Gravi lacune

Sono molte le cose che non ho mai capito. Non ho mai capito i balletti di Don Lurio; ma anche quelli delle gemelle Kessler, di Raffaella Carrà, Heather Parisi, Lorella Cuccarini. Non ho mai capito neppure i balletti di Gene Kelly, il Tip tap di Fred Astaire o la Street dance. Insomma, non ho mai capito i balletti; chiunque li faccia. Non ho mai capito chi porta gli occhiali neri a mezzanotte o li porta sulla testa come fermacapelli (anche quando i capelli non ci sono), o tiene le stanghette in bocca. Non ho mai capito i berrettini con la visiera rivolta all’indietro sulla nuca. Non ho mai capito gli strombazzamenti delle auto nei cortei nuziali, né gli applausi ai funerali.  Non ho mai capito l’utilità di attraversare l’oceano o il deserto in solitaria. Non ho mai capito la musica dodecafonica e nemmeno il rap. Non ho mai capito i tagli di Fontana o i sacchi di Burri. Non ho mai capito il minuto di silenzio: a cosa pensa la gente durante quel silenzio?

Non ho mai capito chi salta in alto, in lungo e in largo in uno stadio o lancia pesi, dischi e giavellotti (Mondiali di atletica: Bolt battuto da Gatlin). E soprattutto non ho mai capito l’utilità pratica di correre i 100 metri in meno di 10 secondi. Per fortuna sembra che questa carenza non sia preoccupante. Mi dicono che si può sopravvivere e condurre una vita normale anche con queste gravissime lacune. Anche perché nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere romanzi e poesie o fingersi artisti: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati” (Leo Longanesi). Si possono scalare montagne, attraversare deserti e pensare che correre e saltare sia una professione seria. Oppure si possono piantare ulivi o coltivare grano e patate. La differenza è che ulivi, grano e patate hanno una loro reale intrinseca utilità.

Oh, Valentino

Notiziona del giorno: “Valentino Rossi ha vinto il Gran premio di Assen.”.

L’ho appena riferito a zia Gavina, quasi centenaria. Le ho detto: “Zia Gavina, Valentino Rossi ha vinto il Gran premio di Assen”. Forse non ha capito bene perché sente poco, ma se l’udito è debole in compenso quasi non ci vede, e pure la memoria ormai è andata. “Chi ha vinto?”, mi risponde. Dico “Valentino Rossi”. Si illumina il volto, sorride e, forse facendo appello ai pochi ricordi d’infanzia, risponde: “Lo ricordo…Oh Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini…”. Stento un po’ a farle capire che non è quel Valentino di Giovanni Pascoli, ma un motociclista. Resta un po’ perplessa e, dopo una pausa, continua: “E cosa ha vinto?”. “Ha vinto il Gran premio”. Si vede che anche questo deve averle riportato alla mente qualche esperienza gastronomica perché mi risponde: “Si, lo so cos’è la gran premio;  è una bistecca di cavallo”.

Chissà dove l’avrà mangiata la “Gran premio” e quando. “Buona, buona, eh, quanto tempo non mangio una bistecca”, continua. Già, non solo perché con la vecchia dentiera che traballa, al massimo può masticare il semolino, ma soprattutto perché con la pensione minima di circa 500 euro anche il semolino è già un lusso. Riesco infine a farle capire chi sia questo Valentino Rossi, cosa faccia nella vita, cosa ha vinto e che per correre in moto guadagna milioni di euro all’anno. Lei, che ha passato la vita a lavorare in campagna, quando si campava con i prodotti della terra e i pochi soldi che ricavavano dalla vendita di quei prodotti li usavano con molta parsimonia, non capisce bene cosa siano i milioni di euro. Mi chiede se sono più della sua pensione. Le rispondo di sì, molti di più. Allora dice che, se Valentino ha vinto un premio ed un sacco di soldi, forse ne spettano un po’ anche a lei, o le aumentano la pensione e magari riesce a farsi una nuova dentiera.

Le rispondo di no e mi sembra molto rattristata. Forse credeva (come credono in molti) che queste vittorie, oltre a solleticare il facile campanilismo italico e procurare enormi guadagni agli sportivi ed a tutto il mondo che ruota intorno allo sport, portino anche benefici alla gente normale. No, zia Gavina, non risolvono nessun problema, non ti aiutano nemmeno a farti un semolino col brodo di pollo, né la dentiera nuova, non ti curano l’artrosi, né il diabete, non ti cambiano la vita di una virgola. Ma tutti fingono che queste vittorie sportive siano grandi risultati di interesse pubblico. Così esultiamo se la Juventus vince lo scudetto, se Rossi vince ad Assen, se gli azzurrini vincono contro la Germania, se vinciamo medaglie olimpiche. Fingiamo che siano vittorie di tutti. Fingiamo, come i poeti e gli artisti, che la realtà sia diversa da quella che è. “Il poeta è un fingitore, finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente.” (Fernando Pessoa).

Pazzie al volo e terra terra

Li chiamano sport estremi. Dall’inizio dell’anno sono già sette le vittime del base jumping, tre in pochi giorni.

Pazzi volanti

Armin Schmieder, 28 anni, di Merano, è precipitato durante un volo con la tuta alare nel Canton Berna.(Terzo italiano morto da metà agosto): “Lo sportivo si è lanciato con la tuta alare dalla vetta dell’ «Alpschelehubel», montagna sopra Kandersteg nel Cantone di Berna non distante da dove il 18 agosto è morto Uli Emanuele. Anche Schmieder, come Emanuele, stava girando un video. Il 22 agosto era stata la volta dell’italo-norvegese Alezander Polli, schiantatosi contro un albero a 1.500 metri di quota sopra Chamonix. Il 13 giugno, nella stessa zona, era morto il 33enne padovano Dario Zanon.”.

Secondo la Gazzetta dello sport, a partire dal 1981 fino al 2014, le vittime del base jumper sarebbero 229 (Sport estremi, è strage di base jumper): ma gli stessi praticanti della disciplina assicurano che sono molti di più. Temo che oggi abbiano già superato i 250.  Una strage, ma lo chiamano sport. Ma buttarsi giù da una montagna, vestiti solo con una tuta larga, così, per “vedere l’effetto che fa”, non è sport, è idiozia pura. Ormai la gente sta impazzendo e non sa più come rovinarsi la vita; grazie anche alla responsabilità dei media che danno grande spazio e visibilità a queste imprese, sfruttandole come richiamo per attirare l’attenzione del pubblico e facendole diventare gratificanti attività sportive da emulare. Questo è il terzo incidente mortale in pochi giorni e dall’inizio dell’anno ne sono morti già 7 con queste tute alari. E’ uno sport? No, è follia pura, sono attività al limite del tentato suicidio.

Ma oggi si giustifica tutto, qualunque pazzia messa in atto da individui squinternati che, per sentirsi vivi, hanno bisogno di emozioni forti, la ricerca del brivido, dell’avventura, del pericolo; dell’adrenalina. Ah, l’adrenalina, è l’ingrediente base della dieta giovanile: mangiano pane e adrenalina. E’ come la droga, se gli manca vanno in crisi di astinenza.  Così in pochi giorni Schmieder, Uli e Polli (che doveva sapere che i polli non volano), si sono schiantati al suolo: sì, sono morti,  però sai che scarica di adrenalina! Mi dispiace, ma in questi casi non provo nessuna pietà. Al massimo comprensione per il dolore dei familiari. Ma non chiamateli sport estremi; chiamatela idiozia volante.

Mamme e figli

C’è un’altra forma di pazzia ormai dilagante. Quella dei genitori che dimenticano i figli in auto, spesso sotto il sole e con esiti tragici. Succede con sempre maggiore frequenza, tanto da far pensare che si tratti di una vera e propria nuova patologia psichica.

Dimenticata per ore in auto; muore bimba di 18 mesi“. La mamma dice che era sicura di averla portata all’asilo. Vi sembra normale? No, non lo è; è un sintomo di grave disturbo psichico. Questa notizia è del 27 luglio. Passa meno di un mese ed ecco un’altra “dimenticanza“: “Genitori dimenticano figlia di 3 anni in autogrill“. I genitori con un gruppo di amici si erano fermati nell’area di sosta per bere qualcosa. E sono ripartiti dimenticando  la bambina che è stata trovata sola ed in lacrime da un automobilista che ha avvertito la polizia. Solo dopo diverse ore i genitori si sono accorti dell’assenza della bambina. Normale? Certo che no. Casi isolati? No, ecco l’ultimissima di due giorni fa: “Va a giocare alle slot e lascia i figli piccoli in auto“. Sono solo gli ultimi episodi che si aggiungono ai tanti avvenuti in precedenza nel mpondo. Quando questi casi si ripetono con frequenza, come nel caso del base jumper, non si può parlare di casi isolati: sta diventando una vera e propria nuova forma di patologia. Sono i sintomi di quel disagio sociale (lo chiamano così per far sembrare meno grave la follia) che sta diventando una piaga dei tempi moderni: un argomento di cui parlo spesso, anche di recente a proposito dei casi di violenza sulle donne (Donne da macello). Eppure stranamente nessuno sembra farci caso. Passano come semplici notizie di cronaca, presto dimenticate.

Padri e figli

Ma non vorrei che si pensi che sono solo le mamme ad essere distratte. I padri non sembrano essere molto più affidabili.

Il pianto lo disturba, uccide la figlia di 4 mesi“. Questo ragazzo americano di Minneapolis, Cory Morris di 21 anni, guardava la Tv, ma il pianto della bambina di 4 mesi lo disturbava. Così, invece di prenderla in braccio, calmarla o accertare la causa del pianto (come hanno fatto le mamme per secoli), ha pensato bene di risolvere il problema con una scarica violenta di pugni, procurando la morte della piccola, il cui unico torto era quello di essere nata nella casa di un pazzo. Anche questo è un caso isolato? No, perché tanti casi “isolati” fanno la norma.

Figli e figli

Se i genitori stanno impazzendo, almeno i figli si salveranno, si dirà. E’ quello che si spera, perché i figli sono il nostro futuro e, come tutti i bambini di questo mondo, sono sempre calmi, buoni, tranquilli ed innocenti. O no?

No, sembrerebbe proprio di no, vista quest’altra notizietta di 20 giorni fa: “Bambina di 10 anni impiccata dal fratellino di 11, in Messico“. Non si conoscono i dettagli e le motivazioni, ma nell’articolo si fa riferimento, a dimostrazione del fatto che non sono casi isolati, alla morte di un altro bambino, Christopher di 6 anni, sempre in Messico, avvenuto l’anno scorso: il bambino fu legato, lapidato e finito a coltellate da parte di un gruppo di altri bambini. Già, anche i bambini oggi non sono più quelle tenere e innocenti creature di una volta. Sembrano  adulti in miniatura che fanno le prove di quello che faranno da grandi e fin da piccoli mostrano tutti i segni di quello che saranno da adulti. La cattiveria è la stessa. Ci sono persone che questa cattiveria, la malvagità d’animo, l’istinto aggressivo, le turbe mentali, se le portano dentro fin dalla nascita.

Come si vede, non bisogna andare a recuperare queste notizie allarmanti negli archivi stampa del secolo scorso. Sono tutte notizie recentissime. Ma siccome presto vengono coperte da altre notizie più recenti, passano inosservate: abbiamo sempre il morto ammazzato fresco di giornata che ci fa dimenticare i morti di ieri. O meglio, passa inosservata la relazione tra i fatti tragici. Eppure la relazione c’è, evidentissima. E’ quello che ripeto da anni. C’è qualcosa nell’aria che ci sta mandando in pappa il cervello. Sarà l’inquinamento, saranno gli additivi tossici degli alimenti, saranno mutazioni genetiche, sarà lo stress generato dal ritmo insostenibile della vita moderna, sarà l’influsso negativo della violenza diffusa  in dosi industriali attraverso tutti i media: da cinema, televisione, stampa, internet e videogiochi. O saranno tutte queste concause insieme che stanno modificando la funzionalità mentale. Il fatto è che il mondo sta impazzendo. E la dimostrazione è proprio il fatto che non se ne rende conto (Vedi “Lo smog fa male al cervello“).

Vedi: “Cara sorellina ti ammazzo, per gioco” (2007) Chi continua a negare l’influenza negativa e la responsabilità dei media e dei videogiochi nell’accrescere aggressività e violenza è un idiota. E se non è un idiota, come dice Popper, è un imbroglione. Ma Popper è troppo buono: non sono imbroglioni, sono criminali.

Quiz olimpionico

“Non ho mai capito l’utilità pratica di correre i 100 metri in meno di 10 secondi“, scrivevo molti anni fa. Lo penso ancora perché nessuno me lo ha ancora spiegato. E’ una delle tante cose che non ho capito del mondo: gli occhiali scuri a mezzanotte, i berrettini con la visiera all’indietro sulla nuca, i balletti di Don Lurio, gli strombazzamenti delle auto nei cortei nuziali, i lunghi sciarponi annodati attorno al collo anche ad agosto, gli applausi ai funerali, perché dovrebbe crepare un lupo per portarmi fortuna, etc. L’elenco sarebbe lunghissimo e la conclusione potrebbe essere che in pratica, forse, non ho capito niente. il “forse” è optional.

Ma restiamo in tema sportivo. Ieri Usain Bolt ha vinto l’ennesima medaglia d’oro correndo 100 metri in 9 secondi e 81 centesimi. Il secondo arriva a pochi centesimi di secondo, ma non conta. Conta solo chi vince, come in tutte le gare e competizioni sportive. Il primo è un campione, il secondo è un coglione. In netto contrasto con il celebre motto del barone De Coubertin che, ingannandoci ed illudendoci,  ci inculcano fin da bambini: “L’importante non è vincere, ma partecipare“. Niente di più falso ed ipocrita in un mondo in cui vige la legge della giungla e dove ciò che conta non è partecipare, ma vincere ad ogni costo.  Anche perché non si vince solo per la gloria (vedi “Quanto vale una medaglia?”). Quest’uomo passa la vita a correre. Corre alle Olimpiadi, corre nei campionati di atletica, corre nei meeting sportivi, corre dappertutto, corre in casa e fuori casa, corre sui prati, corre la cavallina, corre il rischio di stancarsi e corre voce che… Basta che abbia davanti una pista, un marciapiede, una corsia libera, anche se riservata ai bus, un viottolo di campagna o un’autostrada, e lui scappa, vola, corre, è più forte di lui. Un uomo nato per correre; come gazzelle, leoni,  ghepardi e purosangue anglo-arabo-sardi. Ma Bolt non corre nella savana, corre in pista. E lo pagano per correre. Gli animali invece corrono gratis. il che depone a favore degli animali.

Piccola curiosità scientifica. Se si facessero le Olimpiadi di corsa fra animali, chi vincerebbe? Lo sanno tutti, vincerebbe il ghepardo che può raggiungere, anche se per brevi tratti, anche i 120 Km. all’ora. Questo ci hanno sempre insegnato; professori, esperti, studiosi, documentari sulla natura selvaggia, divulgatori scientifici, e Piero Angela. Allora è sicuro? No,  sbagliato. Ultimamente stanno cancellando tutte le nostre certezze acquisite in anni di studio e letture. Se per velocità intendiamo il numero delle volte che si riesce a percorrere in un secondo un tratto pari alla lunghezza del proprio corpo, abbiamo delle sorprese.  Uno studio di pochi anni fa dei soliti ricercatori americani, del “Pomona College di Claremont” in California, dopo anni ed anni di ricerche, studio, osservazioni, misurazioni accuratissime, prove e controprove, ed aver speso ingenti fondi pubblici, hanno scoperto che l’animale più veloce (in relazione alle proprie dimensioni) non è il ghepardo, ma, udite udite, è...l’acaro Paratarsotomus Macropalpis che  è 20 volte più veloce del ghepardo. Giusto per fare un paragone con i nostri super atleti, per competere con il nostro acaro i velocisti dovrebbero correre a 2.000 Km. all’ora. Bolt gli fa un baffo.

Non ho ancora  capito l’utilità della corsa, e di altre specialità sportive, ma ho capito finalmente “perché” Bolt corre.  Lo ha rivelato un servizio in TV proprio avantieri (ma lo si sapeva già), confermando che il nostro ghepardo umano è l’atleta più pagato e guadagna quasi 60 milioni di dollari all’anno.  Incredibile, oggi pagano qualcuno per correre. Ci ricordano tutti i santi giorni che gran parte dell’umanità soffre ancora per il drammatico problema della fame, che intere popolazioni non hanno cibo ed acqua, né il minimo indispensabile per sopravvivere, in TV passano ogni giorno appelli di associazioni che chiedono donazioni  per scopi umanitari, ma si spendono milioni di dollari per organizzare manifestazioni in cui c’è gente che paga per vedere gente che corre (ed è pagata per farlo), che  salta in alto, salta in lungo e pure in largo o pratica altre attività di nessuna utilità pratica. Organizzano Telethon, spettacoli e serate di beneficienza, Pavarotti and friends, campagne USA For Africa, raccolte fondi, si creano gruppi musicali ad hoc come Band Aid, nascono associazioni umanitarie come funghi, si chiedono pochi euro ai donatori volontari, tutto per finanziare la ricerca scientifica o combattere la fame nel mondo, aiutare i bambini africani, costruire scuole, ospedali ed assicurare almeno l’indispensabile per sopravvivere e poi…pagano un tale 60 milioni di dollari all’anno per vederlo correre. E non è nemmeno l’unico caso; anzi, nel mondo dello sport sembra diventato normale spendere cifre astronomiche. Proprio di recente si è concluso il passaggio del calciatore Pogba dalla Juventus ad una squadra inglese per la modica cifra di 100 milioni di euro. Alla faccia dei bambini africani denutriti. Viene in mente la celebre battuta di Einstein: “Due sono le cose infinite: l’universo e la stupidità umana. Ma riguardo alla prima ho ancora dei dubbi.”.

Già, l’umanità è stupida, ma non si può dire. Oggi siamo tutti fratelli, buoni e cattivi (lo dice il Papa) e non si deve discriminare, tutti gli uomini sono uguali. L’uguaglianza (che in natura non esiste) è il principio fondante della società umana e la colonna del pensiero unico politicamente corretto. E se lo mettete in dubbio siete razzisti. Quindi gli stupidi esistono, ma non bisogna dirlo perché, visto che tutti gli uomini sono uguali, sarebbe come dire che tutti gli uomini sono stupidi. Ma sarebbe un errore. Già nel 550 A.C. Biante da Priene, uno dei sette savi dell’antichità, diceva che “La maggioranza degli uomini è cattiva“. Non tutti, ma “i più”, la maggioranza. Così si potrebbe dire che non tutti gli uomini sono stupidi, ma lo è la maggioranza.  Gli sportivi poi sono una categoria a parte, osannati e strapagati, come divinità in terra. Così oggi l’ANSA definisce Bolt: “Una divinità scesa dall’Olimpo…immortale dello sport“. E così descrive la reazione del pubblico: “Così la folla dell’Engenhao per una volta pieno impazzisce e grida a pieni polmoni il nome del suo campione: “Bolt! Bolt! Bolt!“. Folla in delirio che “impazzisce” per uno che corre. Se questa non è stupidità pura, ditemi voi cos’è.

Sapete quanto ha incassato fino ad oggi la celebre canzone “We are the world“, scritta nel 1985 per raccogliere fondi a favore dell’Etiopia? Ha raccolto 60 milioni di dollari in 30 anni, donati all’Etiopia: esattamente quello che incassa Bolt in un anno (per correre, come i ghepardi della savana). Dopo 30 anni da quella iniziativa, e da tante altre simili tutte a sfondo umanitario, Bolt corre e vince medaglie d’oro in Brasile (nazione per la quale ancora si organizzano  raccolte fondi per i poveri delle favelas ed i “meninos de rua“) in una Olimpiade che ad una nazione sempre a rischio fallimento costa una decina di miliardi di dollari, ed ha provocato enormi danni ambientali e sociali, arrivando quasi alla pulizia etnica, pur di allestire scenari adatti allo svolgimento dei giochi (vedi “Il costo reale delle Olimpiadi di Rio“).  E l’Etiopia? L’Etiopia è sempre più povera, tanto che la gente scappa, attraversa deserti e mari a rischio della vita, pur di lasciare l’Africa ed  arrivare in Europa. E questi continuano a cantare, a correre, a pregare, fare piccole o grandi  donazioni ed a creare associazioni umanitarie che raccolgono soldi pubblici e privati più per sostenere se stessi e gli apparati umanitari che per aiutare i poveri. Facili moralismi a parte, non vi pare che ci sia qualcosa che non quadra?

Proprio qualche giorno fa, commentando un articolo sulla gara di Beach volley, che titolava “Carambula: re di Copacabana” (sullo stile di Bolt “divinità dell’Olimpo“), commentavo: “Se un gioco da spiaggia diventa specialità olimpica vuol dire che qualcuno è fuori di testa. Come mai non c’è la specialità “Birilli” o cruciverba sotto l’ombrellone? E i castelli di sabbia sono sport o arte? I secchielli e le palette devono essere omologati? Quando si perde il senso della realtà, tutto può succedere.”.  Mi ha risposto un lettore indignato, Cogito (è il nick, non è detto che significhi che pensa) che dice di praticare quello sport: “Provate a fare una corsa di 100 metri, con un salto di slancio ogni 5, su una spiaggia sabbiosa, poi, dopo che sarete “scoppiati” (quasi come quando avete fatto un castello per i nipoti?), mi direte se il beach volley, con la preparazione e l’allenamento necessari per praticarlo, sia uno sport o meno.”. Interessante considerazione, vero? Significa, se esiste ancora la logica, che tutto ciò che costa fatica e sudore sia da considerarsi sport e possa diventare disciplina olimpionica.

Anche zappare la terra dalla mattina alla sera, come facevano i nostri nonni, costava fatica e sudore. Non per questo partecipavano alle Olimpiadi nella specialità “zappatura“. Al massimo Mario Merola gli dedicava una canzone “O zappatore“. E non mi risulta che gli anziani contadini andassero a zappare per fare sport. E c’è anche un’altra piccola differenza. Lavorare la terra, storicamente da che mondo è mondo,  ha una sua utilità pratica per sé e per gli altri, perché produce gli alimenti indispensabili per la sopravvivenza. E così tantissime altre attività umane che costano lavoro, fatica e sudore, senza diventare mai sport, ma che sono fondamentali per la crescita, lo sviluppo economico, il progresso e la vita stessa.  Correre sulla sabbia per sport, senza una ragione precisa (a meno che non si sia rincorsi da un dobermann inferocito) è attività del tutto inutile per sé e per gli altri: come tuffarsi da un trampolino o correre i 100 metri in meno di 10 secondi.

 Credo che la differenza sia chiara. E se non fosse chiara sarebbe la dimostrazione che, come dicevo in quel commento, il mondo ha perso il senso della realtà e, per ritrovarlo, bisognerebbe smettere di correre o giocare sulla sabbia come bambini spensierati che si divertono e tornare a zappare la terra come persone serie; almeno farebbero qualcosa di utile nella vita.  Oggi il mondo è frastornato e confuso da falsi profeti e da assillanti campagne mediatiche al servizio del consumismo più sfrenato e compulsivo, e del potere politico ed economico che, per mantenersi in vita,  ogni giorno deve offrire al popolo “panem et circenses“. E lo fa senza interruzioni. Fateci caso. Da settembre a giugno vi tengono occupati con il campionato di calcio. Subito dopo comincia il Giro d’Italia, a seguire gli europei di calcio.  Non era ancora finito che è cominciato il Tour de France e nel frattempo ancora europei di atletica e nuoto. E subito dopo ecco l’Olimpiade. Finito? No, c’è ancora, proprio ad agosto, la Vuelta di Spagna e, naturalmente, durante tutto l’anno  c’è sempre una gara di moto o di Formula1, con l’eterno dubbio sulla pole position e sulle gomme da asciutto o da pioggia. Avete giusto il tempo di andare in bagno, ed ecco che ad agosto riparte il campionato di calcio; e ricomincia il giro.

Aggiungete Sanremo, giochi e giochini scemi in TV, fiction, reality, talk show e interminabili serie televisive, e così vi fregano. Non avete un minuto di tempo libero per pensare. Esattamente quello che si vuole ottenere. Così la gente si distrae, perde i riferimenti, i valori, e non riesce più a distinguere ciò che è utile da ciò che non lo è, ciò che gli serve davvero da ciò che è superfluo, ciò che è importante da ciò che non ha valore. Anzi, disdegna le qualità morali, l’onestà, la serietà, le doti intellettuali e le capacità professionali, e riserva attenzioni,  onori, fama e ricchezza proprio a chi pratica attività frivole, a gente dello sport o dello spettacolo, a giullari e saltimbanchi, a chi riesce a far passare come lavoro (e farsi pagare) ciò che dovrebbe essere solo un hobby, un passatempo, ai venditori di fumo, i novelli dottor Dulcamara che vi convincono ad acquistare i loro miracolosi intrugli come rimedi universali, a chi vi convince che non potete fare a meno di riempirvi la casa di oggetti e prodotti inutili, costosi e spesso dannosi, di cui non avete nessun bisogno. La gente ha perso il senso della misura, del limite, del valore delle cose.  O, come dico spesso, il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Lo sport sarà anche un bel passatempo, ma quando diventa un business e si dà più valore ai muscoli che al cervello, è più facile fare a pugni che ragionare. E quando si smette di ragionare, bisogna concludere con Goya che “Il sonno della ragione genera mostri“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

P.S.

A conferma delle mie riserve sullo sport e le Olimpiadi, ecco una notizietta fresca fresca di giornata (17 agosto), “Frode sui biglietti per l’Olimpiade“: ” Patrick Hickey, presidente del comitato irlandese e dei comitati olimpici europei, è stato arrestato con l’accusa di traffico illecito di biglietti per le Olimpiadi.”. Chiaro? Alla faccia di De Coubertin. “Ma mi faccia il piacere“, direbbe Totò.

Vedi

Oddio, mi si è aperta l’Olimpiade. E adesso come faccio a chiuderla? 2004

Deframmentazione cerebrale (come tenere in ordine il cervello) 2004

Dispensatoi (come i media ci dispensano dal pensare)2015

 

Europei di calcio multietnico

Non dovevano essere “Europei di calcio“? Ma allora perché ieri abbiamo visto l’Islanda giocare con una squadra africana (7 su 11 erano neri)  che si spacciava per essere la nazionale della Francia?  Ecco la formazione schierata per la foto di rito, prima dell’avvio della gara.

Ma la domanda è questa: cosa ci fanno quattro calciatori bianchi in una squadra di neri? Mah, forse per evitare discriminazioni razziali. Così, in una squadra africana si inseriscono anche dei calciatori bianchi. E’ il nuovo calcio “multietnico“.

Vedi: Calcio multietnico

 

Calcio multietnico

Non siamo ancora una vera società multietnica, ma ci stiamo avviando molto velocemente a diventarlo; per la gioia degli amanti del meticciato, delle contaminazioni culturali, del sushi e del kebab. Poi, quando saranno scomparse le tracce dell’identità dei popoli, si apriranno musei per riscoprire le antiche tradizioni, usi e costumi.  Allo stesso modo, dopo decenni di innovazioni e distruzione del patrimonio culturale in nome del modernismo, e dopo aver abbandonato l’antica arte culinaria a favore di fast food, paninoteche  e prodotti industriali prelavorati, precotti, preadulterati e predigeriti, ora si va alla ricerca delle antiche ricette e dei rimedi naturali della nonna (oggi che ormai sono scomparse).   Così, in questo clima di tripudio multiculturale e multietnico, anche lo sport si adegua. Una volta dai tratti somatici degli atleti si poteva capire, per grandi linee, la loro provenienza e si distingueva chiaramente un europeo da un africano o un asiatico. Oggi non più. O meglio, le caratteristiche etniche sono chiare, ma non necessariamente corrispondono alla loro nazionalità. Così succede che se vedi un nero pensi che sia africano, ma invece scopri che è di nazionalità svedese.

Guardando questa foto, a prima vista, tutti scommetterebbero che si tratti di un gruppo di calciatori africani che esultano durante una partita; magari la Coppa d’Africa. Invece no, non possiamo dirlo con certezza. A meno che non siate dei veri appassionati e tifosi di calcio e conosciate benissimo questi calciatori, uno per uno. Altrimenti si può sbagliare facilmente. Questi a lato, per esempio, se non sbaglio, sono calciatori della nazionale francese. Oggi i calciatori neri sono presenti in tutte le squadre di calcio. Anzi, sembra che siano molto ricercati; più ne hai in squadra meglio è. Tanto che l’essere neri sembrerebbe una garanzia di classe e bravura; anche se in certi casi l’essere nero non basta (vedi Balotelli).

Finché queste presenze di stranieri sono nelle squadre di club, ormai diventate delle multinazionali del calcio (cedi l’Inter cinese o il Real Madrid degli arabi) poco male. Il guaio, però, è che la presenza di calciatori di origine africana la si vede anche nelle  rappresentative nazionali che dovrebbero essere l’espressione dell’identità di un popolo e di una nazione. Ed allora si pone un problema di rappresentanza dell’identità nazionale. Ora, per esempio, è in corso di svolgimento in Francia il Campionato europeo di calcio ed anche se non si è tifosi di calcio, volenti o nolenti, qualcosa la si  vede per forza. Ieri giocava la Francia con l’Albania. E questa a lato è la squadra della selezione francese nella quale, su 11 calciatori, sono presenti ben 6 giocatori di colore (di origine o provenienza africana o dalle ex colonie francesi d’oltre oceano). Da molto tempo la nazionale francese schiera numerosi giocatori di colore, scatenando le ire dei nazionalisti e le polemiche degli stessi tifosi francesi. Alcuni sono stati anche determinanti per i successi dei francesi; uno per tutti, Zidane, di origine algerine. Ma quando metà squadra è costituita da giocatori di colore, l’identità nazionale ne risulta fortemente sminuita. Avranno certo tutti i diritti di giocare nella nazionale perché in possesso della nazionalità francese, che si può acquisire in diversi modi, ma non si può affermare che rappresentino l’etnia, la storia, la cultura, lo spirito francese. Ed infine, forse, è anche una questione di misura; uno o due calciatori di colore passino, anche altre nazionali hanno in squadra giocatori di colore o di diversa etnia. Ma non si può avere mezza squadra fatta da neri e farla passare come nazionale francese. Sarà anche legale, ma culturalmente rasenta la truffa.

Pensate che si tratti di una coincidenza momentanea e che in futuro la nazionale francese potrebbe essere più “bianca”?  Allora guardate questa foto sotto dalla quale si evince che il futuro sarà ancora più nero; è la Nazionale francese Under 19 del 2012 con ben 8 giocatori di colore. La prima impressione è che si tratti di una squadra africana. Non vi sembra che i “galletti” stiano esagerando?  E non c’entra niente la società multietnica o il razzismo. Se questo è il futuro dello sport e le differenze etniche non hanno più alcun valore, allora tanto vale eliminare tutti i riferimenti nazionali, i tornei e campionati europei o mondiali, le Olimpiadi, le bandiere e gli inni nazionali. Altrimenti è solo  ipocrisia; e vedere  8 calciatori neri, su 11, cantare la Marsigliese, forse è in linea con le prospettive della società multietnica, ma sinceramente rasenta il  ridicolo.

 

Balotelli spara ai tifosi

Balotelli ne ha fatta un’altra delle sue. Ieri ha pubblicato su Twitter una foto col fucile puntato verso l’obiettivo (e verso chi guarda) con il messaggio “Un bacio a chi mi odia“. Poi, a seguito delle proteste e degli insulti, l’ha eliminata.

Questo ragazzo ha dei seri problemi; dovrebbe farsi vedere da uno psicologo, ma che sia uno bravo. E’ convinto che gli italiani lo odino perché è nero. Sbaglia, ovviamente. Il suo non è un problema di colore della pelle, è un problema di testa. Non è antipatico perché è nero, ma perché è bizzoso, presuntuoso, infantile, immaturo, capriccioso e insopportabile come un bambino viziato che fa i dispetti per attirare l’attenzione. Grazie all’inconsistenza in campo, è stato in gran parte responsabile (insieme a Prandelli)dell’eliminazione della nazionale dai mondiali in Brasile. Se avesse un minimo di buon senso, se ne starebbe buono e tranquillo e aspetterebbe che passi la bufera e che la gente dimentichi la sua inqualificabile prestazione mondiale. Invece, che fa? Il giorno stesso dell’eliminazione, mentre i compagni restano nello spogliatoio a discutere sul disastro, lui, con le immancabili cuffie in testa che lo isolano dalla squadra e dal mondo, dopo 5 minuti dalla fine della partita lascia i compagni, se ne va solo soletto sul pullman e resta lì per due ore, finché non vanno a chiamarlo e lo costringono a tornare negli spogliatoi. Questo la dice lunga sul feeling fra il nostro “campione” ed i compagni di squadra.

Il giorno dopo, tanto per passare inosservato e fare la persona seria,  si tinge la cresta e la fa bionda. Poi si tinge di biondo anche le sopracciglia. E per rispondere a chi lo criticava posta un messaggio su Twitter dicendo che i negri non l’avrebbero mai scaricato, come hanno fatto gli italiani. E per chiudere in bellezza, offende il Paese che lo ha accolto e adottato, aggiungendo che “Meglio negri che italiani“. Provate voi a dire che “Meglio italiani che negri” e poi vediamo che succede. Dieci procure aprirebbero immediatamente un’inchiesta per gravissime offese razziste. Ma se Super Mario offende l’Italia e gli italiani non succede niente. E’ l’effetto del razzismo al rovescio che ormai domina la nostra cultura. Dopo due giorni, alla faccia degli sportivi italiani, come se niente fosse successo,  è già in vacanza al mare, a Miami in Florida (mica al lido di Ostia), e si mostra ai fotografi mentre fuma, felice e  sorridente  in compagnia della fidanzata Fanny. E ieri, per ingraziarsi la simpatia dei tifosi, fa finta di sparare a chi lo odia. Ma anche in questo caso non succede niente. Se qualcuno postasse una foto col fucile puntato e dedicasse foto e messaggio a Balotelli, finirebbe inquisito per razzismo, minacce ed incitamento alla violenza.  Se lo fa Super Mario non succede niente. Qualunque stupidaggine faccia finisce immancabilmente sempre in prima pagina, perché fa notizia, ma  tutto gli viene perdonato. Chiedetevi il perché. Vi sembra normale?

Tempo fa, in uno dei tanti post in cui parlo di questo “campione“, dissi che, secondo me, non solo non era quel gran campione che i media vogliono farci credere, ma che addirittura, a causa delle sue turbe caratteriali, poteva essere  un elemento di disturbo all’interno dello spogliatoio e creare attriti e tensioni fra i compagni, a scapito del rendimento generale. Visto come è finita in Brasile, direi che forse non mi sono sbagliato di molto; anche se nessuno ha dato importanza a questo fatto che può sembrare ininfluente, ma può risultare, invece, determinante sul rendimento della squadra e, quindi, del risultato finale.

Del resto lui vive in un mondo tutto suo. Lo abbiamo visto anche nelle riprese fatte sul campo prima delle partite. Mentre i compagni facevano gruppo e, tutti in cerchio, parlavano e mettevano a punto gli ultimi dettagli su tattica e schemi di gioco, lui, a debita distanza dal gruppo, sempre con le cuffie alle orecchie, vagava sull’erba pensando ai fatti suoi.  Comportamento inusuale, scorretto e irrispettoso nei confronti dei compagni. Ma nessuno degli “esperti” e commentatori televisivi, sia a Roma che in Brasile, che vedevano in diretta ciò che hanno visto tutti,  lo ha notato e si è chiesto il perché di quell’atteggiamento. Eppure sarebbe stata la domanda più logica e spontanea: “Perché, mentre tutti i compagni fanno cerchio e parlano fra loro, Balotelli con le cuffie alle orecchie resta da solo a 7 o 8 metri di distanza?“.

Stranamente nessuno lo ha notato. O forse hanno fatto finta di non notarlo per evitare di dover dare spiegazioni imbarazzanti e non in linea con l’idea del “campione” e fenomeno del calcio. Mentre altri allenatori e calciatori, vista la posta in gioco, passavano ore a visionare le cassette con le partite delle squadre avversarie (lo hanno riferito i corrispondenti in TV), per capire i moduli di gioco e studiare le contromosse, lui, ad un giornalista che gli chiedeva come intendesse affrontare la forte difesa della Costa Rica (quella che poi ci ha mandato a casa), tomo tomo e cacchio cacchio, risponde che “Non conosco la difesa della Costa Rica“. Vi sembra serio?

Gli altri passano ore a studiare le squadre avversarie, ma lui, cuffie alle orecchie, non se ne preoccupa, ascolta musica e non conosce la squadra che sta per affrontare. Questo è quello che i media fanno passare per campione, per fuoriclasse, per “fenomeno“, come lo definiva prima della disfatta il Corriere, affiancandolo a Messi e Neymar. Quello che è pagato a peso d’oro, guadagna miliardi e va agli allenamenti in Ferrari. Poi va  ai mondiali e non si prende nemmeno la briga di sapere contro chi deve giocare e quali sono le caratteristiche degli avversari. Sembra che sia andato in Brasile per farsi una vacanza. Il fatto che giocasse un campionato del mondo di calcio è  del tutto secondario. Questo è un campione? E’ un atteggiamento serio da parte di un professionista superpagato? E poi si meraviglia che sia antipatico?

No, caro ragazzo, non stai sulle palle, anzi sui palloni, perché hai la pelle nera, ma perché non ci sei con la testa. Ecco il tuo problema, le testa. A forza di sentirsi esaltato e glorificato come supercampione ed essere ogni giorno in prima pagina per le sue imprese quotidiane, si è montato la testa,  anche grazie, o soprattutto,  ai media che lo hanno pompato e ne hanno fatto un personaggio da copertina, non per i suoi particolari meriti sportivi (che non ha), ma perché è il testimonial ideale per la campagna terzsomondista, accoglientista, multietnica e multiculturale dei buonisti di casa nostra. E’ quello che continuo a ripetere da tempo.

 A quanto pare, visti anche i risultati della trasferta brasiliana, non avevo torto. Ora, pare che lo abbia capito anche Prandelli (Balotelli non è un campione). Un po’ tardi, ma anche il nostro  CT è arrivato a capire quello che avevano già capito milioni di italiani. Certo, sarebbe stato meglio se lo avesse capito un po’ prima. Invece, per sua stessa ammissione, per anni ha costruito una squadra e gli schemi di gioco, in funzione del “campione” Balotelli. Solo una questione tecnica, di capacità individuali dei calciatori o di moduli di gioco? Sicuri che fra i motivi che determinano la convocazione dei calciatori non ci siano anche, non dico pressioni, ma almeno amichevoli “suggerimenti” da parte delle squadre di appartenenza, della Federazione, degli sponsor e di chi sa quali altri interessi?

Qualcuno ricorda, giusto per fare un esempio del passato, i mondiali del Messico ’70 (quelli dell’indimenticabile Italia, Germania 4 a 3) e la famosa “staffetta” fra Mazzola e Rivera, che giocavano un tempo per uno? Siamo sicuri che fosse per motivi tecnici e tattici e non perché (come pensai allora e ne sono ancora convinto) dovevano giocare entrambi, perché uno dell’Inter e l’altro del Milan? Siamo sicuri che Prandelli abbia puntato su Balotelli come punta fissa e gli abbia costruito la squadra intorno, nonostante non fosse al massimo della forma e non  avesse mostrato un rendimento soddisfacente nelle partite di qualificazione ai mondiali,  perché è il più bravo fra gli attaccanti italiani e non per qualche altro strano e misterioso motivo? Sicuri, sicuri? Visti gli enormi interessi economici che ruotano intorno al mondo del calcio, io qualche dubbio ce l’ho; e me lo tengo.

Poi, fatto il patatrac, e riconosciuto che il suo “progetto tecnico” è miseramente fallito, anche lui se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a dire che “Balotelli non è un campione“. Tipica conclusione all’italiana; tutti sono pronti ad assumere incarichi, specie se ben retribuiti, anche senza avere particolari titoli, capacità e meriti, combinano guai e disastri (tanto paga Pantalone) ed al momento della resa dei conti e dell’assunzione delle responsabilità “Io non c’ero e se c’ero dormivo…”. L’Italia è il Bel Paese in cui, contrariamente a quanto recita il famoso detto popolare,  tutti rompono, ma nessuno paga.

Eppure, ad essere sinceri, anche altri osservatori avevano notato come questo presunto campione in realtà fosse un bluff. Del resto per capire se un calciatore è bravo o è un brocco, non c’è bisogno di essere grandi esperti, giornalisti di grido o aver soggiornato a  Coverciano. Basta un minimo di attenzione e guardare quello che succede in campo. Anche un bambino capisce che fra un Robben che macina chilometri, senza fermarsi un attimo, ed un Balotelli che sembra uno spaventapasseri (che, però, non spaventa nessuno), fermo, isolato, lento nei movimenti, che appena riceve la palla, invece che giocarla come un normalissimo attaccante fa e deve fare,  non vede l’ora di liberarsene, sbaglia anche i passaggi più elementari e che basta sfiorarlo o soffiargli addosso per farlo cadere, c’è una bella differenza. La differenza che passa fra un campione ed un bidone.

Esperti e pronostici.

In quanto agli “esperti“, quelli che vediamo pontificare in TV, dagli studi di Roma o di Rio de Janeiro, ve li raccomando. Hanno l’aria e la supponenza di chi ha la verità in tasca e sa tutto, ma proprio tutto del calcio. I loro giudizi sono incontestabili. Sono gli stessi che, prima dell’inizio del mondiale ogni giorno cantavano odi di gloria al Supercampione Balotelli, quello che  sarebbe “esploso” (così dicevano) con tutte le sue potenzialità e ci avrebbe regalato grandi soddisfazioni, gol a grappoli, vittorie e, forse, anche la coppa. Ecco, quelli, gli esperti.

Quelli che, prima della partita fra Spagna e Olanda esprimevano giudizi altamente positivi sui campioni del mondo in carica, sulle grandi doti individuali dei fuoriclasse spagnoli e sul fatto che avrebbero vinto facilmente la sfida con gli olandesi. Prima dell’inizio della partita, uno degli “esperti illuminati“, su richiesta del conduttore, fece il suo pronostico: Spagna-Olanda: 2 a 1.  Infatti, alla faccia degli esperti, l’Olanda strapazza la Spagna per 5 a 1! Altra previsione prima della partita fra Brasile e Germania. Grandi lodi ai supercampioni della “Selecao” (invece che dire semplicemente “Brasile“, esperti in studio e cronisti la chiamano così, “Selecao“, è più chic e fa tanto “esperto” e poliglotta). E infatti, alla faccia degli esperti e dei loro pronostici, succede quello che nessuno avrebbe mai immaginato: la Germania umilia il Brasile con un 7 a 1 che resterà nella storia del calcio brasiliano come un’onta, una tragedia nazionale.

Per tornare al nostro supercampione nazionale, per avere il sospetto che Super Mario non fosse proprio quel fenomeno che i media esaltano,  bastava leggere questo pezzo, uno dei tanti, apparso a marzo scorso, quando ancora si era in tempo per decidere sulle convocazioni per il mondiale: “Balotelli, il grande bluff; non è da mondiale“. Lo avevano capito in molti, ma pochi avevano il coraggio di dirlo.  I più facevano come le tre scimmiette. Che abbiano qualche interesse particolare a creare miti e campioni o distruggerli, o spingere e proporre alcuni calciatori invece che altri? Certe volte si resta allibiti davanti alla faziosità e partigianeria della stampa; e non solo di quella sportiva. Ma, come il cuore, anche la stampa ha delle ragioni che la ragione non comprende. Magari la “ragione” è solo quella di assecondare l’editore o di far cosa gradita ai grandi club (in qualche modo, prima o poi se ne ha un ritorno). Insomma, l’importante è portare a casa la pagnotta perché “tengo famiglia“. Non servono tante ragioni, questa basta e avanza.

Ora, però, dopo la figuraccia rimediata dalla nostra nazionale, costruita su Balotelli, molti hanno cambiato di colpo giudizi e atteggiamento, secondo il più classico voltagabbana italico. Ora Balotelli non è più quel grande campione, in realtà è bravo, ma non troppo, ha delle potenzialità, ma deve maturare,  forse è stato sopravvalutato, forse non è un fenomeno da paragonare a Pelé o Maradona. Insomma, poco ci manca che gli stessi commentatori che fino ad una settimana fa lo esaltavano, dicano chiaro e tondo che Balotelli è un bidone. Lo ha capito anche Berlusconi il quale ha dichiarato che il Mondiale lo ha perso lui, perché doveva vendere Balotelli per 35 milioni, ma dopo la sua disastrosa prova brasiliana, ne vale la metà (e a quanto pare nessuno lo vuole più). E bravo Berlusconi, un altro che lo ha capito troppo tardi, forse a causa dei primi sintomi di senescenza. Ma, come ha dichiarato Apicella due giorni fa, “Ormai Silvio non è più quello di una volta“. Appunto.

Eppure anch’io, che non sono esperto di calcio, non vado allo stadio, non sono nemmeno tifoso secondo l’accezione comune, non sono un assiduo frequentatore del  bar dello sport e non passo ore a discutere di schemi, moduli e tattiche (al massimo, per quel pizzico di campanilismo che abbiamo in dotazione, se vince la squadra della mia città mi fa piacere, se perde pazienza), qualche sospetto sul valore di questo ipotetico fuoriclasse lo avevo e lo scrissi il 31 gennaio 2013 in questo post “Razzismo e danza della pioggia“.

Prendevo spunto da un articolo comparso su Repubblica, in cui, come si fa da anni,  si esaltava il valore di Super Mario ed il suo ritorno in Italia. Un grande colpo di mercato, secondo Repubblica che titolava: “Balotelli al Milan; che colpo!”. Per la cronaca, venne acquistato per 20 milioni di euro, più 3 di bonus con un contratto che garantiva al nostro “campione” un quadriennale da 4 milioni all’anno. Capito, cari italiani pensionati, precari, disoccupati, cassintegrati, che fate fatica a abarcare il lunario? Ecco perché poi questi pallonari si montano la testa e viaggiano in Ferrari; li pagano con 4 milioni all’anno, 8 miliardi delle vecchie care lirette. Alla faccia dei tifosi che si identificano in questi idoli fasulli e per difendere squadra, maglie, colori sociali e calciatori, si scannano fra ultras delle curve (e qualche volta ci scappa il morto) e rinunciano ad altre cose più importanti per pagarsi l’abbonamento allo stadio o per seguire le loro imprese pedestri su canali TV a pagamento.

Ecco cosa scrivevo in quel post: “Super Mario (così lo chiamano) è stato acquistato dal Milan. Così il calciatore che una ne fa e cento ne pensa (ma nessuna decente), torna in Italia. Insomma, esportiamo cervelli ed importiamo… pallonari. Sfido io che, come le palle, anche l’Italia vada a rotoli! Sempre in prima pagina per le sue trovate e intemperanze giovanili che destano scalpore, nonché critiche anche dure, dopo le avventure inglesi, ora verrà ad inventarsene di nuove direttamente in patria. I tifosi milanisti esultano. Io non sarei così entusiasta. Aspettate e vedrete. Non vorrei che qualcuno  (uno a caso, Berlusconi) debba presto pentirsi amaramente del nuovo acquisto. Ma tutti i quotidiani titolano “Colpo del Milan“. Sì, colpo di sole. Ancora più grave perché preso in pieno inverno.”.

Appunto. Ora siamo giunti alla resa dei conti. Prandelli riconosce che Balotelli non è un campione, ma ormai il disastro è fatto. Ed anche Berlusconi si è pentito di non averlo venduto prima e, quasi certamente, si era già pentito di averlo acquistato; troppo tardi. Questo è un altro vizietto che purtroppo ci costa molto caro: commettere gravissimi errori e dover aspettare anni prima di capire e riconoscere di aver sbagliato. Quando lo si capisce, purtroppo, è ormai tardi per riparare. Lo stesso errore che stiamo commettendo in politica, dando credito a ciarlatani e sbruffoni, a ruffiani, portaborse, mezze calzette, corrotti e corruttori, venditori di fumo, piazzisti e pifferai magici. Lo stesso tragico errore che stiamo commettendo, incuranti delle conseguenze devastanti per l’intera società, con una scellerata campagna buonista che ogni giorno esalta le delizie dell’immigrazione indiscriminata (sono “preziose risorse” dicono Kyenge e Boldrini, mentre tutti i buonisti fanno eco in coro), dell’accoglienza, della tolleranza, dell’integrazione e di una società multietnica e multiculturale che segnerà la fine della civiltà occidentale.

Diamo tempo al tempo. Così come per i “campioni bluff“, arriverà il giorno in cui qualcuno si renderà conto del gravissimo errore, dei danni prodotti da questa ideologia sciagurata, magari riconoscerà le proprie responsabilità (ma non è detto) e forse emigrerà in Turchia. E gli italiani? Beh, agli italiani non resterà che rimuovere le macerie, pagare i danni e ricominciare da capo. E siccome non è scontato e non è sempre vero che dagli errori si impara, cominceranno a seguire i nuovi pifferai che nel frattempo hanno preso il posto di quelli vecchi e ci porteranno alla prossima tragedia. Ammesso che ci siano sopravvissuti.

Qui alcuni post su Balotelli: “Balotelli News“.