Papaveri e papere

A Sanremo ha vinto un tale perché si chiama Mahmood (Maometto), perché il padre è un immigrato egiziano, perché nel testo (impegnato) della canzone, che parla di  difficili relazioni familiari (infatti non è un cantante, ma un rapper), inserisce frasi in arabo, sembra avere (dicono)  sospette tendenze gay (oggi è trend), è coperto di tatuaggi, e perché, visti questi titoli di merito, ha il  sostegno della sinistra (si presume) che, forse, col voto popolare e della giuria, ha contribuito alla sua vittoria.

Forse al prossimo festival vincerà un bantù africano che canterà una canzone in swahili sullo schiavismo dei negrieri, con accompagnamento di Tam tam ed esposizione di maschere apotropaiche. E la musica? Non pervenuta. Ormai la musica è un optional, non è strettamente necessaria, specie in tempi in cui furoreggiano i rapper, quelli che, invece di cantare parlano… di cazzate, moralismi e ideologie da centri sociali, e sono convinti di essere cantanti. Ciò che conta è il testo. Così, visto che sono falliti come musicisti, cercano di spacciarsi per cantautori impegnati.    Ecco cosa scrivevo lo scorso anno nel post “Andreoli, musica pop…. “

Parlando di musica pop moderna dico spesso che la musica è morta e che i musicisti, non avendo più fantasia per creare melodie e armonie, spostano l’attenzione sui testi (meglio se socialmente impegnati), spacciandosi per poeti. “L’ennesima dimostrazione di quanto ripeto da tempo è questa recente intervista di Biagio Antonacci:Vi racconto il mio nuovo disco.”. Antonacci ci “racconta” l’ultimo disco. Infatti nell’intervista non dice che in questi anni ha ricercato nuove melodie o nuove armonie; dice che ha cercato “argomenti diversi”. Dice il nostro cantautore: “I testi sono la parte più importante“.

Appunto, esattamente quello che scrivo da anni. Per i “musicisti” e cantanti di oggi la musica è morta. In assenza di una pur minima creatività musicale che sappia inventare una semplicissima melodia originale ed orecchiabile (nemmeno un motivetto infantile per lo Zecchino d’oro), cantano tutti la stessa canzone; ma non se ne rendono conto. Potreste unire in un unico file centinaia di queste canzoni, tutte uguali come ritmo, armonia e melodie vaghe e confuse, e nessuno saprebbe distinguere dove finisce una e cominci l’altra. Così, per ingannare il pubblico e se stessi antepongono il testo alla musica. Vedi “Musica in prosa“:

Nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere poesie o romanzi (o fare i cantanti pop), oppure piantare ulivi e coltivare patate. La differenza è che ulivi e patate hanno una loro intrinseca utilità pratica. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Antonacci, guardi che le canzoni non si raccontano; si suonano e si cantano. Quando si dà più importanza alle parole che alla musica (come succede da decenni) significa che la musica è morta, non si hanno più idee melodiche, ritmiche e armoniche e, per coprire questa grave carenza, si preferisce distrarre l’attenzione evidenziando più il testo che la musica. E ci si illude di passare per poeti o intellettuali “impegnati”. C’è chi ci crede.

Ma in una realtà ormai alterata e taroccata niente è ciò che sembra; tutto sembra ciò che non è. Anche la musica. Continuo a ripeterlo da anni; e non solo io. Ecco, per esempio, cosa riportavo nel post “Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica...” del 2016: “Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi: “La musica occidentale è finita, è un cane che si morde la coda.” “. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione; finché la finzione funziona. Vedi “La musica è finita” del 2009.

Se miti del pop come Zucchero, Guccini e Branduardi pensano questo, forse hanno qualche ragione. La musica pop è morta e sepolta. Resta solo una parodia di canzone in cui conta solo il testo, la “Canzone che parla di…”. E su questa autentica truffa culturale e artistica ci campano in molti, si vendono dischi e si può anche vincere Sanremo.. In confronto a questa merda spacciata per cioccolato, Papaveri e paperi, seconda a Sanremo 1952 cantata da Nilla Pizzi, è un capolavoro.

Sì, non c’è dubbio: in confronto a Mahmood, Papaveri e papere è un capolavoro.

Gatti e Sanremo

C’è più inventiva melodica e creatività musicale in questo scherzo rossiniano, “Duetto dei gatti“, che in tutto Sanremo, ospiti compresi. Animazione di Lele Luzzati. In verità a Sanremo più che gatti si vedono e si sentono cani (mascherati da cantanti).

In confronto a questa pagliacciata di regime le canzoncine dello Zecchino d’oro degli anni ’60 erano capolavori. (Ecco Cristina d’Avena nel ’68 ed il suo Valzer del moscerino).

 

Se arrivo a citare Cristina D’avena, significa che abbiamo proprio superato il limite di sopportazione, sono all’esasperazione, al limite di una crisi di nervi. ma non ne posso più di questa sceneggiata demenziale che chiamano spettacolo. Lasciate perdere la musica, non è roba per voi. Tornate in campagna dove mancano braccia per zappare la terra. Coltivate patate, allevate polli; almeno farete qualcosa di utile nella vita. E vergognatevi. Una volta non vi avrebbero fatti salire sul palco nemmeno alla sagra della porchetta.

Avete dei dubbi? Allora guardate cosa hanno il coraggio di pubblicare: “Standing ovation per Loredana Bertè“. Standing ovation? Per chi, per questa specie di oltraggio vivente all’estetica ed al buon gusto?

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Bertè dovrebbe essere interdetta dal presentarsi in pubblico, specie in fascia protetta, per evitare traumi ai bambini ed alle persone sensibili. Solo a vederla si ha la sensazione di qualcosa di sconcio, di fastidioso, di depravato, di insopportabile, ripugnante; è un pugno nello stomaco per chiunque abbia conservato un minimo di buon gusto. Altro che standing ovation. “Se questo è un uomo…” si chiedeva Primo Levi. Guardando la Bertè viene spontaneo chiedersi “Se questa è una donna“. E si capisce perché i gay siano in costante crescita. Se queste sono le donne meglio tornare alle vecchie buone abitudini da ragazzini e farsi le pippe.

Ormai i media sono completamente fuori di senno. Pur di riempire le pagine e adulare gli sponsor ed i padroni del mondo dello spettacolo (quelli che pagano bene per avere articoli redazionali favorevoli) esaltano tutto e tutti ed usano l’iperbole per gonfiare qualunque scemotto voglia farsi passare per artista. Voi e l’estetica siete come le rette parallele.

Sì, io sarò pure un “Hater”, come dice Bisio, ma voi, con questa ipocrisia in quantità industriale, pronti a tessere le lodi di chiunque vi offra il panettone a Natale, ci avete abbondantemente rotto le palle. Per voi sono tutti bravissimi, fantastici, straordinari, le cantanti sono tutte bellissime (anche Bertè!) e le canzoni sono tutte capolavori. Sembrate tutti nipotini di Vincenzo Mollica. “Ma mi faccia il piacere“…direbbe il buon Totò. E Salinger direbbe che questo è “un mondo schifo” (dal Giovane Holden). Appunto.

Sanremo; festival di regime

Comincia il festival di Sanremo, che non guarderò. Sarà la solita passerella di pseudo cantanti e intrattenitori militanti che fanno propaganda politica mascherandola da intrattenimento, spettacolo, satira. Tra le presenze c’è Virginia Raffaele, che ultimamente riscuote un buon  successo. Anni fa, alle sue prime apparizioni in TV, le dedicai questo post del 2013 “Satira monotematica” sulla comicità e satira a senso unico del mondo dello spettacolo. Da allora non ho cambiato idea su questa “comica e sulla Compagnia di giro”. Ecco cosa scrivevo:

Satira monotematica (2013)

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello, che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore? Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele.

Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Però lei, con un trucco pesantissimo riesce a renderle orribili. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere brutta. Spiegato il mistero.

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Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito? (Nota. Diceva Virna Lisi a proposito del mondo dello spettacolo, “Se non sei di sinistra non lavori“).

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre la stessa compagnia di giro. Li trovi ovunque ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata. Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio, che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.
E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“ (vi si riconoscono, fra gli altri, Umberto Eco, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari)

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P.S.

Quest’anno non sarà molto diverso. Musicisti che, persa ormai ogni capacità di inventarsi qualche novità,  continuano a cantare la stessa canzone da 40 anni, ma non se ne rendono conto. Cambiano solo le parole, la musica è la stessa, la solita lagna.

A proposito, ecco alcuni vecchi post sul festival e dintorni:

Sanremo, polemiche (2004)

Bonolis, la fatina bionda e du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Sanremo, big e tubi (2012)

Sanremo, un rospo in carrozza (2013)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Sanremo bazar, c’è di tutto, anche musica (2016)

Sanremo e i riti collettivi (2017)

Facce da festival (2018)

Adrian, il guru della Padania

Celentano era già vecchio quando era giovane; per la sua supponenza, la presunzione, la puzzetta sotto il naso, lo sguardo schifato di chi guarda tutti dall’alto in basso e la convinzione di essere l’unico pulito in un mondo di brutti, sporchi e cattivi (sono effetti della senescenza); figuriamoci oggi che è vecchio davvero. Vederlo in TV e ascoltare i suoi pistolotti moralistici e le lunghe pause “espressive” (sempre uguali, come fa da 40 anni) è come essere rimasti fermi ai vecchi fotoromanzi di Bolero film o Grand Hotel, come confondere la realtà con la fantasia, come fa la protagonista dello “Sceicco bianco” di Fellini.

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Celentano è innamorato del suo avatar, la sua immagine virtuale, il personaggio che si è creato in tanti anni e nel quale si identifica, il ragazzo buono e “ruspante” che lotta contro il potere e le ingiustizie del mondo. Ma, guarda caso, interpreta sempre il personaggio del boss, del capo branco, dell’invincibile, del salvatore del mondo, del mega direttore, del tribuno, del ras del quartiere, del ribelle che sconfigge i prepotenti, del profeta, del guru della Val Padana, di Serafino, il pastore buono, semplice e innocente (ma il regista Germi lo scartò al provino perché disse che aveva una faccia da gangster!), che si scontra con la malvagità della metropoli ed il consumismo. E siccome ha bisogno di assecondare le sue velleità artistiche di attore, regista, produttore (fa sempre tutto da solo)  nel ’75 scrive, interpreta e dirige “Yuppi Du. 

yuppiducelentanoMa il suo sogno segreto sarebbe stato interpretare “Jesus Christ superstar“, nel ruolo, ovviamente del protagonista che, però, nella sua versione, cambia il finale della storia; si stacca dalla croce (per miracolo, può farlo) e vola in cielo fra due ali di cherubini che cantano le sue lodi. Amen! Visto, però,  che un film-musical di grande successo  su Gesù lo avevano già fatto nel ’73, ha dovuto ripiegare facendo nel 1985 una specie di parodia, “Joan Lui“.

joan lui

Sì, è modesto il ragazzo. Così, siccome bisogna pur campare, periodicamente si inventa qualcosa da vendere alla Tv e ricavarci qualche milione di euro. Anche perché difficilmente gli darebbero il “reddito di cittadinanza“. E si inventa un cartoon  “Adrian” che celebra se stesso (tutto quello che fa è sempre autocelebrativo), anzi il suo avatar, dove fa tutto lui, autore, sceneggiatore, regista, canta, recita le sue lunghe pause (la sua specialità), fa pure il montaggio, il doppiaggio di se stesso e ordina i panini al bar. Sembra che questo nuovo “evento” (così lo definiscono i media di regime) sia costato fra i 20 ed i 28 milioni di euro.

Guardate le locandine; il personaggio è sempre quello, in 40 anni non è cambiato nulla. E’ sempre quello il suo avatar, qualunque cosa faccia, con l’espressione severa, arcigna, da inquisitore e giudice di un mondo cattivo dove lui è l’unico eroe positivo. E scrive canzoni ambientaliste, sulla Via Gluck, dimenticando la sua villona immersa nel verde. E tutti citano i suoi successi, come prova del suo talento, a cominciare da quella famosissima che è diventata quasi la sua sigla personale. Infatti tutti la citavano come “Azzurro di Celentano”. Dimenticando che quella canzone che tanto successo gli ha dato, non è sua, ma di Paolo Conte il quale, invece, non viene mai citato; chissà perché. O della creazione del Clan, che faceva passare come un’associazione fra amici, ma che attirava gli artisti e ne sfruttava economicamente i successi; infatti lui ha fatto i miliardi, gli altri no.

Classico esempio la vecchia e dura battaglia, anche legale, con Don Backy, appropriandosi delle sue canzoni per interpretarle personalmente (Vedi il caso più famoso; “Canzone” festival di Sanremo 1968, che è di Don Backy, non di Celentano).

O il grande successo di “Pregherò” del 1962, che era solo la cover di “Stand by me” un grande successo di Ben E. King, del 1961; anche questa tradotta e riadattata da Don Backy; guarda caso. Ma nessuno lo ricorda, citano solo la bravura di Celentano, il guru padano. Perché?

Non ho visto il programma; non lo guarderei nemmeno se mi pagassero. Ma ho letto diverse recensioni in rete e tutti ne parlano male, sia per i bassi ascolti, sia per la infima qualità del prodotto (Vedi Maurizio Costanzo che di solito è molto generoso con i personaggi dello spettacolo). E se anche Costanzo lo distrugge, qualche motivo deve esserci. E la cosa mi consola. Caro il nostro guru padano; Adrian, ma vaffanguru.

 

 

 

Prima Belen

Sembra che il Giornale, parafrasando il motto “America first” di Trump, abbia adottato il motto “Prima Belen”, poi tutto il resto. Infatti ogni giorno, da anni, c’è in prima pagina un articolo che la riguarda (qualche volta anche due o tre; il perché di tanta attenzione non è chiaro, ma lo scopriremo prima o poi). Ecco quello di ieri “Diletta Leotta e Belen Rodríguez, la foto è “letale”; Instagram in tilt“.  Non se ne può più di vedere tutti i santi giorni in prima pagina questa “gatta morta“, qualunque cosa faccia o non faccia, in tutte le pose, ma sempre nuda o quasi, con quella immancabile espressione fissa; più che un volto sembra una maschera. Guardate questa foto. Per lei è una specie di foto tessera, l’espressione è sempre quella.

belen languida

Sì, al Giornale hanno la passione per la cultura; o forse è meglio dire “La Cul-tura”.  Ieri, per esempio sempre in prima pagina c’era questo articolo che riguardava Fabrizio Corona, un altro personaggio sempre in primo piano, non per particolari meriti artistici o culturali, ma per i pettegolezzi da lavandaie che lo accompagnano sempre e le sue peripezie amorose: “Il mio pene non vuole pensieri“. Già dal titolo si intuisce la profondità del pezzo e dell’argomento trattato; ma, soprattutto, il rapporto conflittuale tra il suo cervello e  l’organo sessuale; una convivenza non facile.  Ma può stare tranquillo perché il suo pene non sarà assillato dai pensieri, sempre scarsi, poco impegnativi e, siccome scambia spesso i due organi, sono pensieri del cazzo; quindi in perfetta sintonia con il titolare di quegli organi. Visto, però,  che finisce in prima pagina, deve essere una notizia importante. Immagino che gli italiani si sveglino ogni mattina chiedendosi come stia il pene di Corona e che uso ne faccia. O almeno questo è quello che forse credono al Giornale. No?

(P.S.) Ancora dubbi sul fatto che al Giornale abbiano delle tendenze maniacali di tipo sessuale? Ecco il titolo di oggi, 25 gennaio, di un  articolo in prima pagina (quindi, di grande interesse sociale e culturale): “La Marcuzzi è senza le mutande?“. E naturalmente anche questa foto, come tutte quelle delle smutandate del giorno, scatena gli utenti e  “fa impazzire i social“. Ma siamo sicuri che siano i social ad impazzire e non i cronisti gossipari che,come ho scritto pochi giorni fa, “Non vanno oltre le mutande”? Non mi sbagliavo.

Ultimamente, in quanto a serietà editoriale, il Giornale fa concorrenza a Libero che fa concorrenza a Chi di  Alfonso Signorini il quale, a sua volta fa concorrenza a Novella 2000 ed  ai rotocalchi rosa ed alle riviste gossip e porno che ormai spopolano; si somigliano tutte, sembrano fatte in fotocopia e riempiono le edicole con foto, notizie e pettegolezzi da comari al mercato e da salone parrucchiera.

sceicco bianco

Sono l’evoluzione delle riviste popolari degli anni ’50, di Bolero film, Grand Hotel e dei fotoromanzi stileLo sceicco bianco” in cui realtà e fantasia si fondono svelando l’altra faccia delle storie romantiche raccontate dai media (ieri e oggi), e che  ispirò nel 1952 l’omonimo film di Fellini interpretato da Alberto Sordi.

Erano le letture predilette una volta da adolescenti e signorine romantiche che si appassionavano a quelle storie d’amore raccontate con foto o fumetti, immedesimandosi nei protagonisti.

Ma torniamo alla nostra Belen eternamente ingrifata. Guardate quest’altra foto, insieme a Leotta,  apparsa ieri sempre sul Giornale.

belen rodriguez, diletta leotta

Notate differenze nell’espressione di Belen? No, nessuna. L’avevamo lasciata con l’espressione da gatta morta in orgasmo, e così la ritroviamo. Leotta guarda l’obiettivo e sorride, Belen ha gli occhi bassi con quella espressione fissa, sempre la stessa, uguale per tutti i giorni, le ore e le stagioni (sia che lavi i piatti o che stia scopando; più facile la seconda ipotesi): languida, passionale, lussuriosa, lasciva, sensuale e libidinosa; sempre in procinto di avere un orgasmo.

Dubbi? Guardate questa foto, insieme alla sorella Cecilia, su L’Unione sarda di oggi: stessa espressione di sempre, stampata, da orgasmo perenne. Se ci fosse una sua statua in un Museo delle cere (magari c’è davvero) la sua maschera di cera sarebbe più espressiva di quella reale.

belen cecilia

Prima o poi farà un selfie alla passerina e la mostrerà Urbi et Orbi sui social. Forse è convinta che ce l’abbia solo lei o che la sua sia speciale. “Instagram in tilt“, dice il titolo. Normale, ogni volta che qualche smutandata pubblica sui social una foto (che deve essere sempre Hot, da urlo, mozzafiato etc.) immancabilmente scrivono che la rete impazzisce, i fan sono in delirio o i social vanno in tilt. Non basta pubblicare la foto; bisogna esaltarne l’effetto, la bellezza, l’impatto sconvolgente sul pubblico e urlare titoli iperbolici;  l’iperbole è la norma, l’ingrediente  più usato per confezionare quel minestrone indigesto a base di fake news, pubblicità mascherata da articoli redazionali e pettegolezzi inutili che chiamano informazione. Più urlano e più la gente ci casca e compra le riviste.  Ecco un esempio di oggi, fresco di giornata: “Sofija Milosevic incanta su Instagram“. E siccome questa epidemia di delirio collettivo e incantesimi di massa succede ogni giorno, significa che in circolazione ci sono milioni di pazzi. Bisognerà riaprire i manicomi.

Mi dispiace non poter aggiungere altro su questa Sofija Milosevic. Non seguo il gossip; al massimo leggo i titoli degli articoli. Quindi non ho capito chi sia questa Sofija, né chi sia Diletta Leotta e tutte le altre sciacquette smutandate che affollano le riviste gossipare, il web, i salotti  TV. Non capisco cosa facciano, perché abbiano tanto spazio sui media,  e perché siano sempre in prima pagina. Ma siccome sono tantissime le cose che non ho ancora capito di questo mondo, non ci faccio caso; sopravvivo lo stesso. A proposito, Belen, guardi che quella cosina ce l’hanno in dotazione di serie tutte le donne normodotate (oggi si dice così). Qualche volta, apra gli occhi, abbandoni quella eterna espressione da orgasmo in atto e sorrida.

E la smetta di cambiare partner come cambia le lenzuola (ma quanti ne ha cambiati?). Si vede che non riesce a trovare quello della misura giusta. Forse per placare i bollenti spiriti si ha bisogno di esperienze forti, straordinarie,  di qualcosa di grosso. Faccia un giro in una fattoria in campagna, magari trova quello con le misure giuste che  si adatta alle esigenze.  Poi ci fa sapere, magari con foto allegata su Instagram.

Scusate, ma non ne posso più di questa società di lavandaie, maniaci e cronisti che non vanno oltre le mutande. Pensate che abbia esagerato? Allora guardate questo box in prima pagina del Giornale, non di ieri o del mese scorso, ma di oggi: “Belen Rodríguez, scollatura bollente su Instagram“.

 

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Ed ecco il testo: “Belen Rodriguez pubblica un piccolo video nelle sue Instagram Sories, dove cattura l’attenzione per lo sguardo sensuale e per la scollatura davvero bollente. La canottiera nera evidenzia le forme seducenti e sexy della conduttrice.”.

Appunto, esattamente come dicevo. Il dubbio è se questi del Giornale ci sono o ci fanno. Comincio a pensare che ci siano proprio, ed in maniera irreversibile. Ma guardare il mondo a livello mutande può creare gravi alterazioni nella percezione della realtà e mostrarla del tutto stravolta.

Vedi: Il mondo visto dalle mutande.

– “Tette, culi e libertà di stampa“.

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‘O scar…rafone.

Ogni scarrafone è bello a mamma soja“, dicono a Napoli.  Ma il motto si è diffuso nel mondo, e forse fra i giurati del recente premio cinematografico “Europen film awards” di Siviglia, doveva esserci un napoletano o almeno un oriundo partenopeo. Ecco perché hanno assegnato l’Oscar come miglior attore europeo a  Marcello Fonte, come interprete del film “Dogman” di Garrone. Insomma, hanno dato l’Oscar a ‘O scar…rafone.

Così, dopo aver ricevuto il premio come miglior attore a Cannes, ha vinto anche a Siviglia.  Potevamo pensare che a Cannes sia stato un errore, una svista; succede. Ma se la cosa si ripete a Siviglia, allora è una cosa seria: “Premiato Marcello Fonte come miglior attore agli EFA” (Europen Film Award).

fonte oscar

In altri tempi non lo avrebbero preso nemmeno per una recita scolastica, per evitare traumi ai bambini sensibili. Ma oggi sono cambiati i canoni e i criteri estetici e artistici. Lo spettacolo è alla continua ricerca di ciò che  crea scalpore, reazioni  violente, polemiche, proteste. Bisogna essere sempre sopra le righe, borderline, stupire, provocare, per ottenere l’attenzione mediatica e del pubblico, per fare notizia. Così, in questa folle corsa verso l’horror, il trash, lo splatter, l’orrido, il ripugnante, truculento, si deve sempre superare il precedente limite; sempre oltre, sempre peggio.

Così si finisce per assegnare l’Oscar  a ‘O scar…rafone. Segno dei tempi che cambiano anche nel cinema. Siamo passati da registi come De Sica, Visconti, Fellini,  che hanno fatto la storia del cinema, a Emma Dante, quella che, per soddisfare le sue irrefrenabili velleità artistiche e creative (arte, fantasia e  e creatività le fuoriescono da tutti i pori), cura la regia di un Rigoletto che apre la stagione operistica a Roma, ambientando la storia non secondo il libretto dell’opera, ma “creativamente“, nel periodo della Repubblica sociale di Salò.  Cosa c’entra Rigoletto con Salò?  Niente, ma così può presentare il duca di Mantova come una specie di podestà o federale ante litteram, prepotente, autoritario, maschilista e fallocratico, e lasciare il messaggio antifascista (che oggi va sempre bene, si adegua al regime e ti garantisce futuri incarichi; e compensi).

Siamo passati dai capolavori del passato alle fiction TV, a Montalbano, Provaci ancora prof e Medici in famiglia; da Anna Magnani a Veronica Pivetti, da Gassman a Lino Banfi, da Sordi a Marcello Fonte e Rocco Papaleo, da mostri di bravura come Sordi e Gassman, a mostriEbbasta“; interpreti di fiction e B movies da salette di periferia per un pubblico di coatti e burini di bocca buona orfani di Er monnezza. Mi ricorda i premi e riconoscimenti ad Alba Rohrwacher ed al film Via Castellana Bandiera (regia di Emma Dante). Del resto, se qualche anno fa a Parigi hanno fatto una retrospettiva delle pierinate di Alvaro Vitali, possiamo aspettarci di tutto; anche un Oscar a Lino Banfi o un riconoscimento postumo alla carriera per i grandi meriti artistici a Franco e Ciccio.

E’ l’ennesima conferma che questo mondo è completamente rincoglionito e senza speranza. Qui lo dico e qui lo ridico.

Ma chi sono le menti geniali che assegnano questi premi? Ovvio, esperti di cinema, intellettuali, gente che se ne intende. Per esempio, questo critico cinematografico, autore di Blob  e della rassegna di cinema “Fuori orario; Cose mai viste” di cui scrivevo nel 2006: Il genio incompreso“.

Il genio incompreso (2006)

Il genio è incompreso, necessariamente. Se tutti lo capissero non sarebbe un genio. Ma non tutti coloro che sono incompresi sono dei geni. Anche coloro che hanno idee confuse e le esprimono in maniera confusa sono incompresi ed incomprensibili. Gli incompresi, quindi, appartengono a due specie: i geni ed i confusionari. Enrico Ghezzi è incomprensibile: a quale specie appartiene?

Corollario: Anche lo specchio riflette, ma non è un pensatore. La Nike di Samotracia ha perso la testa, ma non è pazza. Enrico Ghezzi parla, parla, parla, ma… Chi è Enrico Ghezzi? E uno degli autori di Blob, quello che presenta, il sabato e la domenica notte su RAI3, la rassegna di cinema “Fuori orario; cose mai viste”, che ricordano molto i classici film da cineforum alla Fantozzi (tipo film coreano anni ’40, ma con sottotitoli in cecoslovacco); quello che parla in asincrono ed usa un microfono che “sputacchia” fastidiosamente; quello che si assesta gli occhiali sul naso con una media di 15/20 volte al minuto; quello che presentando un film vi fa passare la voglia di vederlo.

Ecco la battuta storica da una famosa scena del Secondo tragico Fantozzi del 1976, che sintetizza benissimo il concetto di cinema impegnato.

Domanda: “Cos’è un incubo?“
Risposta: “Un incubo è sognare di imbarcarsi su un aereo per un lunghissimo volo di 8 ore, senza scalo, e di avere accanto Enrico Ghezzi il quale, per tutta la durata del viaggio, vi parla del cinema dell’Est o del cinema muto giapponese.”.
Curiosi? Volete verificare? Ok, leggetevi questo articolo di Ghezzi …Illuminazioni“. E’ davvero…Illuminante! Non è molto chiaro? Pazienza, gli intellettuali sono così, un po’ criptici, ermetici, astrusi. bisogna avere pazienza. Chi è l’intellettuale? Eccolo…

L’intellettuale Doc.

Ma esistono ancora gli intellettuali? Ceeeerto che esistono! Ecco uno splendido esemplare di intellettuale DOC made in Italy; Enrico Ghezzi. Quello che riesce sempre ad esprimere concetti complessi con un linguaggio semplice, chiaro e comprensibile a tutti. Beh, si fa per dire! Potete constatarlo subito guardando questo video in cui appare calmo, composto, rilassato ed esprime concetti semplici e chiari. No? Poi ci lamentiamo che il mondo vada a rotoli (come dicono alla Scottex). Questi sono i pensatori, gli intellettuali; figuriamoci i cretini!

 

Chiaro?

Sto esagerando? No, è che che abbiamo perso l’orientamento, la bussola, il buon senso, il buon gusto, il senso della realtà, della misura e della decenza;  e che stiamo prendendo una deriva pericolosa che ci spinge sempre più in basso, dritti nelle fogne. Leggete questo: Le Miss bioniche.

Miss Italia bionica

A proposito di intellettuali e registe creative vedi:

– “Blob e Arbasino“.

Un minuto d’ipocrisia, please… (2009)

 

 

Attila alla Scala

Fra pochi giorni, il 7 dicembre, si apre la Stagione lirica della Scala con l’opera  Attila di Verdi. E scattano le immancabili polemiche sulla messa in scena in forma “rivisitata“, come oggi si usa, secondo le bizzarre fantasie creative del regista Davide Livermore. Le rivisitazioni, cambiando ambientazione, scene e collocazione storica  delle opere classiche, per riproporle in chiave moderna, sono ormai la norma; servono a soddisfare le aspirazioni artistiche represse dei registi ansiosi di esprimere il proprio estro creativo.

La prima contestazione riguarda una scena considerata blasfema, ambientata in un bordello, in cui una donna scaraventa a terra una statua della Madonna distruggendola. Guarda caso il 7 dicembre è la vigilia dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Sarà un caso, pura coincidenza? NO, è una provocazione voluta e intenzionale. Non mancheranno le contestazioni anche per l’ambientazione storica dell’opera che viene collocata nel ventennio fra le due guerre; così si presta a citazioni contro fascismo e nazismo che oggi vanno tanto di moda. Non sforzatevi di trovare una spiegazione logica a queste invenzioni del regista; non ci sono. L’unica motivazione è che sanno benissimo che queste polemiche alimentano la curiosità e la pubblicità per l’evento e assicurano visibilità mediatica per il regista che si guadagna le prime pagine di stampa.

Attila Scala

Ripeto quanto già detto in passato su queste discutibili operazioni di rivisitazione. Un’opera lirica non è un “work in progress” in cui tutti sono autorizzati ad intervenire a piacere e apportare modifiche; è un’opera d’arte compiuta in tutte le sue parti; il libretto, la musica, l’ambientazione storica, i costumi, la scenografia. Qualunque messa in scena deve tener conto di questi aspetti generali e muoversi entro quei limiti stabiliti dagli autori del libretto e della musica. A nessuno verrebbe in mente di adeguare la partitura e riscrivere l’opera in chiave dodecafonica. Nessuno si permetterebbe di riscrivere La Divina Commedia, o ritoccare le sculture di Michelangelo, Bernini e Canova, o la Venere di Botticelli. Perché, invece, registi, costumisti, scenografi, si sentono in diritto di modificare l’ambientazione storica, i costumi, le scene di un’opera lirica? Semplice; perché la gente è fuori di testa e ormai accetta tutte le peggiori schifezze e le giustifica come creatività. E’ come fare i baffi alla Gioconda o riscrivere L’Infinito in stile ermetico e giustificare lo scempio come espressione artistica. Chi non ha ancora capito (o non vuol capire) questo piccolo dettaglio è un idiota. Fosse anche un regista famoso; sarebbe un regista famoso e idiota. Punto.

Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Ma non è un problema, Tanto, non durerà ancora per molto. Mi ricorda un vecchio post su un’altra Prima scaligera di pochi anni fa.  eccolo…

La Traviata di Fantozzi (2013)

Dovevo immaginarlo che sarebbe finita come temevo. Nei giorni scorsi ho letto sul Corriere.it alcuni articoli che annunciavano l’apertura della Stagione scaligera con La Traviata (“La mia Violetta è come Marilyn“). Sapevo che la RAI avrebbe trasmesso in diretta la Prima e così mi stavo preparando spiritualmente a gustarmi da casa il capolavoro verdiano. Ma leggendo le anticipazioni sulla stampa avevo la strana sensazione che mi avrebbe riservato delle sorprese.

Già il fatto che il regista, Dmitri Tcherniakov, venga dalle gelide tundre dell’est e sia “Specialista nel repertorio russo” costituisce un primo allarme. Dice: “Ho pensato a Bergman, a quel suo costringere i personaggi dentro delle stanze e vivisezionarne gli animi“. Bergman? Quello del Settimo sigillo e del Posto delle fragole che, insieme alla Corazzata Potemkin costituiva l’incubo di tutti i cinefili frequentatori di cineforum negli anni ’60/’70? Cominciamo bene!

In compenso il direttore d’orchestra, Daniele Gatti, ci svela il suo particolare rapporto con l’opera lirica e confessa che La Traviata non è la sua opera preferita. Anche questa è un’ottima premessa, no? Dice: “Sono sempre stato interessato più alle opere dove il dramma umano viene alla luce con maggior forza…”. Forse, visto che è tanto interessato ai drammi umani, ha sbagliato mestiere; doveva fare lo psicologo, invece che il musicista. Ecco, un direttore d’orchestra il cui compito è quello di curare, interpretare ed esaltare la partitura musicale, è più interessato, invece, al “dramma umano” dei personaggi. Come se un cuoco, invece che preoccuparsi di cucinare bene, prestasse più attenzione all’abbigliamento dei camerieri e all’acconciatura della cassiera. Ma oggi sembra che sia questa la via da seguire. Infatti specifica: “Perché io sono convinto che non si debba andare sempre davanti al pubblico protetti da una sorta di rete di sicurezza. Qualche volta bisogna trovare dell’originalità in quello che si propone“.

Già, perché seguire la tradizione e le orme dei grandi direttori del passato? Meglio innovare, essere originali. Oggi tutti vogliono essere originali, per forza, ad ogni costo. E per raggiungere lo scopo spesso buttano a mare secoli di tradizioni e stravolgono ciò che è collaudato e consacrato da secoli e dall’apprezzamento generale. Ma bisogna essere “originali“, dicono. Anche una ruota quadrata, a suo modo, sarebbe originale. Ma non servirebbe a niente.

Credo che tutti o “quasi tutti” ( c’è sempre il bastian contrario, anche a teatro) gli appassionati del melodramma, quando pensano alla Traviata, ed alle altre opere, abbiano in mente la musica, le stupende arie che pervadono tutta l’opera. Non si va a teatro per interrogarsi sul dramma umano di Violetta o Alfredo, ma per godere della bellezza della musica, delle scene, dei costumi, come la si è vista rappresentata tante volte in passato. Questo ci si aspetta dalla rappresentazione della Traviata, sia essa la Prima scaligera o una edizione modesta da teatro di provincia. Perché modificarla se è già un capolavoro e va benissimo come l’hanno rappresentata fino ad oggi? Ma forse noi semplici appassionati e spettatori, noi pubblico, non abbiamo le idee chiare, visto che gli esperti, gli addetti ai lavori, i direttori d’orchestra, vedono l’opera con altri occhi.
Dice ancora Gatti: “Molti direttori d’orchestra scelgono la strada, rispettabilissima, di proseguire le tradizioni interpretative già maturate negli anni. Io sono dall’altra parte, cerco di aprirne di nuove“. Un altro direttore con vena creativa in cerca di novità. E per confermare quanto dicevo prima, insiste spiegando come intende lui la “Sua” Traviata: “… per me è prima di tutto la storia di un sopruso, un sopruso nei confronti di un essere umano“.

Ecco perché, viste queste premesse avevo qualche timore. Così, all’ora stabilita, intorno alle 17.30 mi sono sintonizzato su RAI 5, canale 23, e mi sono preparato all’ascolto, comodamente seduto e carico di aspettative. Un po’ come Fantozzi in poltrona davanti al televisore per gustarsi la partita della nazionale di calcio, con frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero. Io, più semplicemente, mi sono accontentato di qualche dolcetto ed un sorso di vernaccia. Dopo la presentazione, interviste e riprese del teatro, intorno alle 18 parte la diretta.

Preludio. La mia prima Traviata l’ho vista da ragazzo nel lontano febbraio 1971 al teatro Massimo di Cagliari. Violetta era interpretata da una grande Virginia Zeani. Da allora l’ho rivista altre volte, sia a teatro, sia in ripresa televisiva, ma in tutte le edizioni il breve preludio del I° atto è sempre stato eseguito a sipario chiuso. Solo al termine del preludio, dopo una pausa di pochi secondi, l’orchestra cambia ritmo e tonalità, mentre si apre il sipario sul salone in casa di Violetta, dove è in corso una festa. In questa edizione, invece, il preludio viene eseguito a sipario aperto mostrando Violetta che si prepara guardandosi allo specchio, assistita dalla fedele Annina.

E già qui comincio ad avere conferma dei miei timori e del fatto che sarà una Traviata riveduta e corretta secondo i ghiribizzi innovativi del regista. Quello che dovrebbe essere un salone riccamente addobbato sembra più l’atrio di un convento. Dicono le note del libretto: “Nel mezzo è una tavola riccamente imbandita“. Della tavola imbandita non c’è traccia, né di altri addobbi, e si capisce subito, mentre gli invitati entrano in scena, la “geniale” invenzione registica che ispirerà tutta la messinscena dell’opera: la scena si svolge in tempi moderni, con i partecipanti alla festa vestiti in maniera quasi casuale, con abiti di foggia moderna, ma difficilmente collocabili negli anni, che sembrano raccattati nei mercatini cinesi di quartiere.

Così, al posto della tavola riccamente imbandita, arriva un più modesto carrello con le bevande. Più che una festa di nobili e ricchi borghesi sembra una festicciola fra amici alla Garbatella. Purtroppo i timori si sono avverati. Si tratta di una delle tante rivisitazioni di opere da parte di registi in preda a velleità creative e rivoluzionarie. Sono in preda al sacro fuoco dell’arte e si sentono autorizzati a stravolgere l’opera originale a loro piacimento. Ultimamente si vedono anche troppo spesso operazioni del genere, al limite della “criminalità artistica“. Un’altra operazione di interpretazione personale dell’opera fu una contestatissima Carmen per la regia di Emma Dante che aprì la stagione scaligera 2009.

Niente sfarzi, niente addobbi, niente luci, niente tavole imbandite, niente splendidi costumi d’epoca. Cose d’altri tempi, residui di rappresentazioni messe in atto da gente come Visconti, Zeffirelli o Strehler, con poca fantasia. Oggi i registi hanno la fantasia e la creatività che sprizza da tutti i pori. Bisogna innovare, cambiare, rompere con gli schemi prestabiliti, rompere col passato, rompere la tradizione, rompere con le abitudini, rompere con i paradigmi consolidati, rompere con tutto ciò che è vecchio. Insomma, bisogna rompere. E loro rompono. Oh, se rompono!

Ed ecco i risultati di tanta creatività. Quella che dovrebbe essere una festa di nobili e ricchi borghesi si trasforma e diventa irriconoscibile. Ricorda quelle feste di Capodanno fantozziane organizzate dal dopolavoro aziendale, che si svolgono nei sotterranei dei locali caldaie, con pietanze da mensa della Caritas ed orchestrine che scappano due ore prima della mezzanotte. Sembra ambientata in una pizzeria di periferia di un’area metropolitana degradata e squallida dove si tiene la pizzata di fine anno scolastico della Terza C. Geniale.

traviata1 Annina

Piccola nota di colore. Questa nella foto è Annina che, contrariamente alle indicazioni del libretto, appare subito all’apertura della prima scena ed accompagna Violetta durante tutta l’opera.
Chi vi ricorda? A prima vista, con quell’orribile cresta rosso ruggine, sembra Vanna Marchi vecchia maniera. Che la nostra imbonitrice televisiva abbia abbandonato la promozione di ricette miracolose e si sia data al canto? Ma a guardarla bene somiglia anche ad un altro noto personaggio. Sembra la sorella gemella di Lele Mora. Diciamo che è una via di mezzo; Lele Mora truccato come Vanna Marchi. Ma quell’acconciatura orribile sarà un’altra invenzione di questo poliedrico regista che, oltre a regia e scene, ha curato anche trucco e parrucco?

Secondo atto. L’azione dovrebbe svolgersi, sempre secondo il libretto, nel “salotto” della casa di campagna di Violetta, presso Parigi. Ma il nostro fantasioso regista preferisce ambientarla in cucina; più alla buona, più calda e accogliente. Vediamo subito una donna indaffaratissima che si muove nell’ambiente, porta degli ortaggi, versa della farina sul tavolo. Sembrerebbe una colf, come si dice oggi. Invece no, è Violetta, irriconoscibile, sciatta, vestita con un orribile vestito lungo color cacca con collettino bianco. Lo avrà portato il regista direttamente da casa sua? Lo avrà scovato nel baule della nonna? La povera Violetta, più che una dama del bel mondo, abituata a frequentare i salotti buoni ed animare le feste parigine, sembra la sguattera di una taverna di campagna della Russia degli anni ’50. Roba che non lo indosserebbe nemmeno la nonna della casalinga di Voghera in una giornata di depressione totale.

traviata 2

Anche Alfredo, tanto per dare una mano ed evitare di apparire come il solito maschilista scansafatiche, lavora la pasta, tira la sfoglia col mattarello e sembra felicissimo di collaborare. Del resto è risaputo che nell’ottocento la passione di tutti i nobili e ricchi borghesi di campagna fosse quella di impastare farina ed acqua e fare le tagliatelle a mano. No? Sembrano proprio la felice famiglia del Mulino bianco.

Ma le cose si complicano, arriva Giorgio Germont; scena drammatica con Violetta che lascia la casa. Arriva Alfredo che scopre la fuga di Violetta. Altra scena drammatica; Alfredo ascolta le accorate parole del padre. Ma intanto, mentre Germont canta la sua aria, scorrazza nella stanza, si arrampica sulla credenza per cercare qualcosa che, evidentemente non trova, affetta sedano, zucchine, carote ed altro sulla tavola. Insomma fa di tutto per distrarre il pubblico.

Piccola precisazione. Se osservate delle persone o degli oggetti e, fra gli altri immobili, ce n’è uno in movimento, l’occhio istintivamente segue quello in movimento. E’ un riflesso istintivo che, per esempio, sfruttano benissimo i prestidigitatori, maghi ed illusionisti. Mentre fanno qualcosa con una mano bene in vista (che è quella che si segue con lo sguardo), con l’altra, seminascosta, attuano i loro trucchi. Succede anche in teatro. Quando qualcuno si muove ed attraversa il palco, attira l’attenzione dello sguardo del pubblico. Anche questo è un trucco scenico che alcuni attori usano scorrettamente, spesso intenzionalmente, per ottenere quello che si chiama “rubare la scena“. Ecco, lo ha fatto anche Alfredo, non per sua volontà, ma per esigenze di regia. Mentre il padre cantava la sua aria, lui muovendosi, gli ha rubato la scena, distraendo l’attenzione del pubblico che invece che concentrarsi nell’ascolto di Germont seguiva l’andirivieni del figlio. Lo sanno anche i piccoli registi delle recite parrocchiali e scolastiche. Ma il nostro regista venuto dall’est sembra non saperlo.

Non entro nel merito dell’esecuzione musicale, della direzione d’orchestra e delle voci. Dico solo che quando si ha l’orecchio abituato a sentire, anche attraverso registrazioni discografiche, le voci di grandi interpreti del passato, è molto difficile entusiasmarsi per le nuove leve. Certe interpretazioni restano nella memoria e quando si sente una nuova interprete, istintivamente ed automaticamente, si fa il paragone. E molto spesso questo paragone è ingrato per le voci di oggi. Basta anche una minima differenza interpretativa, rispetto alla versione memorizzata, e si ha l’impressione che ci sia qualcosa di strano, di sbagliato. Magari non lo è, ma quella è l’impressione. Del resto, visti i commenti sulla stampa, sembra che alla fine della rappresentazione ci siano stati dei fischi all’indirizzo del regista. Anche gli applausi, quasi di prammatica dopo le arie più celebri, mi sono sembrati piuttosto tiepidi e fatti più per cortesia che per vero apprezzamento.

Bene, basta e avanza. Certo, se questi registi creativi ritengono che sia lecito e giusto, anzi ammirevole, stravolgere le indicazioni del libretto, trasportare l’azione in tempi moderni, ed inventarsi accorgimenti scenici del tutto arbitrari e fuori luogo, dovrebbero avere il coraggio di intervenire anche sul testo. Eh sì, altrimenti corrono il rischio di incorrere in incongruenze madornali. Per restare alla Traviata, ma le altre edizioni di opere “rivisitate” ne sono piene, cito solo due piccole osservazioni. La prima riguarda, nel secondo atto, l’entrata delle zingarelle. “Noi siamo zingarelle venute da lontano”.
Il nostro uomo venuto dal freddo forse non lo sa, ma ormai non è politicamente corretto dire “zingaro“. E’ un’offesa, un insulto. Oggi bisogna dire “nomade di etnia Rom“, o, più semplicemente “Rom“. Allora, se si ambienta l’azione ai tempi nostri, bisognerebbe modificare anche il testo, adeguarlo ai tempi moderni e cantare “Noi siam piccole Rom…”. No?

 

Ancora nel secondo atto, Giuseppe informa Alfredo che Violetta è partita: “L’attendeva un calesse” dice. Poco dopo arriva un Commissario che porta ad Alfredo un messaggio di Violetta: “Una dama da un cocchio…mi diede questo scritto“. Un calesse? Un cocchio? Ma oggi vi capita spesso di vedere una dama su un calesse o su un cocchio andare a spasso sul raccordo anulare, intrappolata in un ingorgo sulla Salerno-Reggio Calabria o ferma ad un semaforo in centro? Caro Tcherniakov, se proprio dobbiamo essere coerenti, allora dobbiamo dire che nei tempi moderni, nei quali ambienta la sua Traviata, cocchio e calesse li troviamo solo nei musei. Tanto vale allora cambiare anche quel testo e dire “Una dama da un’auto…”, oppure, nel caso la sua non fosse disponibile “Una dama da un TAXI…”. Più attuale e rispetta anche la metrica.

Nel terzo atto Violetta chiede ad Annina quanto denaro sia rimasto. “Venti luigi“, risponde Annina. Ma caro il nostro creativo Dmitri, va bene che viene dalla steppa, ma non lo sa che a Parigi, già da molto tempo, i “luigi” sono fuori corso e che oggi si paga in Euro? Allora, faccia l’equiparazione fra luigi ed euro e faccia dire ad Annina che sono rimasti “Pochi euro…”.

Ed infine, nella scena finale, Violetta morente dice ad Alfredo che sarebbe felice di saperlo unito con un nuovo amore: “Se una pudica vergine, degli anni suoi nel fiore, a te donasse il core, sposa ti sia…lo vo‘ “. Una pudica vergine? Lodevole e generoso l’auspicio di Violetta. Ma di questi tempi dove la troverebbe Alfredo una pudica vergine? All’asilo?
Ecco cosa può succedere quando si vuole modernizzare il melodramma. Si verificano queste incongruenze e si cade nel ridicolo. E la Traviata diventa una sorta di tragicommedia fantozziana che merita come commento la più celebre delle battute dal ragioniere nazionale: “E’ una cagata pazzesca!”