphone.

gallo rosso

E’ già successo in diversi Comuni d’italia (Montalcino, gallo canta, 50 euro di multa –  Vallermosa, il gallo canta all’alba, multa di 62 euro per il padrone; turbava il sonno del vicino di casa.  Un consiglio a queste eccelse menti che ricordano il maldestro frate Cimabue di Carosello, quello che “Fa una cosa e ne sbaglia due”. Seguite l’esempio della Fornero che ha capito qual è la sua vera strada; fare la contadina. Ecco, tornate a zappare la terra. E non fate come i Gufi:  se il gallo canta non ammazzatelo; lasciatelo cantare.

 

Per chiudere in bellezza ed in sintonia con l’argomento del giorno (Il reddito di cittadinanza), ecco l’ultimissima proposta di una escort con grande fantasia che propone i saldi sessuali: “Sesso di cittadinanza, sconto 50%“.

sesso cittadinanza

Per oggi basta e avanza, alla prossima; Buona domenica.

Vedi: Mucche e marmitte (2008)

Trota al Carroccio (2010)

Varia umanità (2016)

Genetica e razzismo

vanessa-hesslerC’è una differenza tra il quoziente intellettivo dei neri e quello dei bianchi. E la differenza è genetica“. Chi l’ha detto? Un militante del Ku Klux Klan? Un leghista bergamasco? Borghezio parlando di Balotelli? No, lo ha detto uno scienziato, James Watson, premio Nobel 1962 per la scoperta della doppia elica del DNA. Insomma, uno che di genetica se ne intende: “I neri sono meno intelligenti dei bianchi“; e se lo dice lui!

vanessa-hessle kyengerAdesso chi glielo dice a Cècile Kyenge (che, ovviamente, non sarà d’accordo)? Sinceramente, fra Kyenge  e Watson, ho una leggerissima propensione, pur con tutti i dubbi possibili,  a ritenere più affidabile il Nobel Watson.

watson neri

Ovvio che sia stato immediatamente accusato di razzismo, come era già successo in passato (Watson razzista; revocati i titoli). Oggi il razzismo è dappertutto. Sono riusciti a scovarlo perfino nelle sorpresine degli ovetti Kinder (Ovetti Kinder razzisti).

ovetto-kinder-sorpresa-kkkTra le varie sorpresine c’è questo pupazzetto con tre ovetti in mano sui quali compare la lettera K che, ovviamente si riferisce a “Kinder”. Ma per i solerti cacciatori di razzisti, in servizio permanente, quelle tre K sono l’acronimo del Ku Klux Klan: Olè. E tanto basta per accusare quegli ovetti di essere “razzisti”. Figuriamoci cosa succede per una frase come quella di Watson. Credo che stiano già allestendo il rogo in piazza.

ovetti kinder

Mi viene in mente un aneddoto che cito spesso, tratto dall’autobiografia di Montanelli:

Indro Montanelli, nella sua autobiografia, racconta che agli inizi della carriera si recò al lebbrosario di Lambaréné, in Africa, per intervistare il dottor Albert Schweitzer, il medico che dedicò la sua vita a curare i lebbrosi africani. Ecco cosa scrive Montanelli:

Ricevendomi nella sua capanna, il cui unico lusso era un pianoforte che costituiva il suo svago serale, mi disse senza mezzi termini che la superiorità dell’uomo bianco consisteva anche nel mettersi al servizio di quello nero”. “Ma senza speranza” – aggiunse, lasciandomi di stucco- “di poterlo redimere dalla sua inferiorità“.

Visto che parla chiaramente della superiorità dell’uomo bianco e dell’inferiorità di quello nero, significa che Schweitzer, che ha dedicato la vita a curare i lebbrosi africani, era “razzista”? No, era semplicemente onesto, sincero e realista.

Ed ecco cosa diceva sulle razze Ennio Flaiano, uno che, pur non essendo un genetista, aveva le idee molto chiare: “Le razze esistono in quanto esseri umani nascono con attitudini ereditarie diverse e trasmettono ai loro eredi queste attitudini; che diventano filosofia, comportamento, modo di intendere la vita, la passione e il prossimo; e che di fronte a ogni situazione reagisce secondo la memoria ereditaria inconscia“.

Se non ci sono differenze, come mai l’Occidente ha un immenso patrimonio artistico, letterario, filosofico, scientifico e in Africa non c’è traccia di attività in questi ambiti? E’ quello che, molto sinteticamente, ma in maniera molto esplicita, si chiedeva Saul Bellow : “Chi è il Tolstoj degli Zulu? Il Proust degli abitanti di Papua? Sarei lieto di poterli leggere”. Anche Bellow è razzista?

Sì, oggi è razzista chiunque non sia perfettamente allineato al pensiero unico politicamente corretto della sinistra che ormai domina e controlla l’opinione pubblica continuando ad ingannare gli ingenui che ancora credono alla favola del socialismo, al mito del Buon selvaggio di Rousseau, al motto dei sanculotti “Liberté, egalité, fraternité” ed alle elucubrazioni cervellotiche degli utopisti marxisti che, dovunque siano riusciti ad insediarsi al potere, hanno portato conflitti, odio, lotte sociali, guerre e miseria. (Vedi: “Holodomor“)

L’unica ideologia consentita è quella che sostiene il meticciato, la società multietnica, l’invasione afroislamica dell’Europa, l’uguaglianza e la fratellanza degli uomini, delle culture e delle civiltà. Non solo, come dice e ripete Bergoglio, “Non esistono culture superiori” , ma il meticciato e l’accoglienza di africani è una grande opportunità; sono “preziose risorse” che, come hanno ripetuto per anni il Papa marxista e Boldrini; e come ha ripetuto pochi giorni fa Roberto Fico, presidente della Camera. “migliora la nostra civiltà: “L’accoglienza dei migranti significa crescita, sicurezza e benessere“.

ficoAhi, ahi, Basaglia, cos’hai fatto chiudendo i manicomi; troppi pazzi in circolazione. Un idiota ignorante ha un pregio: fa meno danni di un idiota istruito. E dice meno sciocchezze. Questo Fico d’India (maneggiare con attenzione; è spinoso), una  specie di versione maschile della Boldrini, oltre ad aver ereditato la poltrona di presidente della Camera, sembra aver ereditato anche la capacità particolare di dire cazzate ogni volta che apre bocca. E non solo non è super partes, come richiederebbe il ruolo istituzionale ricoperto, ma non cerca nemmeno di mascherare la sua militanza. Ricorda i Verdi di Pecoraro Scanio che cercavano inutilmente di mascherarsi da ambientalisti, ma erano come le angurie, verdi fuori e rossi dentro.

Nota: Il presidente della Camera non può fare dichiarazioni politiche palesemente di parte. Non è nei suoi compiti e competenze. Il suo ruolo è solo quello di convocare la Camera, stabilire l’odg e garantire il rispetto delle norme ed il regolare svolgimento dei lavori. Non oltre. E’ la stessa osservazione che faccio da anni sul rispetto delle proprie competenze da parte delle più alte cariche dello Stato, che appena si insediano si sentono autorizzati a pontificare su tutto e tutti interferendo anche pesantemente sulle scelte politiche del Parlamento e del Governo (Napolitano docet). Ciò che è intollerabile è l’apparente indifferenza dei parlamentari di fronte alla continua e palese prevaricazione. Perché nessuno protesta? Mistero.

La cultura dell’Africa sub sahariana, compresa l’alta tecnologia usata per costruire capanne con rami, foglie e sterco animale (splendido esempio di altissima architettura; le nostre cattedrali, il Pantheon ed il Colosseo gli fanno un baffo), è una ricchezza preziosa per l’umanità; sarà protetta dall’Unesco. E guai a chi si permette di sollevare dei dubbi sul fatto che la civiltà occidentale sia diversa o leggermente superiore a quella dei tagliatori di teste del Borneo, che il valzer viennese ed il tam tam siano sullo stesso piano, o che Vanessa Hessler sia leggermente più graziosa di Kyenge. Se non trovate differenze fra Kyenge ed Hessler non siete razzisti; siete solo scemi.

vanessa-hessler

Vedi: Razzismo cromatico  (2013)

Razzismo e antirazzismo (P.G. Battista, Corriere della sera 2010)

Fontana di Trevi e Caritas

Risolta l’ultima polemica sulla Raggi e la destinazione della raccolta delle monetine che ogni giorno i turisti lanciano nella Fontana di Trevi. Aveva deciso di incamerarle fra le entrate del Comune; di fatto sottraendole alla Caritas.  Ma a seguito delle proteste ha cambiato idea, ci ha ripensato;  ha il ripensamento facile: “Dietrofront della Raggi, le offerte alla Caritas“.

raggi fontana trevi

Secondo quando riferito dai TG della sera, il totale di questa raccolta ammonterebbe a circa 4.000€ al giorno. Ovvero, circa 120.000€ al mese, circa 1,5 milioni di euro all’anno. Non proprio bruscolini. Viene in mente la celebre e mitica scenetta della vendita della famosa Fontana da parte di Totò nel film Totò truffa ’62. Eccola, per chi non la ricordasse.