Telepolli e oche giulive.

La televisione è un servizio pubblico con finalità pedagogiche e culturali, oppure è un’attività commerciale che sfrutta l’intrattenimento per realizzare profitti? E’ l’eterna lotta fra l’assecondare il gusto del pubblico o perseguire finalità più nobili tese ad elevare il livello culturale del popolo. Se la gente ama vedere talent, reality, fiction e giochini scemi, la televisione commerciale, che deve assecondare i gusti del pubblico per realizzare utili d’azienda, fa benissimo a proporre questi programmi. Dal punto di vista culturale, invece, è deprimente, sconsolante, demoralizzante, frustrante, vedere che, nonostante l’apparente progresso sociale degli ultimi decenni, la maggioranza della popolazione non abbia conseguito alcun miglioramento qualitativo e non abbia affinato il gusto estetico. Dal punto di vista culturale, trogloditi erano e trogloditi restano, nonostante la tecnologia e la maggior diffusione dell’istruzione scolastica.

Ma non bisogna dirlo, altrimenti si scatenano polemiche, insulti ed accuse di vario genere. Ed i telespettatori dai gusti discutibili si risentono, si sentono offesi, rivendicano la libertà di scelta, di gusti e di giudizio ed il diritto di assistere alle finte avventure di finti naufraghi, cuochi con le mani in pasta, paraninfi televisivi, carrambate, confessioni pubbliche di vizi privati, gossip da lavandaie e telenovelas sugli amori dei Vip. In perfetta sintonia con il relativismo imperante, pensano che la scelta dei programmi da seguire sia giustificata solo dalle preferenze personali, rinnegano qualunque valutazione di tipo estetico e culturale, concludendo che “è bello ciò che piace”. Così si asseconda il gusto del pubblico e si adegua il livello qualitativo dei programmi abbassandolo al loro livello culturale; senza tener conto che la televisione, anche involontariamente, ha un fortissimo effetto pedagogico sul pubblico. Ciò significa che mentre la televisione asseconda il gusto del pubblico, al tempo stesso e grazie all’innato istinto di emulazione, il pubblico viene educato ad assumere come criterio estetico quello fornito dalla televisione.

A lungo andare l’effetto è una rincorsa al basso, un progressivo abbassamento del livello qualitativo, perché se il gusto del pubblico non viene educato ed elevato qualitativamente, non solo non migliora, ma tende ad abbassarsi ulteriormente. Per conseguenza la televisione dovrà, di pari passo, abbassare ancora il livello dei programmi: il risultato è una irrefrenabile ed irreversibile rincorsa al peggioramento progressivo del livello estetico e culturale; non solo del pubblico, ma anche degli autori e di chi decide i palinsesti. Una tragedia della quale, forse, non si ha la dovuta percezione e della quale si ignorano volutamente gli effetti. Chiesero ad Ennio Flaiano se la televisione abbassasse il livello culturale del pubblico. Rispose. “No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali.”.

Ma chiunque osi criticare l’uso spregiudicato ed irresponsabile dei mezzi di comunicazione, il cui unico scopo sembra essere il profitto, e mettere in dubbio la validità dei criteri estetici della maggioranza mediocre, corre il rischio di essere accusato di snobismo, elitarismo, intellettualismo, razzismo e di “ismi” vari. Allora è meglio tacere e lasciare che ognuno guardi ciò che vuole; via, dunque, con un’altra stagione di fiction, reality, talent, nonni liberi, medici in famiglia, commesse, casalinghe disperate, preti investigatori, cani commissari, “Montalbano sono…”, marescialli, squadre speciali, distretti di polizia, postini del cuore, bambini canterini, chiacchiere da lavandaie, adulti ballerini e giochini preserali con o senza scatole. Lo vuole la gente, la maggioranza. E in democrazia bisogna rispettare la volontà della maggioranza popolare, anche quando rappresenta il trionfo della mediocrità, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali ed anche gli imbecilli fanno maggioranza. “Alla folla bisogna offrire feste rumorose, perché gli imbecilli amano i rumori e la folla è fatta di imbecilli” (Napoleone).

La televisione ormai è diventata uno strumento il cui scopo principale è quello di creare programmi di successo in cui inserire messaggi pubblicitari a pagamento. Il che significa che, per venire incontro ai gusti del pubblico e aumentare i dati di ascolto, che significano maggior valore commerciale delle inserzioni, si abbassa il livello dei programmi per assecondare i gusti barbari della maggioranza della popolazione. Senza mai chiedersi quali possono essere gli effetti di certi programmi demenziali.

Polli-e-oche

Abbiamo il più potente mezzo di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto nella storia e, invece che usarlo per diffondere conoscenza ed aumentare il livello culturale del pubblico, lo usiamo per pubblicizzare  detersivi, pannolini e porcherie alimentari industriali, e per diffondere messaggi negativi e violenti.  E non ci si può nemmeno lamentare, altrimenti il solito idiota vi dirà che basta cambiare canale. Sì, ma se cambi canale e vedi la solita spazzatura, stai cambiando solo la discarica, ma sempre spazzatura è. E fa anche molto male. Ma tutti fanno finta di non accorgersene, perché ciò che conta è lo share, l’auditel, i dati di ascolto. Una volta gli idioti erano solo idioti, oggi sono Teleidioti, tecnologicamente avanzati. Già, perché, come diceva Ennio Flaiano “Oggi anche il cretino è specializzato“.

Popper Big

Jazz e casu marzu

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita. In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino con Mameli che sfoglia i quotidiani. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il “disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato. Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per letteratura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“. Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a Shakespeare e melone. Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza. Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.  Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  “Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

Madonne in TV, col trucco

Visioni mistiche, apparizioni celestiali, miracoli in TV: ovvero, le nuove Madonne catodiche. Dopo Fatima, Lourdes e Medjugorje, abbiamo le nuove Madonne di Saxa rubra e Cologno Monzese.

Ecco la prima. E’ Paola Ferrari, conduttrice televisiva di programmi sportivi. Ultimamente l’abbiamo vista spesso perché, insieme a Marco Mazzocchi, su RAI1 presenta l’anteprima degli incontri di calcio per i campionati europei. Così nelle fasi iniziali dei gironi di eliminazione, tutti i santi giorni c’era una partita sul primo canale e, inevitabilmente, appariva lei a presentare la partita del giorno: la nostra apparizione catodica “Santa Paola da Saxa Rubra“. Ciò che impressiona di questa donna è l’immagine rarefatta, sfuocata, con un fortissimo effetto flou accentuato dalle luci sparate sul volto, che, più che una conduttrice televisiva ed una persona reale,  la fanno apparire come una visione celeste. Basta un attimo di attenzione per rendersi conto che nella realtà una donna simile non esiste, è una elaborazione grafica, un ologramma, una visione. Non è una donna, è un “effetto speciale“. Infatti, tempo fa ebbe il coraggio, bisogna ammetterlo, di pubblicare su Twitter una sua foto al naturale, senza chili di trucco, senza filtri ottici, senza luci sparate. E l’effetto è da film dell’orrore. Per non rovinare l’estetica della pagina evito di pubblicare quella foto che, però, si può vedere nel seguente link ad un post dedicato a lei : “Il trucco c’è e si vede: gnocche in TV“.

La seconda Madonna è lei, Barbara D’Urso, altra conduttrice televisiva di programmi che evito come la peste, ma che, purtroppo, facendo zapping, almeno per qualche secondo la si vede. E’ in buona compagnia di altre celebrità catodiche, l’elenco sarebbe troppo lungo, che hanno in comune proprio il fatto di essere insopportabili. Per questa “Santa Barbara” di Mediaset, vale lo stesso discorso fatto per la Ferrari; trucco in dosi industriali, fortissimo effetto flou con filtri speciali che sfumano i contorni ed eliminano piccole imperfezioni del viso (una volta si usava una calza di nylon sull’obiettivo, poi hanno inventato i filtri speciali), e luci così forti che con quei Watt  si illuminerebbe tutta Pompu per un mese. L’effetto è così irreale ed impressionante che quando, facendo zapping capitate su Canale 5 e c’è lei, la prima impressione è che quella visione sfuocata sia dovuta ad un guasto del televisore, e pensate di dover chiamare il tecnico. Poi vi ricordate che è lei, la Madonna di Cologno Monzese, cambiate canale e tutto torna a posto.

Tra effetti speciali in TV e immagini da rotocalco rivedute, corrette e manipolate col fotoritocco, i media ci stanno abituando alla visione di una realtà che non esiste, è un mondo virtuale in cui la realtà è completamente stravolta. La tragedia è che poi, specie le donne, cercano di imitare i modelli proposti e diventare come quelle Madonne fasulle che vedono in Tv o le donnine perfette che riempiono le pagine dei rotocalchi rosa e di gossip, rifatte al silicone e modificate con Photoshop, che hanno tutte il seno perfetto ed il culetto alla brasiliana. E poiché la missione è impossibile perché i modelli sono irraggiungibili in quanto non esistono nella realtà, ma solo negli studi fotografici e televisivi, si va incontro a depressione, bassa autostima, complessi di inferiorità, problemi e disturbi vari della personalità.

La cosa assurda di queste Madonne del teleschermo è che ultimamente la tecnologia sta facendo grandi progressi ed i televisori sono sempre più ad alta definizione. Anche durante le cronache degli europei di calcio, ci ricordano spesso che le gare si possono vedere, se si ha un televisore adatto, anche in “altissima definizione“. Ormai nei programmi TV  l’alta definizione è normale, ce l’hanno anche a Tele Marmilla Libera: roba che quando fanno un primo piano si possono contare i peli della barba. Ma allora che senso ha acquistare un televisore di ultimissima generazione ed avere l’altissima definizione se poi il tutto viene sfumato con trucco, luci e filtri speciali per dare un’immagine confusa, sfuocata, irreale, come un’apparizione mistica? Questo è uno dei misteri irrisolti della televisione. L’altro fatto inspiegabile è che, a quanto risulta dai dati auditel, Barbara D’Urso (insieme a Maria De Filippi, Marcuzzi, Ventura, etc.) è uno dei personaggi più seguiti e amati della televisione. Ma questo mistero, più che riguardare la televisione, è di competenza di psicologi, psicoanalisti e psichiatri. Altra storia.

Il posto fisso, bambini e la TV

Una simpatica battuta da “Quo vado?” di Checco Zalone è quella del bambino che quando gli chiedono cosa voglia fare da grande, risponde: “Voglio fare il posto fisso”. Bella risposta, in linea con la cultura popolare dilagante, quella diffusa e imposta da tutti i mezzi di comunicazione, quella per la quale il mito del posto fisso garantito a vita è uno dei cardini della società fondata sull’assistenzialismo di Stato. Quella frase sembra una battuta umoristica (e in effetti lo è), cosa normale in un film comico, messa lì per provocare una risata. Ma l’umorismo nasce dall’osservazione di fatti, situazioni e personaggi reali. Il desiderio del bambino non è, quindi, un’invenzione dello sceneggiatore, ma è la presa d’atto di un aspetto reale della cultura dominante. Forse lo dimentichiamo spesso o, più probabilmente, neppure lo dimentichiamo, per il semplice fatto che non l’abbiamo mai saputo. Mi riferisco all’enorme potere dei media che influenzano in maniera determinante il linguaggio, i temi da trattare, le opinioni, i gusti, le scelte economiche, politiche, artistiche, letterarie e formano quella che chiamano “cultura popolare”, che è un altro nome, più elegante, dell’ignoranza diffusa. 

Ma quando i cittadini sono chiamati ad assumere decisioni importanti su qualche argomento di carattere generale o fare delle scelte personali su questioni di vita quotidiana, non ci rendiamo conto che le scelte sono prese in base alla nostra formazione culturale, ovvero all’idea che noi abbiamo acquisito di un certo problema, o di un prodotto qualsiasi, e che tale giudizio nasce e si forma a causa dell’educazione scolastica e familiare, e poi a seguito del martellamento continuo dei mass media che plagiano le menti e decidono (non completamente, ma in gran parte) i nostri orientamenti. Questo condizionamento interessa tutti i settori di attività sociale; dalla scelta politica  alla scelta di prodotti alimentari, moda e abbigliamento, mete delle vacanze, spettacoli da vedere o libri da leggere. Ecco perché la scelta di quel bambino è nient’altro che la conseguenza di ciò che sente e percepisce nella realtà. Il principio del “posto fisso” vale per tutte le scelte e le decisioni che condizionano la nostra esistenza, da quelle più importanti a quelle più frivole; solo che, forse per nostra fortuna, non ce ne rendiamo conto.

Ora si potrebbe fare una piccola variante di quella frase (in musica si chiamano “variazioni sul tema”), ed alla stessa domanda si potrebbe rispondere: “Da grande voglio fare televisione”. Anche questa potrebbe sembrare una battuta umoristica, ma è ciò che un bambino è portato a pensare vedendo quello che passa in TV. Una volta i bambini volevano fare i pompieri, i tranvieri o mestieri che avevano ogni giorno sotto gli occhi e li affascinavano per la divisa, per la bravura o l’autorevolezza. Oggi sotto gli occhi, ogni santo giorno ed a tutte le ore, hanno la televisione. Ovvio che si identifichino nei personaggi che vedono passare in TV e sognino di diventare come loro. Così vediamo bambini piccolissimi che già si atteggiano come i modelli e idoli del mondo dello spettacolo, che vogliono fare i cantanti, le ballerine, che già da adolescenti, o poco più, confessano che la loro massima aspirazione non è fare il pompiere, ma è partecipare ad un reality o, comunque, andare in televisione.

E’ un inganno fatale, perché si convincono che la vita reale sia quella che vedono in TV (e confondono la realtà con la sua rappresentazione); un paese da operetta o da musical dove si rappresenta senza interruzione un unico grande spettacolo dove tutti cantano, ballano, si divertono attorno a grandi tavolate sempre imbandite, a tutte le ore del giorno, con prelibatezze preparate da uno stuolo di chef stellati (e nessuno si chiede chi paghi il conto). Credono che i soldi si facciano vincendo nei giochini scemi con o senza pacchi, che i preti siano investigatori e i cani facciano i commissari, che la politica sia quella specie di ring dove ci si scambia insulti reciproci ed ha ragione chi urla più forte, che le notizie importanti siano quelle dei TG, che l’oroscopo del giorno sia una cosa seria, che guardare film o fiction significhi vedere inseguimenti, cadaveri, fucili, pistole, sparatorie, sesso in tutte le posizioni, varianti e combinazioni di genere (il Kamasutra ormai è roba da educande), e ancora coltelli, obitori e  morti ammazzati ogni dieci minuti. Credono che i biscotti che mangiano a colazione li faccia Banderas e che tutto quello che propone la pubblicità sia ottimo, perché “lo dice la televisione“.

Così credono  che sia normale che le ragazze facciano a gara nel mostrare le proprie grazie (vince chi è più nuda o mostra una farfallina a livello pubico, con o senza mutandine), che muoiano dalla voglia di scopare col primo che passa e, quindi, che sia normale stuprarle perché, in fondo, è quello che vogliono.  Lo credono perché vedono continuamente  ochette implumi (le piume se le tolgono apposta, meno piume hanno addosso e più sono sexy), giulive e starnazzanti con l’eterno sorriso ebete stampato sul volto, che guardano sempre la telecamera per vedere se le inquadra, vi si specchiano e sembrano chiedere “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più scema del reame?”. Ecco, questo vedono i bambini, a tutte le ore, e credono che questa sia la vita e fare i buffoni e le zoccole in televisione sia un lavoro, anzi l’unico lavoro possibile e desiderabile. Quando si cresce con queste premesse le conseguenze sono inevitabilmente tragiche. Ma forse è proprio questo il risultato finale che si vuole ottenere, incoscientemente (cosa che sarebbe grave) o coscientemente (ancora più grave).

Ed infatti la televisione asseconda queste aspirazioni mettendo in scena programmi espressamente dedicati a loro, con bambini canterini, ballerini, che recitano, cucinano, sfilano nelle passerelle di moda per bambini, si vestono come “Piccoli gangsters”, si atteggiano e si truccano come adulti o come la pupa del boss, per la gioia di mamma e papà che, pur di vedere i loro pargoli in televisione, sarebbero felicissimi anche se fossero come  Luxuria. Vedere certi spettacoli ed esibizioni, imitando gesti ed espressioni da adulti, è deprimente. Ma lo è ancora di più vedere qualche conduttrice che, per essere intonata al programma, si veste come un uovo di Pasqua, ancheggia e fa smorfie da bambina all’asilo e sorride compiaciuta della propria insulsaggine. Vogliono sembrare spontanei, simpatici e divertenti, ma sono solo ridicoli e patetici. Sono miniature di modelli adulti, bambolotti umanoidi: sembrano piccoli uomini, ma sono piccoli mostri. E purtroppo per loro, viste le premesse, è molto facile che, crescendo, i piccoli mostri diventino grandi stronzi.

Ma in questo mondo di ambientalisti ed ecologisti non si butta via niente, tutto si ricicla. Non più bambini e non ancora uomini, perché mai cresciuti, saranno spaesati e confusi, probabilmente diventeranno soggetti psicologicamente instabili che cadranno facilmente nel tunnel di alcool e droga, e spesso finiranno in cronaca nera. Ed ecco che la televisione,  che ha creato i piccoli mostri e li ha usati come fenomeni da baraccone, ora usa di nuovo i mostri adulti per sbatterli in prima pagina, riempire i telegiornali e proporre toccanti servizi in cui familiari, parenti e amici ci racconteranno che “Era un bravo ragazzo“.

Colorado: che risate!

Colorado è un programma “comico” che va in onda su Italia1. Ormai i comici sono ovunque, nascono e crescono come i funghi e ne produciamo tanti che potremmo esportarli in quantità industriali nel terzo mondo, tanto per consolarli un po’. Magari non risolverebbero la piaga della povertà e della fame. Morirebbero lo stesso, ma morirebbero dalle risate. Sarebbe già un progresso. No?

Bene, il mio televisore è difettoso; o non si accende, o se riesco, dopo molti tentativi, ad accenderlo non cambia canale, si blocca. Ieri si è bloccato su Italia1 mentre stava iniziando Colorado ed i conduttori consigliavano di guardare il programma perché “fa ridere” e ridere fa bene alla salute. Beh, se è per il benessere fisico, allora guardiamolo; magari ci passa il mal di pancia, il torcicollo, l’artrosi e si abbassa il colesterolo. Non si sa mai!

Comincia a sfilare sul palco una rassegna di personaggi strani che sembrano affetti da vari disturbi della personalità. Ma li annunciano come comici. Ma dove li vanno a pescare, nelle offerte speciali “prendi tre, paghi due” o ai saldi estivi per comici da strapazzo? Boh!  Intanto, però, il tempo passa, la rassegna di “disturbati” continua, ma risate zero. Ma siccome ogni tanto inquadrano il pubblico che applaude,  ride e sembra divertirsi un mondo, mi sorge un dubbio. Vuoi vedere che lo spettacolo è già iniziato ed io non me ne sono accorto?

Poi, però, arriva l’illuminazione. I comici non sono quelli che sfilano sul palco, ma sono quelli che siedono in platea. Ecco il segreto di Colorado. Un pubblico che fa satira parodiando il classico pubblico televisivo che applaude ad ogni sciocchezza proposta e che fa finta di divertirsi guardando dei personaggi che fanno finta di fare i comici. Svelato il mistero. Sì, in effetti, una volta capito il segreto del programma, bisogna riconoscere che il pubblico è molto divertente. E si sentono anche i benefici per la salute. Avevo un leggerissimo mal di testa che, miracolosamente, mi è passato. In compenso mi è venuto un violento moto rotatorio alle parti basse. Ma non è preoccupante. Classici effetti collaterali!

Il cane blu

E’ uno dei quattro episodi del film “La domenica specialmente” del 1991, ispirati ai racconti di Tonino Guerra. Questo episodio è diretto da Giuseppe Tornatore e interpretato da un bravissimo Philippe Noiret. Gli altri sono diretti da Marco Tullio Giordana, Francesca  Barilli e Giuseppe Bertolucci. La storia è semplice. Un piccolo cane randagio, con una grossa macchia blu sulla fronte, si affeziona ad un calzolaio-barbiere;  lo segue a casa, in negozio, e perfino in chiesa, creando un piccolo subbuglio nella cerimonia. Ma il barbiere però continua a scacciarlo, finché…

Mi è venuto in mente proprio questi giorni. Chissà se c’è su YouTube, mi sono chiesto. Piccola ricerca et volià…è stato inserito proprio di recente, a febbraio. Il guaio è che ad inserirlo è un appassionato dell’est. Quindi, benché sia in lingua originale e non doppiato, c’è un commento in russo (credo). Ma non toglie niente alla godibilità del film che, per la linearità e semplicità della storia, si capirebbe benissimo anche se fosse muto. Dura circa 30 minuti. Ma, se non lo avete mai visto, vi consiglio di guardarlo.

Antonio Ricci querelato.

Il papà di Striscia la notizia, la popolare rubrica di satira, è stato querelato da Marina Doria, molto probabilmente a causa della parodia che Striscia faceva sulla coppia "reale". Lo ha annunciato in anteprima lo stesso Ricci, durante una serata alla sala Buzzati di Milano, in occassione dei 30 anni di carriera. Ricordi e aneddoti di una lunga carriera e, alla fine, ha risposto anche ad alcune domande del pubblico presente. Fra l’altro, ha specificato di non avere un contratto di esclusiva che lo lega a Mediaset. Quindi, potrebbe sempre collaborare anche con la RAI, se ci fossero le condizioni. Anzi, ricorda di aver fatto delle proposte precise alla direzione RAI, senza ricevere risposta. Un messaggio in codice? Vedremo una Striscia RAI che fa concorrenza alla ventennale Strsicia su canale 5?  Mah…

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