Foibe e dintorni

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre dei post già pubblicati anni fa (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Qui una serie di post, in ordine cronologico,  degli anni scorsi sull’argomento “Foibe e dintorni“)

Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo: come classico dei comunisti. Diceva Togliatti, a proposito della verità storica: “La verità è ciò che conviene al partito“. Chiaro?

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.
Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe“, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.
“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè – risposel’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano...”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.
Ma – fatto ignoto ai più – oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.
Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e
vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo“. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.
Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro. (Giovanni Marizza – L’Occidentale 10 febbraio 2009)

Il Giorno del ricordo ed il treno della vergogna (come i comunisti accolsero i profughi): “A Bologna il treno dei profughi istriani fu preso a sassate dai comunisti.

Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe… febbraio/2007 (le strane amnesie del giorno del ricordo)

Foibe, profughi e smemorati febbraio 2009 (Ricordiamo le stragi purché non si parli di comunismo…)

Smemorati e ipocrisia di Stato. (2016)

 

Ed ecco il pensiero di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, sui miliziani comunisti di Tito che occupavano Trieste: “Lavoratori triestini, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.
Ecco, infine, il suo pensiero sui “profughi”: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.” – Lettera di Togliatti sui confini orientali.

giorno del riordo

Beh, certo, erano altri tempi. Poi i comunisti sono maturati, evoluti, si sono aggiornati, si sono pentiti, sono diventati PDS, poi DS, una lenta metamorfosi, da Quercia sono diventati Ulivo, ed infine sono diventati Democratici. Allora, chissà cosa pensano oggi i nipotini di Togliatti di quella tragedia lontana nel tempo, delle foibe, dei comunisti titini, dei treni accolti a sassate. Oggi, giornata dedicata al ricordo di quei fatti, è interessante conoscere ill loro pensiero. Magari faranno autocritica, condanneranno la posizione di Togliatti. Non resta che andare a scoprirlo sul loro quotidiano storico, fondato da Gramsci: L’Unità.
Vediamo…sorpresa, scorrete la Home page del giornale, ma…di tutto si parla, meno che di foibe e del Giorno del ricordo. Nemmeno un box piccolo piccolo, due righe…niente. Che strano, nel “Giorno del ricordo” L’Unità non si ricorda di ricordare il Giorno del ricordo! Non c’era spazio nella pagina? Distrazione? Dimenticati? Mah, certo che questi comunisti, anche se ex/post, pentiti o meno, soffrono di strane improvvise amnesie. Mistero…

Crimini e talenti (giorno della memoria)

Giorno della memoria. Occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita. Per chi ha vissuto la tragedia della shoah il giorno della memoria si ripete e si rinnova tutti i giorni.

Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali e aria mesta e contrita di circostanza che, per l’occasione,  si indossa come una maschera, come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere.

Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali (e dei cerimonieri di turno), di corone deposte, di minuti di silenzio (ma a cosa pensano in quei minuti di silenzio? Non lo hanno mai spiegato), di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque. In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna di banalità, frasi fatte, luoghi comuni, retorica ed ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria ha la memoria corta, la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata nuova” in memoria di una vecchia tragedia.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)
Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov (Preludio n°2Preludio n° 5), il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso. (Vedi “Diritti e doveri“).

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.
Vedi
Shoah e buoni ideali
Shoah: El Male Rachamim (Scene dal Giardino dei Finzi Contini e traduzione del testo del canto)

El mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Re Magi e stelle di Betlemme

La storiella dei Re Magi che arrivano alla grotta di Betlemme grazie ad una stella, mi ha sempre fatto l’effetto delle favole per bambini. Ogni anno ci sono i soliti eruditi che, anche su prestigiose testate o in diretta TV,  cercano di spiegare questo mistero, anche scientificamente. Ecco cosa scrivevo in due post, uno del 2014 ed uno del 2003:

Re Magi e stelle (2014)

Oggi sul Corriere.it un lungo articolo ci ricorda come è nata la leggenda della stella cometa che avrebbe guidato i Re Magi verso la grotta di Betlemme dove nacque Gesù (Ipotesi sulla stella dei Magi; cos’era in realtà?). Si ripercorre la storia di questa “stella” e dei Magi, citando la testimonianza riportata nel Vangelo di Matteo e le varie ipotesi che nel corso dei secoli hanno tentato di spiegare il mistero dello straordinario evento.

Ecco come inizia l’articolo: “Un astro che aveva guidato i Magi verso il luogo della Natività si fermò improvvisamente nel cielo, come a indicare: siete finalmente arrivati.“ (mancano solo le risate registrate, come nelle Sit com). Ora, ve la immaginate una stella che, dopo aver guidato i Magi dal lontano oriente, si ferma sopra una precisa grotta a Betlemme? Roba da far invidia ai più moderni navigatori satellitari. O forse già allora i più fortunati avevano dei cammelli super accessoriati sui quali era installato, di serie, una specie di “navigatore” satellitare che funzionava con le comete. C’erano comete per tutte le destinazioni, bastava seguire quella giusta. Volevate andare a Roma? Bastava sintonizzare il navigatore sulla “Cometa Roma” e quella vi precedeva sul cammino, vi segnalava le strade consolari, vi faceva evitare quelle più trafficate dalle bighe e vi conduceva dritti al Colosseo.

Così c’erano Comete guida per tutte le località, anche le più lontane. A quei tempi nel cielo notturno c’erano più comete che pipistrelli. E per facilitare chi doveva seguirle, volavano così basse che erano frequenti gli incidenti. Specie quelli che abitavano nei piani alti o stavano in terrazza a godersi il fresco, rischiavano di prendere delle tremende botte in testa dalle comete di passaggio. Uno sciame di comete che vagavano in tutte le direzioni. Tanto che, se non si stava attenti, era facile confondersi e seguire la cometa sbagliata. Non vorrei sembrare oltraggioso, ma questa storiella non mi ha mai convinto. Starebbe benissimo in un libro di favole per bambini, ma quelli di una volta, ingenui, ignoranti, facilmente suggestionabili, che credevano agli asini che volano. Oggi, più smaliziati ed istruiti, non ci crederebbero nemmeno i bambini (farebbero subito una ricerca su Google e definirebbero la notizia come “Fake news“).

re magi

Betlemme? Prima stella a destra. (2003)
Ieri sera su RAI3, ho sentito il geologo Mario Tozzi raccontarci per l’ennesima volta la storia dei Re Magi che arrivarono dal lontano oriente e, guidati da una stella cometa, giunsero a Betlemme per adorare Gesù. Tozzi si è anche dilungato sulla possibile natura di questa stella cometa, citando diverse interpretazioni del fenomeno; dalla cometa di Halley alla possibilità di un effetto particolarmente luminoso dovuto a congiunzioni astrali. Ogni volta che ho sentito raccontare la storiella dei Re Magi, vengo assalito da un dubbio atroce. Mi chiedo se coloro che raccontano questa storia e che, evidentemente, ci credono e tentano addirittura delle spiegazioni scientifiche, abbiano mai alzato lo sguardo al cielo, in una notte stellata.

E sarei davvero curioso di capire come sia possibile raggiungere una lontanissima località…guidati da una stella. Posso capire che la stella polare indichi il nord e che, quindi, chiunque voglia spostarsi in direzione nord, da un qualunque punto della terra, possa dirigersi nella direzione di quella stella. Ma dirigersi verso nord è una indicazione molto generica. Seguendo la stella polare andate sicuramente verso nord, ma provate a partire da Reggio Calabria e rintracciare la pizzeria ” Da Gennaro” ad Amsterdam, seguendo solo la stella polare! Stesso discorso vale per i Re Magi.

Come hanno potuto partire dal lontano oriente e, guardando una stella in cielo, senza cartine geografiche, senza cartelli indicatori, senza una guida turistica, senza nemmeno uno straccio di depliant pubblicitario…arrivare dritti dritti davanti ad una precisa grotta a Betlemme? Incredibile, a meno che quella stella cometa non viaggiasse terra terra, precedendo di poco i Re Magi, e poi si sia fermata esattamente sopra la famosa grotta; magari con un annuncio fuori campo che annunciava l’arrivo a destinazione. Certo che se avessero il coraggio e l’onestà di ammettere la propria impossibilità a fornire spiegazioni plausibili e la smettessero di raccontare stupidaggini sarebbe meglio per tutti!

Holodomor

Notizie dal “Paradiso” (bolscevico) dei lavoratori. Il 25 novembre si commemora Il genocidio di Stalin in Ucraina   che provocò 7 milioni di morti. Perché nessuno ne parla?

Ucraina holodomor

Il genocidio voluto, pianificato ed attuato da Stalin.

 

Il Parlamento europeo
(…) Considerando che la commemorazione dei crimini contro l’umanità perpetrati nella storia europea dovrebbe contribuire a prevenire simili crimini in futuro (…) riconosce l’Holodomor (la carestia artificiale del 1932/33 in Ucraina) quale spaventoso crimine contro il popolo ucraino e contro l’umanità.  Giovedì,23 ottobre 2008

(Testo integrale: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2008-0523+0+DOC+XML+V0//IT

Milite Ignoto ed il Piave

Il 4 novembre, in tutta Italia, si svolgono cerimonie per la festa delle Forze Armate e per la celebrazione della Vittoria nella Grande guerra. Per una volta che abbiamo vinto è giusto ricordarlo. Non vincevamo una guerra dai tempi dell’impero romano! Immancabile l’omaggio al “Milite Ignoto“, presso l’Altare della Patria.

altare-della-patria-a-Roma

Poco o niente sappiamo di questo “Ignoto” (altrimenti non sarebbe ignoto). Ma se la Patria riconoscente gli ha dedicato un colossale monumento deve aver avuto dei meriti particolari. E’ probabile, visto che è Ignoto, che appartenesse ad un reparto speciale dei servizi segreti. Infatti è così segreto che nessuno ha ancora scoperto chi sia. Ma una cosa è certa: era un grande amatore. Ha avuto un numero incalcolabile di donne, roba da far impallidire Don Giovanni e Casanova.

In verità non lo si può definire propriamente un galantuomo, anzi. Aveva la pessima abitudine di sedurre le malcapitate fanciulle e poi abbandonarle con il frutto della colpa. La prova? Semplice, non c’è città d’Italia che non abbia un orfanotrofio o un brefotrofio che ospiti bambini abbandonati o senza padre. Decine, centinaia, migliaia di bambini, tutti figli di padre… Ignoto. E bravo Ignoto: ce la siamo spassata, eh?

Il Piave mormorò

Il Piave mormorò: non passa lo straniero.” E’ il verso più noto della canzone “La leggenda del Piave”, una celebre composizione del 1918 di E.A.Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, autore delle parole e della musica. ( note biografiche)
Un ministro del tempo disse: “La Leggenda del Piave giovò alla riscossa nazionale molto più di un generale, e valse a dare nuovo coraggio ai soldati, quanto mai demoralizzati per la ritirata di Caporetto”.

Questa canzone fu talmente amata, anche nei decenni successivi alla grande guerra, che “rischiò” di diventare l’inno nazionale. L’idea fu di De Gasperi, quando l’inno di Mameli era stato adottato come inno provvisorio (e provvisorio, come molte delle cose “provvisorie” d’Italia, è rimasto per 60 anni; solo di recente è stato ufficializzato), il quale propose al compositore di scrivere un inno della Democrazia cristiana, garantendo, in cambio, che avrebbe proposto di adottare “La leggenda del Piave” quale inno nazionale. Ma il nostro autore, poco disponibile a compromessi e scambi di favori, rispose che lui scriveva solo con il cuore e non su commissione. E non se ne fece niente.

Mi sembra un doveroso atto di omaggio ricordare oggi questa suggestiva canzone ed il suo autore, uno dei più prolifici della storia della musica popolare italiana. Ma vuole essere anche un omaggio alla memoria di tutti i caduti della Grande guerra (furono 600.000). Potrebbe sembrare retorico, ma ogni tanto non guasta ricordare che c’è stato un tempo in cui i ragazzi non inseguivano falsi miti e il facile successo; non c’erano reality e talent show, non c’erano imbonitori televisivi. Allora li chiamarono “I ragazzi del ‘99” (vedi “La meglio gioventù“) ed oggi vengono ricordati giusto da qualche indicazione toponomastica. Ma loro, niente più che “ragazzi” andarono al fronte e molti di essi ci lasciarono la vita. In quegli altopiani carsici combatterono i nostri nonni e molti non tornarono più a casa. Alla loro memoria è dedicata questa canzone: “La leggenda del PiaveGiovanni Martinelli 1918). La versione del video sotto è cantata da Aurelio Gabrè; più conosciuto semplicemente come Gabrè.

Oggi, guardando la situazione di totale sbandamento e degrado in cui versa la nostra Italia, ripensando a quei 600.000 morti, viene spontaneo chiedersi per chi e per cosa siano morti i nostri nonni ed i Ragazzi del ’99. Per lasciare l’Italia in mano ad immigrati africani, arabi, asiatici, cinesi, zingari e disperati del terzo mondo? Credo che in molti si stiano rivoltando nella tomba. Lasciare che l’Italia sia invasa dai nuovi barbari è un oltraggio alla memoria di quei caduti.

La campana di San Giusto“canzone patriottica del 1915, conosciuta anche come  “Le ragazze di Trieste“, è cantata da Anna Identici.

Libia e bufale

La Libia è una polveriera. Le varie tribù si fanno la guerra per il potere e per il controllo  del petrolio. Noi stiamo a guardare e apprendiamo dai media le notizie sugli sviluppi degli scontri e sui tentativi diplomatici, veri o presunti, di favorire la pace. Ma queste notizie sono attendibili? Voi ci credete? Io no. Come non credevo a quello che riportava la stampa 7 anni fa, quando i “Volenterosi”, con in testa la Francia, che aveva tutto l’interesse a sconvolgere gli equilibri politici ed economici del nord Africa, attaccarono la Libia e fecero fuori Gheddafi. Ne paghiamo ancora le conseguenze. Ci credevo così poco che dopo qualche giorno dall’inizio dei bombardamenti scrissi un post in cui denunciavo una serie di bufale: “Libia e mozzarella“. Lo ripropongo come esempio di come i media riescano a manipolare le informazioni e mostrare non la realtà, ma quella che conviene mostrare. E perché questo serva a tenerci allerta e vedere l’informazione sempre con un po’ di diffidenza e di sguardo critico. E non bere come acqua fresca tutto quello che scrive la stampa omologata al pensiero unico o ci raccontano i TG di regime.

Libia e mozzarella (25 marzo 2011)

In questo conflitto libico ci sono tante di quelle bufale che si potrebbe avviare la produzione di ottima mozzarella; di bufale libiche, s’intende. Abbiamo sentito nei vari TG, ma viene riportato anche sulla stampa, che dall’inizio della rivolta ad oggi sarebbero 8.000 le vittime della repressione da parte di Gheddafi. E se lo dice la stampa deve essere vero. Ma siccome noi siamo poco propensi a credere a tutto ciò che riportano i media, andiamo a vedere cosa scriveva esattamente un mese fa un autorevole quotidiano, il Sole 24 ore.

Bufala 1. Ecco come Il Sole 24ore titolava con grande evidenza il giorno 23 febbraio scorso: “In Libia diecimila morti“.
Ohibò, se un mese fa c’erano diecimila morti ed oggi sono solo 8.000 significa una cosa sola: nell’ultimo mese in Libia 2.000 morti sono resuscitati. Miracolo!

Bufala 2. Già nei primi giorni della rivolta, l’emittente Al Jazeera, l’unica presente sul posto, parlava di mille morti. Domenica scorsa, nel programma pomeridiano di RAI1 L’Arena di Giletti, era ospite in studio il giornalista Pino Scaccia, rientrato da pochi giorni in Italia e che, proprio nei primi giorni della rivolta, si trovava sul posto. E cosa dice Scaccia? Dice che fin dall’inizio c’è stata una manipolazione delle notizie. Per esempio, i morti non erano mille, come annunciava Al Jazeera, ma solo 6, al massimo 8.
Fra 8 e mille c’è una bella differenza. Ma l’esagerare le cifre delle vittime ha un effetto enorme sulla popolazione, contribuendo a far nascere e accrescere la reazione e la rivolta contro Gheddafi. Al Jazeera aveva interesse a forzare la rivolta ed ha volutamente esagerato il numero delle vittime? Non possiamo essere certi. Però sarà utile ricordare che l’emittente è stata fondata ed è di proprietà dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, il quale notoriamente nutre forti simpatie per il regime di Teheran. Sarà un caso che proprio l’Iran abbia affermato di recente di sostenere tutte le rivolte nei paesi arabi?

Bufala 3. Ancora nei primi giorni della rivolta, sempre Al Jazeera diffondeva un’altra allarmante notizia, ripresa da tutta la stampa internazionale, sulla presenza di grandi fosse comuni sulla spiaggia. Beh, erano giustificate, visti i “mille morti” in pochi giorni! Ma le immagini diffuse mostravano niente di più che normali fosse di un normalissimo cimitero, come hanno accertato e rivelato poi varie fonti ed inviati della stampa estera (Vedi qui, Sky TG24). Ecco una delle foto delle “grandi fosse comuni.”

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Bufala 4. Sabato scorso un’altra foto (ed anche il video) finiva su tutti i media; quella di un caccia in fiamme che precipitava al suolo. Eccola.

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Tutti riportavano la notizia dicendo che si trattava di un aereo governativo abbattuto dai ribelli a Bengasi. E tanto basta al presidente Obama per indignarsi ed affermare che questa era la prova evidente che Gheddafi aveva violato la No fly zone. Solo a fine mattinata l’agenzia France press, citando proprio fonti dei ribelli, rivelava, invece, che si trattava di un aereo dei ribelli abbattuto dalla contraerea di Gheddafi. Quindi se qualcuno aveva violato la No fly zone non era Gheddafi, ma i ribelli.

Bufala 5. Ancora sabato mattina Hillary Clinton, per tranquillizzare gli americani contrari ad imbarcarsi in un altro conflitto sul fronte libico, dichiarava che l’America non avrebbe partecipato direttamente alle operazioni, ma si sarebbe limitata ad offrire un “appoggio esterno” all’intervento della coalizione. Insomma, niente intervento diretto, ma solo un supporto tecnico e logistico. Infatti, nel pomeriggio, a distanza di poche ore dalla dichiarazione, subito dopo i primi bombardamenti effettuati dai caccia francesi alle ore 17.45, giusto per cominciare a fornire un piccolo “supporto” esterno, prendono in mano il comando delle operazioni e lanciano 120 missili Tomahawk sulle postazioni libiche. A seguire, nella notte, arrivano i caccia che sganciano una sessantina di bombe su vari obiettivi. E poiché si tratta solo di un piccolo supporto, arrivano perfino i caccia bombardieri Stealth, gli aerei invisibili ai radar, che lanciano un altro carico di bombe e poi tornano, dopo aver fornito il piccolo “supporto” tecnologico, nelle loro basi nel Missouri. Alla faccia del piccolo supporto! E se avessero deciso di intervenire direttamente cosa avrebbero fatto? Avrebbero rivoltato completamente l’intero deserto libico?

Bufala 6. Subito dopo l’inizio dei bombardamenti arrivano le prime reazioni negative. Russia, Cina, Lega araba e Unione africana esprimono forti riserve sulle modalità dell’attacco che considerano eccessivo e ben oltre quanto previsto dalla risoluzione ONU. Ma la coalizione rassicura tutti, anche quelli che vedono l’intervento come un attacco diretto a Gheddafi per eliminarlo fisicamente e consegnare la Libia ai ribelli. “Non diamo la caccia a Gheddafi“, si affannano a ripetere in coro. Infatti, già la domenica bombardano la sua casa bunker a Tripoli. Forse avevano paura che il bunker si alzasse in volo, violando la No fly zone, e volteggiando sul cielo di Tripoli spaventasse i civili. E siccome il leader libico, dopo il bombardamento, risulta ancora vivo e vegeto, dopo due giorni ripetono il bombardamento sulla stessa casa. Ma per carità, non dite che danno la caccia a Gheddafi. E’ solo un intervento umanitario per salvare la vita ai civili!

Bufala 7. Mai stati così veloci nel passare dalle parole ai fatti. Nel giro di 48 ore è stata approvata la risoluzione 1973 che stabilisce la No fly zone, Sarkozy convoca un vertice della “Coalizione dei volenterosi” a Parigi e, mentre la riunione è ancora in corso, i caccia francesi partono dalle loro basi e vanno a bombardare i blindati di Gheddafi. Senza nemmeno aspettare, come sarebbe stato logico, una riunione operativa dei vertici militari per concordare l’intervento. Così, per diversi giorni ognuno si fa la propria guerra, bombardando a caso, secondo i gusti del momento. Dice Napolitano che non siamo in guerra, siamo “nella Carta” ONU. Sì, è proprio una guerra alla carta, come in ristorante. Ognuno la fa come preferisce. Infatti, continuano a litigare perfino su chi debba assumere il comando.

Del resto, già dal nome “Coalizione dei volenterosi” si capiva che non era una cosa seria. Più che una coalizione di nazioni, sembra un gruppo speciale di Boy scout: i Volenterosi, quelli che montano la tenda, fanno legna, cucinano, etc…gli altri sono tutti sfaticati, svogliati e un po’ lavativi. I tedeschi, per esempio, che si sono tirati fuori, sono notoriamente tutti lavativi! Solitamente quando si adotta una risoluzione ONU si dà il tempo al paese interessato di adeguarsi per rispettare le imposizioni. E di solito si inviano osservatori ONU per verificare che quel paese rispetti la risoluzione. In questo caso no. Nonostante il governo libico da subito abbia chiesto l’invio di osservatori, e continui ancora a chiederlo, non è previsto nessun controllo. L’unica soluzione è bombardare, senza sentir ragioni o cercare una mediazione. Ma non si pensi che lo scopo è quello di eliminare Gheddafi e consegnare la Libia ai ribelli. No, è un intervento umanitario per salvare la vita ai civili! E poi, dice Napolitano, “Siamo nella Carta“.

Bufala 8. Ma perché tutta questa fretta e perché avviare un intervento militare in maniera così improvvisata, senza avere nemmeno chiarito il coordinamento e la strategia? La risposta è quella che continuano a ripetere tutti i rappresentanti dei volenterosi, gli opinionisti del giorno dopo, politologi ed osservatori assortiti. Il motivo di tanta fretta è dovuta al fatto che Gheddafi, preparandosi ad attaccare Bengasi, aveva dichiarato che avrebbe sterminato tutti i ribelli. Ecco il motivo, si tratta di una guerra preventiva alle intenzioni. Fondata e giustificata da una dichiarazione. Ma allora se si deve bombardare chiunque minacci di sterminare qualcuno, perché nessuno ha bombardato il Ruanda? Perché nessuno ha bombardato il Sudan che non si è limitato a dichiarazioni generiche, ma ha fatto un vero “genocidio nel Darfur, sterminando 300.000 persone”  ed obbligando altri due milioni a fuggire nei paesi vicini? “L’Aja accusa il presidente del Sudan: genocidio e crimini di guerra“. Perché nessuno è intervenuto? All’ONU dormivano tutti? E perché, nonostante un giorno sì e l’altro pure Teheran continui a minacciare di sterminare gli ebrei e di cancellare Israele dalla carta geografica, nessuno va a bombardare l’Iran e la casa di Ahmadinejad? Pacifisti col timer, a giorni alterni, secondo le circostanze e le convenienze. Buffoni. Anzi…Buff-ONU.

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Se basta una dichiarazione frettolosa e magari dettata dall’ira del momento per farsi bombardare, allora dobbiamo stare attenti. Per esempio, Umberto Bossi ha corso un bel rischio quando tempo fa disse che “Abbiamo i fucili pronti“. Per sua fortuna, forse, Sarkozy era momentaneamente distratto in dolci passatempi con Carlà, altrimenti, niente niente, avrebbe mandato i suoi caccia a bombardare la casa di Bossi a Gemonio. Così, come azione preventiva…

Bufala d’oro. Per quanto sopra esposto, a nostro insindacabile giudizio, riteniamo di dover assegnare alla stampa, agli osservatori e commentatori, all’ONU con annessi e connessi, ai “Volenterosi“, a Cip e Ciop, la banda Bassotti e alle giovani Marmotte, il primo premio speciale…La Bufala d’oro.

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A conferma di quanto scritto qui, tre giorni dopo aggiungo un altro post:

Bufale libiche” (28 marzo 2011)

Pochi giorni fa nel post “Libia e mozzarella“ elencavo alcune “bufale” spacciate dai media sul conflitto in Libia. Evidentemente non sono l’unico ad averle notate. Ecco, in questo video, a conferma di quanto scrivevo, cosa ne pensa Amedeo Ricucci, giornalista in questa intervista che non solo conferma le bufale ripotate da me, ma aggiunge anche qualcosa di nuovo e più grave sull’uso strumentale dell’informazione e l’affidabilità dei media: “Ecco tutte le bugie che ci hanno raccontato sulla guerra in Libia”.

 

Vedi anche. Guerra mediatica (29 marzo 2011)

 

Sulla serietà e affidabilità della stampa date uno sguardo a questi vecchi post:

Stampa e amnesie (2006)

E questa la chiamano informazione (2006)

La stampa, oh, la stampa (2008)

Stampa, cozze e talebani (2009)

Stampa, cambia la musica  (2011)

Stampa di regime (2014)

Cambiamo il mondo

Governo del cambiamento.
La cosa difficile non è formare un governo, ma decidere come chiamarlo. Dopo aver provato il governo di scopo, il governo di transizione, il governo tecnico, il governo politico, il governo del Presidente, finalmente abbiamo trovato la definizione giusta: “Governo del cambiamento”.

Governo cambiamento

E’ importante trovare la definizione giusta perché caratterizza il governo ed il suo programma, l’attività e l’immagine che se ne fa l’opinione comune. Anche se non c’è mai stato un governo che abbia promesso di non cambiare niente e di essere come quello precedente. Tutti annunciano grandi cambiamenti, ovviamente positivi. Ma non stiamo a sottilizzare. Troisi affermava che a Napoli non c’è lavoro. Si trova lavoro a cottimo, lavoro nero, lavoro precario, lavoro sporco, lavoretto (con eloquente gesto della mano per intendere lavoro poco pulito). Ma solo lavoro senza aggettivi non c’è. Ecco, lo stesso vale per i governi. Deve essere sempre accompagnato da un aggettivo che lo identifichi. Una volta erano famosi i governi balneari che duravano lo spazio di un’estate.

Oggi va di moda il cambiamento. Infatti molti usano questo termine per cercare di dare al proprio partito una finzione di rottura col passato, con la cattiva politica, con la corruzione. A parole. In pratica sono decenni che annunciano il cambiamento, ma tutto è sempre come prima, se non peggio. Anche Renzi annunciava che “L’Italia cambia verso”. Ricordate? Del resto anche Obama, in occasione della campagna per le elezioni presidenziali lanciò lo slogan “Change”. Ed anche Prodi si sentiva investito della missione di “cambiare l’Italia”. Da cosa nasce questa frenesia del cambiamento? Sostanzialmente dalla necessità di rinnegare le responsabilità delle passate amministrazioni che, stranamente, sono sempre responsabili di grandi errori, e promettere uno sconvolgimento della politica che, di colpo, dovrebbe diventare corretta, pulita, onesta, capace, diversa dal passato e garantire un roseo futuro in un paese in cui scorrano fiumi di latte e miele (Prodi affermava che il suo impegno era quello di assicurare agli italiani la “felicità”; modesto, vero?). Insomma i nuovi tribuni promettono il cambiamento per sembrare puri e diversi da tutti quelli che li hanno preceduti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e non sono propriamente esaltanti. Anni fa scrissi qualcosa su questa mania del cambiamento. E siccome è sempre valido, lo ripropongo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (2007)
Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo”. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Più si cambia meglio è. Alcuni si limitano a cambiare la biancheria o il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso.

In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel D’Alema in veste da lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri Ikarus, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

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Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S. Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.
Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste che riponevano in apposite cassettine, da cui poi nacque la celebre “testa in cassetta“. Alcuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re Luigi XVI. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“.

Ghigliottina

Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore”. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio.
Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti. Gli venne in mente perfino di cambiare l’Egitto. Fece una spedizione, ma poiché smontare la piramide di Cheope e rifarla quadrata (tanto per dare un segno tangibile di cambiamento) era impresa ardua, rinunciò all’impresa e si accontentò di portarsi dietro, come souvenir, la “Stele di Rosetta“.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente”, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi della potenza della vecchia Europa, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani”, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso”.
E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

indiani
Circa un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e sterminarono l’intera famiglia. A seguire cominciarono a sterminare aristocratici, nobili, ricchi borghesi, artigiani, commercianti, intellettuali e milioni di piccoli kulaki la cui unica colpa era quella di essere proprietari di piccoli appezzamenti di terra che coltivavano personalmente (i nostri “coltivatori diretti“) e a malapena campavano. Ma era una colpa gravissima, perché, come diceva Proudhon “La proprietà è un furto“. Quindi, dopo un primo repulisti dai nemici del popolo, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri
E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti, ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media. Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati; aggiudicato! In confronto, Hitler era un dilettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo”, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

NICOLA-ROMANOV

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori”, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiamenti” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, tutti con la stessa divisa, i cinesi sembravano uguali, ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, sono diventati una potenza economica mondiale (alcuni degli uomini più ricchi del mondo sono cinesi o russi), attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere. Cambia la definizione, ma la truffa ideologica e semantica è la stessa.

mao libretto rosso

 

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare e ricambiare il mondo, di rifarlo ex novo,  perché hanno uno strano concetto del mondo. Ma siccome non coincide con la realtà, invece che cambiare le idee sbagliate, vogliono cambiare il mondo per adattarlo allo loro ideologia balzana e tragica. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia, la Patagonia ed i pinguini dell’Antartide. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo”. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.
Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese”. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali, radicali e irreversibili?
Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno… Poi mi sveglio. E mi tengo il mondo così com’è!
Nota
Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso  capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. Più istruttivo di un corso di scienze politiche. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero ed ingenuo Gondrano, la sintesi di quel libro:

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”.

fattoria animali