Genetica e razzismo

vanessa-hesslerC’è una differenza tra il quoziente intellettivo dei neri e quello dei bianchi. E la differenza è genetica“. Chi l’ha detto? Un militante del Ku Klux Klan? Un leghista bergamasco? Borghezio parlando di Balotelli? No, lo ha detto uno scienziato, James Watson, premio Nobel 1962 per la scoperta della doppia elica del DNA. Insomma, uno che di genetica se ne intende: “I neri sono meno intelligenti dei bianchi“; e se lo dice lui!

vanessa-hessle kyengerAdesso chi glielo dice a Cècile Kyenge (che, ovviamente, non sarà d’accordo)? Sinceramente, fra Kyenge  e Watson, ho una leggerissima propensione, pur con tutti i dubbi possibili,  a ritenere più affidabile il Nobel Watson.

watson neri

Ovvio che sia stato immediatamente accusato di razzismo, come era già successo in passato (Watson razzista; revocati i titoli). Oggi il razzismo è dappertutto. Sono riusciti a scovarlo perfino nelle sorpresine degli ovetti Kinder (Ovetti Kinder razzisti).

ovetto-kinder-sorpresa-kkkTra le varie sorpresine c’è questo pupazzetto con tre ovetti in mano sui quali compare la lettera K che, ovviamente si riferisce a “Kinder”. Ma per i solerti cacciatori di razzisti, in servizio permanente, quelle tre K sono l’acronimo del Ku Klux Klan: Olè. E tanto basta per accusare quegli ovetti di essere “razzisti”. Figuriamoci cosa succede per una frase come quella di Watson. Credo che stiano già allestendo il rogo in piazza.

ovetti kinder

Mi viene in mente un aneddoto che cito spesso, tratto dall’autobiografia di Montanelli:

Indro Montanelli, nella sua autobiografia, racconta che agli inizi della carriera si recò al lebbrosario di Lambaréné, in Africa, per intervistare il dottor Albert Schweitzer, il medico che dedicò la sua vita a curare i lebbrosi africani. Ecco cosa scrive Montanelli:

Ricevendomi nella sua capanna, il cui unico lusso era un pianoforte che costituiva il suo svago serale, mi disse senza mezzi termini che la superiorità dell’uomo bianco consisteva anche nel mettersi al servizio di quello nero”. “Ma senza speranza” – aggiunse, lasciandomi di stucco- “di poterlo redimere dalla sua inferiorità“.

Visto che parla chiaramente della superiorità dell’uomo bianco e dell’inferiorità di quello nero, significa che Schweitzer, che ha dedicato la vita a curare i lebbrosi africani, era “razzista”? No, era semplicemente onesto, sincero e realista.

Ed ecco cosa diceva sulle razze Ennio Flaiano, uno che, pur non essendo un genetista, aveva le idee molto chiare: “Le razze esistono in quanto esseri umani nascono con attitudini ereditarie diverse e trasmettono ai loro eredi queste attitudini; che diventano filosofia, comportamento, modo di intendere la vita, la passione e il prossimo; e che di fronte a ogni situazione reagisce secondo la memoria ereditaria inconscia“.

Se non ci sono differenze, come mai l’Occidente ha un immenso patrimonio artistico, letterario, filosofico, scientifico e in Africa non c’è traccia di attività in questi ambiti? E’ quello che, molto sinteticamente, ma in maniera molto esplicita, si chiedeva Saul Bellow : “Chi è il Tolstoj degli Zulu? Il Proust degli abitanti di Papua? Sarei lieto di poterli leggere”. Anche Bellow è razzista?

Sì, oggi è razzista chiunque non sia perfettamente allineato al pensiero unico politicamente corretto della sinistra che ormai domina e controlla l’opinione pubblica continuando ad ingannare gli ingenui che ancora credono alla favola del socialismo, al mito del Buon selvaggio di Rousseau, al motto dei sanculotti “Liberté, egalité, fraternité” ed alle elucubrazioni cervellotiche degli utopisti marxisti che, dovunque siano riusciti ad insediarsi al potere, hanno portato conflitti, odio, lotte sociali, guerre e miseria. (Vedi: “Holodomor“)

L’unica ideologia consentita è quella che sostiene il meticciato, la società multietnica, l’invasione afroislamica dell’Europa, l’uguaglianza e la fratellanza degli uomini, delle culture e delle civiltà. Non solo, come dice e ripete Bergoglio, “Non esistono culture superiori” , ma il meticciato e l’accoglienza di africani è una grande opportunità; sono “preziose risorse” che, come hanno ripetuto per anni il Papa marxista e Boldrini; e come ha ripetuto pochi giorni fa Roberto Fico, presidente della Camera. “migliora la nostra civiltà: “L’accoglienza dei migranti significa crescita, sicurezza e benessere“.

ficoAhi, ahi, Basaglia, cos’hai fatto chiudendo i manicomi; troppi pazzi in circolazione. Un idiota ignorante ha un pregio: fa meno danni di un idiota istruito. E dice meno sciocchezze. Questo Fico d’India (maneggiare con attenzione; è spinoso), una  specie di versione maschile della Boldrini, oltre ad aver ereditato la poltrona di presidente della Camera, sembra aver ereditato anche la capacità particolare di dire cazzate ogni volta che apre bocca. E non solo non è super partes, come richiederebbe il ruolo istituzionale ricoperto, ma non cerca nemmeno di mascherare la sua militanza. Ricorda i Verdi di Pecoraro Scanio che cercavano inutilmente di mascherarsi da ambientalisti, ma erano come le angurie, verdi fuori e rossi dentro.

Nota: Il presidente della Camera non può fare dichiarazioni politiche palesemente di parte. Non è nei suoi compiti e competenze. Il suo ruolo è solo quello di convocare la Camera, stabilire l’odg e garantire il rispetto delle norme ed il regolare svolgimento dei lavori. Non oltre. E’ la stessa osservazione che faccio da anni sul rispetto delle proprie competenze da parte delle più alte cariche dello Stato, che appena si insediano si sentono autorizzati a pontificare su tutto e tutti interferendo anche pesantemente sulle scelte politiche del Parlamento e del Governo (Napolitano docet). Ciò che è intollerabile è l’apparente indifferenza dei parlamentari di fronte alla continua e palese prevaricazione. Perché nessuno protesta? Mistero.

La cultura dell’Africa sub sahariana, compresa l’alta tecnologia usata per costruire capanne con rami, foglie e sterco animale (splendido esempio di altissima architettura; le nostre cattedrali, il Pantheon ed il Colosseo gli fanno un baffo), è una ricchezza preziosa per l’umanità; sarà protetta dall’Unesco. E guai a chi si permette di sollevare dei dubbi sul fatto che la civiltà occidentale sia diversa o leggermente superiore a quella dei tagliatori di teste del Borneo, che il valzer viennese ed il tam tam siano sullo stesso piano, o che Vanessa Hessler sia leggermente più graziosa di Kyenge. Se non trovate differenze fra Kyenge ed Hessler non siete razzisti; siete solo scemi.

vanessa-hessler

Vedi: Razzismo cromatico  (2013)

Razzismo e antirazzismo (P.G. Battista, Corriere della sera 2010)

Gli psicologi (gay) sono disturbati

Sentite questa: “Sei un maschio eterosessuale, magari troppo “virile” e tradizionalista? Secondo l’American Psychological Association (Apa), l’associazione di categoria che rappresenta gli psicologi negli Stati Uniti, soffri di un disturbo mentale.”. Leggete qui: “Il maschio tradizionale? Disturbato“.

psicologi

Chissà perché ho la sensazione che questi psicologi citati nell’articolo siano gay e scrivano su commissione della lobby Lgbt. “Il maschio virile è disturbato”, “Il maschio tradizionale è malato”, dicono. Da ridere; o da piangere. Solo delle persone “disturbate” sessualmente e psichicamente possono fare affermazioni simili.  Ergo, gli unici “disturbati” in circolazione sono gli psicologi.

Piano piano stanno rigirando la frittata. Dopo essersi impegnati tanto per convincere il mondo che i gay sono “normali” e dopo la grande campagna per diffondere le teorie gender ora si passa alla seconda fase, la fase finale: dimostrare che gli anormali non sono i gay, ma gli eterosessuali (qui andrebbero bene le risate registrate, come nelle sit com, oppure il pianto delle prefiche). E si procederà con una campagna mediatica per dimostrare che l’essere eterosessuali e normali sia un sintomo di turbe psichiche, e che bisogna curarsi; magari con uno psicologo gay (sono più sensibili; oh, come sono sensibili). Vogliono costruire una società unisex, gender o sessoconfusi sul modello Luxuria, Malgioglio e Signorini. Siete ridicoli e patetici.

Non per niente in USA gli strizzacervelli sono in ribasso già da decenni ed i loro divanetti restano vuoti. La gente ha capito che, sotto sotto è una fregatura. Ricordiamo la celebre battuta di Woody Allen in “Io e Annie”, in cui lamentava il fatto che da 15 anni fosse in cura dallo psichiatra senza successo. “Gli do ancora un anno, poi vado a Lourdes”, concludeva. Ecco, cari psicologi, andateci anche voi a Lourdes; non si sa mai, qualche volta i miracoli succedono.

Dice Vittorino Andreoli: “, riconoscendo la profonda crisi della psicoanalisi in USA dove  era così diffusa da essere diventata una moda: “In America non ci va più nessuno. La psicanalisi delle tante sedute e del setting particolare registra un crollo.”. E se anche Andreoli conferma questa mia vecchia idea, forse non sbagliavo.

Vedi:

Psicologia, cani e pulci (2016)

I guru moderni: il “Motivatore“. (2016)

La diffidenza è una virtù (2009)

Andreoli, musica pop e i matti di Salerno (2018)

Re Magi e stelle di Betlemme

La storiella dei Re Magi che arrivano alla grotta di Betlemme grazie ad una stella, mi ha sempre fatto l’effetto delle favole per bambini. Ogni anno ci sono i soliti eruditi che, anche su prestigiose testate o in diretta TV,  cercano di spiegare questo mistero, anche scientificamente. Ecco cosa scrivevo in due post, uno del 2014 ed uno del 2003:

Re Magi e stelle (2014)

Oggi sul Corriere.it un lungo articolo ci ricorda come è nata la leggenda della stella cometa che avrebbe guidato i Re Magi verso la grotta di Betlemme dove nacque Gesù (Ipotesi sulla stella dei Magi; cos’era in realtà?). Si ripercorre la storia di questa “stella” e dei Magi, citando la testimonianza riportata nel Vangelo di Matteo e le varie ipotesi che nel corso dei secoli hanno tentato di spiegare il mistero dello straordinario evento.

Ecco come inizia l’articolo: “Un astro che aveva guidato i Magi verso il luogo della Natività si fermò improvvisamente nel cielo, come a indicare: siete finalmente arrivati.“ (mancano solo le risate registrate, come nelle Sit com). Ora, ve la immaginate una stella che, dopo aver guidato i Magi dal lontano oriente, si ferma sopra una precisa grotta a Betlemme? Roba da far invidia ai più moderni navigatori satellitari. O forse già allora i più fortunati avevano dei cammelli super accessoriati sui quali era installato, di serie, una specie di “navigatore” satellitare che funzionava con le comete. C’erano comete per tutte le destinazioni, bastava seguire quella giusta. Volevate andare a Roma? Bastava sintonizzare il navigatore sulla “Cometa Roma” e quella vi precedeva sul cammino, vi segnalava le strade consolari, vi faceva evitare quelle più trafficate dalle bighe e vi conduceva dritti al Colosseo.

Così c’erano Comete guida per tutte le località, anche le più lontane. A quei tempi nel cielo notturno c’erano più comete che pipistrelli. E per facilitare chi doveva seguirle, volavano così basse che erano frequenti gli incidenti. Specie quelli che abitavano nei piani alti o stavano in terrazza a godersi il fresco, rischiavano di prendere delle tremende botte in testa dalle comete di passaggio. Uno sciame di comete che vagavano in tutte le direzioni. Tanto che, se non si stava attenti, era facile confondersi e seguire la cometa sbagliata. Non vorrei sembrare oltraggioso, ma questa storiella non mi ha mai convinto. Starebbe benissimo in un libro di favole per bambini, ma quelli di una volta, ingenui, ignoranti, facilmente suggestionabili, che credevano agli asini che volano. Oggi, più smaliziati ed istruiti, non ci crederebbero nemmeno i bambini (farebbero subito una ricerca su Google e definirebbero la notizia come “Fake news“).

re magi

Betlemme? Prima stella a destra. (2003)
Ieri sera su RAI3, ho sentito il geologo Mario Tozzi raccontarci per l’ennesima volta la storia dei Re Magi che arrivarono dal lontano oriente e, guidati da una stella cometa, giunsero a Betlemme per adorare Gesù. Tozzi si è anche dilungato sulla possibile natura di questa stella cometa, citando diverse interpretazioni del fenomeno; dalla cometa di Halley alla possibilità di un effetto particolarmente luminoso dovuto a congiunzioni astrali. Ogni volta che ho sentito raccontare la storiella dei Re Magi, vengo assalito da un dubbio atroce. Mi chiedo se coloro che raccontano questa storia e che, evidentemente, ci credono e tentano addirittura delle spiegazioni scientifiche, abbiano mai alzato lo sguardo al cielo, in una notte stellata.

E sarei davvero curioso di capire come sia possibile raggiungere una lontanissima località…guidati da una stella. Posso capire che la stella polare indichi il nord e che, quindi, chiunque voglia spostarsi in direzione nord, da un qualunque punto della terra, possa dirigersi nella direzione di quella stella. Ma dirigersi verso nord è una indicazione molto generica. Seguendo la stella polare andate sicuramente verso nord, ma provate a partire da Reggio Calabria e rintracciare la pizzeria ” Da Gennaro” ad Amsterdam, seguendo solo la stella polare! Stesso discorso vale per i Re Magi.

Come hanno potuto partire dal lontano oriente e, guardando una stella in cielo, senza cartine geografiche, senza cartelli indicatori, senza una guida turistica, senza nemmeno uno straccio di depliant pubblicitario…arrivare dritti dritti davanti ad una precisa grotta a Betlemme? Incredibile, a meno che quella stella cometa non viaggiasse terra terra, precedendo di poco i Re Magi, e poi si sia fermata esattamente sopra la famosa grotta; magari con un annuncio fuori campo che annunciava l’arrivo a destinazione. Certo che se avessero il coraggio e l’onestà di ammettere la propria impossibilità a fornire spiegazioni plausibili e la smettessero di raccontare stupidaggini sarebbe meglio per tutti!

Il tempo non esiste

Vatti a fidare della scienza. Per tanto tempo abbiamo creduto che il nostro universo fosse tridimensionale. Poi, per complicarci la vita, ci hanno detto che esiste una quarta dimensione, il tempo: difficile rappresentarlo, pensarlo, descriverlo, ma reale. Non abbiamo ancora capito esattamente cosa sia e come valutarlo, ed ecco l’ultimissima: il tempo non esiste.

Se chiedi ad una farfalla cos’è il tempo non ti risponde; non può permettersi il lusso di sprecare istanti preziosi per fornire spiegazioni inutili. L’uomo, al contrario, ha una particolare predisposizione a dilungarsi in discorsi inutili ed a porsi domande alle quali non troverà mai risposta. Eppure, agli occhi dell’universo, l’uomo non ha molto più tempo di una farfalla.

Ma il tempo è una dimensione di cui ci sfugge l’essenza. Ciò che noi misuriamo non è il tempo, ma la nostra idea del tempo: un’illusione. Se il tempo non fosse una illusione, ma fosse qualcosa di reale, misurabile e quantificabile esattamente, potremmo raccoglierlo, stiparlo in appositi raccoglitori, in modeste scatolette di latta, in raffinati portagioielli, o dentro scatole colorate e profumate, come quelle dove si usava conservare le lettere d’amore. Su ogni scatola potremmo stampare il titolo e la data e poi sistemarle in buon ordine in un armadio riservato, come una preziosa cassaforte: l’armadio del tempo. Potremmo salvare, così, eventi speciali, giornate ed istanti, incontri, discorsi, emozioni, visi e sorrisi, carezze e tenerezze, volti e voci di persone care. E potremmo, a nostro piacere ed in qualunque momento, aprire quell’armadio, prendere una scatola e rivivere una giornata o un momento particolare. Se il tempo non fosse un’illusione il treno della vita sarebbe sempre puntuale e noi pure. Invece, tante volte lo perdiamo, perché sia il treno che il tempo sono solo illusioni e quell’armadio non esiste. Noi stessi ci illudiamo di essere ciò che non siamo.

 

Antitesi e priorità

Antitesi e priorità: Causa / Effetto – Domanda / Risposta – Problema / Soluzione – Prima / Dopo. Qualcuno pone un problema e qualcuno trova la soluzione. Normalmente si è portati a riconoscere grandi meriti a coloro che trovano la soluzione ad un problema. E passa in secondo piano colui che pone il problema. Eppure non può esistere risposta senza che sia stata posta prima una domanda. Non esiste soluzione ad un problema, se prima non esiste il problema. Non può esistere un “dopo” se non esiste un “prima“. E’ evidente che il primo termine delle antitesi citate sia ancor più importante del secondo termine. E’ una questione di priorità che diventano determinanti. La storia del progresso umano è un continuo porsi domande e trovare risposte, è un lunghissimo elenco di problemi ai quali si è trovata soluzione. Ma non ci sarebbero state soluzioni, né progresso, se non ci fossero state prima le “domande“.

Cosa significa? Facciamo un esempio concreto riferito al comportamento umano. Le nostre scelte quotidiane ed il nostro comportamento nei confronti della realtà sono un susseguirsi ininterrotto di “risposte” a problemi di diversa natura. La maggior parte dei gesti e delle scelte sono quasi istintive, essendo ormai acquisite come risposte consolidate. Ma di fronte a nuovi problemi e nuovi ostacoli la mente reagisce trovando la soluzione più o meno valida. La validità della risposta è direttamente proporzionale al nostro bagaglio culturale. Si tratta sempre, comunque, di risposte a delle domande, di soluzioni a problemi, di atti comportamentali che percepiamo come pensieri coscienti.

Posto che il “pensiero cosciente” sia la risposta ad una domanda, qual è la domanda stessa? Se la risposta è un pensiero cosciente la domanda non può che essere qualcosa che precede la domanda, ovvero preceda lo stato di coscienza. Ergo, la domanda è un pensiero inconscio. E come tale non è determinato dalla nostra “volontà cosciente“. E’ storia vecchia quella della contrapposizione fra genetisti e ambientalisti, in merito al comportamento umano. Quelli che non vogliono far torto a nessuno, magari “tengono famiglia“, risolvono il problema affermando che il comportamento è una conseguenza dell’interazione fra patrimonio genetico e ambiente. Il che vuol dire tutto e niente. Ma sembra un saggio compromesso. E poi si sa che…la verità sta nel mezzo (!?).

Ma, se ci fate caso, nessuno si pone la domanda più logica e sensata; quella riconducibile alle antitesi in premessa. Nessuno si pone il problema dell’importanza della “priorità“. Se non ci credete provate a fare una ricerca. Ora, se non si è d’accordo con questa ipotesi, dovrebbe essere semplicissimo confutarla; esistono stuoli di psicologi che dibattono l’argomento. Ma se è vero che non esiste risposta senza domanda e non esiste soluzione senza problema, e non può esistere un dopo se non esiste un prima…e non esiste “pensiero cosciente” senza che esista prima un “pensiero inconscio“…beh, allora la prima conseguenza è questa: Il pensiero nasce spontaneo nella nostra mente, indipendentemente dalla nostra volontà.

La volontà, che noi abitualmente riteniamo essere libera e cosciente, non è una caratteristica della coscienza, ma dell’inconscio. La soluzione ad un problema, o la risposta ad una domanda, hanno la loro ragion d’essere nella domanda stessa alla quale rispondono, che ne costituisce la causa e la ragione. La risposta è giustificata dalla domanda. Ma cosa giustifica la domanda? Come nasce, e perché? Evidentemente deve esserci un atto di volontà che faccia nascere, scaturire e formulare la domanda. Allora, come appare evidente, l’esistenza di un atto volontario è caratteristica precipua non della risposta, ma della domanda. La risposta è giustificata dalla domanda, ma la domanda , non essendoci termini precedenti che la condizionino, non avrebbe ragione di esistere se non esistesse una “volontà” che la crea. La volontà è insita nella domanda, ne è la ragione prima della sua esistenza. Ed è un pensiero inconscio. E’ un atto spontaneo della mente non condizionato o determinato da un atto cosciente. Ma siccome siamo tanto orgogliosi della nostra volontà e del libero arbitrio, immagino che sia molto difficile accettare questa ipotesi. Allora, invece che limitarsi a non condividerla, provate a dimostrare il contrario.

E la volontà ? (2005)

Ho appena letto una notizia curiosa sulla pagina di Tiscali Notizie/Medicina. “Colori che vengono “ascoltati” o suoni da “gustare”. Accade più o meno questo nelle persone colpite da “sinestesia“, una sensazione che può essere indotta da alcune droghe o, in casi più rari, insorgere spontaneamente. E’ successo ad una musicista svizzera che si è accorta di percepire le note come colori e gli intervalli che le separano come “sapori” ben definiti.” Curiosa notizia, quasi bizzarra, ma…

E’ solo una delle tante scoperte, che ultimamente si susseguono con sempre maggiore frequenza, che ci consentono di capire sempre meglio il funzionamento di quella ancora misteriosa macchina che è la mente umana. E giorno per giorno ho la conferma di una vecchia idea secondo la quale la mente umana non è altro che una macchina biologica, molto complessa, che risponde agli stimoli esterni. Basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre risposte non corrette e generare anomalie di comportamento.

Ma cosa c’entra la volontà? C’entra, c’entra… E’ opinione piuttosto diffusa che il nostro comportamento e le scelte, più o meno complesse, che operiamo quotidianamente, siano solo frutto di un preciso atto di volontà. E’ come dire che l’uomo è artefice del proprio destino e che siamo noi, nel limite delle reali e concrete possibilità, a determinare la nostra vita. La volontà personale sembra essere l’unica e fondamentale causa del comportamento umano, del modo di pensare, di agire, di operare le scelte, di porsi in rapporto con la realtà circostante. Ora, se così fosse, non dovrebbe mai insorgere un qualunque difetto di funzionamento nel meccanismo mentale. E’ ovvio che tutti, con un semplice atto di volontà, deciderebbero di avere una mente che funzioni in modo perfetto. Saremmo tutti dei geni, dei superuomini.

Ma visto che così non è, e che basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre comportamenti e risposte errate, anomale o non rispondenti alle aspettative, bisogna concludere che la volontà, così come la intendiamo, non è determinante. Anzi, dal momento che anche la volontà non è altro che una delle tante funzioni mentali, essa può manifestarsi in maniera più o meno corretta, più o meno forte e decisa, più o meno “normale”. E’ una semplice “funzione mentale” e, quindi, condizionata da meccanismi cerebrali che ne determinano il funzionamento più o meno corretto. Tutta l’attività cerebrale, che è alla base del nostro comportamento, la chiamiamo “pensiero“. Ed il pensiero è ciò che noi percepiamo a livello cosciente.

Ma non tutto il pensiero è cosciente. Prima che si abbia consapevolezza di un pensiero deve esserci una attività mentale precedente, che avviene ad un livello “non cosciente“. Il pensiero cosciente è solo l’ultimo atto di un processo mentale complesso. La volontà non è altro che un pensiero cosciente. Ma cosa avviene un attimo prima che si abbia coscienza del pensiero che definiamo “volontà” ? Avviene che la nostra mente elabora autonomamente, a livello non cosciente, una serie di informazioni che “creano” il pensiero di volontà.

Quindi la nostra volontà nasce in maniera non cosciente, non “volontaria”. La volontà è un effetto del pensiero, non la causa. In conclusione: la volontà è involontaria. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il vero paradosso è affermare il contrario, ovvero che la volontà sia determinata da un nostro atto volontario e cosciente. Come dire che è la volontà a creare la volontà. Come dire che la volontà è, al tempo stesso, causa ed effetto. Non solo non è un paradosso, ma è una delle poche certezze. Eppure il mondo continua a comportarsi come se così non fosse.

Gran parte dei problemi relazionali sarebbero più chiari se visti ed esaminati tenendo conto di questa semplice verità. Ma ci piace illuderci, ci piace pensare che tutto, o quasi, dipenda dalla nostra volontà. Ci piace pensare di essere gli artefici della nostra vita, del nostro destino. Contenti voi! Ma quando fra non molto, ormai ci siamo quasi, scopriranno i segreti dei meccanismi mentali, allora sarà tutto più chiaro, anche se sarà molto, ma molto difficile accettarne le implicazioni e le conseguenze. Ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. E soprattutto ricordate che “La volontà è un effetto del pensiero, non la causa.” E che, quindi…La volontà è involontaria.”

Il Gattopo e l’uguaglianza

Una volta, molto tempo fa, osservando la natura, l’uomo si rese conto dell’ingiustizia del mondo. Vedeva i leoni inseguire le povere gazzelle, ammazzarle e cibarsene. Ascoltava i lamenti dei poveri topi eternamente costretti a scappare inseguiti dai gatti. Così l’uomo, che era un “animale intelligente“, cercò di trovare un rimedio. E volendo eliminare le disparità e l’ingiustizia fra gli animali, decise di intervenire ponendo fine all’eterna lotta fra prede e predatori e pensò che l’unica soluzione fosse quella di raggiungere la condizione di  uguaglianza fra le specie.

Eliminò i leoni e le gazzelle ed al loro posto creò delle specie intermedie: le leonelle ed i gazzelloni. L’unica differenza fra queste due specie era che i gazzelloni suonavano il flauto d’oro e le leonelle no. Accontentarono anche il topo creando un ibrido fra il gatto ed il topo: il Gattopo. Così fecero con tutte le altre specie, eliminando prede e predatori e creando, al loro posto, degli ibridi. Realizzata l’uguaglianza fra le specie animali, fu eliminata anche l’ingiustizia. Ma queste specie, avendo perso le caratteristiche proprie, non sapevano più come e di cosa cibarsi. Non sopravvissero e morirono di fame.
L’uomo, tuttavia, essendo un “animale intelligente”, non pensò mai che forse gazzelloni e gattopi non fossero adatti a vivere in questo mondo e che sarebbe stato meglio lasciare le cose come stavano, accettando e rispettando le leggi della natura. Pensò, piuttosto, che, dal momento che il proprio concetto di giustizia ed uguaglianza non poteva essere sbagliato, se i gattopi non erano adatti a sopravvivere, non fossero sbagliati i gattopi, ma fosse sbagliato il mondo.
E da allora l’uomo, che crede pur sempre di essere un “animale intelligente“, continua a modificare il mondo, stravolgendo l’ordine naturale delle cose e le leggi della natura, nella speranza di realizzare un mondo migliore e perfetto, adatto ai gattopi! (Post del 2006)

 

gattopo

Lo scemo quantistico

Un’altra perla da “Scemocrazia” di Massimiliano Parente. Leggendo questo pezzo mi è venuto in mente un mio vecchio post di 3 anni fa (Fisica e stampodismo), che sembra anticipare il pezzo di Parente. Fa piacere scoprire che certe nostre idee trovano conferma da parte di autori, scrittori, giornalisti autorevoli. Eccolo:

Fisica e stampodismo (giugno 2015)

L’informazione scientifica secondo lo stampodismo, Cos’è lo stampodismo? E’ un neologismo che mi è venuto in mente per definire quello che passa ogni giorno sui media e che chiamano informazione. E’ la “stampa podistica“, quella di chi scrive con i piedi. Esempi di stampodismo possiamo rilevarli quotidianamente; basta dare uno sguardo alle notizie in rete. Ecco un buon esempio di stampodismo comparso ieri sul quotidiano L’Unione sarda: “Primo messaggio quantistico al mondo via satellite“.

messaggio quantistico

Primo dubbio: “Cos’è un messaggio quantistico”? E ancora, cos’è “quantistico“, il messaggio o il mezzo usato per trasmetterlo? Oppure è “quantistico” il satellite? Ma, più semplicemente, cosa significa “quantistico“? Ci si aspetterebbe che l’articolo ce lo spieghi. Ma non lo fa; forse per dimenticanza, per distrazione, per mancanza di spazio, oppure…

La scienza non è argomento da bar dello sport. Credo siano davvero pochi quelli che possono affermare di conoscere, capire e saper spiegare cosa sia esattamente la fisica quantistica. Diceva Max Plank, il padre della teoria dei quanti, per la quale ricevette il Nobel per la fisica nel 1918, che coloro che dicono di aver capito la meccanica quantistica stanno mentendo. Giusto per avere un’idea delle implicazioni si può dare uno sguardo al celebre paradosso del “gatto di Schrödinger“. Allora, quando si trattano argomenti scientifici bisognerebbe essere sicuri di conoscere l’argomento trattato e, soprattutto, cercare di illustrarlo nella maniera più semplice e comprensibile. Altrimenti è bene occuparsi d’altro, di gossip, calcio, cronaca nera, dei morti ammazzati di giornata, ed evitare di parlare di ciò che non si conosce o non si è in grado di trattare in maniera seria. A tal proposito, (cito a memoria, forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello), diceva Einstein: “Non puoi dire di aver capito veramente qualcosa finché non riesci a spiegarlo con parole semplici a tua nonna.”.

A leggere certa stampa, si potrebbe pensare che chi scrive non abbia capito bene ciò di cui parla, oppure che non abbia una nonna con la quale esercitarsi a spiegare concetti complessi con parole semplici.  Ma oggi ciò che conta, l’ho ripetuto spesso, non è informare, fare divulgazione seria, riportare notizie utili ed interessanti; ciò che conta è riempire le pagine. La notizia riportata su L’Unione riguarda proprio un’applicazione della fisica quantistica. Poiché il pezzo è brevissimo (più che un articolo giornalistico sembra un telegramma) lo si può riportare per intero.
Eccolo: “Una trasmissione di dati quantistica con un satellite, sulla distanza record di 1.700 chilometri, è stata eseguita con successo per la prima volta al mondo. Il test è il risultato di uno studio tutto italiano, portato avanti dal Centro di Geodesia spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana e dall’Università di Padova. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters.”. Tutto qui, 4 righe 4; fine del pezzo.

Ragazzi, questa è informazione seria, documentata ed esauriente.
La caratteristica del nostro quotidiano regionale è che di solito non riporta gli articoli per intero, ma si limita a fare un sunto della notizia, spesso di poche righe, e rimanda alla lettura del pezzo intero sulla edizione cartacea (che non compra più nessuno perché ormai le notizie si leggono in rete). Mah, deve essere una nuova forma di marketing. Al di là della strategia editoriale, immagino che questo pezzo, riportato nel sito web del quotidiano, sia stato letto da qualche migliaio di persone. Ora sarebbe interessante sapere (magari si potrebbe lanciare un sondaggio sullo stesso quotidiano) quanti lettori hanno capito esattamente il significato del testo, cosa sia successo, in cosa consista questo esperimento, perché sia così straordinario e, soprattutto, cosa sia un “messaggio quantistico“. Credo che si potrebbe usare l’espressione di Planck e dire che se qualcuno afferma di averlo capito sta mentendo. Questo è uno splendido esempio di Stampodismo; scrivere con i piedi.

Ecco una divertente citazione del paradosso del gatto di Schrödinger applicato alle relazioni sociali.

Il pezzo di Parente prende di mira coloro che, pur non sapendo niente di fisica quantistica, la tirano in ballo a sproposito e, ignorando o dimenticando che i suoi principi si applicano solo alle particelle subatomiche,  la applicano in maniera del tutto errata alla realtà tridimensionale, con effetti ridicoli. Questo è l’incipit del testo: “Quando sentite la parola quantistico fuori dal contesto scientifico della fisica, qualcuno vi sta prendendo per il culo. La fisica quantistica è la fisica del microscopico, delle particelle subatomiche, mentre se lasciate cadere una mela per terra vale ancora la fisica di Newton. Un esempio è il famoso esperimento mentale del “Gatto di Schrödinger“.

Insomma, le leggi della fisica quantistica non si applicano alla nostra realtà quotidiana che continua, per fortuna,  a rispondere alle leggi della fisica classica.  Ed ecco la chiusura del pezzo di Parente: “Quando accendete la luce, insomma, i fotoni non cascano sul pavimento. Continuate a sperimentare finchè non vi rendete conto che la fisica quantistica applicata alla vita è un’idiozia, e se, nonostante tutto, continuate a crederci, sappiate che non siete il Gatto di Schrödinger: non potete essere scemi e non scemi allo stesso tempo; siete scemi e basta”. Appunto.

Vedi: “La scienza è una cosa seria (non sempre)” (20 dicembre 2006).